Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
MERCOLEDÌ ARRIVA A ROMA ZELENSKY E IL PRESIDENTE UCRAINO DOVRÀ INDOSSARE LA MASCHERA DI ATTORE CONSUMATO PER DISSIMULARE IL FASTIDIO VERSO LA DUCETTA. A PAROLE, IL SOSTEGNO ITALIANO NON È MAI MANCATO. NEI FATTI, LA SORA GIORGIA SI È SEMPRE SCHIERATA CON TRUMP (CHE CHIEDE LA RESA A KIEV) E ORBAN, IL BURATTINO DI PUTIN NELL’UNIONE EUROPEA…
Urbi et Orban: il tonfo del “Viktator” ungherese a Budapest s’è sentito forte e chiaro anche a Roma.
Al punto da aprire qualche crepa anche nella solida “fiamma magica” di Fratelli d’Italia. Stamani, tra via della Scrofa e Palazzo Chigi, c’era grossa incazzatura di fronte all’improvvida uscita di Giorgia Meloni, che ha voluto ringraziare “il mio amico Viktor Orban” dopo la sconfitta alle elezioni.
Che Orban sia un amico, per Giorgia Meloni, è fuor di dubbio. La Ducetta ha passato gli ultimi dieci anni a coccolare il premier ungherese, arrivando più volte a dire di ispirarsi a lui e di voler importare alcune sue politiche (in particolare su immigrazione e famiglia), e invitandolo ad Atreju svariate volte.
Il culmine fu nel 2019, quando, come ricorda Concetto Vecchio su “Repubblica”, “Orbán salì sul palco di Atreju la platea scattò in piedi sulle note di ‘Avanti, ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest, il sole non sorge più a est’, la canzone contro l’occupazione sovietica dell’Ungheria”.
Meloni, che ha definito il premier sconfitto “un patriota che difende la propria cultura, la propria identità, i propri cittadini e soprattutto i propri confini”, emozionata, intonò il canto invitando i militanti alla standing ovation.
Negli anni, il rapporto tra i due si è consolidato, nonostante Orban sia diventato via via sempre più scomodo: con il suo veto, ha cercato di bloccare ogni tentativo di sostegno alla resistenza ucraina, servendo più gli interessi di Mosca che quelli dell’Ue.
Ciò non ha impedito a Giorgia Meloni di partecipare, tra lo scetticismo di molti colleghi di partito, a uno spot elettorale per “l’amico” Viktor.
Il video di gennaio, con la Ducetta che ci mette la faccia e dice di lottare insieme a Orban per difendere le radici dell’Europa e la sua sovranità nazionale è diventato fonte di estremo imbarazzo.
E infatti, a differenza di Matteo Salvini, che si è speso fino all’ultimo per la vittoria (è andato a Budapest il giorno dello spoglio elettorale del referendum), nelle ultime settimane la sora Giorgia s’era imboscata.
Scrive Francesco Malfetano sulla “Stampa”: “In molti, nel partito, lasciano filtrare una considerazione: poter archiviare il rapporto privilegiato con Orbán consente a Meloni di riposizionarsi, di alleggerire il profilo internazionale senza doverlo dichiarare apertamente”.
Ora, la destra italiana dovrà intraprendere una inversione a U: per Forza Italia, alleata nel Partito popolare europeo con Tisza di Peter Magyar, vincitore delle elezioni ungheresi, sarà facile. Per Matteo Salvini, che invece milita nei Patrioti insieme a Fidesz (il partito di Orban), più complicato
Per Giorgia Meloni, che sta pagando con il consenso in calo la sua vicinanza a Trump e ai trumpiani di tutto il mondo, è una necessità: la premier può trasformare la sconfitta del suo “amico” in opportunità, promuovendo finalmente lo stop al diritto di veto nelle decisioni del Consiglio europeo, che blocca ogni riforma Ue.
Smarcarsi e prendere posizione le eviterà altri imbarazzi, come quello che proverà mercoledì, quando a Roma arriverà Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino dovrà indossare la maschera dell’attore consumato per dissimulare amicizia e simpatia verso una premier che, da un lato, lo ha sostenuto a parole, ma dall’altro ha appoggiato e difeso Orban, cioè il nemico numero due (dopo Putin) del popolo ucraino.
