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IL MEDITERRANEO SI PREPARA AD UN’ESTATE DI MORTE MENTRE L’ITALIA CHIUDE GLI OCCHI

IL NOSTRO PAESE FINANZIA UNO STATO DI TRAFFICANTI TRAVESTITI DA GUARDIA COSTIERA

Non parliamo dopo. Parliamo, e scriviamo, prima. Quella che si sta preannunciando è una estate di morte nel Mediterraneo. Le avvisaglie ci sono tutte.
Ancora una tragedia nel Mediterraneo. Cinquanta migranti sarebbero morti al largo della Libia nel naufragio di un barcone. E’ quanto riferisce la Mezzaluna Rossa libica, citata in un tweet da Al Arabiya.
Precedentemente, l’Oim, l’agenzia dell’Onu per le migrazioni aveva riferito della morte di almeno 11 persone dopo che il gommone su cui viaggiavano era affondato. A bordo di quest’ultimo vi erano in tutto 24 migranti, erano diretti in Europa.
Oltre 700 migranti sono stati riportati in Libia negli ultimi giorni, “solo per finire in detenzione arbitraria” afferma Tarik Argaz, portavoce dell’Unhcr in Libia.
Le Ong avevano chiesto l’intervento di mercantili che erano stati inviati sul posto. Davanti al Paese africano ieri è avvenuto l’ennesimo naufragio con 11 corpi recuperati e 12 migranti tratti in salvo.
Inerzia complice
La sensazione”, dice il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello, è che “con l’arrivo della bella stagione ci saranno sbarchi di massa”, perché “da qualche settimana ha ripreso impulso la rotta libica con barconi carichi di migranti” mentre “di barchini con tunisini a bordo se ne vedono meno”. In poche ore sabato nell’hotspot si è toccato il picco di 723 persone, a poco a poco il centro è stato svuotato: 274 migranti sono stati trasferiti nella nave quarantena Allegra, che si trova in rada, e altri 190 sono stati portati col traghetto, stamattina, a Porto Empedocle e poi nel centro di Caltanissetta.
E un motoveliero con a bordo una sessantina di migranti è stato intercettato domenica da mezzi navali della Guardia di Finanza al largo del Capo di Leuca. A bordo anche 7 donne e 13 minori, alcuni dei quali molto piccoli. L’imbarcazione è stata condotta nel porto di Santa Maria Leuca dove i migranti sono stati soccorsi dai volontari della Croce Rossa e dai medici.
E ieri la Guardia costiera tunisina è riuscita a salvare 172 migranti di nazionalità africana, che si trovavano in rotta verso le coste europee a bordo di un gommone, a nord di Zaouia. Dell’episodio riferisce anche l’Oim in Libia su Twitter scrivendo che ieri “172 migranti, tra cui donne e bambini, sono stati rimpatriati in Libia dalla guardia costiera. Le nostre squadre hanno fornito assistenza di emergenza a oltre 600 migranti intercettati nelle ultime 48 ore. Ribadiamo che la Libia non è un porto sicuro“.
Diritto violato
Scrive Fabio Albanese, corrispondente de La Stampa da Catania: “La vicenda dei 95 migranti riportai nella notte nella base di Abu Sitta, a Tripoli, ha dei risvolti che si possono configurare come violazioni alle norme internazionali sul soccorso in mare. Il barcone chiedeva aiuto dal giorno del primo maggio. Ieri mattina Alarm Phone aveva anche diffuso la registrazione di una drammatica telefonata con cui i migranti chiedevano di fare presto perché la barca era con il motore guasto e alla deriva e a bordo c’era paura e panico: «Temiamo di morire tutti, aiutateci!», il grido lanciato da qualcuno a bordo, in lacrime. La Guardia costiera libica, responsabile di quel tratto di mare che è zona Sar (di ricerca e soccorso) di sua competenza, aveva chiesto aiuto all’Mrcc di Roma affinché inviasse sul posto le navi mercantili che fossero state più vicine. Cosa che Roma ha fatto. Ma le due navi, una petroliera e un rimorchiatore a servizio delle piattaforme petrolifere della zona, dopo aver raggiunto la barca non sono intervenute pure restandole accanto per ore.
Il motivo, all’inizio un timore per i migranti, si è concretizzato nella notte quando è apparsa una motovedetta libica: le navi hanno dunque sorvegliato il barcone in attesa che i libici riportassero indietro i naufraghi: «La guardia costiera libica sta rimpatriando in Libia circa 80 persone. Non possiamo ancora confermare che questo sia lo stesso gruppo accanto alla Vos Aphrodite. Se è così, sarebbe inaccettabile. Speriamo ancora che questi migranti possano essere salvati dalle barche europee nelle vicinanze e portati in un porto sicuro», aveva avvertito poco prima il portavoce Oim per il Mediterraneo, Flavio Di Giacomo.
