Giugno 2nd, 2011 Riccardo Fucile
HANNO GENERATO GELOSIE LE SUE FREQUENTI APPARIZIONI IN TV…HA VINTO IL CONGRESSO PROVINCIALE AZZERANDO IL CANDIDATO LOCALE DI BOSSI…GOBBO E BRICOLO COSTRETTI A RINVIARE I CONGRESSI A TREVISO E PADOVA PER TENERE BLOCCATA UNA SEGRETERIA REGIONALE A RISCHIO….E TOSI SI PUO’ PERMETTERE DI DISERTARE PONTIDA E VENEZIA
Domenica, il candidato del sindaco di Verona alla guida provinciale del
Carroccio ha sbaragliato i rivali vicini al Senatùr.
Ma dal territorio, la forza del primo cittadino scaligero si sta espandendo, complici la notorietà televisiva e gli atteggiamenti filo-istituzionali degli ultimi mesi.
E nel partito c’è chi giura che lui miri a scavalcare i luogotenenti di Bossi per puntare alla successione
E’ solo questione di tempo, ma con Flavio Tosi tutta la Lega Nord presto o tardi dovrà fare i conti.
Lui, intanto, ha cominciato a farseli per bene domenica a casa sua.
Mentre Bossi perdeva sindaci, province e voti in Lombardia e Piemonte, lui vinceva a mani basse in un congresso provinciale bulgaro.
Non solo perchè s’è tenuto a porte chiuse — una cosa che non s’era mai vista prima nel movimento padano alle prese con gli spifferi del dissenso — ma anche per la vittoria schiacciante (più del doppio dei voti) del suo candidato.
Paolo Paternoster, presidente della municipalizzata di Verona ha surclassato il vice capogruppo alla Camera Alessandro Montagnoli, candidato ufficiale dei bossiani, che non sono nemmeno riusciti a far eleggere un loro delegato nel direttivo.
Uno schiaffo per Gian Paolo Gobbo, il segretario veneto fedelissimo soldato di Bossi che pensava di riuscire a porre un argine allo strapotere di Tosi.
Un messaggio forte e chiaro da affidare all’ambasciatore Federico Bricolo, capogruppo al Senato del Carroccio, perchè lo trasmetta nell’ormai famoso “cerchio magico” del Senatùr.
Tosi non freme e non scalpita, è un’attendista che, smesse definitivamente le irruenze giovanili e verbali, ha imparato a coltivare la pazienza.
E infatti il sindaco che non ha paura di distinguersi con dichiarazioni e comportamenti borderline rispetto all’ortodossia padana, non si danna più di tanto se proprio Gobbo e Bricolo continuano a rimandare l’indizione dei congressi di Treviso e Padova, necessari per concludere l’iter che porterà all’assise regionale per la nuova leadership della Liga Veneta.
Movimento federato alla Lega, ma sempre subalterno al fiuto oggi un po’ appannato di Bossi. Una conta che i vertici al momento non vogliono affrontare, temendo i numeri di Tosi e i suoi. Meglio procrastinare finchè non si trova un altro nome in grado di contrastare l’astro nascente veronese, magari confidando che sia proprio l’indefinita attesa a logorarlo.
Oppure che anche lui inciampi in uno scivolone in diretta nazionale, mentre siede a scelta al Tg3 o da Gad Lerner “colpevoli” di averlo sdoganato come volto di un’altra Lega dialogante.
A Tosi, sotto le mentite spoglie di semplice sindaco di una città bella e importante ma certamente non centrale nei destini di una nazione, alcuni non perdonano il profilo politico che si è andato costruendo fuori dai percorsi ufficiali di partito.
Essersi accreditato come una sorta di voce ufficiale ma alternativa della Lega, consultata da media e politica con la stessa frequenza che si riserva solo al leader.
Ma anche la relazione stabilita in tempi non sospetti col presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che il 19 giugno sarà per l’ennesima volta ospite del sindaco, anche a costo di sfidare apertamente via Bellerio sul tricolore e l’inno di Mameli.
Non è sfuggito che al Capo dello Stato si sia poi dovuto allineare anche Bossi negli ultimi mesi, quasi che a dettare la linea politica sia diventato ora il municipio di Verona dell’ambizioso sindaco non-sindaco, osservano i maligni.
Lui, che al solito non andrà a Pontida a giugno, nè a Venezia a settembre, sta chiuso in quello che sarà il suo ufficio ancora per i prossimi dodici mesi.
Il prossimo anno nella città scaligera si vota, ma nei piani di Tosi ci sono ben altre successioni da preparare che non quella a se stesso o al solo Gobbo.
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Giugno 1st, 2011 Riccardo Fucile
DOPO LA DENUNCIA DEI SINDACATI DI POLIZIA GENOVESI, GLI HANNO TOLTO LA SCORTA ROMANA CHE COSTAVA 50.000 EURO L’ANNO E L’HANNO AFFIDATO AD AGENTI GENOVESI… E’ VICEPRESIDENTE DI FINCANTIERI DA ANNI, IMPOSTO DA BOSSI A BONO, MA ORA A GENOVA DICE CHE VUOLE SFIDUCIARNE I VERTICI: OTTIMA IDEA, ALLORA COMINCI PURE DA SE STESSO
Nel cinema neorealista del dopoguerra Francesco Belsito non avrebbe mai potuto interpretare la parte del protagonista, ma forse avrebbe potuto ritagliarsi un ruolo di buon caratterista.
Ha invece preferito dedicarsi alla politica, prima facendo da autista tuttofare di Alfredo Biondi in Forza Italia, poi passando a fare il dipendente del gruppo regionale ligure della Lega, quindi il custode delle segrete stanze finanziarie di via Bellerio, come travet di fiducia dello rimpianto Maurizio Balocchi di cui ha finito per ereditare segreti, la carica di segretario amministrativo della Lega e soprattutto il posto da sottosegretario alla Semplificazione.
