Destra di Popolo.net

CHE FIGURA DI TERNA! L’ULTIMO PSICODRAMMA GOVERNATIVO RIGUARDA LA BUONUSCITA DI GIUSEPPINA DI FOGGIA, L’AD IN SCADENZA DA TERNA, CHE PRETENDE 7,3 MILIONI DI EURO DALLA SOCIETÀ DELLA RETE ELETTRICA, CONTROLLATA DA CASSA DEPOSITI E PRESTITI

Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile

DA GIORNI CDP, MEF, TERNA E PALAZZO CHIGI SONO BLOCCATI IN UN BRACCIO DI FERRO CHE METTE IN SERIO IMBARAZZO TUTTI. LA MANAGER ERA STATA NOMINATA A MAGGIO 2023 IN TERNA, FORTE DEL SUO RAPPORTO CON ARIANNA MELONI. ORA IL GOVERNO HA DECISO DI NON RICONFERMARLA, FACENDO FILTRARE SCARSO APPREZZAMENTO PER I RISULTATI. MA È STATA INDICATA COME PRESIDENTE DELL’ENI (STIPENDIO DA 500MILA EURO ANNUI)

L’ultimo psicodramma governativo nel mondo finanziario vale circa 7,3 milioni di euro. A tanto ammonta la buonuscita che l’amministratrice delegata in scadenza da Terna, Giuseppina Di Foggia, pretende dalla società della rete elettrica (da cui ha percepito oltre 2 milioni annui per tre anni), controllata dalla Cassa depositi e prestiti, mentre sta per approdare in Eni come presidente.
Sembra incredibile, ma da giorni Cdp, ministero dell’Economia (che la controlla), Terna e Palazzo Chigi sono bloccati in un braccio di ferro che può mettere in serio imbarazzo tutti. La manager, ex Nokia Italia, è stata nominata a maggio 2023 in Terna, forte del suo rapporto con Arianna Meloni, sorella della premier.
La settimana scorsa, il governo ha deciso di non riconfermarla, facendo filtrare scarso apprezzamento per i risultati. A sorpresa, però, è stata indicata come
presidente dell’Eni (stipendio da 500mila euro annui), forse la più strategica delle società pubbliche. Che un Ad finisca a presiedere il cda di un’altra società, per di più dello stesso settore, è bizzarro, ma da lì in poi è iniziato lo psicodramma.
Di Foggia aveva negoziato una severance, una “buonuscita” per mancata riconferma, di 7,3 milioni, teoricamente in linea con quelle dei predecessori. Teoricamente, perché sia il suo predecessore, Stefano Donnarumma, sia Luigi Ferraris accettarono 4,6 milioni rinunciando da subito al resto. Lei no.
Il punto però è che la policy interna di Cassa depositi non prevede buonuscita se il manager passa in un’altra società controllata e Cdp controlla sia Terna che Eni. Una linea pensata per evitare sontuose buonuscite a manager che restano nel gruppo. Cdp dovrebbe applicarla, ma la palla è stata per ora rilanciata a Terna.
Ad allontanare la manager dalla buonuscita c’è anche lo statuto di Terna, che impedisce ai vertici di ricoprire ruoli nel cda di società attive nel settore energetico. È il caso di Eni, che terrà la sua assemblea per eleggere i nuovi vertici (Di Foggia compresa) il 6 maggio, prima di quella di Terna, il 12. Di Foggia si dovrebbe quindi dimettere prima e in quel caso non è prevista severance.
Lo stallo è tale che ieri il tema è stato addirittura al centro del cda di Terna. La manager insiste sulla buonuscita, pare anche forte di pareri legali. La giustificazione che filtra è che in Eni è il Tesoro a proporre la lista per il cda, mentre in Terna è Cdp e quindi non si applicherebbe la policy della Cassa, mentre sul divieto imposto dallo Statuto giocherebbero in suo favore i tempi stretti tra le 2 assemblee: il cda avrebbe chiesto un parere indipendente sul da farsi.
Tutti nei palazzi romani sperano che la manager rinunci ai soldi per evitare un epilogo imbarazzante, anche perché tre anni fa il Tesoro si dotò di una norma per non concedere o ridurre le buonuscite ai vertici delle partecipate.
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PEDRO SANCHEZ E IGNACIO LULA HANNO CHIAMATO A RACCOLTA A BARCELLONA LE FORZE DEMOCRATICHE PER DIMOSTRARE CHE È POSSIBILE RESISTERE ALL’URTO DEI SOVRANISTIE CHE STANNO SCONVOLGENDO IL MONDO

Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile

ALLA GLOBAL PROGRESSIVE MOBILITATION PRESENTE ELLY SCHLEIN, UNICA LEADER DELLA SINISTRA ITALIANA INVITATA: “LA VITTORIA DEL NO ALLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA HA SUSCITATO GRANDE SPERANZA IN EUROPA. DALL’ITALIA ABBIAMO INIZIATO A FERMARE I NAZIONALISTI”

El pueblo unido si aggira euforico per i padiglioni della Fira, chiamato a raccolta da Pedro Sánchez e Ignacio Lula in quel di Barcellona per dimostrare che le forze democratiche e progressiste — nonostante tutto — esistono e resistono all’urto delle destre nazionaliste che stanno sconvolgendo il mondo.
Fanno rete e per la prima volta si ritrovano, insieme, per dire no alla guerra; «contrastare l’ondata reazionaria e guarire le ferite che altri hanno aperto», esortano i due presidenti; organizzare una risposta in grado di frenare l’Internazionale nera capitanata da Donald Trump, che comincia a manifestare le prime crepe.
Il momento non è scelto a caso: la batosta subita da Meloni al referendum e la sconfitta di Orbán in Ungheria provano che «la spinta propulsiva dei sovranisti si sta esaurendo», annota il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Obiettivo: creare «un’alternativa» al nuovo disordine globale imposto con le bombe.
Parola cara a Elly Schlein, a dispetto di Giuseppe Conte l’unica leader della sinistra italiana invitata alla Global progressive mobilitation dove ha portato una ventata di ottimismo.
«La vittoria del no alla riforma della giustizia ha suscitato grande speranza in Europa. Dall’Italia abbiamo iniziato a fermare i nazionalisti». Il cui tempo «è finito», decreta la segretaria dem: «Loro alimentano guerre, stanno devastando l’economia e aumentando la povertà. Toccherà a noi, adesso, costruire un altro mondo». Perciò «è bellissimo ritrovarsi qui, tutti insieme», sorride, «per far vedere che condividiamo la stessa agenda e le stesse battaglie, per la pace e la giustizia sociale».
Ma quando i cronisti le chiedono se è dunque lei a rappresentare l’Italia nell’ampio fronte anti-destra appena battezzato a Barcellona, Schlein preferisce glissare: «C’è molta attesa rispetto a quanto sta accadendo nel nostro Paese e a quel che potrà succedere alle prossime politiche».
Nessuna polemica con il capo 5S che le insidia la premiership: sta nei fatti, nei numeri che danno il Pd prima forza della coalizione, non c’è bisogno di insistere.
(da Repubblica)

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FIRENZE, 1.000 EURO DI MULTA PER AVER CONTESTATO VANNACCI. COSI’ SI CRIMINALIZZA IL DISSENSO

Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile

LA SANZIONE E’ STATA RECAPITATA AGLI ORGANIZZATORI DI UN PRESIDIO CONTRO L’APERTURA DELLA SEDE DI FUTURO NAZIONALE IN CITTA’

