Febbraio 16th, 2016 Riccardo Fucile
AL VIA LE COMUNARIE PER ROMA SOTTO LA REGIA DI CASALEGGIO
Una svolta pratica e politica nel giorno in cui inizia una settimana decisiva per il Movimento 5
Stelle in vista delle amministrative.
La scelta di Beppe Grillo di trasformarsi in “elevato”, ovvero in colui che guarda dall’alto il Movimento 5 Stelle, ha il primo effetto concreto.
Da oggi, ufficialmente, il nome del leader non sarà più nel simbolo: il passaggio era stato già deciso dalla Rete tre mesi fa attraverso un sondaggio, ma adesso è diventato effettivo. La differenza non è soltanto grafica, come è ovvio.
Nel nuovo logo, formalmente registrato, non appare più la scritta “beppegrillo.it” ma “movimento5stelle.it”.
La diretta conseguenza è che il nuovo simbolo non è più di proprietà di Beppe Grillo, come lo era quello precedente, su cui il leader infatti ha sempre rivendicato il potere di togliere il logo alle amministrazioni dissidenti.
D’ora in poi sarà dell’associazione Movimento 5 Stelle, con sede in via Roccataglia Ceccardi n.1/14 a Genova, studio legale di Enrico Grillo, nipote del più famoso Beppe.
L’Associazione è stata fondata, con atto notarile, da Beppe Grillo, che è il presidente, dal nipote-avvocato Enrico, che ha la carica di vicepresidente, e dal commercialista Enrico Maria Nadasi.
Dettaglio da non sottovalutare riguarda il fatto che il mandato di Beppe Grillo come presidente scade tra meno di un mese e, se davvero il leader è intenzione a mettersi da parte, non è escluso che Grillo junior possa avere un ruolo sempre più di primo piano essendo già socio fondatore dell’associazione.
Per questo i prossimi mesi, a partire già da questa settimana, saranno determinanti per le sorti del Movimento, che deve uscire dal caos territori.
In bilico, in un momento così delicato, è anche l’incarico di Luigi Di Maio attualmente responsabile degli Enti locali.
L’ultimo caso, come se non fosse bastato quello di Quarto, riguarda il Comune di Bagheria e l’abuso edilizio del sindaco pentastellato, con annesse dimissioni dell’assessore all’urbanistica.
Ma scottati dalla cacciata del sindaco di Gela e dalle varie spine territoriali nel fianco, adesso i grillini vogliono conquistare Roma.
Sotto il Colosseo per giorni si è attesa la pubblicazione dei video dei 200 aspiranti candidati al Comune di Roma. E poi, ecco il post firmato da Roberta Lombardi: “Per la prima volta a Roma cittadini onesti potranno scegliere altri cittadini onesti come propri portavoce nelle istituzioni. Niente stanze segrete dei partiti, niente nomine dirette. In una parola: democrazia diretta. Quello di oggi è il primo passo”.
I candidati sono di tutte le età (la media è 47 anni), con curriculum diversi e il più variegati possibile. C’è la ortodermista, un project manager di Telecom, ma anche un docente di statistica, una insegnante con 4 lauree e un attivista che dichiara di aver avuto la tessera di Forza Italia “ma solo per un anno”.
Presenti anche tanti avvocati, un agente della Guardia di finanza, un poliziotto e altro ancora.
Ci sono anche i quattro ex consiglieri comunali, due di questi e cioè Marcello De Vito e Virginia Raggi vengono dati per favoriti nella corsa per la poltrona più alta, quella del candidato sindaco. Sarà possibile votare da venerdì.
Per adesso invece i 9500 iscritti al blog e con diritto di voto possono visionare i profili dei candidati. Candidati che, una volta eletti, se dovessero cambiare casacca dovranno pagare una multa di 150mila euro. Provvedimento, per adesso, preso solo per la Capitale dove il rischio trasformismo viene considerato più alto rispetto a Torino e Milano.
