Dicembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
E’ STATA SCELTA DAI CINQUESTELLE E IL BANDO PARLAVA DI 12.000 EURO… IMBARAZZO DI NOGARIN
Un mese fa il caso rifiuti (tutt’altro che risolto), ora la questione case popolari.
Al centro ancora il sindaco Filippo Nogarin (M5s) che a Livorno si ritrova a gestire un’altra piccola “crisi”.
Oggetto della questione, in particolare, lo stipendio della presidente della Casalp, la società pubblica che gestisce il patrimonio degli alloggi popolari che al 74 per cento è partecipata dal Comune di Livorno.
L’architetto Vanessa Soriani, infatti, guadagna 36mila euro annui lordi più eventuali 7mila come premio di risultato. Niente di strano, il predecessore (nominato dalla giunta Pd) ne guadagnava in tutto 43mila.
Il punto è che il bando presentato per far partecipare al concorso di chi ambiva a diventare presidente di Casalp parlava di uno stipendio da 12mila e l’aumento a 36mila è avvenuto un mese dopo la sua nomina, ufficializzata nel febbraio scorso.
Per giunta il taglio del 20 per cento alle retribuzioni degli amministratori delle società controllate era stato uno dei punti fermi del programma del Movimento 5 Stelle.
L’aumento di stipendio della Soriani è stato deliberato dal cda dopo il via libera unanime arrivato dall’assemblea dei soci, ossia i rappresentanti dei 20 Comuni della provincia livornese.
Ma la delibera — che è del 17 marzo — è venuta alla luce solo dopo che è stata pubblicata dal Tirreno nei giorni scorsi. Decisione presa anche in virtù del fatto che in quel momento la figura del direttore generale risultava vacante.
Il cda — si legge nella delibera dello scorso 17 marzo — decide di attribuire alla presidente “poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione” in relazione alla “gestione tecnico-amministrativa del patrimonio Erp” e alla “realizzazione di nuovi alloggi Erp”.
“Stipendio congruo e meritato” dichiara Soriani, precisando che Nogarin era a conoscenza dell’aumento: “L’analisi dei costi è stata sempre sottoposta al sindaco”.
Sulle prime il Movimento 5 Stelle, sindaco compreso, ha replicato dicendo che l’amministratore precedente guadagnava 120mila euro all’anno, cifra che però non risulta nei documenti a disposizione.
Poi il primo cittadino ha precisato che “in ogni caso vi è una riduzione dei costi rispetto al passato. La riduzione dei costi del cda dalla gestione Taddia è del 23,7% attualmente e sarà del 36% a regime”.
Nogarin sostiene che adesso per presidente, cda e direttore generale si spendono 128mila euro mentre in epoca Pd intorno ai 200mila, per un risparmio di 72mila euro. Il sindaco precisa anche che la decisione sul compenso è stata presa all’unanimità dai soci di Casalp: “Non sono stato io a compiere questo aumento”.
E così tra Pd e M5S si è rinnovato il duello, questa volta sul campo della trasparenza. Il sindaco sapeva o no dell’aumento? E perchè non se n’è saputo nulla per 9 mesi?
Da una parte la maggior parte dei Comuni livornesi (a guida centrosinistra) sostiene di aver dato sì il via libera all’aumento dello stipendio ma di non esser poi stata successivamente informata della cifra decisa dal consiglio d’amministrazione.
Tesi contrastata dall’assessore al Sociale del Comune di Livorno Ina Dhimgjini secondo la quale i sindaci “lo sapevano già prima che il cda deliberasse e comunque la delibera è pubblica”.
Quanto alla trasparenza la presidente Soriani ha spiegato che la delibera non era visibile per un problema tecnico del sito internet.
Ma un nuovo cambio di scenario è avvenuto nelle ultime ore, perchè l’assemblea dei soci ha chiesto agli organi amministrativi di ritoccare di nuovo l’entità del compenso della presidente Soriani — questa volta al ribasso — perchè lo scorso settembre è stato nominato il nuovo direttore generale Paolo Vicini (85mila euro lordi annui la retribuzione massima prevista): il fatto che questo ruolo fosse vacante era stato alla base della decisione del cda di ridefinire le deleghe e aumentare lo stipendio della presidente.
David Evangelisti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 28th, 2015 Riccardo Fucile
GRILLINI SPACCATI: UNA PARTE SOSTIENE IL SINDACO CINQUESTELLE, UN’ALTRA GLI FA OPPOSIZIONE
Tre assessori licenziati nel primo giorno utile dopo la sosta natalizia: sembra un semplice rimpasto di giunta ma rischia di essere l’inizio di una guerra politica cittadina.
Non c’è pace per il Movimento 5 Stelle a Gela, la città del petrolchimico Eni, roccaforte del Pd e del governatore siciliano Rosario Crocetta, conquistata dagli uomini di Beppe Grillo alle amministrative del giugno 2015.
A sei mesi esatti dalla vittoria delle elezioni, il sindaco Domenico Messinese ha defenestrato tre componenti della sua giunta: si tratta di Pietro Lorefice, Ketty Damante e Nuccio Di Paola, rispettivamente assessori ai trasporti, all’istruzione e alla programmazione.
Il motivo del triplice allontanamento? “La fiducia era venuta meno: non lavoravano per il bene della città , facevano summit esterni, tramavano contro la mia amministrazione. Ed io devo dare risposte alla città ”, spiega Messinese a ilfattoquotidiano.it.
Una mossa, quella del primo cittadino gelese, che spacca irrimediabilmente il Movimento a Gela: i tre assessori cacciati dalla giunta, infatti, sono esponenti storici dei 5 Stelle in città , punti di riferimento dei consiglieri comunali pentastellati.
