Destra di Popolo.net

GASPARRI VUOLE L’ARRESTO PREVENTIVO PER GLI STUDENTI: NECESSITA UN TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO

Dicembre 19th, 2010 Riccardo Fucile

IL CAPORALE DI GIORNATA, DEGRADATO A SERVO DEL SULTANO, SI SUPERA NELL’ACCATTONAGGIO MOLESTO: “OCCORRE SALVARE L’ITALIA DALLA STAGIONE DI TERRORE, BISOGNA ARRESTARE I CAPI COME NEL 1979″… IL PROBLEMA DI UNA GENERAZIONE SENZA FUTURO PER LUI SI RISOLVE CON LE RETATE DEI GIOVANI CHE MANIFESTANO IL LORO DISSENSO… SI FACCIA RICOVERARE CON URGENZA, NON SI RICORDA PIU’ DI QUANDO PARTECIPAVA AI CORTEI ANCHE LUI

“Invece delle sciocchezze che vanno dicendo i vari Cascini e Palamara, qui ci vuole un sette aprile. Mi riferisco a quel giorno del 1978 in cui furono arrestati tanti capi dell’estrema sinistra collusi con il terrorismo”.
Così il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, in merito alle polemiche seguìte alla scarcerazione dei ragazzi fermati lo scorso 14 dicembre durante gli scontri a Roma.
Il 7 aprile del 1979 (e non 1978, come erroneamente ricorda Gasparri, ma è normale per lui confondersi) fu il giorno in cui, con un’enorme retata, le forze dell’ordine arrestarono diverse persone, prevalentemente legate a Autonomia operaia, accusate a vario titolo di appartenere alle frange dell’eversione.
Fra gli arrestati c’era anche Toni Negri, accusato di essere il capo delle Brigate rosse.
“Qui – osserva Gasparri – serve una vasta e decisa azione preventiva. Si sa chi c’è dietro la violenza scoppiata a Roma. Tutti i centri sociali i cui nomi sono ben noti città  per città . La sinistra, per coprire i violenti, ha mentito parlando di infiltrati. Bugie. Per non far vivere all’Italia nuove stagioni di terrore occorre agire con immediatezza. Chi protesta in modo pacifico e democratico – conclude Gasparri – va diviso dai vasti gruppi di violenti criminali che costellano l’area della sinistra. Solo un deciso intervento può difendere l’Italia”.
Venerdì l’Associazione nazionale magistrati aveva espresso preoccupazione per l’invio di ispettori da parte del ministro Alfano che ha chiesto accertamenti sulla scarcerazione dei 22 manifestanti arrestati.
«Siamo di fronte a un’indebita interferenza nello svolgimento dell’attività  giudiziaria che rischia di pregiudicare il regolare accertamento dei fatti e delle responsabilità  dei singoli – avevano scritto in una nota Luca Palamara e Giuseppe Cascini -. La nostra condanna degli episodi di violenza è ferma e netta e l’Anm esprime solidarietà  agli appartenenti alle forze dell’ordine che sono rimasti feriti nello svolgimento delle loro funzioni. Ma abbiamo il dovere di ricordare che alla magistratura è affidato il delicatissimo compito di accertare responsabilità  individuali, di verificare la fondatezza delle accuse e di valutare la sussistenza dei presupposti per l’applicazione di misure cautelari»
Premesso che il diritto di manifestare è sancito dall Costituzione e che, in caso di disordini, la responsabilità  è sempre individuale in merito agli eventuali reati commessi, Gasparri forse ormai si sente in pieno regime militare.
Non a caso era un “colonnello” (di quelli dei film con Alvaro Vitali), ora che è stato degradato a caporale di giornata per tradimento e cambio di campo, ogni giorno deve giustificare la sua presenza con manifestazioni di accattonaggio molesto per ingraziarsi il suo nuovo padrone.
Pensare che da “giovane vecchio” aveva partecipato a decine di manifestazioni anche non autorizzate: ora vuole mettere in galera ragazzi che sarbbero stati suoi coetanei allora.
Non ranmmenta che esiste la legge ordinaria per punire chi commette reati e, grazie alle forze dell’ordine e alla magistratura, quando i soggetti vengono individuati ne pagano le conseguenze, senza bisogno di leggi speciali da Komintern.
Ma, senza conoscere i fatti, invocare l’arresto preventivo di chi gli sta antipatico, dimostra solo che certi squilibri psicologici necessitano di un tratttamento sanitario, obbligatorio o meno veda lui.
Più che arrestare gli studenti che lottano, a torto o ragione non spetta a lui o a noi stabilirlo, per garantirsi un futuro, sarebbe necessario “arrestare” e “fermare” quella deriva e quella pletora impiegatizia di cortigiani reazionari che ha gli occhi foderati di prosciutto.
E che non vede la disperazione di una intera generazione senza futuro, senza valori, punti di riferimento, certezze: dove solo la precarietà  la fa da padrone, impossibilitati a costrursi una famiglia e anche solo a sognare una società  diversa.
Il problema lo si risolve con la galera e le sprangate?
La disoccupazione giovanile che colpisce un ragazzo su quattro lo affrontiamo coi lacrimogeni e le cariche della polizia?
Ogni tensione sociale o protesta in Italia è solo un problema di ordine pubblico?
I giovani sono solo un ostacolo per gente nata vecchia dentro, capace solo di parlare di meritocrazia senza capire che questa si costruisce garantendo a tutti uguali punti di partenza?
I caporali che danno in escandescenze, urlando “basta coi bordelli, vogliamo i colonnelli”, di danni alla destra ne hanno già  fatti fin troppi.
Si tolgano dai coglioni.