Il poveretto come si muove fa danni e, purtroppo per i leghisti ligur,i tende a non stare molto fermo.
Chi sperava che perlomeno facesse disastri solo a Roma è andato deluso: come hanno denunciato i sindacati di polizia, Belsito per almeno venti giorni al mese è a Genova, costringendo la sua scorta-status symbol, composta di agenti romani, ad accompagnarlo in Liguria.
Con un costo supplementare per il contribuente di 50.000 euro l’anno per la trasferta dei poliziotti.
Ora qualcuno finalmente l’ha capito e la sua scorta è stata affidata al personale della Questura di Genova.
D’altronde quando è a Genova si nota la sua Porsche Cayenne parcheggiata negli spazi riservati della Questura (altro fatto che ha generato polemiche tra il personale, ritenendolo un privilegio di Casta).
Anche il Questore ritiene infatti Belsito un soggetto a rischio e quindi va controllato (in quanto pare avrebbe ricevuto non meglio precisate minacce, stando alle fonti ufficiali).
Che qualcuno se la possa prendere con il povero anonimo Belsito in fondo è la dimostrazione che matti in giro ve ne devono ancora essere parecchi.
Una volta se la prendevano con i primi attori, non con le comparse.
Certo è un presenzialista, non c’è occasione pubblica dove non emerga dalle acque (si è immerso persino al Cristo degli Abissi durante il Raduno nautico padano per far piacere a Bossi), ma rimedia più critiche che consensi.
I sindacati di polizia lo attaccano: “Ha causato uno spreco di 50.000 euro, mentre, a causa dei tagli, a Genova manca il carburante alle volanti e ci sono stato assegnati solo 10.000 euro per la manutenzione di tutti i mezzi in dotazione”.
E ancora bastonate: “E’ stato sbalorditivo il silenzio di Belsito sui carichi di lavoro del servizio scorte di Genova, ora ci aspettiamo che faccia assegnare gli organici e i mezzi necessari, troppo facile sedersi solo in prima fila alla festa della polizia”.
Ma non è che Belsito goda di maggior seguito all’interno del suo stesso partito in Liguria se nell’unica federazione che gestiva da commissario, quella del Levante, ha dovuto annullare 24 ore prime del suo svolgimento l’assemblea per l’elezione della segreteria, in quanto aveva sbagliato i calcoli: la sua candidata avrebbe perso, non avendo la maggioranza dei consensi.
Quindi “contrordine padani”, tutti a casa, assemblea rinviata a tempi migliori.
E chi si aspettava che esibisse prima o poi a favore di telecamere la sua sedicente laurea in Scienze politiche che nessuno peraltro ha mai visto (ma che lui ha citato nel sito del Governo), è rimasto tuttora deluso.
Dopo aver cambiato diverse versioni e facoltà , smentito persino da “Libero” sull’origine inglese del suo titolo di studio, il caratterista si è superato: “devo salvare l’Italia dalla crisi, non ho tempo per le sciocchezze”.
Ed eccolo fiondarsi sulla protesta dei lavoratori Fincantieri di Sestri Ponente contro la minacciata chiusura dello stabilimento al grido di “Sfiduciamo i vertici Fincantieri”. Che sia la volta buona che il caratterista abbia deciso di ritirarsi dalle scene dell’avanspettacolo?
Eh si, perchè Belsito è da anni nel consiglio di aministrazione di Fincantieri nella qualità di vicepresidente, messo lì da Bossi per tutelare gli stabilmenti del Nordest di Monfalcone e Marghera, anche a danno degli altri.
E quando è stato nominato sottosegretario non si è dimesso, semplicemnete si è “autosospeso” da Fincantieri (percependo sempre l’appannaggio o no?).
In pratica il primo a doversi sfiduciare da solo, avendo sempre condiviso le mosse di Bono, dovrebbe essere lui, altro che girare per i cantieri a fare il “personaggio in cerca d’autore”.
Non a caso a stimolarne l’attivismo operaistico è stato il consigliere regionale della Lega, Edoardo Rixi che era stato almeno sincero: “io a Sestri ci abito e devo anche poter uscire di casa, si faccia qualcosa”.
A differenza di Belsito, lui la scorta non ce l’ha.
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Giugno 1st, 2011 Riccardo Fucile
I VECCHI METODI DI RASSICURAZIONE FONDATI SULLA PAURA DEL MONDO E DEGLI STRANIERI NON FUNZIONANO PIU’…E LA FIGURA DELL’UOMO CHE SI E’ FATTO DA SE’ E’ INSUFFICIENTE
Le consultazioni amministrative appena svolte hanno evocato un cambiamento profondo del clima d’opinione.
Eppure, nel corso della Seconda Repubblica, il Centrosinistra aveva vinto e governato a lungo a livello locale.
Non solo nelle tradizionali zone di forza – l’Emilia Romagna e le regioni del Centro. Ma anche altrove. In molte aree del Sud e del Nord. Solo che ce n’eravamo scordati.
Perchè dopo il 2006 – e ancor più dopo il 2008 – il centrosinistra è arretrato dovunque. Ma soprattutto nel Nord. “Espugnato” dalla Lega.
Che alle Regionali del 2010 è penetrata anche nelle “zone rosse”. Così si è imposto il mito del “Nord padano”. Un concetto entrato nel linguaggio comune.
E insieme si è affermata la convinzione che il centrosinistra sia troppo “romano” per essere accettato e creduto nel Nord. Un’idea, peraltro, non infondata.
Che, però, indica una deriva. Non un destino.
Così, fra gli attori politici e gli elettori di centrosinistra, si è diffuso un inferiority complex nei confronti della Lega.
Considerata come unica e ultima erede dei partiti di massa. In grado di “presidiare” il territorio. Il voto ha ridimensionato, in modo brusco, questi sentimenti. Soprattutto nel Nord. Dove i partiti di governo hanno subito le sconfitte più brucianti.