Comunque sia ora la macchina romana è in moto, eppure la partenza è stata a rilento. La causa? “Problemi tecnici”, hanno ripetuto come un mantra dalla Casaleggio Associati. Circostanza che ha fatto spazientire, e non poco, i grillini capitolini dal momento che il Movimento ha sempre fatto della democrazia in Rete, della tecnologia e della comunicazione online i suoi tratti distintivi.
Alla base, tuttavia, non ci sarebbero stati solo problemi tecnici ma anche dubbi nel quartier generale di Milano sulla solidità dei candidati.
Nessuno di questi ha infatti folgorato Casaleggio, tanto che sarà un mini-direttorio, formato dai romani Alessandro Di Battista, Roberta Lombardi e Paola Taverna, a condurre la campagna elettorale.
A Napoli il quadro è ancora incerto. Gianroberto Casaleggio e Roberto Fico hanno in mente un candidato per uscire dall’alta marea delle liste campane: la storica attivista locale Francesca Menna, docente di igiene e sanità pubblica veterinaria all’università Federico II. Ma come ha confidato alcuni giorni fa il componente del Direttorio ad alcuni deputati: “Finchè non vedo la lista non so neanche se correremo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 13th, 2016 Riccardo Fucile
IL SINDACO NO, SI LIMITA A CHIEDERE SCUSA… “ERO CONVINTO CHE L’ITER DELLA SANATORIA FOSSE CONCLUSO, INVECE NON E’ COSI'”
Bufera a Bagheria sulle case abusive delle famiglie del sindaco Patrizio Cinque e dell’assessore
all’Urbanistica Luca Tripoli.
Dopo il servizio delle Iene, è arrivato il diniego alla concessione edilizia per la casa costruita nel 2008 dai genitori dell’assessore grillino.
In un video pubblicato sul sito dei Beppe Grillo per lui il sindaco annuncia le dimissioni. Ma lo stesso Cinque è stato coinvolto in prima persona nella polemica perchè l’abitazione nella quale vive con i genitori, realizzata negli anni Ottanta, ancora non è stata sanata e formalmente è abusiva.
Intervistato da Giulio Golia delle Iene il sindaco aveva assicurato che tutte le carte erano “in regola”.
In realtà manca il parere della soprintendeza e, secondo Cinque, visto il ritardo sarebbe scattato il silenzio assenso: “Come probabilmente sapete ci sono stati alcuni servizi sul problema dell’abusivismo a Bagheria – dice sul blog beppegrillo.it – E sono stato tirato in ballo io stesso, con la casa dei miei genitori. Ecco i fatti. Nel 1982, quando ancora non ero neanche nato, la mia famiglia costruisce questa casa che, contrariamente a quanto è stato detto, non ricadeva in una zona con vincolo monumentale e viene avviata la pratica per sanarla. Sono stati ottenuti, dal Comune, i pareri favorevoli necessari e sono stati pagati gli oneri concessori. Ero convinto che l’iter fosse concluso, ma in realtà non è così e quindi ho detto un’inesattezza – di cui mi scuso con i cittadini – affermando che la casa fosse sanata. Quindi ho chiesto io stesso a mio padre di presentare in Comune l’ultimo documento mancante, l’attestazione del silenzio assenso della Sovrintendenza già in suo possesso dal settembre 2012.
Ma a Bagheria, purtroppo, negli uffici tecnici ci sono ben 8000 pratiche di sanatoria, frutto di decenni di governo della città sull’impronta del far west edilizio. Tra queste c’è anche quella che riguarda il papà dell’assessore all’urbanistica.
Gli uffici del Comune, a dimostrazione della loro imparzialità — se mai ce ne fosse stato bisogno — hanno esitato negativamente la sua pratica. L’assessore stesso, per fugare ogni ombra, ha deciso di fare un passo indietro rimettendo la delega. E di questo gli do atto”.