Senza considerare che già due mesi dopo la sua elezione Messinese aveva dato il benservito a Fabrizio Nardo, anche lui esponente grillino della prima ora, estromesso dalla giunta perchè considerato “anarchico” rispetto alle scelte del primo cittadino.
Adesso, dopo settimane di polemiche culminate con la triplice defenestrazione, a Gela rischia di scoppiare una feroce guerra intestina tutta interna ai pentastellati.
Da mesi, infatti, in città esistono due meetup diversi: uno sostiene Messinese, mentre l’altro è da tempo oppositore del primo cittadino, accusato di utilizzare “metodi da prima Repubblica e compromessi di potere”.
Il riferimento è ai due incarichi legali, del valore di circa 11mila euro, che il comune di Gela ha affidato nell’ottobre scorso all’avvocato Lucio Greco, stimato professionista locale e candidato sindaco di una lista vicina al Nuovo Centrodestra alle ultime amministrative.
Dopo essere stato sconfitto al primo turno, Greco aveva offerto il suo sostegno al Movimento 5 Stelle, facendosi fotografare mentre abbracciava affettuosamente Messinese al termine di un comizio.
Quell’incarico affidato dal comune all’ex candidato di Angelino Alfano era stato uno dei tanti motivi di scontro tra il primo cittadino e la base dei 5 Stelle.
“Il mio stesso movimento ha cominciato ad offendere la mia amministrazione dopo soli due giorni: posso anche essere un sindaco cattivo, ma in due giorni non posso aver fatto così male. Io mi sento parte integrante dei 5 Stelle, sono loro invece che con il movimento non hanno nulla a che fare”, attacca Messinese.
Che un minuto dopo aver annunciato l’estromissione dei tre dalla giunta, ha già presentato i nuovi assessori. “Li ho selezionati tutti sulla base del curriculum”, assicura: segno che la defenestrazione di massa non è stata una mossa a sorpresa, ma preparata nel dettaglio.
“Vuole sapere se ho parlato con i vertici del Movimento prima di procedere al rimpasto? Assolutamente no, e non ho parlato neanche con il meetup. Gli assessori non sono eletti e devono essere di fiducia dell’amministrazione: la fiducia è venuta a mancare e io devo dare risposte ai 22mila cittadini che ci hanno eletti”.
Resta da capire che posizione prenderanno adesso i vertici del Movimento, dai massimi referenti regionali al famoso direttorio nominato da Grillo appena un anno fa. Nel frattempo, a Gela, una delle città più importanti di Sicilia, la faida targata 5 Stelle è già cominciata.
Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 28th, 2015 Riccardo Fucile
L’ESPULSIONE RIAPRE IL TEMA DELLA DEMOCRAZIA DENTRO IL M5S
In principio furono gli emiliani Valentino Tavolazzi, Giovanni Favia e Federica Salsi.
Era la fine del 2012, il movimento 5 stelle non aveva ancora fatto la sua clamorosa irruzione in Parlamento e nella sua culla emiliana già si agitavano i primi dissidenti contro il duo ribattezzato “Grilleggio”.
Furono espulsi prima ancora che la vera avventura partisse, giusto per sopire sul nascere l’embrione di un movimento fuori dal controllo dei due leader.
Ora, dopo mesi in cui il fenomeno delle espulsioni a 5 stelle sembrava concluso – complice anche l’epurazione o l’uscita spontanea di tutti gli ex dissidenti- tocca a Serenella Fucksia. L’ultima dei Mohicani, si potrebbe definire, visto che a molti osservatori era parsa curiosa la sua permanenza nel movimento, visto che senatrice marchigiana si era iscritta al “partito dei critici” subito dopo le elezioni del 2013, tuonando su giornali e tv contro le espulsioni dei colleghi (a partire da Adele Gambaro, rea di aver criticato Grillo in una intervista a SkyTg24: “Il problema del movimento è lui”) e mettendosi più volta in rotta di collisione coi diarchi.
Fino al punto di non ritorno, quando una settimana fa ha osato schierarsi a favore di Maria Elena Boschi nel giorno in cui si votava la mozione di sfiducia presentata dal M5s.
“Chapeau”, ha scritto la Fucksia su Facebook parlando del discorso della ministra delle Riforme che “merita l’applauso di tutti per chiarezza, misura ed eleganza”.
Oplà , in rete si sono scatenati i troll a 5 stelle e anche a Milano hanno capito che bisognava tirare una riga.
Anche se controvoglia, perchè in una fase di ascesa come questa i vertici del M5s, a partire da Di Maio, non volevano tornare su giornali e tg con il marchio degli epuratori.
Il pretesto è stato subito trovato con i famosi scontrini e la restituzione degli stipendi.
“A differenza di tutti gli altri suoi colleghi, la senatrice Serenella Fucksia non ha ancora restituito le eccedenze degli stipendi di aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre 2015, così come richiesto dallo Staff e nonostante i diversi solleciti inoltrati con scadenze in data 8, 21 e 26 dicembre”, si legge sul blog di Grillo, dove è annunciata la votazione per l’espulsione.
“Fucksia – conclude il post – ha violato ripetutamente il codice di comportamento dei Parlamentari 5 Stelle. Ti chiediamo se debba essere espulsa”.
Beppe Grillo ha poi comunicato il risultato della consultazione sul blog: “Ha votato SI il 92,6%, pari a 24.667 voti. Ha votato NO il 7,4%, pari a 1.963 voti”. Serenella Fucksia è stata espulsa dal Movimento 5 Stelle.
La risposta è stata piuttosto scontata, come era avvenuto con i precedenti deputati e senatori, partendo da Marino Mastrangeli, nell’aprile 2013, reo di eccessive presenze negli studi di Barbara D’Urso, fino al fatto più politico, l’espulsione del poker di senatori dissidenti composto da Francesco Campanella, Fabrizio Bocchino, Lorenzo Battista e Luis Orellana, quattro dirigenti di peso che da tempo ponevano questioni di merito sulla linea politica.
