GIORGETTI VA ALLA DISPERATA RICERCA DEL TESORETTO- IL PROSSIMO 22 SETTEMBRE L’ISTAT PRESENTERÀ I DATI AGGIORNATI SUI CONTI PUBBLICI: SE IL RAPPORTO DEFICIT/PIL SCENDERÀ SOTTO LA FATIDICA SOGLIA DEL 3%, L’ITALIA POTRÀ USCIRE DALLA PROCEDURA D’INFRAZIONE EUROPEA. E QUESTO SI TRADURREBBE IN 8-10 MILIARDI DI EURO IN PIÙ DI FONDI PER LA MANOVRA PRE-ELETTORALE
UN MALLOPPO CHE LA MELONI PUNTA A IMPIEGARE COME UNA SPINTA DECISIVA IN VISTA DEL VOTO
C’è una data cerchiata in rosso a Palazzo Chigi: il 22 settembre. Non per l’inizio dell’autunno, semmai guardando alle elezioni del 2027. Quel giorno, l’Istat presenterà i dati aggiornati sui conti pubblici. E darà risposta a questa domanda: l’Italia è riuscita nel 2025 a restare sotto la fatidica soglia del 3% nel rapporto tra deficit e prodotto interno lordo?
Alcuni mesi fa, la prima valutazione era stata negativa. Questa è la sentenza di appello. Fondamentale, perché da questa percentuale dipende la possibilità di uscire o meno dalla procedura per deficit eccessivo.
Vige una cautela doverosa e nessuno si sbilancia. Anche perché l’ultima parola sarà comunque di Eurostat, che però di norma non sconfessa le valutazioni degli istituti di statistica nazionali. E dunque, Palazzo Chigi come detto ci spera.
Tagliare il traguardo, così hanno stabilito Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti negli ultimi giorni, determinerebbe un effetto considerato fondamentale in vista delle prossime elezioni: garantirebbe all’esecutivo un tesoretto di 8-10 miliardi. A Palazzo Chigi è già stato valutato anche cosa fare di questo denaro: misure per il ceto medio, una spinta decisiva in vista del voto. Già in manovra, per convincere gli elettori a votare di nuovo a destra.
Da cosa nasce il calcolo sui potenziali 8-10 miliardi? Dalla flessibilità su energia e difesa che l’Italia ha appena chiesto all’Europa. Una fiche da 33 miliardi, la maggior parte dei quali sarà impegnata quest’anno e il prossimo, prima del voto. La campagna elettorale non può entrare dentro questo perimetro: i soldi vanno impiegati per misure strutturali, non per tagliare le accise sui carburanti o ridurre il costo delle bollette.
Ma nell’idea del governo, la flessibilità può diventare, seppure in parte, il contenitore dove travasare progetti che oggi sono incasellati nel bilancio nazionale. Spostando una parte di questi sul serbatoio della flessibilità si liberebbero risorse da impiegare per interventi come il taglio delle tasse.
Così facendo l’Italia rispetterebbe il tetto della spesa primaria netta, l’indicatore unico che la Commissione prende a riferimento per monitorare il rispetto del Patto di stabilità da parte degli Stati membri della Ue. Per le stesse ragioni, l’impatto sul deficit sarebbe nullo. Di fatto è un win-win.
Uscire dal controllo continentale sul 3% presenta però anche un altro enorme vantaggio: permette a un Paese di attivare la cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale su energia e difesa, che garantisce flessibilità sui conti per le capitali virtuose che investono in progetti innovativi. È una partita di giro da costruire con l’Europa, perché non di facile attuazione.
E tenendo conto proprio di questo aspetto, la premier calibrerà anche la data delle prossime elezioni. Gli interventi fiscali hanno bisogno di qualche mese per avere effetto. Poter sfruttare una decina di miliardi potrebbe allungare almeno di un po’ il destino della legislatura.
(da agenzie)
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