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DONALD TRUMP RISCHIA DI GIOCARSI LE MIDTERM A CAUSA DELLA… CARTA IGIENICA! IL CARO-VITA SI PREANNUNCIA COME UNO DEI PRINCIPALI PROBLEMI PER IL TRUMPONE IN VISTA DELLE ELEZIONI DI METÀ MANDATO

Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

OLTRE ALL’AUMENTO DEI PREZZI E DELLA BENZINA E DEI GENERI ALIMENTARI, IL TYCOON DEVE FAR FRONTE AI RINCARI DELLA CARTA IGIENICA, SCATENATI DALLA GUERRA COMMERCIALE CON IL CANADA

Il costo della vita si preannuncia come uno dei principali problemi per Donald Trump e il Partito repubblicano in vista delle elezioni di midterm, ormai distanti meno di dieci settimane. Dal prezzo di benzina e generi alimentari fino a quello della carta IGIENICA, tornata al centro dell’attenzione per i timori di rincari legati alla guerra commerciale con il Canada, l’aumento dei costi rischia di pesare sulle possibilità del Gop di conservare le proprie maggioranze al Congresso.
Secondo l’ultimo All-America Economic Survey di Cnbc, il prezzo di cibo e generi alimentari rappresenta la principale preoccupazione degli elettori e su questo tema i democratici vantano sette punti di margine sui repubblicani.
Una vulnerabilità che i vertici del Gop non sembrano voler riconoscere: Trump continua a sostenere che il termine “affordability”, inteso come accessibilità economica, sia stato inventato dai democratici per attaccarlo, mentre secondo il vicepresidente JD Vance i generi alimentari “costano quello che costano”.
A preoccupare i repubblicani è soprattutto il rischio che il malcontento economico si traduca in una sconfitta elettorale ben più ampia del previsto. Secondo Politico, nel Midwest il Gop è in difficoltà soprattutto negli Stati agricoli, dove dazi, caro-diesel e aumento dei costi dei fertilizzanti stanno mettendo sotto pressione gli agricoltori.
“E’ in guai seri nelle aree rurali – ha ammesso il senatore repubblicano del North Dakota Kevin Cramer – Trump in quanto Trump, e Trump siamo noi. Non sono molto ottimista”. I timori si estendono però anche oltre il Midwest, con segnali negativi dal Maine all’Alaska e in alcuni Stati del sud.
Tra i timori degli strateghi del partito ci sono proprio l’elevato costo della vita, l’impopolarità di Trump tra gli elettori centristi e il maggiore entusiasmo dell’elettorato democratico. A diventare un simbolo particolarmente concreto delle preoccupazioni degli americani per il caro-vita è ora la carta igienica.
Secondo quanto riportato da Ms Now, il prodotto è tornato al centro dell’attenzione per i possibili rincari provocati dalla guerra commerciale con il Canada: Ottawa è il principale fornitore estero degli Stati Uniti e le importazioni canadesi di carta igienica sono ora soggette a dazi del 50%, insieme a fazzoletti, carta da cucina e tovaglioli.
Il rischio di una vera e propria carenza appare tuttavia limitato: le importazioni rappresentano appena il 5% del consumo americano grazie alla forte produzione interna, che fa degli Stati Uniti il secondo produttore mondiale dietro la Cina. I prezzi stanno comunque aumentando, soprattutto per effetto dell’inflazione generale e dei maggiori costi di materiali, produzione e trasporto, legati anche alla guerra in Iran.
La carta igienica, bene di uso quotidiano praticamente in ogni famiglia, potrebbe così trasformarsi in un indicatore particolarmente immediato del malessere economico degli elettori, facendo riaffiorare anche il ricordo delle corse agli acquisti e degli scaffali vuoti durante la pandemia del 2020.
La Casa Bianca ha minimizzato le preoccupazioni: il rappresentante americano per il Commercio Jamieson Greer, riferendosi alla guerra commerciale con il Canada, ha assicurato che “non c’è alcuna possibilità che possa realmente incidere sul benessere degli Stati Uniti”.
Per i repubblicani, tuttavia, il rischio è che minimizzare il problema alimenti la percezione di una Casa Bianca distante dalle difficoltà quotidiane degli americani, proprio mentre i democratici cercano di trasformare il caro-vita nel principale terreno di scontro della campagna per i midterm.

(da agenzie)

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IL CENTRODESTRA PROVA A “DISINNESCARE” L’EFFETTO VANNACCI. ECCO L’EMENDAMENTO DI FORZA ITALIA ALLA LEGGE ELETTORALE (OSTEGGIATO DALLA LEGA): SE DUE COALIZIONI SUPERERANNO IL 40% DEI VOTI SCATTERA’ IL SECONDO TURNO. CHI VINCE NELLA SECONDA TORNATA OTTERRA’ 70 DEPUTATI E 35 SENATORI COME BONUS, CHE ANDRANNO A SOMMARSI A QUELLI OTTENUTI CON LA PERCENTUALE DEL PRIMO TURNO (FONDAMENTALI PER L’ELEZIONE DEL PROSSIMO CAPO DELLO STATO, NEL 2029)

Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

È UNA MOSSA PARACULA PER FRONTEGGIARE L’AVANZATA DI VANNACCI. SENZA L’EX GENERALE IN COALIZIONE, IL CENTRODESTRA E’ DATO APPENA SOPRA AL 40%, MA SOTTO AL CAMPO LARGO. IN UN EVENTUALE BALLOTTAGGIO, MELONI, SALVINI E TAJANI SANNO CHE UN ELETTORE DI FUTURO NAZIONALE SARA’ “COSTRETTO” A VOTARE A DESTRA (O AD ASTENERSI)