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ANNI ‘70: IL GIOVANE LA RUSSA E IL CORTEO IN CUI MORÌ L’AGENTE MARINO TRA MANDANTI, PAROLAI E DELATORI

Dicembre 18th, 2010 Riccardo Fucile

NELLE ANALISI ODIERNE DI MOLTI MEDIA SI TENDE SOLO A EVIDENZIARE CHE, IN PASSATO, LA RUSSA NON EBBE SEMPRE LO STESSO SENSO DELLA LEGALITA’ CHE GIOVEDI’ PRETENDEVA DALLO STUDENTE… IL SUO RUOLO NELLA MANIFESTAZIONE DEL 12 APRILE 1973 E LA TESTIMONIANZA DI STAITI: LA RUSSA VIVEVA DELLA LUCE RIFLESSA DEL PADRE… LA FEDERAZIONE DI MILANO FU CONSIDERATA UN COVO DI DELATORI E MOLTI GIOVANI ABBANDONARONO L’MSI

Oggi molti quotidiani ricordano quella data “storica” per l’estrema destra italiana: il 12 aprile 1973.
La rammentano in seguito alla esibizione da macchietta del ministro Ignazio La Russa ad “Anno Zero”, durante la quale ha verbalmente aggredito e insultato uno studente, reo di aver partecipato al corteo romano sfociato nei noti disordini.
Se fosse stata necessario mandare via etere una caricatura disgustosa di un “fascista da operetta”, meglio non si sarebbe potuto trovare sulla piazza.
Da quella esibizione muscolare e senza cervello, ovvio che molti quotidiani e osservatori politici ne abbiano fatto derivare un amarcord sui trascorsi “di piazza” di La Russa nei difficili anni ’70, per poter sottolineare che il ruolo di difensore della legalità  contro i disordini di piazza poco di addice all’attuale ministro della Difesa e altrettanto quello di chi si schiera con le forze dell’ordine.
Che accade il 23 aprile 1973?
A Milano si svolge una manifestazione (non autorizzata) del Msi.
Il corteo, guidato dai dirigenti nazionali Servello e Petronio, si scontra con la polizia.
Nel corso degli scontri, violentissimi, vengono lanciate alcune bombe a mano contro le forze dell’ordine, provocando la morte dell’agente di polizia Antonio Marino.
“Fu proprio lui a volere più d’ogni altro la manifestazione del 12 aprile 1973 in cui fu ammazzato l’agente Antonio Marino”, ricorda oggi al “Fatto Quotidiano” Tomaso Staiti di Cuddia, camerata ed ex parlamentare del Msi.
Allora Ignazio La Russa era un giovane dirigente missino, segretario regionale del Fronte della gioventù .
“A Milano il Msi da tempo non riusciva a fare una manifestazione all’aperto, con corteo”, racconta Staiti, “così La Russa s’impuntò: il 12 aprile dovevamo riuscirci. A tutti i costi. Man mano che la data s’avvicinava, diventava chiaro a tutti che sarebbe stato un massacro. Alla fine il corteo fu vietato dalla questura. Ma Ignazio continuò a insistere: dovevamo scendere in piazza. E così fu”.
Quel pomeriggio gli scontri con la polizia furono durissimi.
Era arrivato a Milano da Reggio Calabria anche Ciccio Franco, il capo dei “boia chi molla”.
Durante la manifestazione (“Contro la violenza rossa”, diceva il manifesto che la convocava), furono lanciate perfino due bombe a mano Srcm.
Una distrusse un’edicola in largo Tricolore.
L’altra, in via Bellotti, uccise il poliziotto Antonio Marino, 22 anni, a cui fu tirata in pieno petto.
Di quel giorno, resta una foto che ritrae La Russa, capelli lunghi, occhi luciferini, assieme a Ciccio Franco, al senatore missino Franco Servello e a tutti i capi del Msi milanese.
“Ma non aspettatevi di trovarlo direttamente coinvolto in azioni violente”, racconta al “Fatto Quotidiano” un altro camerata che chiede di non fare il suo nome.
“Ignazio restava nell’ombra, le cose le faceva fare agli altri. Era già  un politico. E poi diciamolo: non è mai stato un cuor di leone”.
Dopo quel pomeriggio di sangue, Giorgio Almirante, che non amava quel ragazzotto con i capelli troppo lunghi e gli occhi spiritati, sciolse la federazione milanese del Msi e il Fronte della gioventù.
Ma La Russa ricostruì, anzi aumentò, il suo influsso sul partito a Milano, di cui divenne pian piano il padrone.
