Giugno 22nd, 2017 Riccardo Fucile
“STO COMPLETANDO LA RIORGANIZZAZIONE DELLE PARTECIPATE, IL DOSSIER E’ A BUON PUNTO, IL MIO COMPITO FINISCE QUA”
Ieri Massimo Colomban non era presente alla conferenza stampa che celebrava il primo anno di Grandi Successi di Virginia Raggi con tanto di claque degli attivisti. Oggi sul Messaggero l’assessore vicino alla Casaleggio fa sapere che ha intenzione di andarsene a settembre, lasciando la giunta Raggi che tremare il mondo fa:
«Il mio è un assessorato di scopo, quindi a tempo, sto completando tutta la riorganizzazione della governance delle partecipate. Il gruppo di lavoro va avanti spedito, il dossier è a buon punto, presto lo presenteremo».
La danno in uscita a brevissimo.
«La sindaca lo sa: sono stato chiamato per una missione, a settembre ritengo che il mio compito potrà dirsi esaurito».
Sarà una perdita notevole per gli equilibri del Campidoglio: è identificato come l’uomo della Casaleggio dentro la giunta, l’assessore di punta
«Troppo buono. Tutti siamo utili, nessuno è indispensabile».
Lei è entrato in corsa dopo l’arresto di Marra, è un imprenditore del Veneto laborioso e pragmatico: la sua idea su questo primo anno di Virginia Raggi
«Non mi piace dare giudizi, perchè il ragionamento sarebbe molto complesso e sfaccettato. Posso dire cosa ho trovato».
Insomma, Colomban, che era arrivato per rivoluzionare Roma, se ne andrà dopo aver completato un dossier
Prego.
«Ho trovato in giunta una squadra unita e vogliosa di fare, composta da giovani intraprendenti e da elementi più grandi ed esperti, un bel mix,insomma».
Il cambiamento, a detta anche di big come Luigi Di Maio, non è stato percepito a Roma.
«Il Comune di Roma è una sfida mastodontica. Ci sono dossier e settori che non sono mai stati affrontati e soprattutto risolti. Ci sarà un motivo per cui il Campidoglio ha un debito gestito da un commissario da 13 miliardi di euro, o no?».
Secondo lei la politica che vi ha preceduto ha rubato tutti questi soldi?
«No, non voglio dire questo e non ho gli elementi. Ma ci sono stati troppi errori e sottovalutazioni. Anche da parte del Governo nei riguardi della Capitale».
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 22nd, 2017 Riccardo Fucile
GLI INSULTI ALLE PARLAMENTARI CINQUESTELLE E I SOSPETTI SU FRONGIA
Le nuove intercettazioni di Raffaele Marra gettano oggi una luce nuova e molto
interessanti sul rapporto tra lui e Virginia Raggi e su come andò l’ormai famigerata nomina del fratello Renato al dipartimento del turismo, che ha portato all’accusa di falso formulata nei confronti della sindaca dalla procura di Roma.
A raccontarle oggi è Repubblica in due articoli di Lorenzo D’Albergo e Giuseppe Scarpa.
Le intercettazioni sono interessanti perchè Marra è molto chiaro nel sostenere che la sindaca era perfettamente al corrente di tutti i dettagli della nomina del fratello.
Sono state effettuate dal nucleo investigativo dei carabinieri di Roma durante l’indagine che ha portato in carcere Raffaele. Eppure, dice Marra, la Raggi se la sta prendendo con lui per non averla tutelata o avvertita.
Il “romanaccio” di Marra rende poi il tutto ancora più “divertente”.
La prima cittadina “è arrabbiatissima. Addirittura ha usato parole del tipo ‘me l’hai messa in c…’”. E ancora: «È arrabbiata perchè non gliel’ho detto sufficientemente. Dice “ma non me l’ha fatto capire bene, non me l’ha detto con quella chiarezza che mi serviva. Mi doveva svegliare”. E vabbè, ‘a prossima volta faccio un esame psicologico pe’ capi’ come te lo devo dire. È ‘na follia, guarda».
Il dirigente sta parlando prima con l’assessore al Commercio Adriano Meloni e poi con un’amica di nome Concetta: «Mi sta addebitando che non sono stato sufficientemente chiaro, aperto. Che non gliel’ho detto dieci volte invece di nove. (Raggi, OES) mi sta dando dello scorretto»; «O non se n’è accorta o ho comandato io. Dovevo evitare che lei potesse passa’ i guai e non gliel’ho detto. Lei la sta vivendo come un fatto personale, come se io l’avessi tradita… non proteggendola».
Racconta di riunioni collettive in cui veniva attaccato: «Che dici a fare davanti a 15 persone “guarda un po’ che cazzo, io non posso fa” – perchè lei dice pure le parolacce – “guarda un po’ che coglioni che non lo posso fa’ comandante sennò la stampa mi attacca”. E allora devi essere coerente!».
Evidentemente già all’epoca in Campidoglio i rapporti erano deteriorati.
Il protagonista delle chat dei 4 amici al bar stava già retrocedendo a “uno dei 23mila dipendenti del Campidoglio”, come da definizione post-arresto di Virginia.
Ma anche con Salvatore Romeo non correva più quel buon sangue di una volta, a sentire i racconti: «Oggi ha fatto l’ennesima riunione, si so’ appiccicati lei (Raggi, OES) e Salvatore (l’ex capo della segreteria politica Romeo, OES) come al solito, si so’ mandati a quel paese urlando».
E quando l’amica cerca di dire che la Raggi non pensa nulla di male di lui, ecco la replica: «E no, lei (Raggi, OES) dice di sì. L’ha ripetuto due, tre volte. Dice “perchè non gliel’ho detto”. Cioè, lei voleva che la svegliassi»; «Mo’ lei sta in fase rem, in fase di studio, sta pensando».
