Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile
HANNO CONTRIBUITO AL QUORUM ANCHE IL 57,6% DEGLI ELETTORI DEL TERZO POLO, IL 39,5% DEI LEGHISTI E IL 25% DI CHI SOLITAMENTE NON VOTA… PERCENTUALI TRA IL 75% E L’80% TRA CHI VOTA A SINISTRA
Gli inviti ad andare al mare rivolti loro da Berlusconi e Bossi non sono bastati, anzi forse sono
pure risultati sgraditi e hanno determinato una reazione opposta.
Secondo una rilevazione fatta da Emg per il TgLa7, il 44,8% degli elettori del Pdl ha deciso di dire la sua sui referendum, così come il 39,5% di quelli della Lega.
Siamo di fronte a un evidente segnale di scontento degli elettori del cemtrodestra, tanto che il legittimo impedimento, il voto più strettamente legato al premier, ha preso gli stessi Sì degli altri quesiti.
Anche il Terzo Polo ha scelto a grande maggioranza, il 57,6%, di esprimersi in coerenza con l’invito di andare a votare espresso da Fini e Casini.
Ovviamente altissima l’affluenza tra gli elettori di sinistra: il 77,5% di quelli del Pd sono andati a votare, insieme all’80,5% di quelli dell’Idv e al 75,2% di Sel.
Ha deciso di andare a votare anche il 66,5% degli indecisi e il 25% di coloro che solitamente non votano mai.
Ha pagato il “voto civico”, composto da coloro che solitamente sono poco inclini a scegliere un partito.
Ma soprattutto nel risultato finale ha influito l’elettorato di centrodestra.
Prendendo in esame l’analisi dell’Istituto Cattaneo, “l’astensionismo aggiuntivo”, ovvero la percentuale di non votanti oltre la normale quota di astensionisti, si è avuto solo in minima parte in Lombardia e Veneto, mentre il successo maggiore si può riscontrare in Liguria, Trentino e Molise.
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Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile
MARONI E ZAIA HANNO CONTRAVVENUTO ALLE INDICAZIONI DEL SENATUR E SONO ANDATI A VOTARE….LA BASE DEL CARROCCIO E’ IN RIVOLTA: IN VIA BELLERIO REGNA IL CAOS E SI BRANCOLA NEL BUIO
Bossi aveva detto che non era proprio il caso, ma Maroni a votare ci è andato.
Lo aveva detto, il leader della Lega, domenica sera, a urne ancora aperte, addirittura violando l’obbligo del silenzio elettorale.
Consapevole che il raggiungimento del quorum avrebbe stampato in faccia al governo quella che Roberto Calderoli ieri ha definito la «seconda sberla», dopo quella delle amministrative.
Ma il ministro dell’Interno ha voluto lo stesso infilare nell’urna le due schede sull’acqua.
Non un gesto isolato dentro il Carroccio: il governatore del Veneto Luca Zaia ha votato e ha detto quattro Sì, intestandosi così almeno una parte della vittoria dei referendari.
Come del resto hanno fatto molti sindaci, a cominciare da quello di Varese Attilio Fontana (al quale il Capo avrebbe telefonato per lamentarsi).
Molti elettori del Carroccio si sono adeguati, come dimostra l’alta affluenza alle urne registrata in zone ad alta intensità leghista.
Soprattutto di questo si parla adesso fra dirigenti e militanti: i quattro referendum hanno segnato la fine del monolitismo nel Carroccio, per la prima volta Bossi non è stato in grado di dettare la linea.
E ieri la sua voce si è fatta sentire.
Momento difficile, e dalle parti del Cerchio magico (al vertice di ieri in via Bellerio erano assenti i due capigruppo Reguzzoni e Bricolo) partono bordate controMaroni e Calderoli: «Fanno gli anti-governativi stando al governo… ».
Già , la linea.
Per ora resta quella dettata ieri sera da Bossi alla Padania, che oggi titola: «Sberle e coraggio».
Le sberle di cui parla Calderoli, e il coraggio evocato da Maroni contro Tremonti.
Con un corollario: a differenza del Pdl, la Lega non sottovaluta affatto la portata–negativa per il governo – di questi referendum.
Ma per il resto, quando mancano solo cinque giorni al raduno di Pontida, si brancola nel buio.