Era la fine di febbraio del 2014, e non fu una votazione bulgara: 29.883 a favore e 13.485 contro, con Grillo che si spese pubblicamente per invitare i militanti a votare sì.
Nei giorni successivi per protesta si dimisero altri cinque senatori guidati da Maurizio Romani (Monica Casaletto, Laura Bignami, Alessandra Bencini, Maria Mussini).
Nel giro di una settimana, gli ultimi cinque vennero espulsi con un post sul blog, senza neppure una votazione.
Quelle espulsioni, seguite dal flop del M5s alle europee (doppiato dal Pd di Renzi) segnarono la fase più bassa dei grillini in questa legislatura. Il momento in cui il M5s sembrava davvero in crisi. Poi però i tanti espulsi non sono riusciti a dare vita a una forza parlamentare, si sono dispersi nei mille rivoli del gruppo misto, in parte con la maggioranza e in parte contro.
Romani e Bencini hanno dato vita al gruppo dell’Italia dei valori in Senato, mentre Adele Gambaro viene data in avvicinamento al gruppo Ala di Verdini, tanto per capire l’impazzimento della diaspora.
Fucksia, invece, pur sfiduciata dal meet up di Fabriano già nel marzo 2014, ha resistito quasi altri due anni, passando persino da un’intervista in cui giustificava il parallelo di Calderoli tra il ministro Kyenge e un orango, fino al più recente episodio (settembre 2015) in cui aveva mostrato dubbi nel votare l’arresto del senatore Ncd Giovanni Bilardi.
In quel caso fu il collega di giunta Michele Giarrusso a tirarle le orecchie, il suo voto a favore alla fine fu decisivo ma lei continuò a parlare di “moralismo spicciolo”, denunciando il “troppo accanimento verso i politici”.
Il suo vicino di banco Vito Petrocelli dichiarò che non si sarebbe più seduto vicino a lei. La stessa scena che si era verificata nel consiglio comunale di Bologna a fine 2012, quando due consiglieri M5s (uno era l’attuale candidato sindaco Max Bugani) si sedettero platealmente distanti dalla collega Federica Salsi, bastonata da Grillo per aver cercato il “punto g” nel salotto di Ballarò.
Negli ultimi mesi in Parlamento il fenomeno delle espulsioni sembrava andato ad esaurimento, fatta salva l’uscita spontanea di una decina di deputati dissidenti (guidati da Walter Rizzetto) a gennaio 2015.
Sulle cronache comparivano solo le spaccature nei governi locali, da Livorno fino al recentissimo caso di Gela, dove il sindaco M5s Domenico Messinese ha licenziato tre assessori del suo stesso partito, ed è in rotta di collisione con il suo stesso gruppo in consiglio.
Sul web le due fazioni se le stanno dando di santa ragione, con accuse che spaziano dal “tradimento” ai “metodi clientelari”. Ora i grillini e loro faide tornano sotto i riflettori nazionali di palazzo Madama.
“Il voto mi ha colto alla sprovvista”, spiega Fucksia. “Il rendiconto lo sto facendo, ho avuto problemi logistici e di salute. In molti stanno finendo di rendicontare in questi giorni. I vertici del M5s hanno perso il controllo della situazione”.
“La procedura di espulsione è una scusa, una manovra costruita ad arte da qualcuno. Evidentemente sono scomoda perchè non sopporto l’ipocrisia”, aggiunge, parlando già da ex grillina. “Si sa, quando crescono i numeri nascono anche gelosie…”.
E ancora: “C’è una lotta di potere in corso e si è trovata questa scusa per parlare di altro, per non affrontare il problema. Ma questo modo di comportarsi non fa onore al Movimento, è un altro autogol”.
Sull’altro fronte, Giarrusso le ricorda di essere stata a favore del Jobs Act e della Buona scuola, mentre in rete alcuni attivisti ricordano i suoi 253 voti in dissenso dal gruppo.
Il Pd, dal canto suo, gioisce per questo ritorno del M5s ai metodi della fase più buia della sua breve storia. “Se pensi differente dal M5S ti espellono. Altro che democrazia della rete, è la dittatura di Casaleggio, il lato oscuro della forza”, twitta il vicesegretario Lorenzo Guerini.
Il renzianissimo senatore Andrea Marcucci ricorda che si tratta del 19esimo dissidente cacciato da un gruppo che nel 2013 contava 54 membri: “Ecco la nuova ‘purga’ di Grillo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 28th, 2015 Riccardo Fucile
“NON HA RESTITUITO PARTE DELLO STIPENDIO”.. LEI “FALSO, GRILLO HA PERSO IL CONTROLLO”
Il blog di Beppe Grillo lancia un referendum per decidere se espellere la senatrice Serenella
Fucksia, colpevole, secondo i M5s, di non aver restituito parte dello “stipendio da parlamentare” per sei mesi.
E tra i commenti parte la polemica, la maggior parte attacca e invoca l’espulsione, qualcuno la difende e chiede ulteriori solleciti, altri sostengono che sia considerata ‘scomoda’ per aver difeso la Boschi.
“Chi non restituisce parte del proprio stipendio come tutti gli altri – si legge nel blog – non solo viola il codice di comportamento dei cittadini parlamentari MoVimento 5 Stelle, ma impedisce a giovani disoccupati di avere ulteriori opportunità di lavoro oltre a tradire un patto con gli elettori”.
Grillo dà poi la parola agli elettori. Che per lo più attaccano la parlamentare. Se ci sono le regole vanno rispettate, dicono.
