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CESARE BATTISTI DA OGGI E’ UN UOMO LIBERO: QUESTO IL PREZZO CHE L’ITALIA PAGA A CAUSA DI UN GOVERNO SENZA CREDIBILITA’ INTERNAZIONALE

Giugno 9th, 2011 Riccardo Fucile

IL BRASILE HA DECISO PER IL NO ALL’ESTRADIZIONE DEL TERRORISTA   PLURIOMICIDA: STAMANE ALLE 5 BATTISTI E’ USCITO DAL CARCERE DOPO CHE LA SUPREMA CORTE BRASILIANA HA VOTATO PER LA SUA LIBERAZIONE…IL GOVERNO DEL BUNGA BUNGA NON E’ RIUSCITO A   RECLAMARE PER VIA GIUDIZIARIA QUELLO CHE QUASIASI ALTRO PAESE AVREBBE OTTENUTO PER VIA DIPLOMATICA

È finita pochi minuti dopo le 5 (ora italiana), dopo quattro anni e 52 giorni, la reclusione di Cesare Battisti nel carcere di Papuda, in Brasile.
L’ex terrorista – condannato in Italia in contumacia per quattro omicidi – è stato liberato dopo la decisione del Tribunale supremo federale brasiliano, che ha deciso di negare l’estradizione in Italia.
Con un voto a maggioranza, 6 giudici contro 3, la corte aveva stabilito che Battisti non è estradabile e che quindi doveva essere liberato.
La decisione dei giudici è arrivata dopo una seduta fiume durata quasi sette ore: a favore della liberazione hanno votato i giudici Marco Aurelio Mello, Luis Fux, Carmen Lucia, Ricardo Lewandowski, Joquim Barbosa, e Ayres Britto. Hanno votato contro il presidente del Supremo Tribunale Federale (Stf), Cezar Peluso, il giudice relatore Gilmar Mendes e la giudice Ellen Gracie.
La decisione definitiva è arrivata dopo un primo voto che aveva stabilito come, secondo la corte, l’Italia non ha alcuna competenza per chiedere alla magistratura brasiliana di invalidare la decisione dell’ex presidente Luis Inacio Lula da Silva di concedere l’asilo politico a Battisti.
Per i sei giudici, si tratta di “una questione di sovranità  nazionale” e quindi di competenza del potere esecutivo e non di quello giudiziario.
L’ex terrorista rosso ha atteso in carcere la sentenza: fu arrestato nel marzo del 2007 dopo una latitanza ultraventennale spesa soprattutto in Francia, dove si è fatto conoscere come affermato scrittore.
La giustizia italiana lo cerca per fargli scontare i quattro ergastoli a cui è stato condannato in contumacia per fatti di sangue in Italia negli anni ’70.
Ben quattro omicidi che però Battisti ha sempre detto di non aver commesso.
Gioia fuori dal tribunale dove la fidanzata dell’ex terrorista e un gruppo di simpatizzanti stavano seguendo la seduta: “Sono ovviamente felice: come dice la canzone, ‘la vita è bella”, ha dichiarato Joice Lima, fidanzata di Cesare Battisti.
“L’Italia ora potrebbe appellarsi ad un’istanza internazionale”: lo ha dichiarato il legale del governo italiano, Nabor Bulhoes, subito dopo la fine dell’udienza. “Con questa sentenza – continua Bulhoes – il Brasile non ha rispettato la Convenzione di Vienna che regola i Trattati internazionali e lo stesso ha fatto con il Trattato bilaterale Italia-Brasile sull’estradizione del 1989. Tutto ciò danneggia la credibilità  internazionale del Brasile”.
La rabbia del governo italiano è per il momento affidata al commento a caldo del ministro della gioventù Giorgia Meloni: “La decisione dei   giudici supremi brasiliani di non avallare l’estradizione di un criminale come Battisti, così come quella dell’allora presidente Lula, è stata l’ennesima umiliazione inferta alle famiglie delle sue vittime”.
Per il ministro “le motivazioni addotte per il rigetto del ricorso rappresentano uno schiaffo alle istituzioni italiane, un atto indegno di una nazione civile e democratica”.
Peccato che la Meloni dimentichi di osservare che la decisione derivi dalla considerazione internazionale pressochè nulla di cui gode l’Italia, grazie al governo di cui fa parte.
Se invece che sparare dichiarazioni bellicose sui media, il nostro governo avesse agito a suo tempo per via diplomatica, Battisti oggi non sarebbe uscito dal carcere: chi ha umiliato i parenti delle vittime non sono i giudici brasiliani, ma un governo di accattoni e un premier sputtanato in tutto il mondo.
Se il caso avesse riguardato Obama, la Merkel, Cameron o Sarkozy, solo uno stolto può pensare che il governo brasiliano si sarebbe comportato allo Stato modo.
Questo è il risultato di una politica estera fatta solo di pacche sulle spalle, di barzellette sconce e di amicizia coi peggiori delinquenti del pianeta.
Bella figura per un governo sedicente di destra, incapace di assicurare alla giustizia un assassino: tanto valeva concedergli subito la grazia, avrebbero evitato di far fare al nostro Paese, che indegnamente rappresentano, una figura di merda.

