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LA RIVOLUZIONE DI TRUMP? IL SUO INTERESSE PERSONALE

Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile

IL POTERE DELLO STATO USATO COME ESTENSIONE DEGLI INTERESSI PERSONALI DEL LEADER

La presidenza di Donald Trump è spesso vista come la prova che in politica non vi sia spazio per la morale: la politica sarebbe sempre e solo realpolitik – azione volta al perseguimento di interessi materiali e fini strategici – mentre i principi morali servirebbero da semplice copertura.
In questa prospettiva, l’America avrebbe da sempre agito per interessi economici e imperiali, cercando poi di legittimare le proprie azioni facendo appello ai principi liberal-democratici; la differenza starebbe nel fatto che Trump rende espliciti gli interessi sottostanti, rinunciando all’ipocrisia del passato. Trump non rappresenterebbe dunque una rottura, ma solo una versione più sincera di un crudo realismo politico.
Questa lettura non convince. Non perché l’America abbia mai agito in modo altruistico, ma perché Trump ha introdotto una novità importante: la personalizzazione del potere politico. Nel periodo egemonico postbellico e fino all’era pre Trump, la politica americana era segnata da una tensione tra interesse nazionale e principi liberal-democratici.
Con Trump la tensione è tra interesse nazionale e interesse personale. Le sue scelte politiche sembrano infatti spesso favorire soggetti legati al presidente, anche a costo di indebolire considerazioni di interesse nazionale. Si pensi alla sua decisione di esportare negli Emirati Arabi i chip per l’intelligenza artificiale.
Tale scelta, volta a beneficiare gli investitori sauditi del World Liberty Financial, la società di criptovalute cofondata dai figli di Trump, ha richiesto la revoca di restrizioni motivate da ragioni di sicurezza nazionale.
O si pensi alla cattura di Maduro in Venezuela, che rischia di destabilizzare la posizione geopolitica dell’America ma allo stesso tempo beneficia società petrolifere aventi legami stretti con Trump, inclusa quella del suo compagno di golf Harry Sargeant III, consultato dal presidente sui piani economici per il Venezuela. Il progetto di ricostruzione di Gaza, le relazioni favorevoli con i paesi arabi e quelle amichevoli con Putin sono anch’essi rappresentativi della tensione fra interesse nazionale e vantaggio personale.
Si assiste così a una “rifeudalizzazione” della politica: il potere dello Stato viene usato come estensione degli interessi personali del leader. La questione non è dunque se l’ipocrisia americana sia finita, ma come sia cambiata. Sotto Trump, l’interesse nazionale funziona spesso come norma di copertura per azioni orientate all’utilità personale, svolgendo un ruolo simile a quello che l’esportazione della democrazia e dei diritti umani aveva nell’era liberale. L’ipocrisia resta. La
realpolitik fondata su interessi strategici ma pur sempre nazionali viene pero’ sostituita da una politica privatistica.
Dobbiamo allora chiederci: cosa ha reso possibile questa trasformazione? Perché Clinton, Bush e Obama non usavano il potere dello Stato in modo apertamente personalistico? Una spiegazione istituzionale, basata sull’erosione dei vincoli imposti dallo Stato di diritto, è insufficiente poiché tale erosione è in larga parte essa stessa il risultato di politiche personalistiche, come la rimozione di funzionari ostili, la delegittimazione delle elezioni, l’attacco vendicativo ai media e alle università. Non è affatto detto che Clinton, Bush o Obama non avrebbero potuto intraprendere le stesse azioni se lo avessero voluto.
Nemmeno una spiegazione ideologica è pienamente convincente. Il populismo di destra legittima l’azione personalistica del leader, ma basta pensare a Berlusconi per capire che l’uso personalistico del potere non ha bisogno di un’ideologia populista già consolidata. Al contrario, è il populismo che spesso nasce dall’uso personalistico del potere. Inoltre, la popolarità di Trump è molto bassa. Non può essere quindi essa a consentirgli di fare ciò che Obama o Bush non facevano, almeno non in maniera sistematica.
Per spiegare l’uso personalistico del potere occorre quindi un’altra spiegazione. I presidenti pre Trump non erano privi di interessi né di ipocrisia, ma condividevano una concezione liberale del dovere pubblico che li portava ad autoimporsi dei limiti nell’uso del potere. Trump dimostra così non che la politica, in quanto realpolitik, sia priva di morale, ma l’opposto: la realpolitik, intesa come perseguimento strategico dell’interesse nazionale, non personale, presuppone l’integrità etico-morale del leader. Senza morale non c’è realismo politico, ma solo feudalesimo.
(da editorialedomani.it)