Ancora non si capisce quale sia il «forte messaggio» che il Senatur dovrebbe consegnare al suo popolo dal palco allestito sullo storico pratone, per convincere Berlusconi (e Tremonti) che per andare avanti il governo deve dare segnali precisi su tasse e immigrazione.
Chissà se basterà a una base molto irrequieta, come insiste un senatore, chiedere al governo di allentare la tenaglia del patto di stabilità , per consentire ai Comuni virtuosi almeno di investire quel che hanno accantonato.
Sarà un caso, ma per la prima volta i manifesti che convocano il raduno di Pontida, non hanno alcun titolo.
La linea, per così dire, l’ha dettata ieri Calderoli dopo il vertice in via Bellerio con Bossi, Maroni e Cota: non possiamo abituarci alle sberle.
Punto.
L’impressione, ad ascoltare quel che bolle nel pentolone del “movimento” è che si brancoli nel buio.
E che neppure Bossi, al momento sia in grado uscire da una situazione di stallo con un colpo di reni.
L’ala maroniana è in forte fibrillazione, quasi sul piede di guerra.
«O si fanno subito le grandi riforme, osi stacca la spina», conferma un colonnello vicinissimo a Bobo.
Da Verona, il sindaco Flavio Tosi (maroniano pure lui, ma si è guardato bene dall’andare a votare) dice che «bisogna tornare a parlare dei temi che stanno a cuore alla gente, altro che toghe rosse».
E attribuisce le colpe della «sberla» tutte a Berlusconi, perchè «una buona fetta di elettorato ha voluto esprimere un forte dissenso nei confronti del premier».
Lo hanno fatto gli elettori, lo deve fare la Lega.
E da Treviso, il pro-sindaco Gian Carlo Gentilini rincara la dose: «Con i referendum i cittadini, non il Parlamento, hanno sfiduciato il governo; Berlusconi deve farsi da parte, lo devono capire anche i soloni del Pdl».
Sala Rodolfo
(da “La Repubblica“)
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Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile
IL SENATUR TENTATO: CRISI DI GOVERNO A OTTOBRE PER NON PERDERE IL CONTROLLO DEL PARTITO … IL PREMIER CERCHERA’ DI GIOCARSI L’ULTIMA CARTA: QUELLA DELLA RIFORMA FISCALE, MA POTREBBE NON BASTARE
E’ depresso per questa ennesima sconfitta, preoccupato per l’ultimo sondaggio riservato che ha proiettato ieri il Pd come primo partito davanti al Pdl.
Il Cavaliere ieri ha provato a depotenziare il risultato del referendum inserendolo nel vento degli “indignados” che spira nel Continente.
«È un voto di protesta che c’è in tutta Europa – ha commentato con i ministri presenti al pranzo con gli israeliani a villa Madama – era inevitabile, prima o poi, che arrivasse anche da noi. Ma per il governo non cambia nulla».
Se questa è la linea ufficiale, dietro le quinte la preoccupazione per la tenuta della Lega è invece diventata un’ossessione.
Non è tanto il comportamento di Umberto Bossi a far tremare il premier, quanto «l’anarchia» che sembra regnare a via Bellerio.
«Se c’è qualcuno che ha perso i referendum– spiegano nel Pdl – quello sicuramente è Bossi, molto più di Berlusconi. E stato lui a invitare a non andare a votare, mentre il premier si è limitato a dire che lui non sarebbe andato, lasciando a tutti libertà di scelta».
Insomma, non è dal Senatur che Berlusconi si aspetta sorprese.
E semmai la «guerra dei colonnelli» a fargli vivere con ansia la vigilia di Pontida e, soprattutto, la verifica parlamentare che inizierà il 21 giugno al Senato (e il giorno successivo alla Camera).
E non l’hanno certo rassicurato le notizie che gli sono state riferite ieri da Montecitorio, dove la maggioranza è stata costretta a rinviare a stamattina il voto sul decreto sviluppo.
«La Lega sta facendo strani giochi al rialzo–commenta un uomo del govemo incaricato di seguire la partita – e per questo siamo costretti a mettere la fiducia».
E’ da qualche settimana che il Cavaliere sta seguendo con particolare attenzione quanto sta accadendo nel Carroccio.
Gli vengono riferiti movimenti in corso, posizionamenti strategici degli uomini di punta della Lega – da Maroni a Calderoli, da Zaia a Cota– in vista di un clamoroso cambio di linea.