“Ogni mese – si legge sul blog – i parlamentari del Movimento 5 Stelle si tagliano lo stipendio e donano quei soldi ad un fondo per far partire nuove imprese e quindi nuovi posti di lavoro in Italia. A differenza di tutti gli altri suoi colleghi, la senatrice Serenella Fucksia non ha ancora restituito le eccedenze degli stipendi di aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre 2015, così come richiesto dallo Staff e nonostante i diversi solleciti inoltrati con scadenze in data 8, 21 e 26 dicembre. La Senatrice Fucksia ha violato ripetutamente il codice di comportamento dei Parlamentari 5 Stelle”.
A stretto giro la risposta della senatrice: “Rendiconti sono una scusa, Grillo ha perso il controllo”.
“Davvero è stato aperto un voto contro di me sul blog di Grillo? Non lo sapevo, mi ha colto alla sprovvista” dice la senatrice. “Sto facendo proprio in questo momento la rendicontazione”, racconta la parlamentare parlando tuttavia della gestione del Movimento da parte dei vertici, che – spiega – avrebbero “perso il controllo della situazione”.
“Sono in ritardo perchè non ho avuto con me il collaboratore. E quindi stavo approfittando delle vacanze di Natale per ultimare gli inserimenti. Avevo anche mandato una mail a Tirendiconto.it per spiegare che avrei completato tutto. Il voto contro di me comunque è assurdo”, si sfoga.
“Ho avuto problemi logistici e di salute, lo sanno tutti”, rivela la parlamentare. Evidentemente sono scomoda dal momento che non sopporto l’ipocrisia”.
“Voglio comunque aspettare l’esito della votazione online per affrontare il tema in modo più dettagliato”, aggiunge Fucksia, che però parla già da ex, puntando il dito contro la gestione del movimento di Grillo e Casaleggio, ai quali, insiste Fucksia, “è sfuggita di mano la situazione. Si sa, quando crescono i numeri nascono anche gelosie…”.
Ma gli utenti del blog si scatenano. “Faceva meglio a inventare altre scuse per non aver pagato.. tipo, lo chef Ramsey mi ha cucinato una ribollita che mi ha fatto perdere i sensi e anche la memoria, ecco perchè non ho restituito nulla…” scrive Mauro da Roma, uno tra le centinaia.
Più paziente Davide, “sulla pagina FB della Fucksia ieri sera c’era scritto che aveva quasi finito di rendicontare. Forse sarebbe stato meglio aspettare domani?”, qualcuno invece si allarga, come Zampano: “12 eurodeputati M5S su 17 non rendicontano da un anno e mezzo”, qualcuno la difende: “Occorrerebbe conoscere anche la difesa della ‘imputata’, altrimenti siamo nel fascismo”, scrive Alessandro da Lucca.
Ma c’è anche chi parla di complotto.
Prima di decidere chiedete se vuole o meno versare gli arretrati con risposta scritta altrimenti che democrazia è. Guarda caso è colei che ha espresso Shapò alla ministra Boschi” dice Fabio da Palermo, che aggiunge: “Questa è una scusa solo perchè ha detto shapò dopo il discorso puerile della Boschi…Coincidenza? Ce lo faranno notare e giù con l’assenza della democrazia…Perchè lo stesso non vale per gli altri? Basta con l’autolesionismo, votiamo no”.
Tra i commenti a favore anche quelli del blogger bergamasco Daniele Martinelli ‘uscito’ dal Movimento 5 Stelle che poco dopo le elezioni lo aveva assunto per gestire la comunicazione del gruppo parlamentare alla Camera.
Già lo scorso anno, Fucksia era stata a rischio espulsione dal Movimento. In un’intervista al Fatto, aveva infatti sollevato dubbi sulle reali motivazioni che avevano portato ad un voto di sfiducia da parte di un’assemblea di militanti napoletani nei confronti del senatore Bartolomeo Pepe. “Gelosie di territorio nate per la nomina a presidente della Commissione d’inchiesta sui rifiuti? E’ questa la ricostruzione dei giornalisti? Confermo, ci hanno visto lungo”, commentava la senatrice di Fabriano. Affermazioni che avevano scatenato le ire della base.
Il Movimento 5 Stelle di Fabriano aveva quindi sfiduciato la senatrice: “Da questo momento noi riteniamo che la Fucksia non possa essere considerata più una portavoce, concetto che comunque le è stato estraneo da sempre avendo fatto mancare totalmente il contatto con il territorio ed essendosi da sempre espressa unicamente su posizioni personali”, si leggeva sul sito del meet-up marchigiano.
(da “la Repubblica”)
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Dicembre 24th, 2015 Riccardo Fucile
“LA CONSULTA? CERTE SCELTE RAPIDE NON SONO POSSIBILI SUL WEB”
Dalle prossime Amministrative a Roma alle polemiche per il suo ultimo libro, dalla crescita nei sondaggi del M5S all’accordo sulla Consulta, Gianroberto Casaleggio replica alle accuse e contrattacca
Gli ultimi sondaggi vi accreditano quasi al 30%, a soli due punti dal Pd. Pensa sia uno scenario verosimile? Cosa comporta?
«Che gli italiani cominciano ad accreditarci come forza di governo nonostante le falsità dell’informazione e la barriera messa in atto dai partiti in ogni forma possibile».
Di Maio sempre secondo gli stessi dati gode di una fiducia molto alta. Grillo una volta ha detto che le somiglia: lei si rivede in lui?
«Un po’ sì, ma alla sua età mi occupavo di altro. Facevo il progettista software all’Olivetti di Ivrea».
In questi giorni è mancata Laura Olivetti, figlia di Adriano. Lei ha lavorato nella sua impresa per molti anni. Che cosa le ha lasciato quella esperienza?
