Dicembre 23rd, 2010 Riccardo Fucile
APERTO UN FASCICOLO SULLA BASE DELLA SENTENZA DEL TRIBUNALE CIVILE CHE HA ACCOLTO IL RICORSO DI 10 NOMADI PER LE CASE POPOLARI, PRIMA ASSEGNATE POI TOLTE….NEL PROGRAMMA DEL PDL C’ERA L’IMPEGNO A COSTRUIRE ALLOGGI POPOLARI SUFFICIENTI PER TUTTI: DOVE SONO?
Il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, ha aperto un fascicolo, per ora
senza indagati nè ipotesi di reato, sulla base della sentenza del Tribunale civile di Milano che nei giorni scorsi ha accolto il ricorso presentato da 10 nomadi, a proposito delle case popolari assegnate e poi tolte dal Comune.
Nella sentenza si parla di possibili comportamenti omissivi del Comune di Milano per motivi di discriminazione razziale.
Il fascicolo, come ha spiegato il procuratore aggiunto Spataro, è stato aperto «d’intesa con il procuratore della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati». Si tratta, ha aggiunto Spataro, «di un fascicolo iscritto al cosiddetto modello 45 e dunque non vi sono nè indagati noti o ignoti, nè ipotesi di reato».
È un fascicolo di «atti relativi all’assegnazione delle case Aler ai nomadi e trae origine dall’ordinanza del giudice Roberto Bichi del 20 dicembre scorso, nella quale si fa riferimento a possibili attività determinate da motivi di discriminazione razziale».
Il giudice civile, infatti, nella sua sentenza, con cui ha riconosciuto il diritto a 10 nomadi romeni di entrare nelle case popolari, che gli erano state prima assegnate e poi negate, aveva parlato di possibili ragioni di discriminazione razziale per i comportamenti omissivi del Comune di Milano.
L’amministrazione comunale, infatti, aveva prima stipulato una convenzione per assegnare le case ai rom e poi aveva fatto marcia indietro.
Mercoledì mattina si è tenuto un incontro con l’avvocato Alberto Guariso (che rappresentava i nomadi nel giudizio civile) e con don Massimo Mapelli della «Casa della carità ».
Saranno richieste informazioni anche al prefetto, che è anche commissario per l’emergenza nomadi in Lombardia.
In merito alle dichiarazioni del sindaco di Milano Letizia Moratti, che ha criticato la sentenza del tribunale civile, Spataro commenta: «Ovviamente alla magistratura non possono interessare le valutazioni politiche, le parole del sindaco Moratti non sono certamente nuove e in ogni caso vorrei ricordare che l’assegnazione delle case in questione alle 25 famiglie rom di via Triboniano fu frutto di una scelta dell’amministrazione comunale».
Dunque, secondo Spataro, «non si riesce a comprendere di quale invasione di competenze si parla», riguardo alla decisione del tribunale civile.
Infine, ha concluso Spataro, «che il mutamento di posizione del Comune sia avvenuto nei termini descritti nell’ordinanza è stato oggetto di una precisa intervista rilasciata dal prefetto di Milano il 30 ottobre al Corriere della Sera e richiamata dal giudice civile Bichi».
Il giudice nell’ordinanza aveva fatto riferimento a possibili ragioni di discriminazione razziale riguardo ai comportamenti omissivi del Comune e della Prefettura.
Apprendendo dell’inchiesta, il vicesindaco Riccardo de Corato si è detto «stupito», e ha parlato di «secondo intervento a gamba tesa» da parte della magistratura, dopo la sentenza del Tribunale civile.
«Spetta alla politica decidere i provvedimenti che riguardano l’amministrazione cittadina e non alla magistratura – ha commentato De Corato, in una nota -. Altrimenti conviene consegnare le chiavi della città ai giudici e ce ne andiamo tutti a casa. E va detto che non esiste una delibera che imponga la cessione di case ai rom. Il Comune ha solo concesso un affitto calmierato per 25 case Aler escluse dalla disciplina Erp e destinate a situazioni di fragilità sociale».
«La questione discriminazione razziale – ha continuato – è poi sconfessata a priori. Perchè nel momento in cui il prefetto, che è commissario all’emergenza nomadi, adotta un progetto di riqualificazione e messa in sicurezza dei campi autorizzati, e che prevede tra l’altro accompagnamento all’autonomia abitativa dei rom, piano finanziato dal ministero dell’Interno con 13 milioni di euro, be’, questa è la prova provata che ci prendiamo a cuore del problema. Se fossimo razzisti, governo, prefetto, Comune, non avremmo scucito un euro».
La tesi di de Corato andrebbe benissimo se il Comune, dopo aver assegnato la casa popolare ai 10 rom e dopo aver concordato il loro allontanamento dal campo precario di via Triboniano, non gliela avesse negata in un secondo momento.
Perchè quando si firma un patto lo si rispetta, invece che stare dietro alle stronzate della Lega.
Quello del Comune era un atto dovuto .
E finiamola con la guerra tra poveri e le relative speculazioni.
Invece che mettere gli uni contro gli altri, che si pensi a costruire un numero sufficiente di case popolari, come era scritto nel programma del Pdl, invece che raccontare palle mediatiche.
Se i senza casa fossero ad es 1.000 e gli appartamenti popolari corrispondenti a tal numero, nessuno si lamenterebbe e finirebbe ogni polemica.
Se invece a qualcuno fa comodo non costruirle, per poi fomentare odio razziale, è giusto che ne risponda al Paese tutto e ai giudici nei casi specifici.
Noi non abbiamo simpatia o antipatia per nessuno: chi si comporta bene e non ha risorse va aiutato, che sia italiano o straniero.