Non che altrove le cose, per loro, siano andate meglio. A Napoli, in particolare. Dove però da quasi vent’anni governava il centrosinistra. Ma è nel Nord padano che sono avvenuti i mutamentipiù rilevanti.
A partire da Milano, la capitale della Seconda Repubblica.
Senza dimenticare Trieste, che solo Riccardo Illy, in passato, era riuscito a “sottrarre” alla destra. Oppure Novara, la capitale leghista, il feudo di Cota, governatore del Piemonte.
Ma il cambiamento del Nord sconfina ben oltre i luoghi simbolici del centrodestra e della Lega. Basti esaminare il bilancio dei comuni maggiori (con più di 15mila abitanti) dove si è votato: 133 a livello nazionale.
In precedenza, 73 erano amministrati dal centrosinistra e 55 dal centrodestra. Gli altri da giunte di segno diverso.
Ebbene, in queste elezioni il centrosinistra ne ha conquistate altre 10. Il centrodestra ne ha perse 17. Di cui 14 appartengono al Nord “padano” (con l’esclusione, cioè, dell’Emilia Romagna). Dove, tra le città al voto, il centrodestra ha fatto eleggere solo 8 sindaci, mentre prima ne aveva 22.
Mentre il centrosinistra, parallelamente, è passato da 17 a 29.
Se analizziamo il risultato ottenuto dai partiti (al primo turno) questa impressione si rafforza ulteriormente.
Nei comuni del Nord padano dove si è votato, infatti, il Pd ottiene il 27%.
Come alle precedenti Comunali, ma con un incremento di 2 punti rispetto alle Regionali di un anno fa.
Mentre i partiti di governo sono slittati vistosamente, rispetto al voto del 2010.
La Lega di quasi 5 punti (si ferma al 10,9%).
Il Pdl addirittura di 8. Oggi si è attestato sul 22,5%.
Così, nelle città del Nord al voto, il Pd è divenuto il primo partito.
Rispetto al passato recente, si tratta di una novità evidente.
Altro aspetto rilevante, il successo delle liste di sinistra – su tutte Sel. Non solo perchè in grado di imporre il proprio candidato a Milano, ma perchè, in generale, ha conseguito un risultato più che doppio rispetto alle Regionali (4,6%).
Anche in termini assoluti.
Inoltre, va segnalata la crescita elettorale del Movimento 5 Stelle, promosso da Beppe Grillo, che supera anch’esso il 4% dei voti validi.
Questi dati certificano la pesante sconfitta del centrodestra e il parallelo successo del centrosinistra nel Nord.
Ma, in assenza di analisi più approfondite, è difficile ricavarne significati chiari. Semmai, alcune ipotesi, che provo a tratteggiare di seguito.
1. Anzitutto, emerge il limite del “Nord padano”.
Definizione imposta dalla Lega per “unificare il Nord”. Contro Roma e contro l’Italia. Torna, invece, a essere evidente come vi siano “diversi” Nord. Per retroterra sociale ed economico, ma anche per rappresentanza politica.
2. In particolare, si delinea l’orientamento specifico delle città maggiori.
Hanno abbandonato il centrodestra. Tutte le capitali di regione (senza considerare Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta) oggi sono governate dal centrosinistra. Tutte. Compresa la capitale per eccellenza. Milano.
E il centrodestra, in questa tornata elettorale, è arretrata anche nelle città medie e nei capoluoghi di provincia. Ma si può rappresentare e governare “un territorio” restando esclusi dalle capitali?3. Il centrodestra soffre di una crisi di consenso per molti versi nuova.
In passato, infatti, Lega e Pdl disponevano di un bacino elettorale comune. Edmondo Berselli lo aveva definito, con un neologismo efficace, “forzaleghismo”.
Così, le crisi della Lega corrispondevano alla ripresa di Forza Italia. E viceversa.
Oggi non è più così. Quel bacino è esondato. E i due partiti hanno perduto entrambi.
4. Anche perchè Forza Italia non c’è più. Al suo posto, il Pdl, che aggrega anche An.
Ha una base elettorale in prevalenza centro-meridionale.
La Lega, a sua volta, ha assunto un’identità governativa. Infatti, esprime i sindaci di centinaia di Comuni, i presidenti di 14 Province e 2 Regioni. E sta nel governo, a Roma. Insieme a Berlusconi.
Usa un linguaggio da opposizione dura e comportamenti pragmatici e tradizionali. Anche a livello locale, dove, con i propri uomini, ha occupato enti amministrativi e finanziari.
Ma la distanza fra comportamenti e parole è troppo stridente per non saltare agli occhi degli elettori.
5. Nel Nord è in atto una profonda trasformazione economica e sociale.
Ha scosso alle fondamenta il sistema finanziario, la grande e la piccola impresa. Ha modificato le basi demografiche e gli stili di vita della società .
Molte zone, che fino a poco tempo fa si consideravano al sicuro dalla crisi, oggi si sentono vulnerabili.
I metodi di rassicurazione fondati sulla paura del mondo e degli stranieri non rassicurano più. E i miti della Padania e dell’Uomo-che-si-è-fatto-da-sè non bastano più a dare risposte e identità al Nord.
6. Anche per questo, dopo alcuni anni, il centrosinistra è tornato. Per limiti altrui, ma anche per meriti propri.
Perchè dispone ancora di leader locali credibili ed esperti.
Perchè ha legami con la società civile ed è stato in grado di mobilitare la realtà locale.
Perchè le sue parole in questa fase appaiono meno aliene di quelle del centrodestra. Altruismo, bene comune, solidarietà incontrano più attenzione, nel senso comune, rispetto a individualismo, paure, interessi.
L’estremismo “moderato” e aggressivo di questi tempi, infine, ha stancato.
7. Circa l’eterogeneità delle coalizioni e il peso della cosiddetta sinistra radicale, conviene rammentare che raramente, in passato, queste differenze hanno provocato crisi locali. Perchè sindaci e governatori sono eletti direttamente dai cittadini e dispongono di una legittimazione forte. E perchè è più semplice trovare l’accordo sui temi concreti della società e del territorio che sui principi non negoziabili. La vita e la morte. La pace e la guerra.