Dal Partito democratico “si prende atto di questa vicenda”: “Apprendo delle dimissioni dell’assessore all’urbanistica Tripoli – dice Daniele Vella – e ritengo che con questo gesto si pone fine ad una vicenda non legata solamente alla questione della bugia sulla casa abusiva di famiglia,ma legata all’opportunità di mantenere in carica un Assessore che in questi quasi due anni di consiliatura ha fatto emergere svariati profili di incompatibilità e su questi ha sempre trovato la inopportuna copertura politica del Sindaco Cinque.
Nel comunicato diramato dal blog di beppe grillo, inoltre,il Sindaco si scusa con i cittadini per la bugia sostenuta rispetto alla questione della sua casa abusiva.Non conosceva le carte. Bene, ne prendiamo atto ed è un passo in avanti rispetto all’arroganza manifestata spesso da questa amministrazione. Adesso la rotta va corretta sugli altri settori in cui emergono gravi carenze :servizio idrico, rifiuti, edilizia scolastica e sicurezza delle scuole,bilancio e servizi al cittadino”.
Antonio Fraschilla
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 13th, 2016 Riccardo Fucile
“IL METODO DEI CLIC FA SCHIFO, AMBIGUITA’ TRA AZIENDA E MOVIMENTO”
Filippo Pittarello è stato per anni uno dei tre “triumviri” della Casaleggio, l’uomo macchina di Casaleggio (anche se il sistema per estrarre soldi dalle varie piattaforme web non è inventato tecnicamente da Gianroberto Casaleggio, ma dal figlio Davide). Era uno dei due che seguivano Grillo nell’èra aurorale del Vday di Bologna, scriveva i testi del blog, lo coordinava, ci metteva cose anche interessanti dentro.
Ieri, pur senza contestare elementi fattuali della ricostruzione della Stampa sul meccanismo dei clic, ha scritto: «Prendere una manciata di nomi di persone che lavorano molto e si fanno vedere poco, mischiare con qualche confusa nozione di advertising online, condire con abbondante dietrologia. Servire a mezzo stampa a chi si ciba di disinformazione».
Immaginava uno stuolo di commenti di fan ma, sorpresa, a quel punto è spuntato Marco Canestrari: «Caro Filippo, nessuno meglio di te sa quanto ho investito in tempo, soldi e salute in un progetto in cui ho creduto ancora fino a tre anni fa. Sono consapevole che le mie opinioni, adesso, dopo il 2013, possono anche valere meno di zero (anche se all’epoca mi pare che la mia opinione in merito a quanto successo fosse stata apprezzata), ma so che comunque accetterai di leggerle e rifletterci su».
Ma chi è Marco Canestrari?
Era l’altro, di quei due. È un web developer che faceva spesso terzetto con Grillo e Pittarello. Ha lavorato alla Casaleggio più di tre anni, fino al 2010. Ora vive a Londra. Canestrari è una mente talentuosa.
Molte delle idee della rete da cui nasceranno i meet up sono sue.
Sentite ora cosa scrive: «L’articolo – a parte l’ingenuità sul titolo, “struttura delta” – è buono».
«I siti della galassia (TzeTze, LaFucina, LaCosa), nati per cercare di inventare un nuovo sistema di informazione, sono diventati una macchina per creare consenso facile con sistemi di dubbia moralità . Non trovo nessuna differenza tra il Canale 5 del 1994, dove Sgarbi vomitava insulti per creare il brodo necessario a Forza Italia, e LaFucina che usa le tette della Boschi per attirare qualche clic con titoli scandalistici, o propaganda rimedi al limone contro il cancro, o fa terrorismo contro i vaccini che provocherebbero l’autismo; ma poi c’è il M5S, in regione Lombardia ad esempio, che fa interrogazioni, proposte di legge, proteste, basate su evidenze scientifiche nulle, passando all’incasso del consenso».
È il j’accuse di uno del gruppetto fondatore del M5S: il problema «non è tanto il soldo, anche se mi rifiuto di credere che tu, Filippo, non veda l’ambiguità di questa struttura organizzativa (che poi è la stessa che usava Forza Italia: un’azienda privata che supporta con la sua logistica un movimento politico; poco importa se il vantaggio sia poco, tanto, a favore di una, dell’altro o di entrambi, se il sistema non è limpido come l’acqua di fonte). Il problema è che questo metodo fa schifo e provoca danni».