Ci sono anche insulti pesanti nei confronti di altri del M5S: “«La sindaca è confusa», dice il primo all’altro tra le risate di entrambi. Lo stesso che definisce «mignotte mentali» Roberta Lombardi, Carla Ruocco e Paola Taverna le ortodosse del M5S“. Nel mirino c’è anche Daniele Frongia, all’epoca ancora vicesindaco, che gli ha mandato per primo il link con l’inchiesta dell’Espresso che lo chiama pesantemente in causa per il suo rapporto con Scarpellini:
«Hai visto su L’Espresso si parla della chat dei “quattro amici al bar”? Noi siamo quattro, come fa a usci’ fuori sta cosa? È uno di noi quattro e io non sono. E lei (la sindaca Raggi, ndr) non è. Salvatore (Romeo, ndr) non penso proprio. Solo che se vai a dire “è Daniele (Frongia, ndr) mi ammazzano perchè dice “ma cosa ti viene in mente di dire? E quindi mi devo stare zitto».
Marra, dirigente navigato, ipotizza uno scenario squisitamente politico e, riferendosi sempre a Frongia, all’epoca della conversazione nel mirino dei big del Movimento proprio per la chat dei “quattro amici al bar”, appare sicuro: «Ha fatto il patto con quelli della Camera. Gli avranno detto: “Fai salta’ Marra e a te ti lasciamo stare, ti facciamo candidare, c’è un posto pure per te”. E lui che gioca a scacchi, gioca su dieci tavoli, probabilmente con me fa l’amichetto».
Le intercettazioni vanno contestualizzate. All’epoca Marra non sapeva di essere sotto indagine per le vicende che hanno coinvolto il costruttore Scarpellini e che lo porteranno in carcere per corruzione.
Eppure nei suoi confronti gran parte del M5S è diffidente a causa del suo passato alemanniano. A settembre Roberta Lombardi l’ha già definito “un virus” che ha attecchito nel MoVimento, mentre la sua fazione in Campidoglio ha già provocato il terremoto politico che ha portato all’addio di Carla Romana Raineri e Marcello Minenna.
La Raggi è sotto attacco in Campidoglio anche per la vicenda della ricerca disperata dell’assessore al Bilancio, poi culminata con la promozione di Andrea Mazzillo.
Tra i 4 amici al bar, ormai sulla graticola, c’è anche una caccia alla talpa che fa uscire le chat. Eppure, in omaggio alla trasparenzaquannocepare, nessuno di loro farà nulla prima dell’intervento della procura.
Nonostante le liti e gli insulti (riferiti da Marra), pubblicamente tutti negano che ci sia un problema in Campidoglio.
Solo dopo l’intervento della procura le cose cambieranno e chi aveva sbagliato pagherà , ma soltanto in seguito all’intervento di Beppe Grillo che imporrà dimissioni e saluti dagli staff.
La sindaca farà finta di nulla e andrà avanti, arrivando fino ad oggi.
Un 7 e 1/2 davvero meritato.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile
IL SUO PROBLEMA E’ CHE VIENE SISTEMATICAMENTE SMASCHERATA
Il sindaco Virginia Raggi è una bugiarda. Non serviva il provvedimento di chiusura
indagini della procura di Roma per sostenerlo, ma ora che il primo cittadino della Capitale si avvia verso un processo per falso, sarà più difficile per i suoi sostenitori difendere le arzigogolate e surreali dichiarazioni autoassolutorie della sindaca a Cinque Stelle.
La storia è nota, e riguarda la promozione di Renato Marra a capo del Dipartimento del Turismo avvenuta qualche mese fa. Una promozione avvenuta dopo l’inchiesta de L’Espresso che a settembre e ottobre svelò i rapporti corruttivi tra il braccio destro della sindaca, Raffaele Marra, e il costruttore Sergio Scarpellini.
Nonostante le inchieste giornalistiche e i dubbi crescenti di parte del Movimento ( Roberta Lombardi arrivò a definire Raffaele Marra «un virus che ha infettato il M5S», Virginia non solo decise di tenere vicino a sè il suo Rasputin, ma gli consegnò di fatto le chiavi del Campidoglio. Concedendogli carta bianca su strategie e nomine politiche.
Fu Raffaele, infatti, a seguire le procedure per la promozione del fratello.
Dopo che l’Anac di Raffaele Cantone segnalò ufficialmente il rischio evidente del conflitto d’interessi, la Raggi per proteggere il suo consigliere spiegò ai dirigenti dell’anticorruzione che fu lei, e non Raffaele, a scegliere in piena autonomia lo scatto di carriera (e di stipendio) di Renato.
Una balla sesquipedale, smentita in pochi giorni dalle conversazioni trovate dai pm di Roma nella chat tra Raggi e Marra su Telegram: «Raffaele, questa cosa dello stipendio mi mette in difficoltà , me lo dovevi dire».
Virginia aveva infatti letto i dettagli dell’aumento sui giornali, notizie di cui era totalmente ignara. Il messaggio secondo i magistrati evidenzia in maniera inconfutabile che la Raggi ha mentito. All’anticorruzione, certo. E ai cittadini romani pure.
La sindaca è un’esperta dell’arte della bugia. Il suo problema, però, è che viene sistematicamente smascherata: se è ancora indagata per abuso d’ufficio per aver promosso e triplicato lo stipendio al re delle polizze Salvatore Romeo (ma è possibile che il capo d’imputazione venga archiviato), restano nella memoria bugie e omissioni surreali («Raffaele Marra arrestato? È solo uno dei 23 mila dipendenti del comune») e altre più gravi, come quelle sul passato nello studio di Cesare Previti, sulla presidenza di una società dell’ex segretaria di Franco Panzironi, e soprattutto sull’ex assessore all’Ambiente Paola Muraro.