8. Da questo passaggio elettorale, il centrosinistra esce rafforzato.
Ma deve trarne le giuste indicazioni.
In primo luogo: il Pd non può pretendere di essere partito dominante, nè tanto meno unico. Ma è, indubbiamente, il riferimento obbligato di ogni coalizione.
Non bisogna, poi, scambiare le consultazioni locali con quelle nazionali. Anche se l’Italia è un Paese di città e regioni.
E tutti i cambiamenti politici, sociali e culturali sono avviati e annunciati a livello territoriale. Infine: guai a rassegnarsi, al “complesso del reduce”.
Allo “sconfittismo”.
Se è possibile vincere a Milano e nel Nord, allora nulla è impossibile. Neppure a livello nazionale.
Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica“)
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Giugno 1st, 2011 Riccardo Fucile
IL FLOP DI PDL E LEGA ATTRAVERSA TUTTO IL SETTENTRIONE…IL PRIMO CAPOLUOGO DI REGIONE NON GUIDATO DAL CENTROSINISTRA E’ ROMA… NEI COMUNI OLTRE I 15.000 ABITANTI IL PDL HA PERSO 121.194 VOTI, LA LEGA 57.346
Da Torino a Trieste: l’autostrada A4 taglia il Nord da parte a parte, è la spina dorsale
della «Padania», il cuore del leghismo.
Si parte da Torino, si attraversa Chivasso, Novara, Rho, Milano, Padova, Rovigo, Venezia, Pordenone, Monfalcone fino ad arrivare a Trieste.
Tutte città che da lunedì sono governate (nel caso di Padova e di Venezia, ormai da alcuni anni) dal centrosinistra. Chi l’avrebbe detto.
Solo 120 dei 517 chilometri dell’autostrada non sono sotto giunta «rossa»: la porzione che va da Bergamo e Verona.
Un po’ poco per il cuore del Nord.
Da ieri il capoluogo di regione più a Nord governato dal centrodestra è Roma.
Il cappotto nazionale del centrosinistra sul centrodestra (che ha vinto in 85 Comuni contro 40) è plasticamente impietoso al Nord, la fortezza inespugnabile, si diceva, di Bossi e Berlusconi.
Il fortino dove il voto, almeno fino ai risultati di ieri, era poco volatile.
Il massimo della protesta nei confronti di un partito, per dire, era votare il movimento alleato. Come dei vasi comunicanti: un partito saliva, l’altro scendeva, ma il gioco era sempre (quasi) a somma zero.
Stavolta non è più così: in Piemonte, Lombardia, Emilia, Veneto e Friuli, il Popolo della Libertà perde nei capoluoghi sopra i 15 mila abitanti dove si è votato ben 121.194 voti rispetto a un anno fa.
La Lega in compenso non ride, visto che di voti assoluti ne ha persi 57.346, sempre con riferimento alle Regionali 2010.
Dall’altra parte invece il partito democratico guadagna in un anno 76.264 voti.
Con un calo nei Comuni non capoluogo e un boom nelle «capitali».
A Milano, per esempio, ne guadagna 35.436, a Torino 47.305, al netto delle liste civiche di sostegno ai due candidati presidenti di Regione.
Chi ieri mattina ha letto «il mattinale», una ragionata rassegna stampa per il premier preparata tutte le mattine dagli uomini del portavoce Bonaiuti, sostiene che la maggiore attenzione fosse concentrata sulla Lega che «ha perso anche nei “suoi” territori dal Piemonte al Friuli, e questo dice che non siamo di fronte soltanto ad un problema-partito del Pdl, ma ad un verdetto negativo da parte degli elettori su tutto il centrodestra. Il che ci riporta dunque all’azione di governo».
L’analisi è corretta: più di metà dei 57 mila voti andati in fumo, la Lega li ha persi in Lombardia. Spesso il Carroccio spiega che pur di ottenere le riforme cui tiene o le poltrone cui aspira, è disposto ad allearsi con il diavolo. Anche a costo di perdere voti.
Ma nemmeno questa attenuante, stavolta, funziona: i candidati sindaci leghisti hanno perso sia quando era alleata (Novara, Bologna) sia quando si è presentata da sola.
L’esempio più lampante è Gallarate dove non è nemmeno arrivata al ballottaggio.
In due città la Lega ha vinto pure, ma con il brivido finale: a Cordenons, in Friuli, Mario Ongaro ha vinto per soli 700 voti. A Varese, l’uscente Attilio Fontana è stato prima costretto al ballottaggio poi ha vinto prendendo 700 voti in meno del primo turno: la sfidante ne ha recuperati più di quattromila.
L’alleanza Pdl e Lega ha vinto in due Comuni sopra i 15 mila abitanti in Emilia, ne aveva uno solo. È l’unica nota lieta.
In Piemonte governava in sei dei dieci comuni al voto. Novara certamente, ma anche Trecate, Carmagnola, Chivasso, San Mauro Torinese e Domodossola. Non ne ha più nessuno.
In Lombardia non hanno perso solo la «capitale» Milano.
Hanno lasciato agli avversari anche Rho, Arcore, Desio, Limbiate, Gallarate e Malnate.
Il centrosinistra ha tenuto anche Pioltello, Viadana e Vimercate.
I flussi elettorali In questa tornata c’è stato il boom del ricorso ai ballottaggi: secondo i calcoli del Cise (Centro Studi Elettorali) «se infatti il precedente sindaco era stato eletto al primo turno in 79 comuni, pari al 59,4% dei casi, oggi in soli 46 (34,6%) un candidato ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti validi nel primo turno, mentre ben 87 città (65,4%) hanno dovuto ricorrere al secondo per scegliere il primo cittadino. Tale aumento è particolarmente marcato al nord, dove raddoppia il numero di comuni che sono andati al ballottaggio (dai 17 della precedente tornata ai 34 di oggi, pari all’85% del totale)».