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GOVERNO BATTUTO DUE VOLTE AL SENATO SUL DECRETO ANTI-CORRUZIONE

Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile

LA MAGGIORANZA PROPONEVA UN COMITATO PRESIEDUTO DAL PREMIER, L’OPPOSIZIONE UNA AUTORITA’ INDIPENDENTE: “NON VOGLIAMO LA VOLPE A DIFESA DEL POLLAIO”… SEDUTA SOSPESA E POI DI NUOVO SOTTO

Seduta sospesa al Senato dopo che la maggioranza è stata battuta su un emendamento al disegno di legge anticorruzione, presentato da Lucio Malan (Pdl), relatore in commissione Affari costituzionali, che modificava l’intero articolo 1 della provvedimento.
La maggioranza è stata battuta con 133 no, 129 sì e cinque astenuti.
L’articolo in questione fa riferimento all’istituzione di un comitato di coordinamento delle iniziative anticorruzione presieduto dal presidente del Consiglio.
L’opposizione ha votato contro l’emendamento perchè punta alla creazione di un’Authority indipendente dal potere esecutivo.
Il sottosegretario alla Pubblica amministrazione, Andrea Augello, ha affermato che «con la bocciatura dell’emendamento è di fatto caduto l’intero articolo 1 del provvedimento».
Il presidente di turno dell’assemblea, Domenico Nania, ha sospeso la seduta per dare tempo al governo di esprimersi sugli emendamenti che sarebbero stati soppressi nel caso in cui fosse passato quello bocciato.
L’aula di Palazzo Madama aveva ripreso in mattinata l’esame del ddl di iniziativa governativa.
Dopo la discussione generale e la replica del governo, l’assemblea aveva cominciato l’esame degli oltre 200 emendamenti presentati da opposizione e maggioranza.
Il ddl governativo, modificato in commissione e destinato a un ulteriore rimaneggiamento in Aula, è composto da 13 articoli e si basa su tre linee guida: le misure per la prevenzione della corruzione, a partire dall’istituzione del Piano nazionale anticorruzione ispirato ai contenuti dalla Convenzione Onu sulla materia; le norme relative ai controlli negli enti locali; le disposizioni per la repressione della corruzione e dell’illegalità  nella pubblica amministrazione.
«Abbiamo battuto il governo e la maggioranza su un punto qualificante», ha esultato Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd.
«La maggioranza propone contro la corruzione un comitato presieduto dal premier, noi siamo per un’autorità  indipendente. Non vogliamo la volpe a guardia del pollaio».
Sempre nell’ambito del ddl anticorruzione, la Lega Nord ha votato contro un emendamento bipartisan che obbliga «coloro che occupano cariche pubbliche o assumono pubblici impieghi» a giurare fedeltà  alla Costituzione al momento dell’assunzione.
L’emendamento è passato con 214 sì, trenta no e undici astenuti.
Dopo la sospensione della seduta alla ripresa delle votazioni la maggioranza è andata ancora sotto su un emendamento della senatrice del Pdl Ada Spadoni Urbani, appoggiato dall’esecutivo.
L’emendamento cassato prevedeva la rotazione dei dirigenti sia nelle amministrazioni dirette centrali che in quelle periferiche.

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CALDEROLI FA LO SPOT: “MINISTERI AL NORD”, ALEMANNO CHIEDE LE DIMISSIONI DEL MINISTRO, PER GALAN “E’ UNA PUTTANATA INTERCONTINENTALE”

Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile

IL CENTRODESTRA SEMPRE PIU’ COESO: LA LEGA ACCATTONA ORA SI ACCONTENTA DI RACCOGLIERE 50.000 FIRME DELLE QUALI POTRA’ FARE LO STESSO USO CHE BOSSI VOLEVA FARE DEL TRICOLORE…PERSINO LA BASE LEGHISTA CRITICA IL VERTICE: “SOLO DEMAGOGIA”