Quattro persone si sono viste recapitare una multa da 1.000 euro. Il motivo? Lo scorso 28 marzo hanno partecipato a una manifestazione di protesta contro l’apertura della sede di Futuro Nazionale, il partito di estrema destra di Roberto Vannacci, nel quartiere Rifredi, a Firenze. Ad annunciarlo è il Comitato Tanucci Piazza Libera, che ha chiesto alla sindaca Sara Funaro di prendere posizione. «È assurdo. Nella notifica mi viene contestato di aver parlato al megafono invitando i presenti a rimanere in piazza per contestare Vannacci», racconta Chiara Bartoli, del Comitato, a Repubblica Firenze.
La solidarietà di Pd e Avs
Le sanzioni recapitate in questi giorni sono legate alle recedenti modifiche del Tulps (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza) introdotte dal governo con il decreto sicurezza, che prevedono recente una multa tra i 1.000 e i 10.000 euro per le manifestazioni non autorizzate. «È la messa in pratica dei decreti sicurezza voluti dal governo che portano ad una vera e propria criminalizzazione del dissenso, mettendo un prezzo al diritto costituzionale di manifestare», denunciano i consiglieri comunali Luca Milani (Pd) e Vincenzo Pizzolo (Avs). «Quella del 28 marzo – aggiungono – è stata una manifestazione molto partecipata, del tutto pacifica, dove il quartiere di Rifredi ha espresso una chiara contrarietà ad ospitare la sede di un partito che in queste settimane si è già reso protagonista di azioni e manifestazioni muscolari e ai limiti della legalità come le ronde camuffate in manifestazioni o passeggiate».
(da agenzie)

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NON RIESCE A COLLEGARSI AL PC E CREDE DI ESSERE STATO LICENZIATO, IL DIRETTORE DELL’FBI PATEL DA’ DI MATTO

Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile

“PARANOICO E BEVE TROPPO”. TRA ASSENZE INGIUSTIFICATE E ALCOLISMO, KASH PATEL E’ UN RISCHIO PER LA SICUREZZA NAZIONALE

Un errore di login al sistema informatico interno trasformato in un caso di sicurezza nazionale. È questo l’ultimo, inquietante capitolo che riguarda il direttore dell’Fbi, Kash Patel, raccontato dal The Atlantic. Secondo nove diverse fonti vicine al Bureau, lo scorso 10 aprile Patel sarebbe andato letteralmente nel panico dopo non essere riuscito ad accedere al suo computer, convincendosi di essere stato rimosso dall’incarico dalla Casa Bianca. Atteggiamenti che hanno preoccupato molto i colleghi, insieme al consumo eccessivo di alcool e alle numerose assenza ingiustificate. Secondo il The Atlantic la Casa Bianca starebbe già cercando un sostituto. Di poche settimane fa la violazione dell’indirizzo Gmail personale di Patel da parte del gruppo di hacktivisti Handala Hack, ritenuto legato al Ministero dell’Intelligence dell’Iran (MOIS).
La crisi di nervi in ufficio
Quello che i testimoni descrivono come una vera e propria crisi di nervi ha scosso un’agenzia che conta oltre 38 mila dipendenti. Patel avrebbe iniziato a chiamare freneticamente collaboratori e alleati per annunciare il proprio licenziamento, scatenando un rincorrersi di voci che è arrivato fino al Congresso. In realtà, si trattava solo di un problema tecnico, risolto poco dopo. «È stata tutta un’assurdità», ha commentato un funzionario dell’Fbi al giornale americano.
Alcol e assenze ingiustificate
Ma l’episodio del computer sarebbe solo la punta dell’iceberg. L’inchiesta del The Atlantic dipinge un ritratto preoccupante del capo della polizia federale: i colleghi segnalano episodi di consumo eccessivo di alcol e numerose assenze ingiustificate dal posto di lavoro. Patel viene descritto come «paranoico» e profondamente preoccupato per il suo futuro professionale, specialmente dopo l‘uscita di scena dell’ex procuratrice generale Pam Bondi, avvenuta lo scorso 2 aprile.
Un rischio per la sicurezza nazionale
Il comportamento scostante di Patel non è solo un problema di gestione interna, ma è considerato una vera e propria «debolezza» per la sicurezza degli Stati Uniti. Le fonti riferiscono che il direttore sarebbe ormai propenso a «trarre conclusioni prima ancora di avere a disposizione le prove», un atteggiamento che mina la credibilità delle indagini federali. Mentre la Casa Bianca riceve continue richieste di chiarimenti su chi sia effettivamente alla guida del Bureau, ai piani alti dell’amministrazione Trump si starebbe già discutendo il nome del possibile successore. «Stiamo solo aspettando la parola definitiva», ha confermato un alto funzionario, segnando quello che sembra essere il countdown finale per la carriera di Patel ai vertici dell’Fbi.

