Giugno 8th, 2016 Riccardo Fucile
ORA NON SONO PIU’ CONTRARI… RAGGI: “VALUTEREMO”, DI BATTISTA: “NON CI OPPORREMO ALL’ITER”…E ANCHE IL NUOVO STADIO DIVENTA “UN PROGETTO IMPORTANTE”
“Un referendum sulle Olimpiadi? Questo lo valuteremo”. Sono concilianti i toni di Virginia Raggi, la candidata del M5s in corsa per il Campidoglio, sul tema della candidatura di Roma ai Giochi del 2024, soprattutto all’indomani della presa di posizione di Totti che ieri nel corso di un’intervista si era schierato apertamente a favore.
L’avvocatessa pentastellata ospite di Agorà ribadisce però che in tre mesi di campagna elettorale “non c’è mai stato un romano che mi abbia chiesto quale sia la mia idea sulle Olimpiadi” e che “oggi occorre pensare all’ordinario: i trasporti, i rifiuti, le scuole e gli impianti sportivi comunali che cadono a pezzi. Poi si potra’ pensare allo straordinario come le Olimpiadi”.
E sempre in tema di sport ha aggiunto: “lo stadio della Roma è un progetto molto importante, così come sarebbe auspicabile uno stadio della Lazio. Purchè rispettino i limiti di legge”.
Una battuta anche sulla composizione della giunta comunale, in caso di vittoria: “la presenteremo in blocco la settimana prossima”. Sui nomi circolati sui giornali in questi giorni, infine, ha commentato: “non li confermo nè li smentisco”.
E’ corso ai ripari anche Alessandro Di Battista: «L’iter delle Olimpiadi è già iniziato e noi non lo interromperemo – ha precisato ieri ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo, su La7 – anche se non è ancora successo che Roma abbia vinto la candidatura».
Insomma dal No al Ni, pronti a dire Si.
(da agenzie)
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Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
IL PRIMO E’ “NEMICO” DEI COSTRUTTORI, IL SECONDO UN SUPER-TECNICO AMBIENTALE
Due settimane durante le quali la candidata del Movimento dovrebbe presentare la sua giunta. Che, in
queste ore, si arricchisce di altri due nomi: urbanistica e lavori pubblici dovrebbero andare a Paolo Berdini, sostenibilità ambientale e rifiuti (forse) a Raphael Rossi.
La Raggi non ha ancora deciso quando sarà il momento (presto, forse già in settimana, pare) ma la squadra, dunque, inizia a prendere forma
E, almeno con questi primi nomi in caselle chiave, sembra una squadra che guarda a sinistra.
Berdini, 68 anni, urbanista molto noto e molto apprezzato, inviso a gran parte dei costruttori della città , è autore, nella sua lunga carriera, di libri come “La città in vendita”, (Donzelli, 2008) e “Breve storia dell’abuso edilizio in Italia” (Donzelli,2010).
Rossi, invece, 42 anni, è un tecnico, esperto di ambiente, consulente di numerosi comuni, progettista di sistemi per la raccolta porta a porta, attuale amministratore delegato della “Formia rifiuti zero”, con la quale è riuscito a portare la differenziata al 65% nel centro del basso Lazio.
Da vicepresidente della municipalizzata dei rifiuti di Torino anni fa denunciò un tentativo di corruzione che aveva subito.
Già lodato da Beppe Grillo sul suo blog, potrebbe essere lui a occuparsi del delicato dossier sulla pulizia di una città dove si paga la Tari più alta d’Italia
Due nomi di valore che si vanno ad aggiungere a quello di Andrea Lijoi, ex rugbista, che si dovrebbe occupare di sport e qualità della vita.
Anche ieri la Raggi, prima di un’intervista serale con Porta a Porta, ha fatto incontri per stringere sulla sua squadra. Poi è andata a prendere il figlio di 6 anni da scuola, accolta dal coro «Virginia, Virginia» con il quale l’hanno salutata maestre e genitori
In queste due settimane la candidata dei 5 Stelle calcherà la mano sulla “normalità ” della sua figura, come già aveva insistito dal palco di piazza del Popolo il 3 giugno, alla chiusura della sua campagna elettorale.
Normalità da affiancare a “competenza” e “credibilità ”, gli altri due sostantivi che si ripeteranno durante i prossimi 15 giorni
«Abbiamo un piano d’azione per il dopo – aveva detto commentando le proiezioni Roberta Lombardi, l’altra donna forte del MoVimento a Roma – se dovessimo vincere stiamo già preparando quelle che saranno le prime delibere di giunta operative immediatamente»
In caso di vittoria, però, per la Raggi potrebbe aprirsi subito un caso con Silvia Scozzese, commissaria al debito, citata da Roberto Giachetti come assessore nella sua eventuale squadra: «Ci chiediamo – ha detto la Lombardi – nel caso in cui vinca l’M5S, quale rapporto di fair play e di leale collaborazione tra istituzioni ci possa essere con un commissario al debito già politicizzato».
Mauro Favale
(da “La Repubblica“)
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Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
MIGLIORA RISPETTO ALLE COMUNALI MA PERDE 4 PUNTI SULLE POLITICHE 2013… MENTRE IL CENTRODESTRA E’ AVANZATO DI 4 PUNTI E IL PD DI 1
Due giorni dopo il voto delle comunali, dall’analisi del voto si passa a soppesare quanto sia reale l’exploit che
il Movimento 5 Stelle rivendica, sventolando in particolare il grande impatto di Virginia Raggi, premiata dal voto dei romani e attesa tra due settimane dal ballottaggio con il candidato dem Roberto Giachetti.
Ma estendendo a ritroso la riflessione sul M5s oltre l’angusto orizzonte dell’urna di domenica scorsa, non è tutto oro quel che luccica.
E’ la fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo a mettere a confronto il voto delle comunali con quello delle elezioni politiche del febbraio 2013.
Scoprendo così che il vero exploit appartiene al centrodestra, in recupero di ben quattro punti percentuali. A seguire, il centrosinistra che ne recupera circa uno.
E i pentastellati? Sono loro a fare le spese della rimonta del centrodestra, perchè è il M5s a perdere quasi quattro punti.
Anche considerando che in tre capoluoghi, quest’anno il M5s non si è presentato, per l’Istituto Cattaneo “una simulazione ci ha mostrato che questo fatto non altera significativamente il risultato finale”.
Si può dunque parlare di successo del M5s solo confrontando il risultato di domenica con quello delle precedenti comunali, ma se paragonato alle politiche del 2013 l’ultima consultazione “segna per i 5 stelle un momento di stasi se non di arretramento”, laddove per centrosinistra e soprattutto centrodestra segnalano una ripresa.
Con l’aggravante di un altro dato evidenziato dall’Istituto Cattaneo: il centrodestra è in recupero, eppure è proprio il suo elettorato di riferimento a rifugiarsi maggiormente nell’astensione alle elezioni amministrative, mentre quello del Movimento 5 Stelle è più fedele e radicato, con qualche eccezione come Bologna, dove risulta non pervenuto il 39% degli elettori del movimento delle politiche.
Ed è proprio alle percentuali dell’Istituto Cattaneo che si rifà il presidente del Pd Matteo Orfini per rintuzzare i toni di Grillo via Facebook: “I numeri – scrive Orfini – hanno una loro testardaggine. E allora se vogliamo analizzare davvero il voto è bene tenerne conto. Al voto andavano 24 comuni capoluogo. Il Pd ne ha vinti al primo turno 3 e arriva al ballottaggio in 17. Sono 4 quelli in cui siamo rimasti fuori. Il Movimento 5 Stelle in 6 non è nemmeno riuscito a presentarsi, in 15 rimane fuori dal ballottaggio. Su 24 comuni capoluogo va al ballottaggio solo in 3: a Roma, Torino e Carbonia”.
E ancora: “Fare il calcolo dei voti non è semplicissimo per la presenza di tante liste civiche, ma quello che è certo è che rispetto al 2013 il M5s perde mentre il centrosinistra cresce (fonte: Istituto Cattaneo). La Lega scompare, Sinistra Italiana ha un risultato deludente (parole di Fassina, non mie). Questo è il quadro oggettivo, il resto è (legittima) propaganda”.
“Siamo contenti? No. Perchè rimanere ancora una volta fuori dal ballottaggio a Napoli brucia. E perchè in alcuni casi ci aspettavamo di più (Latina ad esempio). Ma leggere questo risultato come un successo grillino è onestamente ridicolo”, scrive Orfini assicurando che anche a Roma, nella sfida coi 5 Stelle, “ce la giochiamo”.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
GIORGIA NON LA SOPPORTA, SALVINI LA FA VOTARE, COSI’ PER UNA VOLTA IN VITA SUA POTRA’ DIRE DI AVER VINTO… VIRGINIA PROFUMA DI OPPORTUNISMO: UN PASSATO DA PREVITI, QUASI ASSESSORA CON MARINO, DONNA DI FIDUCIA DI CASALEGGIO E AMBIGUA COME LUI, CAMBIA VERSIONE A SECONDA DI CON CHI PARLA
In fondo già lo slogan, un maiuscolo RomaAiRomani, depurato da ogni riferimento a braccia tese, non dovrebbe dispiacere agli elettori della Meloni – con tutto che Giorgia, raccontano, non ha affatto in simpatia Virginia, anzi (dato di cui tenere conto).
Ma che la Raggi adesso cercherà di parlare ancora di più agli elettori della destra romana è ovvio: la cosa interessante è il come.
«Non è finita», dice lei ora. «Il 19 giugno bisognerà completare ciò che abbiamo iniziato, per riscrivere insieme il futuro della nostra città ».
Virginia è un animale politico interessante da tempo: come sempre, da molto prima che si accendessero i riflettori su di lei, da prima che dicesse, come oggi, cose tipo «ci tacciavano come antipolitica, la nostra invece è un’altra politica».
O che annunciasse (a Porta a Porta) «ci saranno anche degli esterni in giunta».
È una difficile da etichettare. Mescola mondi.
Avvocato di 37 anni, un figlio di sette, fa la pratica da Previti e lavora nello studio dei fratelli Sammarco, mondo previtiano purissimo. Ma poi allaccia un dialogo con ambienti della sinistra romana, le occupazioni, la ex Lavanderia, i mercatini equo-solidali, le biciclettate.
È cresciuta nella classe media (San Giovanni), poi però da grande è andata in periferia nord (Ottavia). Tifa Roma o Lazio? «Non mi pronuncio»; in realtà è stata in tribuna all’OIimpico, quello di Cragnotti, non di Totti, con la scusa che il tifoso era il marito, Andrea Severini, regista radiofonico e braccio destro di Anna Pettinelli a Rds (cioè mondo Montefusco, Balduina, romanord. anche se lievemente spuria).
È piaciuta a Silvio Berlusconi, «gente a me amica me ne ha parlato molto bene»; ma non tutti ricordano che Virginia fu a un passo dal diventare assessore alla sicurezza della giunta di Ignazio Marino (che tanto ingenuo evidentemente non era, così l’avrebbe inglobata e depotenziata; solo dopo, litigarono).
Avvenne nel giugno 2013, il marziano a Roma doveva puntellarsi, conobbe i grillini romani, «per l’ottanta per cento avevano il mio stesso programma» e prese «la più brava e la più severa» proponendole di fare l’assessore.
Lei si dichiarò disponibile, se ci fosse stato il voto della rete. La rete votò. Disse sì. Intervenne poi Gianroberto Casaleggio (non Grillo, che di queste cose non sapeva un’acca): «Non esiste che uno dei nostri vada in giunta con uno del Pd».
Da quel giorno Virginia è cambiata. Era una severa e anche con durezze caratteriali, ma rispettosissima dell’assemblea dei cinque stelle: diventò invece in un amen una preferita della Casaleggio, molto molto ligia alle disposizioni di Milano.
Però Virginia è inetichettabile. Piccolo inedito: quando La Stampa rivelò il “contratto” (chiamiamolo così) firmato da Raggi che la obbligava a sottoporre le decisioni strategiche al vaglio dello staff (era lo staff della Casaleggio, in quel testo), molti la attaccarono ma lei – discreto avvocato – era la prima a sapere che quel contratto giuridicamente non vale niente.
Così – siccome Roberta Lombardi, la ex faraona, sua arcinemica, voleva commissariarla o condizionarla, preparandosi a dire che Virginia non aveva rispettato il contratto che le impone lo staff – è stata lei, la Raggi, a giocare d’anticipo: «Volete lo staff? Okay, lo scelgo io».
E ci ha messo dentro, oltre la Lombardi, gente a lei non ostile. Insomma, sa fare politica.
Certo, nascose la cosa di Previti; ma ne ha assorbito i contraccolpi minimizzandoli con sorriso impassibile, tipica dote politica.
Quando parla sembra un po’ in una telenovela: come nell’appello finale nel confronto in televisione a Sky. Ha flirtato a sinistra («azzeriamo il debito di Roma con le banche, e rinegoziamolo»), ma ha pronte in queste due settimane due armi per l’elettorato di destra.
Sugli immigrati, su cui – come Tariq Ramadan sull’Islam – modifica versione in base a chi ha davanti: da oggi, vedrete, dirà cose come «non devono diventare una minaccia». Sui campi rom (andò in radio e disse: «Semplificando si può dire ai rom “annate a lavorà ?” Sì»).
Forse parlerà meno di funivie, e più di discese ardite e risalite (alla Lucio Battisti).
Di sicuro cercherà di introdurre il baratto: ma quello politico, coi voti della Meloni che Salvini vorrebbe darle, ma Giorgia paradossalmente no.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Giugno 6th, 2016 Riccardo Fucile
SE NON “FUNZIONI” COME CANDIDATO INTERCETTI SOLO LO ZOCCOLO DURO DEGLI ELETTORI CINQUESTELLE E NON VINCERAI MAI
Il Movimento 5 stelle ha vinto il primo turno delle elezioni comunali del 2016. 
Ci sono luci e ombre, la lettura del voto è stratificata e complessa, ma a livello globale ha vinto.
Un’affermazione conquistata dove c’era una trincea da conquistare, un campo da sminare. Ma soprattutto ottenuta asfaltando, spazzando via, uno dei capisaldi dell’armamentario di slogan a 5 stelle: quello del “Uno vale uno”.
I candidati stellati che hanno ottenuto buone, se non ottime affermazioni sono stati quelli che hanno funzionato come candidato.
Virginia Raggi e Chiara Appendino, ciascuna a suo modo, hanno bucato lo schermo, hanno anche rassicurato l’elettorato che volevano motivare, hanno toccato le corde dell’empatia e dell’immedesimazione di coloro a cui hanno chiesto il voto.
Nel suo modesto risultato, anche Massimo Bugani a Bologna ha elevato la modesta asticella riscontrata a livello nazionale, grazie ad un radicamento sul territorio e a un lavoro che hanno permesso l’identificabilità del suo volto con una storia, un tessuto di connessioni.
Ovunque i 5 stelle abbiano optato per un frontman fiacco, inefficace, se non proprio per un carneade, si sono limitati a intercettare quel misto tra zoccolo duro e quel generico senso di protesta che ancora alberga in alcune fasce d’elettorato.
La cui somma non va comunque oltre un fisiologico 9-11%.
Non si confonda “L’uno vale uno” a 5 stelle con il sacrosanto principio di una testa un voto, riconosciuto come principio fondante della democrazia, a prescindere dal grado di disintermediazione del contesto.
Il principio stellato è quello per cui ognuno è intercambiabile nell’assolvimento di qualunque tipo di incarico e di funzione.
Perchè contano le idee e la rete solidale che ti sostiene, non il tuo livello di competenza e capacità personale.
C’è un video del 2011 nel quale, alla presenza di Beppe Grillo, Filippo Pittarello, strettissimo collaboratore dei due co-fondatori e oggi gran tessitore del gruppo a Bruxelles, spiega la filosofia alla base del principio a 5 stelle.
L’eletto grillino deve avere “una faccia pulita e attitudini, più che competenze”.
Poi spiega quel che faceva Giovanni Favia (sappiamo tutti come è andata a finire) quando sedeva in consiglio comunale a Bologna:
“Prendeva il testo di legge, lo mandava ai ragazzi che erano in riunione, dove c’erano due o tre esperti che gli scrivevano in tempo reale l’intervento che doveva fare”. Quindi Pittarello passa ad elencare i criteri per la scelta del perfetto candidato: “Una faccia pulita, un’attitudine a muoversi con destrezza sulla rete, quella a chiedere consigli e la capacità di parlare in pubblico”.
Insomma, un’eterodirezione quasi completa, rispetto alla quale è praticamente ininfluente chi sia il terminale del voto.
Ecco, Virginia Raggi e Chiara Appendino sono le perfette testimonial del fatto che questo assunto sia una boiata pazzesca.
Prendiamo il caso Roma. Appena tre anni fa la città usciva dal disastroso quinquennio di Alemanno, travolto dagli scandali dell’Ama, di parentopoli, di anni di mala gestione e esasperazione della città . E il Pd candidava un Ignazio Marino che ai blocchi di partenza era considerato un debole ripiego.
In quella condizione Marcello De Vito, bravissima persona ma non un condottiero, si fermò a un terzo dei voti di quella che poi diventò sua collega in consiglio Comunale.
A Napoli, città di Roberto Fico e territorio di caccia di Luigi Di Maio, l’aver candidato un Brambilla milanese tifoso dichiarato della Juventus ha portato l’asticella al 9%.
A Milano, città di Gianroberto Casaleggio e terra d’elezione di Mattia Calise, primo consigliere comunale in una grande metropoli, silurata la designata Bedori e avendo spinto avanti in tutta fretta il freddino Corrado non si è andati oltre il 10%.
Male a Cagliari, appena meglio a Trieste, i carneadi al voto non hanno raggiunto il ballottaggio in nessuno degli altri principali comuni, se si esclude Carbonia, dove su 16mila votanti circa 150 gli hanno aperto le porte del secondo turno a scapito di un raggruppamento di liste civiche.
I 5 stelle fanno finta di non saperlo, ma hanno compreso benissimo una regola semplice della politica.
Quella per cui chi vota si identifica, si sente motivato e/o rassicurato da chi in prima persona gli chiede il voto.
E aderisce a un’idea, a una filosofia della politica e infine ad un programma anche, forse soprattutto, per come gli viene veicolato e comunicato. Lo sanno talmente bene che hanno puntato le proprie fiches laddove sapevano di avere buone chance di vittoria, marginalizzando gli altri contesti.
Sapendo anche che il corollario dell’uno vale uno, e cioè che “l’unico candidato premier del Movimento è il Movimento”, è anch’essa una sciocchezza.
Chiedere a Luigi Di Maio. E a chi ha allestito il set fotografico di Vanity Fair.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
A ROMA TRIONFO O BATOSTA
Fedele a una scelta che gli ha fruttato – finora solo nei sondaggi – un consenso popolare crescente dopo la scoppola delle europee 2014, il movimento di Beppe Grillo ha aperto i suoi comizi con uno slogan efficace, “O-ne-stà , o-ne-stà ”, implicita accusa a tutti gli altri di essere disonesti (o corrotti, o criminali, o mafiosi).
Scelta ardita, oltre che discutibile, anche perchè comporta una inevitabile conseguenza: poichè solo i pentastellati sono “onesti” – anche quando i loro sindaci vengono indagati dalla magistratura – non possono allearsi con nessuno, foss’anche una lista civica di carabinieri in congedo.
Essendo l’unico partito che corre solo con il suo simbolo, quello di Grillo sarà anche il solo a dover confrontare il risultato di domani sera con quello delle ultime elezioni (le europee).
Se dunque il Movimento 5 Stelle scendesse in una grande città al di sotto delle percentuali ottenute due anni fa a Roma (24,9), a Milano (21,1), a Torino (23,8), a Napoli (26,5) o a Bologna (15,3) la narrazione della “rivoluzione dell’onestà ” si incepperebbe fastidiosamente.
La vera partita decisiva si gioca a Roma, dove Virginia Raggi è in cima a tutti i sondaggi, e ormai da un pezzo Grillo accarezza il sogno di ripetere nella capitale l’impresa che in Spagna è riuscita a Podemos – altro partito anti-sistema – con l’elezione dell’ex magistrato anti-corruzione Manuela Carmena a sindaco di Madrid. Sarà inevitabile aspettare i ballottaggi, che finora hanno sempre favorito il movimento, ma se alla fine le urne smentissero i pronostici, per i Cinquestelle sarebbe una batosta assai difficile da mandare giù, anche se molti pensano che il vero guaio per Grillo non sarebbe perdere il Campidoglio, ma conquistarlo (ed essere costretto a dimostrare di saper governare).
Sebastiano Messina
(da “La Repubblica”)
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Giugno 3rd, 2016 Riccardo Fucile
FICO E DI MAIO SI PUNZECCHIANO DA GIORNI A DISTANZA… IN BALLO LA LEADERSHIP DEL MOVIMENTO
Anche il M5S ha le sue correnti, i «fichiani» e i «luigini». 
I primi fanno riferimento a Roberto Fico, presidente della Vigilanza Rai e braccio destro di Beppe Grillo.
Gli altri, invece, sono al seguito di «Luigino» Di Maio, giovanissimo vice presidente della Camera, già promesso leader da Gianroberto Casaleggio.
La prima resa dei conti si consumerà dopo le amministrative quando Grillo e i suoi faranno un bilancio su questa tornata elettorale che vede al voto capoluoghi, come Roma, Torino, Milano Bologna e Napoli.
Da giorni, però, Fico e Di Maio si punzecchiano a colpi di interviste lasciando intendere che presto, molto presto, i due si contenderanno la leadership del movimento.
Il primo, Fico, con l’Huffington Post striglia il secondo, Di Maio.
Il presidente della commissione vigilanza Rai ha estratto il cartellino giallo nei confronti del vice presidente della Camera: «L’intervista sul sesso, rilasciata a Vanity Fair, non l’avrei fatta».
E ancora: «L’unico candidato del M5s è il movimento stesso».
Botte da orbi, si direbbe. Con un riferimento chiaro se non si fosse compreso: un no secco alla leadership di Di Maio, reo di essersi espresso in questi termini: «Il sesso è fondamentale. Se non c’è sesso non c’è relazione. Il massimo è avere il sesso con l’amore».
Ma ieri su Repubblica Fico è tornato sulla questione leadership: «Se il movimento diventa una faccia, qualsiasi essa sia, ha fallito la sua rivoluzione culturale».
Di Maio, invece, da par sua, risponde da equilibrista dalle colonne di Micromega: «Saranno gli iscritti a decidere chi sarà il candidato premier per il M5s».
Salvo poi aggiungere: «Se la scelta dovesse cadere su di me non mi sottrarrò a questo impegno e questa dimostrazione di fiducia».
In questo contesto si muovono le rispettive truppe.
Truppe distinte e distanti, spiega chi conosce la galassia parlamentare del movimento. Dietro le quali si nasconde anche l’idea sul futuro dei 5stelle.
Ma chi sta con chi?
Con Fico, espressione dell’ortodossia del movimento, è schierata la vecchia guardia di senatori, come Paola Taverna e Nicola Morra, più una serie di seconde linee venete e piemontesi che rappresentano i cosiddetti «integralisti» a cinque stelle. A questi si aggiunge anche il deputato Angelo Tofalo, membro del Copasir, una voce che Roberto ascolta in ogni suo passo.
Fra i «fichiani» la convinzione è che si debba tornare alle origini, a essere «più movimento» e meno partito, provando a tornare nelle piazze come ai tempi del «Vaffaday».
Di parere avverso l’innercircle di Di Maio: «Non esiste: se vogliamo puntare a Palazzo Chigi dobbiamo seguire i consiglio di Luigi».
Il mediatore di Pomigliano d’Arco, figlio di una professoressa di latino e greco, si muove in punta di piedi ma con il passo del leader. Le sue truppe sono affollate.
«Sono rimasti soltanto posti in piedi», ironizza un deputato che chiede l’anonimato. Danilo Toninelli, esperto di riforme costituzionali, e Alfonso Bonafede rappresentano la cerchia stretta di «Luigino».
Per non parlare dell’altro membro del direttorio Carla Ruocco, del siciliano Giancarlo Cancelleri, già candidato con i cinquestelle come governatore dell’isola nel 2012, e dell’ex capogruppo a Palazzo Madama Vito Crimi.
Nell’ultimo periodo anche Alessandro Di Battista, altro super big dei 5stelle, si è avvicinato al vice presidente della Camera. Raccontano che i due avrebbero raggiunto un accordo che consisterebbe in un ruolo di governo per Di Battista qualora i pentastellati scalassero Palazzo Chigi.
Nel mezzo ci sono i «dialoganti», come la senatrice Elisa Bulgarelli o la deputata Giulia Sarti, che in Transatlantico osano ripetere: «Il movimento ha perso lo spirito iniziale».
Anche se sono già pronte a qualsiasi scenario. Con Roberto o con Luigino, si intende.
Sullo sfondo invece c’è chi come la piemontese Laura Castelli non adora Di Maio ma presto potrebbe salire di grado e diventare capogruppo a Montecitorio.
Una nomina che se confermata dovrà essere, però, vidimata da Di Maio.
Giuseppe Alberto Falci
(da “La Stampa“)
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Giugno 3rd, 2016 Riccardo Fucile
TERCOVICH AVEVA FATTO UNA SERIE DI DICHIARAZIONI CONTRO I PROFUGHI… IL CANDIDATO SINDACO MENIS: “NON POSSO ESPELLERE NESSUNO MA NON VOTATE PER LUI, E’ RAZZISTA”
“Tercovich non fa più parte del gruppo che mi sostiene. Chiedo di non esprimere preferenze per lui. Non ho
il potere di espellere nessuno dal M5s ma posso dire che, per quanto mi riguarda, Fabio Tercovich non fa più parte del gruppo di persone, candidati e attivisti, che in questi mesi hanno sostenuto la mia candidatura a sindaco. Chiedo quindi esplicitamente di non esprimere alcuna preferenza nei suoi confronti al momento del voto”.
Inizia così il durissimo comunicato del candidato sindaco pentastellato al Comune di Trieste, Paolo Menis.
Poche righe che arrivano dopo l’articolo di Repubblica.it sul collega del M5s Fabio Tercovich, dipendente della Regione e candidato anti-immigrati che propone di “sospendere ogni forma di aiuto umanitario a quei Paesi dai quali arriva questa marea di persone”.
Auspicando che l’Italia “dichiari lo stato di guerra a difesa dei confini marittimi”.
“Fabio Tercovich, con le sue reiterate esternazioni pubbliche, ha dimostrato di non rispettare l’impegno sottoscritto al momento della presentazione della richiesta di certificazione da parte del gruppo di attivisti che a Trieste sostiene la mia candidatura a sindaco della città : ovvero quello di sostenere e rispettare il programma elettorale – aggiunge Paolo Menis – Come ho già fatto, mi dissocio totalmente dalle sue dichiarazioni razziste. Si possono avere idee diverse sulla gestione dell’immigrazione del nostro paese ma mai deve mancare il rispetto di tutti gli essere umani e sempre ne deve essere difesa la dignità “, sottolinea il candidato sindaco grillino.
Va detto che le esternazioni di Tercovich non sono recenti: “Nel caso dei clandestini – scriveva il 30 maggio – più tolleriamo che entrino nel nostro Paese orde di semplici migranti economici africani che si spacciano per profughi di guerra, senza un permesso preventivo, anzi, mantenendoli, e più ne arriveranno in futuro, fino a raggiungere numeri incontrollabili e destabilizzanti per la nostra società “.
Ed eccone un altro, del 29 maggio: “Il principio deve essere quello secondo cui chi vuole entrare a casa di qualcun’altro (testuale, con apostrofo, ndr), deve, prima, chiedere il permesso, e solo dopo viene, eventualmente, accolto. A quanti cercano di entrare senza permesso preventivo andrebbe negato, a prescindere, ogni diritto all’accoglienza”.
Affermazioni che Tercovich non smentisce ma, anzi, rilancia sempre sulla sua pagina Facebook:
“Il programma elettorale del M5s Trieste, sul tema – specifica ora Menis – prevede l’imposizione di un limite massimo al numero di richiedenti protezione internazionale accoglibili sul territorio, progetti per coinvolgerli in attività di volontariato a vantaggio della collettività e maggior trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche. Tra l’altro Tercovich – conclude il candidato sindaco – pur avendone la possibilità nel corso di tutta la campagna elettorale e con diversi mezzi, non ha mai presentato osservazioni o richieste di modifiche al programma approvato da tutti i candidati del MoVimento 5 Stelle”.
Giovanni Gagliardi
(da “La Repubblica”)
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Maggio 27th, 2016 Riccardo Fucile
ROMA SOTTO TUTELA DI UNO STAFF, A BOLOGNA NIENTE PRIMARIE, A MILANO CAMBIO IN CORSA
C’è chi è sotto tutela e chi no. Chi ha firmato un codice etico e chi no. Città che vai, regole che trovi.
Virginia Raggi, se diventerà sindaco di Roma, avrà un mini-direttorio politico, uno staff, che vigilerà su di lei orientandone le decisioni.
