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DAL BARONE NERO AL «FIGLIO D’ARTE» LA GRANDE PESCA A DESTRA DI VANNACCI

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

LA CORTE DEI MIRACOLI RECLUTATA DA VANNACCI

Venghino, signori, venghino. In Futuro nazionale c’è posto per tutti. Almeno per ora. Il generale ha aperto al reclutamento senza test psicoattitudinali né richieste di giuramento. Per Roberto Vannacci la selezione avverrà dopo.
Sa che il numero è potenza. Quello dei sondaggi che lo danno vicino al 5%, ma soprattutto quello degli iscritti (e siamo sulla soglia dei 100 mila) e dei rappresentanti nelle istituzioni.
I parlamentari arruolati sono quattro (Emanuele Pozzolo, Edoardo Ziello, Laura Ravetto e Rossano Sasso) ma già nella giornata di oggi ne dovrebbero arrivare altri quattro. L’annuncio è previsto in una conferenza stampa a Viareggio. Un gradino sotto ci sono i consiglieri regionali.
E anche su questo fronte, Futuro nazionale alla vigilia della sua prima assemblea nazionale (a Roma il 13 e 14 giugno) può schierarne quattro: il più noto è Massimiliano Simoni, vero braccio destro del generale, unico superstite dei 9 consiglieri leghisti alle elezioni in Toscana del novembre scorso, subito pronto a seguire Vannacci nella nuova avventura politica
E poi, tra quelli della prima ora, c’è il veneto Stefano Valdegamberi, putiniano di ferro, anche lui ex leghista, scatenato reclutatore di adepti tra le campagne e i vigneti del suo territorio
In Lombardia i colonnelli vannacciani sono due (presto ne dovrebbe arrivare un terzo): Pietro Macconi, una lunga storia a destra dal Msi fino a FdI, e Luca Ferrazzi, già in An e poi nelle liste civiche di Roberto Maroni e Letizia Moratti.
Il bacino d’utenza è prevalentemente quello di chi si dice deluso da Lega e Fratelli d’Italia, ma non mancano anche fuoriusciti di Forza Italia. La «campagna acquisti»
sta funzionando egregiamente in Veneto. Con alcune sorprese, come l’adesione di Stefano Gentilini, figlio di Giancarlo, il mitico «sceriffo» leghista di Treviso.I transfughi da queste parti sono parecchi. Ecco gli ex consiglieri regionali Joe Formaggio (FdI, famosa una sua foto con mitra in braccio), Luciano Sandonà (ex leghista, passato a FdI, non rieletto), Mariangelo Foggiato (indipendentista). C’è anche l’ex sottosegretario in quota An-FdI Luca Belotti.
Futuro nazionale può contare su due sindaci a Verona: Roberto Brizzi (Bussolengo) e Luciano Alberti (San Mauro di Saline). Al momento, ci sono solo altri due sindaci vannacciani: Mauro Giannini (Pennabilli, noto per le sue camicie nere), Francesco Garofano (Millesimo) e Claudio Cavallo di Stellanello (Savona).
In Lombardia il generale può fare affidamento sull’ideologo di destra Roberto Longhi Javarini, il «Barone nero», sull’ex consigliere regionale di Lega e Fi Max Bastoni ma anche su una vecchia conoscenza del Carroccio che fu: Pier Gianni Prosperini (quello del famoso «Ciapa el camel» rivolto agli immigrati).
A Vigevano l’ex assessore leghista Furio Suvilla non è riuscito ad andare al ballottaggio ma con il suo 14% ha attirato le luci dei riflettori.
A Terni si è arruolato Orlando Masselli (già candidato sindaco di FdI sconfitto da Stefano Bandecchi), a Genova Francesco Maresca (assessore nella giunta di Marco Bucci e ora consigliere di opposizione), a Novara i consiglieri comunali Mauro Gigantino, Maurizio Nieli e Michele Ragno. Con Vannacci anche l’ex parlamentare campano Franco Cardiello (già senatore Pdl).
(da agenzie)

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IL CAPITANO SALVINI PROVA IN TUTTI I MODI A RIMETTERE INSIEME I PEZZI DEL CARROCCIO ANNUNCIANDO LA NOMINA A VICESEGRETARIO DI LUCA ZAIA. DI FATTO È UN’AMMISSIONE CHE LA LINEA “VANNACCIANA” SCELTA DALL’EX TRUCE DEL PAPEETE È STATO UN FALLIMENTO

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

MA L’EX DOGE NON HA NESSUNA INTENZIONE DI FARE LA FOGLIA DI FICO DI SALVINI E PUNTA SEMPRE AL DOPPIO PARTITO FEDERALE SUL MODELLO TEDESCO DELLA CDU-CSU