Lo Stato dovrebbe soprattutto aiutare gli indigenti, non certo i benestanti che non ne hanno bisogno.
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Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DI FABRIZIO GATTI SULL’ESPRESSO: SFRUTTATI, PICCHIATI, ABBANDONATI QUANDO SI FERISCONO SUL LAVORO… ADESSO IL REATO DI CLANDESTINITA’ IMPEDISCE LORO ANCHE DI DENUNCIARE GLI AGUZZINI…E IL GOVERNO IMBELLE FA FINTA DI NULLA: CHE DESTRA E’ MAI QUESTA?
Quello che il 17 settembre 2010 Kofi ha imparato sulla sua carne è che se fosse un cane, in Italia vivrebbe meglio.
La legge, infatti, punisce severamente il maltrattamento e l’abbandono di animali: fino a un anno di reclusione e 15 mila euro di multa. Una legge fatta aggiornare nel 2004 da Alleanza nazionale.
Ma Kofi, 24 anni, è un ragazzo nato in Ghana e un’altra legge, votata nel 2009 dalla stessa maggioranza al governo, gli impedisce di portare davanti a un giudice le ferite che ha subito.
Perchè, prima di tutto, verrebbe condannato lui.
Fino a quattro anni di carcere, come immigrato irregolare.
Alla faccia della legalità .
Dodici mesi dopo la rivolta di Rosarno, il favore del governo all’economia sommersa è totale.
Il reato di clandestinità votato l’anno scorso con il Pacchetto sicurezza impedisce di denunciare e perseguire perfino gli incidenti sul lavoro.
Soprattutto dove è massiccio lo sfruttamento di immigrati diventati irregolari per non avere ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato o per avere perso il contratto regolare come effetto della crisi.
Di fronte alla prospettiva del carcere, obbligatoria per legge, i feriti tengono per sè il dolore, le minacce, le botte.
Eppure, secondo il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, del Lavoro, Maurizio Sacconi, e della Difesa, Ignazio La Russa, le nuove misure contro gli stranieri restano efficaci.
Bisogna addentrarsi nell’inferno di campi e industrie tra le province di Napoli e Caserta per capire: Aversa, Giugliano, Castel Volturno, Casal di Principe, Mondragone.
Da queste parti poche settimane fa un ragazzo che chiedeva gli stipendi arretrati è stato immobilizzato e sodomizzato con un bastone dai suoi datori di lavoro: “Noi l’abbiamo saputo dai suoi amici. Ha troppa paura, non farà nessuna denuncia”, dice padre Antonio Bonato, responsabile della missione dei comboniani a Castel Volturno.
Da qui vengono le braccia invisibili che riempiono di frutta e verdura, anche d’inverno, gli scaffali di gran parte dei supermercati italiani.
Da qui erano partiti i braccianti che un anno fa si sono ribellati in Calabria dopo che alcuni di loro erano stati presi a fucilate per gioco.
E qui sono ritornati, ammassati a migliaia nei ghetti di Pascopagano e Destra Volturno, sconfitti dall’indifferenza e da una politica nazionale che sta premiando i metodi camorristi.
Tanto che dall’agricoltura, lo sfruttamento in condizioni di schiavitù si sta trasferendo all’industria e al commercio.
Preclusa dalla legge la via giudiziaria alla difesa dei propri diritti di uomini, non resta che attendere la prossima scintilla, la prossima rabbia.
Il 17 settembre 2010 Kofi è al lavoro in una falegnameria a Caivano. Il suo è tra le centinaia di casi raccolti dallo sportello immigrazione dell’associazione Ex Canapificio di Caserta.
Storie quotidiane di violenza e razzismo che, da quando è entrato in vigore il reato di clandestinità , non hanno più sbocco nelle aule di giustizia.
“Sono così abituati a essere maltrattati”, racconta Mimma D’Amico, tra le responsabili del progetto, “che nemmeno riconoscono i confini dei loro diritti. E non è vero che queste persone possono chiedere il permesso come vittime di reati: l’articolo 18 della legge sull’immigrazione, per loro, non è mai stato riconosciuto”.
Kofi si fa male al suo secondo giorno di lavoro.
Il suo braccio finisce sulla lama di una sega circolare: “Perdevo molto sangue”, ricorda, “un altro operaio mi ha accompagnato in bagno, mi ha disinfettato la ferita e mi ha mandato a casa dicendomi di ritornare non appena fossi guarito. Sono andato da solo al pronto soccorso di Afragola. L’infermiere, vedendo che il braccio era già fasciato, mi ha rimandato alla Asl e lì mi hanno dato dei medicinali senza nemmeno visitarmi”.
Sul referto di Kofi, spiega Mimma D’Amico, hanno scritto “incidente domestico”. Il ragazzo è rimasto invalido, ha forti dolori.
Ma non ha ottenuto lo status di rifugiato e non potrà mai chiedere giustizia.
Saib, 22 anni, anche lui arrivato dal Ghana, aveva trovato un posto in nero in una famosa panetteria della provincia di Napoli.
Nove ore e mezzo ogni notte, senza pausa, 600 euro al mese.
“L’incidente è avvenuto in marzo”, dice Saib, “alla macchina impastatrice. In passato ero stato rimproverato perchè spegnevo la macchina. Io all’inizio la spegnevo quando andava troppo veloce e non riuscivo a reggere il ritmo. Il giorno dell’incidente l’impasto era quasi finito e io ho cominciato a far scendere nel buco dell’impastatrice la farina. Non l’ho spenta, come mi è stato sempre detto di fare”.
Sono le cinque e un quarto del mattino quando la macchina strappa due dita a Saib.