La Raggi, infatti, nonostante fosse venuta a conoscenza dell’indagine sull’esperta di rifiuti, per 50 giorni in varie interviste aveva negato di sapere nulla su eventuali procedimenti giudiziari.
Una mentitrice seriale, insomma.
Chissà se Beppe Grillo, per salvare la barca che affonda, deciderà di ritirare fuori il post del blog scritto a dicembre e mai pubblicato in cui cacciava Virginia dal M5S. Probabilmente sarebbe troppo tardi.
La fiducia dei cittadini romani, in effetti, sembra definitivamente compromessa.
(da “L’Espresso”)
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Giugno 18th, 2017 Riccardo Fucile
BILANCIO DEI PRIMI DODICI MESI DELLA SINDACA MENO AMATA DAI ROMANI: L’80% DELLA RACCOLTA RIFIUTI ANCORA IN MANO AI PRIVATI, CALA LA DIFFERENZIATA, 300 GUASTI AL GIORNO AI BUS ATAC
Se un anno di Virginia Raggi lo si giudicasse dalle strade attorno casa sua, si potrebbe nutrire il sospetto che la città abbia trovato il sindaco giusto. Piccoli e ordinati contenitori per la differenziata, raccolta porta a porta, un via vai continuo di mezzi. Se non fosse per la piaga delle buche e delle radici, certe vie di Borgata Ottavia sembrano uscire da uno spot di pubblicità progresso. Purtroppo l’attenzione al decoro in certi angoli dell’Urbe abitati dai politici è una tradizione dell’Ama che non conosce colore. L’illusione di un’altra Roma dura lo spazio di qualche centinaio di metri, ciò che separa la realtà dalla rappresentazione. Basta imboccare Via di Casal del Marmo e Roma riprende le sembianze note ai più. È di questi giorni l’ennesima emergenza rifiuti.
Il poltronificio
Per capire quanto disti un anno di realtà dalla rappresentazione che ne fanno i suoi vertici, proviamo a fare un bilancio del governo Cinque Stelle della Capitale partendo dai numeri. Per valutarli abbiamo chiesto più volte un incontro al sindaco Raggi, la quale ha rifiutato senza spiegazioni.
Partiamo proprio dalle ordinanze del sindaco: su 227 atti ben 149 — i due terzi – hanno a che fare con nomine, revoche o deleghe assegnate ad assessori e dirigenti.
Stessa cosa è avvenuta in Giunta: su 258 delibere, 75 — più di un terzo – riguardano l’assunzione di personale esterno.
La Raggi ha passato gran parte del tempo da sindaco a occuparsi di poltrone: la sua giunta ha messo a contratto 102 collaboratori esterni, dodici in più di quelli nominati da Ignazio Marino, quindici in più dell’era Alemanno.
Si dirà : il primo anno serve a scegliere persone di fiducia. Per lei è stata un’operazione particolarmente complessa, e va oltre la fisiologia del cosiddetto spoil system.
Nonostante i tentativi (quattro), alla macchina comunale del Campidoglio mancano ancora il capo di gabinetto e due assessori (Lavori pubblici e Servizi sociali).
In un anno sono cambiati il vicesindaco, l’assessore all’Ambiente, quello all’Urbanistica, due volte il titolare del Bilancio. Solo all’Ama si sono avvicendati quattro amministratori delegati e due direttori generali. E non è finita qui: entro la fine dell’anno c’è da rinnovare il consiglio di amministrazione di tutte le società partecipate per le quali è stato introdotto l’obbligo dei tre componenti.
L’Ama non cambia
L’Azienda dei rifiuti è la chiave del successo o del fallimento del governo Cinque Stelle della città .
Lo smaltimento dei rifiuti a Roma costa quattro volte quello di Milano, perchè Ama è in grado di trattarne appena il 20 per cento: il resto lo paga ai privati e per trasportare l’immondizia in giro per l’Europa.
Fra promesse di “modelli spagnoli”, “chilometri zero” e “riutilizzo totale degli scarti” nell’ultimo anno la situazione è persino peggiorata.
Nel tentativo disperato di tenere al riparo le strade dai rifiuti ingombranti e da certa maleducazione, la percentuale di raccolta differenziata è scesa al 42 per cento, un punto in meno di un anno fa e in controtendenza rispetto al +8 per cento degli ultimi anni fa.
Il nuovo piano industriale ridurrà gli investimenti: invece dei 300 milioni previsti per la creazione di nuovi ecodistretti e l’acquisto di mezzi, ne resteranno solo 110 per i mezzi. Nel frattempo l’unica decisione concreta è stata quella di affossare il progetto per il nuovo impianto di compostaggio a Rocca Cencia, inviso ai residenti.
Da maggio a oggi ci sono stati tre strani incendi in altrettanti impianti di trattamento dei rifiuti: a Castelforte, Viterbo e Malagrotta.
Di recente il ras del settore Manlio Cerroni ha annunciato che i due impianti dell’indifferenziata a Malagrotta non tratteranno più 1250 tonnellate di immondizia al giorno, ma solo 800. L’Ama sta tentando di aprirne uno nuovo a Ostia, ma a ottobre si vota nel Municipio e i vertici del M5S della zona sono contrari.
Risultato: negli ultimi giorni nei quartieri a est della Capitale la situazione della raccolta è di nuovo al collasso. Sull’azienda incombe poi il rischio del dissesto finanziario: poichè il Comune sta pensando di togliere all’Ama la gestione diretta della tariffa sui rifiuti, il pool di otto banche capeggiato da Bnl minaccia la cancellazione di un finanziamento di 600 milioni. Alla faccia del chilometro zero, seicento milioni è quanto l’azienda stima di spendere nei prossimi quattro anni per far smaltire ai privati quattro milioni di tonnellate di rifiuti.