“A parole era tutt’altro che un moderato: era un fascista con la bava alla bocca”, racconta Staiti. “Quando divenni deputato del Msi, tentò di emarginarmi. Alle riunioni della segreteria provinciale non m’invitava. Io partecipavo ugualmente e lui cominciava così: ‘Saluto i camerati e anche Staiti che non è stato invitato’. Alla quarta volta mi alzai e gli allungai quattro ceffoni: ‘Io l’invito me lo sono preso, e tu ti tieni le sberle’”.
In quei turbolenti anni Settanta, Ignazio s’impossessò di Radio University, un’emittente di destra che trasmetteva da Milano.
“Il potere che Ignazio aveva nel Msi non gli derivava però dalla militanza, ma dalla famiglia”, continua Staiti.
Il padre, Antonino La Russa, ex federale fascista di Paternò e poi senatore missino, era arrivato a Milano dalla Sicilia con una dote di rapporti pesanti.
Con Michelangelo Virgillito innanzitutto, suo compaesano, cognato e grande corsaro di Borsa.
E con Raffaele Ursini, l’uomo che ereditò da Virgillito il gruppo Liquigas.
“Il vecchio patriarca Antonino era invisibile, ma potentissimo nel partito: era lui a trovare i soldi per finanziarlo”.
È anche l’uomo che pilota le eredità . Convogliando rapporti, soldi, affari e azioni verso un giovane di bottega, arrivato anch’egli da Paternò, che diventa, non senza qualche conflitto, l’erede del potere dei La Russa-Virgillito-Ursini: è Salvatore Ligresti.
Don Totò è cresciuto insieme con Ignazio, tra busti del duce e scorribande in Borsa.
E non dimentica la fonte del suo potere e della sua ricchezza, tanto da riservare sempre ai La Russa qualche poltrona nei consigli d’amministrazione delle sue aziende.
“Con Almirante”, dice Staiti, “Ignazio ricucì il rapporto quando fece dare a un figlio di donna Assunta, che aveva fatto fallire la sua concessionaria d’automobili, la gestione di un’agenzia romana della Sai, la compagnia d’assicurazioni di Ligresti”.
Oggi prevale il senso pratico di Ignazio, amico di Ligresti, sostenitore di Berlusconi, ministro della Repubblica e ospite dei talk-show.
Ma fondamentalmente per l’ambiente rimane una macchietta.
Un estremista verbale che nella piazza dell’estrema destra milanese degli anni ’70 contava nulla, ma che nella federazione missina aveva un ruolo importante.
E diciamo anche quello che oggi i giornali non dicono, forse perchè non conoscono.
La morte dell’agente Marino, per chi era un giovane di destra in quei tempi, ha segnato anche un momento preciso nei rapporti con le strutture del partito.
A seguito di quel corteo e degli incidenti successivi, l’immagine legalitaria e di forza d’ordine del Msi era stata irrimediabilmente incrinata.
I dirigenti missini, nel tentativo di recuperare un’immagine rispettabile per il movimento, denunciarono i presunti autori dell’attentato (riconosciuti poi colpevoli), sperando di dimostrare, in tal modo, l’estraneità  del partito alle violenze.
Fu   infatti la federazione milanese a fare i nomi dei colpevoli (Murelli e Loi), che appartenevano al gruppo milanese La Fenice.
Furono migliaia i ragazzi che si staccarono dal Msi che aderire ad altre organizzioni sentendosi considerati “carne da macello” per i dirigenti del partito.
Utili quando c’era da fare propaganda elettorale per qualcuno, scaricati anche solo quando si difendevano da aggressioni.
Erano i tempi dei comunicati stampa ciclostilati: “Tizio? mai stato iscritto al partito”.
E la federazione milanese era cosiderata da questi giovani, proprio nei suoi massimi dirigenti, un covo di delatori, di soggetti che segnalavano alla questura i nominativi di chi aveva lasciato il Msi per poter così contare su una sorta di protezione da parte dei vertici dello   Stato.
Nella valutazione di quei fatti e di quei dirigenti da parte dei media oggi manca questo tassello fondamentale: l’analisi e la distinzione tra parolai, mandanti e delatori.
E spesso i ruoli coincidono.