Sarà difficile evitare che sul tavolo non finisca la questione Biennale: Zelensky è incazzatissimo per la scelta di Pietrangelo Buttafuoco di riaprire il padiglione russo, e ha sanzionato 5 organizzatori.
Il governo italiano, invece, a quasi un mese dai rilievi della Commissione europea, che nel frattempo ha minacciato di togliere i fondi alla Biennale, non ha risposto, in attesa di capire le mosse del musulmano Buttafuoco, in arte Giafar al-SiqillI
(da Dagoreport)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
“È ARRIVATO IL MOMENTO DI APRIRE IL MIO TELEFONO E FAR CAPIRE COSA MUOVE ME E COSA INVECE MUOVE CHI GESTISCE IL PARTITO DI FRATELLI D’ITALIA”…GIOVEDÌ L’EX UOMO FORTE DELLA MELONI IN SICILIA TERRÀ UNA CONFERENZA STAMPA ALLA CAMERA
“Credo, dopo tanti mesi, sia arrivato il momento di raccontare perché sono uscito da Fratelli d’Italia,
le vere motivazioni e non quelle raccontate con ricostruzioni fantasiose.
È arrivato il momento di aprire il mio telefono e far capire cosa muove me e cosa invece muove chi gestisce il partito di Fratelli d’Italia. E soprattutto raccontarvi cosa farò da qui a breve. Ci vediamo giovedì alle 10:30 alla Camera dei Deputati per chi volesse partecipare in presenza o sul mio profilo Facebook per la diretta”. Lo afferma, in un post sui social, il parlamentare nazionale catanese Manlio Messina, ex esponente di Fdi passato al gruppo Misto.
(da agenzie)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
A SPINGERE I GIOVANI AD APRIRE IL PORTAFOGLI, LA “PRESSIONE” ESERCITATA DALLO STILE DI VITA EXTRALUSSO OSTENTATO DAGLI INFLUENCER, MA ANCHE I MOLTISSIMI ABBONAMENTI CHE SOTTOSCRIVONO (PIATTAFORME STREAMING, PALESTRE, SERVIZI DI GAMING)
Italia popolo di risparmiatori. Un detto non proprio nelle corde della Gen Z. Le ragazze e i ragazzi nati tra la seconda metà degli anni Novanta e i primi dieci anni del 2000 hanno una propensione al consumo più alta di qualunque altra generazione. Spendono gran parte dei soldi che hanno in tasca. E mostrano una gestione poco parsimoniosa del denaro.
Al punto che uno su due arriva a contrarre debiti con leggerezza, senza consistenze sui conti corrente. Tutti elementi che, messi in fila, espongono un bacino pari a circa il 15% della popolazione italiana in condizioni di fragilità finanziaria, anch
alla luce di redditi medi inferiori rispetto a nonni e genitori e ingressi tardivi nel mondo del lavoro.
A dare uno spaccato è lo European Consumer Payment Report 2025 di Intrum, multinazionale svedese specializzata nella gestione del credito. Delle 20 mila interviste condotte in venti Paesi europei, quelle ai giovani italiani meritano attenzione: uno su due sostiene di acquistare d’impulso prodotti sponsorizzati sui social network molto più di due anni fa. Il 45% dichiara di aver contratto debiti per aver faticato a tenere il passo con gli acquisti.
Su quest’ultimo punto, si sovrappone un altro dato del rapporto. E cioè che il 39% si è indebitato per rispondere alla «pressione esercitata dal confronto con lo stile di vita mostrato dagli influencer».
Sono tutti trend che trovano agganci nell’indagine sui bilanci delle famiglie italiane di Banca d’Italia. A fronte di redditi medi annui di 33.371 euro – superiori solo a quelli degli over 65 -, la propensione al consumo degli under 35 è la più alta di tutte, pari al 73,8%. Alle loro spalle ci sono le fasce di età 35-44 anni (72,6%) e 45-54 anni (69,9%).