Il piano dell’ex numero uno Daniele Fortini prevedeva entro il 2021 di far salire all’80 per cento la quantità di rifiuti trattata direttamente da Ama. Per la gioia dei privati l’ultimo piano industriale approvato — quello deciso dalla ormai ex numero uno Antonella Giglio — ha abbassato quella stima al 29 per cento. Non solo: secondo quanto raccontano fonti interne all’azienda, starebbe aumentando anche il numero di appalti affidati con trattativa diretta invece che con regolare gara.
Riordino no grazie
Fra le promesse della Raggi c’è quella di rimettere a posto i conti disastrati della Capitale. In campagna elettorale ha insistito su un tema popolare: la rinegoziazione del debito monstre in mano alle banche.
Finora si è limitata a far votare al Consiglio comunale 143 delibere per il pagamento di debiti fuori bilancio su un totale di 179. Delibere votate quasi tutte a cavallo di Natale e che valgono circa cento milioni di euro: la Corte dei Conti ora indaga sospettando danni erariali.
La giunta ha discusso 25 delibere sulle società partecipate dal Comune, ma del piano di razionalizzazione della megaholding pubblica c’è solo un progetto sulla carta. Per scriverlo, l’assessore Massimo Colomban – un grosso imprenditore veneto mandato dai vertici in soccorso alla Raggi – si è affidato a Paolo Simioni, già amministratore dell’aeroporto di Venezia, nel mirino delle opposizioni per i 240mila euro di stipendio pagato quota parte da ciascuna delle tre grandi società , Atac, Acea e Ama. Il piano – ambiziosissimo – prevede di scendere da 40 controllate a 10-12 aziende, e la dismissione di parte delle quote di Adr, Centrale del Latte e della stessa Acea.
In realtà gli atti rilevanti votati finora in consiglio comunale sono solo due: il via libera preliminare allo stadio della Roma e l’adozione di un nuovo regolamento sugli ambulanti che aggira l’obbligo di gara previsto dalla direttiva Bolkenstein già ribattezzato “salva Tredicine” dal nome della famiglia proprietaria di decine di camion e bancarelle.
Su 179 delibere, due hanno riguardato l’urbanistica e i trasporti, una sola la cultura, una la scuola. L’unico atto sulla scuola degno di nota è però frutto di una proposta della capogruppo Pd Michela Di Biase che consente alle mamme di consegnare il latte materno negli asili nido.
Annunci e sostanza
Se ci accontentassimo degli annunci la Raggi si meriterebbe un dieci.
Prendiamo le strade. Il sindaco rivendica un piano buche e porta con sè le fotografie di alcuni tratti rifatti, ma nel frattempo per ovviare alla scarsa manutenzione, in tre arterie della città – Aurelia, Cristoforo Colombo e Salaria – è stato imposto il limite a trenta all’ora.
Intendiamoci, governare una città come Roma non sarebbe facile per nessuno. A marzo la Raggi ha rimesso in strada 15 filobus nuovi fermi da tempo nei garage dell’Atac.
Nel giro di 24 ore quattro mezzi erano già fuori uso per problemi tecnici. «Cuciniamo con quel che abbiamo», si difese la sindaca.
La sindrome dell’annuncite è direttamente proporzionale alla scarsità delle risorse. Mentre l’Atac conta più di trecento guasti al giorno ad altrettanti mezzi, l’assessore alla Mobilità Linda Meleo porta in giunta un piano per l’introduzione di sei nuove linee del tram, tre funivie e il prolungamento della linea B della metropolitana.
Peccato che l’unica certezza sia il caos attorno al futuro della linea C, le cui ruspe fanno mostra di sè ai fori imperiali. A novembre dell’anno scorso il consiglio comunale ha votato una mozione straordinaria per lo scioglimento di Roma Metropolitane, la società che gestisce il cantiere.
Nel frattempo fra sindaco, consiglieri e assessori si è aperto il dibattito su dove fermare il tracciato: se al Colosseo, al Corviale o al Flaminio. Il solito Colomban, una sorta di commissario prefettizio della Raggi, ha spento il dibattito durante una riunione della Commissione trasparenza: Roma Metropolitane va avanti, mozione o non mozione.
Fra le mura solenni dell’aula Giulio Cesare si consumano scontri epici non solo con l’opposizione del Pd e di Fratelli d’Italia, ma anche nella maggioranza bulgara del Movimento.
Da un lato il sindaco e il braccio destro Daniele Frongia, sostenuti da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, dall’altra i consiglieri romani guidati da Roberta Lombardi e Marcello De Vito.
Quando il gruppo si ricompatta, il dissenso è soffocato. Ne sanno qualcosa Cristina Grancio e Gemma Guerrini, entrambe vicine all’espulsione per essersi opposte al progetto sullo stadio della Roma. In mezzo gli uomini mandati da Davide Casaleggio e Beppe Grillo a evitare il peggio: il già citato Colomban e il neopresidente dell’Acea, l’avvocato genovese Luca Lanzalone, delegato dal sindaco anche alla trattativa sullo stadio.
I troppi no
I tecnici Colomban e Lanzalone appaiono come la quintessenza del realismo grillino.
Per chi come la Raggi amministra la cosa pubblica e non ha sufficiente esperienza politica dire no è più semplice di un sì. Ad una olimpiade, a un nuovo impianto di trattamento dei rifiuti o allo scavo della metropolitana.
Ma talvolta i no possono essere fatali all’immagine della città . Ne sanno qualcosa gli abitanti dell’Eur abituati alla vista di un ecomostro a pochi metri dalla nuvola di Fuksas. Fu uno dei primi atti della giunta Raggi: la revoca del permesso a costruire per il restauro delle torri. Sembrava la fine di una storia tutta italiana: dopo anni di tira e molla con gli altri azionisti, Cassa depositi e prestiti e Telecom si erano unite nel progetto per la costruzione della nuova sede del gigante telefonico. Il no dell’allora assessore Paolo Berdini ha offerto all’azienda l’alibi perfetto per rinunciare ad un progetto nel frattempo giudicato troppo costoso.
