Maggio 30th, 2011 Riccardo Fucile
E IL PREMIER VUOLE GLI STATI GENERALI DI UN PDL ORMAI PROFONDAMENTE DIVISO IN CORRENTI….I NOMI IN BALLO SONO QUELLI DI TREMONTI E FORMIGONI…VOCI SU BONDI ALLA DIREZIONE EDITORIALE DE “IL GIORNALE”
Nel governo le carte stanno per essere gettate sul tavolo. 
Se i ballottaggi dovessero trasformarsi per il Cavaliere in un bagno di sangue, il Carroccio si appresta a chiedergliene conto.
Una prospettiva che Berlusconi scaccia come «irrealistica», forte di quel patto che due settimane fa è stato rinnovato a palazzo Grazioli.
Bossi – rammenta Paolo Bonaiuti – ci ha dato precise garanzie sul futuro».
E tuttavia la politica è un terreno insidioso, anche i patti d’acciaio possono trasformarsi in stagno di fronte a una grandinata elettorale.
Nel Pdl ricordano oggi con apprensione il precedente di Romano Prodi.
L’alleanza con Bertinotti e la sinistra radicale era stata fino a quel momento la polizza sulla vita del Professore.
Finchè l’allora presidente della Camera, parafrasando Flaiano, paragonò Prodi a Cardarelli, «l’ultimo poeta morente», decretando finita l’esperienza dell’Unione, salvo aggiungere che il governo poteva anche andare avanti «fino alla fine della legislatura». Dopo quell’intervista Prodi durò un altro mese e si dimise.
Ecco, le condizioni di debolezza del centrodestra, la paralisi di fatto dell’esecutivo, stanno rapidamente portando il premier a uno scenario simile.
E dunque nel Carroccio, ai piani alti, si vanno svolgendo ragionamenti che prevedono esplicitamente il dopo-Berlusconi.
Non sarà un processo semplice, ma l’intenzione – sempre che i ballottaggi dovessero risolversi in una debacle – è quella di mettere il premier di fronte a una scelta secca: indicare in fretta il proprio successore, oppure dire addio all’alleanza con la Lega. Emissari del Carroccio hanno già iniziato a sondare il terreno con gli uomini più vicini al Cavaliere: «Se ci rendiamo conto che con Berlusconi si perde, tanto vale presentarci da soli alle politiche. Perso per perso, recuperando la nostra autonomia e con una linea dura possiamo di sicuro limitare i danni».
Conta il precedente di Casini nel 2008, quando l’Udc, nonostante tutti i pronostici e con una campagna elettorale di fatto bipartitica, riuscì comunque a portare a Montecitorio 36 deputati.
Comunque la linea non è ancora questa. Dipenderà dal Cavaliere e dalle sue risposte. «Berlusconi – spiegano nel Carroccio – per noi è un alleato importante e finora è stato l’unico che ci ha consentito di portare a casailfederalismo. Per cui l’alleanza con il Pdl la vogliamo mantenere, ma non può essere lui il candidato premier. Scelga un suo successore e iniziamo a preparare subito le elezioni per vincerle».
L’idea è quella di andare al voto con un anno di anticipo, approfittando della disorganizzazione del centrosinistra.
Venuto meno Berlusconi, osservano nella Lega, verrebbe meno anche il pretesto che tiene insieme l’alleanza larga da Vendola a Casini.
Cosicchè le opposizioni sarebbero costrette a ripensare le coalizioni possibili in vista del voto.
Su chi potrebbe essere il candidato per il dopo-Berlusconi, nella Lega e anche nel Pdl fioccano le ipotesi. Ma sulla carta i due nomi più forti sono al momento quelli di Giulio Tremonti e Roberto Formigoni.
Il primo per evidenti assonanze con la Lega. Il secondo perchè forte della sua “constituency” ciellina, con il vantaggio di liberare il Pirellone per un candidato leghista.
In attesa dell’ultimatum del Carroccio, martedì sera Berlusconi riunirà l’ufficio di presidenza del Pdl per tentare l’operazione rilancio.
L’idea è quella di convocare degli “Stati Generali” del partito prima dell’estate.
Una sorta di surrogato del Congresso, con una platea di eletti del Pdl a tutti i livelli. Ma senza grandi sconvolgimenti nel partito.
L’unica novità riguarderebbe il Giornale: sarebbe in arrivo come direttore editoriale Sandro Bondi, affiancato da un giornalista di esperienza alla macchina.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Maggio 30th, 2011 Riccardo Fucile
SU 51 COMUNI LOMBARDI IN CUI LA LEGA SI ERA PRESENTATA AL PRIMO TURNO DA SOLA, IL CARROCCIO HA VINTO SOLO IN NOVE, RIMEDIANDO TRENTANOVE SCONFITTE E TRE BALLOTTAGGI
La roccaforte Milano è sempre più traballante.
In caso di sconfitta, per il Carroccio sarebbe il boccone più amaro da mandare giù.
Un terremoto politico che farebbe sentire gli scossoni anche a livello nazionale.