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IGNAZIO LA RISSA, L’ASSALTO AD ANNO ZERO: E IL GIORNO DOPO ANCORA MINACCIA: SO CHI E’ QUEL GIOVANE”

Dicembre 18th, 2010 Riccardo Fucile

AGGREDISCE A FAVORE DI TELECAMERA UNO STUDENTE, GLI DA’ DEL VIGLIACCO E GLI INTIMA DI STARE ZITTO, UNA PENOSA FIGURA DA MACCHIETTA… FA FINTA DI DIFENDERE GLI AGENTI MA DIMENTICA CHE LE FORZE DELL’ORDINE IL GIORNO PRIMA GLI HANNO DATO DEL BUFFONE…E IL FIGLIO GERONIMO ENTRA NEL CD DELL’ ACI

Nome, cognome ed eventuali precedenti.
Attenzione a mettersi contro il ministro della Difesa Ignazio La Russa, attenzione a contraddirlo: lui si informa, non dimentica.
L’abbiamo provato martedì sulla nostra pelle quando ci ha aggredito in Transatlantico, o visto tante volte in Parlamento durante i lavori.
E ancora nelle trasmissioni televisive, pronto a saltare alla giugulare degli avversari. Ma l’ultima ha del clamoroso.
Giovedì sera durante Annozero si è scagliato contro Luca Cafagna, rappresentante del Collettivo di Scienze politiche di Roma, reo di aver cercato di spiegare le ragioni della manifestazione del 14 dicembre.
La tecnica? Sempre la stessa: alza la voce, dà  sfogo alla sua raucedine, porta il petto in avanti e “gioca” sulle punte.
Paonazzo sgrana gli occhi e mostra i denti.
Ragionare con lui, impossibile.
Così giovedì eccolo protagonista mentre attacca a colpi di “vigliacchi-vigliacco” ripetuto all’ossesso, “fifone” detto a mo’ di sfida, “incapace” come accusa preventiva, quasi provocatoria.
E ancora “la tua è apologia di reato”, tanto per dare forma a un’accusa, fino a “la polizia avrebbe potuto spazzarvi via”, pronunciato con un tono vicino al rammarico.
Quindi il dito portato al naso corredato da un classico “stai zit-to!!!”.
Lo ordina il ministro.
Chi era presente non ha dubbi: “Sembrava un uomo poco in sè, uno che non stava proprio bene”, il commento di uno dei ragazzi, anonimo, perchè ora ha paura. Una scena inedita, mai vista da parte di un rappresentante delle istituzioni, con lo stesso Nicola Porro allibito e pronto a vestire il ruolo del paciere, con frasi del tipo “stai tranquillo, resta qui, se te ne vai sbagli”.
“È stato incredibile — ricorda lo stesso Cafagna —, non ho mai visto un ministro comportarsi così, mai visto uno con il suo ruolo saltare in piedi e bloccare la trasmissione con un atteggiamento intimidatorio”.
Non solo un atteggiamento.
Il giorno dopo di La Russa è anche peggio del precedente, se possibile, visto che dal Senato lancia nuove accuse allo studente: “Sapevo chi era quel ragazzo, conosco il suo nome e cognome e cosa fa, so che si è distinto contro ragazzi inermi”.
Quindi “l’ho chiamato vigliacco — aggiunge il ministro — perchè difendeva chi ha colpito proditoriamente uomini delle forze dell’ordine nel corso degli scontri di martedì, ma anche per qualche episodio universitario”.
Insomma, ha cercato sue informazioni. E i canali non gli mancano.
“Sembra quasi una minaccia — continua uno stupito e preoccupato Cafagna —, una minaccia inquietante. Voglio precisare una cosa: sono incensurato, non ho alcun precedente, faccio parte di un collettivo e il massimo delle mie colpe è stato di aver organizzato qualche manifestazione non autorizzata. Basta. E pensare che ieri, alla fine della trasmissione, si è anche avvicinato per giustificare la sua reazione”.
Dopo lo schiaffo, la carezza: si è alzato, è andato dai ragazzi e gli ha detto di non avercela con loro.
La reazione? “Un deciso rifiuto — spiega uno degli universitari presenti —, inammissibile: ci ha accusato di cose vergognose, di avercela con le forze dell’ordine, di essere dei delinquenti. Poi quel paragone con i suoi figli e quelli di Casini, così bravi da non scendere in piazza…”.
Già , polizia e prole.
Partiamo dalla prima: l’ex colonnello di aenne ha accusato Michele Santoro di non aver invitato nessun rappresentante delle forze dell’ordine. Nessuno a difenderli.
Eppure, interpellati da “il Fatto” i sindacati di polizia, ci hanno spiegato che la serata di Annozero non era la loro priorità , a differenza “degli ulteriori tagli apportati con l’ultima Finanziaria al comparto sicurezza e difesa: una cifra vicina ai due miliardi e mezzo di euro”.
Tradotto vuol dire: tetto agli straordinari, nessun riordino delle carriere, quindi meno sicurezza per i cittadini. Auto ferme per mancanza di benzina o manutenzione, caserme fatiscenti o dismesse, fino alla mancanza di fogli per ricevere le denunce.
Proprio lunedì 13, nel primo giorno di discussione in Parlamento per la fiducia a Berlusconi, abbiamo intercettato i sindacati di polizia mentre manifestavano davanti a Montecitorio, urlare “buffone” e “bruttone” allo stesso La Russa mentre attraversava la piazza.
Lui non li ha degnati di uno sguardo, spalle contro, più attento a rilasciare interviste. Questo il bilancio.
Secondo aspetto: i figli maschi del ministro si chiamano Geronimo, Lorenzo Cochis e Leonardo Apache.
Gli ultimi due sono appena maggiorenni, Geronimo, avvocato con velleità  da notaio (ha partecipato all’ultimo concorso annullato per irregolarità ) è uno dei più introdotti nel belvivere milanese, tanto da sedere nel cda di Premafin, la holding del gruppo Ligresti.
Vuol dire serie A della finanza, altro che disoccupazione.
Appendice alla serata di Annozero: ieri La Russa ha incontrato Di Pietro, anche lui presente in trasmissione, davanti Montecitorio: il ministro l’ha salutato, il leader dell’Idv gli ha risposto “fascista”, e testimoni raccontano che, ancora una volta, la reazione di La Russa è stata a dir poco stupefacente.
Come sempre.

Alessandro Ferrucci
da “Il Fatto Quotidiano“

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CONTRO LA RUSSA, NOVELLO CARADONNA: CON GLI STUDENTI, RIBELLI MA NON VIOLENTI, BISOGNA SAPER DIALOGARE

Dicembre 18th, 2010 Riccardo Fucile

I GIOVANI MANIFESTANO CONTRO UN SISTEMA DI POTERE CHE LI IGNORA E COSTRUISCE CONSENSO SULLA LORO PELLE… NON TUTTI, COME IL FIGLIO DI LA RUSSA, ARRIVANO AI VERTICI DELL’ACI PER NOMINA DALL’ALTO…NON SI ENTRA A PIEDI UNITI CONTRO I GIOVANI SENZA ASCOLTARLI, LA DESTRA NON HA BISOGNO DI ALTRI CARADONNA