Il centrodestra accelera sul ballottaggio. E fissa una nuova soglia per accedervi: il 40%. Con questo emendamento, che Forza Italia ha scritto e sottoposto agli alleati, verrà modificato l’impianto e la filosofia della legge elettorale. Il significativo ritocco, osteggiato dalla Lega, sarà presentato domani in commissione Affari costituzionali del Senato, ma per ragioni regolamentari la vera conta sarà solo quella in Aula.
Questo il percorso deciso per la riforma e per il doppio turno: non cambierà, a meno che la riunione tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani in agenda in queste ore non fermi l’operazione.
Ma cosa prevede questo emendamento? Viene come detto fissata la soglia del 40%, da cui tutto discende. Se nessuna forza arriva a superare questa asticella, non c’è ballottaggio e i seggi vengono distribuiti in modo proporzionale. Se invece due forze superano il 40%, accedono al ballottaggio. Chi vince al secondo turno, ottiene 70 deputati e 35 senatori come bonus, che andranno a sommarsi a quelli ottenuti con la percentuale del primo turno (esempio: se la coalizione A vince, prenderà il 43% del primo turno più il premio di 70 deputati alla Camera e 35 senatori a Palazzo Madama).
Infine, terza ipotesi: una sola coalizione ottiene il 40%, mentre le altre restano sotto. In questo caso, la coalizione arrivata prima ottiene direttamente il premio di maggioranza, senza necessità del ballottaggio.
Esistono ovviamente dei potenziali problemi anche con questo schema. Che succede se al ballottaggio la coalizione A vince alla Camera e quella B al Senato? A chi va il premio? Presumibilmente a nessuno: varrebbe il proporzionale puro del primo turno.
Secondo possibile nodo: se una coalizione o due coalizioni si fermano al primo turno poco sopra il 40%, c’è il rischio che in determinate circostanze i 70 deputati e i 35 senatori del premio non bastino a superare il 50%, o permettano di farlo di un soffio, mettendo a repentaglio la governabilità. Dilemmi che i prossimi giorni dovranno risolvere.

(da Repubblica)

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“SALIS, GUALTIERI, MANFREDI, DECARO SONO PIÙ FORTI DI SCHLEIN E CONTE PERCHÉ HANNO PRESO I VOTI E NON SONO STATI NOMINATI. SALIS? STUDIA, CAPISCE LE COSE, DISCUTE CON TUTTI. È BRAVA…”:L’EX MINISTRO CLAUDIO BURLANDO, GIA’ PRESIDENTE DELLA REGIONE LIGURIA E FIGURA STORICA DELLA SINISTRA, INTERVIENE NEL DIBATTITO SUL CAMPO LARGO

Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

“SE CONTE E SCHLEIN SI FANNO LA GUERRA, ALLORA SI RAGIONI SU UNA PERSONA CHE VIENE DAL TERRITORIO. IL CENTROSINISTRA ESPRIME NOMI PIÙ FORTI A LIVELLO LOCALE CHE NAZIONALE… LE PRIMARIE PER IL PREMIER? LE ABBIAMO FATTE SOLO PER PRODI, NEL 2005. MA ERANO DIVERSE, IL VINCITORE SI SAPEVA GIÀ”