Ma la Lega, ormai, sembra aver puntato le proprie carte altrove: su una manciata di Comuni e Province (Mantova) dove i candidati di centrodestra in corsa sono del Carroccio.
È lì che questo ballottaggio assume il valore di un test fondamentale, l’esame definitivo per la battaglia del Nord.
A cominciare da Varese, terra verdissima, costretta però dopo anni al secondo round. Nella culla del leghismo, dove il sindaco uscente Attilio Fontana ha comunque sfiorato il 50%, Umberto Bossi ha concluso la campagna. Dando forfait, per la terza volta in tre giorni, a Milano.
Sorvegliati speciali: tre Comuni in Lombardia dove il Carroccio ha deciso la corsa in solitaria e dove ha superato il candidato del Pdl. Prove generali da separati in casa, ma anche di ribaltone per il centrosinistra.
Al primo turno su 51 comuni lombardi in cui la Lega si è presentata divisa dai berlusconiani, il risultato è stato di 9 candidati eletti, 39 sconfitti e 3 finiti al secondo round.
Ma il tentativo, in molto casi, è stato chiaro: smarcarsi dal Pdl nonostante la consapevolezza di non farcela.
In Lombardia sotto la lente dei lumbard sono i ballottaggi di Desio, Nerviano e Rho, dove a correre sono loro uomini. Senza Pdl.
La Padania ha definito Desio un «banco di prova importante per la Lega», un «simbolo di riscatto».
Nel Comune brianzolo, i consiglieri leghisti hanno unito le loro firme a quelle dell’opposizione per mandare a casa il sindaco pidiellino. Sullo sfondo, le infiltrazioni della ‘ndrangheta.
Silvio Arienti, però, è in svantaggio (20,5%) sul candidato di centrosinistra Roberto Corti, che è a oltre il 37.
Partita interessante ma difficile a Rho, dove sorgerà Expo 2015.
Anche in questo caso si è disintegrata la maggioranza. Il leghista Fabrizio Cecchetti ha superato il primo turno ai danni degli ex azzurri: si è fermato al 27,8% contro il 38,2 del centrosinistra.
E tra il Carroccio e il Pdl volano gli stracci. Il centrosinistra sogna lo storico ribaltone anche ad Arcore.
A casa del premier, Piera Colombo è in vantaggio di sei punti sul leghista Enrico Perego, appoggiato anche dal Pdl.
In Piemonte va al voto il Comune di Novara, terra del governatore Cota. Mauro Franzinelli, segretario provinciale della Lega (sostenuto anche da Pdl), è in vantaggio di 14 punti, ma il Carroccio aveva conquistato il municipio al primo turno nelle ultime due tornate.
Caso interessante a Salsomaggiore Terme, in provincia di Parma. Il candidato leghista è avanti, e, nei giorni scorsi, ha addirittura chiesto il voto ai romeni con volantini scritti nella loro lingua: il mondo alla rovescia.
In Veneto si guarda a Montebelluna (Treviso). Al primo turno c’è stato un equilibrio tra il leghista Marzio Favero e Lucio De Bortoli di centrosinistra. Dove andrà il 20 per cento del Pdl? Al voto anche la Provincia “rossa” di Mantova, dove il candidato è un leghista (qui il centrodestra corre unito) e dove c’è un testa a testa con Alessandro Pastacci del centrosinistra.
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Maggio 29th, 2011 Riccardo Fucile
LA GAFFE CON IL “CORRIERE DELLA SERA” E’ SOLO IL CULMINE DI UNA MEMORABILE SERIE DI AUTOGOL DELL’ODONTOIATRA BERGAMASCO… IL SUO MINISTERO PATACCA CON 73 DIPENDENTI COSTA 2,6 MILIONI DI EURO E FA SOLO SPOT: SE VOLESSE DAVVERO TAGLIARE LE SPESE INUTILI, DOVREBBE ELIMINARE PER PRIMO SE STESSO
C’è un modo per semplificare il governo: eliminare il ministero per la Semplificazione. 
Un eldorado romano diretto dal leghista Roberto Calderoli, dove 73 infaticabili filologi esaminano leggi, testi, atti e decreti regi in italiano dantesco.
E poi zacchete: puliscono, tagliano, bruciano.
Il ministro è veloce a infilare trapani e forbici, fedele al suo mestiere originario di odontoiatra a Bergamo: ieri ha confessato al Corriere della Sera di voler chiudere l’ufficio del ministero di piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, complice un trasloco di massa di un paio di ministri e del Colle a Milano.
Poi ha capito di averla sparata più grossa che in tante (e notevoli) occasioni precedenti.
E in panico, smarrita la lucidità che partorì la legge (porcata) elettorale, ha cercato di smentire l’intervista, secondo lui vittima di un’incomprensione, di un’interferenza telefonica tra un comizio e una tavolata.
La direzione del Corriere risponde con un comunicato, Calderoli annuncia querela e il direttore Ferruccio de Bortoli raddoppia: “Le confermo quanto le ho già scritto. Raramente mi è capitato di avere a che fare con una persona confusa e in malafede come lei, ma ormai non mi stupisco più di nulla. Sa che le dico? La querela la faccio io. E le chiederò anche i danni per le troppe interviste che generosamente le abbiamo fatto in questi anni”.