Da attuarsi magari non ora ma ad ottobre, con una crisi di governo.
Una tentazione che ora sta valutando anche il Senatur.
«Bossi non tiene più i suoi – è il passa parola tra gli uomini più vicini al Cavaliere–e dobbiamo aspettarci di tutto. Ormai non si fanno più problemi a contraddirlo pubblicamente, come dimostra proprio la vicenda dei referendum».
Da Pontida, la prossima settimana, inizierà il progressivo allontanamento del Carroccio da Berlusconi, fino al definitivo sbullonamento dell’asse del Nord che ha retto per questi anni la maggioranza.
Il fatto che Roberto Maroni abbia esplicitamente escluso un sostegno della Lega a un governo tecnico o di unità nazionale non viene considerato sufficiente a palazzo Grazioli per allontanare il sospetto di un nuovo «ribaltone».
Anche perchè, se davvero in autunno ci fosse una crisi di governo, Napolitano farebbe tutto quanto è in suo potere per evitare che il paese resti senza guida in un momento così difficile: con la Finanziaria alle porte.
Anche i Responsabili, aggrappati a questa legislatura come i naufraghi a un salvagente, non farebbero responsabilmente mancare il loro appoggio a un governo guidato da un tecnico o dal ministro dell’Economia.
«Vedrete – prometteva ieri Berlusconi – il 22 ci saranno sorprese. Arriveranno altri a sostegno della maggioranza».
Ma anche tra i Responsabili l’insofferenza verso il governo è crescente e lo dimostra l’assenza prolungata ieri di un loro esponente (Antonio Milio) in commissione Bilancio alla Camera dove si votava sul decreto sviluppo.
Il premier, per uscire dall’angolo, è ora deciso ad accelerare al massimo sulla riforma fiscale. L’ultima carta a sua disposizione.
Indispettito per la “melina» del ministro dell’Economia, Berlusconi è determinato a farsi consegnare le bozze della riforma in tempo per il dibattito parlamentare del 22 giugno.
Così da poterla annunciare in aula nei dettagli e placare in questo modo il malcontento della maggioranza.
Anche sull’aspetto della comunicazione il capo del governo cambierà registro. E la nota di ieri a commento dei referendum, così diplomatica nei toni, viene segnalato da palazzo Chigi come il primo, tangibile, segno di un cambio di passo.
L’altro fronte che si è aperto ieri con il voto sul referendum è quello della giustizia. Berlusconi ha infatti già perso a Milano il primo plebiscito contro i magistrati, ma ieri è arrivata la sanzione finale degli italiani.
Quel 57% di elettori che si sono espressi bocciando il legittimo impedimento costituiscono, di fatto, una sconfitta delle leggi ad personam e un via libera politico alle procure.
Il timore del Cavaliere è che ora tutti i pm riprendano con rinnovata lena a dargli addosso, sentendosi le spalle coperte dal voto referendario.
Ad ottobre potrebbe arrivare la sentenza sul processo Mills.
A quel punto l’ala di lotta del Carroccio avrebbe una ragione in più per togliere il sostegno al Cavaliere.
Bei Francesco
(da “La Repubblica“)
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Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile
IL MIRACOLO ITALIANO: IL VENTO DI CAMBIAMENTO HA SPINTO I REFERENDUM FINO ALLA VITTORIA… SCONFITTA LA VECCHIA POLITICA INCAPACE DI INTERPRETARE LA VOLONTA’ POPOLARE… NON HA PREVALSO LA SINISTRA: DA DESTRA UNA VALANGA DETERMINANTE DI SI’
E’ stata una vittoria del popolo italiano, senza distinzioni tra destra e sinistra: si è affermato innanzi tutto il diritto dei cittadino a poter decidere del proprio futuro senza delegare sempre e comunque i capibastone.
Dopo avergli imposto persino le liste bloccate, l’italiano alla prima occasione ha voluto ricordare alla nostra classe politica che la legittimazione del parlamento viene dal popolo.
Ne ha tratto giovamento chi ha saputo interpretare il vento di cambiamento in atto nel Paese, nelle giovani generazioni, nei disamorati dalla politica che chiedono una svolta.
