Febbraio 24th, 2017 Riccardo Fucile
LA SINDACA SI E’ SENTITA MALE NELLA SUA ABITAZIONE
Virginia Raggi ha avuto un malore in casa questa mattina ed attualmente si trova al pronto soccorso dell’ospedale San Filippo Neri per accertamenti
La sindaca, che stamani ha annullato una conferenza stampa, non sarà presente all’incontro con i proponenti sullo Stadio della Roma che si terrà oggi pomeriggio in Campidoglio.
Raggi non è stata mai presente agli ultimi incontri col club dove il Campidoglio è stato rappresentato dal vice sindaco Luca Bergamo, dal presidente d’Aula Marcello De Vito e dal capogruppo M5S Paolo Ferrara.
“Virginia Raggi ha avuto un malore, adesso è al pronto soccorso dell’ospedale San Filippo Neri. Siamo tutti con te. Non mollare. Daje Virgì!”. Lo scrive, su Twitter, Luigi Di Maio Vice presidente M5s della Camera dei deputati.
Auguri anche da parte di Stefano Esposito “Leggo di un leggero malore per Virginia Raggi mi auguro nulla di serio e una rapidissima ripresa. In bocca al lupo”, scrive su twitter il senatore Pd.
“Scrivo qui per le persone che mi chiedono di virginia. Sta bene, sta facendo accertamenti ma sta bene. Grazie a tutti per il vostro affetto”. Lo scrive su Facebook l’ex marito della sindaca, Andrea Severini.
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2017 Riccardo Fucile
LA SINDACA GRILLINA PAGA I DEBITI ELETTORALI: OGGI TAXISTI E AMBULANTI, DOMANI TOCCHERA’ A VIGILI E AI DIPENDENTI AMA: E’ LA PALADINA DI CHI CONTRASTA OGNI INNOVAZIONE IN NOME DEI PACCHETTI DI VOTI CLIENTELARI
Era fine maggio, a Roma si sarebbe votato pochi giorni dopo.
Una mattina, mentre s’infuriavano in coda agli sportelli di viale Ostiense del “Palazzo delle Multe”, alcuni cittadini videro avanzare peristalticamente nei corridoi Virginia Raggi scortata da un paio di dirigenti comunali già noti per la vicinanza al Movimento 5 Stelle.
Dietro, un gruppazzo di fan grillini delle ultime settimane o addirittura ore. Tutti dipendenti pubblici ai quali la consigliera comunale in corsa per il Campidoglio andava da tempo dicendo: “La prima cosa che faremo è riallacciare buoni rapporti con i dipendenti capitolini onesti schiacciati dalla macchina politica: con loro faremo ripartire la macchina comunale e, da lì, cambieremo rotta”.
Lo ripetè al personale di ATAC, AMA e ACEA, le aziende di trasporti, servizi ambientali ed energia, e della polizia di Roma Capitale.
Ove possibili, tour degli uffici, rapidi comizietti, strette di mano, sorrisi.
Gli incontri della candidata sindaco con i rappresentanti dei tassisti e degli ambulanti furono invece organizzati con più riservatezza.
Data la scarsa dimestichezza del futuro sindaco con la diversificazione retorica, si può immaginare che ripetè anche lì gli stessi slogan: siamo dalla vostra parte, stiamo studiando i vostri problemi, faremo settore per settore una due diligence (la raccolta e l’analisi delle informazioni utili a valutare le attività di un’azienda), poi interverremo. Ovviamente, gli impegni che contano e portano più voti sono quelli che si trattano privatamente, e il piccolo staff di Virginia Raggi li mise a punto con la discreta consulenza degli studi legali dalla quale lei proveniva.
Nulla d’inaudito nè d’inedito. Anche il candidato Gianni Alemanno nel 2008 aveva corteggiato in pubblico e in privato le potenti corporazioni che, quando vogliono, paralizzano la Capitale.
Una volta eletto, aveva mantenuto gli impegni presi, abbinandoli con il sistematico collocamento di decine dei reduci degli anni settanta e ottanta, piazzati ai massimi livelli delle gerarchie del municipio e delle aziende comunali.
Il miglior terreno di coltura per Mafia Capitale, si scoprì anni dopo.
Anche Raggi sta mantenendo le promesse alle superlobby pubbliche e private, che erano di fermare il tentativo di rinnovamento della macchina comunale maldestramente avviato da Ignazio Marino e di lasciare intaccate le prebende di tranvieri, tassisti, ambulanti eccetera.
Per riuscirci, le basta non fare nulla. Il totale immobilismo era quanto le avevano chiesto, concedendole un po’ di polverone tipo le due diligence, delle quali infatti s’è persa traccia.
Poi però arrivano le crisi acute, e allora stare ferma come una lucertola al sole non è più sufficiente per rispettare i patti.
Se una delle corporazioni romane più potenti – i tassisti – scende aggressivamente in piazza, Raggi è chiamata a pagare i suoi debiti elettorali. Si spiega così la sua adesione plateale alle proteste dei giorni scorsi.
Poco importa, nell’impostazione ormai costantemente pre-elettorale del Movimento, che in questo caso i nemici da abbattere siano Uber e i suoi epigoni, che grazie alla disintermediazione digitale stanno rivoluzionando il trasporto metropolitano in tutto il mondo.
Un argomento che la base di M5S conosce bene: non si può fermare il progresso, i vantaggi per ampie fasce di cittadini consumatori possono essere a spese delle categorie con scarsa propensione al cambiamento.
Ma le idee non sono scolpite nella pietra. Il manovratore di Raggi, Beppe Grillo, nel 2000 sfasciava a legnate i computer sul palcoscenico, nel 2009 esaltava le qualità taumaturgiche delle digitalizzazione forzata nonostante fosse più che evidente che avrebbe distrutto milioni di posti di lavoro, nel 2017 diventa il paladino delle categorie che contrastano l’innovazione ma assicurano pacchetti di voti.