Più che un congresso per eleggere un vicesegretario serve l’abiura del segretario. La trattativa Salvini-Zaia rischia di colorarsi di nero Vannacci, saltare. Si sta “guastando”.
Chi vuole bene a Salvini fa sapere che la trattativa è chiusa con Zaia vicesegretario (l’altro è Fedriga), chi sente Zaia dice che non lo è affatto. Risultato? Zaia ha un’occasione per sfilarsi e Salvini di perdere l’ultima spiaggia.
E’ un’operazione tormentata che dovrebbe essere annunciata mercoledì al Federale Lega e prevedere successivamente un congresso non elettivo a settembre.
E’ un’operazione che imporrebbe prudenza e invece Salvini ha scatenato la fiera delle cariche, le anticipazioni. Prima ha riempito d’onore Vannacci, pentendosene, ora dice a Zaia e a Bof e Furgiuele (i due deputati corteggiati da Vannacci): “Cosa volete? Ditemi, e vi do”.
Vannacci ha lasciato Salvini dicendo: “Me ne vado perché mi attaccano i tuoi, mi attacca Zaia”, ma in due anni ha avuto la possibilità di consultare i dati Lega, salire su palchi pagati dalla Lega.
Quanto è costata questa infatuazione, l’investimento Vannacci? Fedriga e Zaia temono ora di fare la foglia di fico di Salvini e Salvini per chiuderla baratta titoli. Il problema è il ruolo che propone, la sua pienezza e la libertà di manovra. Che politica vuole portare avanti?
Salvini ha un’occasione unica per ricominciare ma continua a sbagliare modi e tempi: a Vannacci offriva le rose, a Zaia e Fedriga pensa di poter dare pacche sulle spalle. Ha finora proposto il ritiro della Lega ma dovrebbe iniziare con il mi pento e mi dolgo dei miei Vannacci.
Tutto si può dire, tranne che la nomina di Luca Zaia come vice-segretario della Lega sia normale amministrazione. Salvini ha un certo interesse a farla passare come tale
Solo che non è un mero ritorno alla normalità. In mezzo c’è il fallimento di un progetto politico, il tentativo di trasformare l’anima profonda del leghismo come l’aveva concepita e messa in pratica Umberto Bossi.
Salvini decise di andare oltre e di fare della Lega un partito di estrema destra, costruito sulla riscoperta di una tradizione mai illustrata con chiarezza. Il suo Carroccio, nordista solo sul piano retorico, conservava l’obiettivo formale di un’Italia ricomposta nel mosaico delle “autonomie differenziate”, ma di fatto s’ispirava alla Francia di Marine Le Pen: una nazione centralista con orgoglio e un partito che intende tramandarne il retaggio
E poi c’erano i tedeschi di Alternative, accusati di nostalgie neo-naziste e comunque noti per essere una “quinta colonna” in Occidente della Russia di Putin. Questa è stata la Lega salviniana, con un iniziale successo elettorale che presto si è spento insieme al carattere specifico del movimento.
Il connubio con il generale Vannacci, nominato alla vice-segreteria (proprio la carica a cui oggi è chiamato Zaia), aveva segnato il sigillo sulla svolta immaginata dal cosiddetto “capitano”. Ma è stato anche il primo indizio che il vecchio partito non gradiva la direzione di marcia, per cui serviva una forzatura.
Il resto è cosa nota. Vannacci è rimasto fin quando gli ha fatto comodo e poi se ne è andato a fondare il suo Futuro Nazionale: temi, slogan e ambizioni tipici di una
frangia estremista, compreso l’esplicito sostegno alla guerra del Cremlino in Ucraina. Strada facendo, Salvini ha perso la battaglia.
Il generale gli ha sottratto i consensi nazionalisti, quelli guadagnati con la svolta destrorsa, e adesso non rimane che ripiegare. In fretta. Con Zaia la Lega vuole ritrovare sé stessa, secondo l’inevitabile ritorno alle origini. Non a caso la scelta è caduta sull’ex presidente del Veneto, titolare di un curriculum prestigioso. E di certo non è una figura che arriva per fare il vice come un burocrate qualsiasi.
Zaia al momento maschera la disfatta di Salvini, ma tutti sanno che è stato un critico assiduo della linea “vannacciana”. Solo perché manca un anno alle elezioni va in scena l’abbraccio tra il lombardo e il veneto, ognuno interprete di un modo diverso di essere leghisti post bossiani. Ma se il Carroccio riuscirà a guadagnare un po’ di credibilità e dunque di voti, il merito sarà soprattutto del nuovo vice-segretario e della sua esperienza nordista.
Del resto, solo così la Lega sarà forse in grado di ritagliarsi una funzione nell’alleanza guidata da Giorgia Meloni: ritrovando il rapporto con le “piccole patrie” e con un mondo produttivo piccolo e medio che ha necessità di avere punti di ririmento. Alternative non ce ne sono, visto che la sfida a destra non ha
funzionato. E adesso è tutto da vedere se riuscirà nella versione Vannacci. Nonostante i sondaggi, peraltro contraddittori, i dubbi sono legittimi.
(da il Foglio)

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LA DUCETTA DEVE DECIDERE: SE IMBARCA VANNACCI, ROMPE CON FORZA ITALIA. MARINA BERLUSCONI NON ENTRERA’ MAI IN UNA COALIZIONE IN CUI C’E’ ANCHE L’EX PARA’

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

RONCONE: “E C’È RAGIONE DI CREDERE CHE NON CI SI SAREBBE SEDUTO NEMMENO IL PADRE SILVIO. BASTA RICORDARE LO STORICO DISCORSO SULLA RESISTENZA DEL 2009 AD ONNA. CERTO NON SFUGGE CHE IL 4% DI VANNACCI FA GOLA. LA LEGA LASCIA APERTO UNO SPIRAGLIO A UNA FUTURA ALLEANZA. E LO STESSO FANNO I FRATELLI D’ITALIA. QUESTO IMPONE A MELONI E A SALVINI UNA SCELTA: STARE CON VANNACCI O CON FORZA ITALIA?”

