Giugno 24th, 2026 Riccardo Fucile
PER ANNI “MAD VLAD” HA BOMBARDATO LE CITTÀ UCRAINE, SPIEGANDO CHE LA GUERRA ERA LONTANA MA NECESSARIA. ORA CHE LE PARTI SI SONO INVERTITE, IL CASTELLO DI CARTA DELLO “ZAR” STA CROLLANDO
Diceva Abba Eban che uomini e nazioni cominciano a comportarsi saggiamente solo dopo aver esaurito tutte le alternative. Nelle guerre, la diplomazia arriva quando nessuno vince ma tutti hanno scoperto quanto costa continuare.
Mentre le bombe plananti russe si abbattono su Kharkiv e Zaporizhzhia, l’Europa si spacca sul se e il come negoziare con Putin e il presidente Usa dice che vuole «semplicemente la pace», l’Ucraina cambia passo e, usando le parole del presidente Zelensky, «riporta la guerra da dove è arrivata, in Russia».
La tattica è doppia: strozzare la logistica nei territori occupati e rovesciare il racconto russo. Per anni Mosca ha bombardato Kyiv, Kharkiv, Odesa, Dnipro, Sumy, spiegando ai propri cittadini che la guerra era lontana e necessaria. Adesso sono i moscoviti a guardare il cielo, a essere costretti a fare slalom tra i denti di drago sulle spiagge della Crimea occupata o a sperare che gli aeroporti riaprano per portarli in vacanza.
Gli attacchi in profondità di Kyiv battono il tempo alla Russia con colpi sistematici su raffinerie, logistica, approvvigionamento militare mentre l’offensiva nel Donbas è sostanzialmente immobile.
La scommessa ucraina è arrivare a settembre in una posizione negoziale più forte, che non lasci a Putin nessuna alternativa se non negoziare.
eri quasi 60 droni sono stati intercettati mentre si dirigevano verso Mosca, costringendo gli aeroporti della capitale a sospendere le operazioni. In totale, ne sono stati abbattuti oltre 300 in tutto il Paese. Colpito anche il centro di comunicazioni satellitari di Dubna, a 150 chilometri dalla capitale.
La Crimea occupata, dove ieri hanno annullato tutti i campi estivi, è stata isolata, non ha più carburante ed è precipitata in un “blocco della logistica”, termine coniato dal ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov che poco meno di un mese fa ha annunciato un’espansione degli attacchi a medio raggio contro le posizioni russe a distanze comprese tra 150 e 300 km.
L’obiettivo è distruggere sistematicamente le capacità logistiche nelle retrovie operative e trasformare la penisola in un’isola. Le autorità filorusse hanno sospeso le vendite di carburante, hanno bloccato le attività turistiche e, a Sebastopoli, tutti gli eventi all’aperto.
Sul terreno, la strategia ucraina ha spostato il baricentro dalla linea del fronte alla guerra contro la retrovia: raffinerie, ponti, depositi, terminal petroliferi, nodi di comunicazione e impianti industriali.
Oltre 32 regioni della Federazione Russa sono colpite dalla carenza di carburante, di cui 13 soltanto ieri. Kyiv sta colpendo le fonti di finanziamento e di approvvigionamento della macchina bellica russa. È un cambio di scala e prospettiva che lavora su due fronti: non soltanto difendere le città ucraine, ma rendere più costoso per Mosca continuare la guerra
Il messaggio di Zelensky, intanto, sembra essere arrivato anche al Cremlino, dove si inizia a pensare che la guerra potrebbe allargarsi di nuovo verso Nord, lungo il confine bielorusso […]. Il presidente ucraino ha dato a Lukashenko una settimana per smantellare i quattro ripetitori che, secondo l’intelligence di Kyiv, servono a guidare i droni russi. «Se non li smantellerà lui, lo faremo noi», ha detto Zelensky.
Sull’altro lato del fronte, le autorità ucraine parlano di cinque morti, tra i quali tre membri di una famiglia nella regione di Sumy.
È il modo russo di chiudere il cerchio. Kyiv colpisce le raffinerie, la Crimea resta a secco, le code ai distributori arrivano nelle regioni russe e la Bielorussia aumenta le forniture di benzina e diesel a Mosca. Non è un fronte, ancora. Ma è già una retrovia che l’Ucraina non considera più intoccabile. E se la guerra cambia forma, il confine bielorusso torna a essere ciò che era all’inizio dell’invasione, una delle porte attraverso cui la Russia prova a tenere aperta la sua guerra.
(da La Stampa)
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Giugno 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL SOSTEGNO MAGA E TRUMPIANO SI VOLTERÀ VERSO ALTRI SOGGETTI. MENTRE MELONI DOVRÀ TROVARE UNA POLITICA ESTERA NEO-EUROPEISTA, DOVRÀ SPIEGARLA, DIFENDERLA. CON QUALE CREDIBILITÀ?