Poi c’è il fronte debiti. Per la Gen Z e una fetta di Millennials, il 16,7% di questa voce finisce in acquisto di immobili. Il sogno del mattone è il principale incentivo al risparmio per i più giovani, chiarisce l’indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2025 di Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi. Eppure, come sottolinea la mappa al credito elaborata da Mister Credit e Crif, l’accesso ai mutui per la casa resta assai complesso per i 18-30enni. I quali richiedono soprattutto prestiti personali. Lo confermano le rilevazioni di Bankitalia: il grosso del loro indebitamento (28,3%) è «per ragioni familiari e professionali». L’11,5% tende all’acquisto di beni – sia durevoli come auto o smartphone sia non durevoli tipo il cibo -. A margine, un altro numero salta all’occhio: il 2,6% dei debiti nei confronti di amici e/o parenti, che rappresenta il dato più elevato tra tutte le generazioni.
A incidere, fra i vari motivi elencati dal rapporto European Consumer Payment, spiccano anche due fenomeni in continua crescita: la sottoscrizione di abbonamenti streaming, fitness, gaming, che alla fine del mese superano i 100 euro e l’uso di strumenti di pagamento digitalizzati come carte revolving o il Buy Now Pay Later (Bnpl) come copertura delle spese quotidiane.
«Indebitarsi è diventato più semplice – afferma Enrico Risso, amministratore delegato di Intrum Italy -. Ormai con un pochi clic, è possibile accedere a un finanziamento tramite app di ogni genere.
Senza un’adeguata consapevolezza, i più giovani sono soggetti a ricadute pesanti». Il debito non è mai gratuito. E anche Banca d’Italia ha lanciato l’allarme sul fenomeno del Bnpl, la cui platea di utilizzatori è esplosa dal 4% del 2022 a quasi il 30% del 2025. «Questa forma di finanziamento sta progressivamente coinvolgendo fasce finanziariamente più fragili, con un reddito medio-basso e già indebitate», è il monito.
(da agenzie)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
“CI È DISPIACIUTO PER CHI CI HA MESSO VERAMENTE IL CUORE, L’ANIMA E LA TESTA. IN ITALIA LA RICERCA, L’ARTE E LA CULTURA SONO ALL’INTERNO DELLO STESSO CONTENITORE E NON VIENE DATO LORO IL GIUSTO VALORE. VORREI DIRE DI PIÙ, MA QUI NON POSSO ANCORA FARLO”
“A queste ingiustizie ci siamo abituati da dieci anni. Noi sapevamo di striscio che c’era stata questa
richiesta di fondi. Quando lo abbiamo saputo, ci è dispiaciuto per chi ha investito, per chi ci ha messo veramente il cuore, l’anima e la testa. Il nostro più grande dispiacere è stato proprio questo”.
Lo ha detto la madre di Giulio Regeni, Paola Deffendi, all’Università Statale di Milano, in occasione della prima proiezione del documentario sul ricercatore, ‘Tutto il male del mondo’, commentando la negazione dei fondi pubblici al film da parte del Ministero della Cultura.
“Il nostro commento di famiglia, includo anche l’avvocata Alessandra Ballerini, è stato: ‘Deve fare tutto Giulio? Basta, deve fare tutto lui!’, perché non è la prima volta che, dove arriviamo e arriva Giulio, qualcosa salta”, ha aggiunto la madre di Regeni, secondo cui in Italia “la ricerca, l’arte e la cultura sono all’interno dello stesso contenitore e non viene dato loro il giusto valore”. “Vorrei dire di più, ma qui non posso ancora farlo”, ha aggiunto, concludendo con un riferimento al titolo del libro scritto con il marito Claudio: “Giulio fa cose, Giulio continua a fare cose”.
(da agenzie)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
L’UE È PRONTA A “TENTARE” IL SUO SUCCESSORE, PETER MAGYAR, SBLOCCANDO I FONDI CONGELATI A BUDAPEST, IN CAMBIO DI RIFORME LIBERALI E, SOPRATTUTTO, LA RIMOZIONE DEL VETO AL PRESTITO DI 96 MILIARDI ALL’UCRAINA. A CUI MAGYAR, FINORA, SI È DETTO CONTRARIO (MA POTREBBE CAMBIARE IDEA)
«Da stasera il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria». Sono bastate queste parole pronunciate dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per capire quanto la sconfitta di Viktor Orbán fosse desiderata a Bruxelles. A Palazzo Berlaymont, la sede dell’esecutivo comunitario, le luci sono rimaste accese fino a tarda notte.