Ricordate Giulio Caradonna?
Per i più giovani, si trattava di un deputato del Movimento Sociale Italiano, noto, tra l’altro, per aver guidato le pattuglie dei 200 missini e “volontari nazionali” che fecero irruzione all’Università  “La Sapienza” nel 1968 per mettere fine, con metodi non certo ortodossi, all’occupazione studentesca. Scelta che, anche all’interno della destra di allora, aveva provocato qualche malumore soprattutto tra i più giovani, perchè chiudeva definitivamente le porte di quell’occasione storica di ribellismo giovanile alla parte non di sinistra di quella generazione.
Ecco, giovedì Caradonna si è reincarnato in Ignazio La Russa, ministro della Difesa del governo Berlusconi, che ospite di Santoro ad Annozero si è scagliato con una violenza verbale inaudita contro un rappresentate del movimento studentesco che stava esponendo la propria opinione, con qualche ragione e altrettanti torti, sui fatti del 14 dicembre che hanno messo a ferro e fuoco Roma.
Ecco, su quegli atti violenti, si è già  espresso Filippo Rossi su Farefuturo e Roberto Saviano su quelle di Repubblica.
E non c’è molto da aggiungere.
Violenza mai, ribellismo non violento magari.
Ma sull’atteggiamento della destra dei Caradonna di oggi ci sarebbe molto da dire.
C’è da dire, ad esempio, che mentre migliaia e migliaia di giovani manifestano legittimamente e pacificamente contro un sistema di potere che li ignora e costruisce consenso e clientele sulla loro pelle, altri giovani, magari figli proprio di un ministro, arrivano ai vertici dell’Aci di Milano per nomina dall’alto.
Ecco perchè quei figli, forse, non erano in piazza.
Perchè quei figli hanno il sedere coperto e non hanno certo bisogno di contestare chicchessia.
Ma l’atteggiamento di una certa destra nei confronti del ribellismo giovanile è un cancro che ha provocato mostri, proprio perchè nessuno ascoltava le ragioni di una protesta, condivisibile o meno, di intere generazioni abbandonate e smarrite.
Ecco, non abbiamo bisogno di altri Caradonna, che entrano a piedi uniti contro i giovani senza ascoltarli e prendendoli solo a manganellate (anche solo verbali).
C’è bisogno di ascoltare le ragioni di questa generazione smarrita e tradita, proprio per evitare che si rifugi nel ventre di una violenza senza senso, alla ricerca di risposte estreme e inconcludenti che alla fine rafforzano proprio il sistema che vuole i giovani fuori da tutto.
Ecco perchè La Russa, novello Caradonna, rappresenta l’atteggiamento peggiore nei confronti dell’improcrastinabile questione giovanile.
Ecco perchè, se proprio dobbiamo, scegliamo di stare con i giovani, contro un ministro della Repubblica che non lascia parlare un ventenne e lo attacca con parole offensive e vigliacche.
Ecco perchè, se Ignazio La Russa farà  quello che ha fatto Caradonna, noi saremo lì, con i giovani, ad aspettarlo.

Domenico Naso
Farefuturoweb

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BERLUSCONI VUOLE ACQUISIRE 20 DEPUTATI, MA NON RIESCE NEANCHE A FAR DIMETTERE I SUOI 30 CHE SONO ANCHE MINISTRI E SOTTOSEGRETARI

Dicembre 16th, 2010 Riccardo Fucile

LO SCONCIO DEL PDL SI DIMOSTRA DAL FATTO CHE CI SONO MINISTRI E SOTTOSEGRETARI CHE CONTINUANO A ESSERE ANCHE DEPUTATI E NON MOLLANO LA DOPPIA POLTRONA E RELATIVI GUADAGNI… E’ QUESTA LA MORALITA’ CUI SI RIFERIVA IL PREMIER ? LA INSEGNI A CASA SUA ALLORA, PRIMA DI PARLARE

Nessuno potrà  accusarci di fare polemiche solo ora, perchè siamo stati tra i pochi in assoluto e quasi unici nell’area di centrodestra, ad aver sollevato il problema per ben tre volte da due anni a questa parte.
Vi sono una trentina tra ministri e sottosegretari che sono stati anche eletti parlamentari, non vengono cioè dall’esterno per capirci.
Costoro assommano così la doppia carica di deputati ed esponenti del governo, con relativa maggiorazione economica.
E dato che spesso sono in giro in missione o per impegni istituzionali (almeno cosi dicono), quando si tratta di votare alla Camera si vedono raramente.
E’ uno dei motivi per cui il governo, nonostante i 70 voti originari di margine e i 3 attuali, è andato spesso in minoranza durante una trentina di votazioni.
La soluzione sarebbe semplice: i ministri e i sottosegretari dovrebbero dimettersi dal parlamento e far subentrare i primi dei non eletti.
Ma la cosa è stata fatta solo da Frattini il quale però, dopo che si era accorto che nessun altro lo aveva seguito, in 24 ore   cambiò idea e si tenne il doppio stipendio anche lui.
C’è infatti un aspetto economico alla base della scelta (qualche migliaio di euro in più) , ma anche una ragione politica.
Il posto da parlamentare non te lo toglie nessuno, quello da ministro può venire meno in qualsiasi momento, essendo una nomina fiduciaria del Presidente del consiglio.
Berlusconi ha timidamente chiesto un paio di volte, preso dal’ira per qualche votazione andata male, che i ministri rinunciassero a Montecitorio, ma in pratica non se l’è filato nessuno.
Ora che il margine è ridotto a tre soli voti, che fa il premier “moralizzatore” della politica?
Cerca di “acquisire”, ovvero comprare, “una ventina di deputati”, quando il margine, pur risicato, per resistere alla Camera l’avrebbe.
Basterebbe che, da buoni “idealisti”, i suoi cortigiani facessero un semplice atto: dimettersi.
Ma nè l’utilizzatore finale della moralità , nè le fameliche truppe forzaleghiste mollano la doppia poltrona.
Che bella coerenza pidiellin-padana, che bella immagine di acchiappapoltrone e stipendi che stanno dando.