Da Giorgia a Gigiorgia è un attimo. Ora che tutto è finito in una lite tra comari da far
impallidire quelle (in realtà elegantissime) tra i ministri della Prima Repubblica, si fa presto a dire che «Trump è un coglione», come ha informato Alessandro Sallusti su Libero, che con il coglione di cui sopra ha condiviso la copertina dell’edizione americana del suo libro-intervista alla presidente del Consiglio, prefata J.D. Vance e pregiata di una frase lusinghiera del presidente americano: «Meloni è una dei più grandi leader del mondo».
Ma è anche grazie a Trump che Giorgia è diventata Meloni e poi premier. Non c’è solo l’appiattimento del governo italiano sugli Usa fino a pochi mesi fa. Ancora il 16 febbraio Meloni disse di non condividere gli attacchi del cancelliere tedesco Merz al movimento Maga.
Per non parlare del trattamento sprezzante riservato ai giornalisti che gli chiedevano di prendere le distanze da Trump: «Che facciamo? Usciamo dalla Nato, chiudiamo le basi americane? O assaltiamo i McDonald’s?».
Era il 2 marzo 2019, quando Meloni fu l’unica politica italiana chiamata a parlare al Conservative Political Action Conference (CPAC) a Washington: «Questo invito dimostra il crescente interesse attorno a noi», disse la leader di Fratelli d’Italia.
In quel momento Donald Trump era a metà del suo primo mandato alla Casa Bianca, il panel era dedicato al “futuro della democrazia in Europa e nel
Venezuela”. Meloni non ritenne che accostare Maduro a Bruxelles fosse ridicolo, anzi.
«In Venezuela, ma anche in Europa combattiamo una diversa battaglia per la libertà, meno eclatante ma ugualmente vitale», disse. «La democrazia in Europa è diventata un inganno. Si arriverà allo scontro finale tra la nostra Europa e l’Europa dei Macron e delle Merkel. Dobbiamo abbattere questa Unione europea per riconsegnare la sovranità ai popoli europei oggi usurpata dalla visione mondialista».
FdI era un piccolo partito all’opposizione, aveva il 4,3 per cento, meno di quello che oggi i sondaggi accreditano al generale Roberto Vannacci. La sua crescita comincia in quei mesi, quando fallisce il tentativo di Salvini (allora vicepremier di Conte) di agganciare Trump e Meloni diventa il punto di riferimento degli americani, con il gruppo dei conservatori europei.
Quanto ha contato questa vicinanza con Trump nell’ascesa di Meloni al potere, nella sua trasformazione in una specie di principessa dell’Internazionale sovranista, celebrata da Trump e da Elon Musk nel 2024 all’Atlantic Council: «È onesta, vera, autentica».
E poi l’invito a Mar a Lago per liberare Cecilia Sala. E la benedizione dell’ambasciatore Tilman Fertitta al ricevimento per la Festa dell’Indipendenza a Villa Taverna di un anno fa: «Giorgia Meloni è una leader forte e una grande amica degli Stati Uniti».
Ora che Trump ha retrocesso Meloni da principessa a piccola fan reietta, i giornali della destra e i retroscenisti di Palazzo scoprono che Trump punta a picconare l’Europa con il sostegno nei vari paesi alle forze estremiste e anti-europeiste. Una scoperta tardiva: tra queste forze nell’ultimo decennio il più partito beneficiato in Italia è stato Fratelli d’Italia.
Nel botta e risposta via social di sabato, in attesa della puntata successiva, la questione del consenso è stata brutalmente messa sul tavolo da Trump: «Meloni vuole tornare a essere amica per far risalire i suoi numeri».
È vero il contrario, come ha replicato la stessa premier: «Essere tua amica non ha certo favorito la mia popolarità». Meloni prova a cambiare narrazione e a
identificare se stessa con la Nazione, per risalire nei sondaggi. La dignità nazionale è una cosa molto seria. L’Italia non implora, certo.
Ma Meloni avrebbe fatto bene a dirlo quando Trump ha imposto i dazi capestro o quando il Board of Peace ha certificato l’azione devastatrice di Netanyahu a Gaza. Il sostegno Maga e trumpiano si volterà verso altri soggetti. Mentre Meloni dovrà rapidamente trovare una politica estera neo-europeista, dovrà spiegarla, difenderla. Dovrà raccontare la versione di Gigiorgia. Con quale credibilità?
(Il centrosinistra di opposizione ha la possibilità di costruire una sua politica estera credibile e alternativa, evitando di ridursi a spettatori. Niente pop corn).