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LO SKELETONISTA UCRAINO SFIDA IL CIO: “INDOSSERO’ IL CASCO COI VOLTI DEGLI ATLETI UCRAINI UCCISI”

Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile

RIFIUTATA LA CONTROPROPOSTA DI UNA STRISCIA NERA AL BRACCIO

«La striscia nera al braccio? No, indosserò il casco». Vladyslav Heraskevych si ribella e nonostante il divieto del Cio – che lo aveva autorizzato però a utilizzare una striscia nera al braccio – prenderà parte alle gare di skeleton a Milano-Cortina col casco con le immagini degli atleti ucraini uccisi in guerra che lo stesso Comitato olimpico internazionale ha vietato.
L’atleta, quarto ai Mondiali 2025, aveva usato il casco in allenamento a Cortina, ma lunedì sera ha ricevuto il no ufficiale: secondo il Cio violerebbe la Regola 50 della Carta Olimpica, che vieta manifestazioni o propaganda nei siti olimpici. Heraskevych sostiene che non si tratti di un messaggio politico ma di un tributo a membri della «famiglia olimpica», alcuni ex medagliati giovanili. Sul casco compaiono, tra gli altri, il pattinatore Dmytro Sharpar e il pugile Pavlo Ishchenko.
Il Cio ha riferito che inizialmente la federazione ucraina non aveva chiesto l’autorizzazione; successivamente un rappresentante ha comunicato all’atleta il divieto. Già noto per le sue prese di posizione contro la guerra — nel 2022 mostrò il cartello «No War in Ukraine» a Pechino senza sanzioni — Heraskevych sperava in un via libera analogo. «È importante rendere omaggio e mostrare il prezzo della libertà dell’Ucraina», ha detto.
«È ingiusto – ha spiegato in un video sui social lo stesso Heraskevych – e queste persone non avrebbero dovuto lasciarci a un’età così giovane». Il suo post è stato rilanciato dallo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky che ha commentato: «Questo casco mostra i ritratti dei nostri atleti uccisi dalla Russia. Il pattinatore artistico Dmytro Sharpar, ucciso in combattimento vicino a Bakhmut; Yevhen Malyshev, un biatleta di 19 anni ucciso dagli occupanti vicino a Kharkiv; e altri atleti ucraini la cui vita è stata portata via dalla guerra russa. Ringrazio il portabandiera della nostra nazionale alle Olimpiadi invernali, Vladyslav Heraskevych, per aver ricordato al mondo il prezzo della nostra lotta. Questa verità non può essere scomoda, inappropriata o definita una “manifestazione politica a un evento sportivo”. È un promemoria per tutto il mondo di cosa sia la Russia moderna».
A Heraskevych era stato quindi proposto di indossare una fascia nera al braccio, cosa che alla fine è stata rifiutata dall’atleta. «Abbiamo avuto un meeting informale con il coach e abbiamo ritenuto che agli atleti sarà consentito indossare una striscia nera a scopo commemorativo durante le gare», aveva detto il portavoce del Cio, Mark Adams, in conferenza stampa.
(da agenzie)

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COME MAI LA TRATTATIVA TRA JOHN ELKANN E IL MAGNATE GRECO THEO KYRIAKOU PER LA VENDITA DEL GRUPPO GEDI, SI È ARENATA? IL MOTIVO DELL’IMPASSE, CHE HA SPINTO I GIORNALISTI DI “REPUBBLICA” A DUE GIORNI DI SCIOPERO, GIRA INTORNO AL VALORE DELL’OPERAZIONE, STIMATA INTORNO A 140 MILIONI DI EURO

Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile

DOPO OLTRE 6 MESI IN CUI UN PLOTONE DI AVVOCATI E CONTABILI HA ROVESCIATO COME UN CALZINO CONTI, CONTRATTI E PENDENZE LEGALI DEL GRUPPO, IL GRECO ANTENNATO AVREBBE FATTO UN’OFFERTA DI 90 MILIONI , UNA “MISERIA” CHE SAREBBE STATA RIFIUTATA DA ELKANN CHE HA AVREBBE STIMATO SOLO IL POLO RADIOFONICO TRA GLI 86 E I 100 MILIONI, CON RADIO DEEJAY DA SOLA VALUTATA OLTRE I 40 MILIONI