Il proprietario della panetteria lo porta in ospedale a Napoli. Continua »
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Dicembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
MAI UNO SCONTRO, SEMPRE “QUATTO QUATTO” IN SECONDA FILA…. LA CARRIERA NELL’OMBRA DEL CAPOGRUPPO DEL PDL AL SENATO FINO ALLA LEGGE TV, IL TRADIMENTO DI FINI E L’APPRODO ALLA CORTE DEL SULTANO
L’allievo di Julius Evola, l’onorevole Giulio Maceratini, quel giorno di aprile (’93) blindava con il corpo l’ingresso di palazzo Montecitorio.
Una fila più indietro, ben visibile ma non troppo, c’era un giovane deputato del Movimento sociale italiano, il romano Maurizio Gasparri.
I missini urlavano contro i maneggioni barricati all’interno: “Ladri, ladri, ladri. Arrendetevi, siete circondati”.
E una coreografia di biglie e monetine sui vetri rendeva il messaggio più chiaro.
Reato senza condanna: interruzione attività parlamentare.
Il “carrierino” (nomignolo adolescenziale) Gasparri, ai tempi di cortei e lotte, batteva le piazze con tattica raffinata: mai uno scontro. Sempre in regia. Fedele a se stesso: “La mia era una famiglia moderata che votava Msi. Mio padre era ufficiale dei carabinieri. Io sono nato e cresciuto in caserma, sono andato fin da bambino alle parate militari. Mi piacevano De Gaulle, Salazar, i colonnelli greci. Fidanzate solo di destra”.
Non c’era mai nella Roma di piombo con spedizioni punitive e cazzotti in faccia: “O se c’era — maligna un vecchio camerata — stava quatto quatto”.
Ha studiato tra i rossi del liceo “Tasso”, scalato gerarchie politiche, Fronte della Gioventù, poi i movimenti universitari.
Nell’83 Gasparri manifestava – dall’altra parte – per chiedere l’autonomia di chi studia dal giogo dei partiti.
Gasparri col fascismo aveva un rapporto protetto. Mai aderente col rischio di farsi male. Pochi saluti romani, poche canticchiate di Faccetta nera: “Una volta – ricorda – al cimitero Verano per la commemorazione dei morti della Marcia su Roma”.
Più che sufficiente insomma.
Disse a Sabelli Fioretti: “Dal punto di vista igienico è meglio della stretta di mano. Mi tocca stringere centinaia di mani, sudate, calde, sporche. E al Sud, addirittura il bacio. Il saluto romano è più pulito. Dovrebbero imporlo le Asl, per evitare contagi”.
Era il 2002, governo Berlusconi, ministro per le Comunicazioni.
La destra finalmente al potere, emancipata, rinnovata, a tratti berlusconiana nel midollo.
A Gasparri fu affidata la missione di riformare il sistema televisivo a favore di Mediaset: la legge che porta il suo nome fu approvata con un rinvio di Carlo Azeglio Ciampi, 130 sedute e 14 mila emendamenti.
Gasparri correva più veloce del suo passato fascista.
A volte, però, tornava missino. Quei missini di Giulio Caradonna, che nel ’68 liberò a bastonate la Sapienza dai comunisti: “Se non ci conoscete, pregate la madonna, noi siamo gli arditi di Caradonna”.
Gasparri nel ’68 aveva 12 anni, ma rese omaggio a Caradonna con Ignazio La Russa ai nostalgici funerali: la bara ricoperta con la bandiera della Repubblica sociale e centinaia di saluti romani.
Non un secolo fa, ma nel novembre 2009.
Gli ex parlamentari di Alleanza nazionale faticano a riconoscere il militante Maurizio, che inneggiava ai colonnelli greci e più avanti persino al pm Antonio Di Pietro: “Meglio di Benito Mussolini”.
Per cambiare ancora, dimenticare il duce: “Mi hanno regalato un suo ritratto, che me ne faccio?”.
Fra le tante amnesie storiche c’è un insulto duro e puro ai leghisti: “Le elezioni padane sono garantite da una legge: la 180, detta Basaglia, sulla chiusura dei manicomi”.
Scaricati gli ultimi residui missini, il busto e la faccia di Gasparri, s’adattano al ruolo di paroliere berlusconiano, instancabile collezionista di gaffe.
Con quel cipiglio che rimanda a Igor (Martin Feldman) di “Frankenstein junior”.
Profilo nazionale: “Don Sciortino di ‘Famiglia Cristiana’ non è un sacerdote, fa bisboccia e non usa la tonaca”.
Profilo internazionale: “Con Obama Al Qaeda forse è più contenta”.
Soffre l’astinenza da interviste deliranti.
Durante i giorni del caso di Piero Marrazzo, dei ricatti e dei transessuali, il senatore fu costretto all’ennesima autopsia storica. Zona Acqua Acetosa, periferia romana che pullula di prostitute e travestiti, qui nel ’96 la Punto bianca di Cretino Gasparri frenò: “Stavo andando a cena in un circolo che si trova nei paraggi”.
Un equivoco disse ai commensali: “M’hanno fermato i Carabinieri qua vicino. Pensa se passava qualcuno e me vedeva, poteva pensà¡ che annavo coi trans!”.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
I TAGLI SULLA PELLE DI UNA GENERAZIONE… “GLI ASSALTI AL BANCOMAT? MOLTI DI LORO NON LO AVRANNO MAI”… LE FAMIGLIE E I LORO FIGLI: SU DI LORO IL CONTO DI CHI SI E’ “MANGIATO TUTTO”
Faccio il regista, ma sono anche docente alla Sapienza e ho insegnato vari anni in
un’università americana.
È la prima volta che mi trovo davanti a una lotta studentesca che non ha somiglianza alcuna con quelle del passato.