L’attenzione rispetto ai risultati delle elezioni ungheresi, infatti, era altissima da settimane e ieri al tredicesimo piano i dati provenienti da Budapest hanno fatto tirare un sospiro di sollievo e avere la certezza di poter aprire un nuovo capitolo nei rapporti con la capitale magiara.
«L’Ungheria – ha ripetuto von der Leyen – ha scelto l’Europa. L’Europa ha sempre scelto l’Ungheria. Insieme siamo più forti. Un Paese riprende il suo percorso europeo. L’Unione si rafforza».
E infatti il commento più ripetuto in tutti i palazzi delle istituzioni comunitarie è sempre lo stesso: «Ora possiamo voltare pagina». Il diluvio di applausi verso Péter Magyar è eloquente. Dal presidente francese Macron al cancelliere tedesco Merz («Uniamo le forze per un’Europa forte, sicura e, soprattutto, unita»).
Del resto la speranza che il governo più filorusso d’Europa finalmente cadesse era coltivata da tempo.
Orbán era diventato una spina nel fianco in grado di bloccare molte – quasi tutte – le decisioni dell’Unione. Il premier magiaro uscente ricorreva al potere di veto in maniera sistematicamente ricattatoria e costantemente per favorire le posizioni del Cremlino
La Ue è per questo pronta a lanciare in tempi rapidissimi alcuni segnali alla squadra di Magyar. In primo luogo sbloccare tutti i fondi destinati a Budapest e che nel tempo erano stati congelati per le leggi contrarie ai Trattati dell’Unione. Il primo dei finanziamenti che sarà reso disponibile è il Safe, quello per rafforzare la difesa europea.
Ma non solo. Una quota di oltre sette miliardi dei Fondi di coesione e poi quelli del Pnrr. Tutti soldi che non sono arrivati nelle casse di Orbán a causa delle leggi antidemocratiche sui magistrati, sulla stampa e sulle comunità Lgbt.
In cambio chiederanno la rapida rimozione del veto posto sul prestito da 96 miliardi di euro all’Ucraina. Quando il nuovo governo si sarà insediato è possibile allora che venga convocato un Consiglio europeo straordinario proprio per procedere all’ultima ratifica del finanziamento a favore di Kiev. Sarebbe la prova che la Ue torna ad essere a 27 e non più a 26.
La parabola politica in Europa del capo sovranista è stata piuttosto netta. Nel 2011, dopo un anno dalla sua prima vittoria elettorale, ha cambiato la costituzione lasciando di stucco il suo partito, il Ppe. La tensione con i popolari è andata via via crescendo fino alla sua “sospensione” nel 2019. Orbán ha evitato l’espulsione solo anticipando l’uscita dal Ppe e schierandosi con l’estrema destra. E la rivincita dei popolari si è consumata ieri visto che Magyar è proprio un esponente del Ppe.
(da Repubblica)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
NEL MIRINO LA NOMINA DI BEATRICE VENEZI A DIRETTRICE MUSICALE… DELLA BACCHETTA NERA MELONIANA SI È OCCUPATA IERI ANCHE “REPORT” CON UN SERVIZIO SULLA FONDAZIONE TAORMINA ARTE, CHE ORGANIZZA TRA LE ALTRE COSE IL TAORMINA FILM FESTIVAL E LA KERMESSE LETTERARIA TAOBUK, DI CUI VENEZI ERA STATA NOMINATA DIRETTRICE ARTISTICA NEL 2022
Il clima attorno alla Fenice di Venezia è tornato ad accendersi ieri con un nuovo presidio del
Comitato Fenice Viva davanti al teatro, prima dell’inizio della prima del Lohengrin. Al presidio si sono uniti coristi e orchestrali tra gli applausi di chi entrava al teatro (molti dei quali con la spilletta creata per la protesta)
Davanti al teatro a pochi metri anche il sovrintendente Colabianchi contro il quale la protestata era indirizzata al coro di «Dimettiti» con tanto di striscioni.