Succede che, se nel 2000 doveva riempire i teatri e stop, nel 2009 stava costruendo il suo partito e oggi gli tocca difenderlo.
Le risposte e le scelte dipendono dagli obiettivi.
Siamo solo agli inizi. Questione di tempo. I vigili urbani prima o poi si faranno sentire. I dipendenti AMA forse si muoveranno persino prima della solita crisi estiva. Gli ambulanti hanno ripreso a spadroneggiare.
Ogni volta, Raggi deve e dovrà adeguarsi, e abbassare il capo.
Claudio Giua
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 21st, 2017 Riccardo Fucile
LE PROMESSE TRADITE TRA SFRATTI E INGIUNZIONI DI PAGAMENTO
Il vento sta cambiando a Roma, ripete ad ogni piè sospinto la sindaca Virginia Raggi. Ma è davvero così? Prendiamo ad esempio il caso degli sgomberi delle associazioni e delle Onlus considerate abusive perchè non pagano l’affitto al Comune.
La vicenda risale all’aprile 2015 con l’approvazione della delibera 140/2015 (Linee guida per il riordino, in corso, del patrimonio indisponibile in concessione) voluta dalla giunta di Ignazio Marino dopo l’esplosione dello scandalo di Affittopoli.
L’idea — in gran parte sbagliata — era quella di recuperare rapidamente i crediti degli affitti non riscossi dal Campidoglio per la concessione di spazi dati in concessione ad enti, associazioni e partiti politici.
L’operazione prevista dalla delibera coinvolge in totale 860 beni “indisponibili” di proprietà del Comune di Roma Capitale.
Dopo la caduta di Marino il prefetto Tronca si è impegnato attivamente per sgomberare gli spazi di proprietà del Comune dati in concessione e per far pervenire alle associazioni le richieste di sgombero.
Gli occupanti sono anche tenuti a corrispondere l’indennità di occupazione relativa all’utilizzo del bene fino ad effettivo rilascio.
Ma quello che preoccupa ancora di più è il fatto che l’accertamento di una situazione di morosità comporterebbe l’esclusione automatica dalla partecipazione ai bandi pubblici.
Il che rappresenta una restrizione molto dura per quelle Onlus colpite dalla delibera che si occupano di assistenza a minori, malati o persone disabili.
Quando era all’opposizione il 5 Stelle aveva fortemente criticato la delibera 140 e combattuto per chiedere una moratoria sugli spazi sociali per dare il tempo di stilare un regolamento che consenta di salvaguardare quelle associazioni che svolgono comprovate attività socialmente utili e di interesse cittadino.
Da quando si è insediata la Giunta di Virginia Raggi però nulla è stato fatto per l’approvazione di un nuovo regolamento e le notifiche di sfratto e gli sgomberi hanno continuato a procedere senza che dal Campidoglio venisse detto nulla.
Questo nonostante tra le associazioni colpite ci siano Onlus come Viva la vita, che assiste i malati di Sla o il Grande Cocomero, un centro per la cura di bambini e ragazzi in difficoltà , oppure ancora Il Telefono Rosa che ogni anno aiuta più di mille donne con consulenze legali gratuite e sostegno psicologico.
All’associazione che aiuta i malati di SLA e che dal 2009 ha una sede operativa nel quartiere Prati (negli ex locali del Municipio XX).
La sede è stata concessa con una delibera comunale e l’associazione paga 300 euro al mese di affitto con canone agevolato.
Il problema è che per diverse vicissitudini non è mai stato stilato un regolare contratto d’affitto e quindi ora il Comune ha presentato un conto da 92 mila euro. Ma la cosa più grave è che Viva la Vita viene sostanzialmente considerata un’associazione “furbetta” che comporta l’esclusione da bandi pubblici.
Anche il Grande Cocomero, associazione che si occupa ad esempio di dare vita a laboratori gratuiti per i ragazzi di Neuropsichiatria Infantile del Policlinico Umberto I e per gli adolescenti di San Lorenzo, denunciava qualche tempo fa il silenzio delle istituzioni e dei politici che dopo la campagna elettorale hanno smesso di bussare alla loro porta e che ora di fatto con le loro azioni stanno criminalizzando il lavoro dei volontari della onlus.
Quello che manca oggi a Roma è un regolamento sui Beni Comuni Urbani che possa tutelare e salvaguardare il lavoro delle molte associazioni che operano per il bene dei cittadini di Roma.
Eppure nonostante l’approvazione all’unanimità il 14 febbraio di una mozione presentata all’Assemblea capitolina per mettere uno stop agli sgomberi il 16 febbraio veniva sgomberata la sede del Forum dell’Acqua.
Come denuncia la rete Decide Roma — che riunisce decine di associazioni che operano per il bene comune della città — fino ad ora non è stato possibile avere alcun contatto con l’amministrazione Raggi:
Nessun contatto ci è stato con l’amministrazione Raggi, nonostante le parole dell’assessore Mazzillo a cui chiediamo un incontro immediato. Sono mesi che insieme il Forum dell’Acqua, insieme alla rete Decide Roma e a decine di associazioni, si è battuto per trovare una soluzione alla vicenda del patrimonio del Comune di Roma e del riordino delle concessioni, chiedendo il riconoscimento del valore sociale delle nostre attività in questi spazi, che — come l’acqua — non possono essere messi a profitto.
Tre le onlus a rischio sfratto c’è anche l’associazione Leda Colombini — A Roma insieme che da vent’anni si occupa di assistere i figli delle detenute di Rebibbia grazie anche ad un accordo con ATAC (siglato due anni fa) che ha messo a disposizione un pulmino.