Un numero che sarà abbondante, eppure mai pari ai tagli del Semplificatore. Nessun regista americano si sarà accorto di una scena memorabile, ancora a disposizione di chi adora l’azione e le facce drammatiche: il ministro Calderoli che, in giacca di pelle e cravatta verde di ordinanza, dà fuoco a un muretto di cartoni contenenti 29.100 leggi inutili.
Un bel falò di 375.000 fascicoli e fogli che Gian Antonio Stella, un anno fa sul Corriere, calcolava in una sforbiciata al minuto del super-eroe Calderoli. Mentre il governo sfornava pacchi di nuove leggi e nuovi articoli ugualmente incomprensibili.
L’avviso di sfratto (a mezzo stampa) del ministro per il palazzo di San Lorenzo in Lucina è andato perso.
I 73 dipendenti del ministero per la Semplificazione erano momentaneamente assenti o irraggiungibili. Tutti.
Compreso il sottosegretario Francesco Belsito, la folta pattuglia della struttura di missione, la segreteria tecnica, un doppio ufficio stampa, portavoce e collaboratori.
Un encomiabile guardiano, di passaggio al capezzale di Calderoli, ci guarda con aria esterrefatta: “Che vuole? Oggi è venerdì di ballottaggio. C’è solo la sorveglianza”.
Sul sito del ministero benedicono l’operazione Taglialeggi, scritta con la maiuscola: “Via 411.298 atti per un risparmio di carta di 75,6 milioni l’anno”.
E ricordano che restano 10.000 leggi in pericolo, che diventeranno presto 5.000.
Ma come fa Calderoli a infiammare una norma al minuto e dove ha preso 411.298 atti?
Deve rallentare, altrimenti manca legna per ardere.
Forse domani Calderoli rettificherà la rettifica, i 73 di San Lorenzo in Lucina saranno salvi e con loro i 2,6 milioni di euro per pagare stipendi e cancelleria. L’impresa titanica è un’altra: come semplificare Calderoli.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 29th, 2011 Riccardo Fucile
VIA PADOVA, DALLA RIVOLTA ALLE FESTE DI STRADA: DOVE IL BERLUSCONISMO PAGA DAZIO E LA LEGA PERDE IL 25% DI CONSENSI… MARONI E LA RUSSA HANNO MANDATO I MILITARI, MA LA SINISTRA CON L’ASCOLTO HA PRESO PIU’ VOTI…”PISAPIA OGNI SETTIMANA SI FACEVA VEDERE, LA MORATTI L’ABBIAMO SOLO VISTA IN TV A FARE PROMESSE”
I destini dell’Italia si decidono a Milano e il destino di Milano si è già deciso in periferia, per esempio a via Padova.
La casbah, il ghetto, il Bronx di Milano per le cronache.
Nella realtà , un mondo in miniatura.
Quattro chilometri, cinquecento negozi, cento più di corso Buenos Aires, 130 mila abitanti, ovvero un milanese su dieci, cinquanta comunità straniere da tutti i continenti.
Durante i mondiali di calcio dell’estate scorsa, con le bandiere di ogni colore, sembrava d’essere a New York.
Una media città italiana che per un anno e mezzo, dopo la rivolta del febbraio 2010 in seguito all’assassinio di un ragazzo egiziano alla fermata dell’autobus 56, è diventata la capitale della paura, il laboratorio del rancore politico contro gli immigrati.
Con Maroni che schierava l’esercito per strada, il vicesindaco della Moratti, Riccardo De Corato che firma per il coprifuoco, l’assessore al decoro urbano, Maurizio Cadeo, che arriva a far oscurare le luminarie natalizie con gli auguri in inglese, cinese e arabo.
Non bastasse, in campagna elettorale, gli strateghi della destra aggiungono il carico da novanta della «grande moschea» («Pisapia la farà qui, dove sennò?») e della «zingaropoli» di via Idro.
Il risultato, la risposta dei cittadini spaventati?
In un anno, dalle regionali del 2010 al primo turno delle comunali, nei nove seggi di via Padova la Lega perde un elettore su quattro, il centrosinistra balza avanti di dieci punti, Berlusconi e lo sceriffo De Corato franano nelle preferenze.
Una piccola rivoluzione, come nel resto di Milano.
Ma qui, nel laboratorio della paura cittadino, ancora più inattesa.
Il giorno dopo è partito un ciclopico scaricabarile.
La Moratti se l’è presa con De Corato, impegnato a imprecare contro la Lega, che nel frattempo attribuiva tutte le colpe alla latitanza del sindaco e, massì, «all’estremismo del Pdl».
«Perchè di colpo – spiega il Davide Boni presidente del consiglio regionale – quelli di Berlusconi, alla disperata caccia di voti, si son messi a fare i leghisti più leghisti di noi, con quelle trovate del piffero di smontare gli auguri di Natale».