Per capirla, il modo migliore è lasciar parlare loro.
Sono scesi in piazza non soltanto gli studenti universitari, ma tantissimi adolescenti delle scuole medie e superiori.
Di nuovo nelle prossime ore, assieme a loro, scenderanno per le strade di tutta Italia disoccupati, terremotati, cassintegrati.
Non so se ce rendiamo conto. Qui il problema non è più e non solo il decreto Gelmini. La posta in gioco è molto più alta.
È il governo, sono i politici tutti, chiamati a pagare un conto da troppo tempo rimasto in sospeso.
Non sono gli studenti soltanto a scendere in piazza ma l’intero popolo dei precari. “Vi siete pappati tutto, siete peggio delle cavallette”, dice rivolto al mondo degli adulti Alberto, 17 anni, ultimo anno di liceo.
Stiamo parlando di un blocco sociale che oggi rappresenta un vero soggetto politico, il solo che vive sulla propria pelle l’impoverimento crescente del paese.
I politici, quelli dei piani alti, non sono neppure capaci di dare un segnale. Tacciono quando gli chiedono di rinunciare a poche migliaia di euro, a fronte delle decine che percepiscono, al fine di colmare le casse del diritto allo studio, svuotate con tagli mostruosi da Tremonti.
Il linguaggio delle interviste che raccolgo non è forbito. “Mi hanno rotto il cazzo”, dice Giorgia, 15 anni, liceo romano.
Chi? Risponde Luca, suo compagno di scuola: “C’hanno rotto tutti: Berlusconi e il suo gregge di maiali. Ma anche Fini, che fa tanto il democratico ma al Senato vota contro di noi per i suoi giochini di Palazzo”. Chiedo: Vendola almeno ti piace? “È un politico pure lui! Ma almeno è gay”.
Due ragazze di Scienze politiche, entrambe vent’anni ce l’hanno con i giornalisti. Scrivono sui disordini del 14 dicembre, ma “cagano stronzate, black-bloc qua, infiltrati là , ma non spendono una parola sulle ragioni della protesta”.
Se la prendono anche con Roberto Saviano, per il suo articolo sulla violenza. La prima dice: “Sta a fare le prediche come i chierichetti. Cazzo ne sa lui di cosa significa vivere con 1.000 euro al mese, doversi trovare un letto a 500 euro, pagarsi da mangiare e se ci riesci andare una volta al mese in birreria?”.
Prende la parola la sua compagna: “Sai cosa ti dico, che hanno fatto bene a dare fuoco ai bancomat. Io il bancomat non l’avrò mai. Il bancomat non ce l’ha neppure mio padre, che guadagna 1.600 euro al mese. Mia madre non ha lavoro e a noi il bancomat la banca non lo dà ”.
Chiedo come fa a mantenersi gli studi con un reddito familiare così basso.
Di giorno studia, la sera fa la cameriera in una pizzeria sulla Tiburtina.
Quanto ti pagano? Mi guarda fisso: “Aho, ci fai o ci sei?”.
Non capisco. Allora precisa: “Mica lavoro a stipendio”.
Anche pizzerie e trattorie per campare trattano in nero.
Lei guadagna solo con le mance. “Se mi va bene, prendo 30-40 euro a sera, lavoro sino alle due del mattino, prima di andare via devo pure pulire i cessi, ma almeno con questi soldi non peso su mio padre”.
Sarebbero questi i figli della borghesia di cui ha parlato la tv in questi giorni? In mezzo agli studenti ci saranno pure i figli di papà , ma sarà un caso che ne incontro pochissimi.
La maggioranza che protesta è messa veramente male.
Rispetto al ’68 c’è un mare di differenze. Là i figli della borghesia se la prendevano con i poliziotti, che venivano difesi da Pasolini.
Qui in mezzo alla protesta ci sono i figli di falegnami, pompieri, impiegati, militari. Quelli che La Russa ha difeso con tanta passione.
“Quel cazzone di La Russa”, dice Michele 19 anni, primo anno di Matematica. E aggiunge: “Se c’ero io da Santoro sapevo come fargli un culo così!”. Come? “Chiedendogli quanto guadagna lui e quanto guadagna un militare per andare a farsi ammazzare in Afghanistan”.
Luigi, secondo anno di Fisica, aggiunge: “Mio padre è carabiniere, rischia la pelle per 1.300 euro al mese. Fa la scorta ai politici che ne prendono ventimila”.
Dei politici, La Russa, dopo l’exploit da Santoro, è il più gettonato.
Uno studente del terzo anno di Fisica mi dice: “Quel taroccato di La Russa Ignazio Benito s’è messo d’accordo con la Gelmini per insegnare a scuola a sparare, tirare con l’arco e compiere esercizi ginnico-militari. Siamo tornati allo studio e moschetto, fascista perfetto”.
Devo ammettere che non sapevo nè che il secondo nome di La Russa fosse quello del Duce, nè dell’accordo bombardiere con la Gelmini.
A dimostrare per le strade ci saranno anche tanti figli di papà , ma il fatto è che la grande maggioranza dei loro genitori non è più appartenente alla borghesia benestante come nel ’68.
Sono madri e padri che a migliaia, quando va bene se lavorano entrambi, portano a casa in due 4.000 euro al mese.
Con un figlio a carico non ci campano, anche se i sociologi continuano a iscriverli tra le classi borghesi.
Nel ’68 gli slogan erano infarciti di idealismo: la fantasia al potere, viva Marx, viva Engels, viva Mao Tse Tung… Qui si parla poco di ideali, ma molto di soldi che mancano, di salari, di stipendi, di borse di studio.