Da qualche tempo però è stato interrotto il servizio di trasporto dei bambini della Sezione Nido di Rebibbia, detenuti con le loro madri, ai nidi esterni del Municipio. L’associazione fornisce un servizio che dovrebbe essere espletato proprio dagli enti locali.
Come per tutte le altre onlus coinvolte in questa triste vicenda c’è da chiedersi se il Comune sarà in grado di fornire lo stesso livello di assistenza (in gran parte fornita da volontari) portata avanti in autonomia da queste associazioni. La risposta probabilmente è no.
Il 16 febbraio è stata infine inviata un’intimazione a liberare gli spazi del Centro di cultura curda Ararat entro 30 giorni. L’ingiunzione di sgombero, fanno sapere dall’associazione “è corredata dalla richiesta di cifre esorbitanti per gli anni passati da parte dell’Amministrazione, mentre è ancora in attesa di definizione il provvedimento del Tar, per il quale l’udienza di merito è stata fissata per il 22 marzo 2017“.
Il centro Ararat ha sempre pagato le quote concordate con il Comune di Roma. In questi anni Ararat ha dato accoglienza integrazione e cultura ai cittadini curdi provenienti da tutte le parti del Kurdistan, anche quelle sotto l’assalto del gruppo Stato Islamico e cadute nelle mani di Daesh.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 20th, 2017 Riccardo Fucile
A RISCHIO METRO C E CONTI DEL COMUNE… LA SALINI-IMPREGILO HA OTTENUTO DAL GIUDICE IL BLOCCO DEI CONTI… L’AMMMINISTRATORE NOMINATO DALLA RAGGI ATTACCA LA GIUNTA GRILLINA
Un pignoramento da 10 milioni di euro rischia di far fallire la società del Comune di Roma che
realizza le opere di trasporto pubblico (metro, tram, filobus, funivie, ecc). Conti correnti bloccati, azienda sull’orlo del baratro e l’amministratore unico — nominato appena 2 mesi fa da Virginia Raggi — che attacca la giunta grillina e minaccia le dimissioni.
Roma Metropolitane è una polveriera e, se non accadrà qualcosa nei prossimi giorni, rischierà seriamente di essere al centro del prossimo ciclone di questa tempesta infinita che sta mettendo a dura prova l’amministrazione pentastellata.
Anche perchè in gioco c’e’, ancora una volta, la grande opera per eccellenza della Capitale: la metro C.
I CONTI IN ROSSO
Partiamo dalla fine. Giovedì scorso la Salini-Impregilo, nota società di costruttori romani, ha ottenuto dal giudice il pignoramento dei conti della municipalizzata, in virtù di un credito vantato di “appena” 10 milioni di euro, relativo alla costruzione (ultimata nel 2015) della linea B1 del metrò.
Nonostante Roma Metropolitane abbia contenziosi aperti per quasi 1 miliardo di euro con varie aziende del settore, la visita pomeridiana dell’ufficiale giudiziario è bastata a bloccare definitivamente i flussi di cassa, già da tempo sono pressochè nulli.
Da dove nascono le difficoltà ?
L’azienda, da tempo in perdita costante, non ha mai approvato il bilancio 2015 e, seguendo l’indirizzo di una mozione presentata dalla maggioranza M5S e approvata a novembre in Assemblea Capitolina, non ha proceduto alla ricapitalizzazione da 11 milioni di euro fondamentale per mantenerla in vita.
Tuttavia, a causa delle forti diversità di vedute fra l’assessore ai Trasporti, Linda Meleo, e quello alle Partecipate, Massimo Colomban, la sindaca Raggi ha comunque deciso di nominare un nuovo amministratore unico, Pasquale Cialdini, in attesa di varare un piano complessivo di riordino delle società capitoline, che però tarda ad arrivare.
TENSIONE AI VERTICI —
La tensione si taglia a fette. E’ probabile che questo mese i circa 200 dipendenti fra ingegneri e impiegati non prenderanno lo stipendio, motivo per il quale da giorni sono in assemblea permanente.
Durante un incontro con i sindacati, l’amministratore Cialdini — già dirigente del Mit — ha avuto parole durissime nei confronti della giunta, minacciando di dare dimissioni e di portare i libri contabili in tribunale se entro la fine di febbraio non arriveranno direttive sul futuro della società .
I lavoratori venerdì pomeriggio hanno occupato simbolicamente il cantiere della metro C a San Giovanni, ma finora nessuno della maggioranza M5S si è espresso sul tema.
RISCHIO EFFETTO DOMINO
Ma cosa accadrebbe con il (possibile) fallimento di Roma Metropolitane? Il rischio è una specie di effetto domino che andrebbe a pesare direttamente sulle casse del Campidoglio, con ripercussioni economiche ben superiori all’effettivo valore della municipalizzata stessa.
Come detto, Roma Metropolitane funziona da “stazione appaltante” per le grandi opere; questo significa che la società si accolla per conto del Comune tutti i rapporti finanziari con le aziende private che svolgono materialmente i lavori legati ai trasporti della Capitale.
Solo con il consorzio di imprese che sta costruendo la metro C — Vianini Caltagirone, Ansaldo Sts, Astaldi, Ccc e Cmb — la municipalizzata oggi diretta da Cialdini ha un debito certificato di quasi 200 milioni e un contenzioso aperto in tribunale civile per almeno altri 300 milioni.
L’ex amministratore unico, Paolo Omodeo Salè, stimava in 1 miliardo di euro l’importo totale di questi contenziosi, che in caso di fallimento andrebbero a pesare tutti sul Campidoglio, mandandone in tilt i flussi di cassa.