In mancanza di meglio, alla fine la destra milanese s’è inventata un altro, formidabile spauracchio da affiancare alla magistratura di sinistra.
Ed ecco, dopo le toghe rosse, le tonache rosse.
Pericolosa categoria di preti sovversivi che spazia dal cardinal Tettamanzi allo storico parroco di via Padova, il settantacinquenne popolarissimo don Piero Cecchi.
Passando s’intende per don Virginio Colmegna, il sindaco dei poveri che secondo i berluscones avrebbe trasformato la casa della carità in fondo a via Padova, mirabile esempio di solidarietà e accoglienza, in un «covo di propaganda elettorale per Pisapia».
Una verità un po’ più onesta la racconta uno dei tanti leghisti «smarronati», Alessandro Valsasina, presidente dell’associazione dei commercianti di «via Padova futura», fondata subito dopo la rivolta di febbraio, con la benedizione del Carroccio.
«Premesso che non sono diventato di sinistra, tocca ammettere che Pisapia è partito dalle periferie. Qui passava ogni settimana e ascoltava tutti, mentre la Moratti l’abbiamo vista soltanto in tv a fare promesse».
Cinque anni di promesse, il recupero del parco del Trotter, che era una promessa elettorale già ai tempi di Pillitteri, le piste ciclabili, i bellissimi progetti da archistar per il rilancio delle periferie, i poliziotti di quartiere, la lotta ai racket e così via, per cinque anni.
Ma nel terremoto elettorale delle periferie milanesi non ci sono soltanto gli errori degli strateghi della destra o l’abilità di un candidato della sinistra che finalmente mette il naso oltre la fatidica cerchia dei Navigli e per giunta è proprio di sinistra, non un prefetto, un industriale o un tardo imitatore dei leghisti con la fissa dei campi rom.
La ribellione di via Padova alla paura ha radici più profonde, che rivelano il limite ultimo del berlusconismo.
Quella presunzione di volere e potere cambiare la natura dei milanesi, degli italiani, oltre ogni limite, azzerando di colpo la storia.
Prima o poi la storia di questa città , perfino di questa via, si sarebbe ribellata alla falsa immagine nello specchio.
Negli anni ’50 e ’60 via Padova era il ponte d’integrazione degli immigrati del Sud, la prima tappa dalle coree verso la conquista del benessere cittadino. Un passaggio che in altre città , Torino per esempio, non c’era, un luogo d’incontro e di solidarietà , una rete di associazioni, un quartiere vero, un fiore all’occhiello per i sindaci riformisti milanesi.
Una periferia dove le scuole erano buone come quelle del centro, con le prime elementari montessoriane e il liceo di zona, il Carducci, che valeva come i più rinomati Berchet e Parini della borghesia; le librerie e i centri culturali e i circoli sportivi; perfino il cineforum dove vedevi Ferreri e Bunuel senza doverti travestire da intellettuale di sinistra come al mitico Obraz cinestudio; bei ristoranti e negozi, la gente in strada fino a notte.
Di tutto questo paesaggio della Milano più aperta e vitale, oggi è rimasto a via Padova soltanto il parco Trotter, una scuola modello per mille bambini, dei quali seicento di cognome straniero, la più multietnica d’Italia e uno dei luoghi d’infanzia più belli e verdi di Milano, l’unica a prevedere una fattoria didattica e una piscina fra gli alberi.
Una magnifica istituzione pubblica che tira avanti grazie al sacrificio degli insegnanti, al volontarismo degli «Amici del Trotter», alla passione dei genitori che ridipingono le classi e riparano i cessi nel fine settimana.
Qui gli impresari della paura hanno spedito le camionette dell’esercito a pattugliare le notti vuote.
Pisapia e i suoi sono venuti invece in bicicletta e sono tornati con le ventotto pagine di progetto del parco da affidare all’architetto ed ex rivale Stefano Boeri.
Fra una finzione di Bronx blindato e un progetto di parco giochi per bambini, forse non ci volevano tanti spin doctors per capire dove sarebbero andati i voti.
Curzio Maltese
(da “La Repubblica“)
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Maggio 29th, 2011 Riccardo Fucile
NELLA ROCCAFORTE LEGHISTA E’ ORMAI DISILLUSIONE: “IL CENTRODESTRA E’ INCAPACE DI RIFORME”…GLI INDUSTRIALI SI SENTONO TRADITI ANCHE DALLA LEGA: “LI ABBIAMO VOTATI MA CI HANNO DELUSO”
Nella provincia più leghista d’Italia (45% delle preferenze alle elezioni di due settimane fa) duemila imprenditori sfilano in strada, guidati da Emma Marcegaglia.
“Il centro-destra è incapace di riforme” e’ la clamorosa protesta proprio nella roccaforte di Bossi.
Obiettivo? Prendere le distanze dal governo PDL/Carroccio appoggiato con convinzione per 3 anni ma da cui ora gli industriali si sentono traditi.
Duemila industriali in corteo, ieri dopo l’assemblea di Unindustria, guidati da Emma Marcegaglia, Alessandro Vardanega e Andrea Tomat.
