“NON POSSO FAR CADERE IL GOVERNO IN QUESTO MODO”. MELONI CEDE A FORZA ITALIA E LEGA SULLA LEGGE ELETTORALE E NON VOTA CON IL CENTROSINISTRA PER LE PREFERENZE LIBERE (ALLA FACCIA DELLA TANTO DECANTATA “COERENZA”)
MA IL PASTICCIACCIO SUL MELONELLUN RIVELA LA FAIDA TRA I CAMERATI DI ITALIA: I FEDELISSIMI DELLA DUCETTA SONO INCAZZATISSIMI CON LA RUSSA PER LA SCELTA DEL PRESIDENTE DEL SENATO DI RIAPRIRE ALLE MODIFICHE SULLA LEGGE ELETTORALE: “LA FIGURACCIA SI POTEVA EVITARE”… A ‘GNAZIO NON E’ ANDATA GIU’ L’APERTURA DI UN PEZZO DI FDI ALLA CANDIDATURA A SINDACO DI MILANO DI MATTEO PEREGO, SOTTOSEGRETARIO FORZISTA. LA RUSSA PUNTAVA SU LUPI, CASSATO DAGLI AZZURRI E DA MELONI CHE CALDEGGIA UNA FIGURA DELLA SOCIETÀ CIVILE. IL MAI PALUDATO PRESIDENTE DEL SENATO RIBADISCE ALLE SORELLE MELONI CHE SOTTO LA MADUNINA COMANDA LUI
Tra una battaglia di «coerenza» e qualche altro mese a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni accende la seconda. Ha tentennato, anche se adesso dalla sua cerchia lasciano filtrare che fosse solo tattica. Ha masticato amaro, conoscendo la voglia di Roberto Vannacci di inchiodarla per questa retromarcia.
Ha anche valutato la possibilità di piegare gli alleati, talmente deboli da minacciare senza spaventare troppo. Ma quando infine, a metà mattinata, risente al telefono Antonio Tajani e Matteo Salvini, la premier tocca con mano una circostanza ovvia in realtà fin dal primo istante di questa storia: se FdI avesse votato con il centrosinistra per le preferenze libere, Forza Italia e Lega avrebbero reagito. Affossando la legge e mettendo a rischio l’esecutivo. Il giro di chiamate va così. Comincia con la leader dei Fratelli innervosita, che non vorrebbe «fare un regalo» ai dem. E gli alleati che le ripetono: «Ma poi non reggiamo i gruppi». Dunque, la premier conviene: «Non posso far cadere il governo in questo modo», il senso del ragionamento.
Qualcosa di grave, anzi, è accaduto dentro FdI. E qui ci si avventura in un terreno ostico, che ruota attorno alle mosse di La Russa. Dalla cerchia di Meloni, trapela una certa irritazione per le scelte del presidente del Senato, l’unico ad avere la forza politica e l’esperienza per decidere in autonomia, se necessario. «I subemendamenti di Pd e 5S ammessi da Ignazio, erano stati dichiarati inammissibili in commissione Affari costituzionali, si poteva fare lo stesso in Aula…», viene ricordato a mezza voce.
La «figuraccia» si poteva «evitare».
Aprire ai subemendamenti non sarebbe stato un modo per colpire la premier, ma un atteggiamento dialogante con le opposizioni, in qualche modo sfuggito di mano.
Ma c’è anche chi fa notare una strana sincronia: in questi giorni un pezzo di FdI sta sostenendo la candidatura a sindaco di Milano di Matteo Perego di Cremnago, sottosegretario forzista.
La Russa, come noto, puntava su Maurizio Lupi, cassato dagli azzurri perché, a parole, chiedevano una figura della società civile. La Russa su Perego non si è ancora espresso, ma per capire cosa pensi si possono leggere le parole di Daniela Santanchè, sua storica alleata nelle dinamiche lombarde: «Tramontano i candidati civici, quante chiacchiere inutili». I rapporti tra alleati si sono ulteriormente guastati, nelle ore del pasticcio sulle preferenze. Lo dimostrano gli scambi tra i meloniani e la ministra berlusconiana Elisabetta Casellati. I colonnelli di FdI, nel vertice di maggioranza di ieri in una saletta del Senato, le hanno chiesto di «rimettersi all’Aula», come poi è avvenuto, sui subemendamenti dem. La titolare delle Riforme sulle prime si è opposta: «Darò parere contrario».
Solo dopo avere sentito Tajani si è convinta. Altre tensioni si sono registrate sulla cancellazione della norma “anti-cespugli”, che sottraeva dal calcolo per il premio di maggioranza i voti dei piccoli partiti sotto al 3%, ad eccezione del miglior perdente: la ministra forzista l’avrebbe voluta conservare, anche se ridotta. FdI ha fatto muro, anche perché, le è stato detto, «il Colle altrimenti non firma».
In questo clima, nessuno esclude un passo falso della maggioranza alla Camera in occasione del voto finale sul testo, a metà ottobre. Voto segreto, a Montecitorio. Sottovoce, uomini vicini a Meloni continuano a disegnare scenari diversi da quanto emerge sulla superficie.
La premier, secondo queste fonti, accetterebbe il rischio. Forse addirittura armerebbe la mano di qualche deputato per essere certa del fallimento della riforma. Per tenersi il Rosatellum, dichiarare chiusa la legislatura e votare nei primi mesi del ‘27. Nessuna delle mosse pubbliche di queste settimane conferma questa previsione. Le ultime ventiquattr’ore, però, alimentano qualche sospetto.
(da agenzie)
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