GLI EFFETTI SULLA LINEA C
Come noto, la metro C di Roma ad oggi è in funzione in un tratto ancora piuttosto decentrato, ovvero dall’estrema periferia est di Pantano fino a piazza Lodi (appena dentro le mura Aureliane).
Dopo molti tentennamenti, pare che Virginia Raggi e i suoi si siano convinti di portare avanti l’opera lungo il tracciato previsto, nonostante gli sprechi (extracosti per quasi 1 miliardo), i ritardi (ben 6 anni sulla tabella di marcia) e le inchieste aperte da Procura di Roma e Corte dei Conti.
In questo momento, il Campidoglio punta tutto sull’apertura della stazione di San Giovanni, ipotizzata per fine 2017, che permetterebbe alla linea C di incrociare la linea A. Un risultato che potrebbe essere messo in dubbio proprio dall’eventuale fallimento di Roma Metropolitane, punto di riferimento per il contraente generale e parafulmine economico per il Comune.
Vincenzo Bisbiglia
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 19th, 2017 Riccardo Fucile
“DOSSIER DA RIVEDERE”, IPOTESI DI UN NUOVO PROGETTO… MA COSTRUTTORI VOGLIONO RICORRERE AL TAR
Virginia Raggi tira un sospiro di sollievo. Il progetto dello stadio della Roma, che da settimane sta
dilaniando i Cinque stelle tra favorevoli e contrari, rischia di saltare ad un passo dal traguardo.
La mina sul percorso l’ha piazzata la Soprintendenza di Roma, vincolando l’ippodromo sul quale dovrebbe sorgere la struttura della società giallorossa.
«Vi sono quindi nuovi elementi che incidono sulla valutazione e realizzazione del progetto», scrive Raggi in una nota. «Come abbiamo sempre detto – continua la sindaca – vogliamo che la Roma abbia uno stadio, ma nel rispetto della legge».
Nelle intenzioni della Soprintendenza, l’ippodromo costruito dall’architetto Josè Lafuente negli anni Cinquanta verrebbe vincolato come bene architettonico da tutelare in tutto e per tutto, dalle tribune con l’amianto alla sabbia su cui correvano i cavalli. Sarebbe, questa, la prima opera di Lafuente ad essere vincolata a Roma, nonostante l’architetto sia stato molto prolifico nella Capitale.
Non solo. Nell’area adiacente all’ippodromo, precisa la soprintendente Margherita Eichberg, «per ragioni di prospettiva e visuali» non potranno essere costruite opere alte più dell’ippodromo stesso. E così, addio stadio, torri, e parte del business park. Rimarrebbero, tutt’al più, qualche negozio, gli alberi e i parcheggi.
Una pericolo enorme per la Roma e una manna per Raggi, che ottiene tempo utile a ricompattare la maggioranza interna al Campidoglio e l’occasione per giocarsi una carta importante nelle contrattazioni con il costruttore Luca Parnasi e con la società . «A questo punto – ragionano dal Campidoglio – noi restiamo spettatori».
Con la convinzione che la società americana della Roma e Parnasi «possano valutare l’ipotesi di presentare un nuovo progetto, sempre nell’area di Tor di Valle, ma lontano dall’ippodromo. E soprattutto più vicino alle nostre idee».
Dall’altra parte della barricata, però, non sembrano favorevoli a questa prospettiva. Vorrebbe dire ricominciare da capo un iter arrivato ormai alle battute conclusive. Piuttosto, la pazienza della Roma sembra essere finita.
Si sta preparando un ricorso al Tar contro il vincolo minacciato dal Mibact, fanno sapere dalla società .
«La procedura di vincolo culturale dell’Ippodromo – scrive poi Parnasi in una nota – non solo non è mai stata esternata in precedenza», ma va in contrasto con tutti i pareri già espressi dalla Soprintendenza negli ultimi anni.
Nel 2014, ad esempio, aveva chiesto alla società di «indicare i criteri della sostituzione con demolizione dell’Ippodromo». Non certo un segnale di contrarietà . E più di recente, nel parere espresso appena due settimane fa, la Soprintendenza non menzionava in alcun modo problemi legati alla demolizione, nè la volontà di vincolare l’ippodromo per particolari interessi artistici e storici, ma si interessava di «visuali» e indagini archeologiche preventive. Anche per questo, Parnasi giudica «singolare la tempistica di questo parere emesso dalla Soprintendenza», una iniziativa che agli occhi di molti risulta «talmente intempestiva da apparire quantomeno ostile».
Nello scontro c’è però spazio anche per le controproposte.
Di fronte al pericolo di dover resettare il progetto, la società della Roma e Parnasi si dicono disponibili a salvare le tribune di Lafuente, anche se pericolanti, e a bonificarle dall’amianto, spostandole dal luogo in cui sorgerebbe lo stadio.
Sempre che in quell’area, compiute le verifiche archeologiche, non si scoprano i resti di un cimitero indiano.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 18th, 2017 Riccardo Fucile
L’IPPODROMO DI TOR DI VALLE VA VINCOLATO COME BENE ARTISTICO E QUESTO BLOCCHEREBBE IL PROGETTO DELLE TORRI
Romani e romanisti dovranno mettersi il cuore in pace, “FamoStoStadio” sarà sempre più complesso.
Nella intricata vicenda del nuovo stadio della Roma arriva un colpo di scena importante: la titolare della Soprintendenza statale archeologia, belle arti e paesaggio per il Comune di Roma, l’architetto Margherita Eichberg, ha comunicato “l’avvio di dichiarazione di interesse particolarmente importante” dell’Ippodromo di Tor di Valle per quanto riguarda la tribuna e area della pista.