Come mai la trattativa tra John Elkann, a capo della Holding Exor, cassaforte della famiglia Agnelli e Antenna Group del magnate greco Theo Kyriakou per la vendita del gruppo Gedi, si è arenata?
Stallo che ha indotto i giornalisti di ‘’Repubblica’’ a incrociare le braccia (con l’assenza del quotidiano dalle edicole oggi e domani) in segno di protesta contro ’’la mancanza di trasparenza dell’editore John Elkann riguardo ai termini della cessione’’.
Il motivo dell’impasse, che non permette al nipote dell’Avvocato di rendere soddisfare le domande dei giornalisti di Largo Fochetti, gira prosaicamente intorno al valore dell’operazione che non trova per nulla d’accordo i due contraenti.
Per disfarsi di “Repubblica”, “Stampa”, HuffPost, le radio Deejay, Capital e m2o più la concessionaria di pubblicità Manzoni, è circolata sui giornali una sommetta intorno a 140 milioni di euro.
Invece, i milioncini che Elkann vuole intascare dal Greco antennato vanno decisamente oltre quel prezzo, avendo nel 2019 Exor acquisito il 43,78% di Gedi dalla CIR (Gruppo De Benedetti) per 102,4 milioni di euro, a cui poi vanno aggiunti i 107,5 milioni nel 2020 che sono stati necessari per l’Opa sul capitale restante.
Secondo quanto scrive Stefano Vergine sul “Domani”, “nel 2024 la Gedi ha registrato un fatturato di 386 milioni di euro e una perdita netta di 35,9 milioni. Quasi tutti imputabili a Repubblica e Stampa. Va così da parecchio tempo. Cinque anni fa il fatturato era quasi il doppio. Ma soprattutto in un lustro Gedi ha accumulato perdite dirette per 360 milioni”.
Il pezzo del giornale diretto da Fittipaldi prosegue: ‘’Oggi Repubblica è iscritta a bilancio per 65 milioni di euro, nel 2019 valeva 150 milioni. Sono dati che aiutano a capire perché Elkann ha deciso di vendere, da tempo, e uscire definitivamente dall’editoria italiana (non da quella internazionale, visto che è azionista di maggioranza di The Economist). E conclude: “Con questi numeri, però, piazzare bene Gedi non è facile”.
Dopo oltre 6 mesi in cui un plotone di avvocati e contabili ha rovesciato come un calzino conti, contratti e pendenze legali del Gruppo, Theodore Kyriakou avrebbe fatto i fatidici “conti della serva” che avrebbero portato a un’offerta di 90 milioni di euro.
Una “miseria” che ovviamente sarebbe stata rifiutata da Elkann che ha avrebbe stimato valuta solo il polo radiofonico tra gli 86 e i 100 milioni di euro, con Radio Deejay da sola valutata oltre i 40 milioni.
Riusciranno nelle prossime settimane Elkann e Kyriakou a negoziare un accordo? O il nipotino di casa Agnelli, smanioso di disfarsi di tutto e di fuggire dall’ingrato paese a forma di stivale, si ritroverà con il cerino in mano?
(da Dagoreport)

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IN SICILIA SI PENSA A FARE IL PONTE, MA GLI OPERAI DELL’AUTOSTRADA NON VENGONO PAGATI DA TRE MESI

Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile

BLOCCO DEI LAVORI SULLA RAGUSA-CATANIA

Sciopero dei lavoratori e blocco dei lavori sul lotto 3 dell’autostrada Ragusa-Catania. Da tre mesi senza stipendi, gli operai hanno effettuato un presidio davanti al cantiere Achates Scarl-Consorzio C6, lungo la strada statale 514 all’altezza del vincolo di Vizzini, per “denunciare i mancati pagamenti da novembre 2025 a gennaio 2026 e l’assenza di certezze sul futuro occupazionale”.
Pd e M5s chiedono l’intervento del governo nazionale e della Regione. “La politica non può stare a guardare mentre il dramma umano di tante famiglie senza stipendio si compie e il lotto 3, asse nevralgico della Ragusa-Catania, rimane ancora tristemente fermo al palo con appena il 3 per cento dei lavori completati”, dicono le deputate regionali del M5S all’Ars Stefania Campo e Lidia Adorno.
“Chiediamo al governo nazionale di convocare con urgenza un tavolo tecnico sull’ennesimo blocco dei lavori di un’opera fondamentale”, sostiene Anthony Barbagallo, segretario regionale del Pd Sicilia e capogruppo in commissione Trasporti della Camera.
“E’ urgente che il governo si faccia carico di far sedere attorno a un tavolo tutti gli attori protagonisti, inclusi commissario e Anas, oltre ai sindacati affinché vengano garantiti i sacrosanti diritti dei lavoratori e contestualmente avviare in modo deciso i lavori”, conclude.
(da agenzie)

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LO SCONCIO ACCORDO IN EUROPA TRA PPE E SOVRANISTI: PARLAMENTO UE DA’ L’OK ALLA LISTA DEI PAESI SICURI

Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile

COSA CAMBIA PER I MIGRANTI CHE ARRIVANO IN ITALIA… PAESI IMPROBABILI DIVENTANO “SICURI” ANCHE SE NON LO SONO… ACCORDI PER HUB IN PAESI TERZI PER GESTIRE LE DEPORTAZIONI DI ESSERI UMANI