(da “La Stampa”)
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Giugno 18th, 2017 Riccardo Fucile
DOVE ABITANO I POLITICI E’ TRADIZIONE DELL’AMA L’ATTENZIONE AL DECORO… MA L’ILLUSIONE DURA POCO
Oggi La Stampa pubblica un articolo a firma di Alessandro La Barbera che fa un bilancio del primo anno della sindaca Virginia Raggi a Roma. L’incipit dell’articolo è qualcosa di meraviglioso:
Se un anno di Virginia Raggi lo si giudicasse dalle strade attorno casa sua, si potrebbe nutrire il sospetto che la città abbia trovato il sindaco giusto. Piccoli e ordinati contenitori per la differenziata, raccolta porta a porta, un via vai continuo di mezzi. Se non fosse per la piaga delle buche e delle radici, certe vie di Borgata Ottavia sembrano uscire da uno spot di pubblicità progresso.
Purtroppo l’attenzione al decoro in certi angoli dell’Urbe abitati dai politici è una tradizione dell’Ama che non conosce colore. L’illusione di un’altra Roma dura lo spazio di qualche centinaio di metri, ciò che separa la realtà dalla rappresentazione. Basta imboccare Via di Casal del Marmo e Roma riprende le sembianze note ai più. È di questi giorni l’ennesima emergenza rifiuti.
Come sappiamo, il resto della città non corrisponde per niente alla descrizione fatta da La Stampa.
Perchè le scene dei cassonetti circondati dall’immondizia sono una costante del paesaggio urbano della Capitale. A poco infatti sono servite le operazioni di pulizia straordinaria di qualche settimana fa. L’AMA fatica a ripulire la città e da qualche giorno potrebbe avere un problema in più: il Colari.
Il patron di Malagrotta e titolare del Consorzio Lazio Rifiuti Manlio Cerroni infatti ha deciso di tagliare la quantità dei rifiuti lavorati nei suoi impianti.
I Tmb di Malagrotta non lavoreranno più le attuali 1.250 tonnellate di rifiuti al giorno ma solo 700. Un taglio di 500 tonnellate che si tradurrà in altrettante tonnellate di rifiuti che AMA dovrà lasciare nelle strade perchè non saprà dove smaltirle.
Perchè gli impianti di trattamento dei rifiuti di Latina e Frosinone, dove AMA conferisce 180 e 160 tonnellate al giorno, non sono in grado di accettarne di più.
Questo è solo l’ultimo atto della battaglia di Cerroni per il controllo della monnezza della Capitale.
Già a marzo il Colari aveva minacciato di ridurre da 1200 a 800 le tonnellate di rifiuti che AMA avrebbe potuto conferire negli impianti di proprietà di Cerroni. Ora ci riprova, ben sapendo di farlo in uno dei periodi dove a Roma più si fa sentire il flusso di turisti.
Giusto per ricordare ai politici chi ha le chiavi degli impianti Cerroni il 9 giugno ha comprato un’inserzione sull’edizione locale del Corriere della Sera.
Nella lettera Cerroni si propone come la soluzione alle pessime condizioni ambientali della Capitale con i suoi impianti di trattamento rifiuti tra i quali spiccano quello di Guidonia e quello di Rocca Cencia.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 15th, 2017 Riccardo Fucile
UN BEL CARTELLO “STRADA DISSESTATA” E VELOCITA’ MASSIMA 30 E ANCHE 10 KM ORARI E IL PROBLEMA E’ RISOLTO
Mattia Feltri sulla Stampa di oggi parla dei limiti di velocità sulla Cristoforo Colombo, entrati in vigore dallo scorso maggio e che prevedono i 30 km/h tra il centro mobili Habitat e l’incrocio con Via Laurentina, i 50 km/h tra il Gra e via di Malafede e i 50 km/h tra via del Risaro e p.le Cristoforo Colombo.
La nuova politica invece non aggiusta le buche: abbassa i limiti di velocità . Geniale, vero? A Roma è stato posto il limite di 30 chilometri orari, col cartello «strada dissestata», su tre vie ad ampio scorrimento, fra la Salaria e l’Aurelia. Che poi sia impossibile percorrerle a trenta all’ora, sono cavoli degli automobilisti. Ma se la velocità conosce limiti, il genio no: in altre due vie, più piccole, è appena stato posto il divieto di superare i 10 all’ora (ma c’è il 10 sul tachimetro?) perchè il manto stradale è pericoloso. Non ridete. Potrebbe essere un’inversione di prospettiva buona per tutti i mali.
Insomma, la nuova metodologia della politica potrebbe portare a risolvere così i problemi irrisolvibili:
Pagate troppe tasse? Facile: guadagnate di meno e si abbasserà l’imponibile.
Ci sono le formiche nei letti d’ospedale? E voi restate in salute.
Care amiche donne, avete paura del femminicidio? Diventate lesbiche.
Non si sentivano soluzioni così brillanti dai tempi di Jonathan Swift che, per affrontare il flagello della fame in Irlanda, propose di mangiare i bambini dei poveri. Ecco, per esempio, va trascurata l’ipotesi di eliminare dalla capitale ratti e mendicanti dando da mangiare le pantegane ai rom?