In sostanza, la Soprintendenza ha posto un vincolo che potrebbe ritardare di molto tutte le procedure.
Nella nota, inviata ai vertici del ministero e al sindaco Virginia Raggi, si legge che vengono anche avviate “misure di tutela indiretta per assicurare le condizioni di prospettiva e di visuale del complesso”.
Di fatto, il vincolo protegge l’area già esistente mettendo paletti difficilmente compatibili con il nuovo stadio: “La tribuna progettata dall’architetto di fama internazionale Julio Garcia Lafuente è un esempio rilevante di architettura contemporanea ma anche di soluzione tecnico-ingegneristica e di applicazione tecnica industriale in fase di realizzazione. Costituisce un unicum dal punto di vista dimensionale” e la forma “del paraboloide iperbolico permette soluzioni continue di spessori minimi”.
L’Ippodromo “rivela una concezione progettuale fondata sullo studio del contesto territoriale” proteggendo “le caratteristiche tipologiche di contesto agrario”. Insomma, tutti vincoli indiretti che indicano che “l’area dovrà essere lasciata libera da ogni opera in elevato, tranne che nella zona degli attuali manufatti”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 13th, 2017 Riccardo Fucile
UNA LETTERA AL FATTO PER FARSI RIAMMETTERE A CORTE, MA LE BUGIE SONO TROPPE
Oggi, a quanto pare, la Giunta Raggi deciderà il destino di Paolo Berdini. E, sempre secondo i rumors, anche se la sindaca ancora non ha trovato un sostituto, Virginia Raggi sarebbe orientata a salutare chi ha ritenuto di poterla insultare sperando nell’anonimato.
Ciò nonostante, Berdini ha deciso oggi di affidare a una lunga lettera sul Fatto Quotidiano una sua sottospecie di autodifesa in cui evita e svicola su tutti i punti di criticità che riguardano il suo operato nell’occasione del colloquio con Federico Capurso per inseguire una serie di fantasmi di complotti che spiegano, a suo dire, la sua dipartita.
Insomma, è proprio vero che Berdini è l’assessore più a 5 Stelle della Giunta Raggi. C’è di più: la lettera sarà particolarmente adorata dalle parti di Virginia Raggi perchè dice che la «sistematica azione di recupero di legalità e trasparenza non si è mai fermata, neppure quando sono state provocate le dimissioni di due persone d’eccellenza come Carla Raineri e Marcello Minenna.
Essi erano il trait d’union con l’azione del commissario prefettizio: averli sostituiti è stata l’origine di tutti i mali della giunta Raggi».
Ovvero, Berdini torna ad accusare il Raggio Magico dei Quattro Amici al Bar (Raggi, Frongia, Romeo, Marra) di aver cacciato la fonte di giustizia e legalità che era presente in giunta (Raineri e Minenna) fornendo così ulteriore copertura politica ed ideologica alle tesi contenute negli esposti di Carla Raineri, i quali hanno già provocato un’indagine sulla sindaca per la nomina di Salvatore Romeo.
Berdini conferma che la dipartita di Raineri e Minenna è stata provocata dai “centri di malaffare” (parole di Raineri) che i due stavano cercando di mettere in condizioni di non nuocere, in quella che non può non essere una durissima requisitoria nei confronti dell’operato della sindaca.
Poi passa alle sue personalissime ipotesi di complotto sull’audio pubblicato da La Stampa che lo ha messo definitivamente nei guai:
Non nascondo che in diversi momenti, soprattutto a partire da dicembre, ho provato solitudine. Per mesi sono stato l’assessore ‘contro’, anche nella riunione che si è tenuta martedì 7 febbraio nel mio assessorato. Che non si è conclusa come i fautori del progetto speravano. Il giorno seguente, guarda caso, viene pubblicata un’“intervista truffa”. Con una sapiente regia delle uscite un quotidiano pubblica prima una conversazione, poi una registrazione audio e infine un altro stralcio di quell’audio . Tutto riferito a fatti risalenti non al giorno prima, ma addirittura a venerdì 3 febbraio. Devo pensare che sia un caso? Perchè tenersela quattro giorni nel cassetto?
In primo luogo Berdini ipotizza che tutto nasca dalla riunione di martedì 7 febbraio con i proponenti del progetto Stadio della Roma, che non sarebbe andata come questi ultimi speravano. Purtroppo, e non è un caso, Berdini non si addentra in particolari e non spiega cosa sia successo nella riunione di così particolare.
E sapete perchè? Perchè in realtà non è successo niente di diverso da quello che è successo negli ultimi mesi. Ovvero il proponente e il comune stanno cercando da mesi di trovare un accordo che preveda una riduzione delle cubature in cambio di minori opere pubbliche (sì, è davvero questa la materia del contendere: meno torri, meno lavori necessari per la città ) nella difficile mediazione che Roma Capitale sta portando avanti.
Cosa è successo di diverso nella riunione del 7 rispetto alle altre? Niente.
L’accordo ancora non si è trovato. Ma soprattutto, Berdini dimostra di essere un modestone assai scordarello, come si dice da queste parti.
Perchè l’assessore smemorato dimentica che il 5 febbraio un altro suo audio è finito sulla bocca di tutti. Ovvero quello pubblicato sul Messaggero e preso durante l’assemblea dell’VIII Municipio al termine della quale Berdini ha parlato con Capurso.
Il giorno dopo sui giornali escono articoli che raccontano che, proprio a proposito dello stadio, l’assessore Berdini ha pronunciato la seguente frase: «Non faremo sconti a nessuno. Come sullo stadio, eh? Cioè, l’hanno presa sui denti, ragazzi, si devono imparare!».
Di cosa parlava Berdini sostenendo che qualcuno l’aveva presa sui denti?