(da agenzie)

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L’ECONOMIA RUSSA VERSO IL CROLLO A DUE CIFRE

Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile

L’ALLARME DELL’ACCADEMICO NIGMATULIN

Un monito senza precedenti lanciato durante il Forum Economico di Mosca, delineando i contorni di un dissenso interno.
L’intervento dell’accademico Robert Nigmatulin al Forum Economico di Mosca ha scosso la propaganda ufficiale. Bisogna dirlo: non è la critica di un analista occidentale, ma l’analisi impietosa di uno scienziato russo e membro del Presidium dell’Accademia delle Scienze (RAS) che descrive un Paese sull’orlo di un crollo a
due cifre. Il suo discorso, diventato rapidamente virale soprattutto negli ambienti antagonisti al Cremlino, delinea una Russia strutturalmente fragile. Un duro colpo che però compie un equilibrismo politico studiato, denunciando il disastro senza mai puntare il dito contro Vladimir Putin e la guerra in Ucraina.
La radiografia di Nigmatulin
Nigmatulin ha smontato l’illusione della resilienza russa, parlando di un declino sistemico ignorato con indifferenza da trent’anni. I dati presentati dall’accademico fotografano una crisi di sistema che parte dai redditi pro capite, ormai tra i più bassi d’Europa e inferiori persino alle zone povere della Cina, in un contesto dove il Paese perde circa 600mila abitanti ogni anno.
Secondo quanto dichiarato pubblicamente dall’accademico, la stagnazione è evidente: negli ultimi dieci anni il PIL è cresciuto mediamente solo dell’1,5%, mentre i prezzi al consumo sono schizzati del 77%. Anche il tessuto produttivo appare compromesso, con i lavoratori del settore metalmeccanico crollati da 4 milioni a 440mila dal 1999 a oggi.
Mentre il numero di scienziati diminuisce drasticamente, fermandosi a 54 ogni 10.000 abitanti, il Paese si è riempito di corrieri e guardie di sicurezza, che hanno raggiunto l’impressionante quota di 1,5 milioni.
Nonostante l’accademico non abbia citato esplicitamente il conflitto in Ucraina, l’ombra della guerra domina il dibattito. Nigmatulin avverte che la stabilità del sistema è appesa a un filo e che la popolazione prenderà coscienza della reale gravità della situazione solo quando inizierà a sentirla «nelle proprie tasche». In quel momento, secondo l’accademico, il popolo inizierà a innervosirsi, aprendo scenari estremamente pericolosi per la tenuta e la stabilità della Russia.
I colpevoli (senza citare Putin come tale)
Per misurare l’efficienza economica, l’accademico ha ideato un indice che incrocia crescita del PIL, investimenti e dispersione dei fondi dovuta all’inflazione. Il risultato è paradossale: su 50 nazioni analizzate, i parametri russi sono risultati così critici da finire letteralmente fuori scala, idealmente al 51° posto. Il punto di maggiore tensione, vista la situazione, risiede nell’identificazione dei responsabili del disastro. Qui entra in gioco un raffinato equilibrismo politico.
Nigmatulin ha denunciato apertamente che nessun decreto presidenziale in ambito economico dal 2012 è stato mai attuato e ha definito «inadeguata» l’attuale classe dirigente, chiedendone la rimozione immediata. Tuttavia, ha evitato accuratamente di colpire il vertice, suggerendo che sia necessario «convincerlo» a cambiare i suoi ministri, nella speranza che la sua autorità non vacilli.
Una posizione di estrema tutela, probabilmente per evitare problemi con il Cremlino. Tuttavia, risulta evidente come sia proprio il Presidente, da un quarto di secolo, a scegliere e gestire quegli stessi vertici oggi messi sotto accusa.
(da agenzie)

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SENZA IL PACCO DALLA FAMIGLIA E CON POCHE SCORTE: LA VITA DEI MILITARI SULLA PORTAEREI USA. E MONTA IL MALUMORE

Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile

BISCOTTI, CALZE E DEODORANTI MAI ARRIVATI, LA GUERRA IN IRAN BLOCCA I VIVERI DESTINATI AI MILITARI: ALLA FACCIA DELL’EFFICIENZA

Le famiglie dei militari statunitensi in gran parte schierati in Medio Oriente stanno incontrando grosse difficoltà nell’inviare pacchi con beni essenziali — come snack, prodotti per l’igiene e piccoli oggetti personali — ai loro cari. Sono preoccupati, secondo quanto ricostruisce Usa Today, anche per la presunta scarsità del cibo a bordo della USS Abraham Lincoln e della Tripoli. Il Servizio Postale degli Stati Uniti ha temporaneamente sospeso la consegna della posta a 27 codici postali militari dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Dall’esercito non si intravede una data di fine per la sospensione, nonostante il cessate il fuoco.
Che fine hanno fatto i pacchi dei militari: tenuti al sicuro in hangar (ma non consegnati)
La sospensione è avvenuta «a causa della chiusura dello spazio aereo e di altre ripercussioni logistiche derivanti dal conflitto in corso», ha dichiarato alla testata il maggiore Travis Shaw, portavoce dell’Esercito. La posta già in transito al momento
dell’entrata in vigore della sospensione viene conservata in strutture sicure «per essere consegnata in futuro una volta ripristinato il servizio», ha aggiunto. Così, anche se non direttamente schierati nel Golfo, i militari americani in tutto il globo iniziano ad avere problemi.
Il cibo che scarseggia a bordo (e non solo quello)
Il Pentagono ha preferito non commentare a Usa Today quello che denunciano alcune famiglie: le scorte di cibo a bordo delle portaerei starebbero iniziando a ridursi notevolmente. La figlia del militare Dan F. (nome di fantasia per garanzia di anonimato) gli ha riferito in messaggi sporadici – quando la USS Tripoli raggiungeva una zona con copertura Internet – che i membri dell’equipaggio stavano razionando il cibo a bordo. «Non c’era traccia di prodotti freschi», ha spiegato la donna a Usa Today. Quando sono inziati a scarseggiare i prodotti per l’igiene hanno inviato due pacchi, un mese fa, mai arrivati. «Abbiamo l’esercito più forte del mondo. Non dovrebbero finire le scorte di cibo e non dovrebbe essere impossibile ricevere la posta sulla nave», ha ricordato un ex marine alla testata. «L’unica cosa che avevamo in più rispetto ai nostri avversari [era] che davamo da mangiare alla nostra gente». UsaToday cita il caso di una madre texana, il cui figlio nella Marina è a bordo della Tripoli, ha detto di essere andata nel panico dopo aver saputo che aveva fame sulla nave. La sua famiglia ha speso almeno 2.000 dollari in pacchi di generi di prima necessità, ma nessuno è arrivato a destinazione.

(da agenzie)

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INIZIA IL TIRO AL BERSAGLIO CONTRO SILVIA SALIS: C’E’ UN CAMPO PROGRESSISTA DI MANEGGIONI CHE VUOLE FAR VINCERE LA MELONI? ACCOMODATEVI, MA NON CONTATE SUL NOSTRO VOTO

Aprile 17th, 2026 Riccardo Fucile

LE ACCUSE DELIRANTI CONTRO SILVIA: “E’ CALATA DALL’ALTO”, “NON E’ DI SINISTRA”, “E’ UNA CREATURA DI RENZI”… “E’ UNA INVENZIONE DA INTELLIGENZA ARTIFICIALE”… LA NOSTRA RISPOSTA A QUESTI CIALTRONI

Facciamo una premessa: da tempo sosteniamo che Silvia Salis sia l’unica che può battere alle elezioni politiche Giorgia Meloni per una serie di ragioni che ripeteremo anche in questa nota. Abbiamo pronosticato che sarebbe diventata sindaca di Genova quando tutti davano per scontata la riconferma del sindaco sovranista, ne siamo stati certi dopo averne seguito la campagna elettorale. Se ora la riteniamo la carta vincente per una candidatura a premier non è certo per campanilismo, per capirci. Abbiamo seguito anche Vittoria Ferdinandi nella sua corsa a sindaca di Perugia e non abbiamo sbagliato. Ci sono sensazioni, analisi e dettagli che chi ha fatto politica per decenni coglie, analizza e da cui determina convinzioni.
Da qualche giorno, più i sondaggi tra l’elettorato del campo largo premiano Silvia come candidata alle primarie (nonostante lei abbia più volte negato la possibilità di parteciparvi) si è messa in moto la “macchina della disinformazione” dei media vicina a certi ambienti non solo sovranisti (come era normale aspettarsi, visto che se la fanno addosso al pensiero di una sua candidatura “fuori schema”), ma anche “progressisti”, diciamo quelli “maneggioni” e correntizi.
Vediamo le accuse
“E’ una creatura di Renzi”
Una balla colossale, Salis non ha mai avuto tessere di partito, quando il Pd a Genova (non faccio i nomi) le ha proposto la candidatura perché ogni corrente aveva il proprio candidato e non c’era accordo su nulla, lei ha detto chiaramente: “Accetto a una condizione: che aderiscano tutte le componenti dell’area progressista, da Avs ad Azione, dal PD al M5S, fino alle Liste civiche comprendenti Italia Viva, altrimenti grazie e vi saluto”. Questa è Silvia, altro che succube dei partiti.
In campagna elettorale ha accolto tutti i leader, poi ha voluto chiudere la campagna elettorale da sola davanti a migliaia di genovesi in Piazza della Vittoria come non si vedeva da anni. Ha fatto una campagna elettorale con il suo staff macinando centinaia di chilometri, quartiere per quartiere, mercato per mercato, con umiltà e carisma, con una qualità: l’ascolto.
Viene da sorridere poi che l’accusa di essere “renziana” venga proprio da coloro che hanno fatto da zerbino a Renzi quando era premier, salvo disconoscerlo quando non era più in auge. Noi possiamo dirlo: abbiamo attaccato Renzi per anni per la sua politica economica, centinaia di articoli lo attestano.
“E’ stata calata dall’alto”
Silvia Salis non ha mai brigato per diventare sindaca di Genova, come peraltro Draghi o Monti per diventare premier. Gli è stato chiesto se era disponibile, altra cosa. L’unico leader calato dall’alto è Conte, “imposto” da Grillo alla base Cinquestelle. Elly Schlein è stata espressione sia della base che dell’elettorato Pd e ha vinto le primarie (anche in questo caso lo avevamo pronosticato quando Bonaccini era dato in netto vantaggio su Elly) proprio perché rappresentava il “nuovo” e la sensibilità al tema dei diritti civili. E ha riportato il Pd a buone percentuali. La riteniamo una ottima segretaria di partito.
“Non è di sinistra”
Accusa esilarante. Una sindaca che ha guidato i cortei in città per gli aiuti umanitari a Gaza, che ha lottato in prima linea con la Fiom per il futuro dell’Ilva visitando i presidi dei metalmeccanici e difendendoli dalle cariche della polizia, andando a battere i pugni sul tavolo a Roma, che ha ridato protagonismo ai municipi delle periferie, che lancia progetti per la viabilità della Valbisagno, per ristrutturare lo stadio per gli Europei, che ha rilanciato l’immagine turistica di Genova nel mondo, riportando migliaia di giovani in piazza ai concerti e tassando persino le grandi compagnie crocieristiche (applicando una norma del governo “dimenticata” dai sovranisti locali).
Non so se quanto sopra sia di “sinistra”, sicuramente per una “destra sociale” è la norma, attendiamo che qualche “critico della Salis” ci spieghi cosa vuol dire “essere di sinistra”, visto che noi su certi temi siamo più a sinistra di loro.
Conclusione
I sondaggi che indicano il campo largo appaiato al centrodestra non tengono conto di una cosa: Vannacci alla fine sarà ammesso alla coalizione, quindi il centrodestra avrà un 2-3% di vantaggio. Per colmare il divario occorre anche (ma non solo) un candidato premier che rappresenti “una scossa”, una novità, una speranza. Che sappia far ritornare al voto gli scazzati, mettendoci la faccia con personalità e carisma. Non servono politici “invisi” a una parte dell’elettorato o “poco coerenti” nel loro percorso istituzionale.
Immaginate un confronto tra Meloni e Schlein o Conte: potete già darlo per scontato per quanto direbbero.
Non potete immaginare un confronto Meloni con Salis, Giorgia sarebbe in grande difficoltà perché Silvia è spiazzante e sa fare male con una battuta e uno sguardo. E’ così che si recupera quel 2% di divario, non con litanie e politichese.
Se poi qualcuno vuole giocare a perdere, liberi di farlo. Ma non contate sul nostro voto.