Marco Damilano
per “Domani”
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
COLAIOCCO: “A COMPIERE TUTTO QUESTO NON FURONO CRIMINALI COMUNI, MA FURONO UOMINI DELLO STATO, APPARTENENTI AGLI APPARATI DI SICUREZZA. L’EGITTO HA SCELTO DI PROTEGGERE GLI AGUZZINI” … “SU REGENI UN ESERCIZIO METODICO, FREDDO, ORGANIZZATO DELLA VIOLENZA SU UN UOMO INERME”… UNO STATO SERIO AVREBBE FATTO TROVARE I CADAVERI DEGLI ASSASSINI APPESI A UN LAMPIONE AL CAIRO
“Un corpo spezzato dal dolore. Ed è su tutto questo che il regime egiziano non ha voluto indagare. È per tutto questo che il regime egiziano ha scelto di proteggere gli aguzzini. Non ha chiamato a rispondere i propri ufficiali delle nefandezze compiute. Ha scelto, consapevolmente, di coprirli”. Lo ha detto il procuratore aggiunto Sergio
Colaiocco nel corso della sua requisitoria mostrando le foto della Tac effettuata sul corpo di Regeni.
“Un corpo devastato dalla tortura, un’agonia senza fine – ha aggiunto Colaiocco -. Giulio ha sopportato tutto lucidamente. Senza sedazione. Senza narcotici. Senza alcun sollievo. Ogni segmento anatomico racconta una diversa modalità di sevizia, ogni distretto corporeo testimonia una fase diversa dell’accanimento. Non si tratta di percosse. Si tratta di una metodica di annientamento. I medici legali egiziani avevano individuato una sola frattura, al braccio destro.
La Tac eseguita in Italia ne rivelò venti. Cinque ai denti. Quindici alle strutture ossee. Venti fratture. Quanto alla causa terminale della morte, l’autopsia italiana accerta che Giulio non muore per la sommatoria delle lesioni, pur gravissime. Muore per un atto finale volontario: “Lo abbiamo schiantato”.
Per la Procura di Roma “tutte le lesioni non sono state inferte nello stesso momento. Sono state prodotte in tempi diversi, nel corso dei sette giorni di sequestro, tra il 25 gennaio e il 1° febbraio. Questo significa che Giulio è stato torturato ripetutamente. Interrogato, picchiato, lasciato sopravvivere, nuovamente torturato. Per giorni”.
“Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia”.m”Ciò che qui si giudica è la tortura protratta come strumento di dominio. E quell’uomo aveva un nome, un volto, una storia: Giulio Regeni, un cittadino italiano, un giovane ricercatore. Un uomo libero”, ha aggiunto.
Regeni “il 25 gennaio del 2016 entra, inconsapevole, in una zona d’ombra in cui il diritto cessa di esistere e al suo posto subentra soltanto la nuda forza. Da quel momento Giulio non è più una persona. Diventa un corpo sequestrato. Diventa un soggetto da piegare, diventa un destinatario di violenza”.
“Diventa, per chi lo detiene – prosegue il rappresentante dell’accusa – materia su cui esercitare il potere assoluto. E questa è la prima, sconvolgente verità che il presente processo ci consegna: Regeni fu privato non soltanto della libertà e della vita. Fu privato della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti. Fu collocato in uno spazio in cui non esistevano più legge, controllo, difesa, limite. Uno spazio in cui il potere aveva assunto la forma dell’arbitrio puro. Ma vi è una seconda verità, ancor più drammatica. A compiere tutto questo — alla luce delle prove che il dibattimento ha progressivamente fatto emergere — non furono criminali comuni, non furono uomini della malavita. Furono uomini dello Stato, appartenenti agli apparati di sicurezza. Furono, cioè, proprio coloro ai quali uno Stato affida l’uso legittimo della forza”.
Ed è qui che “il delitto assume una dimensione ulteriore. Quando la forza istituzionale, nata per proteggere, diventa forza di oppressione; quando la funzione pubblica, nata per garantire sicurezza, si converte in strumento di tortura, allora non è colpita soltanto la singola vittima”. E ancora: “è colpita l’idea stessa di civiltà giuridica, è colpito il principio che nessun potere può esistere senza responsabilità. È colpita la nozione, elementare e insieme solenne, che sopra lo Stato vi deve essere la legge”, aggiunge.
“Il processo che oggi giunge a conclusione non è stato, sin dal suo nascere, un processo come gli altri. Esso è stato un processo contro il silenzio, contro il silenzio di chi non voleva parlare. Di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce.
È stato un processo contro la menzogna. Contro le ricostruzioni artificiose, contro i depistaggi”. La procura di Roma afferma, inoltre, che “secondo l’ordine naturale delle cose, questi fatti avrebbero dovuto essere accertati e giudicati nel luogo in cui furono commessi. Sarebbe stato compito dell’Egitto ricercare i responsabili, assicurare le prove, offrire alla vittima e alla comunità internazionale una risposta di giustizia”.