Mentre parla seduto sotto un melo nel suo orto di Marzano, a Torriglia, è difficile pensare a Claudio Burlando come a un ex. Ha lasciato la politica attiva, certo, ma contatti, consigli, incontri e pensieri finiscono per portarlo sempre lì, alla passione di una vita.
Gli esordi nel Pci e in Comune, l’esperienza da ministro del governo Prodi, le due volte in cui è stato presidente della Regione: Burlando ripercorre più di cinquant’anni di storia, che a tratti ha la esse maiuscola: la cena con Fidel Castro, l’incontro con Helmut Kohl, il ricordo di Taviani, Berlusconi, Napolitano.
Dopo due ore di chiacchierata, raccoglie fiori di zucca, pomodori e melanzane per portarli all’osteria “Becassa”. Intanto, di mele ne sono cadute tante, mai troppo lontano dall’albero: ad ascoltarlo c’è suo nipote Tommaso, neanche dodici anni. Da grande – e intuirne il motivo non è difficile – vuole fare politica.
Burlando, come si è avvicinato alla politica?
«Era una scelta quasi obbligata: mio padre era un camallo iscritto al Pci, abitavamo in un quartiere popolare, Quezzi, dove la sezione era intitolata a Ho Chi Min. Mia madre invece era di qui, cresciuta con i partigiani in casa. Sfuggire alla sinistra era difficile. Nel 1970 ci fu l’alluvione : andammo a spalare e poi ci iscrivemmo in tanti alla Figc. Avevo 16 anni».
Lei ha conosciuto bene il mondo dei camalli.
«Era un mondo familiare. Anche i miei due zii erano camalli. E poi venivano a casa a mangiare i soci di mio papà. Ce n’era uno, Gaggioli, che quando scaricava le banane ne mangiava 70 in un turno. Era la fame della guerra. Mio padre quando fu prigioniero dei tedeschi, a Creta, mangiava solo carrube. Non c’era altro. Un mondo mitico».
La prima volta candidato?
«Prima andai in circoscrizione, dove si veniva nominati. Poi nel 1981 mi candidarono – decideva il partito – in Consiglio comunale. Mi dissero: “Sarai eletto, ma tra gli ultimi”. Ne eleggemmo 33, io arrivai 32esimo. Come a dire: “Stai buono lì”. Poi ho fatto l’assessore, il vicesindaco e il sindaco».
La parentesi da sindaco fu breve: fu arrestato per un’inchiesta sul sottopasso di Caricamento e sul parcheggio di piazza della Vittoria. E si dimise.
«Al di là del breve periodo da sindaco furono dodici anni bellissimi in Comune, perché cambiò la città. Pensi all’Acquario: fu una nostra idea, dall’opposizione».
Poi fu assolto. Quella vicenda giudiziaria la segnò?
«Sì, ma fu tale la solidarietà, in un’epoca in cui tiravano le monetine, che percepii subito che le persone avevano capito. Avevano preso una bufala gigantesca. Romanengo, uno dei protagonisti dell’Expo, disse che prima era stato costretto a pagare ma che quando cambiò giunta non si pagò più. Resta il mistero sul perché ci misero quattro anni ad assolvermi. Quando i pm sbagliano non vogliono ammetterlo, lo fanno fare ai giudici. Fu un colpo, ma anche un’opportunità: senza, non avrei fatto il ministro. Ci fu un momento però in cui persi la pazienza».
Nel 1996 divenne ministro con Prodi.
«Conobbi Prodi quando era presidente dell’Iri e io vicesindaco, me lo presentò Carlo Castellano. Ero in segreteria con D’Alema: dopo la sconfitta del 1994, ci dicemmo che serviva una componente moderata e una figura unificante. Gli parlai di Prodi, iniziò un lavoro di due anni, con episodi mai raccontati».
Ce ne racconti uno.
«Il rapporto Prodi-D’Alema non era semplicissimo. Ma il momento più complicato fu quando, dopo la caduta del governo Dini, D’Alema pensò a un governo Maccanico. Prodi la prese malissimo. Andai da D’Alema, nel suo ufficio, c’erano Velardi e Latorre. D’Alema giocava a Tetris, e mi disse: “Dovresti chiamare il tuo amico di Bologna”. Io gli risposi: “Già fatto, lo vedrò domenica a pranzo”. A quel punto smise di giocare a Tetris».
E cosa accadde?
«Andai a casa di Prodi, a Bologna, con il mio collaboratore Piero Piccolo. Prodi per due ore mi disse: “Mi avete rotto le scatole, voglio fare il boy scout”. Si votava dopo pochi mesi, era il nostro candidato. La moglie aveva cucinato i passatelli in brodo, la discussione andò avanti a pranzo.
A un certo punto feci una battuta su D’Alema, raccontando l’episodio dell’Università. Lui rispose: “Ma se Massimo ha avuto un’infanzia difficile mica è colpa mia!”. Si sciolse un po’ il clima, e alla fine Prodi mi disse: “Avvisa Massimo, vengo a Roma”. E così fecero la pace e vincemmo le elezioni. La sera del voto fu emozionante, D’Alema si affacciò a Botteghe oscure e la gente gridò “Enrico, Enrico”, pensando a Berlinguer. Commovente».
Bertinotti fece cadere il governo, una scelta che rivendica ancora. Cosa ne pensa?
«Facemmo un accordo di desistenza con Rifondazione, non presentandoci in alcuni collegi. Sulla strategia D’Alema era il numero uno. Andai a Chianciano, a parlare con Cossutta e Bertinotti. Stavano organizzando una manifestazione contro l’euro, che era il nostro programma. Alla fine, aiutato da Armando, lo convincemmo. Fausto disse: “Con questo accordo batteremo i fascisti. Ma se poi vinciamo?…”. E io: “Fausto, se vinciamo pazienza…».
Questo spiega ciò che è successo dopo. Durò due anni e mezzo.
«Quel governo era incredibile: Prodi, Napolitano, Ciampi, Dini, Andreatta, Maccanico e alcuni ragazzotti come me, Bersani, Veltroni, Bindi, Finocchiaro. Interrompere un’esperienza così fu una bestialità senza senso».
Da ministro andò in Germania ed ebbe modo di conoscere il cancelliere Kohl.
«Prodi mi portò con lui, insieme a Dini e Ciampi. Io parlo tedesco, lo studiai per scelta di mia mamma. Kohl non parlava inglese, quindi a pranzo c’era l’interprete ma io capivo prima degli altri italiani. Tutte le premesse di Kohl erano chiare: sembrava che non ci volesse nell’euro. Poi disse “aber”, che in tedesco significa “ma”. E spiegò che la moneta unica era un fatto culturale e politico, che andava fatta subito, quando erano ancora vive le persone che avevano vissuto gli orrori della guerra. Anche a costo di perdere le elezioni. E infatti le perse. Uno statista».
Ha conosciuto Fidel Castro.
«Fui mandato dai Ds a un congresso all’Avana, e feci una cena di sei ore con Castro. Mi raccontò cose incredibili».
Ad esempio?
«Mi parlò del rapporto complicatissimo con i sovietici. I cubani sono latini, giocosi, mentre i russi sono quadrati. Mi raccontò che un pilota sovietico faceva dei giri in elicottero con lui per capire dove potevano attaccare gli Stati Uniti. Una notte questo pilota stava per andare a sbattere verso una montagna, e Fidel glielo disse. Lui rispose che il piano di volo veniva da Mosca e non poteva cambiarlo. Castro allora gli puntò una pistola alla tempia e gli disse: “Questo argomento è sufficiente a cambiare il piano di volo?”».
Nel 2007 suscitò clamore l’errore che la portò a prendere uno svincolo autostradale contromano. Che ricordo ha di quella serata?
«Presi una rampa, per cinque secondi, a passo d’uomo. Mi scusai. Biasotti chiese le mie dimissioni da presidente: adesso lui è condannato in primo grado per reati societari, è consigliere di Iren ma non si è dimesso. Possono vincere solo se ci dividiamo: la nostra classe dirigente, come dice spesso Salis, è migliore della loro».
Fu indagato anche per la vicende Tirreno Power, la centrale a carbone di Vado sequestrata dai giudici.
«È una vicenda diversa da Ilva. La rigorosissima dirigente della Regione Gabriella Minervini, bestia nera di chi inquina, mi ha sempre detto che erano nei limiti. Cambiò il procuratore e fummo tutti archiviati».
Salis può essere la leader del centrosinistra italiano?
«Quando è apparsa non la conoscevo, ma ho capito subito di che pasta è fatta: è brava. Studia, capisce le cose, discute con tutti. La girandola di nomi – Salis, Gualtieri, Manfredi, Decaro – è figlia del fatto che noi esprimiamo nomi più forti a livello locale che nazionale. Questi quattro, e tanti altri, diversamente da Schlein e Conte sono più forti perché hanno preso i voti e non sono stati nominati».
Serve un sindaco, quindi?
«È naturale che se Conte e Schlein si fanno la guerra, e non hanno la necessaria forza, allora si ragioni su una persona che viene dal territorio».
Le primarie vanno fatte?
«Le primarie per il premier le abbiamo fatte solo per Prodi, nel 2005. Ma erano diverse, servivano a mobilitare il popolo, il vincitore si sapeva già. Non so come andrebbero adesso: se poi si dice che sono primarie anche sulla politica estera, non ci siamo proprio. Ci sono momenti in cui è il leader a fare le svolte, come Occhetto».
Cos’è, per lei, la politica?
«Una grande passione che ti prende e non ti molla più».