Una protesta silenziosa, l’hanno definita, contro l’assenza di politiche per lo sviluppo.
Comincia con un pugno alla Lega, nel cuore del sua roccaforte, l’assemblea degli industriali trevigiani.
Il presidente Alessandro Vardanega chiama l’Inno d’Italia e tutti si alzano in piedi. Persino il governatore Luca Zaia (che però non lo canta) e il vicesindaco Giancarlo Gentilini, che sull’inno non ha mai avuto incertezze.
Poi, al termine dell’assemblea, il momento più atteso: la marcia silenziosa degli imprenditori trevigiani dallo stadio di rugby di Monigo alla nuova Area Appiani, in testa il presidente nazionale Emma Marcegaglia accompagnata da Andrea Tomat e Alessandro Vardanega.
Il ministro Maurizio Sacconi, che alla camminata non partecipa, evoca quella dei quarantamila a Torino contro il terrorismo e azzarda un giudizio non proprio fortunato: «E’ una marcia contro la Cgil».
Ma i duemila imprenditori che sfilano lungo i due chilometri di viale Europa non pensano nè a Pomigliano nè alla Cgil: «Abbiamo votato per questo governo ma non ci stiamo più: i risultati sono troppo scarsi e anche la Lega sta deludendo. Adesso tocca a noi imprenditori dare il segnale che bisogna cambiare e anche in fretta».
Si sfilano un po’ di big – Gilberto Benetton, Gianfranco Zoppas, Mario Moretti Polegato, Stefano Beraldo se ne vanno un po’ prima – ma gli altri ci sono tutti. Lasciano le loro auto nel parcheggio e si sciroppano la strada, graziati da una violenta grandinata che un paio d’ore prima aveva persino interrotto l’assemblea.
Ed è un fiume di rabbia contro il governo Berlusconi, cui gli imprenditori trevigiani non credono più.
Renzo Dametto, che produce i tortellini Dalì, descrive bene la situazione: «L’idea della marcia è buona. Almeno ha il merito di muovere le acque perchè abbiamo esaurito la pazienza. Se sono col governo? No, sto con il presidente Vardanega. Perchè io sono tra quelli che aveva creduto a questo governo, ma ora non più. Non ha fatto abbastanza».
Tra i partecipanti è un crescendo di giudizi negativi.
Aggiunge Massimo Tonello di Oderzo: «E’ una marcia silenziosa. E il silenzio è molto eloquente. Questo è un segnale alla politica: siamo uniti e vogliamo cambiare le cose perchè così, è inutile nascondercelo, non si va da nessuna parte».
Lo stesso commento di Gianni Sartor, di Computer srl di Susegana: «Serve a sbloccare la situazione. Il governo poteva fare molto, ma molto di più. Per carità , c’è stata la grave crisi, ma mi sembra che abbiano perso tempo a litigare invece che a governare».
Vincenzo Papes, imprenditore medico: «In Italia ci vuole meno Stato e più impresa. Pensavo davvero che questo governo facesse di più, all’inizio ci avevo creduto pure io. Anche la Lega ha perso la spinta, a mio parere. Purtroppo manca ancora l’alternativa e la sinistra non riesce ad aggregare abbastanza».
Il costruttore Silvano Armellin di Conegliano: «Questa marcia non è la soluzione ma almeno un contributo. Noi, del resto, siamo abituati ad arrangiarci, a fare le cose da soli».
Daniele Ferrazza
(da “La Tribuna di Treviso“)
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Maggio 28th, 2011 Riccardo Fucile
CASTELLI NON CI STA: “IL POSTO SPETTA A SALVINI, SPERO NON SIA UN MODO PER SBOLOGNARMI DAL GOVERNO”…IN OGNI CASO IL PROBLEMA NON SI PORRA’: LA MORATTI NON SARA’ PIU’ SINDACO DI MILANO
Roberto Castelli sarà vicesindaco di Milano nel caso in cui la coalizione di centrodestra dovesse vincere le elezioni.
Lo ha annunciato la stessa Letizia Moratti, inserendo il suo nome in una rosa di «big» – tra gli altri il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi; il sottosegretario all’Economia, Luigi Casero; e il filosofo Paolo Del Debbio – che andrebbero a dare manforte all’amministrazione di Palazzo Marino in caso di successo elettorale.
Ma la notizia lascia alquanto perplesso il diretto interessato.
Nonostante la scelta sia stata avallata da Umberto Bossi in persona («E’ stato lui a dirmelo al telefono»), la decisione comunicata nell’ultimo giorno di campagna elettorale dalla portacolori del centrodestra lascia più che tiepido il viceministro ai Trasporti.
Che, anzi, in un’intervista al Messaggero mette le mani avanti: «Vicesindaco non può che essere Salvini, per quanto mi riguarda. Dopo tutto il lavoro che Matteo ha fatto, quel posto tocca a lui. Io mi sono messo, come al solito, a disposizione della Lega e basta».
Parole, quelle di Castelli, che rendono onore all’uomo simbolo del Carroccio a Milano, ma che forse non sono sufficienti a minimizzare lo scavalcamento deciso dalla Moratti, forse da intendere come il segnale dei difficili rapporti che ultimamente intercorrono tra il sindaco uscente e il partito alleato.