Ma quel che “si è progressivamente rivelato è stato l’esatto contrario: un sistema di ostacoli, di opacità, di resistenze, di chiusure che ha reso via via evidente una conclusione tanto semplice quanto drammatica. Che questo processo, se non fosse stato celebrato in Italia, non sarebbe stato celebrato in nessun luogo”.
Questa verità, se non fosse stata ricercata dalla magistratura italiana, sarebbe rimasta sommersa – aggiunge Colaiocco -. Questa morte, se non fosse stata portata davanti a un giudice, sarebbe stata consegnata all’oblio. E allora la giurisdizione
italiana si è assunta appieno le proprie responsabilità”.
“La tortura e l’omicidio non possono trovare riparo dietro i confini. Ha affermato che neppure la ragion di Stato può diventare ragione di impunità. Lo ha fatto con gli strumenti della legge, lo ha fatto nel rispetto delle garanzie, lo ha fatto entro il perimetro rigoroso del processo penale – aggiunge -. Ma lo ha fatto con una determinazione che costituisce essa stessa una risposta istituzionale al tentativo di sottrarre questi fatti alla giustizia.
Ed a proposito “di istituzioni, appare doveroso in apertura di questa requisitoria ricordare come la più alta delle istituzioni, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha più volte in questi dieci anni ribadito: che verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale. Nonché l’impegno del nostro ordinamento affinché sia fatta piena luce sulle circostanze e le responsabilità che segnarono il tragico destino di Regeni”.
“Occorre trarre una conclusione netta sulla pista inglese. Tutti gli elementi raccolti sulla cosiddetta pista inglese sono stati approfonditi, verificati, sviscerati in ogni possibile direzione
E deve dirsi oggi, con assoluta chiarezza, che da quel versante non è emerso alcun elemento utile alla ricostruzione del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni”. Lo afferma il procuratore aggiunto, Sergio Colaiocco, nella requisitoria del processo per la morte di Regeni che ha ribadito che il ricercatore italiano “non era una spia”.
Per il rappresentante dell’accusa è “oggi doveroso affermare che ogni aspetto dell’attività svolta da Giulio Regeni nel Regno Unito è stato chiarito in modo definitivo. Ciò vale per i rapporti scientifici tra Giulio e la professoressa Maha Abdelrahman prima della partenza per il Cairo; per le relazioni attribuite alla professoressa con la Fratellanza Musulmana o con apparati di intelligence britannici, relazioni rimaste sul piano della mera illazione; per l’assenza assoluta di qualsiasi elemento che possa anche soltanto far ipotizzare un rapporto tra Giulio Regeni e i servizi di intelligence del Regno Unito”.
(da Repubblica)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
RESTA IL GELO CON ZAIA, FONTANA E FEDRIGA: “NON ARRETRIAMO NELLA PROPOSTA DI RIFORMA DEL CARROCCIO. NON SI PUÒ PENSARE CHE CON UN TAVOLO DEL GENERE SI POSSA SOSTITUIRE UN’AUTENTICA ANALISI DI CIÒ CHE È AVVENUTO NELLA LEGA: CALO DI CONSENSI E LA SCISSIONE DI VANNACCI”
Tutti collegati da remoto, la prima riunione del tavolo di coordinamento leghista è durata
meno di un paio d’ore. A coordinare gli interventi ci ha pensato Matteo Salvini e, per adesso, sarà lui a tenere le redini dei lavori. Nei giorni scorsi il segretario federale aveva provato a capire se Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia, fosse disposto ad assumere un ruolo di primo piano come coordinatore.
Un modo per andare incontro alle richieste del fronte del Nord, o magari per romperlo. Ma alla fine non se n’è parlato. Tutto fermo. In fondo, secondo il vicepremier, «non ci sono situazioni interne» alla Lega.
«Non arretriamo nella proposta di riforma della Lega». È la convinzione di Luca Zaia e dei governatori Fedriga, Maurizio Fugatti e Attilio Fontana, che si muovono coordinati da tempo. Quanto alla riunione, «è stata utile per i macrotemi ma non si può pensare che con un tavolo del genere si possa sostituire un’autentica analisi di ciò che è avvenuto nella Lega: calo di consensi e la scissione di Roberto Vannacci». Per questo, almeno per ora, Fedriga si limita a partecipare e non a presiedere la cabina di regia.
Nel corso della riunione, ognuno ha fatto un po’ il punto rispetto al proprio lavoro e alle esigenze del territorio. C’era il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, così anche Roberto Calderoli che ha ricordato i prossimi passi per portare a casa l’autonomia: dopo le quattro pre-intese firmate con Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria, a luglio Camera e Senato si esprimeranno con atti di indirizzo, poi la parola passerà ai Consigli regionali, per poi tornare di nuovo alle Camere.