Prima di tutto guardiamo le date: la riunione va in scena venerdì, ovvero quattro giorni prima della famosa riunione del 7 febbraio che Berdini sostiene essere il motivo della pubblicazione dell’articolo sulla Stampa. Curioso, no?
Eppure l’articolo viene pubblicato lo stesso e quello sventurato di Berdini a quel punto, dimostrando tutta la sua lucidità , tutto il suo rispetto per le istituzioni e per il ruolo che ricopre e tutta la sua fiducia indefessa nell’opinione pubblica, non trova di meglio che dettare una nota stampa in cui smentisce di aver detto quello che ha detto:
“Ieri ho partecipato ad un’assemblea nel VIII Municipio dove si sono affrontati i temi dell’emergenza abitativa e degli sfratti. Non si è accennato minimamente all’argomento stadio della Roma nè quantomeno avrei pronunciato un’unica parola sul tema”. Così in una nota l’assessore all’Urbanistica di Roma Capitale, Paolo Berdini
A quel punto, e soltanto in quel momento, il Messaggero pubblica l’audio della frase pronunciata da Berdini: lo fa perchè l’assessore sta smentendo quello che è vero e sta dando del bugiardo al quotidiano. Berdini, quando l’audio viene pubblicato, fa lo gnorri: non fa più dichiarazioni sul tema e aspetta che passi la buriana, pur essendo dimostrato che nella circostanza ha ritenuto di dover prendere in giro l’opinione pubblica mentendo.
Mentre l’audio genera una comprensibile shitstorm sul profilo di Berdini, è utile ricordare due circostanze importanti.
La prima: il Messaggero ha fatto e continua a fare una campagna stampa contro lo stadio della Roma. Per ragioni comprensibili e legate alla proprietà , il quotidiano sullo stadio la pensa come Berdini.
E questo già dovrebbe far scoppiare tutti a ridere sulle ipotesi complottistiche dell’assessore.
La seconda circostanza è più cogente: il Messaggero ha pubblicato l’audio dopo la ridicola smentita di Berdini, proprio per dimostrare che Berdini aveva detto il falso.
E veniamo al cuore del gombloddo dello Stadio che immagina Paolo Berdini. Secondo le sue parole è andata così:
Quel venerdì dopo 4 ore di teso confronto sull’emergenza abitativa un ragazzo mi si è presentato nella sala della conferenza come un militante cinquestelle e abbiamo parlato a lungo di alcune questioni romane. Solo dopo, all’esterno, sono caduto nella trappola con una registrazione illegale. È evidente che vogliono farmi fuori. Il vero punto è la colata di cemento che si vuole imporre a tutti i costi ad una città già martoriata, ridotta a un ammasso di periferie senza anima e senza quei requisiti di civiltà che dovrebbero invece contraddistinguere la capitale d’Italia.
Ma che Berdini abbia un rapporto quantomeno fantasioso con la realtà è ormai un dato di fatto.
L’assessore infatti furbescamente dimentica di raccontare come si è arrivati alla pubblicazione dell’audio.
Dopo la pubblicazione dell’intervista, infatti, Berdini si presenta a Rainews24 per riempire di insulti il giornalista della Stampa (“piccolo mascalzoncello“), che avrebbe a suo dire registrato di straforo un colloquio che lui aveva fatto con altri.
A quel punto Capurso e la Stampa confermano tutti i dettagli del colloquio e il giornalista interviene in due trasmissioni televisive per smentire le diffamazioni di Berdini.
Soltanto a parole, perchè il quotidiano evidentemente ritiene di non dover pubblicare l’audio (anche se, come tutti tranne i fan di “Intercettateci tutti”, ricordano, registrare una conversazione per proprio promemoria è perfettamente legale.
Fin qui, è la parola dell’uno contro la parola dell’altro. Berdini però insiste e nella nota stampa in cui annuncia le sue dimissioni poi respinte con riserva (qualunque cosa ciò voglia dire) continua allegramente a mentire all’opinione pubblica sostenendo che l’intervista è falsa perchè, ad esempio, nel testo Berdini dice di conoscere Paolo Ielo (uno dei due magistrati che indaga sulla Raggi) mentre lui smentisce di averlo mai conosciuto.
A quel punto, e soltanto dopo l’ennesima intemerata di Berdini, la Stampa pubblica l’audio che smentisce punto per punto le bugie che l’assessore sta rifilando all’opinione pubblica.
Nella registrazione, ad esempio si sente distintamente Berdini che dice di conoscere Ielo; ma c’è anche altro: “Mica è finita la musica, dopo ‘sta cosa de l’Espresso tra tre giorni ne esce un’altra… No guarda, è una situazione che trovo esplosiva”. E ancora: “Tra la Raggi e Romeo c’è un rapporto [non udibile] Questo io l’ho scoperto il secondo o terzo giorno… va bene, io sono un uomo generoso, ti porto a letto… Questa donna che dice che lei non sapeva niente (delle polizze)? Ma a chi c…o la racconta? Per fortuna che non c’è nessun reato… E lei era pure già separata… vada a letto con chi c… gli pare!”. In alcune parti il colloquio è incomprensibile. In altre Berdini si sente benissimo: «Se lei si fidasse delle persone giuste… lei s’è messa ‘sta corte dei miracoli…mettiti il meglio del meglio di Roma! Invece s’è messo una banda». «Otto ore di interrogatorio! Che c…o! Cioè io sono amico della magistratura però… Perchè io poi lo so che questi quanno te pizzicano… Paolo Ielo è una persona bravissima, io lo conosco personalmente».