Che poi, a pensarci bene, se i limiti di velocità vengono portati da 10 a 0, in un colpo solo risolviamo anche il problema del traffico.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile
DIETRO LA DEMAGOGIA DI GRILLO CHE SUL BLOG FA ANNUNCI CONTRO I CAMPI ROM, LA NECESSITA’ DI OCCULTARE LA VERITA: IL CAPOLAVORO DELLA RAGGI PORTERA’ AL MASSIMO ALL’USCITA DI 60 PERSONE DA DUE CAMPI NEL 2023
Il MoVimento 5 Stelle prova a spiegare il senso del piano per il “superamento dei Campi Rom”. Lo stesso piano che una settimana fa Grillo aveva definito un “capolavoro” e che — come abbiamo spiegato qui — tanto capolavoro non è. Oggi sul Blog un post a firma del M5S promette di dire “tutta la verità sui campi Rom” ma c’è ancora parecchia strada da fare.
Il blog viene in soccorso del M5S per fornire le nuove linee guida da ripetere. Il M5S scrive che la giunta Raggi è la prima amministrazione a porre fine al sistema dei campi. In realtà non è vero che i campi saranno chiusi ma che viene avviato un percorso che porterà alla fine dei campi Rom. Che al di là dei giochi di parole significa che i campi Rom ci saranno ancora quando finirà la consiliatura.
La strada scelta dal M5S è la stessa indicata da Ignazio Marino: “smantellare i campi e creare le condizioni affinchè l’emergenza non si ripresenti fra qualche anno”.
Ed infatti è grazie alla delibera 350 del 28 ottobre 2015 che la Raggi può contare sui fondi europei per dare corso al progetto “senza chiedere un euro ai romani”.
Questo però il M5S non lo dice parla di 3,8 milioni di euro ottenuti “grazie a un bando che abbiamo vinto”. E sembra che a vincere il bando sia stato il M5S, non il Comune di Roma su input dell’allora sindaco Marino.
Anzi, il M5S dà la colpa della situazione a tutte le amministrazioni precedenti, compresa quella guidata da Ignazio Marino. Quando si dice l’onestà intellettuale
Quanti campi verranno chiusi con il Piano Raggi? Nessuno.
Ma nel pezzo sul Blog il MoVimento scrive che “i campi della Monachina e La Barbuta verranno chiusi” e addirittura lascia intendere che qualcosa sia già stato fatto quando scrive “parliamo di 700 persone che risiedevano qui”.
In realtà quelle 700 persone risiedono ancora nei due campi. E probabilmente continueranno a farlo perchè il Piano dai due campi usciranno 11 famiglie (circa 60 persone) per una spesa a famiglia pari a 345.454 euro ed una spesa procapite superiore ai 63.000 euro.
A Roma nei campi vivono 6.000 persone (1.500 nuclei familiari).
Quindi nel 2023, se tutto andrà come previsto, i due campi (due degli 8 insediamenti della Capitale) saranno ancora lì. Con sessanta persone in meno.
Il tutto mentre il Comune dovrà trovare — entro il 30 giugno — una sistemazione per le 120 famiglie che attualmente risiedono nell’area del Camping River gestito dalla Isola Verde Onlus.
La convenzione con l’ente gestore è scaduta e il nuovo campo a Roma Nord (per 400 persone) è stato giudicato inidoneo.
Che fine faranno quelle famiglie? L’Amministrazione comunale vorrebbero chiudere il Camping River ma l’Associazione Nazione Rom denuncia che è arrivata una proposta per trasferirle al campo de La Barbuta.
Ovvero proprio uno dei campi che secondo Il M5S spariranno grazie al piano Raggi. Ma se la matematica non è un’opinione far uscire (nel 2023) sessanta persone e fare entrare oggi 120 famiglie non farà altro che aumentare (e non diminuire) la popolazione dei campi.
Curiosamente di questo strano gioco delle tre carte con i Rom sul blog di Grillo non c’è traccia.
Il M5S preferisce rassicurare i cittadini sul fatto che è falso che ai rom saranno assegnate case popolari. Finalmente una cosa vera.
Al contrario di quanto prevede il Piano Nazionale di Inclusione (in ottemperanza alle varie direttive europee) il Comune infatti parla di “reperimento attraverso il mercato immobiliare privato” di abitazioni per chi può sostenere le spese.
Oppure di “reperimento di alloggi attraverso l’Associazionismo” per i nuclei familiari in situazione di particolare fragilità .
Questi ultimi però dovrebbero avere diritto di accedere alle graduatorie per gli alloggi popolari.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile
CHI ERA CONTRARIO ORA E’ FAVOREVOLE, CHI ERA A FAVORE ORA LO CONTESTA
La giunta Raggi ha approvato la delibera che di pubblica utilità che fa ripartire il progetto dello
stadio Tor Di Valle.
Una delibera che assieme al taglio del 40% delle cubature (non ci saranno le tre torri) costa 75 milioni di euro in meno di opere pubbliche.
Un taglio alle infrastrutture che rende il nuovo stadio meno accessibile. Come era prevedibile il PD, che durante la giunta Marino ha sostenuto il progetto del nuovo stadio della Roma ha deciso di criticare la variante al piano di urbanizzazione.
Le motivazioni però sono molto simili a quelle usate dai 5 Stelle in passato.
E così va in scena un tragicomico scambio delle parti con i Dem ad attaccare il progetto e i pentastellati a difenderlo.
Quando il M5S era contro lo stadio della Roma
Per chi non ha seguito la travagliata storia del progetto del nuovo stadio della Roma ecco un breve riassunto. Ignazio Marino (sostenuto dal PD) fa approvare nel 2014 la famosa delibera 132 che dà l’avvio all’iter per la costruzione del nuovo stadio nell’area di Tor Di Valle.
La delibera prevedeva una serie di opere pubbliche per un valore di 195 milioni di euro tra cui il prolungamento della Metro B, l’acquisto di nuovi convogli per la tratta Ostia-Lido.