Uffici di rappresentanza? Dicasteri minori, senza portafoglio? Neanche per idea.
La Lega insiste sul trasferimento di ministeri al Nord e l’ultima plateale sortita sul tema da parte di Roberto Calderoli compatta Roma e gli enti locali del Lazio in una sdegnata protesta.
Ieri il ministro leghista della Semplificazione ha depositato presso l’ufficio centrale elettorale della Cassazione la richiesta per una proposta di legge popolare sulla territorializzazione dei ministeri e delle altre amministrazioni centrali.
Serviranno 50mila firme.
La raccolta partirà  il 19 giugno da Pontida, durante il tradizionale raduno della Lega.
In pratica è l’equivalente della proposta di legge di un singolo deputato, tanto valeva presentarla in Parlamento.
Un misero bluff da presentare ai gonzi di Pontida per evitare di essere spernacchiati anche là .
Data e luogo, così simbolici e provocatori, rivelano il bisogno dei vertici leghisti di recuperare terreno nei riguardi di una base delusa dei tanti compromessi a cui si è scesi col Pdl.
Ma serve ben altro, come ieri a Radio Padania hanno chiarito molti ascoltatori, poco entusiasti dell’iniziativa di Calderoli: “solo demagogia” il senso di tanti interventi sull’emittente.
Ben più sprezzante il giudizio di Giancarlo Galan a Radio Radicale: “E’ una puttanata intercontinentale e mi meraviglio che non la si tratti come tale – dichiara il ministro della Cultura -. E’ semplicemente una iniziativa propagandistica che mette in difficoltà  gli alleati e che non ha alcuna possibilità  di essere attuata”.
Ma la propaganda altrui non è giustificazione sufficiente a placare lo sdegno di Gianni Alemanno. “E’ “inaccettabile che Roma come Capitale sia sempre sotto pressione. Siamo veramente stanchi” sbotta il sindaco.
E in un’intervista al Messaggero aggiunge che “la proposta di Calderoli va contrastata con tutti i mezzi”.
“E’ inaccettabile – prosegue il sindaco – che un ministro promuova una proposta di legge popolare in contrasto con quelli che sono gli accordi di governo e la linea che l’esecutivo, seppur faticosamente, cerca di darsi”.
Proprio al governo, il sindaco di Roma sollecita un “ulteriore chiarimento”, ma se l’iniziativa della Lega dovesse andare avanti “con la sponsorizzazione di ministri”, allora “diventerebbe inevitabile chiedere le dimissioni di Calderoli e degli altri ministri sostenitori della proposta”.
Al quotidiano romano, Alemanno rivela di aver già  sentito in proposito il neo segretario politico del Pdl, Angelino Alfano, che lo avrebbe rassicurato sulla possibilità  di “riuscire a spegnere le velleità  del Carroccio”.
Di “affronto alla Capitale” parla apertamente Renata Polverini, presidente della Regione Lazio. Un affronto che, secondo la governatrice, “alimenta divisioni e distrae da questioni più urgenti”.
“Occorre fare chiarezza su questo presunto accordo – aggiunge la Polverini su Messaggero.it -. La sede naturale dei ministeri è e resta la Capitale. Come più volte ho avuto modo di ribadire non c’è alcuna ragione, nè politica nè amministrativa, per procedere a trasferimenti, si trattasse pure di uffici di rappresentanza, che avrebbero solo ripercussioni negative sui lavoratori e sull’operatività  dei dicasteri stessi”.
Il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, si rivolge “a tutti i parlamentari di Roma e Lazio” chiedendo loro “di associarsi alla richiesta di dimissioni di questo Governo”. Zingaretti si rivolge anche agli stessi Alemanno e Polverini: “Vediamoci, uniamo le istituzioni e convochiamo insieme i parlamentari di tutti gli schieramenti per trovare una posizione comune”.
Sulle pagine di Repubblica si fa sentire anche Saverio Romano, ministro delle Politiche Agricole. “Se l’obiettivo politico è far perdere centralità  a Roma, allora non possiamo essere d’accordo, non possiamo accettarlo”.
Se invece l’obiettivo leghista è una riforma puramente strutturale per assecondare la filosofia federalista, Romano evidenzia come “mettere su altri dicasteri, spostarli, non farebbe che accrescere i costi, farebbe lievitare le spese. E non possiamo proprio permettercelo”.
Concetto ribadito ancora da Galan a Radio Radicale, secondo cui l’iniziativa di Calderoli “è sgradevole e inutile anche perchè dà  la sensazione che chi dovrebbe battersi per risparmiare nella spesa pubblica in realtà  la dilata, chi dovrebbe contrarre la pubblica amministrazione in realtà  la dilata. Insomma un errore fondamentale, marchiano, evidente sotto tutti i profili”.

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VERTICE DEL VECCHIUME AD ARCORE: MARCIA INDIETRO SU TUTTO, BOSSI FA FINTA DI CHIEDERE, SILVIO FA FINTA DI ESISTERE

Giugno 7th, 2011 Riccardo Fucile

NESSUNA RIDUZIONE DELLE TASSE, NESSUN VICEPREMIER, ALFANO NON MOLLA LA POLTRONA DI MINISTRO, I MINISTERI AL NORD SI RIDUCONO A QUALCHE UFFICIO DI RAPPRESENTANZA, AI REFERENDUM “CI SI ADEGUERA'”… PIU’ FITTE LE DELEGAZIONI DEI COMPAGNI DI MERENDA CHE LE IDEE PARTORITE DAL CONCLAVE DI ARCORE