Pittarello a quel punto vacilla. Ammicca ad antiche complicità di tempi andati: «Caro Marco, tu per me sei sempre la “mente grigia”. Sono certo non vorrai passare per qualcuno che non fa distinzione tra un movimento politico e iniziative editoriali».
Ma Canestrari è secco: «Possono anche essere due cose diverse, ma se gestite dalle stesse persone, entrambe contribuiscono a formare l’opinione sull’iniziativa che, delle due, ha un impatto pubblico, cioè il movimento politico. Che, in questo caso, ne esce malissimo». L’unità del mondo-Casaleggio è infranta.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Febbraio 11th, 2016 Riccardo Fucile
DAL CONTRATTO IMPOSTO AL M5S A ROMA FINO ALLE WEBSTAR POLITICHE
Diciamo che è la struttura delta della Casaleggio, uno staff nello staff. 
Al punto 4a del «contratto» con il candidato sindaco del M5S a Roma, Gianroberto Casaleggio ha inserito una delle clausole più importanti, che possono passare inosservate: «Lo strumento per la divulgazione delle informazioni e la partecipazione dei cittadini è il sito beppegrillo.it/listeciviche/liste/roma».
Tradotto, tutto il traffico – anche video e social – deve passare dal blog.
Ma chi gestisce in concreto questa “struttura” alla Casaleggio associati?
La Stampa è in grado di raccontarlo millimetricamente. Mentre Grillo parla di «Rai fascista», la Casaleggio guadagna dai video di Rai, La7 e Mediaset, con un sistema semplice e perfettamente legale.
Prima cosa: ancor prima del boom del M5S, la Casaleggio ha costruito una quindicina di – chiamiamole così – webstar, da Di Battista a Fico, gente con un milione di iscritti su facebook, che è tenuta a concedere di pubblicare ogni proprio video sul sito di Grillo.
Se Dibba fa una performance dalla Gruber, la deve mettere sul sito di Casaleggio.
I video non vengono caricati su youtube (che non accetta caricamenti con monetizzazione di video protetti da copyright), ma su un altro servizio di cloud storage di video, che non ha evidentemente ancora stipulato accordi con le tv italiane e le società di produzione.
A questo servizio la Casaleggio paga una quota per ricevere in cambio dei ritorni pubblicitari dagli spot che partono prima del video, e dai banner (attraverso Adwords o altre piattaforme di monetizzazione pubblicitaria).
Per ogni video caricato e visto la Casaleggio incassa in percentuale una quota stimabile fino ai mille euro e oltre per ogni video visualizzato almeno centomila volte (dati variabili).
Cosa che a suo tempo fece infuriare moltissimi parlamentari M5S, che però non hanno mai avuto la forza di stoppare questo meccanismo.
Alla Casaleggio tre persone hanno tenuto in mano operativamente la cosa, nel corso di questi anni in varie fasi: Pietro Dettori, che gestisce anche gli account twitter di Grillo, e molto spesso è autore materiale dei post (Grillo incredibilmente lascia fare anche quando poco o nulla sa di ciò che viene scritto, anche delle uscite più tremende), figlio di un imprenditore sardo legato in precedenza a Casaleggio.
Biagio Simonetta, un giornalista, esperto di new media.
Marcello Accanto, un social media manager. E, ultima entry, Cristina Belotti, che si occupa della tv La Cosa, una bella ragazza cresciuta curiosamente alla più pura scuola del centrodestra milanese, la scuola di Paolo Del Debbio – lavorava nella redazione del suo programma – e arrivata alla Casaleggio attraverso il network dei fratelli Pittarello; soprattutto Matteo, fratello di Filippo, storico braccio destro di Casaleggio, un passato anche da boy scout.