Il Parlamento europeo ha approvato oggi in via definitiva le modifiche al regolamento sulle procedure di asilo dell’Ue per velocizzare le procedure di valutazione delle domande di asilo: con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni l’Eurocamera ha dato l’ok alla creazione di un elenco Ue dei paesi di origine sicuri.
Gli eurodeputati hanno inoltre approvato il regolamento relativo all’applicazione del concetto di paese terzo sicuro, con 396 voti a favore, 226 contrari e 30 astensioni.
Le nuove norme permetteranno agli stati europei di individuare hub per migranti in paesi esteri dove espletare l’esame delle domande d’asilo. Il tutto avviene mentre il Consiglio dei ministri, previsto per domani, si prepara a varare il nuovo pacchetto immigrazione, al cui interno si troverà anche il provvedimento sul cosiddetto ‘blocco navale’, anticipato dal ministro Piantedosi. Il nuovo pacchetto di norme arriva in preparazione dell’entrata in vigore a giugno delle nuove norme europee: si parla appunto dell’interdizione delle acque territoriali in alcuni casi, per motivi di sicurezza (il concetto di ‘blocco navale’); tale misura si aggiunge alla possibilità di trasferire le persone in luoghi di versi dal territorio nazionale, per effettuare le procedure di richieste d’asilo in paesi terzi sicuri con i quali l’Italia ha stretto in precedenza accordi. Un modo per rendere finalmente operativi i centri in Albania, al momento sostanzialmente fermi.
Il nuovo Patto europeo sulla migrazione prevede procedure più rapide per l’esame e la valutazione delle domande d’asilo. Il nuovo sistema in pratica rivede il concetto di paese terzo sicuro e allarga le circostanze in cui una domanda d’asilo può essere respinta, perché inammissibile. Potranno essere respinte le domande delle persone che avrebbero potuto ricevere protezione internazionale in un paese terzo considerato sicuro per loro, e attraversato in precedenza.
Proprio il concetto di Paese terzo sicuro ha impedito fino ad ora il pieno funzionamento dei centri in Albania: i tribunali italiani fino ad ora hanno annullato il trattenimento dei migranti in quelle strutture, perché le persone che avrebbero dovuto essere detenute in Albania provenivano da paesi come Bangladesh ed Egitto.
Quali sono i paesi sicuri nella lista Ue: cosa dicono i due regolamenti
Il nuovo elenco Ue dei paesi di origine sicuri consentirà di accelerare l’esame delle domande di asilo presentate da cittadini di Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia, si precisa in un comunicato, sottolineando che in base alle nuove norme, spetterà al singolo richiedente dimostrare che tale disposizione non dovrebbe applicarsi nel suo caso, a causa di un fondato timore di persecuzione o del rischio di subire gravi danni in caso di rimpatrio.
Anche i paesi candidati all’adesione all’Ue saranno considerati paesi di origine sicuri – come ad esempio l’Albania – a eccezione di quelle situazioni in cui si registrano violenze indiscriminate nel contesto di un conflitto armato, oppure si riscontra un tasso di riconoscimento delle domande di asilo a livello Ue superiore al 20% o sanzioni economiche dovute ad azioni che incidono sui diritti e sulle libertà fondamentali.
Nella nota si precisa che la Commissione europea monitorerà la situazione nei paesi inclusi nella lista, e interverrà nel caso in cui le condizioni si modificassero. L’esecutivo Ue potrà decidere temporaneamente che un paese non è più considerato sicuro o proporne la rimozione permanente dall’elenco.
I paesi Ue potranno inoltre designare ulteriori paesi di origine sicuri a livello nazionale, ad eccezione di quelli rimossi dall’elenco Ue. Gli Stati membri potranno applicare il concetto di paese terzo sicuro a un richiedente asilo che non sia cittadino di quel determinato paese, e quindi dichiarare la sua domanda di protezione a livello Ue inammissibile. Per poterlo fare, una delle tre seguenti condizioni deve essere soddisfatta:
l’esistenza di un legame tra il richiedente e un paese terzo, come la presenza di familiari, una precedente permanenza nel paese o legami linguistici, culturali o simili;
il fatto che il richiedente sia transitato da un paese terzo prima di arrivare nell’Ue dove avrebbe potuto richiedere una protezione effettiva
l’esistenza di un accordo o intesa con un paese terzo, a livello bilaterale,
multilaterale o dell’Ue, per l’ammissione dei richiedenti asilo, ad eccezione dei minori non accompagnati.
Si precisa poi che questi accordi conclusi dall’Ue o dai suoi Stati membri con un paese terzo per applicare il concetto di paese terzo sicuro devono includere una disposizione che obblighi il paese terzo a esaminare nel merito qualsiasi richiesta di protezione effettiva presentata dalle persone interessate.
Inoltre, il ricorso contro una decisione di inammissibilità di una domanda di protezione non sospenderà automaticamente una decisione di rimpatrio. La designazione di un paese terzo come sicuro, sia a livello Ue che nazionale, potrà avvenire anche con eccezioni per specifiche parti del territorio o per categorie chiaramente identificabili di persone. Questa disposizione e quelle relative alle procedure accelerate di frontiera per i richiedenti la cui nazionalità presenta un tasso di riconoscimento dell’asilo inferiore al 20%, potranno applicarsi prima dell’entrata in applicazione della legislazione Ue sull’asilo, prevista per giugno 2026.
Nel comunicato diffuso dall’europarlamento si aggiunge che i due regolamenti devono ora essere formalmente adottati dal Consiglio. Entrambe le norme riguardano il trattamento delle domande di asilo e modificano il Patto su migrazione e asilo, adottato dal Parlamento ad aprile 2024, che entrerà in vigore a giugno di quest’anno.
Chi ha votato per i due regolamenti del nuovo Patto Ue sull’immigrazione
All’Eurocamera i due regolamenti del patto Ue sulla migrazione, sui Paesi sicuri e sui Paesi terzi, sono passati grazie a una maggioranza di destra composta da Ppe, Ecr, Patrioti ed Esn. La maggioranza si è ulteriormente allargata grazie anche al sostegno di 23 eurodeputati liberali e 25 socialisti, nel caso della lista dei Paesi sicuri. Le delegazioni socialiste che hanno deciso di sostenere i due testi sono state quelle danesi, maltesi, rumene e svedesi, più altri eurodeputati sparsi. Nel caso dei liberali, forte il sostegno di danesi, olandesi e belgi.

(da Fanpage)

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DANIELA SANTANCHE’ INDAGATA PER UN’ALTRA BANCAROTTA, NUOVI GUAI PER LA MINISTRA ATTACCATA ALLA POLTRONA

Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile

L’ESPONENTE DI FDI, GIA’ INDAGATA PER IL CRACK DI KI GROUP E’ FINITA NEL MIRINO ANCHE PER IL FALLIMENTO DI BIOERA

Non solo Ki Group srl, c’è un’altra azienda per cui Daniela Santanchè è indagata dalla procura di Milano con l’ipotesi di bancarotta. Si tratta di Bioera, società del gruppo del biofood di cui la ministra del Turismo è stata presidente fino al 2021. Era già emerso, a fine dicembre del 2024, che Santanchè è indagata da tempo per bancarotta dopo il crac del gennaio 2024 della srl del gruppo, assieme all’ex compagno Canio Mazzaro, al fratello Michele Mazzaro e ad altri ex amministratori.
La nuova ipotesi di bancarotta
Dall’aprile 2019 al dicembre 2021, la senatrice di FdI è stata presidente e legale rappresentante di Ki Group srl. Nei mesi scorsi, poi, sempre nelle indagini della procura di Milano, è stata depositata la relazione del liquidatore anche su Bioera, società fallita a fine 2024 di cui la parlamentare è stata presidente fino al 2021. Dopo il deposito di quella relazione, è stato aperto un altro fascicolo per bancarotta, che ha portato alla nuova iscrizione nel registro degli indagati, tra gli altri, della ministra. Nella sentenza della liquidazione giudiziale si parlava di un «patrimonio netto negativo», ossia un buco nelle casse di Bioera, pari a circa 8 milioni di euro.
Una nuova grana giudiziaria in vista
Il 5 giugno 2025 è fallita, sempre con annesse possibili grane giudiziarie, un’altra delle società del gruppo, la Ki Group Holding spa. Su questo fronte si attende il deposito della relazione del liquidatore e poi i tre casi dovrebbero essere riuniti in un unico fascicolo, con più indagati e imputazioni, in vista della chiusura delle indagini. Si indaga, in generale, per ipotesi di bancarotta da reati societari, come il falso in bilancio, e di bancarotta fraudolenta per operazioni dolose.
Le altre indagini pendenti su Santanchè
Quelle per bancarotta non solo le uniche indagini pendenti a carico di Santanché. La ministra del Turismo è già a processo per falso in bilancio sul caso Visibilia, gruppo editoriale da lei fondato e da cui ha dismesso cariche e quote. Inoltre, è in udienza preliminare – sospesa in attesa di un’udienza della Consulta – per l’accusa di truffa aggravata ai danni dell’Inps sulla cassa integrazione nel periodo Covid, sempre sul capitolo Visibilia.
(da agenzie)

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PERCHÉ SULLE FOIBE È CALATO PER TANTI ANNI IL SILENZIO? LA “GIORNATA DEL RICORDO”, LA COMMEMORAZIONE DELLA STRAGE DI SEIMILA ITALIANI, ELIMINATI DALL’ESERCITO JUGOSLAVO NEL 1945

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

LO STORICO GIANNI OLIVA: “LA SPIEGAZIONE DI QUESTA MEMORIA A LUNGO NEGATA RINVIA A TRE SILENZI. IL PRIMO È QUELLO INTERNAZIONALE: NEL 1948, QUANDO STALIN ROMPE I RAPPORTI CON TITO, LA JUGOSLAVIA DIVENTA PER L’OCCIDENTE UN INTERLOCUTORE E NON VA DISTURBATA. IL SECONDO È IL SILENZIO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO. E IL TERZO È IL SILENZIO DI STATO: APRIRE I CONTI CON IL PASSATO SIGNIFICA RISCHIARE RIVISITAZIONI DAGLI ESITI IMPREVEDIBILI E INDIVIDUARE LE CORRESPONSABILITÀ DI TROPPI”