“L’alleanza con la Lega è solida, andiamo avanti fino a fine legislatura”.
Il ministro della Giustizia e neosegretario del Pdl Angelino Alfano ci prova a riassumere le circa tre ore inutili di vertice tra i bolliti Umberto e Silvio
Sul tavolo c’era la strategia dell’esecutivo per rispondere al risultato catastrofico delle amministrative, l’atteggiamento del Carroccio e la questione economica.
E proprio sul fisco non si segnalano passi avanti. “Taglio delle tasse? E’ programmata la riforma fiscale, poi vedremo cosa si potrà  fare” glissa Silvio Berlusconi, aggiungendo poi un’espressione ancor più aggrovigliata che suona molto come una dichiarazione di impotenza:   “Noi vogliamo sempre farlo, ma bisogna vedere se le condizioni ci consentiranno di farlo. L’intenzione è quella”.
Il presidente del Consiglio nega inoltre di aver parlato con la Lega del candidato premier nel 2013.
E si dice fiducioso sulla tenuta del governo: “Durerà  fino alla fine della legislatura”.
In realtà , riferiscono alcune indiscrezioni, il Cavaliere si sarebbe trovato davanti un Bossi che prendendo in contropiede il suo interlocutore gli avrebbe chiesto di valutare la possibilità  di prepararsi anche all’eventualità  del voto anticipato. Davanti a questa possibilità  fatta balenare dal ‘Senatur’ – riferisce chi ha partecipato all’incontro – da parte di Berlusconi non sarebbero arrivate però risposte chiare.
Il ministro Alfano nasconde la possibilità  di una manovra entro giugno: “Abbiamo avuto un discorso di ordine generale e non era questa la sede in cui parlare in dettaglio ma ciò che importa politicamente è che si è ulteriormente rafforzata la volontà  di andare avanti e concludere questa legislatura”.
Sembra, dunque, che Giulio Tremonti sia riuscito ad imporre la sua linea del rigore, accantonando la richiesta leghista di dare, almeno al momento, un segnale alla base con provvedimenti per le piccole e medie imprese o addirittura con un abbattimento di un punto percentuale di tutte e 5 le aliquote in vigore.
Alfano giura che “non si è parlato dell’ipotesi di nominare due vicepremier” (circolava l’ipotesi che il Carroccio ne volesso uno), mentre per quanto invece riguarda il suo ruolo di ministro della Giustizia rimanda a quando “la mia funzione di segretario entrerà  nel vivo con la modifica dello statuto del Pdl”.
Passeranno mesi, per capirci., nulla pare più urgente, è una ritirata su tutta linea del fronte.
Al Nord dovrebbero essere dislocati degli uffici di rappresentanza di alcuni ministeri, pur se “altamente operativi”.
In pratica il nulla, tanto è vero che Alemanno ha dato volentieri l’assenso, visto che nulla si trasferirà  da Roma.
Solo palle da spendersi, uso gonzi di Pontida.
Quanto ai referendum, il premier si è già  detto pronto ad adeguarsi al voto popolare, l’importante è non mollare la poltrona.
Da sottolineare la presenza al summit del condannato in secondo grado per appropriazione indebita e ricettazione Aldo Brancher.
Un tocco di classe non guasta mai: nulla che non sia elegante.

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DAL PATTO DELLA CROSTATA A QUELLO DELLA PROSTATA

Giugno 7th, 2011 Riccardo Fucile

BOSSI E BERLUSCONI RAPPRESENTANO SOLO DUE VECCHI MARPIONI CHE NON VOGLIONO STACCARSI DALLE POLTRONE

Lontani i tempi dell’ormai famoso patto della crostata: si era poco dopo la vittoria dell’Ulivo nel ’96 e il segretario del Pds, Massimo D’Alema, ebbe l’idea di iniziare a dialogare con l’opposizione.
Gianni Letta si incaricò di organizzare una cena a casa sua, ospiti Berlusconi e il leader Massimo.
Tra l’antipasto e il secondo i due trovarono un accordo, che venne siglato davanti al dolce: un’eccellente crostata.
E D’Alema divenne presidente della commissione Bicamerale.
Oggi nella residenza di Arcore, più che un patto stretto con una crostata, vista la consistenza e l’età  dei partecipanti, si potrebbe parlare di un patto della “prostata”.
E che, niente di più, rappresenta la proiezione plastica di due marpioni che non si staccano da incarichi e da immaginari collettivi: Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, con i rispettivi limiti, con gli staff immobili, con sensi ormai appannati da anni di battaglie e di esecutivi.
E che proprio per questo dovrebbero cedere il passo, ma non in maniera fittizia come fatto qualche giorno fa dal premier con Angelino Alfano alla guida del Pdl.
Ma realmente, e senza artifizi.
Quel patto, e oggi questo, danno il polso del paese.
Con mesi trascorsi senza il vero ricambio, dove le novità  semplicemente hanno abitato altrove.
Dove, tra scuse per mascherare grandi sconfitte e giustificazioni infantili per depistare insinuazioni su abitudini personali, si è solo perso il senso della misura.
Già  pronto il nuovo slogan, che suggellerà  proprio il nuovo patto tra Silvio e Umberto: più pappagalli per tutti.
E arrivederci alla freschezza del nuovo.