«Ho conosciuto personalmente Laura Olivetti e sono molto dispiaciuto della sua scomparsa. Adriano Olivetti metteva la persona prima dell’impresa, la sua idea di comunità ricorda un po’ la nostra filosofia. In un certo senso siamo figli di Adriano».
In primavera si va al voto. Roma, per chiunque vinca, potrebbe essere un problema da amministrare e un boomerang in vista delle prossime Politiche. Voi avete paura di vincere?
«Noi vogliamo vincere. Roma è una tappa obbligata prima del governo. Un banco di prova. Se avessimo paura di governare Roma non potremmo neppure pensare di voler governare il Paese».
Quali sono le priorità per il rilancio dell’Italia?
«Innovazione, istruzione, eliminazione della corruzione, diminuzione del livello di tassazione contemporaneamente a una seria lotta all’evasione, etica».
Avete oltre 230 potenziali candidati a sindaco di Roma: che profilo auspicherebbe? Se sarà un volto poco noto non teme possa avere dei problemi a confrontarsi con chi mastica politica da anni?
«Una competizione elettorale non può essere ricondotta a degli spot o a chi “mastica” politica, Il nostro punto fermo è il programma. Siamo partiti dai municipi di Roma per raccogliere le candidature che sono state spontanee e che stiamo vagliando in questi giorni».
Come procederete?
«Abbiamo identificato dieci aree di intervento per la città di Roma, la cui priorità sarà decisa con una votazione online. Sulle prime tre interverremo immediatamente dopo le elezioni. Da qui partiremo per un percorso di partecipazione, che si articolerà sia online sia con incontri in cui iscritti, comitati di quartiere, associazioni, organizzazioni attive sul sociale si confronteranno per poter avanzare proposte e priorità . Il candidato sindaco e la lista comunale saranno infine scelti online dagli iscritti di Roma».
Non solo Roma ma anche molte altre città importanti: quali sono le vostre ambizioni? Auspicate una svolta?
«La svolta c’è già stata nel 2013 quando il M5S vinse le elezioni, poi sappiamo come è andata».
A Bologna c’è stata polemica…
«Una polemica artificiosa. Comunque è un buon segno, significa che a Bologna ci temono».
Al Nord il Movimento presenta nuovi volti – bocconiani, pragmatici, vicini alle imprese – sta puntando senza snaturarsi ad attrarre i moderati indecisi?
«È probabile che si stiano avvicinando al M5S persone con profili sociali diversi rispetto all’inizio, ma non sono frutto di una scelta calata dall’alto».
Cosa pensa dell’accordo sulla Consulta?
«Credo che alla fine possa essere considerato un buon accordo, frutto di un confronto da parte nostra chiaro e trasparente con le altre forze politiche».
Pensa si possa replicare per altri temi?
«Ogni volta che viene fatta una proposta che riteniamo corretta per il Paese noi la voteremo. Ogni volta che una proposta parte del nostro programma verrà presentata in Parlamento noi la voteremo. Bisogna ricordare però che a causa di una legge elettorale incostituzionale, noi siamo minoranza».
Lei da sempre sostiene la partecipazione del web. Per la Consulta, come per la Rai, non siete riusciti a esprimervi. I militanti si sono divisi: pensate a un correttivo?
«Ci sono situazioni, come la Consulta e la Rai, che richiedono decisioni continue e veloci, per ora ancora impraticabili con il web. In ogni caso il gruppo parlamentare ha discusso e approvato le scelte a maggioranza».
Negli ultimi mesi voi vi siete spesi molto per il reddito di cittadinanza. La vostra proposta però è arenata: cosa farete adesso?
«Il reddito di cittadinanza è il primo punto del nostro programma per le elezioni politiche, sono due anni che cerchiamo di farlo approvare, ma siamo ostacolati in ogni modo. È presente in tutti i Paesi europei tranne che in Grecia e in Italia, la stessa Ue ne ha chiesto l’introduzione nel nostro Paese».
Si è discusso molto dei Comuni amministrati dal Movimento. A Livorno sono stati espulsi tre consiglieri e la maggioranza ora ha numeri risicati: c’erano altre soluzioni a suo avviso?
La giunta Nogarin riuscirà ad andare avanti?
«La strategia del Pd è dimostrare che i Comuni amministrati da noi non funzionano perchè in questo caso il M5S non sarebbe neppure affidabile per governare il Paese. Nel caso di Livorno i problemi non ci sono. Sta di fatto che quando vinciamo ci troviamo quasi sempre i conti dissestati dalle precedenti amministrazioni e per prima cosa dobbiamo metterli in ordine, come stiamo facendo ovunque. La situazione di Livorno è legata a una municipalizzata con un buco di 42 milioni di euro. Chi governava Livorno prima di noi?».
Dopo l’addio di Grillo dal simbolo, ci saranno altre novità formali o organizzative nel 2016?
«Non credo, anche se il Movimento cresce molto velocemente e questo comporterà una maggiore cura organizzativa».
Negli ultimi giorni ci sono state polemiche per il suo libro «Veni Vidi Web»…
«Il libro riprende alcuni capitoli pubblicati anni fa su libri che non sono più in commercio, più qualche contributo recente tratto dal blog».
Lei però parla di ipermercati rasi al suolo, di rieducazione forzata, di gogna pubblica, di stop alla caccia, di chiusura per parrucchieri e macellerie, di ministeri della Pace: sono provocazioni?
«Quelle che lei cita sono provocazioni e non un programma di governo. Però chi non vorrebbe un Ministero della Pace? Internet non è una panacea per tutti i mali che affliggono la società però bisogna prendere atto che cambia la realtà e gestire il cambiamento piuttosto che subirlo».