Il messaggio da far passare anche all’esterno è che «manca davvero poco» per arrivare a una conclusione di una battaglia storica del Carroccio. Tra gli argomenti, le zone economiche speciali, fondi per la sanità, proposte anche dai rappresentanti del Sud: una riunione filata liscia con l’invito di Salvini a selezionare i temi su cui puntare da qui al voto.
Soddisfatto il responsabile Enti locali, Stefano Locatelli, secondo il quale viene «confermata la vitalità di un movimento radicato in tutto il Paese e attento non solo alle esigenze delle grandi realtà urbane, ma anche a quelle dei piccoli comuni e delle aree interne».
Il fronte del Nord attende dunque la due giorni di luglio, estesa anche ai parlamentari, per capire se ci sono reali margini di manovra per imporre un cambiamento più o meno concreto.
Di sicuro il Salvini degli ultimi giorni è sembrato assai refrattario ad ogni modifica reale che possa scalfirne il potere interno. Non mancano, dietro le quinte, le ironie sui gazebo milanesi che lo scorso weekend hanno incoronato il segretario federale candidato della base per Milano: da via Bellerio è stato diramato il dato di 10 mila votanti, si vocifera che i numeri reali siano molto più bassi (circa 2 mila).
Magari sono cattiverie, ma il clima resta comunque di grande preoccupazione, anche se ieri sera il sondaggio di La7 ha visto la Lega sopra a Futuro nazionale, dopo l’aggancio della settimana scorsa, di uno 0,1 per cento. Inezie, ma di questi tempi basta poco sia per far precipitare la situazione, sia per rafforzare chi è in difficoltà.
(da Repubblica)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
EPPURE, NEL 2019 SOGNAVA L’USCITA DELL’ITALIA DALL’UE: “L’EURO È UNA MONETA SBAGLIATA DESTINATA A IMPLODERE. VOGLIAMO LO SCIOGLIMENTO CONCORDATO E CONTROLLATO DELL’EUROZONA”… NEL 2015, IN UN’INTERVISTA, SOSTENEVA: “TUTTI ABBIAMO AVUTO IL SOGNO DELL’EUROPA UNITA. ORA CI TROVIAMO IN MANO AD UNA BANDA DI USURAI…”
Il “leave” britannico momento premonitore di un decennio di politica italiana. Almeno a rileggere oggi le dichiarazioni a caldo del lontano 23 giugno 2016. Con i sovranisti in erba Meloni e Salvini ad esultare, i 5 stelle dilaniati tra spinta antisistema e governismo, il Pd saldamente europeista, Forza Italia scissa tra i rancori anti Ue del leader Berlusconi e la posizione istituzionale di Tajani, allora vicepresidente del parlamento europeo.
“Un voto di libertà”. Così Giorgia Meloni, allora deputata e presidente di FdI, nonché candidata al Campidoglio, commentava l’esito del referendum britannico sulla Brexit. In embrione nelle sue parole c’erano già posizioni come il sovranismo e l’antieuropeismo, ribadito fortemente durante la campagna elettorale del 2022 quando si rivolse a Bruxelles con toni come “la pacchia è finita”.
Per l’attuale presidente del Consiglio infatti, quella dei cittadini britannici è stata una scelta per “ribadire che la sovranità appartiene al popolo”, non solo: “una scelta coraggiosa che noi crediamo si debba seguire”. “Questa Unione Europea non si può riformare perché è marcia fin nelle sue fondamenta”. Di qui la richiesta di chiusura e rifondazione dell’Ue.
Anche il vicepremier Matteo Salvini ha esultato per la vittoria del “Leave” definendo il voto britannico come un atto di coraggio e un’ancora di salvezza, esaltato la capacità britannica di resistere a “bugie, minacce e ricatti” lanciando lo slogan “Grazie Uk, ora tocca a noi”.
A rimanere coerente è stato il Pd. Con Matteo Renzi, all’epoca segretario dem e presidente del Consiglio, che espresse stupore e preoccupazione a caldo, definendo il “leave” uno “shock” per l’Europa. Non mancarono inoltre le connessioni con il referendum costituzionale in vista in Italia, e chi accostò con un profetico gioco di parole “Brexit” a “Rexit”, per indicare la possibile fine dell’era Renzi.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“DROGANO IL MERCATO, CON I MILIONI DI EURO DEI PROVENTI DELLA COCAINA COMPRANO ATTIVITÀ COMMERCIALI. SE COMPRO L’INFORMAZIONE È UN’INVOLUZIONE DEMOCRATICA, E VOI NON SAPRETE QUELLO CHE ACCADE SUL TERRITORIO”
“Tutte le riforme fatte non sono servite a nulla, se non a essere dannose, soprattutto in termini
di rallentamento dell’acquisizione della prova”. Lo ha detto il procuratore di Napoli Nicola Gratteri intervenuto all’ultima serata della quindicesima edizione di “Trame”, il Festival dei libri sulle mafie, per presentare i libri scritti con Antonio Nicaso “Cartelli di sangue” e “Come radici. Una storia sulle seconde possibilità”.