(da “il Secolo XIX”)

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TRA CARO-BOLLETTE E BENZINA ALLE STELLE, PAGHIAMO IL CONTO DELLA FUFFA MELONIANA- LA CRISI-ENERGETICA POTEVA ESSERE AFFRONTATA MEGLIO IN ITALIA, SE SOLO IL GOVERNO NON AVESSE GETTATO NEL CESSO QUATTRO ANNI, TRA MISURE-SPOT E PROMESSE NON MANTENUTE

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

IL 9 OTTOBRE 2023, LA DUCETTA FIRMAVA LA DIRETTIVA EUROPEA PER PORTARE ENTRO IL 2030 LA QUOTA DELLE RINNOVABILI AL 42,5%. MA LA SPINTA PER AUMENTARE L’INDIPENDENZA ENERGETICA DAI COMBUSTIBILI FOSSILI NON C’È STATA. E ORA I NODI VENGONO AL PETTINE… DAVANTI ALL’IMPENNATA DEI PREZZI DEI CARBURANTI, A CAUSA DELLA GUERRA ALL’IRAN, GIORGIA HA SCELTO PRIMA LA LINEA DELLA CAUTELA, IN OSSEQUIO A TRUMP. POI HA PROPINATO INTERVENTI-TAMPONE

La soluzione alla fine si troverà, perché nessun governo può rischiare di giocare troppo con il prezzo dell’energia alle stelle. Soprattutto se le elezioni sono tra un anno o giù di lì. Ma sei mesi di prezzi alti, che si faranno sentire almeno per i prossimi altri sei mesi e non solo alla pompa di benzina, si potevano contenere molto meglio se il tema dell’energia fosse stato affrontato diversamente, per tempo.
Il 9 ottobre del 2023, un anno dopo essere entrato in carica, il governo guidato da Giorgia Meloni firmava infatti la direttiva europea sulle energie rinnovabili, promettendo insieme a tutti i paesi del blocco un impegno per portare entro il 2030 la quota media di rinnovabili in Europa al 42,5 per cento.
Roma allora era al 19,1 per cento. Tre anni più tardi, i dati più aggiornati dicono che la spinta per aumentare l’indipendenza energetica del Paese dai combustibili fossili non c’è stata. E adesso i nodi sono venuti al pettine. Se si guarda quanto è cresciuta in ogni paese dell’Ue la capacità di energia rinnovabile installata da quando è in carica il governo Meloni, l’Italia risulta tra le ultimissime in classifica.
I dati definitivi dell’agenzia statistica dell’Unione europea, Eurostat, arrivano fino al 2024, dunque calcolano solo metà del mandato di Meloni, ma danno una misura chiara della tendenza: la Germania ha aumentato la sua capacità del 12 per cento, la Spagna del 19 per cento, la Francia del 15 per cento, l’Olanda del 40 per cento, l’Ue mediamente dell’8,7 per cento. Italia: + 2,6 per cento.
Davanti a prezzi di benzina e gasolio impennatisi a causa della guerra iniziata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con effetti a cascata su quasi tutti i settori merceologici e la paura di perdere consenso, Meloni ha scelto in principio la linea della cautela, in ossequio a Donald Trump. Poi ha cominciato con le misure tampone.
Ha puntato sul taglio temporaneo delle accise sui carburanti. Per tutti, senza distinzione di reddito. Sconto di 25 centesimo al litro su benzina e diesel, all’inizio.
Un rinnovo alla volta, un annuncio dopo l’altro. Con la spesa straordinaria che s’ingrandiva sempre di più e nazioni europee riuscite a contenere meglio gli aumenti (in Spagna la benzina costa 1,7 euro al litro, in Svezia 1,4, in Austria e Belgio 1,8), il governo italiano si è limitato a sussidiare il diesel, il più usato nei trasporti pesanti.
L’ultima proroga, da 17 centesimi al litro, vale fino al 5 settembre e porta il totale speso dallo Stato in sei mesi di crisi energetica a 2,7 miliardi di euro. Soldi, tanti, raccolti tagliando qua e là con una fatica inversamente proporzionale all’influenza avuta sul prezzo finale dei carburanti in Italia, ormai stabilmente sopra i 2 euro al litro.
L’inutile battaglia con Bruxelles
Non sapendo bene come uscirne, Meloni ha puntato sulle battaglie mediatiche con l’Ue. A maggio ha chiesto alla Commissione di estendere la deroga al Patto di stabilità, prevista ora per la difesa attraverso i fondi Safe, anche per l’energia. Come prevedibile, molti altri Stati hanno detto no.
I numeri di Eurostat dimostrano che negli ultimi cinque anni la crescita della capacità rinnovabile in Italia è stata di circa il 10 per cento, in Germania del 20 per cento, in Spagna del 40 per cento. Perché concedere una deroga a un Paese che ha investito pochissimo sulle rinnovabili rispetto agli altri?
Da quando Meloni è al governo il nostro Paese ha reso più difficile l’installazione di nuovi impianti rinnovabili, ha complicato le concessioni con stratificazioni normative e autorizzative.
Si aggiungano i conflitti procedurali tra regioni, governo e tra gli stessi ministeri e il risultato è quello che ritroviamo nei dati ufficiali: le rinnovabili a fine 2024 coprivano il 20,9 per cento dell’energia prodotta in Italia, mentre in Germania valevano il 22,4 per cento, in Spagna il 25 per cento, in Francia il 23 per cento, in Finlandia il 52 per cento, in Svezia il 62 pe cento.
Con quali speranze il governo ha chiesto una deroga al Patto di stabilità europeo non è chiaro, ma di sicuro dopo il primo no ci ha riprovato. Ha proposto a Bruxelles di introdurre una tassa aggiuntiva per le compagnie petrolifere europee.
L’Ue ha ricordato che secondo i trattati la materia fiscale è prerogativa nazionale, fatto noto, e che quindi l’Italia è libera di farlo – con il rischio che la misura venga dichiarata incostituzionale, come ha spiegato su queste pagine Tommaso Di Tanno – ma non di imporlo agli altri. Anche perché i dati dimostrano che il governo Meloni ha fatto una scelta politica consapevole: puntare forte sul gas
Con la quasi totale chiusura di Hormuz, da dove passava un quinto della produzione mondiale di gas liquefatto, al metano russo mancante si è aggiunto quello del Qatar e degli altri Paesi del Golfo Persico. E per l’Italia, che già pagava l’elettricità il 36 per cento in più rispetto alla media Ue prima della crisi, la strategia si è rivelata per la seconda volta costosissima (molto meglio per Eni, invece).
Le previsioni più autorevoli prevedono al momento un tasso d’inflazione intorno 3 per cento per il 2026 nell’Ue, maggiore per l’Italia perché sulle sue bollette dell’elettricità il costo del gas incide di più rispetto a nazioni come Germania, Francia e Spagna. Ovviamente dipenderà da quanto i prezzi di gas e petrolio resteranno alti fino a fine anno.
Alcuni membri del board della Bce hanno già preannunciato la volontà di alzare i tassi d’interesse nella riunione di inizio settembre, rendendo più alto il costo del denaro e quindi del debito. Che, nel caso nostro, è molto alto.