(da “il Futurista“)

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LE MOSSE DI DUE DISPERATI: BOSSI PONE CONDIZIONI E MINACCIA IL VOTO, BERLUSCONI DISTRIBUISCE POLTRONE PUR DI SOPRAVVIVERE

Giugno 6th, 2011 Riccardo Fucile

ENTRAMBI VORREBBERO CHE TREMONTI RINUNCIASSE AL RIGORE E ALLENTASSE I CORDONI DELLA BORSA, FACENDO FINTA DI IGNORARE DI ESSERE ALLA VIGILIA DI UNA DOPPIA MANOVRA LACRIME E SANGUE…LA FARSA DEI MINISTERI AL NORD USO GONZI DI PONTIDA E IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA IN OFFERTA SPECIALE

La tentazione di Bossi. Sottrarsi al logoramento e stringere col premier un patto di governo a tempo.
Otto, nove mesi per andare al voto nel 2012, dopo aver messo a segno pochi ma incisivi provvedimenti in grado di riconquistare consensi al Nord.
“Perchè o si cambia o sarà  meglio andare al voto subito” è quanto va ripetendo il Senatur che si vede franare i consensi sotto i piedi padani,.
Dovrà  fare i conti con la resistenza a oltranza di Berlusconi, che dall’alleato invece pretenderà  pieno sostegno per portare la legislatura fino alla scadenza naturale del 2013. Senza strappi e, ovvio, senza alcun passo indietro da parte sua: l’inquilino non lascia Palazzo Chigi.
A chi lo ha sentito nel primo week end di relax trascorso ad Arcore dopo la batosta elettorale, il Cavaliere è apparso più determinato che mai alla vigilia del vertice in programma oggi a ora di pranzo a Villa San Martino.
Appuntamento nel quale Angelino Alfano esordirà  da neo segretario, assieme ai coordinatori pidiellini, e in cui col leader del Carroccio e i ministri Maroni, Calderoli ci sarà  il loro “guru” economico, Giorgetti.
Non a caso: tutti i riflettori saranno puntati sul commensale Giulio Tremonti. “Voglio vedere se con l’aiuto di Umberto, che come noi ha perso le elezioni per colpa del fisco e degli imprenditori delusi, riusciremo a convincere Giulio a cedere una volta per tutte”.
In cima ai pensieri del presidente c’è la riforma fiscale da annunciare e approvare nel giro di poche settimane, ci sono i famosi cordoni della borsa da allargare.
Proprio quelli che il ministro dell’Economia intende tenere sigillati, tanto più alla vigilia di una doppia manovra (giugno e fine anno) che già  si preannuncia – e che l’Ue pretende – da lacrime e sangue.
Ecco, su questo punto Berlusconi è convinto di trovare proprio in Bossi una solida sponda.
Ai primi punti dell’agenda per il rilancio che gli uomini del Carroccio porteranno ad Arcore, c’è proprio lo stop alla politica di “aggressione fiscale”, quella delle ganasce e della lotta spietata all’evasione, per intendersi, che ha portato alla mezza rivolta degli imprenditori di Treviso di qualche giorno fa.
“Quella è gente nostra, ha già  minacciato che non ci vota più, non possiamo voltar loro le spalle” va ripetendo da giorni il Senatur ai dirigenti di Via Bellerio. Allora, rigore sì, Tremonti resta il loro faro, ma il ministro sarà  invitato anche dai “lumbard” a cambiare registro.
Ma un Berlusconi indebolito dalla sconfitta elettorale e incalzato sul fronte interno dal pressing pidiellino sulla successione, sa bene che in questa partita con Bossi si gioca la propria sopravvivenza politica.
Sa che dietro l’angolo potrebbe esserci la richiesta da parte dell’alleato di cedere il testimone, alla prossima tornata elettorale.
Ecco perchè Bossi e i suoi troveranno un padrone di casa piuttosto accondiscendente. Tra le portate della colazione non è escluso che venga servito il più pesante dei ministeri rimasto vacante: quello alla Giustizia liberato da Alfano.
Se finora il premier non si è sbilanciato sull’avvicendamento, è proprio perchè intende sondare gli umori leghisti.
Il più quotato dei papabili resta il pidiellino Maurizio Lupi, ma il Cavaliere non si straccerà  le vesti, raccontano i suoi, per difendere una soluzione interna.
Soprattutto se Bossi dovesse proporre Roberto Castelli, già  leale e sperimentato Guardasigilli del vecchio governo Berlusconi. Non solo. Dal vertice di oggi il ministro delle Riforme vuole incassare il via libera al trasferimento di almeno un ministero a Milano.
Il suo, nella fattispecie, magari con il dicastero alla Semplificazione di Calderoli annesso. Con buona pace degli ex An e del Pdl romano, Alemanno in testa.
Il premier proverà  a cedere solo dipartimenti, come aveva già  abbozzato.
Ma Bossi ha deciso di fare di questo uno degli annunci “forti” all’adunata di Pontida del 19 giugno.
Il sospetto che il Senatur stia premendo fin troppo sull’acceleratore con l’obiettivo recondito dello schianto, magari per dar vita entro l’anno a un esecutivo Tremonti e cambiare la legge elettorale, aleggia eccome in casa Pdl.
“Speriamo che gli amici leghisti comprendano che non sono i ministeri a Milano a riportare a casa i voti persi – ragiona il berlusconiano doc Osvaldo Napoli – ma piuttosto la capacità  di rilanciare l’economia”.
Già , ma Tremonti accetterà  davvero di cambiare registro?
La tensione è cresciuta parecchio, in queste ore, al ministero di via XX Settembre, cinto d’assedio su più fronti.
“Berlusconi è stato sempre in grado di mediare quel che sembrava inconciliabile – confida l’eurodeputato Pdl Mario Mauro – dalla Lega alle varie anime del nostro partito”.
Questa volta l’impresa sarà  ancora più ardua.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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ANCHE A DESTRA SI FA LARGO IL SI’ AI REFERENDUM: I DUBBI DELLA PRESTIGIACOMO E LA RIVOLTA DEI GOVERNATORI

Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile

PRESIDENTI DI REGIONE E PEONES, MINISTRI E PARLAMENTARI, FINIANI, SPEZZONI DEL PDL E BASE LEGHISTA….QUELLI CHE   A DESTRA ANDRANNO A VOTARE COMUNQUE

Qualcuno sbandierandolo, i più senza farlo sapere troppo in giro.
Al premier, soprattutto.
Perchè i referendum saranno pure “inutili e privi di conseguenza sul governo”, come tenta di minimizzare Berlusconi per evitare il peggio.
Fatto sta che giorno dopo giorno almeno tre dei quattro quesiti esercitano una certa presa anche dentro la sua coalizione.
E così, la consultazione del 12-13 giugno rischia di mandare all’aria l’unico obiettivo che al Cavaliere sta davvero a cuore: affondare il quorum sul legittimo impedimento.
Crepe si aprono anche dentro il governo.
Non annuncia ancora il suo “sì” contro il nucleare, ma poco ci manca, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo.
“È finita, non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate” incalzava a Montecitorio Tremonti e Bonaiuti il 17 marzo, a margine delle celebrazioni per il 150°, in un confronto che doveva restare riservato ma che è finito poi su tutti i giornali.
La ministra, com’è noto, è in guerra perenne col collega allo Sviluppo, e nuclearista convinto, Paolo Romani.
Ma non è solo per quello che adesso dice di “rispettare la decisione della Cassazione” sul referendum contro l’atomo.
Ancora tre giorni fa, in un’intervista al Mattino, ricordava i “molti presidenti di Regione del centrodestra che si sono pronunciati in maniera netta contro il nucleare”.
Lei stessa rivendica di essersi “battuta perchè il Pdl si pronunciasse per la libertà  di voto”. Mentre resta contraria “fermamente” alla consultazione sull’acqua.
Già , i governatori.
Quello sardo Ugo Cappellacci, per esempio.
Berlusconiano doc, aveva annunciato che per costruire una centrale sull’isola avrebbero dovuto passare sul suo corpo.
A maggio i sardi hanno già  anticipato un loro referendum sul nucleare, bocciandolo col 97%.
“Mi auguro venga replicato il risultato, la nostra contrarietà  va dichiarata in maniera espressa, oggi e per il futuro” dice ora il presidente della Regione.
In prima linea, come lui, i governatori leghisti: Luca Zaia in Veneto e Roberto Cota in Piemonte.
“Figurarsi se ho problemi ad andare a votare per il nucleare – spiega Zaia – . Sono convinto che il 75 per cento degli italiani non condivide questa strategia. Io sono contro il nucleare, contro gli Ogm e per l’acqua pubblica. Chiaro?”.
D’altronde, lo stesso Umberto Bossi ha confessato di trovare “attraente” il quesito contro la liberalizzazione dei servizi idrici.
Suscitando tutto il disappunto che si può immaginare nel presidente del Consiglio.
Il segnale è ormai partito e gli uomini del Carroccio lo hanno subito colto.
Le amministrazioni locali del Lombardo-Veneto schierate per “la tutela dell’acqua bene comune” si sono moltiplicate in pochi giorni.
Il sindaco di Belluno Antonio Prade, ha dato vita al manifesto sui “dieci buoni motivi per votare sì al referendum”.
Qualcuno, come il sindaco di Verona Flavio Tosi, la pensa diversamente, ma il vento che tira è quello.
“L’orientamento lo decide il Senatur, ma la Lega è sempre sensibile ai temi che interessano il territorio”, racconta l’eurodeputato Mario Borghezio, che della pancia del partito esprime sempre umori e tendenze.
Da Nord a Sud, chi lavora sul territorio ha le idee chiare su acqua e nucleare. Giuseppe Castiglione, superberlusconiano presidente dell’Unione delle Province e a capo di quella di Catania, due giorni fa ha riunito duecento amministratori per far quadrato.
E ora spiega: “L’Acqua è pubblica e deve restare tale, piuttosto si affidi la gestione alle Province, e comunque mai centrali nucleari in Sicilia, spazio alle energie rinnovabili”.
E poi in Parlamento.
Tra i pidiellini, Alessandra Mussolini è tra i referendari più convinti.
“Anche se la consultazione dovesse essere politicizzata, e spero non accada, io andrò. In quanto medico, in quanto madre, in quanto politico. L’energia? Vorrà  dire che la compreremo, fosse pure dai cinesi, tanto ormai si compra tutto”.
E come lei il collega Fabio Rampelli, perchè “milioni di elettori di centrodestra sono contro le centrali e per l’acqua pubblica”.
Anche i Responsabili cedono al richiamo.
“Martedì ci riuniamo per decidere, ma io voto su acqua e nucleare” annuncia il capogruppo Luciano Sardelli.
Il loro uomo-simbolo, Domenico Scilipoti, si spinge perfino oltre: “Certamente andrò e mi esprimerò su tutti i quesiti”.
Dunque anche sul legittimo impedimento, perchè “è giusto che gli italiani vadano a votare e esprimano la loro opinione”.
Che poi è la linea decisa ieri sera dall’esecutivo della Destra di Francesco Storace: l’indicazione agli elettori è per il “si” ai due quesiti sull’acqua e a quello sul nucleare.
Una penosa retromarcia del partito dell’autista di Marchio che fino al giorno prima stva coi no.
Ora si limiterà  a difendere il suo datore di lavoro solo sul legittimo impedimento.