Belotti è diventata collaboratrice di Luca Eleuteri, uno dei soci della Casaleggio (l’altro è Mario Bucchich; da non molto si sono aggiunti il programmatore storico della Casaleggio, Marco Maiocchi, e un uomo di marketing che collaborava con Casaleggio già in Webegg, Maurizio Benzi).
I tre che gestiscono il blog e le pagine social della galassia Casaleggio controllano tutto il giorno il trend di viralità dei contenuti pubblicati, attraverso le analisi comparate dei dati (usano insights di facebook e Google analytics).
Con l’incrocio semplicissimo di questi due strumenti, sanno in ogni momento quanto stanno guadagnando.
Le webstar politiche fanno fare soldi all’azienda. Un berlusconismo 2.0.
C’è però un’altra cosa in cui i «ragazzi» eccellono, e Dettori è bravissimo, la profilazione. È un loro divertimento sapere: chi si collega a un video, da dove, con quale software, quale browser, qual è la sua età e i suoi interessi.
Non è proprio The Circle di Dave Eggers – l’azienda è troppo piccola; quello è il sogno.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Febbraio 10th, 2016 Riccardo Fucile
IN RETE DIBATTITI SURREALI SUI RENDICONTI
Il motivo è: «$$$$$$$$$». Almeno secondo l’interpretazione su Facebook dell’onorevole a cinque
stelle Donatella Agostinelli, a proposito di una delle tante scissioni. Precisa, diretta, senza giri di parole.
Pensiero invece già più articolato per il collega cittadino Cristian Iannuzzi: «Lasciano per non ridare i soldi, sono peggio della casta».
Questa tendenza genovese del Movimento – la chiamiamo così non per dileggio, ma in ambizione sociologica – non può che discendere da Beppe Grillo.
Un giorno, era il marzo del 2013, il Garante stava entrando al Quirinale per le consultazioni con Giorgio Napolitano e, ai giornalisti che lo invocavano, mimò il gesto dei quattrini; avrebbe potuto fare quello dell’ombrello, o il dito medio, e invece sfregò le tre dita sebbene non se ne sia mai capito il motivo.
Una reazione spontanea, e ci sono cronisti che hanno telefonato a Grillo mentre era all’estero, e ricordano il suo rantolo di dolore: «Ma quanto mi costa?».
Se non fosse così genuino, Grillo non avrebbe capito qual è l’unica cosa che interessa agli elettori: i soldi.
Il resto, dai matrimoni gay al premio di maggioranza, è fumisteria da accademia.
Il problema è che le buonissime intenzioni della rinuncia parziale ai contributi elettorali, del restitution day coi parlamentari in posa per la foto dietro al maxiassegno, e poi degli scontrini delle origini, con l’andar del tempo sono diventate diagnosticabili come disturbi ossessivo-compulsivi.
Altrimenti come catalogare il seguente scambio di opinioni fra Ivan Catalano e Chiara Di Benedetto? «#tirendiconto?», «ma #renditicontote?», dove il gioco di parole è su “rendicontazione”.
Poi il resto del dialogo girava su un più classico «restituisci il malloppo», «mostrami il bonifico» eccetera.
Oppure, come catalogare la guerra scatenata un anno fa a Ragusa contro il concerto di Claudio Baglioni, con quel che costa, proprio mentre i cittadini dovevano raccogliere il necessario per la Tari?
Il progetto, giuridicamente stravagante, di far pagare 150 mila euro ai consiglieri comunali romani in caso di dissidenza (gli europarlamentari dovrebbero pagarne 250 mila) è l’approdo di una mania che ha portato Roberta Lombardi a chiedere on line che fare con gli scontrini del caffè perduti, che ha portato Adriano Zaccagnini (ora fuoriuscito) a promettere la restituzione del corrispettivo di un pranzo consumato al ristorante della Camera («pensavo di risparmiare»), che ha portato il deputato Carlo Sibilia a progettare il recupero dell’evasione fiscale dei narcotrafficanti.