Una contrapposizione ormai plastica tra i “vecchi dentro”, dove il cerone non riesce più a nascondere le maschere dell teatrino dei vecchi riti della politica, le cene del lunedi ad Arcore, le riunioni a palazzo Grazioli, i vertici in via Bellerio dei famelici colonnelli del Senatur, la cacciate dalla Rai dei personaggi scomodi, la corruzione, la crisi, la mancanza di rispetto dellei istituzioni e dall’altro lato le preoccupazioni delle famiglie, i giovani alla ricerca di un lavoro, lo sfruttamento dei precari, il desiderio di un mondo più giusto, un modello di sviluppo dove venga fatto funzionare “il pubblico”, la vera unica alternativa alla svendita dei servizi al privato.
In due giorni questa Italia è scesa simbolicamente in piazza, senza bisogno dei tumulti che avvengono al di là del Mediterraneo, e ha mandato l’avviso di sfratto alla coalizione affaristica-razzista che guida l’Italia.
In tempi normali nessuno avrebbe mai ipotizzato che quattro referendum avrebbero visto la partecipazione di massa di quasi il 60% degli italiani.
Compresi cittadini che non votavano da anni per il disgusto.
Una percentuale talmente ampia e imprevedebile che non è attribuibile alle sole forze di sinistra: sono stati tanti coloro che a destra hanno espresso e propagandato quattro Si, come abbiamo fatto noi, facendo capire che una destra diversa è possibile anche nel nostro Paese.
E che se una volta “non si poteva morire democristiani” ora è giusto battersi per non morire berlusconiani o leghisti.
Ora che la becerodestra, insensibile persino ai temi ambientali oltre a quelli della solidarietà umana e dei diritti sociali, ha ricevuto l’avviso di sfratto, occorre far nascere una nuova destra, attenta ai cambiamenti in atto nella società italiana.
Fuori dagli steccati e dagli stereotipi, attraverso un confronto a tutto campo che rivaluti concetti quali legalità , abolizione dei privilegi della casta, legge uguale per tutti, meritocrazia, solidarietà , tutela dell’ambiente e qualità della vita, fisco giusto, risorse per la scuola pubblica e per la sicurezza, servizi pubblici efficienti, lotta alla corruzione nella Pubblica Amministrazione.
Non ha importanza quando questa destra sociale riuscirà a governare l’Italia, è essenziale incamminarsi verso la meta.
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Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile
LA RICHIESTA DI TRASFERIMENTO DI DUE MINISTERI AL NORD E’ STATA GIUDICATA DALLA BASE COME UN BLUFF STERILE…BOSSI CHIEDEVA L’ASTENSIONISMO SUI REFERENDUM, MA I SUOI ELETTORI SONO ANDATI A VOTARE…E SULLA RIDUZIONE DELLE TASSE ORA RISCHIA DI ENTRARE IN ROTTA DI COLLISIONE CON IL FIDO TREMONTI
La tentazione del Senatur in queste ore è quella di presentarsi dimissionario sul prato di
Pontida per chiedere ai leghisti se vogliono che sia ancora lui a guidare la rivolta contro Roma Ladrona.
Ci sta ancora pensando e deciderà solo all’ultimo minuto: quello che è certo è che Bossi è seriamente preoccupato.
Aveva invitato i suoi elettori a disertare le urne referendarie e quelli, per tutta risposta, ci sono invece andati: i dati del nord sono impietosi a tal riguardo.
Come è servito a poco annunciare il trasferimento di alcuni uffici dei dicasteri al nord. Anzi ha suscitato una reazione opposta, visto che i ministeri sono sempre stati considerati un simbolo della burocrazia centralista.
Ma pare che sull’apputamento di Pontida si stia muovendo altro: assieme alle bandiere di Alberto da Giussano vengono preannunciate dal tam tam della base anche capannelli di contestatori.
Una svolta senza precedenti.
Piccoli imprenditori, «vittime» delle ganasce fiscali, coltivatori in guerra sulle quote latte, insomma il ventre in subbuglio del loro elettorato.
Intenzionato ora a cantarle chiare ai vertici, per nulla soddisfatti del rigorismo fiscale imboccato dal governo del quale «l’Umberto» è colonna portante.
Per non dire dell’«invasione» di immigrati dal Nordafrica.
Mine da disinnescare subito.
Tutto ad ogni modo sembra ruotare attorno ai conti di una cassa che langue e sulla quale sia Berlusconi che Bossi ormai hanno puntato le loro mine.
Tremonti non è disposto ad aprirla.