(da “Domani”)

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L’ARMATA BRANCA-MELONI E’ PRONTA A INSERIRE NELLA LEGGE ELETTORALE UNA NORMA SUL BALLOTTAGGIO PER FERMARE L’ASCESA DI FUTURO NAZIONALE. IL DOPPIO TURNO EVITEREBBE AL CENTRODESTRA UN’ALLEANZA IN PRIMA BATTUTA CON L’EX GENERALE E UN EVENTUALE ACCORDO POST-VOTO CON LUI

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

LA DUCETTA E I SUOI ALLEATI SANNO CHE AL PROSSIMO GIRO DIFFICILMENTE RAGGIUNGERANNO LA SOGLIA DEL 42% PREVISTA DAL MELONELLUM PER FAR SCATTARE IL PREMIO DI MAGGIORANZA … FRATELLI D’ITALIA VUOLE ELIMINARE L’EMENDAMENTO “AMMAZZA CESPUGLI” INTRODOTTO PER VOLERE DI FORZA ITALIA

Una call fra gli sherpa del centrodestra – Giovanni Donzelli e Angelo Rossi (Fratelli d’Italia), Roberto Calderoli (Lega) e Stefano Benigni e Alessandro Battilocchio (Forza Italia) – non ha schiarito del tutto le idee alla maggioranza di governo sulla legge elettorale in vista del termine per presentare gli emendamenti che scade domani.
L’accordo, per il momento, riguarda solo l’emendamento di maggioranza per reintrodurre le preferenze (senza parità di genere nei capilista). Ma per la prima volta la maggioranza sembra fare sul serio sul ballottaggio in funzione anti-Vannacci.
Fratelli d’Italia, su consiglio del presidente del Senato Ignazio La Russa e di diversi costituzionalisti, ritiene che il ballottaggio sia l’unico modo per non allearsi in prima battuta con l’ex generale Roberto Vannacci alle prossime elezioni politiche per poi fare un accordo dopo, anche se Giorgia Meloni non è del tutto convinta perché ritiene che questo meccanismo favorisca paradossalmente il leader di Futuro Nazionale che massimizzerebbe il voto al primo turno e non è detto che voglia allearsi dopo.
Ma tant’è: il rischio che la coalizione non riesca a raggiungere la soglia del 42% (quella per ottenere il premio di maggioranza) è alto e quindi il ballottaggio permetterebbe di evitare un pareggio e un proporzionale puro. Forza Italia per la prima volta ha deciso di aprire a questa opzione (anche se la norma non è facile da scrivere), mentre la Lega continua a essere contraria (lo è storicamente per i ballottaggi nelle città).
Inoltre FdI vorrebbe anche presentare un’altra modifica: l’abolizione della norma, introdotta da Forza Italia alla Camera con un emendamento del deputato Paolo Emilio Russo, secondo cui le liste collegate in una coalizione che non raggiungono la soglia di sbarramento del 3% non concorrono al calcolo della cifra elettorale nazionale di coalizione, con la sola eccezione del miglior perdente.
Una norma anti-frammentazione che però FdI vuole cambiare perché ha fatto sapere che ci sarebbero dubbi di incostituzionalità soprattutto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma in realtà la questione sarebbe più politica: FdI vuole allearsi con una serie di “cespugli” sul modello Ulivo che possano portare via voti a Futuro Nazionale a livello locale.
È il caso della Dc di Gianfranco Rotondi e Sud Chiama Nord di Cateno De Luca, oltre a una lista di civici che sarebbe già pronta da portare nella coalizione di centrodestra. Proposta, quella dell’abolizione, che però vede contrari sia Forza Italia che Lega.