L’ufficialità , arrivata pochi giorni fa, rispetta quanto previsto nel contratto firmato tra la candidata 5 Stelle e il Movimento.
Il caso Raggi è però isolato ed è da collocare in una realtà , quella della Capitale, dove il Movimento è molto frastagliato e dove non mancano le correnti e i dissensi. Quindi paletti più stretti per evitare fughe in avanti.
Invece a Torino, Chiara Appendino, in corsa per conquistare la città , quando le hanno chiesto se da primo cittadino sottoporrà i suoi provvedimenti amministrativi e le nomine all’approvazione della Casaleggio associati, ha risposto senza mezzi termini: “Credo che i sindaci debbano lavorare in autonomia”.
Qualcuno ha paragonato il genere suo a quello di Federico Pizzarotti, il sindaco di Parma adesso sospeso, che non ha mai esitato a dire ‘no’ a Beppe Grillo e prima ancora a Gianroberto Casaleggio, e che corrisponde a quel modello che riesce comunque a mantenere una certa distanza dal blog e dai suoi dettami.
Anche i contratti firmati dai candidati sono diversi da città a città .
Mentre i romani se tradiranno il mandato cambiando casacca saranno costretti a pagare una multa di 150mila euro, i torinesi avranno un trattamento più soft.
Al momento un regolamento messo nero su bianco, nel capoluogo piemontese, non c’è. Sul sito del Movimento appare ancora quello dell’anno precedente.
Tutto lascia immaginare che le regole di ingaggio comunque saranno diverse e che siano state studiate e applicate alla luce delle correnti locali.
E poi ancora, la candidata di Torino sta pensando alla creazione della Giunta passando per un bando pubblicato sul sito del Movimento: “E chi l’ha detto che gli assessori devono essere dei 5Stelle?”, è l’osservazione che ha fatto.
Quindi la squadra, qualora diventasse sindaco, potrebbe essere formata da urbanisti, professori universitari e ingegnere.
Non dovrebbe neanche esistere alle sue spalle uno staff modello Raggi. L’aspirante primo cittadino di Roma ha giustificato la diversità di trattamento spiegando che “si è iniziato da Roma con il codice di comportamento e con lo staff per il ruolo di Capitale e per la vicenda Mafia Capitale che ha provato molto la città e i cittadini”.
Inizialmente la stessa Raggi aveva parlato di un staff più somigliante a un ufficio legale, figure cioè che l’avrebbero dovuta aiutare nella stesura delle leggi.
Poi però, anche per rimediare alla gaffe sui garanti Grillo e Casaleggio che avrebbero deciso le sue sorti, è comparso uno staff dallo stampo prettamente politico, formato dalla senatrice Paola Taverna e dalla deputata Roberta Lombardi.
Tra quest’ultima e la Raggi, non a caso, c’è stato un po’ di freddo nelle ultime settimane, fino all’intervento di Beppe Grillo, arrivato a Roma proprio per mettere pace tra le due, incontrando prima una e poi l’altra.
Così, dopo aver calmato le acque, ha nei fatti imposto la creazione di questo staff di controllo e di aiuto a causa delle incertezze degli ultimi tempi.
Roma resta quindi un unicum, con il suo staff e le sue regole. Uno strappo alle classiche regole 5Stelle è stato fatto a Milano.
Dove Gianluca Corrado è il candidato sindaco dopo aver vinto le primarie “confermative” sul blog di Beppe Grillo, prendendo il posto dell’ex candidata grillina Patrizia Bedori, costretta a fare un passo indietro tra le polemiche: “Mi avete chiamata casalinga e grassa”.
Se le comunarie, poi disconosciute, a Milano sono state almeno fatto, a Bologna invece neanche sono state disputate.
Nel capoluogo romagnolo la candidatura singola di Max Bugani e la sua lista di 26 candidati non sono state sottoposte al giudizio della base scatenando non poche battaglie interne. Non solo.
Bugani, poco tempo dopo, è entrato a far parte dello staff di Casaleggio jr. Discorso ancora diverso a Napoli, senza regolamento e senza staff, dove il mite Matteo Brambilla prova a conquistare una città in cui gli umori grillini sono ormai da tempo in appalto a Luigi De Magistris.
(da “Huffingtonpost”)
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