Evidentemente il ruolo del terzo polo e dei grillini ha contribuito a rendere più difficile il raggiungimento del quorum.
Ma dove sono andati i voti di Grillini e Terzo Polo?
Tranne a Milano, dove l’affluenza è rimasta pressochè uguale a quella del primo turno, la grande parte degli sconfitti al primo turno non è tornata a votare: il calo dell’affluenza è stato pari al 7,4%.
Nel complesso delle 13 città maggiori andate al voto, i candidati di centro-sinistra hanno guadagnato quasi 130 mila voti (+16,8% rispetto al primo turno), mentre i candidati di centro-destra hanno perso oltre 21mila voti (—3,1%).
Ma secondo i calcoli dell’Istituto Cattaneo «Milano e Napoli hanno presentato due dinamiche diverse.
A Milano entrambi i candidati sono cresciuti rispetto al primo turno, ma Pisapia ha manifestato un’accelerazione più robusta: ha preso 49,8 mila voti in più (+15,8%) di quelli raccolti al primo turno; anche Moratti ha aumentato il suo numero di voti, ma in misura insufficiente (24 mila, +9,0%).
A Napoli, invece, i due candidati hanno manifestato andamenti divergenti: uno positivo per Luigi De Magistris, l’altro negativo per Gianni Lettieri.
De Magistris ha raccolto oltre 47 mila in voti in più, +21,7% (e ciò, va ribadito, al netto dell’assunto generoso secondo il quale tutti i voti per Morcone al primo turno siano confluiti su De Magistris); mentre Lettieri ne ha persi oltre 39 mila (—21,9%)».
Marco Castelnuovo
(da “La Stampa“)
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Giugno 1st, 2011 Riccardo Fucile
LA LEGA HA CHIESTO AL PREMIER DI ANNUNCIARE DA SUBITO CHE NON SI RICANDIDERA’…LA REPLICA: “NON MOLLO, E ORA TREMONTI DEVE ALLARGARE I CORDONI DELLA BORSA”
“Troppi impegni per il mio funerale», si finge allegro il premier, «per cui ho dovuto rimandarlo…».
La battuta è rivolta a quanti profitterebbero volentieri del suo «momento no» per sfilargli il patrimonio politico.
Berlusconi resiste, e addirittura sfida gli aspiranti eredi.
Che in questo caso non sono i figli accorsi a Roma per consolarlo della sberla elettorale e delle altre (giudiziarie) in arrivo, ma sono anzitutto Tremonti e la Lega.
I due «asset» che fanno gola sono il partito e il governo.
Silvio-Paperone non intende rinunciare nè all’uno nè all’altro. Se li vuole tenere ben stretti entrambi. Anzi, più i pretendenti si fanno avanti convinti di cogliere l’attimo, più lui s’ntigna; le pressioni per fargli mollare l’osso stanno producendo (finora) l’effetto contrario.
Ne sa qualcosa il super-ministro dell’Economia, al quale Berlusconi ha rivolto una battuta plateale e sgarbata, un modo pubblico di metterlo in riga («Non è Tremonti che decide sulla riforma del Fisco»).
Sono seguiti momenti di tensione che una nota serale del premier tenta di stemperare. Non sarebbe in fondo la prima volta che Tremonti minaccia di prendere cappello e di andarsene.
E d’altra parte, come poteva passare inosservato, ieri mattina a Palazzo Chigi, quel piccolo corteo che vedeva in testa Bossi, dietro di lui Calderoli e Maroni, in fondo al gruppo Tremonti?
Poi il Senatùr se n’è andato e gli altri si sono chiusi in un salottino. Qualcuno assicura che Berlusconi sia stato contattato via telefono mentre tornava da Bucarest, ma il dettaglio ha relativa importanza perchè è come se Silvio fosse stato presente all’incontro nella persona di Gianni Letta, suo «alter ego».
Fonti dirette raccontano che al Cavaliere viene sollecitato un passo indietro.
Non domattina, ma quando si chiuderà la XVI legislatura.
In pratica a Berlusconi si chiede di annunciare, solennemente e fin d’ora, che non si ricandiderà come premier per fare largo al futuro.
E chi prenderebbe il suo posto? La persona ideale sarebbe Tremonti, è saltato fuori nel pourparler.
Al quale Tremonti il capo del governo dovrebbe conferire da subito un ruolo tale da spazzar via ogni dubbio sulla successione: di vice-premier unico o, più probabilmente, in tandem con Calderoli (pare che Maroni non sia interessato).
Questo è ciò che narra l’altissima fonte governativa.
Aggiungendo dettagli sapidi sulla reazione berlusconiana. Tutt’altro che disponibile. Anzi, decisamente stizzita.
«Annunciare adesso la data del mio ritiro? Non ci penso nemmeno. Quando dovrà esserci il cambio sarò io a deciderlo, non lo stabilirà nessun altro», è il leitmotiv del Cavaliere.
Bossi gli ha giurato al telefono che lui non ne sapeva nulla, che nessun tentativo di golpe è stato autorizzato «contro il mio amico Silvio».
Comunque «la Lega mi ha chiesto un faccia-a-faccia lunedì prossimo, vedremo se in quella sede avranno il coraggio di sollevare formalmente la questione dei vice-premier», è la confidenza serale concessa da Berlusconi a chi chiedeva lumi.
Per Berlusconi tutto dovrebbe restare così. Le elezioni sono state un tonfo, ma perchè cambiare?
«Adesso facciamo la riforma del fisco, recuperiamo consensi e vedrete che l’entusiasmo della sinistra si sgonfierà ».
Di allargare la maggioranza a Casini non avverte il bisogno, «i numeri in Parlamento li abbiamo», e poi l’Udc si porterebbe dietro Fini, «piuttosto morto» fa gli scongiuri il premier.
Che in apparenza sembra più flessibile sul partito, più disposto a mescolare lì le carte.
Forte in queste ore è la spinta per conferire l’eredità Pdl ad Alfano.