La protesta è continuata all’interno del teatro quando, dopo l’ingresso e l’applauso al direttore da un palchetto è partito un urlo «Colabianchi dimettiti» seguito da un grande applauso. Anche da parte dell’orchestra che ha battuto i piedi e gli archetti sui leggii.
La protesta segue quella del concerto del Venerdì Santo, quando l’urlo di uno spettatore isolato aveva scatenato un coro accompagnato da applausi ritmati e lanci di volantini dai palchi che accusavano il sovrintendente di una gestione «arrogante e autoritaria».
Di Beatrice Venezi si è occupata ieri anche la trasmissione Report di Rai 3 con un servizio sulla fondazione Taormina Arte, una in house della Regione Siciliana che organizza tra le altre cose il Taormina Film Festival e la kermesse letteraria Taobuk, di cui Venezi era stata nominata direttrice artistica nel 2022, che con la sovrintendente Ester Bonafede ideò il cartellone 2023. Al centro del servizio i compensi erogati dalla Fondazione a Venezi e alla sovrintendente Bonafede, circostanze contestate dalla stessa Venezi.
(da La Stampa)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
L’ABUSO DEI CONTRATTI A TERMINE, I CONCORSI DEL PNRR, LE RICHIESTE AL GOVERNO: LA DENUNCIA DEI DOCENTI
«La situazione è insostenibile. Migliaia di insegnanti continuano a lavorare da anni con contratti a tempo determinato, rinnovati di anno in anno, senza alcuna reale prospettiva di stabilizzazione». Inizia con questa denuncia la lettera che il «Coordinamento Docenti Precari» ha scritto alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per accendere i riflettori su una crisi che investe migliaia di lavoratori e la qualità stessa del sistema scolastico.
L’accusa: «Tradite le promesse elettorali»
Il centro della protesta risiede nel contrasto tra le promesse politiche e le reali azioni dell’esecutivo. Secondo il Coordinamento dei docenti, infatti, «nonostante gli impegni assunti in campagna elettorale, il governo non ha ancora adottato misure concrete per affrontare il precariato storico nella scuola». Sotto accusa finiscono in particolare le politiche attuali, giudicate «inadeguate e sbilanciate» perché focalizzate «prevalentemente sui concorsi legati al PNRR», che «favoriscono nuovi ingressi senza valorizzare l’esperienza maturata da chi già opera da anni nelle istituzioni scolastiche. Il recente decreto PNRR approvato dalla Camera – chiosano – non prevede infatti alcuna procedura straordinaria di stabilizzazione, mentre continuano a essere introdotti strumenti che escludono proprio i docenti precari storici».
La sentenza della Cassazione
La lettera richiama il rispetto delle direttive europee, ricordando che il superamento dei 36 mesi di servizio configura un vero e proprio abuso. Un punto, questo, recentemente blindato dalla giurisprudenza. Il Coordinamento cita infatti la sentenza della Corte di Cassazione di novembre 2025, secondo cui l’abuso dei contratti a termine «non può ritenersi sanato dal semplice espletamento di concorsi
che offrono ipotetiche possibilità di stabilizzazione». Per i docenti è una questione di dignità lavorativa che si riflette direttamente sugli studenti. Il continuo avvicendamento degli insegnanti precari, si legge nel testo della lettera, «compromette la continuità didattica e incide negativamente sul percorso formativo».
La richiesta dei prof: un decreto legge d’urgenza
Oltre a denunciare anche la poca forza delle opposizioni, che non avrebbero posto la questione con la necessaria fermezza, i docenti chiedono a Palazzo Chigi un cambio di passo immediato. La soluzione proposta è «un intervento immediato del Governo, anche attraverso un decreto legge, che introduca una procedura straordinaria di stabilizzazione dei precari storici della scuola». In attesa di una risposta ufficiale, la richiesta resta anche quella dell’apertura urgente di un tavolo tecnico tra sindacati e ministero dell’Istruzione e del Merito per smantellare, in modo strutturale, il muro del precariato che da troppi anni blocca la scuola.