Dal canto suo, Salvini sembra non scomporsi troppo: «Da martedì io comunque tornerò nel mio ufficio a lavorare, con quale ruolo lo decideranno i milanesi domenica e lunedì. Noi siamo contenti della nostra campagna elettorale e ringraziano i 57mila milanesi che ci hanno votato due settimane fa».
Da mesi Salvini, che è anche eurodeputato, era stato accreditato come possibile vicesindaco in caso di vittoria del centrodestra.
E la contesa sembrava essere soprattutto con l’attuale numero due della giunta milanese, Riccardo De Corato, ex An e ora Pdl.
Proprio la corsa tra loro due era stato uno dei leit motiv delle analisi scaturite dai risultati del secondo turno, con De Corato che si era molto prodigato nel far rilevare come il maggior numero di preferenze raccolte dal leghista fosse legato al fatto di essere stato capolista del suo partito mentre il Pdl aveva messo davanti a tutti Berlusconi, che pur raccogliendo meno di cinque anni fa ha fatto incetta di voti polisti.
E Salvini aveva più volte evidenziato che se il sindaco è in quota al Pdl alla Lega, principale alleato, la poltrona di vice sarebbe spettata in automatico. Così è stato, ma a sorpresa,è uscito il nome di Castelli, che a Milano non era neppure in lizza e che non è neppure milanese (la Moratti ha subito precisato di averlo scelto perchè «ha competenze») .
E che, sempre nell’intervista al quotidiano romano, si augura che la sua designazione sia il segno di un impegno reale della Lega a favore della Moratti e non piuttosto «un espediente per sbolognarmi dal governo», perchè «anche se non c’è un’incompatibilità per legge, di certo c’è un incompatibilità reale assoluta» visto l’impegno richiesto da un ruolo nella giunta di una città come Milano.
Sul clima freddo tra gli alleati del centrodestra interviene anche Libero, quotidiano da sempre vicino alle posizioni del Pdl: «Umberto Bossi non si è fatto neanche vedere. Il Senatur doveva visitare due mercati ieri a Milano, ma a causa di un temporale ha dato buca alla Moratti per la seconda volta in pochi giorni.
Anche Roberto Castelli ha dato forfait.
Il viceministro sarà il nominato vicesindaco in caso di vittoria del centro destra. Eppure non è passato neanche per ringraziare.
Matteo Salvini, invece, sta facendo di tutto per far capire che, tutto sommato, una sconfitta non sarebbe poi un cataclisma, che all’opposizione non si muore».
Per Libero, tuttavia, Salvini non è stato scavalcato: «Pare – scrive il quotidiano di Belpietro e Feltri – che vista la situazione abbia preferito evitare di bruciarsi. La Lega sembra aver già abbandonato Milano. Nessuno dei big del Carroccio ha scelto la più importante delle città del Nord per chiudere la campagna elettorale, con l’eccezione di Roberto Calderoli».
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Maggio 27th, 2011 Riccardo Fucile
NEL PICCOLO CENTRO TERMALE, DOVE LA COMUNITA’ STRANIERA E’ MOLTO FORTE, LA LEGA CHIEDE IL VOTO AGLI IMMIGRATI CON UN APPOSITO VOLANTINO SCRITTO IN RUMENO… NIENTE “FOERA DI BALL”, ORA PROMETTE CASA E LAVORO AI ROMENI IN CAMBIO DEL VOTO
Succede a Salsomaggiore Terme dove, il prossimo fine settimana, andranno a ballottaggio i due candidati a sindaco, la Democratica Anna Rosa Ceriati ed il leghista Giovanni Carancini.
Ed è proprio il nome di quest’ultimo che è apparso su migliaia di volantini che in questi giorni stanno facendo il giro della nota stazione termale.
Il contenuto?
A una prima occhiata, difficile a dirsi, visto che il testo è tutto in rumeno.
Ma dopo una semplice traduzione, il volantino — che mette in bella mostra i simboli di Pdl e de La Destra di Storace — recita così: “Il voto è un vostro diritto, usatelo. Vota Carancini, siamo per riconoscere i diritti fondamentali a ogni persona, come il diritto al lavoro, alla ricerca di soluzioni abitative, alla salute e all’istruzione e in particolare alla vita sociale e civile di Salsomaggiore. Aiutaci a risolvere i problemi della comunità a cui appartieni”.
Insomma, la Lega strizza l’occhio alla comunità rumena alla ricerca di voti nelle urne dopo dure campagne condotte contro “lo straniero”: “Dicono che se vince Pisapia, Milano si trasforma in una zingaropoli — scherza il segretario provinciale del Pd di Parma, Roberto Garbi – ma qui non siamo certo noi a flirtare con i rumeni”.