Vivere in due in un appartamento di 60 metri ed evitare i locali più costosi del centro è encomiabile, finchè non lambisce la parodia.
I duelli sul filo della lama per cinquanta centesimi, o il coro «restituite i soldi anche voi», intonato come passepartout ogni giorno, e su ogni argomento, compresi quelli che non c’entrano nulla, ha portato uno dei cinque stelle meno robotici, il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, a dare un prezioso suggerimento: «Meno scontrini, più contenuti».
Mattia Feltri
(da “La Stampa”)
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Febbraio 9th, 2016 Riccardo Fucile
BAVAGLIO ANCHE AGLI ELETTI NEGLI ENTI LOCALI: BEPPE SANTO SUBITO
Il Campidoglio sotto la piena tutela di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. 
Dopo la penale da 150mila euro che i fondatori del Movimento 5 Stelle esigeranno dagli eletti ribelli rispetto al programma, ora arriva una mossa che mette sotto controllo gli esponenti grillini di qualsiasi ente locale: i responsabili dell’ufficio stampa di Camera e Senato si occuperanno anche dei sindaci e degli esponenti M5S nei consigli regionali.
La notizia è nel blog di Beppe Grillo: Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi, che fino a questo momento si sono occupati dei rapporti con i giornalisti rispettivamente per Montecitorio e Palazzo Madama, ora si accolleranno per esplicito volere di Grillo e Casaleggio anche della comunicazione di tutti gli eletti con il Movimento 5 Stelle in tutta Italia.
Un tentativo che a prima vista sembra voler normalizzare i disastri di Livorno, Gela e Quarto e prevenire uscite poco apprezzate anche a Roma dove la partita è naturalmente molto più ambiziosa e difficile.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 9th, 2016 Riccardo Fucile
IL COSTITUZIONALISTA PLUTINO: “L’ART. 67 DELLA COSTITUZIONE VIETA IL MANDATO GIURIDICAMENTE IMPERATIVO”
Da tempo denuncio che l’apparato concettuale del Movimento cinque stelle è in aperto e frontale contrasto con la teoria della democrazia rappresentativa e quindi – visto che questa teoria è stata recepita dal Costituente, trasformandola in regole giuridiche – stride con la Costituzione.
L’ultima stravaganza costituzionalistica del Movimento riguarda l’ipotesi di salate multe per i parlamentari (e non solo, ma limitiamo il discorso a questi) che si distacchino dalle decisioni del partito o, perfino, che siano fuoriusciti dal partito.
Ora, la nostra Costituzione vieta il mandato imperativo. Tanto è vero che Di Maio porta l’esempio della Costituzione portoghese, e con ciò non trae le conclusioni dovute: occorrerebbe modificare (ammesso che sia possibile) la Costituzione, sul punto.
Allo stato, qualunque contratto che abbia per oggetto significativi vincoli o condizioni per l’esercizio del mandato parlamentare è privo di valore ai sensi dell’art. 67 Cost. Costituendo il caso di scuola di (tentativo di) introduzione di un mandato giuridicamente imperativo, che è costituzionalmente vietato.
La conclusione – consolidata per le cosiddette “dimissioni in bianco” – non può che valere anche per vincoli di ordine giuridico da cui discendano sacrifici di ordine economico notevoli, che si configurano di fatto come limitazioni all’esercizio del mandato, talchè – nel caso – si potrebbe dissentire solo a costo di pagare pesanti multe.
Tra l’altro l’entità della multa sarebbe tale da incidere in modo molto significativo sulla indennità parlamentare che è una essenziale prerogativa del parlamentare (diversa da una retribuzione), funzionale proprio a consentire un esercizio libero della sua attività .
L’accordo associativo – il partito è un’associazione privata basata su un accordo associativo – non è in contrasto con il suddetto articolo della Costituzione (compresa la statuizione della disciplina di partito), ma lo possono essere termini specifici di questo accordo (allo stato non siamo neanche a questo, siamo all’ennesimo comunicato-diktat) se limitano la libertà dell’iscritto in quanto parlamentare.