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L’EQUIVOCO DELLA DEMOCRAZIA

Dicembre 16th, 2010 Riccardo Fucile

PENSIERI RIVOLTI A QUEI PARLAMENTARI CHE CONSIDERANO I PROPRI PRINCIPI COME DENTI CARIATI DA CURARE RICOPRENDOLI D’ORO

Durante la Seconda Repubblica si è aperto un abisso tra onestà  e Parlamento.
Si è riuscito a normalizzare l’osceno in faccia agli italiani, senza alcun argomento politico, si è cominciato a offrire poltrone, appalti e fette di potere in cambio di sostegno al Governo.
In questi giorni, Silvio Berlusconi ha iniziato a colmare il vuoto lasciato dai parlamentari del FLI e di tutti quelli che lo hanno abbandonato durante questa legislatura.
Al momento ha appena tre voti di vantaggio, ma appena finite le votazioni del 14 dicembre ha candidamente ammesso che non vede difficoltà  insormontabili per ampliare i risicati numeri su cui può contare oggi il proprio esecutivo.
Parole dette serenamente, per confermare che ogni onorevole è considerato dal Presidente del Consiglio non come un essere vivente, bensì come un elemento strumentale, rimpiazzabile ad oltranza.
Nessuno si scomodi a informare di quest’evidenza la maggioranza dei parlamentari che hanno votato la fiducia a questo Governo.
La sanno e non perdono un’occasione per dimostrare che se ne fregano.
Non si curano della propria dignità  e del proprio amor proprio, figurarsi di quello degli italiani.
Il risultato è che non esiste nessun piano governativo su cui si basa la neonata maggioranza se non quello del mantenimento del potere.
Tutto il resto è funzionale, è la disumanizzazione totale di tutti i rapporti politici, ormai ridotti ad essere come quelli tra una cosa e colui che se ne serve.
Tristemente, è necessario aggiungere che la cosa in questione è il Parlamento, la democrazia e colui che se ne serve è Silvio Berlusconi.
Martedì 14 dicembre 2010, intanto che nelle due Camere c’era una compravendita in corso, per proteggerle dal popolo che le ha elette era stata tracciata una zona rossa.
L’Italia con le sue urgenze e i suoi bisogni reali non poteva entrare tanto meno avvicinarsi ai due rami del Parlamento.
Nelle solite ore il debito pubblico nazionale toccava un nuovo record e questa non è una notizia eccezionale perchè succede ogni giorno: l’attuale politica economica italiana si basa su un debito pubblico che vale più di ieri e meno di domani.
Quest’aspetto, insieme all’aumento della pressione fiscale sta portando allo stringere della base sociale del benessere.
Per valore economico e per libertà  politica l’Italia sta uscendo dall’Occidente, si sta tramutando in una palude e Silvio Berlusconi di questo pantano ne è il sultano oppure il rospo, come preferite.
La democrazia in Italia c’è ancora, ma vive sommersa nella marea del materialismo.
Nel disincanto nazionale, garriscono i leccaculo in Parlamento come in televisione, spacciano narcolessia, formaggini, camicie aperte e gambe nude, interpretano l’informazione come liturgia del potere, senza alcun talento se non quello di vivere senz’anima.
Da sette anni vivo fuori dal mio Paese e posso dire che di quell’aspetto serissimo che è la crisi internazionale l’unica cosa buffa rimasta sembrano essere gli italiani, ma per quanto?
Chi scrive queste parole è un semplice italiano all’estero, uno dei tanti laureati trilingue in giro per il mondo che nella città  dove ha scelto di vivere lavora il doppio per dimostrare di valere la metà  e lo fa ogni giorno e volentieri.
Chi scrive è un apolide suo malgrado che non ha dimenticato la fierezza delle proprie origini, che Silvio Berlusconi è solo una squallida meteora, seppur lunghissima della storia gloriosa di cui può fregiarsi il proprio Paese.
Chi scrive è qualcuno in esilio preventivo che per le ultime signore e signori che hanno vilmente aspettato le ore precedenti alla votazione della fiducia per smascherare le proprie intenzioni e per offrire il proprio sostegno all’attuale governo sarebbe pieno di domande, ma che invece ne farà  solo una, anzi due:
Una vita senza dignità  che vita è?
Una vita senza orgoglio e senza valori, a cosa serve?

Alessandro Berni da Parigi

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BONDI RITORNA COMUNISTA, SCRIVE AL PD E RISPOLVERA IL VECCHIO “CARI COMPAGNI”

Dicembre 16th, 2010 Riccardo Fucile

PATETICA LETTERA AI DEPUTATI PD: “NON SFIDUCIATEMI”… IL MINISTRO ATTACCATO ALLA POLTRONA PIETISCE L’AIUTO DEI SUOI EX COMPAGNI DI UN TEMPO… LA FOTO DEL VOLTAGABBANA   QUANDO MANIFESTAVA CON LA BANDIERA ROSSA COME SINDACO PCI DI FIVIZZANO