Carmelo LoPapa
(da “La Repubblica“)

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DOPO IL KO ELETTORALE, DOMANI VERTICE DECISIVO TRA I PUGILI SUONATI BERLUSCONI E BOSSI: VOTO ANTICIPATO TRA UN ANNO?

Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile

MINISTRI, MANOVRA, ALLEANZE, AFFARI: DOMANI ALLE 12 PRANZO AD ARCORE PRESENTI MARONI, CALDEROLI E IL TROTA PER I VERDI E TREMONTI, ALFANO E BONAIUTI PER GLI AZZURRI… APICELLA POTREBBE INTONARE: “SE STATE INSIEME CI SARA’ UN PERCHE’…”

Domani è il giorno del grande chiarimento.
Berlusconi e la Lega decideranno: 1) se continuare insieme; 2) per quanto tempo ancora; 3) chi sarà  il prossimo candidato premier; 4) se andare a votare nel 2013 o anticipare le urne al 2012.
En passant discuteranno altre questioncine strategiche tipo: allargare o no la maggioranza a Casini, come articolare la manovra da 40 miliardi in 3 anni, quando spostare certi ministeri al Nord (pallino di Bossi che il 19 non vuole presentarsi a mani vuote a Pontida).
L’appuntamento è fissato ad Arcore per mezzogiorno (a Umberto viene fame presto, se il pasto tarda va in crisi di zuccheri).
La delegazione leghista sarà  arricchita da Maroni, da Calderoli e dal «Trota». Della formazione berlusconiana faranno parte Tremonti, forse Bonaiuti, di sicuro la new entry Alfano.
Già , perchè lasciare a casa il neosegretario del Pdl sarebbe stato come non avergli mai conferito quell’incarico.
Qualcuno da Roma ha segnalato il problema al Cavaliere che, immediatamente, ha aggiunto il posto a tavola.
Sul trasferimento dei ministeri l’intesa sarà  rapida.
Anzi, risulta già  pronta e infiocchettata (ci si è speso Calderoli), dunque Pontida è salva.
Poi qualcuno, nel campo leghista, formulerà  a Berlusconi un quesito che già  era stato anticipato all’ambasciatore Letta nei giorni scorsi, e che suona all’incirca così: caro Silvio, abbiamo ben valutato le conseguenze politiche della manovra?
Per il 2012 serviranno 5 miliardi, e Tremonti certo non farà  fatica a trovarli nelle pieghe del bilancio.
Però l’anno dopo bisognerà  che ne saltino fuori una quindicina, di miliardi, tre volte tanto.
E i tagli giocoforza andranno a mordere le carni della gente.
Gli italiani molto si arrabbieranno. Piccolo problema: nel 2013 si vota.
Dare corso alla manovra significa dunque farsi inseguire con i forconi.
C’è da scommettere che Berlusconi a quel punto dirà : alt, mica siamo suicidi, qui Giulio deve stemperare il suo rigore.
Sennonchè Tremonti avrà  facile gioco a obiettare quanto gli va ripetendo in privato: «Sei stato tu, caro Silvio, a firmare con l’Europa l’impegno del pareggio di bilancio entro il 2014. L’hai appena confermato a Van Rompuy… E comunque, il problema non è contrattare la manovra con Bruxelles, così si sbaglia indirizzo. I veri interlocutori sono la Borsa di Londra, Wall Street, i mercati finanziari asiatici che non prendono ordini dalla politica nel valutare la tenuta di un Paese».
Insomma, la manovra «suicida» non può essere schivata. E dunque?
La delegazione leghista (secondo quanto filtra) offrirà  a Berlusconi due strade, scelga lui quale imboccare.
La prima consiste nel giocare d’anticipo: recarsi a votare tra meno di un anno, nella primavera prossima, quando ancora gli effetti della manovra non si saranno fatti sentire.
Certo le prospettive non sono fantastiche, Berlusconi corre il rischio di prendersi la tranvata finale.
E d’altra parte, gli verrà  detto, come si può pensare di condurre una politica di rigore con una maggioranza che poggia sul voto di alcuni Responsabili irrequieti, i quali dopo la lite per il sottogoverno ora si stanno scannando per la poltrona di capogruppo contesa tra Sardelli e Moffa?
Basti dire che, per non correre rischi nella verifica parlamentare prevista nella terza settimana di giugno, la manovra verrà  formalizzata dopo, ai primi di luglio, con l’Europa che dovrà  accontentarsi nel frattempo delle grandi linee… Tutto diverso sarebbe se il centrodestra riabbracciasse Casini (come insiste nel Pdl Scajola, beccandosi però la rispostaccia del centrista Carra: «Prima spieghi come ha comprato la casa»).
Con l’Udc alleato, il centrodestra avrebbe le spalle abbastanza larghe per sperare di vincere nel 2013.
Sennonchè Casini mette come condizione che Silvio si levi di torno.
L’ipotesi sacrilega, secondo la Lega, andrebbe presa in seria considerazione. Berlusconi non dovrebbe lasciare subito; basterebbe che annunciasse solennemente l’intenzione di non candidarsi quando si tornerà  a votare…
Questo è il vero menù di domani a Villa San Martino.
E per quanto abile sia il cuoco Michele, a Berlusconi sembrerà  di inghiottire un rospo.