Molto più importante nella delibera di Marino e dell’assessore all’Urbanistica Caudo prevedeva che il proponente fosse tenuto ad adempiere “obbligazioni di fare” aventi ad oggetto la realizzazione di tutte le opere pubbliche prima che lo stadio potesse aprire i battenti. Con la nuova delibera invece non è così.
Sia durante l’iter di approvazione che successivamente, quando la Raggi fu eletta Sindaca e Paolo Berdini fu nonimato assessore, i 5 Stelle contestarono durante il progetto.
Nel 2014 la Raggi ad esempio scrisse che lo stadio era solo una scusa per costruire il Business Park (ovvero le tre torri progettate da Libeskind). Anche se ridotto di cubatura il Business Park c’è ancora.
Il MoVimento ha poi tirato fuori il problema del rischio idrogeologico, del vincolo della Soprintendenza sulle tribune del vecchio ippodromo, della variante urbanistica al PRG che non si poteva fare e infine la legge sugli stadi che non consentirebbe di edificare un’area commerciale. Ovviamente si trattava di balle
Se il PD usa gli stessi argomenti del M5S
Un conto però è essere sempre stati contro lo stadio e poi essersi trovati a gestire il problema, cambiando idea.
Un altro è essere sempre stati a favore e ora utilizzare gli stessi argomenti per contestare la delibera di Virginia Raggi su Tor Di Valle.
Eppure il PD romano è capace di questo ed altro. Se da una parte ci sono le giuste critiche dell’ex assessore Caudo, dall’altra in un documento diffuso ieri il Partito Democratico della Capitale attacca la delibera su Tor Di Valle usando sostanzialmente gli stessi argomenti che sono stati usati dal M5S.
C’è il riferimento al vincolo della Soprintendenza sulla Tribuna e c’è pure il vincolo sul rischio di natura idrogeologica.
Peccato che quel rischio fosse già noto al tempo della delibera Marino; ma la cosa interessante è che la messa in sicurezza tramite il fosso di Vallerano è già compresa nel progetto. Sia in quello attuale sia in quello della delibera del 2014.
Era una bufala quando ne parlavano Beppe Grillo e Paolo Berdini ed è una bufala anche oggi che ne parla il PD.
Andiamo avanti: il PD tira fuori l’articolo 62 del Decreto Legge n. 50/2017, che andava a modificare la sugli stadi (Legge 147/2013) che prevede che affinchè il progetto di costruzione di un nuovo stadio sia sostenibile finanziariamente per il proponente.
Vale a dire per evitare che la società fallisca e lasci una cattedrale nel deserto. È per questo motivo che Eurnova ha chiesto di aumentare l’indice di Edificabilità Territoriale ed è per questo motivo che oltre allo stadio verranno costruiti il Business Park e il centro commerciale Convivium.
Per il PD dovrebbe essere imbarazzante trovarsi a dire che la legge “non può valere per Roma” (e perchè?) lamentandosi dell’esistenza di aree commerciali e residenziali nel progetto.
Aree la cui edificazione era prevista anche dalla delibera 132 del 2014. Ma soprattutto quella del PD è un’argomentazione molto simile a quella contenuta in un esposto del M5S.
Quando il Consiglio Comunale votò la delibera Marino su Tor Di Valle, Daniele Frongia (M5S) ricordò che le aree dove sarebbe stato edificato lo stadio erano di proprietà della vedova Armellini ricordando le “porcate” della vedova Armellini. È quantomai singolare che il PD si accorga oggi, tre anni dopo quella delibera, del “problema” della proprietà di parte dei terreni (il resto è di Parnasi).
In realtà il contenzioso del Comune con la vedova Armellini riguarda — e lo disse Frongia in quel lontano dicembre del 2014 — alcune milioni di tasse non pagate dagli Armellini. Ne parlò anche Presa Diretta nel 2015.
Per un curioso caso di amnesia il PD romano dimentica che il circolo del Pd di Ostia — come ricorda l’Espresso — “ha goduto per decenni di un locale affittato dal Campidoglio nei possedimenti Armellini”.
Il Partito Democratico poi si esprime contro una delibera che dichiara al tempo stesso la pubblica utilità e attua la variante urbanistica (come fece la 132/2014) e ancora più incredibile si lamenta che il nuovo progetto è per uno stadio di capienza massima per 55 mila spettatori.
Non si accorge che il vecchio progetto era per uno stadio di capienza di 52.000 posti espandibili a 60.000 secondo le esigenze. Ma ben più importante il numero minimo di posti per una competizione UEFA è 8mila posti a sedere.
Fino ad oggi gli stadi selezionati per ospitare una finale di UEFA Europa League avevano una capienza minima di 30 mila posti mentre per una finale ci Champions 60 mila. Ma in questo caso c’è a disposizione lo Stadio Olimpico.
Infine, al contrario di quanto sostenuto da Paolo Ferrara (M5S) il Partito democratico non ha votato contro lo stadio di Tor Di Valle.
Durante la commissione congiunta urbanistica — mobilità di Roma Capitale, presieduta dal presidente della commissione urbanistica Donatella Iorio gli esponenti del PD hanno lasciato la seduta non partecipando al voto.
Secondo Giulio Pelonzi consigliere PD:. “Votando noi la delibera in consiglio ci assumiamo la responsabilità di dire si anche in presenza di due vincoli di una causa sulla proprietà e in assenza della valutazione della situazione finanziaria di Eurnova che il curatore fallimentare dovrebbe fornire al Comune. Se non si sbloccano queste e non si danno risposta sulle opere pubbliche noi non la votiamo”.
Per Pelonzi la delibera espone i consiglieri al rischio Corte dei Conti e richieste danni da parte di terzi.