Il ministro della Giustizia lascerebbe la poltrona a Lupi per diventare segretario politico.
Verrebbe affiancato dai due attuali coordinatori (il terzo, Bondi, si è dimesso). Verdini avrebbe mansioni organizzative, per La Russa verrebbe individuata una competenza «ad hoc».
Nascerebbe una specie di direttorio con dentro tutte le anime del partito.
Tifano per Alfano quasi tutti i quarantenni che Berlusconi creò a sua immagine e somiglianza. Tra i fautori più convinti spicca Michela Vittoria Brambilla, che diversamente da altri ha il «know-how» della presenza sul territorio.
Ma pure la Gelmini, spesso descritta in competizione col «gemello» Alfano, è dalla parte sua. Idem Frattini e l’intero gruppo di LiberaMente.
Correva voce di un «no» della vecchia guardia, preoccupata del salto generazionale.
In realtà sono d’accordo Cicchitto (che ha peso notevole nel «politburo» berlusconiano) e Quagliariello; danno via libera Augello, Matteoli e Alemanno; non si mette di traverso Formigoni, nonostante coltivi ambizioni sconfinate in proprio. Insomma, in apparenza tutti d’accordo tranne Verdini.
Il quale si sente scavalcato e tradito, lui che ha salvato il governo con la campagna acquisti dei Responsabili.
E molti temono che Berlusconi farà leva proprio su Verdini per stoppare l’«intifada». Resistere, resistere, resistere…
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Giugno 1st, 2011 Riccardo Fucile
BOSSI PRONTO ALL’ADDIO: LO CHIEDE LA BASE, STANCA DI UN MOVIMENTO DIVENTATO PARTITO ROMANO…IL SENATUR SPERA IN UN PASSO INDIETRO DEL PREMIER PRIMA DEL 19 GIUGNO
“Ho troppi impegni, ho dovuto rimandare il mio funerale”.
Silvio Berlusconi sdrammatizza, ma sa bene che la data della cerimonia la decideranno i leghisti sul prato di Pontida.
E’ lì, infatti, che Umberto Bossi sceglierà l’epitaffio al governo.
Ha aspettato troppo ad ascoltare il malessere della base, che da un anno ormai chiede al Carroccio di lasciare il premier.
Rimasti inascoltati hanno fatto sentire la loro voce punendo il partito nelle urne.
Il risultato di Gallarate, dove i voti del Carroccio sono andati al candidato del Pd e non a quello del Pdl, è il segnale più evidente ed emblematico della crisi di via Bellerio.
“Il segnale è chiaro”, ha riconosciuto Roberto Calderoli.
E per evitare che qualcuno non capisca Bossi semplifica ulteriormente: “Il governo per ora va avanti. Tranquillo non lo so, però va avanti”.
Così il 19 giugno, sul prato di Pontida, il Capo dovrà dare al suo popolo ciò che chiede da troppo tempo ormai.
E ci arriverà con in tasca i risultati della tornata referendaria del 12 e 13 giugno, quando gli elettori si troveranno di nuovo a sancire un verdetto su Berlusconi con il quesito sul legittimo impedimento.
Certo, serve il quorum.
Difficile da raggiungere, oggi che è stato sostanzialmente cancellato il referendum sul nucleare.
Ma basterebbe spingere quello sulla privatizzazione dell’acqua.
Ed è quello che ha fatto Bossi pochi giorni fa. “Alcuni quesiti sono interessanti, come quello sull’acqua”, ha detto.
“Avevamo chiesto a Berlusconi di fare una legge e noi l’avremmo appoggiata poi si è messo di messo Fitto e alla fine nessuno l’ha fatta”.
Riletta oggi, a sconfitta conclamata al ballottaggio, sembra l’incipit dell’epitaffio su cui il Capo sta lavorando.
Il 19 a Pontida dunque.
A tentare di recuperare la base che ha punito la Lega ormai diventata di governo e romana, non più sul territorio.
A Pontida a scusarsi, ad ammettere gli errori e rilanciare l’azione dal basso che ha fatto la fortuna del movimento, ormai diventato partito come tutti gli altri.
A Pontida, insomma, a tentare di salvare il futuro.
Senza più l’alleato Silvio Berlusconi.
Poi, il giorno dopo, i ministri leghisti scenderanno a Roma per la verifica di governo chiesta da Giorgio Napolitano dopo il rimpasto dell’esecutivo voluto dal Cavaliere per premiare i Responsabili che lo salvarono il 13 dicembre. Sarà il caso, ma la Conferenza dei capigruppo di Montecitorio oggi ha fissato proprio nella settimana tra il 20 e il 27 giugno il voto alla Camera.
Bossi confida, senza troppe speranze, in un passo indietro di Berlusconi.
Il premier ha quattro settimane di tempo per trovare una soluzione alternativa, questo il ragionamento che avrebbe fatto ieri in via Bellerio.
Mollare platealmente l’alleato è l’ultima delle ipotesi ma l’unica possibile se il Cavaliere tenterà di rimanere in sella a ogni costo.
Ieri i due alleati hanno avuto un colloquio telefonico.
Il senatùr ha invitato il premier a tornare da Bucarest con una soluzione per il vertice di presidenza di stasera, ma il premier ha preferito posticiparlo a domani alle 18 così da ragionare “a mente fredda”.
Prima, nel pomeriggio, i due si incontreranno a Palazzo Grazioli.
Oggi Bossi ha avuto un colloquio con Tremonti al termine del Consiglio dei Ministri. Il ministro dell’economia è stato messo sotto accusa come coresponsabile della sconfitta del centrodestra alle amministrative.
A difenderlo è intervenuto Roberto Maroni, ristabilendo le priorità delle colpe. “Sotto attacco dal voto degli italiani non è Tremonti ma è la maggioranza Il segnale c’è ed è forte, sufficientemente forte perchè non si sottovaluti. E io non lo sottovaluto”, ha detto il titolare del Viminale.