Nel ’68 la rivolta era contro i baroni e contro i genitori. Qui la media dei docenti, la maggior parte dei quali non sono baroni, non arriva a guadagnare 3.000 euro al mese, partecipa alle veglie degli studenti, sale sui tetti assieme a loro.
E per la prima volta salgono sui tetti anche molti genitori, che si sentono in colpa perchè vedono per i loro figli un futuro nero.
A un’assemblea della Sapienza all’indomani degli scontri di Roma partecipano tutti insieme studenti, docenti, precari e sub precari.
I baroni, quelli veri, che sfruttano un esercito di sub precari hanno coniato un termine da vernissage. Li chiamano “collaboratori didattici”. Sono quei trentenni che lavorano gratis all’università , sperando un giorno di ricevere una qualche forma di remunerazione. Affiancano i docenti nelle tesi di laurea, dialogano con gli studenti, compiono ricerche che poi vengono firmate da baroni e baroncini.
Anche loro a formare una massa sempre più impoverita di giovani e meno giovani da sotto-pagare, da sfruttare, da mantenere ai livelli minimi di sussistenza, in perenne attesa di un posto di lavoro lontano come un’araba fenice.
Federica, 20 anni, fa il secondo anno a Ingegneria. Suo padre, dice, “viaggia sui 10.000 euro”. È il suo stipendio mensile.
“Lo invidio”, aggiunge. Le ha raccontato che trent’anni fa, ingegnere pure lui, dopo cinque anni dalla laurea già poteva permettersi di metter su famiglia e comprar casa.
Federica invece sa che una volta laureata, se trova lavoro, potrà contare al massimo su 1.300-1.400 euro al mese. Con i quali non potrà permettersi di uscire di casa.
Mi impressiona il percorso di Mario, laureato in Fisica a pieni voti. Ha già 37 anni e non ha smesso di sperare in un posto da ricercatore. Intanto può solo contare su assegni sporadici e dare ripetizioni di matematica.
Quei pochi soldi non bastano.
Per sopravvivere, fa il potatore nei pressi di Roma. Sale sugli alberi, taglia rami e continua a sognare.
Giovanni, 21 anni, laureando a Tor Vergata, se la prende con i parlamentari: “Vorrei vedere loro scendere in strada perchè gli tolgono l’86% dello stipendio, vorrei vederli caricati dalla polizia, schiacciati nell’imbuto di Piazza del Popolo. Cosa farebbero?”.
Cita l’86%, che è quanto la Finanziaria di Tremonti toglierà al fondo per il diritto allo studio nei prossimi anni.
Giovanni prosegue: “Sì, vorrei vedere La Russa, magari con in mano il manganello di quando manifestava coi fascisti contro la polizia. Lo vorrei proprio vedere. Altro che camionette incendiate. Quel rotto in culo si mette a sparare se gli toccano lo stipendio da parlamentare!”.
Gentile signor Prefetto e caro signor Questore, ho letto che per le prossime manifestazioni studentesche è prevista la mano dura.
Mi permetto di darvi un consiglio. Lasciate perdere le zone rosse.
È la città blindata che scatena la rabbia di chi si sente impedito a manifestare e protestare. Non ripetete l’errore del 2001 a Genova e della caserma Bolzaneto.
La massa degli studenti e dei precari è profondamente pacifica.
Lo ha dimostrato in tutti questi mesi.
Lasciateli arrivare davanti al Parlamento. Non lanceranno un sasso.
Lasciateli arrivare di fronte al Senato.
Ricordatevi da dove nasce quel termine. Senatus Populusque Romanus. Senza la presenza del popolo non sarebbe mai nato.
Quelli che oggi scendono in piazza sono la parte più sana del popolo.
Non sono nemici cui sbarrare la strada e tantomeno da manganellare.
Roberto Faenza
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
BEN VENTIDUE SIGLE SINDACALI , DI DESTRA E DI SINISTRA, PROTESTANO “CONTRO IL GOVERNO CHE DA DUE ANNI E MEZZO NON MANTIENE GLI IMPEGNI”….”NO AL DASPO PER I CORTEI, SAREBBE UN BAVAGLIO ALLA DEMOCRAZIA”
Nuovo sit-in ad Arcore, all’esterno della residenza milanese del premier Silvio Berlusconi, dei sindacati del comparto sicurezza (polizia, penitenziaria, forestale e vigili del fuoco): in totale 21 sigle per protestare contro i tagli al settore.
Un presidio era stato organizzato già lo scorso 9 dicembre, preludio della manifestazione di Roma del 13, e oggi in circa 200 sono tornati sotto Villa San Martino per protestare contro il governo che «da due anni e mezzo non mantiene gli impegni».
«Il pacchetto sicurezza è stato convertito in legge, ma purtroppo il nostro emendamento è stato ritirato: permangono quindi i disagi e i tagli alla sicurezza, per questo siamo tornati», dice Santo Barbagiovanni, segretario regionale della Silp Lombardia.
«Abbiamo anche inviato delle letterine al premier per chiedergli che ci regali qualcosa di buono. La categoria è preoccupata – spiega Barbagiovanni – soprattutto di fronte alla possibilità che dopo il 31 dicembre i nostri straordinari rischieranno di non essere pagati. Non è un buon regalo alla categoria e c’è un forte disagio».
«I nostri colleghi stanno tutti i giorni a prendere le botte in piazza o essere additati come comunisti e il governo li ripaga così: i carabinieri poi la pensano esattamente come noi, ma non possono dare voce ai loro disagi. Non si tratta di politica o ideologie, ma di impegni che il governo ha sottoscritto con il comparto e che non ha onorato. Sono fatti oggettivi», conclude il sindacalista, che poi fa un riferimento alle polemiche di questi giorni sulle «misure preventive» ipotizzate per scongiurare incidenti durante i cortei studenteschi: «Non condividiamo nessun tipo di Daspo, la piazza è giusto che esprima la propria opinione. Il bavaglio non è segno di una democrazia vera come quella del nostro Paese».