Anche se il voto quasi unanime con cui nel 2004 il Parlamento ha istituito la “giornata del ricordo” ha contribuito a sottrarre il tema dal cono d’ombra dell'”indicibile”, la vicenda del confine nordorientale resta una pagina ancora
parzialmente irrisolta, stretta tra l’ignoranza dei molti (troppi) che continuano a non sapere di che cosa si tratta, i retropensieri dei negazionisti e dei riduzionisti, le esasperazioni opposte di chi parla di genocidio e di pulizia etnica.
La storiografia più avveduta ha fatto chiarezza da tempo: nella primavera 1945 nelle foibe (le fenditure naturali tipiche del paesaggio carsico) stati gettati i cadaveri di cinque/seimila cittadini italiani eliminati dall’esercito partigiano jugoslavo.
Le spiegazioni del fenomeno riconducono ad una duplice realtà: da un lato, gli antagonismi nazionali alimentati dall’italianizzazione forzata perseguita dal fascismo ed esasperati dalle violenze dell’occupazione militare italo-tedesca del 1941-’43, quando il Regio Esercito si rese responsabile di esecuzioni sommarie, deportazioni di cittadini slavi, incendi di villaggi; dall’altro, la politica espansionistica del nazionalcomunismo di Tito e il progetto di annettere alla nuova Jugoslavia comunista le terre mistilingue dell’Istria e della Venezia Giulia.
Nel maggio-giugno 1945, quando le forze titoiste arrivano per prime a Trieste, si scatena una repressione brutale nella quale si mescolano risentimenti nazionali e volontà epurativa politica. Perché al tavolo delle trattative di pace venga riconosciuta la sovranità di Belgrado su tutto il territorio giuliano, bisogna infatti eliminare le persone che possono difenderne l’italianità, impedire l’affermarsi di autorità antifasciste capaci di legittimarsi agli occhi degli Alleati, sopprimere le personalità di orientamento moderato o anticomunista.
E da qui il fenomeno successivo: l’esodo di circa 300mila italiani dalle regioni che il trattato di pace del 10 febbraio 1947 ha assegnato al controllo jugoslavo, cittadini che lasciano le loro terre d’origine e raggiungono la penisola, ospitati in 109 campi di raccolta sparpagliati in tutte le regioni.
Perché per tanti decenni non si è parlato di tutto questo? La spiegazione di questa memoria negata rinvia a tre silenzi, pesanti come macigni. Il primo è il silenzio internazionale.
Nel 1948, quando Stalin rompe i rapporti con Tito accusandolo di deviazionismo, la Jugoslavia diventa per l’Occidente un interlocutore e la prima regola della diplomazia è che gli interlocutori non si mettono in difficoltà con domande imbarazzanti: da quel momento, non c’è più interesse a far chiarezza né sugli infoibati, né sulle ragioni dell’esodo dall’Istria e dalla Dalmazia.
Il secondo è il silenzio di partito. Per il Partito comunista parlare di foibe significherebbe esplicitare la posizione di Togliatti sulla questione di Trieste e mettere in evidenza le contraddizioni di un movimento che in Parlamento opera come partito nazionale, ma in politica estera conserva la visione internazionalista e la subalternità alle indicazioni di Mosca.
Il terzo è il silenzio di Stato. L’Italia fascista ha scatenato la seconda guerra mondiale insieme alla Germania nazista e l’ha persa, ma la nuova Italia del 1945 si sforza di autorappresentarsi come Paese vincitore e utilizza l’esperienza della Resistenza partigiana (nobile e determinante per il futuro del Paese, ma minoritaria) come alibi per autoassolversi e cancellare in un colpo il periodo 1922-1943.
Questa rielaborazione rassicurante del passato, che scarica le colpe della dittatura e della guerra esclusivamente su Mussolini e sul Re, giova tanto alla sinistra comunista (che nella Resistenza trova la propria legittimazione) quanto alle forze moderate, che puntano alla normalizzazione dello Stato e alla continuità della classe dirigente.
Aprire i conti con il passato significa rischiare rivisitazioni dagli esiti imprevedibili e individuare le corresponsabilità di troppi, pregiudicando gli equilibri del Paese: meglio fingersi vincitori e garantire a tutti una ritrovata verginità politica e morale. Perché questa autorappresentazione possa funzionare, occorre però rimuovere dalla memoria collettiva ciò che ricorda la sconfitta. Nascono così i silenzi.
“Indicibili” sono i prigionieri di guerra perché rinviano all’idea della sconfitta; “indicibili” sono i crimini di guerra italiani e i presunti criminali di cui si nega l’estradizione; “indicibili”, soprattutto, sono le foibe e l’esodo, perché nessun Paese vincitore subisce, dopo la fine del conflitto, la strage di migliaia di cittadini e l’esodo di centinaia di migliaia di altri.
La “giornata del ricordo” è stata una scelta politica (tardiva ma importante) per trasformare la tragedia del confine nordorientale in coscienza collettiva: dopo oltre vent’anni dalla sua istituzione, è però evidente che la strada da percorrere è ancora lunga. Sarà percorsa solo il giorno in cui si riconoscerà che gli infoibati e gli esuli non sono né di destra né di sinistra, ma solo cittadini italiani, vittime estreme di quella follia nazionale che fu la guerra 1940-’45.
Gianni Oliva
per “la Stampa”

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PAOLO PETRECCA NON PUÒ RESTARE AL SUO POSTO: TRA QUANTO SI DIMETTE? FINISCE SUI GIORNALI INTERNAZIONALI LA COLOSSALE FIGURACCIA DEL DIRETTORE DI RAISPORT