Già Flavio Tosi, stamani, aveva inviato chiari segnali a Palazzo Grazioli.
Il sindaco di Verona non usa mezzi termini. “Dopo una sconfitta così sonora, rifletterei seriamente sull’ipotesi di fare un passo indietro”, ha detto in un’intervista a Repubblica. “Inutile girarci intorno”.
E sul sostegno della Lega , Tosi affonda: “Credo che l’alleanza non sia in discussione, ma il discorso sulla leadership è un po’ diverso”, dice.
E suggerisce: “Nel caso si ponesse davvero il problema della successione non avrei dubbi: uno dei miei”.
Con la manovra correttiva da affrontare, però, un eventuale governo di transizione difficilmente sarà guidato dal titolare del Viminale.
E comunque molto dipende dalle scelte di Berlusconi.
Il premier si ritrova sotto attacco anche all’interno del Pdl.
Dagli stessi colonnelli che fino a pochi giorni fa lo hanno difeso a prescindere su tutto.
Lui sta valutando di rinnovare il partito, ma il tempo scade il 19 giugno a Pontida.
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Giugno 1st, 2011 Riccardo Fucile
ALFANO SARA’ COMMISSARIO DEL PDL, ESAUTORANDO VERDINI E LA RUSSA CHE PERO’ MANTERRANNO LE DELEGHE ALL’ORGANIZZAZIONE E ALLA PROPAGANDA… LUPI DIVENTEREBBE IL NUOVO CAPOGRUPPO DEL PDL ALLA CAMERA
Dopo il cappotto elettorale, il Pdl cerca nuove strade, dentro e fuori dal partito. Ieri il
Cdm è stato rinviato di 24 ore per dare il tempo al Cavaliere di razionalizzare al meglio il nuovo schema del partito.
Piani che nella tarda serata di ieri, come scrive l’agenzia di stampa Agi, sono stati, in parte, svelati.
Primo punto, già annunciato dal Corriere della Sera, il commissario (o reggente) del Pdl.
Ruolo che andrebbe al ministro della Giustizia Angelino Alfano.
A lui, scrive l’Agi, riportando fonti vicine alla maggioranza, il compito di riscrivere lo statuto.
In questo modo, però, Alfano lascerebbe il suo dicastero che passerebbe a Fabrizio Cicchitto, attuale capogruppo alla Camera.
In serata Cicchitto ha risposto a chi gli chiedeva conto di una tale nomina con un semplice “non ne so nulla”.
Lo schema berlusconiano, poi, prevede che il vicepresidente di Montecitorio, Maurizio Lupi, diventi il nuovo capogruppo del partito.
Una riprova del nuovo schema, secondo l’Agi, sarebbe l’incontro notturno tra Ignazio La Russa e Angelino Alfano.
Incontro, spiegano fonti parlamentari del Pdl, che sarebbe servito ad aprire alla soluzione studiata dal Cavaliere.
C’è stato anche un incontro tra il premier e Denis Verdini affinchè anche l’altro coordinatore di via dell’Umiltà possa dare l’ok al piano del presidente del Consiglio.
Oggi quindi nell’ufficio di presidenza del Pdl convocato per le ore 18 in via del Plebiscito, il Cavaliere dovrebbe già prospettare la possibilità che sia Alfano a guidare nel futuro il partito di via dell’Umiltà , mentre La Russa e Verdini potrebbero ricoprire incarichi legati all’organizzazione oppure restare coordinatori fino al cambiamento dello statuto.
Sarebbero questi, quindi, i punti salienti che stanno in testa al premier, il quale, nei giorni scorsi aveva anche sposato l’idea delle primarie.
Ci limitiamo a ricordare che Fabrizio Cicchitto, dopo essersi iscritto (fascicolo n. 945, tessera 2232, data di iniziazione 12 dicembre 1980) alla loggia massonica P2, venne estromesso dal PSI.
Riammesso nell’ottobre 1987 da Bettino Craxi, ha poi adottato le posizioni del segretario del PSI, fino alla dissoluzione del partito a causa delle inchieste di Mani Pulite.
Un elemento giusto insomma, per il suo passato, a ricoprire la carica di ministro della Giustizia, secondo il premier.
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Maggio 30th, 2011 Riccardo Fucile
CONQUISTATO IL FORTINO ELETTORALE DEL GOVERNATORE: PERDE IL CANDIDATO VOLUTO DA LUI IN PERSONA…ALLE PRECEDENTI ELEZIONI IL CANDIDATO LEGHISTA, MASSIMO GIORDANO, VINSE CON OLTRE IL 60% … LA LEGA PERDE ANCHE A DESIO E RHO
Durissimo colpo per la Lega di Roberto Cota in Piemonte.
Dopo dieci anni di governo leghista Novara, città in cui risiede e che ha costituito il suo “fortino” politico, cade nelle mani del centrosinistra con un risultato sorprendente ai ballottaggi: Andrea Ballarè, appoggiato da Pd, Sel, Prc e Pensionati e Invalidi, vince con il 52,9 per cento delle preferenze sul candidato del centrodestra Mauro Franzinelli, fermo al 47,1 per cento, sostenuto anche da Pdl e da una lista civica e scelto da Roberto Cota in persona.
E’ un risultato davvero clamoroso che costringerà la Lega a una profonda riflessione. Basti pensare che alle precedenti elezioni il candidato leghista Massimo Giordano, che oggi è assessore regionale, aveva vinto con oltre il 60 per cento delle preferenze.
Qui il Comune era appunto in amministrazione straordinaria dopo che Giordano aveva lasciato la carica per diventare assessore regionale.
Il voto delle minoranze è stato comunque determinante, visto che il voto al primo turno si era concluso con Franzinelli davanti a Ballarè. Il primo aveva superato di poco il 45 per cento dei voti, mentre il secondo si era fermato al 31 per cento.