E sull’estensione del Daspo alle manifestazioni di piazza si è espressa lunedì anche a Camera penale di Milano, sostenendo che «costituirebbe una sicura violazione delle libertà costituzionali, del diritto di manifestare le proprie idee, di riunirsi in luogo pubblico e violerebbe la riserva di giurisdizione prevista dall’art. 13 della Costituzione».
«Resta da scongiurare il pericolo – dice ancora la Camera in un comunicato – che si legiferi, ancora una volta magari con il consenso di tutti i gruppi parlamentari, nel senso indicato da un sottosegretario del ministero dell’Interno».
«Si affievolirebbe in modo significativo e costituzionalmente illegittimo – conclude – quel diritto di critica del cui esercizio, come abbiamo visto, ha goduto anche il sindaco di Roma e che dobbiamo considerare irrinunciabile».
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Dicembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
INVECE CHE FARSI PROCESSARE COME TUTTI I COMUNI MORTALI, IL PREMIER ATTACCA FINI E I MAGISTRATI… “FINI E’ PROTETTO DAI MAGISTRATI, MA E’ DESTINATO A SPARIRE”….”CASINI PRENDE VOTI SOLO PERCHE’ PIACE ALLE SIGNORE ED E’ SEMPRE IN TV”… POI IL PREMIER ACCUSA FINI DI AVER BLOCCATO LA LEGGE SULLE INTERCETTAZIONI: SEMMAI E’ UN SUO MERITO… SILVIO PIUTTOSTO PENSI A FERMARE I SUOI AMICHETTI RAZZISTI: SI E’ VENDUTO AI LEGHISTI E HA TRADITO IL PROGRAMMA DEL PDL PER SALVARSI IL CULO DAI PROCESSI
Esplode un nuovo conflitto istituzionale solo pochi giorno dopo la fiducia ottenuta dal governo.
Berlusconi attacca nuovamente Fini, ma nella foga delle accusa coinvolge l’intero corpo della magistratura.
Il premier accusa l’Anm di “proteggere il presidente della Camera” e rilancia le offerte ai finiani e ai parlamentari Udc di passare nella maggioranza: “Un cattolico non può essere alleato delle sinistre”.
Certo che se tutti seguono come Silvio i dettami etici della Chiesa…
Per il premier poi Casini ha il 6% dei voti “perchè piace alle signore” e anche perchè ha una “esposizione televisiva” pari a quella del Pdl a causa della legge sulla par condicio.
In Tv deve andarci solo lui, insomma.
Secondo il premier (che avrebbe fatto questo ragionamento a pranzo con gli europarlamentari) ci sarebbe un accordo tra Fini e Anm in base al quale il presidente della Camera non farà niente contro i magistrati ed in cambio Fini e i suoi uomini “saranno protetti”.
In questo quadro, secondo quanto riferito da diversi partecipanti, si inserisce, a detta del premier, lo stop alla riforma delle intercettazioni.
Stop che l’80% degli italiani ha ritenuto invece opportuno, non avendo nulla da nascondere, neanche i numeri di telefono di minorenni.
Il Cavaliere vede poi un destino nero per Fini.
Che “si è portato in un’area di non voto, un’area che non esiste” ed è destinato a sparire.
E di che ha paura allora?
“Noi andremo in campagna elettorale a spiegare quello che è successo – avrebbe proseguito Berlusconi -, quando la gente capirà ancora di più Fini è destinato a sparire”.
Il premier non ha precisato che in caso in cui conoscessero meglio lui, forse sarebbe destinato a sprofondare.
Intanto potrebbe dare l’esempio agli italiani comuni mortali che ai processi si presentano.
Ma forse è chiedere troppo a chi è in preda a un delirio di onnipotenza.
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Dicembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
FINI IRONICO: “CONTINUEREMO A VEDERCI PER GLI AUGURI DI NATALE” ED ESCLUDE POSSIBILI DIMISSIONI… IL FACCENDIERE MOFFA, PASSATO ALLA CORTE DEL CIARPAME SENZA PUDORE, PARLA DI “DISAGIO IN FLI”… FORSE SI RIFERISCE A QUANDO I MILITANTI DI DESTRA VEDONO LUI INSIEME AGLI AMICI DEI CONDANNATI PER MAFIA E DEGLI INQUISITI PER CORRUZIONE
“Fin quando dura la legislatura continueremo a vederci per gli auguri di Natale”. 
Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in occasione degli auguri ai dipendenti di Montecitorio, smentendo così le indiscrezioni di stampa che lo vorrebbero vicino alle dimissioni dalla presidenza, magari in concomitanza con il congresso fondativo di Futuro e Libertà previsto per metà febbraio a Milano.
“Come passa il tempo, sono già due anni e mezzo, è già la terza volta che ci facciamo gli auguri – ha ricordato Fini – e ci vedremo anche in futuro”, perchè “le istituzioni restano e gli uomini vanno, siamo pro-tempore e tutti dovrebbero ricordarselo, però- ribadisce – finchè dura la legislatura continueremo a vederci per gli auguri di Natale”.
Il leader del Terzo Polo è dunque deciso a tenere testa alle pressioni che arrivano dalla maggioranza affinchè lasci la presidenza della Camera, ma stando a quanto pronostica il suo ex fedelissimo Silvano Moffa per lui si annunciano comunque tempi difficili.