La scena politica italiana è confusa e ingannevole. tanto più cresce il numero dei soggetti al seguito del generale Vannacci, tanto più aumenta la possibilità che Marina Berlusconi, e con lei FI, si allontanino dallo schema che tiene insieme l’attuale coalizione di centrodestra
Cerco di dirla meglio. Vannacci nei sondaggi è dato intorno al 4%. Una vagonata di voti preziosi. Certo, sappiamo che con i sondaggi è meglio essere cauti: però è evidente che l’ex comandante della Folgore ormai non guida più solo un manipolo di arditi. Intorno a lui s’è infatti cominciato a coagulare un movimento di gente che applaude eccitata a ogni suo comizio. Dove il generale non parla solo di remigrazione, ma ondeggia tronfio dentro discorsi in cui calpesta i diritti civili tra razzismo, negazionismo e omofobia.
Ecco il punto: Marina Berlusconi non si siederà mai al tavolo con uno così. E, tra l’altro, c’è ragione di credere che non ci si sarebbe seduto nemmeno il padre Silvio. Guardate: su di lui, sulla sua stagione politica e umana, ciascuno di noi ha maturato un proprio giudizio. Ma è sicuro che il Cavaliere sapesse bene da che parte stare: come, del resto, spiegò con nettezza in quello storico discorso tenuto il 25 aprile del 2009, ad Onna, paese protagonista della Resistenza, a pochi giorni dal tremendo terremoto che aveva devastato l’Aquila e l’Abruzzo.
Anche Marina sa da che parte vuole stare (vedremo poi se scendendo in campo, o restando dietro le quinte). Certo non sfugge che pure agli altri alleati Vannacci crei imbarazzo. Però il suo 4% fa gola. Così la Lega, per bocca di Massimiliano Romeo, lascia aperto uno spiraglio a una futura alleanza. E lo stesso fanno i Fratelli d’Italia, affidando il compito a Galeazzo Bignami, noto per essersi travestito, in un carnevale di anni fa, da ufficiale della Wehrmacht. Marina, invece, ha mandato un messaggio secco: non intende allearsi con gli estremisti.
Questo, fin d’ora, impone perciò a Giorgia Meloni e a Matteo Salvini una scelta: stare con Vannacci o con Forza Italia?
(da Corriere della Sera)

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“STUDIO DOVE ABITANO, ME LE SEGUO IL POMERIGGIO, QUANDO ESCONO DALLA PALESTRA PER FARGLI POI LE RAPINE…STO GASATO OGGI”: TANCREDI ANTONIOZZI, FIGLIO DEL VICECAPOGRUPPO DI FRATELLI D’ITALIA ALLA CAMERA, ALFREDO, DOVRÀ SCONTARE SEI ANNI DI CARCERE PER UNA SERIE DI RAPINE

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

ERA A CAPO DI UNA BANDA SPECIALIZZATA NELLE RAPINE DI OROLOGI DI LUSSO IN ZONA PARIOLI …UNA VOLTA MESSO A SEGNO IL COLPO, SECONDO LE ACCUSE, ANTONIOZZI JR AVREBBE TENTATO ANCHE DI ESTORCERE DENARO AL MALCAPITATO

«Tranquilla cara perché presto pagherò io». Scriveva così su Instagram, tre giorni fa, Tancredi Antoniozzi, citando il cantante cileno Bayron Fire. Reggaeton e testi da immaginario criminale a fare da cornice a un post pubblicato appena due giorni prima della sentenza di primo grado con cui il tribunale di Roma lo ha condannato a sei anni e quattro mesi per rapina, tentata estorsione e tentata violenza privata.
Per la procura, il figlio del vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Alfredo Antoniozzi, era a capo di una piccola banda specializzata nelle rapine di orologi di lusso: nel mirino finivano rampolli di famiglie bene con Rolex e Audemars Piguet al polso. In totale, le pene per i tre componenti della gang arrivano a 15 anni di carcere. Assolto, invece, perché «non ha commesso il fatto», Michael Giuliano, indicato inizialmente come il quarto membro del gruppo.
L’inchiesta nasce da un colpo messo a segno l’11 dicembre 2024
La vittima viene seguita fino a via Cavalier d’Arpino, ai Parioli. La banda sa che al polso ha un Rolex Daytona da 20mila euro. A entrare in azione è David Cesarini, 29 anni, condannato a 5 anni e 8 mesi. «Dammi l’orologio, altrimenti ti devo
accoltellare», avrebbe detto al ragazzo impugnando un coltello da cucina con una lama di venti centimetri.
Per i magistrati, a seguire l’agguato da un’auto parcheggiata poco distante c’era Tancredi Antoniozzi. Il ventiduenne avrebbe orchestrato tutto: «Mi studio dove abitano, me le seguo il pomeriggio, quando escono dalla palestra per fargli poi le rapine sto gasato oggi».
È così che Antoniozzi si vantava delle sue abilità con un amico, senza sapere di essere registrato mentre parlava al telefono. E che quella conversazione sarebbe finita nera su bianco nell’ordinanza di applicazione della misura cautelare firmata
dalla gip Emanuela Attura. «Ci sta chi non crede che faccio da stalker io – prosegue l’intercettazione – vuol dire che i fondamentali non ce l’hanno mai avuti». Non solo.
Una volta messo a segno il colpo, secondo le accuse, Antoniozzi avrebbe tentato di estorcere denaro al malcapitato: «So chi c’ha il Daytona si è mosso un amico mio… entro lunedì me lo fa avere. Devi anticipare 3.000 euro, ne vuole 7.000. Per meno di 7.000 euro il Daytona non lo trovi più. Io ti posso anticipare 950 e tu metti due sacchi…», si legge in un’altra intercettazione.
Il piano, però, salta pochi giorni dopo. Quando Manuel Fiorani – ieri condannato a 3 anni – crolla e confessa tutto. All’una di notte del 14 dicembre scrive un messaggio alla vittima. Chiede scusa. Dice di aver partecipato alla rapina «sotto la
costrizione dell’Antoniozzi», riportano gli atti. Fiorani racconta agli investigatori di aver subito pressioni dal ventiduenne: urla sotto casa, porte e balconi danneggiati. Minacce per convincerlo a non denunciare.
Dalle indagini spunta anche un tentativo di rapina fallito nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 2025, sempre ai Parioli e sempre per un orologio di lusso. Questa volta un Audemars Piguet. Il piano viene bloccato dalla presenza di telecamere e passanti. L’inchiesta approda così al tribunale di piazzale Clodio, dove tutti gli imputati hanno scelto il rito abbreviato
(da agenzie)