Gli altri due candidati che avevano superato il 7 per cento dei voti erano Luca Zacchero del Movimento a cinque stelle e Antonio Pedrazzoli, sostenuto dal nuovo polo costituito da Fli e Udc.
Dopo Novara anche le città di Trecate, vicino a Novara, e Domodossola, il secondo centro per importantza del Verbano Cusio Ossola, governate dalla Lega Nord nell’ultimo quinquennio, passano al centrosinistra.
In Lombardia la Lega perde anche a Desio e Rho, altre due roccaforti del Carroccio: è una disfatta.
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Maggio 30th, 2011 Riccardo Fucile
FINALMENTE SE NE SONO ACCORTI ANCHE LORO: SONO USCITI DAL SONNO…. I MILITONTI ORA PUNTANO IL DITO CONTRO LA LEGA, MA ANCHE BERLUSCONI FINISCE NEL MIRINO
Incredulità , rabbia, rassegnazione. 
Un mix di emozioni emergono dai primi commenti ‘a caldo’ lasciati dal popolo del Pdl su ‘Spazio Azzurro’, la bacheca web sul sito del partito, dove si dicute della vittoria dei candidati dell’opposizione sia a Milano che a Napoli.
C’è chi titola il suo post ‘condoglianze’ da fare «ai milanesi».
E aggiunge: «Ora i napoletani à munnezza se la devono mangiare e non chiedano più niente».
Polemico è anche chi si firma ‘As’ che scrive: «Complimenti! Annegate tra cartelle pazze, maggiore burocrazia, pressione fiscale … ecc. ecc. Bravi!».
E promette «Se dovesse vincere Milano il Sig Pisapia, difficilmente metterò più piede a Milano, almeno sino a quando non se ne sarà ritornato a casa sua. Idem a Napoli». Soggetti che ancora adesso non hanno capito una mazza.
Nello sfogatoio via internet però non mancano anche i militanti che puntano il dito contro la gestione della campagna elettorale e non risparmiano accuse alla Lega Nord. «Non voglio infierire – sottolinea ad esempio Vittorio – ma perdere Milano e Napoli dopo Jervolino è il massimo! Quando si passano anni a sostituire le riforme con le polemiche sulle stesse, si è solo scemi».
Chi si firma ‘milanese’ chiama in causa direttamente Silvio Berlusconi: «Forse ora ci renderemo tutti conto – si legge nel suo post – che le esternazioni di Berlusconi hanno solo danneggiato la Moratti. Era una elezione di sindaco non una elezione politica!!!». Critico anche il messaggio lasciato da ‘Monluc’: «Presidente Berlusconi riformare la giustizia è sacrosanto (in silenzio) risolvere problemi agli italiani è essenziale (ad alta voce) altrimenti si dà la zappa sui piedi».
Se la prende con il Carroccio invece Luigi: «Io penso – scrive – che Bossi abbia fatto il doppio gioco non votando al I turno x accusare Silvio che gli errori fatti sono suoi (x ricattare e chiedere altri ministeri».
Su Radio Padania, invece, irrompe tutta la delusione dell’elettorato della Lega. L’emittente ha iniziato la trasmissione per commentare i risultati del ballottaggio con ‘Bandiera Rossa’ per aggiornare “la scelta musicale in base al sentimento popolare”, ha spiegato, ironicamente, il conduttore.
“Al primo turno – ha aggiunto il conduttore – i sostenitori di Pisapia hanno intonato ‘Bella Ciao’ e oggi Radio Padania gioca d’anticipo trasmettendo ‘Bandiera Rossa’.
In un secondo momento l’emittente ha trasmesso anche l’inno dell’ex Unione Sovietica e poi L’Internazionale.
Alla trasmissione partecipa l’esponente di punta a Milano della Lega, Matteo Salvini, che ha dichiarato come alla luce di questi primi risultati “non possiamo fare altro che vigiliare con attenzione su come Pisapia e il centrosinistra amministreranno la città “. Quanto agli interventi degli ascoltatori, emergono la delusione per il risultato e le critiche anche dure per come è stata portata avanti la campagna elettorale da parte del centrodestra, in particolare dal Pdl e da Berlusconi, che i leghisti accusano di essere la vera causa della sconfitta.
“Attaccare Pisapia e dopo chiedergli scusa, poi l’annuncio che saranno tolte le multe per i milanesi: sono errori che si pagano”, afferma un ascoltare.
“Più che una sconfitta della Lega – rincara un altro leghista – è una sconfitta di Berlusconi e del Pdl. Il ciclo del berlusconismo è finito, non ha più presa, ha fatto mille promesse, ma non ha portato a casa nessun risultato”.
E ancora: “Berlusconi aveva promesso una riduzione delle tasse e invece dobbiamo lavorare un giorno in più per pagarle. Poi lo scandalo del bunga-bunga: noi non siamo fatti così”.
Un altro ascoltatore, invece, ha sottolineato la “figura di m.. di Berlusconi che è andato a bisbigliare nell’orecchio del presidente Usa, Barak Obama, i suoi guai giudiziari. Berlusconi, quel vecchio porco, non mi rappresenta più”.
Altri ascoltatori invece si sono esercitati nel dipingere scenari terrificanti per Milano con la vittoria di Pisapia. “Preparatevi all’invasione di zingari e gente simile”, ha dichiarato un poveraccio.
Ma sul ‘banco degli imputati’ finisce Giulio Tremonti: «Chi semina poco raccoglie poco o nulla. Questo detto da gente che da una vita vota a destra. Siete immobili, sempre a far leva sui conti in ordine. E le liberalizzazioni».
Polemico anche il post lasciato da ‘Cc’: «Se non cambiate marcia su immigrazione, clandestini, ecc ecc, siete finiti. O lo capite o datevi all’ippica».
Tra i post c’è anche chi pensa al dopo voto: «Adesso – scrive ‘Sigh’ nel suo post – tenteranno la spallata. In cambio ‘Finì ha sicuramente ottenuto il lasciapassare per il Quirinale. Poveri noi!!! Dio ci salvi!».
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