Il parlamentare, fuoriuscito da Fli in occasione del voto di sfiducia a Berlusconi, ha riferito che “domani con la riunione dei deputati del gruppo Misto che hanno votato la fiducia al governo Berlusconi prenderà corpo la terza gamba della maggioranza di centrodestra”.
Quella in pratica già definita “dei venduti”.
“Un gruppo – aggiunge Moffa- che darà una risposta a quell’esigenza di stabilità numerica e politica di cui il Governo Berlusconi ora ha bisogno”.
Ovveri dei voti di qualche utile idiota.
Questa “terza gamba”, secondo Moffa, sarà in grado nei prossimi giorni di attrarre un numero crescente di parlamentari attualmente nelle file di Fli.
Fino ad oggi non ha quindi pescato nulla, il poveretto.
“Oggi – spiega – è innegabile che esiste una vasta area moderata in Futuro e libertà che credo stia patendo moltissimo una situazione che ha portato il treno di Fli in una stazione molto diversa da quella iniziale. C’è uno slittamento di Fli verso il Terzo polo e un’alleanza con il centrosinistra. Il progetto originario è stato snaturato, il gruppo dei finiani è diventato un’altra cosa. Ci sono persone – ragiona ancora Moffa – con una storia politica simile alla mia che avvertono un fortissimo disagio”.
Ora risulta evidente a tutti che Moffa ha avuto un ruolo ben preciso come quinta colonna dei berluscones in Fli, fino al suo squallido comportamento negli ultimi giorni prima del voto sulla sfiducia.
Preparava documenti, li firmava, salvo poi tradire la sua stessa firma.
Ora diventerà capogruppo dell’armata Brancaleone dei voltagabbana o magari ministro.
Eppure sentite ad agosto cosa scriveva di lui “il Giornale” di Feltri sotto il titolo “il Grande Centro degli inquisiti”: “fa parte dell’universo finiano Silvano Moffa, indagato per abuso d’ufficio e corruzione per la costruzione di un capannone a Colleferro (Roma) nel periodo in cui era sindaco e poi prosciolto”.
Prima era un inquisito, ora un eroe per i killer del ciarpame senza pudore.
Che farsa.
Pudore che non dimostra neanche Moffa quando si lancia in una analisi patetica.
Non è lui che tradito, dice, ma chi ha portato Fli verso il Terzo polo e il cemtrosinistra: e ciò crea disagio, parla della sua storia politica come fosse un esempio di coerenza.
Ma vergognati di raccontare palle, Silvano: sei passato dalla destra sociale a Fini, ora da Fini a Berlusconi, ma la poltrona l’hai sempre tenuta ben stretta.
Hai inziato avendo al tuo fianco dei giovani pieni di ideali e sei finito con Cosentino, Dell’Utri e Brancher, hai passato una vita a parlare di socialità e solidarietà per finire accanto ai leghisti.
E ora pretendi pure di dare lezione?
E chi va a sinistra?
Ma vergognati piuttosto, hai svolto un ruolo ben remunerato politicamente, tienitelo e taci.
Vai a fare il capogruppo del partito degli accattoni?
Accomodati, ma ricordati che il disagio non lo provi tu, lo prova piuttosto chi ti incrocia a vederti ridotto così.
Buona questua.
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Dicembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
AI TEMPI DI TANGENTOPOLI ERA IN MEZZO AI GIOVANI MISSINI CHE AVEVANO CIRCONDATO LA CAMERA, IMPEDENDO L’ACCESSO AI DEPUTATI… FINI’ INDAGATO PER TURBATIVA DELL’ATTIVITA’ DEL PARLAMENTO… ORA VUOLE ARRESTARE CHI MANIFESTA PER L’UNIVERSITA’ E IMPEDIRE CHE GLI STUDENTI RAGGIUNGANO MONTECITORIO…. CONVERTITO SULLA VIA DI ARCORE
Era il 1 aprile 1993: Maurizio Gasparri era un parlamentare missino di 37 anni, con un
passato di giornalista al Secolo d’Italia e di dirigente giovanile, sempre alla corte delle persone giuste, da Almirante a Fini, a Tatarella.
Quel giorno un centinaio di militanti del Fronte della Gioventù cinge d’assedio la Camera, bloccandone l’ingresso.
Le forze dell’ordine vengono colte di sorpresa, per lunghi minuti gli “assalitori” spadroneggiano.
Le cronache parlano di biglie e monetine contro le vetrate d’ingresso, di insulti, di un tentativo di aggressione ad alcuni deputati, mentre si alzano cori da stadio contro i politici corrotti.
Siamo nel pieno della bufera di Tangentopoli.
Sempre le cronache dell’epoca raccontano che ai contestatori si uniscono diversi parlamentari del Msi: tra questi Gasparri, Buontempo, Pasetto, Nania e altri.
Sotto il giubbotto i manifestanti indossano tutti una maglietta con la scritta: “Arrendetevi, siete circondati”.
Gasparri è in mezzo ai contestori, solo l’intervento dei carabinieri evita che la situazione degeneri quando dai missini si alza il grido “All’attacco”.
Finisce tutto con qualche spintone: giustificazione risibile per la magistratura che indaga Gasparri e colleghi, oltre a 30 attivisti.
L’ipotesi di reato è di turbativa dell’attività del Parlamento, tutto finirà senza conseguenze per i parlamentari missini.
Ma se Gasparri ora vuole arrestare tutti i manifestanti e i dissidenti, quando era presidente del Fuan, l’organizzazione universitaria missina, indicava un’altra strada agli aderenti: “dobbiamo sempre porci come alternativa al sistema e mai perdere gli autobus rivoluzionari”, affermava durante il convegno “La destra e il ’68”.
