Febbraio 27th, 2017 Riccardo Fucile
IL PIANO DI COLOMBAN RIGUARDA 24.000 LAVORATORI… IN CAMPAGNA ELETTORALE LA RAGGI NON NE AVEVA PARLATO
Machete alla mano, l’assessore alle Partecipate di Roma Massimo Colomban è quasi arrivato alla fine della giungla di società che fanno capo al Campidoglio.
Sul suo tavolo, come annuncia lo stesso assessore veneto, c’è il piano «per l’accorpamento e la dismissione delle 32 partecipate comunali, con l’obiettivo di portarle a una decina circa nell’arco di uno o due anni».
Una rivoluzione in cui entreranno, giocoforza, i 24mila lavoratori delle aziende partecipate, ma Colomban promette: «Faremo tutto, probabilmente, senza licenziare nessuno».
Un «probabilmente» che, con certezza assoluta, farà correre dei brividi lungo la schiena dei dipendenti delle società interessate.
Le aziende «saranno riorganizzate e efficientate» e di questo lavoro si occuperà «un gruppo di dieci persone», equamente divise tra il riassetto organizzativo e il controllo dei bilanci.
Nella fortunata dozzina di società da salvare, entreranno Atac e Ama, così come Roma Metropolitane, ripescata in extremis dalla liquidazione annunciata un mese fa da Virginia Raggi, mentre sono a rischio molte altre realtà , come quella di Farmacap, della Multiservizi o del Centro agroalimentare di Roma, da sempre considerato un fardello all’interno del Campidoglio pentastellato.
Sulle aziende da salvare, il lavoro di riorganizzazione non sarà comunque semplice.
Per quanto riguarda Ama, l’azienda dello smaltimento rifiuti, Colomban chiede da tempo un cambio di posizione: «La società ha un numero di inabili al lavoro di quasi duemila persone su 8mila totali. Una percentuale sballata. Per questo, credo ci siano posizioni di rendita. Non vogliamo forzare nulla e coinvolgeremo i sindacati, ma si deve tornare a una situazione di normalità ».
L’azienda del trasporto pubblico Atac, se possibile, sta anche peggio, lontana anni luce da un auspicabile pareggio di bilancio.
L’estensione di Roma non aiuta – è la difesa d’ufficio dell’assessore – con 8.500 chilometri di strade da percorrere.
«Per i trasporti – dice -, comporta dei costi incredibili. In passato, questi costi non sono nemmeno stati affrontati in maniera razionale, visto che si è preferito spendere in personale piuttosto che in investimenti per cambiare gli autobus, che hanno una media di 11-12 anni. Anche questo aiuta a spiegare perchè Atac ha un bilancio sempre in deficit». Dunque, c’è un problema di personale, come testimoniato anche da Colomban, che però rischia di risolversi in una tarantella di spostamenti all’interno delle dieci mega-società in divenire. Nell’operazione, poi, rientreranno anche le partecipazioni comunali di una cinquantina di fondazioni e associazioni, valutandone caso per caso l’utilità per i cittadini e per l’amministrazione comunale.
In campagna elettorale, di dismissioni e liquidazioni delle partecipate Virginia Raggi aveva preferito non parlarne.
Troppo pericoloso, in una città che conta un dipendente comunale ogni 110 residenti. Meno rischi, invece, si corrono affrontando il tema della «rinegoziazione del debito di Roma», sparito dopo la vittoria elettorale dai radar delle priorità capitoline.
La ricetta utilizzata, alla fine, diventa quella meno fantasiosa, che non accarezza argomentazioni anti-casta, e che piace di meno ai dipendenti capitolini.
Federico Capurso
(da “La Stampa”)
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Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile
“LA RAGGI HA FATTO UN GRAN FAVORE AI COSTRUTTORI”… AL POSTO DELLE TORRI VI SARANNO 18 EDIFICI DI 7 PIANI
“Il sindaco di Roma, Virginia Raggi, ha cancellato tutte le opere di interesse pubblico che avevamo
preteso fortemente, 250 milioni di investimenti, con un parco grande come Villa Borghese, che è stato cancellato dalla Raggi facendo un grande favore ai costruttori”, ha detto l’ex primo cittadino.
“Quello che viene a mancare completamente sono tutte le opere pubbliche. Come si andrà in questo stadio? — ha continuato Ignazio Marino -.
Vengono cancellati il ponte pedonale che collega la Roma Fiumicino all’altro lato del fiume, viene cancellato completamente il rifacimento della Via del Mare fino al Raccordo e viene cancellato il prolungamento della metro B che dalla Magliana arriva fino allo Stadio.
Diventa uno stadio nel vuoto”.