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“SCIMMIA, TORNA NEL TUO PAESE. REMIGRAZIONE!” – A PARMA, L’INFLUENCER VICINO ALLA LEGA FERENC VENTURELLI (SOPRANNOMINATO “ETERNO”) FA IL BULLO INSULTANDO SENZA MOTIVO UN GRUPPO DI RAGAZZI NERI CHE REAGISCE E LO MENA

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

“ETERNO” HA POSTATO SUI SOCIAL IL VIDEO DI LUI MENTRE VENIVA PESTATO, MA TAGLIANDO LA PARTE IN CUI LUI PROVOCAVA IL GRUPPETTO

Sul web si fa chiamare Eterno ma all’anagrafe è Ferenc Venturelli. Un nome conosciuto sui social per il giovane, attivista e influencer vicino alla Lega, per le varie iniziative e polemiche che animano i suoi contenuti. A Parma, Eterno ha subito un’aggressione da parte di un gruppo di ragazzi neri con calci, pugni.
Con conseguenze evitate grazie all’intervento di un suo amico e all’utilizzo di spray urticante come dissuasore.
Ma c’è un pregresso: prima dell’aggressione, in un video di cui Repubblica è entrata in possesso, si vede l’influencer discutere animatamente col gruppo di ragazzi, che termina con l’invito alla “remigrazione”. E si distingue chiaramente un insulto razzista, “scimmia”, urlato al gruppo non si distingue se da Venturelli o da chi riprende la scena. Una provocazione che può aver trasformato la tensione in violenza, esplosa poco dopo, in strada.
(da agenzie)

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GIORGIA, SALUTAME “L’EGGGEMONIA”! ANCHE DA DESTRA ARRIVA UNA RANDELLATA ALLA DUCETTA: ANDREA VENANZONI, IL PARA-GURU DELLA NUOVA DESTRA, SPERNACCHIA I CAMERATI D’ITALIA SUL CASO DEL MONOLOGO QUIRINALIZIO DEL 2 GIUGNO, IN CUI PAOLA CORTELLESI NON HA CITATO GIORGIA MELONI: “È L’ENNESIMA LEZIONCINA SBATTUTA IN VOLTO A CHI PENSAVA CHE L’EGEMONIA CULTURALE NON FOSSE ALTRO CHE UN PAIO DI MOSTRE ORGANIZZATE CON PIGLIO NOTARILE”

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

“AL CENTRODESTRA È RIMASTA SOLO LA BILIOSA ESACERBAZIONE PERCHÉ ALTRI, NON ELETTI DA NESSUNO, ESERCITANO IL POTERE”… L’IRONIA SULLO SPOT DI FRATELLI D’ITALIA CHE “SCOPIAZZA” IL FILM DELLA CORTELLESI: “UNA TELENOVELA PIEMONTESE, UN NEOREALISMO TURCO EPIFANICO CON TANTO DI SOGNO DA PEPERONATA ISTITUZIONALE”