Le cose sono andate proprio come si temeva e questi 95 sono gli ultimi dei circa settemila migranti riportati indietro dalla Guardia costiera libica da inizio anno (erano stati 11mila in tutto il 2020), 700 dei quali solo negli ultimi giorni”.
I migranti in Libia
Si stima che circa 1,3 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria in Libia. Le famiglie sfollate, le persone rifugiate e migranti sono tra le più vulnerabili e a rischio sicurezza in un paese che è diviso internamente da fazioni contrastanti e differenze inter-tribali.
Di questi 1,3 milioni, 348 mila sono minori, bambini e bambine che hanno urgente bisogno di ogni genere di sostegno per poter vivere dignitosamente.
Circa 393 mila sono sfollati interni e più di 43 mila sono rifugiati e richiedenti asilo che provengono principalmente dall’Africa sub-sahariana. Persone, spesso anche minori soli non accompagnati, che affrontano viaggi estenuanti, dove il rischio di non arrivare a destinazione, che non è la Libia bensì l’Europa, è altissimo.
Scrive Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera: “Nel suo rapporto sui diritti umani, Amnesty International scrive che nel 2020 la guardia costiera libica ha «intercettato in mare 11.891 rifugiati e migranti, riportandoli indietro sulle spiagge libiche, dove sono stati sottoposti a detenzione arbitraria e indefinita, tortura, lavoro forzato ed estorsione».
Ma neppure questi conti vergognosi tornano. Il capo missione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), Federico Soda, osserva che se gli ospiti dei campi ufficiali sono circa quattromila, mancano all’appello ottomila dei migranti catturati solo lo scorso anno. Alcuni vengono assistiti nei programmi dell’Unhcr o dell’Oim. Ma ne risultano svaniti ancora troppi.
«Dobbiamo pensare che vengano trasferiti in campi non ufficiali, di cui nessuno conosce il numero», dice Soda. Di recente la Brigata 444 ha fatto irruzione nei centri clandestini di Bani Walid, liberando profughi torturati e stuprati, per ricondurli nel circuito formale. Ma la differenza tra strutture legali e illegali in Libia spesso è solo burocratica. E talvolta il percorso è inverso.
Scrive Amnesty: «A migliaia sono sottoposti a sparizione forzata, dopo essere stati trasferiti in luoghi di detenzione non ufficiali, compresa la ‘Fabbrica del Tabacco’ di Tripoli, sotto il comando di una milizia affiliata al Gna (il governo nazionale). Di loro non s’è saputo più nulla».
Già dai rapporti Onu del 2018 era noto come profughi e migranti fossero catturati, seviziati e ricattati da gang spesso «parastatali», nelle quali confluivano banditi e funzionari governativi.
Già da allora la famosa guardia costiera libica veniva definita alla stregua di una confraternita di pirati. A settembre dell’anno scorso l’Unhcr ha rilasciato una nota formale in cui si rigetta la nozione della Libia come posto sicuro di sbarco e «si invitano gli Stati a trattenersi dal rimandare in Libia qualsiasi persona salvata in mare».
Nella mappa dei luoghi più mortali per i migranti in Africa, subito dopo il deserto tra Niger e Libia c’è la costa libica, con Bani Walid, Sabratha, Zuwara e Tripoli. E, appena venerdì scorso, l’Alto commissario Filippo Grandi è tornato a sollecitare «la fine delle detenzioni abusive», auspicando che «la nuova amministrazione libica dia segnali più forti di voler bloccare lo sfruttamento di migranti e rifugiati» (non va certo in questo senso la recente scarcerazione e promozione a maggiore della guardia costiera del trafficante Bija)”.
Finanziati i lager
Il 28 gennaio scorso, l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) ha presentato un esposto alla Corte dei Conti chiedendole di indagare sulla destinazione di alcuni fondi pubblici italiani in Libia, destinati alle ong, ma che potrebbero essere finiti nelle mani o a beneficio delle milizie che gestiscono i centri di detenzione per migranti, dove avvengono torture e soprusi.
La vicenda era stata sollevata dalla stessa Asgi nell’estate scorsa, quando aveva rilevato numerose criticità circa l’utilizzo di quei fondi. Ora l’associazione di giuristi interessa la magistratura italiana per fare chiarezza.
“Sebbene i centri libici siano universalmente ormai riconosciuti come luoghi di tortura e mortificazione della dignità umana – scrive Asgi – il Governo italiano non ha condizionato l’attuazione degli interventi ad alcun impegno alle autorità di Tripoli di migliorare in modo duraturo la condizione degli stranieri detenuti».