E ancora, ha concluso l’ex primo cittadino, “al posto delle torri ci saranno 18 edifici di 7 piani. Ricorderà — ha affermato l’ex sindaco rivolgendosi a Minoli — cosa era il parcheggio al Flaminio quando avevamo 18 anni: siringhe per eroinomani, prostituzione tutta la notte. Oggi, invece, c’è un segno distintivo, le tre testuggini dell’Auditorium di Renzo Piano. Allora sono meglio 18 edifici bassi o 3 bei grattacieli progettati dal uno dei più grandi architetti del mondo che rimarrebbero nella storia dell’architettura?”. “Avevamo affrontato nella nostra delibera votata con l’assessore Caudo un tema cruciale: avevamo legato per 30 anni, con un vincolo di strumentalità , lo stadio alla Roma. E avevamo anche detto che se non fosse accaduto negli anni futuri i proprietari avrebbero dovuto pagare 200 milioni di euro di penale. Speriamo che oltre i WhatsApp adesso i cinque stelle possano mettere questa norma nelle delibere che dovranno fare” ha concluso Marino
Poi Marino ha ribadito i concetti della lettera a Repubblica sullo Stadio della Roma a proposito delle opere pubbliche:
In particolare venne previsto:
1. il potenziamento del trasporto pubblico su ferro a servizio dell’area di Tor di Valle e della città , con frequenza di 16 treni l’ora nelle fasce di punta e un nuovo ponte pedonale verso la stazione FL1 di Magliana (costo a carico del privato: 58 milioni di euro);
2. l’adeguamento di via Ostiense/via del Mare, di cui si parla da decenni, fino allo svincolo con il Grande Raccordo Anulare (costo a carico del privato: 38,6 milioni di euro);
3. il collegamento con l’autostrada Roma Fiumicino attraverso un nuovo ponte sul Tevere (costo a carico del privato: 93,7 milioni di euro);
4. l’intervento di mitigazione del rischio idraulico e di messa in sicurezza dell’area (costo a carico del privato: 10 milioni di euro). Se verrà a mancare anche una sola di queste opere di interesse pubblico la delibera recita testuale: “(…) il mancato rispetto delle su esposte condizioni necessarie, anche solo di una, comporta decadenza ex tunc del pubblico interesse qui dichiarato e dei presupposti per il rilascio degli atti di assenso di Roma Capitale e della Regione Lazio, risoluzione della convenzione, con conseguente caducazione dei titoli e assensi che dovessero essere stati medio tempore rilasciati”
E ha spiegato che c’è bisogno di una nuova delibera, atto che potrebbe costringere i proponenti a ricominciare da capo l’iter in Conferenza dei Servizi.
/da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile
IL CAPOFAMIGLIA HA RILEVATO UNO DEI PIU’ GRANDI GRUPPI IMMOBILIARI D’EUROPA, CON GLI AFFARI SONO CRESCIUTI I DEBITI… FINO A QUANDO UNICREDIT SI E’ PRESA BUONA PARTE DELL’ATTIVITA’, ESCULSA EURNOVA, PROPRIETARIA DEI TERRENI DI TOR DI VALLE
A Roma si narra che metà della sua famiglia sia di fede laziale. Non per questo Luca Parnasi si è tirato indietro davanti al più ambizioso progetto immobiliare della capitale: la realizzazione del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle.
Anzi, a dire il vero, per lui, romano e romanista, il nuovo stadio è più di una semplice opportunità di investimento.
E’ una sfida che ha il sapore di un riscatto dopo la dèbà¢cle di Parsitalia, lo storico gruppo di famiglia sommerso dai debiti.
Considerato un astro nascente del mattone capitolino, Parnasi è uno che la sa lunga. Ha imparato i rudimenti del mestiere dal padre Sandro. E, secondo i bene informati, ne ha fatto tesoro.
Classe ’77, ultimo di tre figli e unico erede maschio, l’imprenditore è cresciuto a pane e mattone: già a metà degli anni ’40, il padre è infatti fra i protagonisti nelle costruzioni romane.
Gli affari vanno bene grazie anche alle amicizie che contano nell’area di centro sinistra con cui i Parnasi, al pari dei Marchini, continueranno a flirtare fino a tempi recenti.
Il salto di qualità arriva però negli anni ’90 quando il capofamiglia Sandro rileva uno dei più grandi gruppi immobiliari d’Europa, la Sogene del banchiere bancarottiere Michele Sindona.
Da allora inizia un periodo d’oro grazie anche al sostegno della Banca di Roma di Cesare Geronzi. Nella capitale non c’è affare in cui i Parnasi non mettano il naso, come testimoniano grandi progetti come il multisala UGC a Roma Nord o i due mega shopping center di Porta di Roma e EuRoma2.
Assieme ai progetti cresce però anche il passivo della holding di famiglia, Parsitalia, che, nell’estate dello scorso anno, arriva ad avere debiti per 500 milioni verso i finanziatori Unicredit, Mps e Aareal Bank.
Scomparso il padre a luglio 2016, Luca deve far i conti con un’inevitabile ristrutturazione del debito dell’impero di famiglia.
Buona parte degli asset finiscono nella Capital Dev, società controllata da Unicredit e destinata a portare avanti i progetti di sviluppo che aveva avviato Sandro.
Ne resta fuori la Eurnova perchè, tutto sommato, il debito è sostenibile.
L’azienda, controllata dalla cassaforte di Parnasi, Capital holding spa, è proprietaria dei terreni di Tor di Valle acquistati per 42 milioni dalla SAIS dei fratelli Antonio e Gaetano Papalia grazie anche a una fideiussione da 4 milioni rilasciata da Unicredit.
Da cinque anni ormai Eurnova studia la realizzazione del nuovo stadio della Roma, un progetto colossale che fa gola a molti in tempi di magra dell’immobiliare.
Primo fra tutti Francesco Gaetano Caltagirone, al quale nel 2012, proprio i Parnasi sfilarono l’affare da 263 milioni per la nuova sede della Provincia.
Con il sindaco Ignazio Marino, Parnasi è ad un soffio dal chiudere il cerchio sul grande affare dello stadio per il quale, ottenute le autorizzazioni amministrative del caso, dovrà successivamente trovare dei finanziatori.
Fra questi forse anche Unicredit, che, secondo indiscrezioni mai confermate, avrebbe voluto trasferire il quartier generale in nuovi uffici a Tor di Valle.