Accade, in questo mesto Paese condannato ad affrontare le tragedie con piglio da Temptation Island e le bagattelle con tono da apocalisse, accade dicevo che lo scorso 2 giugno l’attrice Paola Cortellesi tenga via Rai un discorso sul voto delle donne, ottanta anni dopo il riconoscimento formale di tale diritto.
Nelle parole della Cortellesi, memoria delle donne passate dal non-voto ad occupare importanti scranni della Repubblica, dalla Presidenza della Camera all’Assemblea Costituente, c’è una donna che rimane fuori: Giorgia Meloni.
Il caso deflagra. I giornali riportano l’irritazione, assai comprensibile, della
Presidente del Consiglio. Io, purtroppo, vengo costretto a sorbirmi il discorso e la sua retorica. La retorica della Repubblica nata dalla lotta partigiana e dalla scheda elettorale piegata e il voto delle donne e le amministrative di marzo 1946 e poi il referendum del due giugno e la democrazia e i tiranni e la retorica fascista e ancora fascismo e poi ancora fascismo e fascismo e c’era meno fascismo in M di Scurati o durante il Ventennio che nel discorso fatto dalla Cortellesi.
In effetti, la prima Presidente del Consiglio donna della storia repubblicana una
citazione, se non altro per coerenza filologica, pure se in ipotesi antipatizzata dal dinamico duo quirinalizio, l’avrebbe meritata
Anche se non riesco a capire dove la si sarebbe potuta inserire, considerando che tutto il discorso alla fine ci tiene a far capire che la sua elezione, non come donna ma come “destra”, è uno sfortunato incidente di percorso lungo la gloriosa storia italiana nata dalla resistenza e dai partigiani e dalla lotta al fascismo e aggiungere fascismo a piacimento
O forse, è una ipotesi, pur non nominata, lei c’era, quando c’era lei, caro il mio lei.
Perché quel discorso sembra talmente agonistico e retoricamente antagonistico da lasciar pensare che l’omissione sia quasi il minore dei mali.
Però tutta questa storia, l’omissione ma pure il discorso insopportabile che in certi temi e toni appare un attacco nemmeno tanto indiretto alla parte politica che oggi governerebbe, è l’ennesima lezioncina sbattuta in volto a chi pensava che egemonia culturale o arte di governo non fossero altro che esercizi museali, un paio di mostre organizzate con piglio notarile, il mantra dell’egemonia recitato come le preghiere dopo la confessione, e via, andare.
Se nomini in giro, dalla Rai fino all’ultima partecipata statale, gente che non ha idea di come vada il mondo bizantino delle amministrazioni, se non hai occhi che
controllino e osservino e soprattutto non hai persone che con grande galateo istituzionale, felpato contegno istituzionale e prussiana decisione occhieggino i discorsi e voci che dicano, bè ragazzi miei, ma io capisco che la Presidente, anzi Giorgia, non vi sia simpatica ma non vi pare troppo ometterne il nome?
Io lo dico per voi, per serietà storica, per non farvi figurare come troppo presi dall’afflato tribale della parte politica considerando che sedete su un alto colle, poi per carità, fate come meglio credete e non sarò certo io a ingerirmi con la vostra verve creativa la quale in questo profluvio tonitruante di fascismo omettendo i
nome della prima Presidente del Consiglio donna sembra quasi suggerire che ci sia del fascismo pure in lei, tanto da non doverla nominare
Lo avrebbe saputo per tempo, almeno. Lo avrebbe rappresentato alla committenza politica di governo (leggasi: Giorgia). Avrebbe instillato il dubbio dell’inopportunità, storico-filologica, di quella mancata presenza, nel cuore dei redattori, per le motivazioni dette.
Dover leggere, oggi, della Meloni infastidita, rabbiosa, indispettita, ognuno poi ricostruisce con cinquanta sfumature di intensità dell’arrabbiatura, fa sorgere solo un abissale quesito: governate da oltre quattro anni, maggioranza solida, governo longevo, e possibile, possibile, che tutto ciò che sappiate fare è mangiarvi i gomit
per l’arrabbiatura? Non è mica la prima volta, poi. Fosse la prima volta uno ci passerebbe sopra, una sbavatura, un foro nel muro, ci possono stare. Ma no, questo è il sistema, la prassi.
E il centrodestra che fa? Si indigna E tutto quel che sembra poter e saper fare il centrodestra è andare dietro in processione, la processione dell’indignazione, come fossero tutti, parlamentari, esponenti di governo, commentatori simpatizzanti, dei passanti che non sono mica al governo, che non hanno responsabilità e potere di decidere, scegliere, selezionare.
No. Gli è rimasta a quanto pare solo la biliosa esacerbazione perché altri, non eletti da nessuno, esercitano il potere. Lo esercitano Stati profondi e acquitrini burocratici e scrittori e attrici e chiunque, ad eccezione loro.
Proprio per questo acquista nuova luce, davanti gli occhi, un filmato che Fratelli d’Italia ha realizzato in occasione del 2 giugno e di quel voto che le donne esercitarono, dopo il riconoscimento del marzo 1946 e le amministrative: una sorta di C’è ancora domani in versione Telenovela Piemontese, e chi si ricorda Mai Dire TV saprà, per tutti gli altri andate a cercare su YouTube e ridetene, un neorealismo turco epifanico con tanto di sogno da peperonata istituzionale.
C’è una donna disillusa e triste che si corica, poter andare a votare non la emoziona,
non cambierà niente, poi però di notte, chissà che ha mangiato a cena, le appare il futuro, e questo futuro contiene al posto dei fantasmi dei Natali passati presenti e futuri donne ascese ai vertici dello Stato e nel novero c’è pure Giorgia (Meloni, in FdI si cerca sempre di dire solo “Giorgia” per lasciar intendere una prossimità amicale). A differenza invece del monologo della Cortellesi, dove è stata omessa.
Visto adesso, dopo la polemica, sembra un tentativo di giustificarsi a posteriori. Ma è stato fatto prima! Si dirà, giustamente. Ma ingiustamente alla gente non gliene frega niente. Se lo trovano davanti, adesso, sulle piattaforme social e sghignazzano, pensando sia la reazione in house, tipo quando vai in un negozio di premi e trofei a
far preparare la coppa per il settimo classificato perché tuo figlio arriva sempre in fondo e vuoi dargli un contentino.
Andrea Venanzoni
per tempi.it