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SONDAGGIO YOUTREND-AGI: IL CENTROSINISTRA CRESCE E SUPERA IL CENTRODESTRA (SENZA VANNACCI E CALENDA)

Aprile 17th, 2026 Riccardo Fucile

CAMPO LARGO 45,4% CENTRODESTRA 44,7%… ORA MELONI DEVE ALLEARSI CON UNO DEI DUE

Continuano a mostrare movimenti interessanti i recenti sondaggi politici sui partiti e sulle coalizioni. L’ultimo è di Youtrend per Agi e certifica il superamento del campo largo, esteso a Italia Viva e +Europa, contro l’attuale maggioranza di centrodestra. Se si andasse al voto oggi, un’eventuale alleanza di centrosinistra prenderebbe il 45,4%, il centrodestra il 44,7%. Per vincere la coalizione guidata da Giorgia Meloni ha davanti a sé due possibilità: allearsi con Futuro Nazione di Roberto Vannacci o cercare l’accordo con Azione di Carlo Calenda. Vediamo nel dettaglio tutti i possibili scenari.
I voti ai partit
Intanto partiamo dai voti ai partiti. Fratelli d’Italia è ancora primo, al 28,1%. Il partito di Giorgia Meloni è in leggero recupero rispetto alle settimane precedenti (+0,2%) ma i suoi consensi sono ormai calati sotto la soglia ‘psicologica’ del 30%. Sarà interessante osservare se il recente distanziamento della premier da Trump dopo l’attacco a Papa Leone XIV saprà tradursi in consensi.
Brutto calo invece per Forza Italia, che scende all’8,3% (-0,7%). In questi giorni gli azzurri sono alle prese con un tentativo di trasformazione e rilancio dettato dalla famiglia Berlusconi. Con la sconfitta al referendum i figli del fondatore di FI, Pier Silvio e Marina, hanno colto l’occasione per chiedere e ottenere alcuni cambi di vertice all’interno del partito, a partire dai nomi dei due capigruppo di Camera e Senato: al posto di Maurizio Gasparri e Paolo Barelli sono subentrati Stefania Craxi e Enrico Costa. Vedremo che piega prenderà quest’opera di rinnovo e come sarà accolta dagli elettori.
La Lega riprende fiato e risale al 7,2% (+0,3%). Ormai, dopo l’uscita di Vannacci, che con il suo Futuro Nazionale si piazza al 3,5% (+0,3%), possiamo dire che il Carroccio è definitivamente retrocesso negli equilibri di maggioranza, posizionandosi come terza forza di coalizione.
Passiamo al centrosinistra. Il Pd è in crescita, al 22,4% (+0,4%)
Per ora i dem sembrano beneficiare ancora dell’effetto referendum. Bisognerà capire come si svilupperà la discussione sulle possibili primarie per la leadership del campo largo e come inciderà sui consensi
Dall’altra parte, il M5S è praticamente stabile, al 12,8% (-0,1%), seguito da Alleanza Verdi-Sinistra, in leggero calo, al 6,2% (-0,2%).
Infine i partiti più piccoli: Azione è al 3,0% (-0,1%), Italia Viva prende il 2,5% (+0,2%), mentre +Europa e Noi Moderati, rispettivamente l’1,5% e 1,1% (+0,1%).
I voti alle coalizioni: chi vince tra cdx e campo largo§Youtrend delinea diversi scenari a seconda della composizione delle coalizioni che si fronteggeranno alle politiche del 2027. Attualmente, il campo largo composto da M5s, Pd e Avs verrebbe sconfitto dalla maggioranza di centrodestra (FdI, Lega e FI): 41,4% (+0,1%) contro il 44,7% (-0,1%). Invece, un’alleanza estesa a Italia Viva e +Europa (cosa che è probabile che si realizzi) supererebbe la coalizione di governo, con il 45,4% (+0,3%) dei voti.
Per aggiudicarsi la maggioranza dei seggi Meloni dovrebbe decidere di far entrare in squadra un altro partito. Due le opzioni a disposizione: Futuro Nazionale, che porterebbe la colazione al 48,2%, o Azione, con cui arriverebbe al 47,7%. Nell’ultimo periodo Carlo Calenda si è esposto con posizioni più vicine al governo che quelle del resto delle opposizioni o prendendo le difese della premier ma cosa deciderà di fare da qui al 2027 è ancora da svelare. Un suo eventuale ingresso nel campo largo con Iv e +Europa farebbe totalizzare al centrosinistra il 48,4%, decretandone la vittoria. Resta anche l’incognita Vannacci: un’intesa con il centrodestra potrebbe essere accolta negativamente non solo dalla Lega, con cui l’ex generale ha rotto, ma anche da Forza Italia, più volte critica nei confronti dell’europarlamentare.
(da agenzie)