Ugo Magri
(da “La Stampa“)

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DATI CGIA: OGNI ITALIANO PAGA OLTRE 7.350 EURO L’ANNO DI TASSE

Giugno 3rd, 2011 Riccardo Fucile

SOLA LA FRANCIA STA PEGGIO DI NOI, MA LA SPESA SOCIALE PRO-CAPITE E’ DI 10.776 EURO, MENTRE PER   IL NOSTRO PAESE E’ DI SOLI 8.023 EURO, CON UN “SALDO POSITIVO” DI APPENA 664 EURO A TESTA

Durante la lettura delle “Considerazioni finali”, il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, lo ha chiesto a gran voce: “meno tasse sui lavoratori e sulle imprese italiane”. Una denuncia che trova conferma nei risultati emersi da una analisi elaborata dall’Ufficio studi della CGIA: su ciascun italiano grava un peso tributario annuo (fatto di sole tasse, imposte e tributi)   pari 7.359 € .
In Germania, la quota pro capite ha raggiunto   i 6.919 €.
Tra i principali paesi dell’area Euro, solo la Francia sta peggio di noi.
Ma si tratta di una situazione relativa, perchè   i cugini transalpini versano una media di   7.438 euro di tasse allo Stato, ma vengono “ricompensati” con una spesa sociale pro capite pari a 10.776 euro.
Sempre in termini di spesa sociale, i tedeschi ricevono, invece, 9.171 euro pro capite l’anno, mentre a noi italiani – tra spese per la sanità , l’istruzione e la protezione sociale – si raggiungono appena gli 8.023 euro: vale a dire   2.753 euro in meno della Francia e 1.148 euro in meno della Germania.
Se la nostra attenzione, invece, si sofferma sul saldo, vale a dire sulla differenza pro capite tra quanto riceviamo in termini di spesa e quanto versiamo in termini di tasse, quello francese è positivo e pari a 3.339 €.
Anche il differenziale tedesco registra una valore positivo pari a 2.251 €.
In Italia, invece, segniamo un saldo positivo di “soli” 664 euro pro capite.
Questo, a conti fatti, è il quadro della situazione quando mettiamo a confronto quanto hanno pagato di tasse nel 2009 i cittadini di Italia, Francia e Germania e quanto gli viene ritornato in termini di spesa sociale.
“La situazione è decisamente sconfortante   –   commenta   il segretario della CGIA di Mestre Giuseppe Bortolussi   –   perchè dimostra ancora una volta come pur in presenza di un peso tributario tanto elevato, in Italia non vengano destinate risorse adeguate per la casa, per le famiglie indigenti, per i giovani, per i disabili e per chi vive ai margini della società . E’ evidente a tutti   –   prosegue Bortolussi – che le tasse così elevate nel nostro Paese sono la conseguenza del nostro debito pubblico e della nostra spesa pubblica   ancor oggi eccessiva”.
A chi sostiene che le tasse sono alte per colpa degli evasori fiscali, la risposta di Bortolussi è secca:   “E’ innegabile che il problema dell’evasione fiscale   pesi sull’Italia. Tuttavia, sarebbe necessario intervenire sulle ampie sacche di economia sommersa che interessano una buona parte del Paese, facendo pagare coloro che sono completamente sconosciuti al Fisco”.
Per questo dalla CGIA di Mestre lanciano un appello: “Non ci sono giustizia ed equità  nel continuare a pagare più degli altri, ricevendo in cambio servizi più scadenti in qualità  e quantità .   –   dice ancora Bortolussi   –   Bisogna abbassare le imposte, combattere l’evasione fiscale e tagliare le inefficienze presenti nel Pubblico impiego,   come si sta facendo nei principali Paesi europei”.

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