Il Senatur coi suoi insiste su un punto: «Se si fa una manovra da 45 miliardi, allora occorre una compensazione adeguata, la manovra correttiva e la riforma fiscale andranno fatte insieme. Berlusconi non può venire a dirci “taglio di qua, taglio di là “». E stop alle sforbiciate su comuni e imprese già tartassati.
Perchè, ne è convinto Maroni, «non si potranno più chiedere sacrifici senza aiutare la crescita».
Ma il pallino, ancora una volta, è nelle mani di Tremonti.
E Bossi per la prima volta appare come un leader elettoralmente perdente: colui a cui tutta la classe dirigente leghista riconosceva “fiuto politico” non comune, non ne sta azzeccando più una.
E qualcuno nella Lega comincia a smarcarsi e a giocare in proprio.
Non a caso due alleati da sempre come Maroni e Tremonti non si lesinano critiche, mentre Zaia e molti altri dirigenti non hanno avuto remore a indicare più di un Sì ai quesiti referendari, in aperto contrasto con via Bellerio.
Messo sotto pressione, il Cerchio amgico sembra perdere colpi e Bossi stesso appare indeciso e frastornato.
Forse anche per questo non presenterà le sue dimissioni formali dal palco di Pontida: teme che non ci sarebbe un plebiscito per la sua conferma.
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Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile
TREMONTI NON LE MANDA A DIRE A MARONI: “HO LE IDEE CHIARE SULLA RIFORMA, CI SONO COSE IN CUI DIMOSTRI PIU’ CORAGGIO SE LE DICI CHE SE LE TACI”… “VOLETE LA RIFORMA? TROVATEMI 80 MILIARDI”
“Alla fine ho avuto il coraggio di venire qua, dipende da voi, lo capirò dopo se ho fatto fatto bene o male”.
Lo ha affermato il ministro dell’Economia dal palco della festa nazionale della Cisl di Levico Terme. “Non sono tormentato e dirò tutto quello che penso – ha proseguito – ci sono cose in cui dimostri più coraggio se le dici rispetto a se le taci”.
“Ieri ho avuto l’imprudenza di usare il termine prudenza – ha aggiunto – era riferito al mondo, si vede che oggi non bisogna più usarlo”.
Il ministro ha poi detto che “la speculazione è causa di instabilità , o si dà una vera regolata alla finanza, cosa che non c’è stata, o si inventa un nuovo driver di crescita”.
“Ci manca un driver così – è la sua idea – manca al mondo Occidentale e se manca al mondo occidentale manca al mondo”.
E sulla riforma il ministro Tremonti ha detto di avere “le idee chiare”.
Prima del 18 giugno, ha spiegato, “rendiamo pubblici i lavori dei tavoli di studio”.
“Voglio fare la riforma fiscale, ho le idee assolutamente chiare, da almeno un anno”, ha affermato.
“Ne ho una ottima – ha continuato Tremonti – non è un problema di posizione personale, il problema è dove trovare i meccanismi finanziari. Potrei dire: datemi 80 mld ma è una cifra forse eccessiva”.
“Io ho le idee assolutamente chiare su cosa è giusto per il fisco – ha spiegato ancora il ministro – su quali aliquota applicare ma non si può andare al bar e dire ‘da bere per tutti’, e poi chi paga? Voi. Io sono tentato di dire, vi faccio la riforma e voi mi trovate 80 miliardi”.
Tremonti ha ripreso e risposto così all’affermazione del ministro dell’Interno Roberto Maroni che a margine della festa della Cisl a Levico Terme (Tn) aveva detto: “Per il ministro dell’Economia serve la prudenza, è giusto, ma in questi momenti credo che serva più il coraggio che la prudenza, il coraggio di mettere in campo una riforma significativa, il coraggio di sfidare la congiuntura, il coraggio di un gesto importante atteso”.
“Noi – ha proseguito il ministro – dobbiamo impegnarci a prendere l’impegno per portarla a compimento entro la fine della legislatura”.
Il ministro ha aggiunto che la riforma fiscale deve essere “contemporanea alla manovra ed essere una riforma fiscale vera. Non solo una cosa buttata lì per coprire la manovra. Se chiediamo sacrifici agli italiani dobbiamo far capire loro che servono per evitare la bancarotta, ma dare anche una prospettiva. E’ un impegno del programma di governo”.