(da Domani)

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IL MONDO VA A FUOCO, LE FAMIGLIE ITALIANE SI PREPARANO A UN AUTUNNO DI LACRIME E SANGUE E LA POLITICA LITIGA SU BALLOTTAGGIO E PRIMARIE

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

IL POLITOLOGO LORENZO CASTELLANI: “ENERGIA, INDUSTRIA, DIFESA, RIARMO, SICUREZZA DELLE INFRASTRUTTURE E PROTEZIONE DELLE CATENE DI APPROVVIGIONAMENTO IMPONGONO UNA POLITICA DI LUNGO PERIODO. RICHIEDONO COMPATTEZZA, GERARCHIE NELLE PRIORITÀ, RIFORMULAZIONE DEL BILANCIO DELLO STATO E UNA CLASSE DIRIGENTE DISPOSTA A PAGARE IL COSTO DELLE DECISIONI. OGGI L’ITALIA NON SEMBRA AVERE UN SISTEMA POLITICO NÉ UNA LEADERSHIP ALL’ALTEZZA DI UNA SITUAZIONE SEMPRE PIÙ DIFFICILE. IN UN MONDO TORNATO COMPETITIVO, COSTOSO E ARMATO, QUESTE NON SONO BUONE NOTIZIE PER IL PAESE”

La politica italiana si avvia verso mesi difficili con l’aria di chi discute ancora delle formule elettorali mentre cambiano, assai più rapidamente, le condizioni materiali dell’esistenza economica e politica.
Per molti anni il Paese ha potuto rinviare le scelte difficili: protetto da una moneta stabile, sostenuto dalla domanda estera, rassicurato da una pax americana considerata irreversibile e da un’energia dai costi sopportabili. Quella stagione è finita. E il problema italiano è che al mutamento del mondo esterno corrisponde una crescente incapacità interna di produrre decisioni coerenti.
Partiamo dall’economia. La nuova tensione energetica torna a sospingere i prezzi generali verso l’alto: in un paese a crescita quasi zero i redditi reali si erodono e in modo più rapido di quanto il palazzo creda.
Di conseguenza, il ritorno di tassi d’interesse meno favorevoli sul debito pubblico […] restringerà ulteriormente i margini della politica di bilancio. La crisi energetica non è dunque un capitolo settoriale, ma una componente della più generale fragilità economica e finanziaria italiana.
È il sintomo di una vulnerabilità strutturale: l’Italia continua a dipendere in misura eccessiva da fattori che non controlla, dalle rotte marittime agli approvvigionamenti, dal prezzo del gas a quello dei prodotti petroliferi raffinati.
L’Europa ha aggravato questa condizione confondendo la necessità della transizione ecologica con l’idea che essa potesse essere realizzata per decreto, senza una parallela politica industriale.
Anche l’automotive riassume questa contraddizione. L’Europa rischia di affrontare la conversione elettrica indebolendo le proprie basi produttive e lasciando spazio a concorrenti che controllano più saldamente batterie, materie prime e filiere tecnologiche.
Le difficoltà di grandi gruppi come Volkswagen, Stellantis e Porsche segnalano che la transizione […] può tradursi in chiusure, ridimensionamenti e perdita di occupazione. È la contraddizione di un’Europa che proclama l’autonomia strategica e rischia invece di importare dall’esterno una parte decisiva della struttura industriale della propria transizione.
In questo scenario, la politica italiana appare singolarmente inadeguata. Il centrosinistra si avvicina alle elezioni senza sciogliere il nodo fondamentale: non la semplice scelta di un candidato, ma la definizione di una coalizione politica. Elly Schlein e Giuseppe Conte competono per egemonizzare due elettorati diversi, due culture politiche differenti, due idee non coincidenti di Stato, Europa e politica estera.
Si specula allora di un nome terzo, magari amministratore di una grande città. Ma la popolarità locale non coincide con la legittimazione nazionale: sindaci e governatori sono difficili da trasformare in pochi mesi in un candidato nazionale riconoscibile e credibile da contrapporre a Giorgia Meloni.
A destra, intanto, la crescita del partito di Roberto Vannacci introduce un fattore ulteriore di instabilità. Significa che una parte dell’elettorato sovranista e protestatario, più grande del previsto, cerca una rappresentanza più radicale di quella offerta dal centrodestra tradizionale. E ogni punto sottratto alla coalizione di governo rende più incerta la possibilità di una maggioranza.
Persino la riforma elettorale in discussione potrebbe non risolvere il problema. Può verificarsi, infatti, il caso più italiano di tutti: elezioni senza un vincitore netto nonostante la nuova legge sia pensata per costruirne uno. Ci si ritroverebbe di fronte a partiti capaci di impedire agli avversari di governare, ma incapaci di costruire essi stessi una direzione nazionale.
Il punto decisivo, allora, non è elettorale ma di governo. Energia, industria, difesa, riarmo, sicurezza delle infrastrutture e protezione delle catene di approvvigionamento impongono una politica di lungo periodo. Richiedono compattezza, gerarchie nelle priorità, riformulazione del bilancio dello Stato e una classe dirigente disposta a pagare il costo delle decisioni. Oggi, invece, l’Italia non sembra avere un sistema politico né una leadership all’altezza di una situazione sempre più difficile. In un mondo tornato competitivo, costoso e armato, queste non sono buone notizie per il Paese.

(da “Domani”)

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“QUEI COMMENTI NON MI HANNO FERITA. NON MI VERGOGNO DELLA MIA MALATTIA”. PARLA ROBERTA VALLACCHI, LA CONSIGLIERA REGIONALE DEM DELLA LOMBARDIA, MALATA DI TUMORE, INSULTATA SUI SOCIAL PERCHÉ INDOSSA UN FOULARD (“COS’È QUEL PRESERVATIVO SULLA TESTA?”)