Emanuele Buzzi
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 24th, 2015 Riccardo Fucile
E’ IL PIU’ VOTATO NEL COMUNE CAMPANO DI QUARTO: VOLEVA FAVORIRE UN IMPRENDITORE VICINO ALLA CAMORRA
Ci sarebbe una storia di ricatti e di camorra tutta interna al Movimento 5 Stelle dietro la fotografia
del presunto abuso edilizio del sindaco di Quarto, Rosa Capuozzo, finita a novembre su tutti i giornali perchè al centro di uno scontro politico nell’unica amministrazione grillina in Campania.
Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Napoli, sotto il coordinamento del pm Henry John Woodcock, quella foto sarebbe stata utilizzata dal consigliere comunale M5s, Giovanni De Robbio, il più votato all’ultima tornata amministrativa, per minacciare il sindaco del suo stesso partito.
De Robbio, già sospeso dal M5s dieci giorni fa, era in possesso di quella “aerofotogrammetria” (forse la stessa infilata nei dossier anonimi finiti anche ai media) e l’avrebbe utilizzata con modalità inquietanti per provare a costringere la Capuozzo ad affidare, tra l’altro, il campo sportivo di Quarto ad Alfonso Cesarano, un “grande elettore” del consigliere.
Cesarano, gestore di fatto di un’impresa di pompe funebri, sarebbe esponente di una famiglia legata al clan Polverino.
De Robbio avrebbe promesso a Cesarano anche un intervento per nominare un assessore con delega al Cimitero e all’Urbanistica in grado di favorirlo nei suoi affari. E’ tutto scritto nelle 11 pagine del decreto di perquisizione eseguito dai carabinieri di Pozzuoli e di Quarto nei confronti di De Robbio e di altre due persone, indagate in un’inchiesta sul voto di scambio politico mafioso che lambisce il clan dominante in un Comune sciolto pochi anni fa per camorra.
I tre “avvertimenti” del consigliere al sindaco
De Robbio è anche indagato in concorso con un geometra, Giulio Intemerato, di tentata estorsione al sindaco con l’aggravante del metodo mafioso.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, fondata su intercettazioni telefoniche, su alcune testimonianze ancora coperte dal segreto e su due lunghe deposizioni in Procura della Capuozzo, sentita il 21 e il 22 dicembre, il consigliere grillino ha avvicinato il sindaco in tre diverse occasioni — a casa, nell’ufficio del municipio e durante un consiglio comunale di novembre — esibendole l’aerofotogrammetria della casa-studio di famiglia, sottolineando l’esistenza di un “problema di abuso edilizio” e invitandola “contestualmente ed in modo allusivo — scrive il pm, che poi cita parole del sindaco — a ‘stare tranquilla, perchè dovevo essere meno aggressiva, non dovevo scalciare, dovevo essere più tranquilla con il territorio’”.
Gli obiettivi: “Gestione del campo sportivo e le nomine di assessori e capi-settore
In una di queste occasioni, il consigliere si sarebbe presentato con il geometra Intemerato, indicato come persona che custodiva quella foto nella sua cassaforte, e proponendolo come consulente esterno dell’amministrazione comunale nella gestione dei condoni edilizi. In consiglio, poi, De Robbio avrebbe di nuovo preso da parte la Capuozzo per dirle “a quattr’occhi” che sarebbe stato in grado di intervenire su un altro geometra per indurlo a dichiarare il falso riguardo un vecchio sopralluogo nell’abitazione del sindaco.
L’obiettivo dell’esponente grillino sarebbe stato quello di condizionare e tenere sotto scacco la Capuozzo per indurla ad affidare la gestione del campo sportivo di Quarto a Cesarano, e provare a intervenire nelle nomine degli assessori e dei capi settore del municipio.
Le intercettazioni: “Adesso portiamo anche le vecchie a votare. La x sul M5s è la cosa fondamentale”
De Robbio inoltre avrebbe promesso a un ex esponente del Pd, Mario Ferro (indagato), l’assunzione del figlio nel cimitero comunale in cambio di sostegno elettorale.
Una intercettazione del primo giugno 2015, a urne del primo turno da poco chiuse, registra Giacomo Cesarano, figlio di Alfonso Cesarano, quasi esultare con tale Biagio G. per il successo di De Robbio: “Ha chiamato Mario Ferro e me l’ha detto… (De Robbio, ndr) ha preso 927 voti… ci siamo messi con chi vince capito, quella è stata la cosa importante… votiamo a questo, a quello, ma per fare cosa dopo? Per prenderlo nel culo? … Mario Ferro non sta con quelli di Cinque Stelle… Mario Ferro stava con il Pd però… questo De Robbio noi abbiamo fatto l’accordo con lui è capito… Ci siamo seduti al tavolo, papà (Alfonso Cesarano), Mario Ferro, De Robbio si sono seduti hanno parlato hanno chiacchierato, hanno concordato diciamo delle cose loro, hanno parlato di tutte le cose e noi gli abbiamo detto che gli avremmo dato una mano… Hai capito? Non ti preoccupare ti diamo noi una mano a vedere i voti che devi avere…”.
Ma c’era ancora un ballottaggio da affrontare e Cesarano jr disse all’amico che bisognava fare l’ultimo sforzo: “Fra di Criscio e il M5S… adesso si deve portare chiunque a votare, chiunque esso sia, anche le vecchie di ottanta anni si devono portare là sopra e devono mettere la X sul M5S che è la cosa fondamentale…”.
Il M5s: “Già avviata la procedura di espulsione”
“Nella lettera inviata a Del Robbio — si legge in una nota — sottolineavamo che il suo comportamento ha violato in modo grave, ripetuto e sostanziale gli obblighi assunti all’atto di accettazione della candidatura, ed i principi fondamentali di comportamento degli eletti del Movimento.”
