GADI EISENKOT HA RICEVUTO L’INCARICO DAL PRESIDENTE ISSAC HERZOG DI FORMARE IL NUOVO GOVERNO ISRAELIANO, MA L’EX GENERALE DEVE TROVARE UNA MAGGIORANZA CHE ANCORA NON C’È. IL LEADER DEL PARTITO “YASHAR” HA 28 GIORNI PER RAGGIUNGERE UN ACCORDO: IL SUO “BLOCCO DEL CAMBIAMENTO” DISPONE DI APPENA 48 SEGGI, CONTRO I 61 NECESSARI, MENTRE I PARTITI ARABI NE HANNO 19 E GLI ULTRAORTODOSSI 13
I SUOI ALLEATI DI DESTRA NON VOGLIONO DIPENDERE DAI VOTI ARABI, MENTRE GLI ULTRAORTODOSSI NON VOGLIONO ACCETTARE IL SERVIZIO MILITARE O CIVILE OBBLIGATORIO (UNO DEI CAVEAT PER PARTECIPARE ALLA COALIZIONE DI EISENKOT)
Gadi Eisenkot ha il mandato per formare il nuovo governo di Israele. Il presidente Isaac Herzog, al termine delle consultazioni e dopo due giorni di riflessioni, ha scelto lui. Oggi alle 17 riceverà nella sua residenza di Gerusalemme il leader di Yashar e capofila del Blocco del cambiamento, per il conferimento dell’incarico. Da quel momento in poi, […] il candidato premier ha 28 giorni (con possibilità di proroga di altri 14) per presentare la squadra dei ministri.
Tuttavia, si apre ora una fase dall’esito per nulla scontato. Dalle elezioni del 27 ottobre, infatti, non è uscita una maggioranza definita: l’eterogeneo Blocco, di cui l’ex generale 66enne è capofila, ha 48 seggi; la coalizione di destra di Netanyahu 53; le liste arabe 19. Per avere la certezza della governabilità ne servono almeno 61, oppure c’è la possibilità del governo di minoranza, ma con garanzie di appoggio esterno dei partiti arabi.
Netanyahu, il più longevo primo ministro israeliano, è consapevole di quanto sia complicata, per lui, la situazione e infatti gioca l’ultima carta su un tavolo a lui sfavorevole. «Chiedo la formazione di un governo di unità nazionale che comprenda tutti i partiti del campo nazionale e tutte le forze politiche sioniste che vogliano proteggere il nostro Paese, l’unico Stato del popolo ebraico», dichiara in un videomessaggio alludendo al fatto che dovrebbero farne parte anche le formazioni estremiste di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Aggiunge: «È necessario per eliminare definitivamente la minaccia nucleare iraniana».
Prima ancora che il Capo dello Stato chiamasse Eisenkot per comunicargli la sua scelta, da Yashar, il partito dell’ex generale, è arrivata la risposta all’invito di Netanyahu tramite un lungo post sui social. […] «Il governo di emergenza che formerà Eisenkot includerà solo partiti e membri della Knesset che sostengono i quattro principi, tra cui il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica e l’impegno per la distruzione del suo potere militare e amministrativo. Netanyahu, che ha fallito in questo, certamente non predicherà tale impegno».
Poi l’apertura, che assume però i toni di una proposta provocatoria che il premier uscente non può accettare: «Se il Likud e i suoi alleati vogliono improvvisamente l’unità, sono benvenuti a dichiarare lo scioglimento dell’alleanza con gli estremisti, l’accettazione dei quattro principi e la disponibilità a entrare in un governo sotto il primo ministro Eisenkot». Dunque non l’alternanza auspicata da Netanyahu, che gli permetterebbe di proteggersi dai processi per corruzione in cui è imputato e anche dalla giustizia internazionale.