«Cari compagni…». Avrà  sicuramente esordito in questo modo un sacco di volte, Sandro Bondi, iniziando i suoi interventi negli anni in cui aderiva al Pci ed era sindaco del comune di Fivizzano.
Difficile immaginare che quella locuzione sarebbe stata rispolverata ancora, adesso che è coordinatore del Pdl e ministro del governo Berlusconi.
Lo ha fatto, invece, in una lettera aperta al Pd in vista del voto di sfiducia individuale nei suoi confronti, nato dalla mozione presentata dopo i crolli di Pompei.
«Cari compagni vi spiego perchè non dovreste sfiduciarmi» scrive Bondi. «Per un residuo di concezione seria della politica e di rispetto nei confronti degli avversari politici vi chiedo di fermarvi, di riflettere prima di presentare contro di me un atto parlamentare così spropositato, pretestuoso e dirompente sul piano umano, che rappresenterebbe un’onta non per me che lo subisco ma per voi che lo promuovete».
Il ministro parla tra l’altro di un «clima pregiudizialmente ostile alla mia persona».
E ricorda anche i motivi che lo portarono a suo tempo a passare dal fronte comunista al centrodestra, ovvero «la consapevolezza dell’impossibilità  di una evoluzione socialdemocratica del Pci», spiegando con questa sua scelta un sovrappiù di acredine della sinistra nei suoi confronti.
Per questo Bondi ritiene la mozione del tutto ingiustificata e immotivata.
«I crolli avvenuti a Pompei? Non posso crederci. Sapete bene che altri crolli sono avvenuti nel passato, e probabilmente avverranno anche nel futuro, senza che a nessuno passi per la testa di chiedere le dimissioni del ministro pro tempore alla cultura».
Insomma diposto a tutto pur di non crollare lui.
Un tipico sottoprodotto della cultura berlusconiana.
Uno che ora vorrebbe insegnare a noi cosa vuol dire “destra” .

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BOCCHINO: “NULLA DA RIMPROVERARMI, IL PREMIER ORA GALLEGGERA’, FUTURO E LIBERTA’ UNITO”

Dicembre 16th, 2010 Riccardo Fucile

“COLLABORAZIONE SULLE LEGGI PER TUTTI, NON SU QUELLE AD PERSONAM”…”NON ESISTONO FALCHI DA NOI, PIUTTOSTO C’ERA CHI VOLEVA RESTARE A TUTTI I COSTI NELL’ALLEANZA GUIDATA DAL PREMIER”

“Se Berlusconi pensa di poter risolvere i problemi del Paese passando da un vantaggio di tre a uno di sei o dieci deputati, auguri, prosegua pure con la campagna acquisti. Lui, i ministri e i sottosegretari dovranno trascorrere le loro giornate in Parlamento per garantire la maggioranza. Noi siamo tranquillissimi. Se avrà  a cuore gli interessi invece gli interessi dell’Italia, allora accetterà  di confrontarsi e dialogare con noi”.
Italo Bocchino esce dalla riunione all’hotel Minerva che segna il battesimo del “Polo della Nazione” o come si chiamerà  da qui a gennaio.
Lui, Fini e tutto Fli portano ancora addosso le ferite della battaglia del giorno prima a Montecitorio.
Convinti tuttavia di segnare il primo punto della rivincita con la nuova operazione politica unitaria.
Torniamo indietro di qualche ora. Il suo intervento contro il premier in aula è stato durissimo. Moffa e altri transfughi lo additano come causa del loro esodo. Ritiene di aver sbagliato nei toni o nei contenuti?
Nulla da rimproverarmi. Il mio intervento prendeva spunto dalla comunicazione che avevamo ricevuto dalla Siliquini, già  seduta ai banchi del Pdl, e dalla Polidori. Moffa nel momento in cui chiede le mie dimissioni sa di aver posto una condizione inaccettabile. Non tanto per me, quanto per Fini. Era un evidente pretesto. Lui come le altre aveva già  fatto le sue scelte.
Accusano lei e gli altri “falchi” di aver snaturato il progetto iniziale di Fli
Non esistono falchi in Fli. È esistita invece una minoranza che desiderava restare a tutti i costi nella coalizione guidata da Berlusconi. Alla fine, cento parlamentari hanno intrapreso una strada ambiziosa e importante, che apre una nuova stagione. In tre ci hanno lasciato. Spiace solo che siano stati determinanti per tenere in vita il governo.
E voi, adesso? Sarete forza d’opposizione o pronta al dialogo?
Siamo all’opposizione perchè abbiamo votato la sfiducia. Ma saremo costruttivi, nè pregiudizialmente a favore nè contro.
Può spiegare meglio?
Diremo a Berlusconi: guidi un governo di minoranza? Bene, vai avanti, se porterai in aula provvedimenti di interesse generale, noi li integreremo coi nostri emendamenti e li voteremo. Diversamente, farà  i conti con la nostra opposizione e tutto il governo dovrà  accorrere in aula, magari riporteranno perfino il presidente della Consob Vegas. Sul decreto rifiuti o sulla sicurezza daremo il nostro contributo, per esempio.
E sulla riforma della giustizia? Su eventuali leggi ad personam?
È evidente che non sosterremo leggi che non rientrano tra le vere emergenze del Paese, che sono quelle economico sociali. Sulla giustizia, tutto dipenderà  da cosa conterrà .
Berlusconi è convinto di allargare la maggioranza. Temete la nuova campagna acquisti?
Siamo sereni. Chi doveva lasciare lo ha fatto, chi ha votato la sfiducia non lo farà . Ora siamo davvero uniti. Se anche il premier conquistasse altri cinque o sei o dieci, sarebbe costretto sempre a galleggiare. O a ricorrere alle urne. Ha un’unica alternativa: darci ascolto e dialogare. Eviterà  pure le elezioni.
Forse punta proprio a quelle.
Non so fino a che punto gli convengano. Noi in ogni caso siamo pronti”.
Intanto Bondi scrive al Colle e rimette in discussione il ruolo di garanzia del presidente della Camera. Fini pensa alle dimissioni, invocate da tutto il Pdl?
La sua terzietà  nella conduzione dei lavori è indubbia. E questo esclude qualsiasi passo indietro. So io quante volte ha bocciato nostre proposte in nome della sua terzietà . Tutti i leader che rappresentano le istituzioni esercitano un ruolo politico. La discriminante è la gestione dei lavori. Ecco perchè non si dimetterà .
Voterete invece la sfiducia al ministro Bondi a gennaio?
Il coordinamento del nuovo polo deciderà  a suo tempo.

Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica“)

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CE N’EST PAS FINI: L’ANALISI DI MARCO TRAVAGLIO

Dicembre 16th, 2010 Riccardo Fucile

“FUTURO E LIBERTA’ NON E’ UN’OPERAZIONE DI PALAZZO,MA UN APPRODO CONDIVISO”…”SENZA I FINIANI SAREBBERO STATE APPROVATE LEGGI OSCENE”…”FINI HA COMPIUTO IL GESTO PIU’ CORAGGIOSO DEGLI ULTIMI 16 ANNI”…”NON DEVE DIMETTERSI DA PRESIDENTE DELLA CAMERA: RAPPRESENTA UNA SENTINELLA NELLE ISTITUZIONI”

Per come viene descritto da chi lo conosce bene, è prevedibile che la legnata subìta l’altroieri sprofonderà  per qualche tempo Gianfranco Fini nella più cupa depressione.
Un po’ come dopo la sconfitta del Polo delle libertà  nel ’96 e vieppiù dopo il fallimento dell’operazione gollista dell’Elefantino, in tandem con Mariotto Segni, alle elezioni europee del ’99.
Ora è immaginabile che la tentazione di abbattersi sia ancora più forte, visto che in questi mesi Fini s’è giocato tutto: la faccia, la reputazione, la carriera politica, persino la famiglia.
La scena del presidente della Camera che esce da Montecitorio sotto le forche caudine degli insulti e dei lazzi dei berluscones va in quella direzione. Ma oggi non è tempo di depressione.
Futuro e Libertà  — lo dimostrano i sondaggi e i bagni di folla a Mirabello e Bastia Umbra — non è un’operazione di palazzo, una scissione a freddo, ma un approdo condiviso e sostenuto da qualche milione di italiani di centrodestra sfiniti e disgustati da 16 anni di berlusconismo, ma anche da molti moderati costretti a votare a sinistra turandosi il naso.
Non sarà  certo la vittoria di Pirro del piccolo corruttore, passato in pochi mesi dalla maggioranza più oceanica della storia repubblicana a un misero +3 (per giunta grazie a mostri di coerenza come Razzi, Scilipoti, Cesario, Calearo, Moffa, Siliquini e Polidori), a spegnere quelle speranze.
Anzi il martedì nero potrebbe trasformarsi, col tempo, in una bella giornata. La conta del 14 dicembre ha ripulito le truppe finiane, scremando gli uomini dai quaquaraquà : chi aveva un prezzo, l’ha capitalizzato passando alla cassa. Chi non s’è lasciato tentare dai martinpescatori berlusconiani nel momento del suo massimo valore monetario, è prevedibile che non tradirà  più quando le offerte saranno inevitabilmente più basse.
Il tempo, anche per ragioni anagrafiche, lavora per Fini. Il quale, dopo molti traccheggiamenti ed errori, ha comunque compiuto il gesto politico più coraggioso che si ricordi nella politica italiana dal 1994, paragonabile solo a quello di Bossi & C. quando rovesciarono il primo governo B. (altri tempi, altra Lega).
E sappiamo bene quanto costa uscire dal recinto del regime e quanto conviene restarci dentro.
Senza i finiani, sarebbero passate leggi oscene come il “processo breve” e il bavaglio sulle intercettazioni.
Ora qualcuno — non solo i berluscones doc e gli avventizi tipo Moffa, ma anche Repubblica — invoca le sue dimissioni da presidente della Camera.
Si dice che dovrebbe andarsene perchè ha perso la partita con B. (ma che c’entra?), o perchè non è più super partes (ma quando mai la sua presidenza ha dato motivo di ritenerlo?), o perchè ora è passato ufficialmente all’opposizione (ma quante volte il presidente della Camera è stato un esponente della minoranza?), o semplicemente (come scrive Ezio Mauro) “per fare liberamente la sua battaglia politica decisiva… dal centro”.
Tutte opinioni legittime, ci mancherebbe.
Noi però pensiamo che è meglio se Fini resta al suo posto.
Con l’immonda compravendita dei deputati e le strane infiltrazioni di black-bloc fra i manifestanti, il regime ha gettato l’ultima maschera, rivelandosi più che mai pericoloso ed eversivo.
Mai come ora c’è bisogno di una qualche sentinella nelle istituzioni, tanto più vista l’afasia che, per scrupoli istituzionali forse eccessivi, sembra aver colto il capo dello Stato nei giorni di vergogna.
Il presidente del Senato sappiamo chi è. Rai e Mediaset sappiamo in che mani sono: le stesse che controllano le forze dell’ordine e i servizi segreti.
La Corte costituzionale s’è messa in ferie in attesa di tempi migliori.
Il neopresidente della Consob, l’ex viceministro Giuseppe Vegas, appena nominato dal governo, fa onore all’“indipendenza” delle authority restando deputato per votare la fiducia al governo che l’ha nominato.
E in questo ammasso di macerie dovrebbe dimettersi Fini?
Che cos’è, uno scherzo?

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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