La Ceriati grida quindi al “doppiogiochismo del centrodestra per una manciata di voti” ma dalle segreterie di Pdl, Lega e La Destra prendono tutti le distanze da quel volantino: “Se è stato fatto dai miei, è stato fatto alle mie spalle — chiarisce Carancini, di lunga militanza leghista e con incarichi ed assessorati sparsi per tutto il parmense — perchè comunque è un’idea balzana nonostante io sia amico dei rumeni e so per certo che alcuni di loro mi votano e mi apprezzano”.
L’impressione è che se non fosse diventata una notizia di dominio pubblico nazionale, nessuno si sarebbe dissociato.
Ora la cosa è diventata imbarazzante e si cerca di uscirne prima che arrivino i fulmini da via Bellerio
Rimane quindi l’incognita su chi abbia commissionato i volantini e sulla effettiva strategia politica del centrodestra nei riguardi di una comunità , quella rumena appunto, molto numerosa in provincia di Parma.
Sta di fatto, comunque, che questo weekend Salsomaggiore sceglierà il suo prossimo sindaco e la Lega nord stacca di quasi 17 punti percentuali il Partito democratico.
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Maggio 26th, 2011 Riccardo Fucile
CALDEROLI MINACCIA DI NON PAGARE LE TASSE? NESSUN PROBLEMA, BASTA PIGNORARGLI LO STIPENDIO DA PARLAMENTARE, LA VILLA, L’AUTO E I CALZINI SUDATI…DICASTERI A ROMA, ULTIMATUM DELLA LEGA: “LA FRASE ‘NIENTE TASSE NIENTE RAPPRESENTANZA PARLAMENTARE’ DIVENTERA’ ‘NIENTE MINISTERI NIENTE TASSE'”
È un vero e proprio ultimatum a governo e maggioranza quello del ministro leghista Roberto Calderoli sullo spostamento dei ministeri al Nord.
«Ci sono problemi? Benissimo, vorrà dire che la frase “No Taxation without Representation” diventerà “No representation? No Taxation”.
E questo è l’ultimo “avviso ai naviganti» ha detto l’esponente del Carroccio, citando all’opposto uno dei principi della democrazia americana («niente tasse senza rappresentanti parlamentari»).
Sulla questione del trasferimento al Nord di alcuni dicasteri la Lega va avanti a parole.
Come conferma il titolo in prima pagina sulla Padania, organo ufficiale del partito di Umberto Bossi: «Ministeri al Nord dopo i ballottaggi».
Non si tratta, quindi, di un caso chiuso o «congelato» o circoscritto «al trasferimento di alcuni uffici di dipartimenti della presidenza del Consiglio», di cui ha parlato il premier Silvio Berlusconi nella lunga puntata di Porta a Porta.
Lo scontro tra il Pdl e la Lega sulla questione resta fino a domenica.
E a dimostrarlo ci sono le parole di Calderoli, e non solo.
Felice Belisario dell’Idv commenta: «No ministeri, no party? Calderoli come George Clooney o, peggio, come Berlusconi, che già in passato aveva invitato i cittadini a non pagare le tasse. Non c’è più il rispetto delle istituzioni se anche un ministro della Repubblica minaccia l’evasione totale al Nord come arma di ricatto per far sventolare la bandiera leghista su un paio di ministeri».
Per il finiano Roberto Menia la nota di Calderoli «sembra certificare il divorzio da Berlusconi e dal Pdl. Ancor prima dell’esito dei ballottaggi, i toni e la citazione usati da Calderoli evidenziano l’insofferenza della Lega, che insiste su un insensato e impossibile trasferimento dei ministeri al Nord».
Critiche dal Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati Pd: «Dal ministro leghista ascoltiamo parole che inquietano. Calderoli sta dicendo che se non verranno trasferiti i ministeri a Milano il Nord non pagherà le tasse? Aveva ragione l’ex presidente della Repubblica Ciampi, nei giorni scorsi, ricordando che l’anti-europea Lega aveva sperato a lungo nella separazione dell’Italia, idea mai abbandonata».
A nostro parere il problema non si pone: in uno Stato normale se Calderoli non vorrà pagare le imposte libero di farlo.
E libero lo Stato di pignorarli lo stipendio da deputato, la villa, l’auto e i pedalini.
E se incita all’evasione basta mandarlo in galera, magari in cella con due extracomunitari.
Così dispone la legge italiana.
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Maggio 25th, 2011 Riccardo Fucile
DA COMPAGNI DI MERENDE A PARENTI-SERPENTI: IL PREMIER TEME UN GOVERNISSIMO E L’EMERGENZA ECONOMICA…UN MINISTRO DICE: “SE CADE MILANO, A SILVIO CONVIENE GOVERNARE LA SUA SUCCESSIONE”… L’UNICO NOME CHE TROVEREBBE D’ACCORDO LE VARIE CORRENTI E’ QUELLO DI GIANNI LETTA
Saltare a piè pari il risultato (che si prevede catastrofico) dei ballottaggi a Milano e Napoli.
Provare a far finta di niente, proiettando l’azione del governo sui prossimi mesi. Allontanare lo spettro di quel governissimo che è tomato a materializzarsi su palazzo Chigi.