Ma poi l’uscita di scena del primo cittadino Pd mette di nuovo tutto in discussione e rischia anche di mettere a dura prova i conti della Eurnova srl che ha archiviato il 2015 in rosso (-1,4 milioni, in crescita esponenziale rispetto ai 167mila euro del 2014) e ha sulle spalle poco più di 40 milioni di debiti (di cui 9 con Unicredit) su un valore della produzione da 13 milioni.
Se il progetto fosse stato respinto, per Parnasi si sarebbe aperto uno scenario a tinte fosche.
Ma ora è arrivato il salvagente della Raggi.
Costanza Iotti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile
I CONSIGLI ALLA RAGGI, LE BATTUTE SU ANDREOTTI E LA SCOPERTA DI D’ALEMA
Negli undici televisori che tiene accesi di fronte alla sua scrivania appare all’improvviso il volto di
Virginia Raggi: “Le servirebbe un corso per capire che il Campidoglio è il trionfo delle insidie. Non è una ragazza stupida. Però — come gli altri prima di lei — è circondata da un sistema che a ogni passo è pronto a tendergli una trappola. Dovrebbe capirlo, non mettersi la maschera della dura e pura. Non ci si improvvisa sindaci di questa città ”.
Maurizio Costanzo ha settantotto anni e la carriera appesa alle pareti: c’è la foto dell’intervista al colonnello Gheddafi e quella a Gorbaciov, gli occhi neri di Giovanni Falcone e l’attimo in cui dichiara guerra alla mafia dando fuoco in diretta tv a una t-shirt che inneggia a Cosa nostra, c’è Woody Allen e l’incontro con Donald Trump: “Lo intervistai a New York nel 2002. Era tutto esagerato, dall’arredamento del suo palazzo al colore dei suoi capelli. Però lui era simpatico. Conservo la foto da allora. Oggi, certo, si nota di più”.
Nella vita ha fatto cinema, teatro, televisione, radio, giornali: tutto.
A breve il Maurizio Costanzo Show tornerà su Canale 5 e dal 18 febbraio è passato a radio 105. Ha superato scandali (P2), attentati (mafia), fallimenti (il settimanale L’Occhio), muovendosi in difficile equilibrio tra incompatibili appartenenze: il voto sempre a sinistra e l’editore — Silvio Berlusconi — schierato a destra.
Come ha fatto?
“Vivo con una pistola puntata alla nuca che si chiama noia, la sento sempre in agguato dietro le spalle. Mi sono continuamente inventato un incontro, un’avventura, un rischio pur di incontrarla il meno possibile”.
Che faccia ha?
“È come un buco profondo che vuole inghiottirti. Tu lotti per non scivolarci dentro. Perchè più precipiti nella cavità , più fai fatica a risalirla”.
È sempre stato così?
“Da bambino, rimanevo a lungo davanti alla finestra a guardare nel vuoto. Dicevo a mia madre che mi annoiavo. Ma mi sbagliavo: stavo scoprendo la malinconia, l’altro mio demone custode. Da piccolo, la vivevo come un handicap. Poi, ho capito che non sarei capace di immaginarmi senza”.
A cosa le è servita?
“L’ho usata in tutte le commedie che ho scritto, nei film che ho fatto con Pupi Avati, l’ho donata a Ettore Scola per la sceneggiatura di “Una giornata particolare”. Ho scoperto che è un’immensa sorgente. E che io non sono altro che un produttore di malinconie”
Cosa rimpiange?
“Ho tre figli, quattro nipoti, altrettante mogli, però non ho mai dimenticato mio padre e mia madre. Li ricordo in continuazione. Non c’entra l’amore. È l’assenza di qualcosa che è nella tua carne e nel tuo corpo, e che non può andare via”.
Si rimprovera qualcosa?
“Mia madre ha fatto in tempo ad ascoltarmi in radio e a vedermi in televisione. Mio padre no, e questo mi fa soffrire”.
Lei che padre è stato?
“Ho perso il mio quando avevo diciotto anni e ho cercato per prima cosa di esserci. Sono stato permissivo. Ho cercato di convincere i miei figli a rispettare una regola facendoli ragionare, piuttosto che con uno schiaffo”.
Ha sognato di fare quello che fa?
“Sì. Fu mio zio a intuire la vocazione che avevo. Era un alto funzionario del ministero della Marina mercantile. Mi metteva da parte le tutte le terze pagine del Corriere della Sera e me le portava a casa ogni settimana. Le leggevo e le rileggevo. Mi piacevano soprattutto Vittorio Giovanni Rossi e Indro Montanelli. Adoravo i loro racconti di viaggio”.
Li ha conosciuti?
“A quattordici anni scrissi una lettera a Montanelli e tutto mi potevo aspettare tranne che mi chiamasse. Invece, lo fece. Mi diede appuntamento per il giorno dopo alla sede del Corriere di Roma. Marinai la scuola e andai. Fino a quando morì rimanemmo in contatto”.
Lei ha incontrato moltissime persone.
“Di tutte, mi mancano sopratutto Vittorio Gassman e Alberto Sordi. Gassman era un vulcano. Arrivava all’improvviso nel camerino del teatro Parioli e cominciava a raccontarmi cosa aveva letto e pensato durante il giorno. Fumava e parlava. Fumava e parlava. Fumava e parlava”.
E Sordi?
“Non ho mai conosciuto nessuno legato alla famiglia come lo era lui. Una volta mi disse: “Ma perchè me devo mette n’estranea ‘n casa?”. Credo non si sia sposato per una forma di fedeltà al fratello e alla sorella. E poi era un custode della semplicità . Aveva una villa stupenda alle Terme di Caracalla: piscina, giardino magnifico, vista sulle rovine romane. La guardava e come parlando tra sè e sè un giorno mi confessò: “Ma che cazzo ma so’ fatta a fa’…”.
È passato tanto tempo, ma non sono riuscito a rimpiazzarli, nè lui nè Gassman. Forse è colpa mia, forse non c’è granchè in giro”.
Lei ha standard molto alti.
“Chiamai Totò mentre stava girando “Uccellacci e Uccellini” con Pier Paolo Pasolini, un uomo di una grazia sconvolgente. Gli domandai: “Come va, Principe?”. Rispose: “Gli attori sono come i tassisti, vanno dove vuole il cliente”. Non aveva ancora capito che stava girando un capolavoro”.
È riuscito a far parlare Andreotti della sua vita in tv.
“Entrai in studio e lui era già seduto sulla poltrona rossa: pensavo fosse uno scherzo, non ci credevo. Fu un evento. Durante la pubblicità , lui che era già presidente del Consiglio, mi disse: “Sa, io ho tre compagni di classe che sono diventati cardinali”. Pausa. “Loro sì che hanno fatto carriera”. Geniale”.
Poi vennero i comunisti.
“Per loro, era ancora più insolito andare in televisione a parlare della loro vita. Prima invitai Amendola, poi Pajetta. Enrico Berlinguer non venne, però mi volle conoscere. Voleva capire chi fossi. Dopo, mi fece dire che mi aveva trovato “più intelligente che cattivo””.
Con quelle interviste, mostrò che anche il personale è politico.
“Non me ne fregava niente delle alleanze o delle tattiche. Cercai di stanare la persona, perchè solo penetrando oltre la corazza delle architetture razionali potevo supporre di far capire chi avevamo di fronte”.
Chi ha capito meglio?
“Massimo D’Alema. L’ho frequentato a lungo, eravamo molto amici. Quando era segretario del PDS, andavo ogni lunedì mattina alle nove a trovarlo a Botteghe Oscure. Parlavamo poco di politica, molto di vita. Ho scoperto di una donna che aveva amato prima di conoscere la moglie morta in un incidente d’auto. Era una ferita molto forte per lui, che è anche un uomo di una certa sensibilità . La superbia che esibisce è una forma di difesa. Probabilmente, necessaria per la politica di oggi”.
Si aspettava potesse fare una scissione dal PD?
“Io non credo nelle scissioni, spero che ci ripensi: hanno sempre fatto del male alla sinistra”.
Roma è la sua città da sempre.
“L’ho vissuta occupata dai militari tedeschi e sotto i bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale. C’ero quando la liberarono, con i soldati neri americani che fumavano Pall Mall per le strade del centro; e poi nel pieno dei fervori e delle sciocchezze degli anni Sessanta. Mi fa male, oggi, vederla sporca e abbandonata a se stessa, ma penso che questa città possieda una bellezza che nessuno può distruggere. I Cinque Stelle hanno vinto indicando il disastro. Ora vi pongano rimedio, anzichè dire sempre no, no, no”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 25th, 2017 Riccardo Fucile
NON PREVISTO IL POTENZIAMENTO DELLA LINEA, LE INFRASTRUTTURE SONO SALTATE DAL PROGETTO
L’accordo siglato in serata sul progetto dello stadio della Roma a Tor di Valle rimanda il giorno dopo a
inevitabili reazioni.
Commenti e polemiche si rincorrono nell’attesa che la maggioranza capitolina si riunisca per votare in aula una delibera ad hoc che, di fatto, sostituirà la precedente licenziata dell’amministrazione Marino.
L’ok al documento, che dovrà essere elaborato dagli uffici competenti, potrebbe arrivare entro un mese, forse prima.
In base ad una interpreazione della legge sugli stadi potrebbe non rendersi necessario un ok separato ad una variante urbanistica in quanto già prevista nella delibera in questione che autorizzerebbe 500 metri cubi, ovvero cubature in più rispetto ai 350 mc previsti in quell’area dal piano regolatore vigente.
Nel progetto precedente le cubature autorizzate erano il doppio, ovvero un milione di metri cubi.
Legambiente rimane critica: “L’accordo sullo Stadio conferma l’errore nella scelta dell’area, con cubature che servono a mettere in sicurezza idrogeologica l’area e che continuano a mancare per la metropolitana”, spiegano dall’associazione ambientalista. “Il taglio delle torri e la riduzione delle cubature in variante al piano regolatore e’ positiva – commenta il vice presidente nazionale Edoardo Zanchini – ma si conferma l’errore dell’area scelta che rimarrà irraggiungibile con la metropolitana, visto che il progetto sembra finanziare solo la riqualificazione della stazione di Tor di Valle ma continueranno a passare i soliti pochi, vecchi treni di una linea che funziona malissimo, e non emerge alcun finanziamento pubblico che preveda il potenziamento della linea”.
“Il risultato delle trattative sullo stadio è che rimane più di mezzo milione di metri cubi di cemento e spariscono le opere pubbliche – dichiara Roberto Scacchi presidente di Legambiente Lazio – Ci rivolgiamo alla giunta Raggi, chiedendo chiarezza su quanto deciso ieri nell’accordo con l’AS Roma, da un lato infatti non emerge alcuna certezza sull’accessibilità su mezzo pubblico così come era previsto dalla delibera di pubblico interesse, dall’altro lato comunque ci troveremmo di fronte alla nascita di un quartiere da 600mila metri cubi di uffici e strutture commerciali. L’ultimo accordo conferma quanto fosse sbagliata la scelta dell’area, visto che gran parte della cubatura da realizzare viene motivata proprio con la spesa per la messa in sicurezza dell’area dai enormi rischi idrogeologici che la contraddistinguono”.
Ironizza su Facebook il deputato pd Marco Miccoli: “Sono sicuro che la Sindaca di Roma Virginia Raggi garantirà tutte le opere pubbliche previste nel progetto per il nuovo Stadio della Roma — posta – e garantirà ai tifosi di poterlo raggiungere, anche a quelli che non hanno l’elicottero. #FamoStoStadio #mafamopureleoperepubbliche”.
“Rivoluzionare il progetto come detto dalla sindaca Raggi, tagliando opere pubbliche importanti come il prolungamento della metro (quantomeno non citata dal sindaco) e immaginando che parte di esse possa essere realizzata in un secondo tempo, in una città piena di quartieri in cui sono state realizzate le case ma non le opere pubbliche essenziali ad una vita civile, non ci sembra una grande conquista”, sostiene l’architetto Marialuisa Palumbo, direttore scientifico del master in architetture sostenibili dell’Istituto Nazionale architettura (Inarch).
Raggi, scrive l’architetto in una nota, “poichè è ben noto che le cubature delle torri erano state calcolate per il bilanciamento economico delle opere pubbliche richieste, se si vuole parlare di ‘sostenibilità ambientale e sociale’ del progetto, bisogna capire cosa succede di queste opere pubbliche”.
Non piace invece ad Alessandro Lepidini, consigliere dem al IX municipio “l’aver deciso per il via libera a Tor di Valle devastando l’ultima ansa del Tevere, uno dei simboli del IX municipio, senza prevedere nell’accordo le indispensabili opere infrastrutturali”.
Per gli ecoradicali invece “la giunta si è piegata ai diktat degli interessi forti, avallando una gigantesca operazione immobiliare al di fuori del piano regolatore, aggiungendo cemento in una città che conta almeno 100mila immobili invenduti”.
Intanto dopo l’accordo raggiunto ieri sera sullo il Codacons ha già annunciato che valuterà il progetto per decidere se impugnarlo al Tar.
(da “la Repubblica”)
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Febbraio 25th, 2017 Riccardo Fucile
SI SPACCA IL GRUPPO DEL M5S, DURO FACCIA A FACCIA TRA LA RAGGI E PENTASTELLATI CONTRARI AL PROGETTO…SU 27 SONO TRA 8 E 10 I CONTRARI, IN AULA SERVONO 25 SI’
Non sono bastate due ore di discussione accesa in Campidoglio e un taglio “monstre” sulle cubature per oltre il 50% del progetto.
Il Movimento 5 stelle si è spaccato sul nuovo stadio della Roma, con tanto di conta interna sommaria, accuse e recriminazioni.
La grande opera (ora un po’ meno grande) di Tor di Valle a questo punto si farà . Come volevano Virginia Raggi, Beppe Grillo e un po’ tutti i vertici nazionali.
Ma rischia di costare caro al Movimento, che per approvare la delibera necessaria a completare l’iter della Conferenza dei servizi potrebbe essere costretto addirittura a chiedere l’aiuto del Partito Democratico.
Un patto col diavolo, o quasi, nell’ottica M5s.
Doveva essere il giorno decisivo per lo stadio della Roma. E a suo modo lo è stato: alla fine Comune e società giallorossa hanno trovato l’accordo che dovrebbe portare ad una conclusione positiva della Conferenza dei servizi, per cui però resta comunque probabile una proroga: c’è da superare l’ostacolo del vincolo della Soprintendenza sull’Ippodromo e produrre gli atti consiliari necessari.
La soluzione prescelta è una nuova delibera dell’Assemblea, che andrà a sostituire quella precedente di Ignazio Marino, con i nuovi numeri e dimensioni del progetto. Non è stato facile però arrivarci. Ci sono volute ore e ore di confronto.
Interno, però, visto che i nodi da sciogliere erano quasi tutti dentro alla maggioranza pentastellata: Raggi e Grillo, una volta avuta la certezza dell’ulteriore sforbiciata alle cubature, si ritenevano più che soddisfatti.
Così la Roma in mattinata ha formalizzato la nuova proposta al Comune.
Dopo una giornata trascorsa in ospedale per accertamenti resi necessari per un malore avuto in mattinata, la sindaca ha riunito la sua squadra per spiegare il nuovo dossier insieme al suo staff, ai parlamentari-tutor Bonafede e Fraccaro e all’avvocato Lanzalone (nel mirino degli oppositori) e ottenere il sospirato via libera.
Con risultati alterni: alcuni, una decina almeno, si sono convinti, altri lo erano già . Non tutti, però, hanno ceduto.
A far precipitare la situazione è stato proprio uno dei tanti pareri che la Raggi aveva richiesto all’avvocatura capitolina negli scorsi giorni: in particolare quello anticipato da IlFattoQuotidiano.it sulla possibile illegittimità della delibera 132 di pubblica utilità approvata dall’amministrazione Marino. §
L’origine di tutto, su cui i giuristi capitolini avrebbero effettivamente avanzato delle obiezioni.
Alcuni consiglieri — i più contrari — hanno chiesto di poter visionare il parere, prima di esprimersi: “Perchè dobbiamo votare qualcosa che è irregolare? Abbiamo sempre detto che il Movimento fa le cose nella legalità ”.
Ma le carte restano secretate: ai consiglieri ne viene spiegato solo il contenuto generale.
Le ore passano, la Roma aspetta col fiato sospeso negli uffici dello studio legale Tonucci (e comincia a spazientirsi). Non se ne viene a capo: “È dura, va per le lunghe”, filtra da Palazzo Senatorio.
Allora si decide di votare: una conta interna, quasi una resa dei conti. In cui ciascuno resta sulle proprie posizioni: un paio di membri se ve vanno in polemica prima del voto, 3-4 si pronunciano contro o si astengono.
Il vertice si conclude: lo stadio si farà . Ma la maggioranza era entrata ed esce spaccata dalla riunione. “Questa se la votano loro, noi non ci presentiamo”.
Ed è quello che potrebbe accadere: il M5s ha 29 consiglieri, se qualcuno non cambierà idea Virginia Raggi non potrà contare sulla sua maggioranza nel voto decisivo in aula, dove servono 25 sì.
Certo, lo stadio non è a rischio: tutti i partiti d’opposizione si sono sempre detti a favore del progetto di Tor di Valle e ora difficilmente potrebbero tirarsi indietro per un mero calcolo politico.
Ma per fare lo stadio il Movimento potrebbe essere costretto a chiedere aiuto al Partito Democratico.
Raggi e Grillo proveranno di sicuro a ricucire lo strappo, ma nemmeno la presenza nella Capitale per una settimana del garante è servita a richiamare all’ordine i pentastellati più recalcitranti.
Anche perchè contro lo stadio potrebbe scendere in campo anche Ferdinando Imposimato: il presidente emerito della Cassazione ha già fornito un parere negativo sul progetto ai consiglieri regionali M5s, nei prossimi giorni potrebbe tornare a parlare.
E il suo è un nome che continua a riscuotere grande credito fra base e vertici del Movimento. L’accordo è fatto, la partita — almeno quella politica — non è ancora chiusa. Tra pareri nascosti, imposizioni dall’alto e possibili accordi forzati all’orizzonte, alla fine vola persino qualche insulto.
“È diventato questo il Movimento 5 stelle a Roma?”, chiede un consigliere lasciando il Campidoglio, quando nella Capitale è ormai notte fonda e Virginia Raggi nel suo ufficio stringe la mano a Parnasi e Baldissoni.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 24th, 2017 Riccardo Fucile
DA UN LATO QUELLI CHE “LA RAGGI SI E’ AMMALATA PER EVITARE DI INCONTRARE LA ROMA”… DALL’ALTRO QUELLI CHE “E’ TUTTA COLPA DEI GIORNALISTI”
Questa mattina la sindaca di Roma Virginia Raggi è stata ricoverata all’ospedale San Filippo Neri
per alcuni accertamenti dopo essere stata colta da un malore.
L’ex marito della Raggi, Andrea Severini, è con lei in ospedale che ha fatto sapere a mezzo Facebook che la situazione non è grave e che la sindaca sta bene: «Scrivo qui per le persone che mi chiedono di Virginia. Sta bene, sta facendo accertamenti ma sta bene. Grazie a tutti per il vostro affetto».​
ll Direttore del Pronto Soccorso San Filippo Neri ASL Roma 1 Massimo Magnanti ha fatto sapere che la sindaca Virginia Raggi “è giunta stamattina alle ore 8 e 54” al pronto soccorso dell’Ospedale San Filippo Neri della ASL Roma 1 “per la comparsa di un malore improvviso” in seguito al quale “sono stati eseguiti gli accertamenti clinici e diagnostici necessari e non sono state riscontrate alterazioni significative”.
Le condizioni cliniche della Raggi — continua Magnanti — appaiono in netto miglioramento e nelle prossime ore dopo una regolare osservazione se ne valuterà la dimissibilità .
Il problema è che oggi alle ore 16 è previsto l’incontro tra Campidoglio e i proponenti sulla vicenda dello Stadio della Roma, dossier che la sindaca sta seguendo in prima persona.
Per questo motivo qualcuno ha pensato che dietro il malore della sindaca si celi la più classica delle scuse usate dagli studenti delle scuole di ogni ordine e grado: l’indisposizione.
Non avendo ragione di dubitare delle condizioni di salute della Raggi, che d’altronde se non avesse nulla non sarebbe ancora ricoverata al San Filippo Neri, questa sembra una fantasiosa ipotesi di complotto.
La questione dello Stadio della Roma a Tor di Valle sarà senz’altro affrontata dalla sindaca non appena sarà dimessa e non c’è motivo di pensare che la Raggi abbia voluto utilizzare la scusa del malore per evitare un incontro che in ogni caso nella peggiore delle ipotesi verrà rimandato ai prossimi giorni e non annullato per sempre. Del resto è innegabile che queste ultime settimane siano state molto stressanti per la Raggi e quindi l’eventualità che abbia avuto un crollo è umanamente comprensibile. L’ex marito della Raggi ha detto che a breve la sindaca sarà dimessa e ha risposto “penso di sì” alla domanda sulla presenza della sindaca all’incontro tra il Comune e l’As Roma sullo stadio di Tor di Valle.
Non sapendo se si tratta di pessima ironia o di vere ipotesi di complotto non ci resta che far notare come argomentazioni su malori “provvidenziali” siano state usate nel recente passato anche da autorevoli giornalisti.
E proprio i giornalisti sono indicati — questa volta da alcuni sostenitori a Cinque Stelle — come i principali responsabili del malore della Raggi. È colpa dei giornalisti e della fortissima pressione mediatica esercitata sulla sindaca se la Raggi oggi è dovuta ricorrere alle cure dei medici.
I giornalisti sono responsabili del rallentamento dei lavori di cambiamento di Roma Capitale e saranno colpevoli anche di un eventuale ritorno della Ka$ta al Campidoglio se la Raggi fosse costretta a gettare la spugna.
Le aggressioni della stampa che si è accanita contro Virginia Raggi sono quindi le dirette responsabili del ricovero della sindaca.
Perchè quando lo fanno i Cinque Stelle si chiama “operazione fiato sul collo” quando invece lo fanno i giornalisti sono aggressioni mediatiche.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 24th, 2017 Riccardo Fucile
LE RADIO SPORTIVE MARTELLANO GRILLO, NEI BAR SI CRITICA LA SINDACA… E PURE SUI TAXI IL CUORE E’ DIVISO: “AHO’, IO SO’ PIU’ ROMANISTA CHE TASSISTA”
“Mortacci – dice Claudio che guida il Taxi Rieti 63 – ci ho 65 anni e prima de morì lo volevo vedè
‘sto stadio della Roma”.
E giura che lui non si è ancora ammattito “ma ho assistito a una scena de matto: l’amico mio Giuseppe stamattina se dava li cazzotti in faccia, come se fosse due persone, e allo specchio s’era sputato pure: tiè, stronzo”.
E perchè? “Ma come perchè? Perchè ha votato per i cinque stelle, per la Raggi porella, che è stata tanto brava con noi tassisti, anche se ha strafatto un po’”.
E perchè? “Ma come perchè? Perchè in piazza nun ce doveva venì. Bastava farlo sapere: io sto con voi”.
“In fondo è il sindaco, e ce serve di più se non sbraca, se non se caca sotto per lo stadio”. Sei più tassista o più romanista? “Più romanista. Ma guarda che a Roma i tassisti so tutti romanisti”. E i laziali? “So na minoranza. Se ce fai caso so tutti molisani d’origine”. E che vuol dire? “Che sino all’altro ieri guidavano er carretto”.
Se provate a togliergli il dialetto e a tradurlo in italiano, scoprirete che il pensiero non è per nulla pittoresco come suona.
C’è infatti buon senso e c’è un disturbo di personalità nel tassista che si prende a cazzotti. Insomma il calcio batte la politica con quella parola d’ordine di Totti e Spalletti che da ieri mattina le tante radio romaniste rilanciano con il cannone: #FamoStoStadio. Anche se poi “tanto ppe faglie capì l’umore” si sono messi a cantare ‘Non mi fido di te’, la canzone degli Stadio, appunto: “Non mi fido di te / Che così bene chiacchieri / Perchè hai già dimostrato / Che non ti fai scrupoli”. E intanto con intelligenza il conduttore di Retesport commenta: “È la canzone degli Stadio, ma non è ironia, se mai è satira amara: ve faccio notà che è una canzone d’amore”.
Girando tra gli umori romanisti che la sociologia descrive come il sottoproletariato selvaggio, come la nuova suburra, scopro dunque che sono più popolani che coatti i tifosi della Roma: “Davvero te sembro un coatto, uno che non ragiona?”.
Coatto viene da cogere, più esattamente dal participio passato coactus e vuole dire spinto, e dunque costretto, senza autonomia.
E infatti a Roma è coatto il burino, l’abitante della periferia che è ‘spintò nel ghetto, ‘costrettò a vivere ai margini, lo sradicato, il ragazzo di vita pasoliniano. Il tifoso invece smette volontariamente di ragionare è vero, ma solo per la Roma.
E dunque, nel bar della Garbatella dove mi porta Claudio, Marcolino, che indossa calzini corti giallorossi con l’effigie della lupa, si mette le mani sui fianchi e, come fosse un coatto, sacramenta contro Grillo con irripetibili parolacce: “Perchè dire ‘facciamolo da n’altra partè è un sonoro ‘sti cazzì allo stadio”.
Ma ce l’ha pure con il presidente James Pallotta che ha twittato in inglese che rinunziare allo stadio sarebbe una catastrofe per la città , per il calcio e per lo sport italiano: “E vuol dire che senza stadio se ne va, che l’americano lascia Roma con l’Olimpico vuoto di spettatori, ce ricatta insomma. Il risultato? Sti cazzi con Grillo e sti cazzi con Pallotta”.
“E no – irrompe Brunello aggrappandosi al suo braccio – io se fossi il Movimento 5 stelle ce darebbe uno schiaffo morale a Pallotta: lo faccia er Comune lo stadio”.
Replica l’altro: “E ‘ndo lo fa?”. “A Capannelle invece che a Tor di Valle”. “Un bel ciufulo: te pare che così dai ‘na speranza alla ggente de Roma? Il comune fa lo stadio e lo regala alla squadra? Perepè”.
Marcolino contro Brunello, il romanista-romanista contro il romanista – grillino è l’inedito derby tra due pance di Roma, tra due trippe alla romana: insieme fanno il tassista che stamattina prendeva a schiaffi se tesso.
Marione, che della Roma è il tifoso sempre contro “tranne quanno vincemo”, con la sua famosa trasmissione “Te la do io Tokio” che scimmiotta il vecchio titolo di Grillo in Rai “Te la do io l’America”, è la minoranza, la controinformazione, l’antisistema “il vero popolo contro o stadio de Pallotta” perchè “so sette anni che non se parla d’altro e non se vince niente”.
Marione, che molti anni fa militò nei Nar, è un omone tutto core de Roma con due dita di barba, ha la sua redazione in un bugigattolo di via Prenestina dove ogni sera la sua opinionista Valeria, che si prende in giro con ironia, va in onda con ‘Gli Inascoltabili’.
Ci sono, alla fine, gli umori più superficiali e pure quelli più profondi della città , nelle radio del calcio romano.
Scandito da mille “a stronzi”, “dò state?”, “do ‘annate?”, è un genere – non solo un degenere – che produce anche saperi professionali sorprendenti come quelli del bravissimo Flavio Grasselli che, giornalista precario commentatore di Radioyes, dove si era specializzato nel mettere insieme dati e tempi di possesso palla, proiezioni e previsioni, è stato assunto con un signor contratto da Eurobet, uno dei trust mondiali delle scommesse, per fare l’analista in diretta.
E Valentina Catoni, un ragazzona focosa riccia e rossa, è la speaker giallorossa di Teleradiostereo, – “aho, De Rossi stasera è un bronzo de Riace” – tre ore al giorno, un fenomeno, una piccola star grazie ai suoi tormentoni: “Se avevo quattro gambe ero un ragno”, “me do foco come Giovanna d’Arco, povera anima, per quanto sto a soffrì ppe ‘sta Roma”, “non è facile entrà dentro de me quando sto a far ste cronache”.
Il genere è quello del tamarro creativo che, ieri sera, dopo una serie di incredibili frasi alla Frassica ma in romanesco (“qui ce vole un Platone d’esecuzione”), arriva a questa semplice verità : “Ma me vole spiegà il signor Grillo perchè dice che ce vole il salvagente a Tor di Valle? Lì da cinquant’anni famo le corse dei cavalli, non quelle delle foche”.
È qui e non sui giornali e neppure su Internet che si combatte la battaglia dello stadio, che è probabilmente una battaglia perduta che sta facendo però montare come una maionese l’intera città .
Ore e ore di filo diretto non più solo di sport, c’è chi racconta i sedici stadi di Londra, e chi è stato all’Arena Aiax di Amsterdam, e “ora sti grillini dicono che lo stadio sarà de Pallotta e non de la Roma? E che vuol dire, che quando parte se lo porta via?”.
E ancora: “A Milano costruiscono, a Roma nun se fa niente, il cemento fa schifo solo qui?”. Giorni e giorni di opinioni su calcio e politica, calcio e urbanistica, calcio ed economia, infrastrutture, sovrintendenze, con il linguaggio del populismo, spesso basso e viscerale com’è ormai anche quello della politica – non era la sorella della Taverna che voleva “appiccicare la Raggi per le orecchie?”.
La sguaiataggine è lo spirito del tempo, ma sono le radio che rendono il populismo romanista molto più caldo del populismo grillino che in rete ha sì la durezza del linguaggio scritto ma non ha la libertà del microfono aperto, il calore dell’urlo, la forza del dialetto, del gergo, delle divisioni in tribù e le balle e gli errori qui almeno sono spiritosi. Le radio romaniste sono quello che una volta erano le sedi dei partiti
E ora, prima che esploda il conflitto sull’acqua del Tevere, sul terremoto, sulle idrovore, “sull’idrogeocomecavolosechiama” di Tor di Valle ci fermiamo rapiti perchè su Radio Radio, come per una pausa tra un combattimento e l’altro, il simpatico Enrico Silvestrini ha lanciato un dibattito su “uno studio scientifico che dimostra che più sport fai e meno sesso fai”. E la spiegazione è ormonale: “Perchè, come se chiama? Il tostotorone…”.
“E però deve essere vero perchè nelle statue antiche gli atleti hanno tutti er pisello piccolo piccolo”.
Ieri il dottor Papalia, l’ex proprietario dell’ippodromo di Tor di Valle, che ha venduto i terreni al costruttore Luca Parnasi (“ma me pare, dottor Papalia, che lei i soldi ancora non li ha visti”), in tutte le radio smentisce il rischio “idrogeocomecavolosechiama” e gli ascoltatori ovviamente lo adorano: “Quanto è autorevole”, dice Nando.
E poi, gran finale in latinorum: “Con tutte le stronzate che scrivono, il dottor Papalia è box clamans in desertum: mannaggia a Grillo, te posseno…”.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 24th, 2017 Riccardo Fucile
E SOLO IL 13% DEGI ELETTORI PD DISPOSTI A SEGUIRE GLI SCISSIONISTI
Al nuovo stadio della Roma, al centro delle cronache (e delle polemiche) in questi giorni, dice no il 62% degli elettori totali e il 63% di quelli del Movimento 5 Stelle.
È Il risultato di un sondaggio Ixè, presentato ad Agorà (Raitre).
Il 67% degli elettori M5s, e il 33% di quelli totali, ha fiducia in Virginia Raggi.
Nei giorni della scissione il Pd perde il 2,3% nei sondaggi ed è quasi raggiunto da M5S.
Da un rilevamento sulle intenzioni di voto, condotto mercoledì scorso, emerge che i Dem sono al 28,1% e sono tallonati dai pentastellati che in una settimana guadagnano lo 0,8% e arrivano al 27,8%. La Lega Nord scende di mezzo punto al 13%, mentre Forza Italia si attesta al 12,9%.
Fratelli d’Italia e Sinistra italiana crescono dello 0,2% e sono rispettivamente al 4,5% e al 4,1 per cento.
8 elettori su 10 del Pd confermano il loro sostegno anche dopo la scission
Oltre 8 elettori Pd su 10 confermerebbero il proprio voto al Partito democratico anche dopo la scissione degli ultimi giorni.
Il 40% degli intervistati, infatti, ha risposto che sicuramente voterà Pd, mentre il 45% probabilmente darebbe il suo voto al partito guidato fino a pochi giorni fa da Matteo Renzi.
Il 13%, invece, non voterà più Pd proprio a causa della scissione.
(da “Huffingtonpost”)
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