Prima della fine dell’audio si sente Capurso dire che è un collaboratore (precario) della Stampa. È quindi confermato: Berdini sapeva di stare parlando con un giornalista. E soprattutto, la Stampa ha fatto la stessa cosa del Messaggero: ha pubblicato l’audio quando Berdini ha provato a mentire sulle reali circostanze del colloquio, accusando gli altri di dire bugie.
E mica finisce qui. Perchè quando Berdini rilascia un’altra intervista, stavolta a Giovanna Vitale di Repubblica, nella quale continua imperterrito a mentire, la Stampa pubblica un altro stralcio dell’audio che è forse il più lurido e disonorevole di tutti:
Berdini aveva continuato a sostenere che il colloquio gli fosse stato in qualche modo carpito e a dire che soltanto alla fine della discussione Capurso gli aveva detto di essere un giornalista. In questo video l’assessore parla del presunto rapporto tra Raggi e Romeo (“sono amanti”) ma insieme dice al giornalista di riportare la voce come anonima. In una parola Berdini, come si sente dall’audio, ci tiene a diffamare la sindaca riferendo quella che è una sua impressione — come precisato prima nel colloquio — ma vuole farlo come anonimo, senza comparire in volto e senza prendersi la responsabilità di quello che sostiene.
Un atteggiamento che già di per sè qualifica l’uomo, ma che lo rende anche un pericolo pubblico come assessore.
Basta quindi guardare alla temporalità dei fatti per capire che l’ipotesi di complotto di Berdini non sta in piedi: la registrazione non era illegale, è stata pubblicata dopo l’articolo e soltanto in reazione alle moltissime bugie che l’assessore ha ritenuto di raccontare all’opinione pubblica, dimostrando così quanto vale la sua parola.
Sarebbe appena il caso di accennare a Berdini che se lui si mette a raccontare diffamazioni nei confronti della sindaca al primo che passa già dimostra di non essere in grado di ricoprire alcun ruolo pubblico. Ma il punto non è questo. Il punto è che la Capitale d’Italia non si merita un assessore bugiardo.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 12th, 2017 Riccardo Fucile
“LA CAPITALE DIMOSTRA CHE IL M5S E’ IMBARAZZANTE, MA L’ODIO ANTI-CASTA RESTA ALTISSIMO”
Ora che la “storia” e i tribunali gli stanno dando ragione, tutti hanno ricominciato a cercarlo.
Ma lui, l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino, ha deciso di distillare le sue esternazioni, da quasi due mesi non parla, a dispetto della crisi manifesta nella quale è caduta l’amministrazione capitolina a Cinque Stelle.
Certo, il professor Marino non ha smarrito il suo “bisturi” e in questa intervista a “La Stampa” fa la prima analisi di sei mesi di giunta Raggi: «Lo dico con rispetto ma finora mi sembra che non sia emersa neppure un’idea di città . E neanche una sola idea su come affrontare i dossier più importanti: sviluppo urbanistico, rifiuti, traffico, stadio proposto dalla Roma, aiuto al sociale e ai più deboli. Sei mesi purtroppo caratterizzati dal nulla».
Difficile ricordare nella storia della Repubblica, l’amministrazione di una grande città segnata da una striscia così lunga di infortuni, conflittualità interne, paralisi. Ma se continua così per altri quattro anni, che accade di Roma?
«Guardi, le cito – tra i tanti – un solo caso, meno noto ma eclatante. Ciclo dei rifiuti: avevamo lavorato per due anni ed eravamo pronti con un Eco-distretto, un impianto di bio-digestione capace di ingerire e trasformare in gas, cioè in ricchezza, il rifiuto organico delle nostre cucine, che a Roma ammonta a 500 mila tonnellate all’anno. Prima hanno deciso di cancellarlo, poi l’altro giorno, al momento del voto in Consiglio, i Cinque Stelle hanno deciso di non votare. Cioè di non decidere. Siamo davanti ad uno stato confusionale difficile da definire. Ma se continua così la città rischia di entrare in uno stato di eutanasia».
Se proprio non ce la fanno, non sarebbe meglio, per loro, e per Roma, chiudere l’esperienza della giunta Raggi?
«Non è un caso che nessuno, a sinistra e a destra, chieda in modo convinto le dimissioni della Raggi. Dopo la decisione sciagurata del gruppo dirigente del Pd di abbattere il proprio sindaco andando dal notaio e la vittoria scontata dei Cinque Stelle, era naturale attendersi che la rottura con la logica consociativa, già contrastata fortemente dalla mia giunta, potesse proseguire con Virginia Raggi. Sembrava. Ma le difficoltà dei Cinque Stelle sono talmente tante che non riescono a guidare la città e dunque i veri padroni continuano ad essere i poteri forti e il consociativismo dei partiti, che guidano Roma attraverso le seconde file: Dipartimenti e funzionari…».
Ma se i leader nazionali spingessero il bottone dell’affondamento…
«Ma non lo spingono! Anzitutto perchè a loro di risolvere i problemi di Roma non interessa. Ma soprattutto perchè l’esperienza dei Cinque Stelle a Roma è un tale imbarazzo nazionale e internazionale che diventa funzionale a dimostrare che sono inadatti a guidare il Paese. Ma continuano a sbagliare analisi…».
In che senso?
«La classe dirigente dei partiti tradizionali è così screditata che se un domani si presentasse Paperino e potesse dimostrare di avere un’idea di città e di non fare parte della vecchia partitocrazia, Paperino vincerebbe. Ma Roma, dove votano quasi tre milioni di elettori anche alle Politiche, non merita un sindaco qualunque».