Alla domanda su una sua possibile discesa in politica, Gratteri ha risposto: “Io penso di no”. E ha aggiunto: “Ho una storia di coerenza di vita. Nella mia testa sono stato sempre all’opposizione. Sono il felice procuratore di Napoli”.
“Le mafie – ha detto – anche se non uccidono, sono pericolose, perché con i milioni di euro del provento della cocaina comprano attività commerciali, drogano il mercato, comprano pezzi di giornale, comprano pezzi di televisione. Se compro l’informazione è un’involuzione democratica, e voi non saprete quello che accade nel mondo e quello che accade sul vostro territorio”.
“Le mafie – ha aggiunto ripreso da Ansa – hanno bisogno di un incontro, di abbracci con l’uomo delle istituzioni. In tanti anni è cambiata la percezione della giustizia. Adesso quando qualcuno riceve un avviso di garanzia fa la diretta Facebook, e dice: ho ricevuto adesso un avviso di garanzia. Si fa il processo, legge il capo di imputazione e spiega per quale motivo il procuratore ha sbagliato. Si tende sempre a parlare di persecuzione. Ormai non si processano più le persone in aula, si processano in televisione”.
Parlando del traffico di armi, Gratteri ha rilevato che “quando finirà la guerra Ucraina-Russia le nostre mafie andranno lì a fare shopping, a comprare armi, a comprare esplosivo a prezzi da saldo. Le mafie oggi utilizzano il dark web, utilizzano l’intelligenza artificiale per decidere quale rotta far fare alla nave e per avere meno probabilità di essere intercettati”.
(da primaonline.it)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“MELONI È SOTTO PRESSIONE DA MARZO, QUANDO HA PERSO UN REFERENDUM SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA. DA ALLORA, IL PARTITO DI ESTREMA DESTRA FUTURO NAZIONALE HA GUADAGNATO CONSENSI NEI SONDAGGI, E NEL FRATTEMPO, LA COALIZIONE DI CENTROSINISTRA RISULTAVA IN VANTAGGIO”
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni sta valutando la possibilità di tenere le prossime elezioni politiche italiane già ad aprile, con mesi di anticipo rispetto alla scadenza legale prevista prima della fine del 2027, secondo persone a conoscenza della questione.
Meloni teme che il suo indice di gradimento possa diminuire quanto più a lungo aspetterà, hanno detto le persone, che hanno parlato a condizione di anonimato. È inoltre preoccupata che un’elezione tardiva lascerebbe al prossimo governo poco tempo per approvare una nuova legge di bilancio, che deve essere varata entro la fine dell’anno.
Secondo le stesse fonti, Meloni ha condiviso questa idea — una delle diverse opzioni allo studio — con l’ufficio del presidente Sergio Mattarella, che sovrintende allo scioglimento del Parlamento e indice le nuove elezioni.
Meloni è sotto pressione da marzo, quando ha perso un referendum sulla riforma della giustizia, evento che ha provocato l’estromissione di tre suoi funzionari. Da allora, il partito di estrema destra Futuro Nazionale ha guadagnato consensi nei sondaggi e ha accusato la presidente del Consiglio di essere troppo centrista.
Futuro Nazionale è stato l’unico partito in crescita in una recente media dei sondaggi realizzata da Agi/Youtrend. Nel frattempo, la coalizione di centrosinistra risultava leggermente in vantaggio rispetto allo schieramento di centrodestra guidato da Meloni, con il 44,6% contro il 43,8%.
Meloni è reduce da un inedito scontro con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in occasione di un recente vertice del Gruppo dei Sette. Sebbene la frattura possa alla fine giocare a suo favore, l’equilibrismo politico che porta avanti dal ritorno di Trump alla Casa Bianca lo scorso anno si è rivelato costoso sia sul piano interno sia su quello internazionale.
La guerra con l’Iran e le tensioni commerciali globali provocate dagli Stati Uniti hanno danneggiato l’Italia, la terza economia europea per dimensioni. Il deficit di bilancio del Paese nel 2025 è stato più ampio di quanto inizialmente sperato e superiore al limite del 3% fissato dall’Unione europea, costringendo i funzionari a ridurre le previsioni di crescita. Anche il debito resta ben al di sopra del 130% della produzione economica.
Ciò significa meno risorse per le iniziative volte a mantenere soddisfatti gli elettori di Meloni, comprese ulteriori riduzioni fiscali e aiuti alle famiglie alle prese con bollette energetiche elevate. Finora Meloni è riuscita a mantenere i conti pubblici più o meno in linea con le aspettative. Ma in futuro questo potrebbe diventare più difficile.