Fino a quando non c’è il voto di fiducia, l’attuale governo resta in carica in modalità provvisoria, con l’autorità di fare una guerra
Per la prima volta nella sua storia, Israele può avere un primo ministro mizrahi. Termine che significa «orientale», per anni usato come un dispregiativo dall’elite ashkenazita di origine europea. […]
Gadi Eisenkot, 66 anni, ex Capo di Stato maggiore dell’Idf, nato a Tiberiade da genitori originari del Marocco, cresciuto a Eilat, ha la possibilità che nessun altro mizrahi ha mai avuto: scalzare dalla poltrona del premier l’uomo che ci è stato seduto per 19 anni, chiudendo l’era di Benjamin Netanyahu.
Il suo Blocco del cambiamento — un campo largo, anzi larghissimo e non certo di sinistra, che tiene insieme i Democratici di Yair Golan ed esponenti di destra come Naftali Bennett e Avigdor Lieberman — ha ottenuto 48 seggi: sono pochi anche per un governo di minoranza. L’ex generale però vuole cominciare da lì, dai quattro partiti che si sono presentati uniti
Si apre dunque una fase articolata, fatta di colloqui segreti, proposte che fino a poco tempo fa sembravano indicibili, come l’apertura di Lieberman agli ultraortodossi, e trattative segrete per valutare di che sostanza è fatta l’offerta di appoggio esterno arrivata dai partiti arabi, auto-dichiaratisi, forse troppo frettolosamente, ago della bilancia, con i loro 19 seggi conquistati alla Knesset.
E guai a dare Netanyahu per politicamente morto, un errore fatto tante volte in passato: la ripresa della guerra all’Iran può ribaltare lo scenario. Che però ora è in mano all’incaricato Eisenkot. Il leader di Yashar, […] è tutt’altro che colomba, essendo il teorico della “dottrina Dahieh” che ammette l’impiego di forza sproporzionata per distruggere anche infrastrutture civili, ha posto quattro condizioni per definire il perimetro della sua coalizione:1) riconoscimento di Israele come Stato ebraico e democratico; 2) accettazione dei valori della Dichiarazione d’indipendenza israeliana; 3) obbligo di servizio per tutti, militare, nazionale o civile; 4) riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica e impegno a smantellarne il potere militare e di governo. Sono paletti che impediscono un esecutivo coi partiti arabi, a meno che Mansour Abbas, capo di Ra’am (islamisti moderati) non trovi un compromesso con Eisenkot.
Lieberman, però, si è messo di traverso, non vuole neppure l’appoggio esterno delle liste arabe.
Ecco perché il presidente Herzog ci ha pensato due giorni prima di conferire a Eisenkot il mandato: giovedì, al termine delle consultazioni, aveva parlato di «quadro non totalmente chiaro», e di «veti incrociati» che mettono a rischio la governabilità.
Ed ecco anche perché stanno cercando un’alternativa, con colloqui riservati tra esponenti del Blocco, in particolare dell’ala più a destra facente capo a Lieberman, e i rabbini, per capire se ci sono margini per una riforma del servizio militare e civile che convinca i partiti ultraortodossi a passare nella coalizione di Eisenkot.
Due le ipotesi al vaglio. La prima è istituzionalizzare il servizio civile obbligatorio per i religiosi che non vanno sotto le armi, soluzione in parte evocata nella terza condizione posta da Eisenkot e che, a quel punto, si applicherebbe anche agli arabi israeliani. Nel programma politico di Ra’am è prevista, ma su base volontaria.
Altra possibilità è riprendere il progetto di legge sulla coscrizione presentato da Lieberman nel 2018, quando era ministro della Difesa: prevedeva un sistema basato su obiettivi progressivi di reclutamento degli studenti delle scuole religiose, anziché sull’imposizione immediata della leva, senza sanzioni personale per chi non si arruola, e sanzioni economiche alle scuole che mancano gli obiettivi di reclutamento ma solo dopo tre anni. Allora i partiti ortodossi respinsero il progetto.
Che accettino oggi non è affatto detto. Nelle consultazioni, Shas (6 seggi) ha indicato Netanyahu come premier, a differenza di Ebraismo della Torah Unito (7 seggi) che non ha raccomandato nessuno. Inoltre il rabbino Moshe Maya, voce molto ascoltata dentro Shas, si è espresso contro l’ipotesi di passare con Eisenkot. Ma non è impossibile.
(da Repubblica)
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