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

“MI HA COLPITA IL MOTIVO PER CUI SONO STATI SCRITTI: HO VISTO IN QUEGLI ATTACCHI LA VIOLENZA DI UNA SUBCULTURA CHE SUI SOCIAL HA TERRENO FERTILE” – “MI PIACEREBBE GUARDARE NEGLI OCCHI CHI MI HA INSULTATA, DIETRO A UNA TASTIERA È MOLTO FACILE”… NOI PREFERIAMO VEDERLI MARCIRE IN GALERA, CON LA FECCIA NON SI DISCUTE

«Cos’è quel preservativo sulla testa?». È uno dei commenti a un video di Roberta Vallacchi alla Festa dell’Unità del Lodigiano, in una serata su voto alle donne e Madri costituenti. Sessantuno anni, madre di due figli (uno è il sindaco di Lodi Andrea Furegato), consigliera regionale del Pd e volto dem a Lodi.
Vallacchi combatte da mesi contro un tumore. La chemioterapia le ha fatto perdere i capelli e lei ha scelto un foulard, non una parrucca, come aveva fatto 10 anni fa al primo tumore.
Ha letto gli insulti?
«Sì, ma non mi hanno ferita. Mi ha colpita il motivo per cui sono stati scritti: parlavo di donne e parità, ho visto in quegli attacchi la violenza di una subcultura che sui social ha terreno fertile».
Dieci anni fa aveva scelto la parrucca. Oggi no. Perché?
«Al primo tumore non ero pronta. La malattia spaventa, allontana. Questa volta ho deciso di non nascondermi. Ricopro un ruolo istituzionale e penso possa essere utile raccontarsi».
Quando ha scoperto di avere di nuovo un tumore?
«A dicembre, durante un controllo annuale. Oggi posso dirlo: per la seconda volta nella mia vita, la prevenzione mi ha salvata».
Ancora un tumore al seno.
«Il primo era al seno sinistro, questo al destro».
Ha detto che vorrebbe incontrare chi l’ha insultata.
«Mi piacerebbe guardarli negli occhi, dietro a una tastiera è molto facile».
Li denuncerà?
«Sì, ma lo faccio per tutte le donne e per tutti gli uomini ai quali può succedere una cosa del genere».
La malattia ha cambiato il suo sguardo sulla sanità lombarda?
«Ho visto da vicino le difficoltà, soprattutto le liste d’attesa. Il personale è straordinario, ma non è sufficiente rispetto ai bisogni».
Parla della sua malattia senza abbassare lo sguardo.
«Non voglio nascondermi. Io non mi vergogno. E vorrei che nessuno fosse costretto a vergognarsi della propria»

(da Il Corriere della Sera)

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DOMENICA 6 SETTEMBRE SI VOTA NEL LAND DELLA SASSONIA: L’ESTREMA DESTRA DI “AFD” PER LA PRIMA VOLTA PUÒ ANDARE AL POTERE

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

IL MONITO DEL CANCELLIERE MERZ: “UNA VITTORIA DELL’AFD SCORAGGEREBBE GLI INVESTITORI STRANIERI E INFLIGGEREBBE DANNI CONSIDEREVOLI ALLO STATO”… LO “SPIEGEL” DEFINISCE IL CANDIDATO AFD ULRICH SIEGMUND “L’UOMO PIÙ PERICOLOSO DELLA GERMANIA”. DIETRO I MODI CHARMANT E IL SORRISO DA “PERFETTO GENERO” SI CELA UNA RETE DI NEONAZISTI E PROGETTI TALMENTE RADICALI CHE RISCHIANO DI SOVVERTIRE LA DEMOCRAZIA

Una vittoria di Alternativa per la Germania (Afd) alle elezioni in Sassonia Anhalt scoraggerebbe le aziende straniere dall’investire nel Land tedesco. Lo ha detto il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in un’intervista ieri sera all’emittente “Ard”. Il partito di estrema destra guidato da Alice Weidel raggiungerebbe, secondo sondaggi recenti, ben il 40 per cento nelle elezioni del Land, previste domenica prossima.
I cristiano democratici, invece, si attestano al 23 per cento. Merz ha detto che una vittoria dell’Afd infliggerebbe allo Stato “danni considerevoli” e non riesce a immaginare che gli investitori internazionali possano ancora essere disposti a investire in Sassonia Anhalt qualora l’Afd salisse al potere. L’Afd in Sassonia Anhalt e’ classificata come organizzazione “estremista di destra conclamata” dall’Ufficio regionale per la tutela della Costituzione.
Un’ora e mezza di fila per un selfie con “l’uomo più pericoloso della Germania”. Ulrich Siegmund ride di gusto: un suo fan gli ha portato l’ormai famosa copertina dello Spiegel. Una prima pagina che ha suscitato enormi polemiche, soprattutto a Est dove il più prestigioso settimanale tedesco è ancora considerato “wessi”, occidentale. Leggi: supponente e paternalista.
La tesi dello Spiegel, però, è inoppugnabile: i modi charmant e il sorriso da “perfetto genero” del candidato dell’Afd in Sassonia-Anhalt nascondono una rete di neonazisti e progetti talmente radicali che rischiano di sovvertire la democrazia. A Röblingen, dove siamo venuti a vedere Siegmund dal vivo, anche Björn è in fila con la copia di un settimanale che non comprerebbe mai e che a Est è già un oggetto di culto: «Ci ha regalato una valanga di voti», ruggisce il perito chimico cinquantenne tra una sigaretta e l’altra.
A una settimana da un’elezione che potrebbe cambiare la Germania, la febbre intorno allo spitzenkandidat dell’Afd è alle stelle. La folla aspetta paziente di stringergli la mano, le casse sparano brani di propaganda, “Vaterland” e “Alice fuer Deutschland”, i rumorosi brindisi con boccaloni di birra si mescolano ai teschi delle SS e a simboli nazi-occultisti come il sole nero, che si scorgono sui polpacci, sulle nuche, sugli avambracci. È pieno di famiglie con bambini.
Ma ormai nessuno copre i simboli nazisti, la differenza rispetto a un paio di anni fa è che l’estremismo è ostentato. Del resto, dall’entourage di Siegmund ci fanno sapere che Giorgia Meloni è considerata «destra annacquata», «un anti-modello». Eppure, negli ultimi due anni nell’Afd c’era stata una lunga discussione sulla possibile “melonizzazione”, insomma sull’opportunità di imboccare una strada più moderata. «Adesso “melonizzazione” è una parolaccia», tagliano corto i fedelissimi di Siegmund. È un capitolo chiuso: la radicalizzazione paga.
E in effetti. Neanche la notizia che il braccio destro di Siegmund, Patrick Harr, e un altro suo fedelissimo, Laurens Nothdurft, erano dirigenti della Heimattreue Deutsche Jugend (Hdj), l’organizzazione erede della Gioventù hitleriana, fucina di neonazisti per decenni e vietata nel 2009, ha spaventato gli elettori.
Né il blitz della polizia tra alcuni candidati di primo piano, accusati di far parte della setta neorurale e ultranazionalista Artgemeinschaft – proibita anch’essa. Neanche le frequentazioni di Siegmund con gli Identitari o la vicinanza a note stirpi völkisch hanno mosso un voto. L’Afd continua a veleggiare al 40% da mesi, venti punti avanti alla Cdu guidata dal governatore uscente, Sven Schulze.
Intercettiamo il politico cristiano-democratico a Halle, antica perla del commercio del sale, fiera della sua anseaticità. È una serata di imprenditori locali organizzata sul fiume. A Repubblica, Schulze dice chiaramente che «non ci alleeremo con l’Afd», che il cordone sanitario «non cadrà». Ma il principale sfidante di Siegmund non nasconde il suo malumore verso Berlino: l’impopolarità del governo Merz, i suoi errori «assurdi» hanno dominato la campagna elettorale, «hanno pesato sugli umori degli elettori». E avverte: Siegmund ha idee «pericolose, rischiamo la catastrofe».