A questo servirà l’ufficio di presidenza convocato oggi da Berlusconi, dopo essersi coperto le spalle con il faccia a faccia di ieri sera con Umberto Bossi.
Un incontro a tratti teso, durante il quale il premier ha chiesto conto all’alleato di quei “rumors” su una trattativa segreta imbastita dal Carroccio con le opposizioni sulla legge elettorale.
«Umberto – ha scandito il Cavaliere – la riforma elettorale è una mossa studiata a tavolino per far saltare il governo e rompere la nostra alleanza. Ve ne rendete conto? Ma se pensate che a pagare ai ballottaggi possa essere soltanto io vi sbagliate di grosso. Non me ne starò certo zitto mentre preparate un ribaltone. Mi dovete dare garanzie ora».
La fragile tregua che faticosamente viene siglata alla fine del summit – con la decisione di accantonare la querelle sul trasferimento dei ministeri e la promessa di marciare uniti sulla riforma elettorale – servirà dunque ad arrivare almeno fino al voto senza ulteriori scossoni.
Ma non allontana la prospettiva di uno show-down traumatico a urne chiuse.
Il Cavaliere è determinato comunque ad andare avanti e stasera, a Porta a Porta, ripeterà come un mantra le tre parole d’ordine che saranno messe nero su bianco dal vertice del Pdl: riforma del fisco, piano per ilSud, riforma della giustizia.
Nulla di nuovo, se non l’ennesimo annuncio di uno sblocco dei dieci miliardi di euro di fondi strutturali europei.
Ma il contropiede deciso ieri nella riunione con Verdini, Bonaiuti, Cicchino eAlfano, prima che arrivassero i leghisti, serve appunto a gettare preventivamente una rete di sicurezza per quello che potrebbe accadere da lunedì, quando Napoli e Milano potrebbero ritrovarsi con due sindaci di centrosinistra.
«Proveranno a farmi fuori – ha spiegato Berlusconi – e noi dobbiamo anticiparli, dobbiamo togliere ogni valenza politica al voto. E dare una prospettiva di legislatura al governo».
Più facile a dirsi che a farsi.
Sapendo, ad esempio, che il Terzo polo ha fatto capire di essere pronto a rientrare in maggioranza in caso di passo indietro del Cavaliere.
Ieri sera, però, a palazzo Grazioli mancava il protagonista, il ministro che dovrebbe garantire l’attuazione della riforma fiscale e del piano di interventi per il Mezzogiorno. Nonchè uno dei principali sospettati per guidare quel governo di unità nazionale che Berlusconi teme come la peste: Giulio Tremonti.
Il quale ieri, annusata l’aria, ha detto chiaro e tondo quello che pensa: «Non condivido la frase “adesso che è finita la crisi si può fare… allargare i cordoni della borsa, reperire risorse, trovare soldi. C’è un deficit di comprensione di quello che è successo e di quello che non può continuare a essere».
Dunque niente soldi. Anzi, la prospettiva è nera, con l’imminente arrivo di tagli per 40 miliardi di euro in tre anni, di cui una decina da trovare subito.
Oltretutto Tremonti può farsi forte del pesante giudizio dato ieri dalla Corte dei conti. I magistrati contabili sostengono che per rispettare i nuovi vincoli europei sul debito occorrerà un intervento «del 3% all’anno, pari a circa 46 miliardi nel caso dell’Italia». Una mazzata «di dimensioni paragonabili a quella realizzata nella prima parte degli anni Novanta perl’ingresso nella moneta unica».
Per taluni ministri la copertura politica di un governo di salvezza nazionale.
E come se tutti i nodi venissero al pettine, le questioni lasciate in sospeso presentassero il conto tutte insieme a Berlusconi: il bilancio dello Stato, lo stato del Pdl, la sconfitta (possibile, probabile) alle amministrative, il rapporto con la Lega.
Un ministro del Pdl non si fa illusioni sui margini di manovra rimasti al capo del governo: «Se lunedì perdiamo a Milano viene giù tutto. Berlusconi a quel punto può decidere da solo di fare un passo indietro subito e governare così la sua successione. Oppure, se insiste a far finta di niente, tempo tre mesi qualcuno si incaricherà di farlo fuori comunque».
Gli scricchiolii già si avvertono e, a dispetto delle rassicurazioni notturne e dei pugni affettuosi che Bossi gli assesta sul palmo della mano, è sul Carroccio che si appuntano tutti i sospetti.
«I leghisti – confida il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa– ci stanno avvicinando discretamente per proporci la riforma elettorale. Al loro interno c’è dibattito su questo ed è chiaro che la proporzionale è il salvagente che gli consentirebbe di non affondare insieme a Berlusconi. Potrebbero presentarsi da soli alle elezioni e poi trattare con chi vince».
Anche nel Pdl si ragiona come se il dopo-Berlusconi fosse già iniziato.
Ma il nome che potrebbe mettere tutte le correnti d’accordo, lasciando impregiudicata la scelta del candidato premier per il 2013, è uno soltanto: Gianni Letta.
Bei Francesco
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Bossi, economia, elezioni, emergenza, governo, la casta, LegaNord, Parlamento, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »