DISORDINI NO TAV, LA STRATEGIA DEI TERRORISTI (MOLTI DEI QUALI LEGATI ALLE RETE INTERNAZIONALE DI ANARCHICI) E LE TECNICHE PARAMILITARI USATE: I GUANTI COLORATI PER DIVIDERSI I RUOLI, I NOMI IN CODICE, IL NASTRO ADESIVO SULLE SCARPE, IL FALLIMENTO DEL VIMINALE
PIANIFICATI ANCHE I DIVERSIVI PER TENERE NASCOSTI GLI INCAPPUCCIATI…LA GUERRIGLIA COME RISPOSTA ALLO SGOMBERO DEL CENTRO SOCIALE ASKATASUNA E L’ALLERTA PER UN NUOVO PRESIDIO CHE SI SVOLGERÀ DA DOMANI A DOMENICA
Solo i guanti sono di colori diversi. Alcuni li portano neri. Altri, bianchi, rossi o blu. L’unico tocco di colore nell’indistinta massa di giubbotti neri. Tutti uguali. Come i cappellini, i passamontagna, gli occhiali, le maschere da sub. Dalle immagini che circolano in Rete, ma anche da quelle riprese dal drone della polizia, si fatica a trovare un indizio che permetta di dare un volto ai violenti del «blocco nero» che sabato, a Chiomonte, hanno devastato uno dei cantieri dell’alta velocità e ferito 120 uomini delle forze dell’ordine. Gli incappucciati sono stati così attenti da nascondere con il nastro adesivo nero persino la marca delle scarpe che portavano ai piedi.
Nulla sarebbe stato lasciato al caso. A dimostrazione che l’azione era stata pianificata per tempo, con tecniche paramilitari.
A partire proprio da quei guanti. Di colore diverso per un preciso motivo. Servivano agli incappucciati per riconoscersi tra di loro. Ogni colore identificava una diversa squadra, che si alternava negli assalti. Prima avanzano i rossi con le cesoie per tagliare la rete del cantiere. Poi entravano in campo i blu, consentendo ai «compagni» di arretrare e prendere fiato dai lacrimogeni della polizia.
Rivedendo alla moviola il film di quel pomeriggio sembra di leggere tutta la «grammatica» dell’attacco. Studiarla nei dettagli sarà fondamentale per future azioni di contrasto da parte delle forze dell’ordine. Il «blocco nero» ha usato anche dei messaggi in codice. Segni convenzionali, come alzare uno, due o tre dita della mano. Un po’ come si fa nel football americano. Quando era necessario darsi la voce hanno fatto ricorso a dei nomi in codice: «Puma», «Sandokan», «Brufen», «Salve».
Alcune disposizioni invece venivano date in inglese. Tra gli incappucciati c’era anche chi aveva il compito di prendere con le mani protette dai guanti i lacrimogeni della polizia e buttarli in un grosso contenitore di vetro, come quelli per il vino o l’olio, con la scritta «spegnitore».Seguendo da vicino l’assalto, per alcuni aspetti l’impianto organizzativo era perfettamente intellegibile da subito.
Di supporto alle squadre che lanciavano sassi e bottiglie incendiarie c’era anche un servizio di assistenza sanitaria.
«Crocerossini» che stavano nelle retrovie. Zaini in spalla con la scritta «Pso»: pronto soccorso operativo. All’interno farmaci, garze, disinfettanti. E soprattutto gli spruzzini con una miscela di Maalox che contrasta gli effetti dei gas lacrimogeni. Ultimo dettaglio: al suo interno il «blocco nero» aveva dei fotografi embedded, per immortalare le azioni di guerriglia da pubblicizzare poi sui social e fare opera di proselitismo. Alcune comunicazioni sarebbero avvenute con ricetrasmittenti.
Ma non è solo dal vestiario che emerge la grande capacità tattica del «blocco nero».
Pianificati anche i diversivi per tenere nascosti gli incappucciati, prima che diventassero tali. (…) All’interno dei boschi sono quindi scattati i diversivi per tenere impegnate le forze dell’ordine su più fronti. A Chiomonte sarebbe stata decisiva la collaborazione di esponenti di Askatasuna che avrebbero tenuto occupata la polizia all’ingresso principale, mentre il «blocco nero» violava il cantiere dal lato opposto dei mulini.
Quanto successo in Val di Susa conferma che gli eredi dei «Black bloc» si muovono su scala europea. Fondamentale il ruolo dei francesi.
Gruppi affiatati e attenti a vivere nell’ombra. A distanza pare comunichino su «Signal», difficilmente intercettabile dalle forze dell’ordine.
Ma forse c’è anche una dinamica tutta piemontese. La guerriglia di sabato sembra una risposta allo sgombero del centro sociale Askatasuna. Non è un caso che non ci sia stata alcuna presa di distanze dal «blocco nero». Come non è un caso che proprio a Venaus sia rimasta una sorta di ridotta di montagna del centro sociale. Più attivo che mai. Soddisfatto per la «vittoria» di Chiomonte.
Ma anche per aver costretto le forze dell’ordine ad un enorme impiego di risorse per vigilare sui locali sgomberati di corso Regina Margherita, a Torino. Secondo il sindacato di polizia Siap per presidiare gli ingressi ed evitare che venga nuovamente occupato si sarebbero spesi 6,5 milioni in sei mesi, «31 mila euro al giorno per vigilare su un immobile vuoto».
(da Corriere della Sera)
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