Roma sta diventando la capitale del no a tutto…
«Roma deve uscire dall’isolamento nel quale è entrata. Nell’immaginario planetario Roma avrebbe un profilo straordinario, esercitabile con naturalezza e che invece viene continuamente mortificato. Prima è stato detto no alle Olimpiadi e su questo fronte credo che Roma potrebbe assumere un’iniziativa, scrivendo alla sindaca di Parigi: cosa possiamo fare per favorire la vittoria di una Capitale dell’Unione europea come Parigi, tra l’altro l’unica città al mondo gemellata con Roma?».
Lo stadio si farà mai?
«Non è condivisibile la visione di città espressa da un urbanista tecnicamente preparato come l’assessore Berdini e da lui riassunta nell’espressione: “I costruttori l’hanno presa tra i denti”. La mia amministrazione ha preteso un vero controllo sui privati, chiedendo quasi 400 milioni di opere pubbliche pagate dai costruttori. Le tre torri di Daniel Libeskind, uno dei più grandi architetti del destrutturalismo e al quale è stato affidato il progetto di rinascita di Ground Zero, garantirebbero qualità architettonica. Senza trascurare che i grandi gruppi internazionali potrebbero essere attratti, anche per la vicinanza con l’aeroporto, a realizzare lì i loro headquarter».
Domani decisiva direzione del Pd: che cosa spera?
«Vede, quando in sala operatoria c’è un evento avverso, gli specialisti si riuniscono con chi guidava in quel momento l’intervento per capire se e come sia stato commesso un errore, cercando di prevenirne la ripetizione. Il Pd non si è mai riunito per capire l’errore, non ha mai chiesto scusa ai “famigliari”, ai romani, come se non fosse accaduto nulla. Da Roma in poi sono seguite diverse sconfitte, culminate col referendum. È arrivata l’ora di elaborare quel lutto con analisi e ravvedimenti veri».
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Febbraio 12th, 2017 Riccardo Fucile
DAL CAMPIDOGLIO ACCUSE DI SABOTAGGIO… “ORA SARA’ VIA LIBERA AI COSTRUTTORI”
Paolo Berdini ha sperato negli ultimi giorni di restare assessore della giunta di Virginia Raggi, ma ha
sbagliato i suoi conti.
E le ultime dichiarazioni, dove ancora insisteva nella versione di una chiacchiera confidenziale con uno sconosciuto di cui solo alla fine si era accorto fosse cronista, sembrano definitivamente smentite con la pubblicazione di una nuova tranche dell’audio. Intervista che accelera l’iter del divorzio.
Perchè dal Campidoglio, ovviamente, non l’hanno presa bene e si parla apertamente di «sabotaggio».
Non è escluso che nelle prossime ore sia proprio Berdini a «trarre le conseguenze», ovvero a dimettersi da assessore all’Urbanistica di Roma, e la sindaca ad assumere l’interim.
Le nuove frasi
Cosa cambia questo nuovo spezzone d’audio?
Cambia il fatto che queste parole vengono pronunciate al minuto 1.08 della registrazione. E dunque già dall’inizio Berdini sa che quello con cui parla è un giornalista. Non solo. Berdini chiede che non venga fatto il suo nome su questa parte della conversazione, ma spiega che può tranquillamente utilizzarlo in forma anonima.
Perchè Berdini voleva che si sapesse dell’affaire? E perchè ha parlato liberamente di «banda di assassini», di «corte dei miracoli», di sindaco «incapace strutturalmente»? Qualcuno, al Campidoglio, sospettava sin dall’inizio che Berdini volesse remare contro, mettendo i bastoni tra le ruote alla giunta Raggi, magari d’intesa con gli avversari della sindaca, anche in Parlamento.
Che queste parole siano frutto solo di uno sfogo – per un professionista stimato con il difetto, per un politico, di troppa loquacità – è un’ipotesi che non ha mai convinto del tutto i membri della giunta.
E qualcuno pensa che sia stato lui a servire una «polpetta avvelenata», visto che c’era appena stata una frattura politica netta sulla questione dello stadio. Berdini non ne faceva mistero: le sue obiezione su cubature e regole per il nuovo stadio erano sempre meno considerate in giunta e cresceva la voglia di scavalcarlo e di dare il via libera al progetto.
La difesa
Berdini ha accolto il nuovo audio come l’ennesimo colpo per la sua credibilità . Ma ha provato ancora una volta a difendersi, diffondendo via Ansa una nuova ricostruzione dell’incontro con il cronista: «I colloqui con questa persona sono stati due. Uno appena finito il convegno al quale stavo partecipando. In questo primo momento si è avvicinato insieme ad alcuni M5S miei amici. Il secondo colloquio è avvenuto fuori, mi stava aspettando. È lì che si è qualificato anche come giornalista. Ma non mi ha mai detto che stava registrando».
E quest’ultimo punto, probabilmente, è l’unico sul quale sono d’accordo.
Le prospettive
Che il rapporto di fiducia sia irrimediabilmente rotto è noto ormai da giorni. Grillo e Casaleggio, pur convinti che debba essere cacciato, hanno chiesto alla sindaca di trovare subito un nuovo sostituto. E anche Raggi si è convinta che era necessario prendersi qualche giorno di tempo, per evitare di accollarsi nuove deleghe pesanti, quelle sull’urbanistica.
E per evitare l’effetto Minenna, per la sostituzione del quale furono necessarie settimane. Ma ora la fase del temporeggiamento sembra finita. Resta sul tappeto la questione politica usata per difendere Berdini: senza di lui, scrivono in un appello alcuni intellettuali, ma lo sostengono anche diversi consiglieri comunali, la speculazione edilizia l’avrà vinta e i palazzinari invaderanno Roma.
Di certo, quando Berdini non ci sarà più, il Movimento e la giunta Raggi, a torto o ragione, saranno più esposti all’accusa degli ortodossi di cedere alle ragioni dei costruttori e di chi vuole le grandi opere a Roma per fare affari.
Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera“)
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