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 17th, 2015 Riccardo Fucile
ASSEMBLEA INFUOCATA SUL VOTO ALLA CONSULTA: “ABBIAMO GETTATO PALATE DI LETAME SU BARBERA PER SETTIMANE E ORA CI DITE DI VOTARLO?”… SI SONO DISSOCIATI IN 25 AL MOMENTO DEL VOTO
“Dico solo che alla parola ‘responsabili’, in quella stanza, si è scatenato l’inferno”.
Una deputata del Movimento 5 Stelle, in Transatlantico a Montecitorio, fotografa così la riunione dei parlamentari grillini, che ha dato il via libera a quello che è stato definito “l’accordone”.
La frase infelice, pronunciata da uno dei più ortodossi e fedeli alla linea e che ha gettato tutti nel panico, è la seguente: “Ci sono momenti, come l’elezione dei giudici della Consulta, in cui bisogna essere responsabili. Non è un accordo politico”.
Ed è in questo preciso istante che la pattuglia dei dissidenti (16 deputati e 7 senatori) è andata in subbuglio.
Qualcuno è intervenuto dicendo: “Eh no, responsabili no. Per favore. Sembriamo Scilipoti e Razzi, almeno usate un’altra parola…”.
Anche i favorevoli all’accordo hanno fatto notare che forse si sarebbe potuto usare un giro di parole più opportuno. Comunque sia, c’è chi ci ha riso sopra e chi invece si è infuriato davvero. Di certo, il patto con il Pd che ha portato all’elezione di Barbera, Modugno e Prosperetti è difficile da digerire, non solo per la base che è in rivolta, ma anche per i parlamentari stessi, che si sono divisi tra favorevoli, contrari e astenuti.
Nel day after si respira parecchia tensione, tanto che pochi tra i ribelli hanno voglia di uscire allo scoperto e gli altri non ne parlano volentieri pur ammettendo che “a inizio legislatura una cosa del genere non sarebbe mai successa”.
L’ordine di scuderia è quello di sminuire la spaccatura che si è registrata in assemblea.
“Certo — fa notare qualcuno — abbiamo chiuso l’accordo con Renzi proprio nel giorno in cui lo abbiamo paragonato a Licio Gelli. Lo avremmo potuto evitare. Però non potevamo neanche lasciare passare altro tempo perchè altrimenti alla Consulta sarebbe andato un uomo di Berlusconi”.
Sta di fatto che dalle due assemblee di Camera e Senato sono emerse le distanze.
L’unanimità , sulla terna ‘depurata’ dal nome di Francesco Paolo Sisto, è rimasta lontana.
Ben 23 sono stati i ‘no’ – 16 alla Camera e 7 al Senato – più due astenuti. Non solo. Nelle file del Movimento c’è anche chi è pronto a scommettere che diversi, tra i 5 Stelle, non abbiano tenuto fede all’accordo, evitando di votare lo sgradito candidato del Pd, Augusto Barbera.
“È passato per soli 11 voti – ragiona un deputato 5 Stelle – sono certo che tra i franchi tiratori ci fosse soprattutto gente del Pd, ma metterei la mano sul fuoco anche sulla desistenza di alcuni colleghi”.
Per alcuni infatti il nodo della questione è proprio nel nome di Barbera, al centro di un’interrogazione degli stessi 5 Stelle su un caso di ‘baronato universitario’.
Qualche scettico ha sottolineato come nelle ultime settimane avessero riversato “palate di letame sul nome di Barbera. Con che faccia andiamo ora a votarlo?”.
Alcuni hanno invece espresso voto contrario “perchè la decisione doveva passare per la Rete”, anche se i tempi, viene fatto notare, erano strettissimi.
“Teoricamente è un buon accordo — dice il deputato M5S Andrea Colletti — un nome lo abbiamo indicato noi e abbiamo evitato che Sisto diventasse giudice della Consulta. Ma sulla terzietà di Barbera ho molti dubbi, avrei fatto un sondaggio sul blog. Per questo ho votato ‘no’”. Tra coloro che si sono opposti alla proposta del Direttorio ci sono anche Riccardo Fraccaro, Chiara Di Benedetti, Vincenzo Caso e Daniele Pesco.
Quest’ultimo, ad esempio, non aveva mandato giù l’arrivo del Direttorio.
Segno che esiste una pattuglia pentastellata che crede ancora alla regola dell’uno vale uno.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 17th, 2015 Riccardo Fucile
“SE IL PD BARBERA ERA IMPRESENTABILE FINO A IERI, PERCHE’ L’AVETE VOTATO?”
Beppe Grillo canta vittoria, perchè avrebbe prevalso il metodo Cinque Stelle. “Due volte s’è ricorso al
metodo 5 stelle e due volte si è raggiunto l’obiettivo. Più di un anno fa, con l’elezione della professoressa Silvana Sciarra, e ieri con i tre giudici mancanti – Modugno, Barbera, Prosperetti – nominati alla Corte Costituzionale che potrà finalmente lavorare a pieno regime”.
Ma la base a cinque stelle non la pensa così e bolla quello con il Pd volta a volta come “un inciucione”, “un pateracchio”, “una cazzata”.
Sergio Ladu scrive in calce al post di Grillo: “Secondo me qui si tratta di un autentico autogol. La mia fiducia vacilla se penso che stavate tenendo duro proprio per non fare nulla con il partito dei ladri. Avete creato un precedente pericoloso. Evitate di ripetere lo steso errore”.
La sua, in fondo, è una voce moderata, in una selva di proteste a squarciagola.
Ancora sul blog di Grillo interviene Adriano G. di Ascoli Piceno: “Ma non si poteva fare una votazione online per decidere tutti insieme? A parte che son convinto che gli iscritti che votarono Prodi l’anno scorso avrebbero detto di sì anche a sta cazzata. Che Dio ci protegga”.