L’esposto di Asgi solleva dubbi sulla destinazione effettiva dei beni e dei servizi erogati, anche in luce del divieto del Ministero per il personale italiano di recarsi in Libia.
In particolare, i soldi pubblici italiani potrebbero essere stati utilizzati per rafforzare le recinzioni dei centri e per altre opere che poco o nulla hanno a che fare con la cooperazione internazionale.
“Tutto nasce – spiega l’avvocato Alberto Pasquero di Asgi sintetizza la vicenda: dalla stipula del Memorandum Italia-Libia del febbraio 2017. I progetti di cui parliamo sono stati approvati pochi mesi dopo, sono sei milioni di euro, tutti destinati ad attività all’interno dei centri di detenzione libici”.
I progetti sono stati attuati da una serie di ong italiane, che per ragioni di sicurezza non intervenivano direttamente coi propri operatori, ma hanno subappaltato ad ong libiche gli interventi.
Questi ultimi hanno riguardato azioni umanitarie, come la costruzione di aree ludiche per i bambini reclusi o la donazione di latte in polvere alle madri, dall’altro lato, però, ci sono anche attività inquietanti, come la manutenzione stessa dei centri o il rafforzamento dei cancelli.
Asgi mette in dubbio anche la natura degli interventi umanitari, perché agiti in quel modo e in quei contesti finiscono per legittimare il sistema di detenzione dei migranti.
Di sicuro, però, la realizzazione di opere per il mantenimento dei centri presenta un’ulteriore gravità, anche e soprattutto perché quelle risorse, più o meno direttamente, potrebbero essere finite nelle tasche delle milizie.
“I rendiconti delle ong sono in molti casi abbastanza approssimativi – sottolinea Pasquero – per cui non possiamo escludere che quelle risorse siano finite alle milizie, anche per il fatto che si tratta di carceri, nei quali non si entra senza il consenso di chi li gestisce”.
Alla Corte dei Conti, dunque, Asgi chiede di approfondire e verificare se vi siano stati danni erariali e di immagine per lo Stato italiano. «Questi soldi sono stati stanziati per la cooperazione e lo sviluppo – conclude Pasquero – e ce li vediamo spesi per mantenere in funzione dei carceri che sono intrinsecamente inumani».
La “nuova” Libia
Rimarca Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia: “In Libia violenze e atrocità non colpiscono solo i migranti e i rifugiati, ma anche la popolazione autoctona. Non è una novità, dato che i dieci anni seguiti alla fine della dittatura di Gheddafi sono stati segnati da arbitrio, assenza di legge, conflitti interni e dominio delle innumerevoli milizie armate.
A ricordare come stanno le cose nell’est del paese è una denuncia di Amnesty International. Vi si legge che chiunque sia sospettato di esprimere critiche od opposizione alle Forze armate arabe libiche che rispondono al comando di Khalifa Haftar rischia l’arresto, la tortura, un processo irregolare in corte marziale, il carcere e persino la morte.
Va sottolineato che nonostante il 10 marzo sia stato proclamato un governo di unità nazionale e sia stata sancita nominalmente l’unificazione delle istituzioni libiche, nell’est della Libia il potere continuano a esercitarlo le Forze armate arabe libiche di Haftar e le milizie loro alleate. Di fronte ai giudici militari finiscono giornalisti, manifestanti pacifici, utenti dei social e difensori dei diritti umani. Tra il 2018 e il 2021 sono state emesse almeno 22 condanne a morte e centinaia di persone sono state condannate a pena detentiva, in molti casi dopo aver subito torture: isolamento prolungato per mesi se non anni, percosse, minacce di morte e di stupro e “waterboarding” (la simulazione di annegamento).
I processi celebrati dai tribunali militari sono una vera e propria farsa: molti imputati hanno riferito di non aver potuto incontrare il proprio avvocato durante il periodo di detenzione preventiva e, in alcuni casi, anche durante le udienze. In molti casi, fino alla prima udienza gli imputati non sanno esattamente di cosa siano accusati, non hanno accesso ai fascicoli e alle prove a loro carico e, una volta terminato il processo, non ricevono le motivazioni della sentenza.
La completa mancanza d’imparzialità dei giudici è resa evidente dai loro ruoli, passati e presenti, all’interno delle Forze armate arabe libiche”.
E Roma finanzia questo Stato dei trafficanti travestiti da guardie (costiere).
(da Globalist)

This entry was posted on lunedì, Maggio 3rd, 2021 at 22:11 and is filed under criminalità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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