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COMUNALI, SEI CAPOLUOGHI AL BALLOTTAGGIO: DA LECCO AD AREZZO, QIAL E’ LA POSTA IN PALIO PER I PARTITI

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL CENTRODESTRA TENTA LA SPALLATA A LECCO E LA CONFERMA AD AREZZO, DOVE PESA AZIONE… IL CENTROSINISTRA PUNTA SU CHIETI E AGRIGENTO

Nonostante nelle coalizioni si sia subito passati ai bilanci dopo le vittorie al primo turno nei grandi capoluoghi come Venezia e Reggio Calabria, entrambe andate alla destra, la partita delle comunali non è ancora chiusa.
Domenica 7 e lunedì 8 giugno si torna alle urne per i ballottaggi in 42 Comuni. Sei sono capoluoghi: Agrigento, Arezzo, Chieti, Lecco, Macerata e Trani. È il secondo tempo di una tornata che ha già consegnato alcuni segnali politici: il centrodestra, anche a sorpresa, tiene incassando alcuni successi, mentre cresce il ruolo di civici e centristi, potenziale ago della bilancia in questa seconda manche.
La sfida che ora agita Fratelli d’Italia in particolare è Lecco. Qui Filippo Boscagli, candidato sostenuto dalla coalizione e uomo di FdI, è arrivato davanti al sindaco uscente Mauro Gattinoni: 48,65% contro 42,53%. Poteva essere una rivincita quasi perfetta rispetto al 2020, quando il centrodestra perse Palazzo Bovara per appena 31 voti. Boscagli era a un passo dalla soglia del 50% che gli avrebbe risparmiato il ballottaggio. Per il partito della premier la conquista di Lecco ha un valore che va oltre il Comune: significherebbe aggiungere una bandierina in Lombardia, dove la coalizione governa la Regione ma nei capoluoghi latita. Mentre ancora si discute
ul nome da far correre a Milano il prossimo anno (e, chissà, del partito che si aggiudicherà il candidato alle regionali).
Arezzo, il rebus dei voti dei centristi
Anche ad Arezzo il centrodestra parte avanti con Marcello Comanducci, fermo al primo turno al 43,8%. Dietro di lui c’è Vincenzo Ceccarelli, candidato del centrosinistra, al 32,37%. Ma gli occhi sono tutti puntati su Marco Donati, civico sostenuto anche da Azione, che ha raccolto 9.299 voti, pari al 20,49%, e, escluso dal ballottaggio, ha scelto di non dare indicazioni di voto. Una neutralità difesa dal partito di Carlo Calenda, che ha preso le distanze dai candidati dell’area Donati che ora sostengono Ceccarelli. La direzione che prenderanno i voti moderati domenica e lunedì, insomma, resta un’incognita.
Da Chieti a Macerata, le sfide del centrosinistra
Dove ha buone chance il centrosinistra, almeno nei numeri del primo turno, è Chieti. Giovanni Legnini era a un passo dalla vittoria con il 47,21%, mentre Cristiano Sicari si è fermato al 27,47%. Il centrodestra, però, arriva al ballottaggio ricompattato: Sicari ha stretto un accordo con l’area che al primo turno sosteneva Mario Colantonio, arrivato al 16,64%, e con alcune liste centriste, tra cui quelle che avevano appoggiato Alessandro Carbone, fermo al 4,76%. Resta da capire se la somma farà il totale e riuscirà a ridurre il divario con Legnini, che parte in vantaggio.
Anche a Macerata il sindaco uscente Sandro Parcaroli ha mancato la riconferma per un soffio: 49,96%. Il candidato del centrosinistra Gianluca Tittarelli è arrivato secondo con il 41,95% e ha cercato di allargare la coalizione con l’intesa con Marco Sigona, candidato di Officina delle Idee. Nelle Marche a guida Francesco
Acquaroli, dal Nazareno ancora sperano in una rimonta per assestare un colpo al dominio della destra in regione
Ad Agrigento si gioca sempre su una manciata di voti. Michele Sodano, candidato del centrosinistra, è in testa con il 39,13%, a un passo dalla soglia del 40% che in Sicilia avrebbe evitato il ballottaggio. Dino Alonge, sostenuto da Forza Italia, Fratelli d’Italia, Udc e autonomisti, si è fermato al 34,7%. Il centrodestra ha pagato le divisioni, con Luigi Gentile, sostenuto da Lega e Dc, al 14%, che ha escluso apparentamenti. Qui il centrosinistra può dunque tentare il colpo, ma in caso di vittoria i numeri in consiglio potrebbero complicare la vita della nuova amministrazione.
A Trani si vota dopo due mandati targati centrosinistra. Marco Galiano, sostenuto al primo turno dal Pd ma non dal Movimento 5 Stelle, parte dal 40,69%. Angelo Guarriello, candidato del centrodestra, dal 30,32%. L’assenza di un apparentamento con il civico Giacomo Marinaro, terzo con il 21,5%, complica la rimonta della destra.
Chi tenere d’occhio oltre ai capoluog
Fuori dai capoluoghi, sotto la lente d’ingrandimento c’è il Lazio. A Genzano di Roma il centrodestra di Fabio Papalia è arrivato primo con il 34,14%, davanti al
Tra i Comuni da attenzionare c’è infine Vigevano, dove il centrosinistra è arrivato primo con Rossella Buratti al 34,3%, il ballottaggio si gioca contro Paolo Previde Massara, sostenuto da Forza Italia. Qui a sorprendere è il risultato di Furio Suvilla, candidato vannacciano, che ha superato il 14% e può diventare decisivo nella seconda manche.
(da Open)