(da agenzie)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
ORBAN SI FERMA AL 35%… ORA MAGYAR CON DUE TERZI DEL PARLAMENTO PUO’ AZZERARE LE INFAMI LEGGI SOVRANISTE
Le elezioni parlamentari del 12 aprile 2026 segnano una svolta storica per l’Ungheria, mettendo fine
a un ciclo politico durato oltre 16 anni. Il voto ha premiato in modo netto l’opposizione, aprendo una nuova fase per il Paese sia sul piano interno che nei rapporti con l’Europa
A imporsi è Péter Magyar, leader del partito Tisza, che conquista il 53,6% dei voti contro il 38% del premier uscente Viktor Orbán. Più distanti le altre forze politiche, con l’ultradestra che raccoglie circa il 5,9%. Il successo si riflette anche nella distribuzione dei seggi: Tisza ottiene 138 parlamentari su 199, superando la soglia dei due terzi che consente di intervenire sulla Costituzione.
Fidesz si ferma a 55 seggi, mentre una sola altra forza riesce a entrare in Parlamento con una rappresentanza limitata. Orbán ha riconosciuto la sconfitta, definendo l’esito “doloroso”
Appena poco prima della chiusura delle urne l’affluenza si è attestata al 77,8%, il dato più alto nella storia post-comunista dell’Ungheria. Un livello così elevato di partecipazione è stato infatti letto come il segnale di una forte mobilitazione democratica, in un’elezione percepita fin da subito come decisiva per il futuro politico del Paese.
Il presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, ha sottolineato come questo dato rappresenti una dimostrazione “incontestabile” della vitalità democratica del Paese, evidenziando che una partecipazione così ampia rafforzi la legittimità del risultato elettorale, indipendentemente poi dal suo esito politico.
L’elevata affluenza, in molti casi trainata soprattutto dalle grandi città, ma con numeri significativi anche nelle aree rurali, è stata letta anche come il segnale di una forte polarizzazione e di una crescente consapevolezza tra gli elettori, chiamati a scegliere in un passaggio considerato cruciale dopo anni di governo guidato da Orbán.
La vittoria di Péter Magyar è stata accolta positivamente sia nel Paese che a livello internazionale, in particolare dalle istituzioni europee. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha parlato di un’Europa che “batte più forte” dopo il voto ungherese, sottolineando come il risultato rappresenti “un ritorno di Budapest nel solco europeo”. Messaggi di congratulazioni sono arrivati anche da diversi leader del continente: Emmanuel Macron ha evidenziato il valore della partecipazione democratica e dell’impegno europeo degli ungheresi, mentre Pedro Sánchez ha parlato di una vittoria dei valori europei. Anche Friedrich Merz ha auspicato una collaborazione per un’Europa più forte e unita. Dall’Italia, la
presidente del Consiglio Giorgia Meloni , da sempre storica alleata di Orban, si è congratulata con Magyar per la “chiara vittoria”, ribadendo la volontà di “mantenere rapporti solidi tra Roma e Budapest”, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato il ruolo rassicurante delle forze europeiste in una fase di incertezza.
Nel suo primo intervento dopo il voto, Magyar ha ribadito l’intenzione di riportare l’Ungheria “al centro del progetto europeo”, annunciando un “rapido impegno per sbloccare i fondi comunitari e rafforzare i legami con Ue e Nato”. Una linea che segna una chiara discontinuità rispetto alla stagione politica precedente e che potrebbe ridefinire il ruolo del Paese nello scenario internazionale.
(da agenzie)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
IL DELIRIO DEL GANGSTER: “E’ IN VATICANO SOLO GRAZIE A ME”
“Papa Leone è un debole. Dovrebbe darsi una regolata e usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande papa, non un politico”, è l’attacco senza precedenti del Presidente Usa Donald Trump al Pontefice suo connazionale Prevost, accusato di voler contrastare le sue politiche in tema di immigrazione, criminalità e politica estera. Attraverso il suo social Truth, il numero della Casa Biancava ha sostenuto che l’elezione di Prevost è avvenuta solo grazie a lui e ha intimato a Papa Leone XIV di evitare di incontrare suoi avversari politici. “Non ho paura Trump e non voglio un dibattito con lui” è stata invece la risposta di Prevost.