Ora che si ritrova dall’altra parte della barricata, non gli si chiede certo di scendere in piazza con lo stesso spirito rivoluzionario: ormai è più dedito agli strapuntini di Palazzo Grazioli che alle piazze, più agli stipendi della Casta che ai sacrifici dei militanti.
Ormai la polizia non la contesta, dagli agenti semmai si fa scortare.
Ma per quel minimo di decoro che dovrebbe contraddistinguere chi ha fatto politica a destra in quei tempi, forse sarebbe opportuno conservasse un approccio diverso ai giovani che vogliono migliorare la società italiana.
Coi criteri che ora auspica per gli altri, lui avrebbe trascorso in carcere sicuramente qualche mese.
E pensare che lui contestava allora i “socialisti ladri” e sosteneva che “Di Pietro per me è un mito”, proprio quando il suo attuale sultano invece finanziava Craxi a botte di miliardi.
Strano destino dei piccoli uomini.
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Dicembre 19th, 2010 Riccardo Fucile
LA COERENZA DELL’EX SOCIALE: ORA SI LAMENTA PER LA SCARCERAZIONE DEI FERMATI E VORREBBE SCHEDARE TUTTI… MA QUANDO VENNE ARRESTATO NEL 1989 PER RESISTENZA AGGRAVATA E MANIFESTAZIONE NON AUTORIZZATA PER AVER TENTATO DI BLOCCARE IL CORTEO PRESIDENZIALE DI BUSH, PERCHE’ ACCETTO’ DI ESSERE SCARCERATO DOPO POCHE ORE?
Che Gianni Alemanno protesti contro la scarcerazione di tutti i fermati durante i disordini di Roma del 14 dicembre è comprensibile.
È pur sempre il sindaco della città , e quei venti milioni di danni sono difficili da digerire.
Lui nel 1990, quando ai margini della “Pantera” prendeva parte da destra alla protesta studentesca contro la riforma Ruberti, si limitava a tuonare contro
“il portato tecnocratico e privatizzante della riforma sull’autonomia universitaria, che favorisce l’omologazione dei nostri atenei ai modelli economicistici pienamente funzionali al sistema neocapitalistico”.
Ma forse — chissà — gli saranno tornati in mente anni più lontani, quando uscire di galera non era mica così facile.
Nel maggio 1988 Alemanno fu eletto segretario nazionale del Fronte della Gioventù e ai cronisti tornarono subito in mente quegli otto mesi di carcere che il trentenne futuro sindaco di Roma si fece quando di anni ne aveva soltanto ventitrè.
Correva l’anno 1982, il Muro di Berlino era ancora ben saldo e l’allora giovane militante del Msi, avuta notizia del colpo di Stato del generale Jaruzelski in Polonia, espresse tutta la sua indignazione lanciando una molotov contro l’ambasciata dell’Unione Sovietica a Roma.
Sarà poi prosciolto, ma a nessun magistrato venne in mente di scarcerarlo immediatamente; forse per via di quel precedente dell’anno prima.
Il 21 novembre 1981 Alemanno fu bloccato da due carabinieri di fronte al bar “La Gazzella” nel rione Castro Pretorio, assieme all’allora segretario del Fronte della Gioventù di via Sommacampagna Sergio Mariani, per aver partecipato all’aggressione dello studente Dario D’Andrea di 23 anni.
Incidenti di gioventù, figli di un’epoca in cui la violenza politica era pane quotidiano per una buona fetta di quella generazione.
Forse il sindaco ha a cuore che i giovani d’oggi non ripetano gli stessi errori. In fondo fu lui stesso, nel 1988, a dichiarare di aver imparato dal carcere “che la violenza deve essere assolutamente rigettata come mezzo di azione politica”.
Rinunciare alla violenza sicuramente, evitare di scontrarsi con le oggi tanto amate forze dell’ordine, forse.
Il 29 maggio 1989 Alemanno ci ricasca: assieme ad altri dodici militanti viene arrestato con l’accusa di “resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, e tentativo di blocco di corteo ufficiale”.
A Nettuno, infatti, è atteso il presidente degli Stati Uniti George Bush e al trentunenne segretario del Fronte della Gioventù, con il Muro di Berlino ancora in piedi seppur scricchiolante, gli Stati Uniti non vanno molto a genio.
I giovani missini intendono impedire che il corteo presidenziale raggiunga il cimitero americano di Nettuno, visita ritenuta offensiva “alla memoria di migliaia di caduti che si sono battuti per la dignità della patria, mentre altri pensavano solo a guadagnarsi i favori dei vincitori”.
A disperdere i manifestanti ci pensano polizia e carabinieri.
Questa volta Alemanno viene scarcerato dopo poche ore, non senza che l’organizzazione giovanile missina critichi con durezza l’operato delle forze dell’ordine, colpevoli di aver “aggredito brutalmente i manifestanti, colpendoli con calci e pugni, con la bandoliera usata come frusta fino a colpire alcuni giovani con le radio in dotazione”.
Il giorno dopo, a Milano, si tiene un comizio in piazza Oberdan per esprimere solidarietà ai tredici camerati arrestati.
Tra i relatori c’è il segretario regionale del Msi, Ignazio La Russa.
Una domanda ci sorge spontanea: perchè a suo tempo Alemanno non rifiutò di essere scarcerato subito, visto che ora vorrebbe che i fermati restassero in galera, per lo stesso identico reato?
D’accordo che si nasce rivoluzionari e si muore pompieri, ma un minimo di coerenza in questo mondo è bandita?
E’ proprio necessario diventare forcaioli per convenienza, una volta che ci si è potuti sedere alla corte del sultano?
Un po’ di dignità sindaco, o la frequentazione del ciarpame senza pudore genera mostri?
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