La stessa denuncia che fecero i 5 Stelle nel 2015 a proposito della delibera Marino.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile
A UNA RIDUZIONE DEI VOLUMI DEL 40% CORRISPONDERA” UN TAGLIO DEGLI ONERI DI URBANIZZAZIONE DEL 60%… SALTANO IL PONTE CARRABILE SUL TEVERE E LO SVINCOLO AUTOSTRADALE A91…E’ UN REGALO AI COSTRUTTORI
Lo stadio della Roma è vittima di un’illusione senza fondamento. Parole e musica di Giovanni Caudo, ex assessore all’Urbanistica della giunta Marino che denuncia che la nuova delibera su Tor Di Valle è un bluff.
La delibera numero 48 del 30 marzo 2017 conferma l’interesse pubblico per quanto riguarda l’intervento edilizio su Tor Di Valle. Ma secondo Caudo lo fa a discapito dell’interesse dei cittadini di Roma finendo per fare un regalo ad Eurnova, la società proponente del progetto.
Di fatto la Giunta Raggi ha deliberato in modo tale da lasciar fare ai costruttori quello che diceva sarebbe successo se si fosse dato corso al vecchio progetto.
Caudo ha scritto una lettera al Presidente del Consiglio Comunale Marcello De Vito per esprimere le proprie perplessità sulle modalità di realizzazione del progetto Tor Di Valle.
L’Assemblea Capitolina infatti dovrà confermare l’atto di indirizzo della giunta che secondo Caudo ha “ridotto l’ammontare delle opere di interesse generale da 195 milioni a 80,6 milioni di euro“.
Riduzione che è determinata dal taglio delle cubature del “Business Park” mentre il centro commerciale “Convivium” è rimasto invariato rispetto al progetto precedente. Il problema è che mentre la riduzione reale di quelle cubature si ferma al 40% (da 354.000 mq a 212.000 mq di Superficie Utile Lorda) quello delle opere pubbliche finanziato dai privati è del 60%.
Questo significa che per i costruttori sarà più vantaggioso realizzare il progetto perchè gli oneri sono minori.
Sì dirà : “ma almeno abbiamo risparmiato le torri e la colata di cemento su Tor Di Valle”.
Vero, le tre torri non ci sono più, ma cosa ci guadagna il Comune — e quindi i cittadini romani — da questo nuovo progetto?
A guardare la delibera ci guadagna molto meno.
Ad esempio è stato cancellato il contributo a carico del privato di 50,5 milioni di euro per il trasporto pubblico su ferro.
La giunta ha poi escluso dal computo delle opere alcune infrastrutture che rimangono essenziali per rendere fruibile l’intervento urbanistico su Tor Di Valle. È il caso del ponte carrabile sul Tevere e del raccordo con la Roma-Fiumicino (A91).
Le due opere — inserite nel progetto ma non finanziata dal proponente — non rientreranno tra le opere perequate con SUL equivalente e quindi connesse con l’apertura dello stadio.
Questo significa che se con il progetto precedente la condizione necessaria per l’apertura dello stadio era il completamento delle opere pubbliche ora non è più così. A quelli che temevano che con il vecchio progetto il Comune “si sarebbe fatto fregare” dai privati ora staranno fischiando le orecchie.
E non si tratta di opere marginali perchè nella relazione generale è scritto che “tali progetti di viabilità consentono un collegamento diretto dalla Riunificazione Ostiense, sia in provenienza dal centro che dal GRA, mediante l’Asse di collegamento ed il Ponte Carrabile allo Svincolo Autostradale A91“
Quanto costa ai romani il lo stadio a 5 Stelle?
Alcune opere di pubblica utilità che saranno finanziate Contributo Costo di Costruzione (CCC) tra i 40 e i 45 milioni di euro. Sono la Roma Lido e il Parco Fluviale di 34 ettari.
Le opere saranno pagate dai romani con i soldi che il privato doveva dare al Comune come oneri di costo di costruzione.
Con la precedente delibera una parte di quelli andava alle opere dei Municipi mentre un’altra veniva incassate dal Comune.
Caudo rileva che “è sparito il contributo di 50,5 milioni per il trasporto pubblico su ferro”. Nella delibera della giunta Marino si parlava infatti del prolungamento della Metro B (che non ci sarà ) e del potenziamento della Roma-Lido con l’acquisto di 15 convogli di ultima generazione.
La nuova delibera parla più genericamente di contributo economico per l’acquisto di “materiale rotabile”, che dovrebbe far parte del finanziamento CCC.
Le uniche cubature ad essere “dimezzate” sono quelle delle torri del Business Park che passa da occupare 12,5 ettari a 7 ettari. Le torri, che presentavano il notevole vantaggio di una grande cubatura con un consumo di suolo “modesto”, sono state sostituite da palazzine.
Secondo Caudo:
avendo sostituito i grattacieli con tipologie a palazzina, con minor costo di costruzione e riduzione degli oneri finanziari, andava ricalcolato il valore di trasformazione (805,5 €/mq) — sulla base del quale si determina la volumetria ammessa (che ricordo è determinato con un apposito regolamento comunale). Prudenzialmente, si può stimare che la volumetria in eccesso sia almeno pari al 15% (almeno 15.000 mq e per un valore -calcolato solo sulla base del valore equivalente- di almeno 12 milioni di euro). Anche in questo caso, rispetto alla delibera vigente, il nuovo testo determina un vantaggio per il privato.
Insomma lo stadio a Tor Di Valle si farà lo stesso, senza le temute torri ma in cambio di quei 4,5 ettari di suolo consumati in meno (che con ogni probabilità diventeranno parcheggi) i romani otterranno molto meno in termini di opere a compensazione.
E con il trasporto ferroviario depotenziato (e il collegamento viario monco) rispetto al vecchio progetto rimane aperto il nodo della viabilità per l’accesso allo stadio.
Chi metterà i soldi per realizzare quelle opere?
(da “NextQuotidiano”)
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