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TRUMP SI ADDORMENTA DI NUOVO NELLO STUDIO OVALE

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE CON GLI OCCHI CHIUSI E LA TESTA RECLINATA

Un nuovo video dallo Studio Ovale, durante un incontro sulla politica energetica, riaccende le polemiche sui presunti momenti di sonnolenza di Donald Trump durante eventi pubblici
Sono più di dieci, secondo diverse ricostruzioni, le volte in cui Donald Trump è stato ripreso dalle telecamere in momenti di apparente sonnolenza durante eventi pubblici dall’inizio del secondo mandato. Episodi che, nel tempo, sono diventati materiale di discussione sui social. L’ultimo caso è successo giovedì 4 giugno alle 15 del pomeriggio, nello Studio Ovale della Casa Bianca. Le immagini mostrano Trump seduto alla scrivania mentre ascolta una serie di interventi su temi legati al carbone e alla politica energetica. In alcuni passaggi appare con gli occhi chiusi e la testa leggermente reclinata. E il caso vuole che giusto pochi giorni prima il Segretario di Stato Marco Rubio era intervenuto al Congresso per respingere le accuse secondo cui Trump si sarebbe addormentato durante eventi ufficiali. Il Segretario di Stato aveva infatti affermato: «Non l’ho mai visto addormentarsi. Al contrario, quel tipo non dorme».
Le reazioni sui social
Il video è diventato rapidamente virale, alimentando una nuova ondata di polemiche e reazioni sui social network. Hanno iniziato a circolare soprannomi ironici come sleepy Trump o commander in sleep.
Sull’episodio è intervenuto anche Hunter Biden, il figlio dell’ex presidente Joe Biden che, memore della campagna elettorale in cui Trump chiamava suo padre sleepy Joe, ha scritto: «Visto… ve l’avevo detto che era un clone. Continuano a dimenticarsi di caricargli la batteria».
Anche il comico Seth Meyers, nel suo programma Late Night with Seth Meyers, ha ironizzato sull’episodio. Secondo lui, il Presidente degli Stati Uniti è stanco perché «è troppo impegnato a postare di notte immagini generate dall’IA di se stesso come Gesù, o sul Monte Rushmore, o a cavallo con George Washington».
(da agenzie)

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PATRIMONIALE, QUELL’INVINCIBILE TABU’ ITALIANO

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

L’IMPOSTA ESISTE IN FRANCIA, SPAGNA, NORVEGIA E SVIZZERA, MA SOLO IN ITALIA GUAI A PARLARNE: DA NOI SI PREMIANO SOLO GLI EVASORI FISCALI