Inoltre, il Parlamento italiano dovrebbe iniziare a discutere una legge per riformare il sistema elettorale del Paese già a partire da questa settimana. Le modifiche proposte renderebbero il sistema italiano interamente proporzionale e assegnerebbero un ampio premio di seggi alla coalizione che ottenga più del 42% dei voti.
Il governo Meloni è destinato a diventare, più avanti quest’estate, il più longevo dell’Italia dal secondo dopoguerra.
(da Bloomberg)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
AL SUD ALMENO QUATTRO LAVORATORI SU CINQUE PERCEPISCONO UN REDDITO BASSO … IL SETTORE DEL TURISMO E’ NOTO PER LA GRANDE QUANTITA’ DI RAPPORTI DI LAVORO DI BREVE DURATA, LEGATI PERO’ A RETRIBUZIONI BASSE
Quasi la metà dei lavoratori occupati nei settori del terziario (il 47,51% per la precisione) –
ovvero commercio, servizi e turismo- sono lavoratori poveri: percepiscono una retribuzione annua pari o inferiore a 13.950 euro, soglia di povertà salariale (pari al 60% della retribuzione mediana), che sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane nell’anno. Nel Mezzogiorno oltre 3 lavoratori del terziario su 5 sono considerati working poor.
Lo rileva il Focus sul lavoro povero della Filcams Cgil che mette sotto la lente il settore che da anni è il motore del mercato del lavoro, visto che la gran parte delle assunzioni riguardano proprio questo comparto, trainato da servizi a basso valore aggiunto nel turismo, negli alloggi e nella ristorazione, All’interno del macrosettore emerge un’ampia articolazione: la situazione peggiore si registra nel turismo dove il 71,22% resta sotto la soglia di povertà, percentuale che al Sud e nelle Isole interessa quattro lavoratori su cinque.
La ricerca è stata condotta su un campione di circa 6,3 milioni di persone (il 96% del totale), per le quali si dispone delle informazioni necessarie alla ricostruzione della distribuzione dei redditi da lavoro dipendente.
Considerando chi ha almeno una settimana lavorata per tutti i settori del terziario oggetto dell’indagine, la percentuale di dipendenti sotto la soglia di povertà è del 47,51%, con forti differenze legate al sesso (maschi 40,92% – femmine 52,93%) e all’area geografica (Nord-Ovest 38,48%, Nord-Est 43,63%, Centro 47,53%, Sud e Isole 61,47%).
Nel settore del Commercio, tra chi ha lavorato almeno una settimana, l’incidenza complessiva del lavoro povero è pari al 31,16%. Si confermano un marcato divario di genere (25,33% uomini; 36,60% donne) e territoriale, con valori pari al 22,39% nel Nord-Ovest, al 25,48% nel Nord-Est, al 31,29% nel Centro e fino a toccare il 48,52% nel Sud e nelle Isole.
Nel campione dei dipendenti con almeno 12 settimane lavorate nel settore del Commercio, l’incidenza del lavoro povero è pari al 26,89% (20,40% uomini; 33,05% donne), con un divario di genere di 12,65 punti percentuali. A livello territoriale, l’incidenza è più contenuta nel Nord-Ovest (18,44%) e nel Nord-Est (20,94%), intermedia nel Centro (27,35%) e tipicamente più elevata nel Sud e nelle Isole (44,64%).
Nel settore del Turismo, alla maggiore diffusione di rapporti di lavoro di breve durata si associano retribuzioni più basse con una più alta incidenza del lavoro povero. Per chi ha lavorato almeno una settimana, il fenomeno si attesta su valori particolarmente alti, pari al 71,22% (66,72% uomini; 75,32% donne), con un divario di genere di 8,60 punti percentuali; sul piano territoriale, i valori risultano elevati in tutto il Paese, attestandosi intorno al 66% nel Nord (66,10% Nord-Ovest; 66,44% Nord-Est), al 69,39% nel Centro e raggiungendo l’81,14% nel Sud e nelle Isole.
Tra i lavoratori con almeno 12 settimane lavorate nell’anno, l’incidenza del lavoro povero si attesta al 64,69% (59,00% uomini; 69,94% donne), con un divario di genere pari a 10,94 punti percentuali; sul piano territoriale, i valori scendono al di sotto del 60% nel Nord (59,57% Nord-Ovest; 58,83% Nord-Est), si collocano al 63,08% nel Centro e raggiungono il 76,20% nel Sud e nelle Isole.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
SI ALLUNGANO I TEMPI MENTRE AUMENTANO SPAVENTOSAMENTE I COSTI
La Torino-Lione torna a inciampare sui punti più delicato dell’intera partita: i soldi e le tempistiche. Durante la Conferenza Intergovernativa del 17 giugno 2026, tenutasi a Chambéry, sono emersi rischi di arresto per i lavori a causa di potenziali carenze nei finanziamenti pubblici: il costo del solo tunnel transfrontaliero supera gli 11 miliardi di euro, spingendo la Commissione europea a proporre soluzioni alternative, come il ricorso a capitali privati, risparmi dei cittadini o garanzie sul debito dell’opera. Oltre ai costi, l’infrastruttura sconta un forte disallineamento nei tempi. La Francia, infatti, registra un ritardo di dieci anni rispetto all’Italia nella progettazione delle vie d’accesso, i cui cantieri non partiranno prima del 2038, con completamento forse nel 2045. Un’asimmetria rischia di compromettere la piena efficacia del trasporto merci su rotaia, previsto dal 2034 con l’apertura del tunnel di base.