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Giugno 11th, 2011 Riccardo Fucile
HA ANNUNCIATO CHE SI ASTERRA’ SUI QUATTRO REFERENDUM, MA LA SCELTA RISCHIA DI DIVENTARE UN BOOMERANG DOPO LA SCONFITTA ALLE AMMINISTRATIVE
«Ho sbagliato. Mi è sfuggito, ma non riusciranno a darmi la spallata».
Berlusconi si è pentito di avere detto che non andrà a votare per i referendum.
Gli era stato consigliato di non pronunciarsi, di non attirare l’attenzione. Dopo la batosta delle amministrative gli «strateghi» del Pdl hanno capito che le parole del Cavaliere mobilitano, eccome se mobilitano di questi tempi, nel senso che tutti quelli che sentono l’odore del sangue (quello del premier) o che più semplicemente vogliono voltare pagina politica si precipitano a votare.
«Morditi la lingua», gli avevano detto in coro stereofonico Letta, Alfano, Verdini, Cicchitto. Invece il premier spontaneo non ce l’ha fatta.
Ha inanellato involontariamente una serie di spot pro-referendum.
Qualche giorno fa aveva detto che queste consultazioni sono «inutili e dannose». E a qualcuno dalla memoria robusta era venuto in mente quando Craxi disse, nel 1991, che quello sulla preferenza unica voluto da Mario Segni era «il più inutile fra i referendum». Memorabile il consiglio del leader socialista ai cittadini di andare al mare: venne giù il diluvio politico, si recarono a votare 27 milioni di elettori, pari al 62 per cento.
Adesso i promotori del referendum del 12-13 giugno non sperano tanto, anche se sono convinti di essere vicinissimi alla fatidica soglia del 50 per cento più uno, sfatando la maledizione che dal ’95 vede fallire tutte le consultazioni referendarie.
Cosa accadrà è ancora tutto da vedere, ma anche Berlusconi ha dei sondaggi con percentuali vicine al quorum.
Però fa sapere di essere «tranquillo»: «Se questa sciagura del quorum dovesse accadere andremo avanti».
Ma potrà farlo come se nulla fosse? Non ha gradito le recenti esternazioni del Capo dello Stato sul dovere di andare a votare che spingono gli italiani verso le urne.
Come se non bastasse, anche le parole del Papa Benedetto XVI sul rispetto dell’ambiente e i pericoli del nucleare hanno lo stesso effetto spingi-quorum nell’elettorato cattolico.
L’onda antiberlusconiana potrebbe diventare alta e il rischio di un «effetto Craxi» ha messo in serio allarme la war room del premier.
Per questo lo stesso Cavaliere ha riconosciuto di avere sbagliato, di essersi fatto scappare quel «non vado a votare, è un diritto dei cittadini non recarsi alle urne».
Come del resto ha detto Bossi, l’altro leader della maggioranza il cui destino è sempre legato a quello di Berlusconi.
La vittoria del sì sarebbe la sconfessione di alcuni punti cardine del programma dell’esecutivo su giustizia, ambiente ed energia.
Punti che sono altrettanti provvedimenti governativi che Berlusconi, con il suo invito ad astenersi, non difende nelle urne.
Fallire il quorum invece sarebbe per il centrodestra una boccata d’ossigeno non indifferente alla vigilia della verifica parlamentare del 22 giugno.
Sarebbe un analgesico sulle ferite delle amministrative.
Così, dopo l’errore del premier, gli «strateghi» del Pdl ieri hanno cercato di tamponare la falla. Si era pensato a una raffica di dichiarazioni dei big del Pdl e del governo per raddrizzare la gaffe del premier.
Ma si è preferito tenere un profilo più basso per evitare di moltiplicare l’effetto spot contrario. Meglio dire che tutte le scelte – voto, non voto, astensione – sono legittime.
E ribadire, come hanno fatto il capogruppo Cicchitto e la vice portavoce Bernini, che comunque vada a finire il governo non è in discussione.
E’ esattamente quello che ieri Berlusconi ha voluto che filtrasse da Palazzo Chigi: mostrare tranquillità , dire che non ci saranno spallate al suo governo.
Piuttosto, la maggioranza deve concentrarsi sulla verifica parlamentare voluta da Napolitano dopo il minirimpasto.
E’ questa magari la preoccupazione maggiore, dicono i berlusconiani, perchè il pallottoliere traballa dopo la mini-scissione di Miccichè e le permanenti fibrillazioni dei Responsabili. Elezioni alle viste nel 2012?