In un’Europa normale — tra guerre, crisi energetiche e sistemi di welfare minacciati dall’inverno demografico e dalla penuria di risorse pubbliche dirottate altrove — non fuggiremmo spauriti davanti al tabù della tassa sui grandi patrimoni: l’avremmo già fatta. E invece no. La famigerata “patrimoniale” è come la linea dell’alta tensione: chi la tocca, muore. È e resta la parola che, solo a evocarla, ti fa perdere le elezioni prima ancora di sapere quando si tornerà al voto. Dagli armadi della sinistra rispuntano fuori antichi scheletri: Visco che a fine 1995 rilancia la
tassazione dei Bot al 12,5%, Bertinotti che nel 2006 lancia la campagna “Anche i ricchi piangano”, Padoa-Schioppa che nel 2007 dice in tv “le tasse sono una cosa bellissima”. Dai cassetti della destra riemergono i soliti slogan: meno tasse per tutti, non metteremo mai le mani nelle tasche degli italiani. E via così, fino alla successiva fiammata polemica, buona giusto per animare un paio di talk-show. Eppure, non passa giorno senza che non ci piovano addosso le cifre di una disuguaglianza sempre più insopportabile. Le ultime arrivano dalla Banca d’Italia: il 10% delle famiglie detiene il 60,6% della ricchezza nazionale, mentre la metà meno abbiente ne detiene solo il 7,2. Cos’è questo, se non è uno scandalo sociale e fiscale?
Ci indigniamo tutti, quando leggiamo che Elon Musk ha una ricchezza personale di 839 miliardi e paga due spicci di tasse perché ha pochi redditi e molte stock option. Che i 3.000 miliardari del pianeta pagano imposte per lo 0,3% della loro ricchezza. Che Giovanni Ferrero re della Nutella ha un patrimonio 700.000 volte più grande del reddito di un contribuente medio. Che nel Belpaese la rendita immobiliare è tassata al 10%, le plusvalenze azionarie al 26 e il lavoro dipendente al 43. E ci arrabbiamo ancora di più, quando scopriamo che i salari reali hanno perso l’8% del potere d’acquisto mentre il tasso di profitto è arrivato al 44. Che i poveri assoluti sono ormai 6 milioni. Che nelle liste d’attesa della sanità pubblica più di 2 milioni di cure sono in ritardo di centinaia di giorni. Che nella scuola primaria solo 2 bambini su 5 hanno accesso al tempo pieno mentre gli stipendi degli insegnanti sono inferiori del 33% alla media Ocse. È la macabra contabilità dell’ingiustizia, e sarebbe sufficiente a giustificare una riflessione collettiva: se pochi hanno tantissimo, e molti hanno poco, sarebbe logico riscrivere il patto sociale chiedendo un modesto sacrificio ai primi, per sostenere i bisogni dei secondi. Ma qui c’è il grande paradosso: a quanto pare è tutto inutile. Chi ci prova, è un bolscevico nostalgico di Stalin, del Gosplan e dell’esproprio proletario.
Elly Schlein ha osato. Le è andata male, perché ha detto una cosa giusta nel modo e
nel momento sbagliato. La “patrimoniale” è un affare troppo serio per essere liquidato con una dichiarazione estemporanea, non chiara nei contenuti e non concordata con gli alleati. La sortita schleiniana ha innescato la sollevazione non solo dei cinici meloniani immemori del loro brodo di coltura da destra popolare, ma anche di opinionisti autorevoli e consapevoli delle criticità oggettive del tributo. E ha incassato la sconfessione non solo dai sofferenti/evanescenti “riformisti Pd”, ma anche dai pentastellati contiani sempre inclini ai distinguo. Si è persa così anche questa occasione, per affrontare in modo serio e responsabile la vera mucca nel corridoio della fase, cioè l’esplosione di iniquità sociali ormai accettate quasi come un male di natura, contro il quale non può esistere una cura. Invece esiste. Presenta valide ragioni etico-economiche. Ma sconta precise condizioni tecnico-geografiche.
L’ostacolo tecnico è cruciale: qual è la base imponibile? Titoli azionari e obbligazionari? Case e ville, in un Paese che ha un catasto kafkiano? Partecipazioni in società, quotate e no? Auto, yacht, opere d’arte? Trust e holding, dietro alle quali si schermano molti rentiers del capitalismo familiare? Già questo è un esercizio complesso: l’Italia è una giungla fiscale, con tassi di infedeltà da terzo mondo, autonomi che dichiarano redditi da fame, metà della popolazione che non paga un centesimo di Irpef e lo 0,1% che denuncia meno di 300 mila euro l’anno. L’ostacolo geografico è banale: nel mercato globalizzato i capitali scelgono di farsi tassare dove conviene. Anche l’Italia ha introdotto per i ricchi che si trasferiscono qui una tassa forfettaria: Renzi l’aveva fissata in 100 mila euro, Meloni l’ha alzata a 200 mila. Come risolviamo il corto-circuito, se con una mano cerchiamo di attrarre e con l’altra proviamo ad imporre? Anche questo è un nodo da sciogliere. Certo, potremmo limitarci ad aggredire quei 100 miliardi di evasione e a sbloccare quei 1.331 miliardi di cartelle esattoriali che lo Stato non riesce a riscuotere. Ma gli evasori votano: perché disturbarli?
Anche i ricchi votano, ma nessuno li vuole ridurre sul lastrico. E anche la “patrimoniale” ha le sue criticità, ma nessuna ne inficia la praticabilità. Un’imposta
sulle grandi fortune esiste in Francia e in Spagna, ma anche in Svizzera e in Norvegia che l’hanno accompagnata con una Exit Tax a carico dei contribuenti che vogliono espatriare. Nessuno di quei Paesi è finito in bancarotta.
La Commissione europea ha appena pubblicato uno studio (Wealth Taxation, including Net Wealth, Capital and Exit Taxes) che sottolinea la complessità di questo tipo di tassazione: “L’introduzione di patrimoniali a livello puramente nazionale è inefficace e rischia di scontrarsi con le regole del mercato unico… Senza un solido coordinamento internazionale, i grandi patrimoni aggirano la tassa… spostando i capitali su veicoli societari o asset tassati in modo più favorevole”. Ma tassare i ricchi non è una lotta contro i mulini a vento. Bruxelles ci avverte solo che una buona “patrimoniale” funziona bene se è supportata “da registri patrimoniali e immobiliari pubblici di altissima qualità”, da un collaudato “sistema di scambio di informazioni finanziarie tra Stati membri” e da “unità speciali di controllo dedicate ai soggetti con patrimoni molto elevati”.
Se si vuole, si può. Persino nell’era di Trump e del tecno-capitalismo digitale. È questa la vera battaglia che tutte le forze progressiste d’Europa dovrebbero fare insieme. Sulla scia delle proposte già avanzate da Piketty e Zucman, e sperimentate da Mamdani a New York. Ed è su questo che Schlein dovrebbe concentrare i suoi sforzi, mobilitando il partito socialista europeo: una nuova tassa comunitaria, non un altro balzello tricolore, che spaventa non solo chi ha i soldi, ma anche il ceto medio che li ha persi. Secondo Oxfam, un’imposta sui patrimoni netti superiori ai 5,4 milioni frutterebbe solo da noi 13 miliardi di euro: i soldi che spenderemo per missili e droni nel 2027. Ci si può e ci si deve ragionare, con spirito costruttivo e non punitivo. Senza scordarsi la lezione del socialdemocratico Olof Palme, che diceva “noi dobbiamo combattere la povertà, non la ricchezza”. Ma senza arrendersi allo sberleffo del turbo-finanziere Warren Buffett, che risponde “la lotta di classe non è finita, l’abbiamo vinta noi”.
(da La Repubblica)

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