“Leone è debole sulla criminalità e terribile in politica estera. Parla di ‘paura’ dell’amministrazione Trump, ma non menziona la paura che la Chiesa Cattolica e tutte le altre organizzazioni cristiane hanno provato durante il Covid, quando arrestavano sacerdoti e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo una distanza di sicurezza di tre o sei metri. Preferisco di gran lunga suo fratello Luigi a lui, perché Luigi è un vero sostenitore del MAGA. Lui ha capito tutto, Leone no!” ha scritto Trump in un lungo post pubblicato questa notte ora italiana.
“Non voglio un Papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare. Non voglio un Papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, e non voglio un Papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante” ha proseguito Trump, aggiungendo: “Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, è stata una sorpresa sconvolgente. Non era in nessuna lista per diventare Papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che
questo fosse il modo migliore per gestire il Presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leo non sarebbe in Vaticano”.
“Sfortunatamente, la debolezza di Leo sulla criminalità e sulle armi nucleari non mi va giù, né mi va giù il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un perdente della sinistra, che è uno di quelli che volevano che i fedeli e il clero venissero arrestati” ha avvertito ancora Trump, concludendo: “il suo comportamento gli sta causando molto danno e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica”. Parole durissime seguite poco più tardi da un altro post social in cui ha pubblicato un’immagine generata dall’IA che raffigura Trump come Gesù che cura un malato con la mano.
L’attacco dopo gli appelli alla pace di Papa Leone
Un attacco che sembra una reazione scomposta ai tanti appelli del Pontefice contro la guerra in Iran che pur senza mai nominare Trump facevano chiaro riferimento a chi “ha voltato le spalle al Dio vivente, trasformando sé stessi e il proprio potere in un idolo muto, cieco e sordo, al quale sacrificano ogni valore, pretendendo che il mondo intero si inginocchi”. Leone aveva condannato apertamente anche la minaccia di Trump di cancellare un’intera civiltà, suggerendo agli americani di contattare i propri rappresentanti al Congresso per fermare il conflitto.
Un appello rilanciato anche da diversi cardinali americani vicini a Prevost che hanno definito la guerra con l’Iran “immorale” ed esortato i fedeli a condannarla. “La minaccia di distruggere un’intera civiltà e il mirare intenzionalmente alle infrastrutture civili non possono essere moralmente giustificati” aveva detto ad esempio l’arcivescovo di Oklahoma City, Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense.
Prevost replica a Trump: “Io parlo del Vangelo, non ho intenzione di fare un dibattito con lui”
Una presa di posizione non secondaria visto che, secondo i sondaggi, alle ultime elezioni, Trump ha ottenuto la maggioranza dei voti cattolici e ha come vice presidente un cattolico fervente come Vance. Lo stesso arcivescovo Coakley ha dichiarato in un comunicato di essere “scoraggiato” dall’attacco di Trump al pontefice affermando: “Papa Leone non è il suo rivale, né il Papa è un politico. È il
Vicario di Cristo che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime”.
“Non ho paura dell’amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo. Non sono un politico. Non ho intenzione di fare un dibattito con lui”, ha rimarcato lo stesso Pontefice sul’0aereo che o sta portando verso Algeri. “Il messaggio è sempre lo stesso: la pace. E lo dico per tutti i leader del mondo. Cerchiamo di finire questa guerra. Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo” ha aggiunto Prevost.
Anche la Presidenza della Cei, “esprime rammarico per le parole rivolte nelle scorse ore” dal Presidente Usa Donald Trump al Papa e “unendosi a quanto affermato dal Presidente dei vescovi Usa, ricorda che il Papa non è una controparte politica, ma il successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace”. “In un tempo segnato da conflitti e tensioni internazionali, la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità. Le Chiese che sono in Italia rinnovano al Papa vicinanza e affetto, auspicando da parte di tutti rispetto per la sua persona e per il suo ministero” si legge in una nota della Conferenza episcopale italiana.
(da agenzie)
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