(da La Repubblica)

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“SE QUALCUNO FARÀ SALTARE IL TAVOLO DEL CAMPO LARGO, SARÀ COMPLICE DELLA VITTORIA DI MELONI E VERRÀ INSEGUITO CON I FORCONI DAL POPOLO DEL CENTROSINISTRA”: RENZI FA IL PIENO DI APPLAUSI ALLA FESTA DEL’UNITA’ DI BOLOGNA

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

“LE PRIMARIE? BASTA PARLARSI ALL’OMBELICO. IL PD SA COME SI ORGANIZZANO, UNA SOLUZIONE SI TROVA”…“C’È IL PROBLEMA DI COSA VUOL FARE CONTE, DOBBIAMO GESTIRLA. AL CENTROSINISTRA SERVE UNA CASA RIFORMISTA, SENZA NON SI VINCE”…”CALENDA? ALLA FINE, QUANDO CAPIRÀ CHE VINCIAMO, VERRÀ CON NOI…”

«Matteo! Matteo!». La sala Francesco Guccini della Festa dell’Unità di Bologna è gremita e acclama Matteo Renzi come se non fosse passato un giorno dal settembre 2014, quando l’allora premier salì sul palco della kermesse dem al Parco Nord di fronte a oltre diecimila persone, insieme al primo ministro francese, Manuel Valls, e al segretario del Psoe spagnolo, Pedro Sánchez.
La Festa bolognese ha traslocato e si è ristretta, in platea ci saranno trecento persone, Renzi guida un partito alleato che veleggia attorno al 3% e l’Italia è in mano a Giorgia Meloni.
L’unica cosa che non è cambiata è il piglio dell’ex Rottamatore: «La partita è quella delle secondarie, non delle primarie. Se vincono loro— avverte Renzi — hanno altri cinque anni di Palazzo Chigi e sette anni di Quirinale. Io sette anni di Giorgia Meloni, dopo quattordici di Sergio Mattarella, anche no».
C’è buona parte dello stato maggiore di Italia viva, nazionale e locale, ad accogliere il ritorno di Renzi alla Festa di Bologna: da Luciano Nobili a Francesco Bonifazi, fino al presidente regionale, Stefano Mazzetti. Abbondano camicie bianche e maniche arrotolate, Renzi ha optato per una t-shirt (sempre bianca).
Renzi firma foto, scatta selfie, stringe mani. Parla di strategie politiche tra i volontari che spadellano: «C’è il problema di cosa vuol fare Conte, dobbiamo gestirla… ma dobbiamo vincere ed evitare Meloni al Quirinale».
Il centrosinistra intanto, chiarisce però il leader di Iv, non deve rimanere ingarbugliato nel dibattito sui gazebo. «Di primarie ne ho fatte tante, qualcuno l’ho vinta e qualcuna persa. Il Pd sa come si organizzano le primarie, una soluzione si trova. Smettiamo di parlarci all’ombelico. Il problema — sottolinea — è se siamo consapevoli che questa è una sfida enorme che non possiamo perdere».
Una prospettiva che anche Azione vorrà evitare. «Scommetto che alla fine, quando capirà che vinciamo, Carlo Calenda verrà con noi». Perché senza riformisti, sostiene Renzi, non si vince. Che archivia la nostalgia del Pd che fu. «Io ho vissuto con grande sofferenza l’abbandono al Pd. Altri, come Elly, sono tornati.
Ma penso sia difficile tornare a quel momento lì», confessa l’ex segretario dem, ormai non più teorico del partito pigliatutto: «Al centrosinistra serve una casa riformista, senza — dice al popolo dem — non si vince». E se qualcuno farà saltare il tavolo del Campo largo, avverte il leader di Iv, ne pagherà le conseguenze: «Chi sarà complice della vittoria di Meloni sarà inseguito con i forconi dal popolo del centrosinistra. Basta veti, mettiamo insieme i voti. Mandarli a casa è un dovere civile».

(da agenzie)

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