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)
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Giugno 11th, 2011 Riccardo Fucile
SULLE TASSE TREMONTI SMENTISCE BERLUSCONI E FRENA SULLA RIDUZIONE DELLE TASSE: “NON SI PUO’ FARE CREANDO DEFICIT”… L’EUROPA CHIEDE IL PAREGGIO DI BILANCIO ENTRO TRE ANNI, ALTRO CHE LE PALLE CHE SILVIO E UMBERTO VOGLIONO FAR CREDERE AGLI ITALIANI
La nuova legge si farà , e sarà come vuole l’Europa: servono 7 miliardi per il 2011 e il 2012,
poi ci sono altri 40 miliardi da annunciare ora e recuperare entro il 2014
Ma quanto è grande la manovra che il governo si prepara ad annunciare prima dell’estate? Alla fine 47 miliardi.
Pur senza fare cifre, il ministro del Tesoro Giulio Tremonti aveva fatto intendere che si trattava di 7-8 miliardi.
Ma l’Europa, cioè la Commissione e il consiglio europeo, si aspettano l’annuncio di un risanamento drastico da 40 miliardi che porti al pareggio di bilancio nel 2014.
Poi arriva Silvio Berlusconi, giovedì, e annuncia una “manovra da 3” miliardi. Mentre la nebbia dei numeri diventa più fitta, il governo annuncia pure la riforma fiscale che rende il quadro ancora più incerto perchè — se davvero si andrà ad alzare l’Iva per ridurre le aliquote più basse dell’Irpef — nessuno può sapere davvero quale sarà il gettito dopo i cambiamenti.
Ma almeno sui soldi che bisogna trovare, qualche punto fermo si può già mettere.
La premessa è questa: servono 40 miliardi di tagli (tagli veri, non basta ridurre un po’ gli aumenti di spesa già previsti) per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014, un obiettivo imposto dall’Europa che il governo ha già recepito nell’ultimo documento ufficiale di politica economica (il Def).
Come richiesto dalla Commissione Ue e sollecitato dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, bisogna cominciare subito a spiegare come si troveranno questi 40 miliardi, visto che tagliare la spesa corrente di 10-12 miliardi all’anno per tre anni non è cosa politicamente facile, ed è bene attrezzarsi per tempo.
A questo risanamento colossale, uno dei più pesanti della storia repubblicana, si aggiungono spese impreviste per 7 miliardi: 2,5 nel 2011 e altri 4,5 nel 2012.
Quando Berlusconi parla di “3 miliardi” si riferisce ai soldi che mancano nell’anno in corso, un piccolo buco dovuto soprattutto alla campagna di Libia, tra missioni militari e interventi umanitari per la gestione della crisi.
Ancora venti giorni fa Tremonti assicurava che nel 2011 “non ci sarà alcuna manovra correttiva”.
Adesso a palazzo Chigi preferiscono chiamarla “manovra di manutenzione”, ma il concetto è praticamente lo stesso: si tratta di un intervento sull’anno in corso, che non c’entra con la maxi-manovra da 40 miliardi.
Riassumendo: le rassicurazioni di Berlusconi rassicurano poco, perchè la manovra per arrivare al pareggio di bilancio ci sarà , come si aspettano i mercati e l’Europa, ma oltre ai 40 miliardi bisogna trovarne altri 7.
Totale: 47 miliardi di euro.
Lo ha ribadito anche il numero due della Banca d’Italia, il direttore generale Fabrizio Saccomanni, ieri: serve “l’adozione di misure correttive nell’ordine di 2,3 punti percentuali di Pil”.
Cioè circa 40 miliardi.
Il ministro Tremonti ha ben chiara la situazione e da settimane cerca di spiegare a Berlusconi che la priorità non può essere ridurre le tasse.
Prima di fare promesse bisogna farsi venire idee su dove trovare le decine di miliardi di euro da recuperare.
La ricetta suggerita da Draghi è il ritorno al metodo che usava Tommaso Padoa-Schioppa, predecessore di Tremonti: spulciare il bilancio voce per voce e tagliare le spese non indispensabili.
Tremonti ha seguito finora quella che considerava l’unica strada politicamente percorribile: i tagli lineari, riduzioni in percentuale delle dotazioni ai ministeri e agli enti locali, lasciando loro il compito di decidere cosa fosse meritevole di essere finanziato e cosa no.