Il gruppo parlamentare e il partito potranno invece certamente azionare il potere disciplinare espellendo il parlamentare che si sottrae alla disciplina di partito deliberata dagli organi deputati.
Pertanto, e veniamo ad un altro punto, è fantasia il danno di immagine risarcibile per “mutamenti di casacca”.
Recita la seminale sent. n.14 del 1964 della Corte costituzionale: “il divieto di mandato imperativo importa che il parlamentare è libero di votare secondo gli indirizzi del suo partito ma è anche libero di sottrarsene; nessuna norma potrebbe legittimamente disporre che derivino conseguenze a carico del parlamentare per il fatto che egli abbia votato contro le direttive del partito”.
Potremmo immaginare casi e ipotesi più liminari su cui discutere, in futuro.
Per il caso del giorno, le parole della Corte si attagliano perfettamente: Nessuna norma. Conseguenze (sullo status di parlamentare). Questo il cuore dell’istituto.
Ciò vale sicuramente per i mandati parlamentari (nazionali ed europeo) ma si ritiene generalmente che siamo davanti ad un connotato indefettibile, almeno nel nostro ordinamento, di ogni forma di rappresentanza politica (e non di interessi).
Marco Plutino
costituzionalista
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 9th, 2016 Riccardo Fucile
“COSI’ DIFENDO LA MIA CITTA'”… AVRA’ L’APPOGGIO DI DUE LISTE DI OPPOSIZIONE
Rosa Capuozzo ci ripensa e resta in carica: “In questi venti giorni che la legge mi mette a
disposizione ho potuto valutare la mia scelta. Spenti i riflettori sulla mia persona e sugli eventi ho potuto riflettere. Ritiro le mie dimissioni”, ha detto il sindaco di Quarto, eletta tra le file del Movimento 5 Stelle.
Il passo indietro era giunto il 21 gennaio, dopo che il comune era stato travolto da un’inchiesta della procura partenopea su presunte infiltrazioni camorristiche.
Nell’inchiesta è indagato il consigliere comunale Giovanni De Robbio, eletto con i Cinque Stelle e successivamente espulso dal movimento assieme proprio alla Capuozzo che, accusata di non aver denunciato le presunte minacce, aveva in un primo momento deciso di andare avanti senza simbolo.
“In queste settimane ho ricevuto diverse richieste perchè ritirassi le dimissioni. Perciò ho deciso di restare. Così difendo la mia città ”, ha spiegato il primo cittadino.
Capuozzo aveva deciso di lasciare dinanzi allo sgretolamento del suo gruppo di consiglieri (6 dimissionari) e della giunta (abbandono di 3 assessori).
La decisione era stata presentata come irrevocabile. Nei giorni a seguire, però, si è fatta strada l’ipotesi di un clamoroso dietrofront. Che è arrivato: il sindaco ha ritirato le dimissioni per evitare il commissariamento dell’ente e governare con l’appoggio di due liste civiche di opposizione.
Durante il consiglio comunale svoltosi lunedì pomeriggio, la Capuozzo aveva fatto intravedere la possibilità di un ripensamento: “Non ho ancora deciso. Ne riparliamo domani (martedì, ndr)”, aveva detto, testando di fatto la disponibilità dei gruppi di opposizione.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 9th, 2016 Riccardo Fucile
A ROMA ESPULSI MOLTI FONDATORI, MA IL DISSENSO NON SI FERMA
Che esista un problema tra la base del Movimento cinque stelle da una parte, e direttorio e
Casaleggio dall’altra, è ormai sempre più evidente.
Il Movimento romano è all’implosione: in queste ore è partita una procedura di espulsioni a raffica indirizzate a militanti storici del meet up della capitale, gente che ha messo su il Movimento e adesso si trova sbattuta fuori con una lettera dell’avvocato di Grillo, impossibilitata a candidarsi e a fare uso del simbolo.
Si tratta di una procedura assai simile a una purga, se non fosse che i metodi sono più farseschi che tragici.