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“SALVINI PER ANNI MI HA PERSEGUITATO”: LO SFOGO DI ROBERTO SAVIANO DOPO L’ASSOLUZIONE DALL’ACCUSA DI DIFFAMAZIONE PER AVER DEFINITO IL LEADER LEGHISTA “MINISTRO DELLA MALAVITA” (COME GAETANO SALVEMINI OLTRE UN SECOLO FA FECE CON GIOVANNI GIOLITTI)

Aprile 17th, 2026 Riccardo Fucile

“SALVINI HA CONTINUATO A DICHIARARE CHE AVREBBE TOLTO LA MIA SCORTA. QUESTA SENTENZA CI DIMOSTRA CHE LUI AVEVA PRESO IN CONSIDERAZIONE LA POSSIBILITÀ DI CONSEGNARMI AI CLAN”

Tre anni di processo, a otto dai fatti, per arrivare alla sentenza più attesa: Roberto Saviano è stato assolto dall’accusa di diffamazione per aver definito Matteo Salvini «ministro della malavita» come Gaetano Salvemini oltre un secolo fa fece con Giovanni Giolitti. Così, dopo un’ora e mezza di camera di consiglio, ha deciso la giudice Chiara Bocola della VI sezione penale del tribunale di Roma.
Il pm d’aula Sergio Colaiocco aveva chiesto per l’imputato una blanda condanna a 10.000 euro di multa, mentre la parte civile, in rappresentanza di Salvini, avrebbe voluto dieci volte quella cifra.
L’avvocato Antonio Nobile, nella sua lunga arringa ha ricordato come la lite tra Saviano e l’allora ministro dell’Interno del primo governo Conte nacque in realtà durante la campagna elettorale delle politiche del 2018, quando Salvini, per sobillare i suoi sostenitori, aveva ventilato l’idea di togliere la scorta allo scrittore che da anni vive sotto protezione per le minacce ricevute dalla camorra.
Alla fine l’assoluzione è arrivata perché il fatto non sussiste e non costituisce reato. «Salvini per anni mi ha perseguitato letteralmente, facendo campagne elettorali su di me – ha detto Saviano dopo la lettura della sentenza -. Soprattutto, lo ricorderete, continuando a dichiarare che avrebbe tolto la mia scorta.
Questa sentenza ci dimostra che lui aveva preso in considerazione la possibilità di consegnarmi ai clan. Chi chiede di togliere la scorta a chi è scortato dallo Stato, senza tra l’altro addurne una motivazione, sta accettando di consegnare la persona ai clan. Questa sentenza per me, soprattutto, va a sottolineare questo».
(da agenzie)

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