Come succede sempre in questi casi, iniziano a circolare diverse proposte non ufficiali, anche per sondare il terreno e prevedere da dove arriveranno le reazioni più dure.
Si parla, per esempio, di alzare l’età per la pensione di vecchiaia a 65 anni anche nel privato, una misura che garantirebbe un risparmio permanente (come è stato per l’aumento dell’età pensionabile degli statali).
Per i dipendenti della pubblica amministrazione rischia di arrivare un ulteriore congelamento degli stipendi, provvedimento abbastanza condiviso da molti economisti che notano come i salari pubblici siano cresciuti molto più di quelli privati negli anni scorsi e un certo riequilibrio sia inevitabile.
Difficile che si possa evitare un’ulteriore riduzione dei trasferimenti agli enti locali, nonostante fosse questa una delle parti principali della manovra dello scorso anno (25 miliardi).
C’è poi sempre la possibilità che l’eventuale riforma fiscale (per ora si parla di una legge delega, che implica tempi molto lunghi) non sarà a somma zero, ma abbia il vero scopo di aumentare il gettito, pagato soprattutto dai contribuenti a basso reddito, tramite l’aumento dell’Iva su molti beni di consumo che ora sono tassati meno del 20 per cento standard.
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Giugno 10th, 2011 Riccardo Fucile
SONO MOLTI I MINISTRI CHE SI ASTENGONO: BOSSI, GALAN, BRUNETTA E GIOVANARDI LO HANNO UFFICIALIZZATO…FINI E NAPOLITANO ANDRANNO A VOTARE
Chi invita a votare, chi non ci va mai «per principio», chi lascia libertà di scelta. A due giorni
dall’ apertura delle urne dei referendum sull’acqua, il nucleare e il legittimo impedimento, si moltiplicano le dichiarazioni eccellenti in difesa di una o dell’altra posizione, o del diritto di non andare a esprimersi.
«Da quel che mi risulta Bossi non andrà a votare», fa sapere il capogruppo alla Camera della Lega, Marco Reguzzoni, nonostante nei giorni scorsi il leader del Carroccio avesse definito «attraenti» i quesiti sull’ acqua.
Nella Lega, come nel Pdl, la parola d’ordine è libertà di scelta.
Come il Senatùr, si asterranno vari esponenti del governo: da Gianfranco Rotondi a Renato Brunetta, da Giancarlo Galan a Carlo Giovanardi.
E una dichiarazione di non voto arriva anche dall’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni: «Non voto mai a nessun referendum per principio, perchè quello abrogativo lo trovo una follia».
Contro chi, tra gli eletti, invita a non votare, si scaglia Beppe Grillo: «E’ inammissibile che chi ricopre una carica pubblica inviti la gente a non andare a votare, andrebbe denunciato».
Tra chi invece di sicuro andrà ai seggi, c’è il presidente della Camera Fini, che sottolinea di aver apprezzato il capo dello Stato Napolitano «in particolare quando ha detto che andrà a votare ai prossimi referendum».
Gli inviti al voto arrivano dagli ambienti più disparati: dall’arcivescovo di Chieti, Bruno Forte («l’acqua è di tutti e deve essere per tutti») al sindacato di destra Ugl, che invita a dare due sì sull’acqua e sul resto libertà di scelta, fino alla strana coppia Bonelli dei Verdi e Rampelli del Pdl, ieri in conferenza stampa congiunta per chiedere un «sì» al quesito sull’atomo.
Ma mentre le tifoserie sfruttano gli ultimi giorni utili per convincere gli elettori, ecco che si affaccia un problema non di poco conto sul voto degli italiani all’ estero.
Sulla validità dei voti già espressi sul vecchio quesito «ogni decisione è riservata agli uffici competenti per legge».
Una notizia che suscita subito agitazione: il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, presenterà alla Cassazione un’istanza perchè i connazionali fuori dai confini non vengano conteggiati nel calcolo del quorum finale, «non vorremmo che finissero cornuti e mazziati: non hanno potuto esprimersi e rischiano anche di essere decisivi per l’affossamento del referendum».
Dal Pd ricordano che il Viminale deve «trasmettere i dati sulla partecipazione e sullo scrutinio», mentre il radicale Staderini avanza dubbi «sulla regolarità del voto degli italiani all’estero per tutti e quattro i referendum».
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