L’ultimo caso è quello di Roberto Motta, uno dei militanti più in vista di Roma, storico avversario di Roberta Lombardi, uno di quelli che osò criticare lei e il direttorio.
«Ci risulta che lei abbia disconosciuto in modo pubblico il sistema di votazione e delle candidature su cui si basa il Movimento cinque stelle. Per questo motivo viene sospeso con effetto immediato dal Movimento».
Nella mail che gli è stata inviata dallo staff di Casaleggio non si cita altro: queste sospensioni-espulsioni stanno avvenendo sulla pura base di un «ci è stato detto che», «ci risulta che»; la paranoia dilaga, e anche la caccia a chi fornisce notizie all’esterno. Luigi Di Maio, che l’altro giorno parlava di «varie sensibilità » sulle unioni civili, e quindi di «libertà di coscienza», ora ricorda la posizione storica del Movimento, e cioè che «serve il vincolo di mandato» per evitare i «traditori».
«I traditori li lasciamo al Pd», dice la faraona romana Lombardi, forte del legame diretto con Grillo.
La caccia al traditore è in pieno svolgimento, dove per traditore si intende semplicemente chi non è totalmente sdraiato sulle posizioni del direttorio. Paradossalmente, però, militanti e eletti romani continuano a usare chat e mail — sia pure ristrette a cinque o sei dirigenti — e i malumori possono filtrare all’esterno.
A Roma si è tenuta giorni fa un’assemblea per decidere quali contromisure prendere con i giornalisti che danno fastidio; la Lombardi chiede di votare iniziative ad hoc contro di loro, per stanare ogni eventuale focolaio di dissidenza; ma anche chi in privato è più critico, evita di esporsi nell’assemblea perchè in questo momento il risultato sarebbe uno solo: la cacciata immediata.
Oggi ci sarà in parlamento un’assemblea dei gruppi parlamentari congiunti. Vedremo. Questo è il brutto clima dentro il quale nasce la necessità di far firmare un contratto come quello che è stato rivelato da La Stampa ieri.
Oggi possiamo aggiungere con certezza che nessuno, tra i candidati romani, ha avuto la forza politica, o la voglia, di rifiutarsi di firmarlo.
Se mai a Roma ci fosse un sindaco del M5S, sarebbe uno che ha accettato quel testo, peraltro del tutto impugnabile giuridicamente. «In questo modo che tipo di persone selezioniamo?», si domanda un parlamentare tra i più lucidi.
Ma non è corretto, come sostengono i capi del direttorio, che il documento sia stato firmato ovunque. E qui veniamo a una seconda notizia.
I candidati sindaco e consigliere del Piemonte, regione chiave e davvero fondativa del M5S, non l’hanno firmato.
La firma di Chiara Appendino su un testo del genere non c’è per il semplice motivo che nè Casaleggio, nè quelli del direttorio, hanno osato proporre un contratto del genere ai piemontesi.
Un fatto che conferma il quadro di un Movimento ormai sempre più diverso – anche assai spaccato — nelle differenti aree territoriali. Roma e Napoli o la Sicilia sono una cosa, Piemonte e Liguria un’altra, il Veneto un’altra ancora.
A Bologna e Napoli il documento non è ancora arrivato, ma almeno nel primo caso, non è detto neanche ce ne sia bisogno: la militarizzazione è avvenuta prima; a Milano, qualcuno di molto vicino alla Casaleggio ci ha persino scherzato su, sul contratto, «alla Bedori (la candidata a Milano) dovremmo far firmare un documento al contrario, le diamo noi 150mila euro se si ritira» («con lei prendiamo il 5 per cento», dicono a Milano).
Mentre a Roma s’era imbarcata tanta gente, oltre ai sospettati di dissidenza, anche personaggi in cerca di varia fortuna (notevole che tra i candidati romani ci siano tanti poliziotti, riflettere).
Anticorpi sabaudi fanno invece del Piemonte quello che oggi c’è di più vicino allo spirito originario che il Movimento sbandierava.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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