I profili dei parlamentari sui social network testimoniano identico malessere (anche se bisogna scorrere i commenti, per superare quelli ‘cliccati’ dagli staff).
Danilo Toninelli, il capogruppo in commissione Affari Costituzionali, ‘regista’ dell’accordo col Pd è preso d’assedio. “Che vergogna, vi siete ca… addosso, avete offerto a Renzi una spalla. Proprio ora che è in difficoltà palese, siete il peggio del peggio”, scrive Francesco , che tiene a precisare di aver “votato 5 stelle”.
L’accordo con il Pd “è stato un errore- rimarca- dovevano pretendere 3 nomi completamente vicini ai 5 stelle, così facendo hanno fatto passare il tutto come una vittoria dell’innominabile”.
La discussione è vivace. “Non si è data nessuna spalla a Renzi, ma si sono scelti i 3 giudici della Corte, evitando che ci finissero dentro degli impresentabili… Ma informatevi prima di sparare accuse vergognose e ridicole”, gli replica Raffaele. Niente da fare. La strategia non convince.
Rita ammette: “Sono delusa… Era la volta buona che cadeva il governo come dite sempre quando andate in tv. Cominciate anche voi a dire cazzate? Siete l’ ultima spiaggia”.
E così Michele Manin: “Il miglior risultato è che avete mantenuto in piedi il teatrino. Ma non preoccupatevi che il tempo degli onori finisce anche per voi. Non c’è peccato più vergognoso che ingannare chi crede in te”.
Neppure il vicepresidente della Camera, membro del direttorio pentastellato, sfugge al tiro incrociato.
Matteo Casali è chiarissimo: “Avete intrapreso un accordo con il Pd per eleggere un barone bella scuola che gode da anni di soli privilegi. Al Senato, dove la Boschi ha serie possibilità di andare a casa non avete presentato la mozione. State andando fuori strada, parecchio!”.
Damiano è lapidario: “L’inciucio è fatto. Pd-M5s-Ncd-Sc si mettono d’accordo. Ma non eravate quelli che non scendevano a patti con il Pd di Renzi e con il partito di Alfano!? Ma non eravate quelli che Barbera, scelto dal Pd, non lo avreste mai votato, perchè troppo legato a Renzi!? Evidentemente no…”,
Scrive Damiano e correda il messaggio, com’è nello stile dei cinque stelle, con una foto “dell’inciucione”, dove stavolta accanto ad Alfano, Boschi e Renzi compaiono i volti di Grillo, Di Maio e Di Battista.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 16th, 2015 Riccardo Fucile
A BOLOGNA ANDRAGHETTI HA SFIDATO IL FEDELISSIMO DI GRILLO PER LA CORSA A SINDACO: “CHI CRITICA VIENE ELIMINATO”
Si candida alle primarie e viene espulso. Lorenzo Andraghetti è stato sospeso dal Movimento 5 Stelle: l’espulsione diventerà definitiva entro dieci giorni, a meno che non faccia ricorso.
Lo sfidante di Max Bugani a Bologna (fedelissimo di Beppe Grillo), quello che aveva contestato la sua investitura dall’alto, invocando le primarie, si è preso un cartellino rosso, che non gli permetterà quindi di presentare la propria lista alternativa per sfidare il capogruppo 5 Stelle in consiglio comunale a Bologna, investito da Grillo e benedetto da Luigi Di Maio.
Le accuse.
“Se vogliono sfidarmi si facciano avanti”, aveva detto Bugani la scorsa settimana, annunciando la riapertura delle primarie (di lista, cosa che ha suscitato non poche polemiche nel Movimento, con alcuni ribelli che hanno annunciato una marcia su Roma per chiedere aiuto ad Alessandro Di Battista): la scadenza per presentare le candidature è stata fissata da Luigi Di Maio a Porta a Porta: il 21 dicembre.
Ma a quanto pare i giochi si chiuderanno molto prima, visto che lo sfidante principale di Bugani è stato sospeso a primarie ancora in corso.
Glielo ha comunicato lo Staff di Beppe Grillo per email. L’accusa è quella di aver partecipato ad Alternativa Libera, il gruppo degli ex 5 Stelle in Parlamento, “in aperta contrapposizione con l’azione politica del MoVimento e della lista civica che aveva già ottenuto la certificazione per la partecipazione alle prossime elezioni comunali di Bologna, e tentando addirittura di boicottarne l’azione in contrasto con le regole del MoVimento 5 Stelle”.
“Chi critica viene eliminato”.
Ad aggravare le imputazioni, “il notevole clamore suscitato dai predetti comportamenti, ed ai danni all’immagine del MoVimento 5 Stelle che ne sono derivati o che ne potrebbero derivare. Per questi motivi viene sospeso con effetto immediato dal MoVimento 5 Stelle2.
Dura le replica dell’interessato: “Ho partecipato a una riunione di Movimenti civici toscani, non si trattava di nessuna fondazione, e tantomeno di quella di Alternativa Libera. Ho fatto solo un libero intervento, non ero uno dei relatori. Quando all’accusa di boicottare la lista già certificata, mi sono limitato a sottolineare la presenza in lista di due candidati consiglieri, che per regolamento dei 5 Stelle non potevano essere candidati. Uno è Dario Pattacini, già sospeso dall’ordine dei giornalisti per le interviste a pagamento e candidato con l’Idv nel 2009, la cui presenza in lista era stata tenuta segreta, millantando di difendere la privacy di alcuni dipendenti pubblici. E l’altro Antonio Landi, che si era candidato con Bologna Capitale nel 2011”.
Amara la conclusione: “Bugani elimina e continuerà a eliminare quelli che lo criticano. Sono bastati 22 giorni a farlo capitolare, e dimostrare che l’unica arma che ha è l’espulsione”.
Caterina Giusberti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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