Mathieu Grosch, rappresentante della Commissione Europea alla Conferenza Intergovernativa di Chambéry, ha riconosciuto che opere di questa scala soffrono spesso lentezze amministrative e carenze di fondi, aprendo alla possibilità di finanziamenti di diverso tipo. «Per il momento non abbiamo ancora avuto problemi di finanziamento con l’Europa», ha riferito Grosch, avvertendo però che i veri ostacoli arriveranno a breve. «Rischiamo di averne nella fase finale dei lavori, con l’impiego di tutte le frese da galleria previste. […] Ecco perché oggi siamo tutti d’accordo nel dire che non bisogna contare solo sugli Stati e sull’Europa per finanziare spese di questa portata. Bisogna anche pensare a ricorrere a finanziamenti alternativi». Nonostante tutto, a detta di Grosch il progetto «rimane emblematico per l’Europa, poiché soddisfa tutti i requisiti: mobilità, scambi e decarbonizzazione».
A fine gennaio, la Corte dei Conti europea aveva bollato il progetto della TAV con dati impietosi, evidenziando un aumento dei costi del 127% rispetto alle stime iniziali (il progetto originario degli anni Novanta prevedeva 5,2 miliardi) e un ritardo cumulato di diciotto anni nella consegna dell’opera. L’analisi, contenuta in un aggiornamento della relazione sulle grandi “infrastrutture-faro” dei trasporti UE, ha delineato un quadro di criticità condiviso da molti megaprogetti continentali, ma particolarmente problematico per il collegamento transalpino. I costi, già lievitati a 11,1 miliardi di euro in valuta 2012 (circa 14,7 miliardi a valori correnti), salgono impietosamente. Se si considerano anche le tratte nazionali di accesso, la cifra complessiva raggiunge i 25-27 miliardi, come documentato dai rapporti della Cour des Comptes francese e dai monitoraggi dell’Osservatorio Torino-Lione.La conferenza di Chambéry ha messo in luce non solo le difficoltà economiche, ma anche il profondo divario nei tempi di realizzazione tra i due Paesi. Mentre l’Italia è già avanti con i cantieri per gli accessi al tunnel, la Francia ammette senza mezzi termini di aver accumulato un ritardo decennale. Josiane Beaud, capo della delegazione francese, ha dichiarato: «È vero che, sul versante francese, abbiamo perso 10 anni tra l’indagine di pubblica utilità per gli accessi francesi del 2013 e la decisione dello Stato, prevista solo nel 2024. Non so come recuperare questo ritardo». La prospettiva è che i cantieri francesi possano partire non prima del 2038, con un’entrata in servizio che slitterebbe al 2045, un orizzonte temporale che rischia di compromettere l’intero progetto. Maurizio Bufalini, presidente di TELT, ha comunque manifestato fiducia nella capacità di trovare soluzioni condivise, sottolineando l’obiettivo del trasferimento modale dagli autocarri ai treni, essenziale per ridurre l’attuale 95% di merci su gomma tra i due paesi.
Un ulteriore fronte di contestazione riguarda la tratta nazionale Avigliana-Orbassano, circa 23 chilometri di infrastruttura inseriti nel sistema della Torino-Lione. Durante il recente tavolo convocato dalla Regione Piemonte sulla cantierizzazione dell’opera, l’Unione Montana Valle Susa ha sollevato numerose criticità legate agli impatti sul territorio. Nel mirino ci sono il consumo di suolo agricolo, gli espropri, la gestione delle terre e rocce da scavo, l’aumento del traffico pesante, le emissioni di polveri, il rumore e le vibrazioni prodotte dai cantieri. Secondo la commissione tecnica dell’Unione Montana, la documentazione attualmente disponibile non consentirebbe una valutazione completa degli effetti dell’opera. Secondo l’Unione Montana, prima di procedere con opere come l’Avigliana-Orbassano sarebbe necessario chiarire come verrà finanziato l’intero sistema Torino-Lione e se le tratte nazionali francesi, ancora in forte ritardo, verranno effettivamente realizzate nei tempi previsti. Di qui la richiesta di fermare il progetto, sbloccando gli oltre 800 milioni di euro già impegnati sulla tratta nazionale per il trasporto pubblico.
(da lindipendente.online)
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