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

IL “GUARDIAN” DEDICA UN ARTICOLO AL CASO E DÀ RILEVANZA ALLO SCIOPERO DELLE FIRME DEI GIORNALISTI DI RAISPORT

I giornalisti sportivi della televisione pubblica italiana stanno mettendo in atto forme di protesta in risposta alle clamorose gaffe commesse dal direttore sportivo durante il commento della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina Winter Olympics.
Paolo Petrecca, nominato nel 2025 alla guida di Rai Sport, ha dapprima dato il benvenuto agli spettatori allo Stadio Olimpico di Roma invece che a San Siro di Milano, dove si è svolta la cerimonia di venerdì, per poi scambiare l’attrice italiana Matilda De Angelis per Mariah Carey e Kirsty Coventry, presidente del Comitato Olimpico Internazionale, per Laura Mattarella, figlia del presidente della Repubblica.
Le gaffe sono state immediatamente derise dagli spettatori sui social media e sfruttate dai partiti di opposizione, anche alla luce della presunta vicinanza di Petrecca al governo di estrema destra di Giorgia Meloni. De Angelis ha scherzato: «Mariah Carey e io a quanto pare siamo la stessa persona».
Il Cdr, l’organismo sindacale interno che rappresenta i giornalisti Rai, ha dichiarato lunedì che i giornalisti sportivi dell’emittente daranno vita a proteste, tra cui la rinuncia alla firma dei servizi dedicati ai Giochi e uno sciopero di tre giorni al termine dell’evento, in risposta alla “disastrosa copertura” della cerimonia inaugurale da parte del direttore sportivo.
«Per tre giorni ci siamo tutti sentiti imbarazzati», si legge nella nota del Cdr. «E senza colpa. È arrivato il momento di far sentire la nostra voce, perché stiamo
assistendo alla peggiore performance di sempre di Rai Sport durante uno degli eventi più attesi di tutti i tempi, le Olimpiadi invernali di Milano Cortina».
Secondo il Cdr, il commento errato ha danneggiato la Rai, i cittadini che pagano il canone e i giornalisti che lavorano per il servizio pubblico. La dichiarazione aggiunge: «Non è una questione politica, come qualcuno vorrebbe far credere, ma una questione di rispetto e dignità del servizio pubblico».
Esponenti dell’opposizione hanno sostenuto che l’episodio rappresenti l’ennesimo esempio di presunto orientamento di destra della Rai. Sandro Ruotolo, del Partito democratico, ha parlato di un ulteriore segnale di «occupazione politica e dilettantismo» di quella che ha definito «TeleMeloni».
In un’azione senza precedenti nel 2024, i conduttori dei telegiornali dei tre principali canali Rai lessero in diretta un comunicato di Usigrai che accusava il governo Meloni di «trasformare la Rai in un megafono del governo».
(da Guardian)

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“PETRECCA HA MESSO IN CAMPO TUTTA LA SUA INADEGUATEZZA: SI DEVE DIMETTERE”: GIANLUIGI PARAGONE, CHE NEL 2013 LASCIO’ LA VICE-DIREZIONE DI RAI2, VA GIÙ DURISSIMO CONTRO IL DIRETTORE MELONIANO DI RAI SPORT CHE RIMANE IMBULLONATO ALLA POLTRONA

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

“UN DIRETTORE DI RAI SPORT CHE NON CONOSCE GLI ATLETI… MA STATTENE A CASA O VAI A DIRIGERE ‘RAI YOYO’ E TI PRENDI LO STIPENDIO”… È STATO DI UNA SCIATTERIA IMPRESSIONANTE, PETRECCA PENSAVA DI POTER ANDARE A FARE LA TELECRONACA SENZA PREPARARSI”

Il vero problema della Rai è il direttore di Rai Sport Paolo Petrecca. È di una sciatteria impressionante. Oltre che di superbia. Pensava di poter andare a fare la telecronaca dell’inaugurazione delle Olimpiadi senza prepararsi. Allora vale tutto, ha messo in campo tutta la sua inadeguatezza: si deve dimettere!
L’azienda deve invitare Petrecca a mettere le dimissioni sul tavolo. Lo dico anche agli amici di centrodestra che farebbero più bella figura. Se Petrecca rimane i vertici della Rai mostrano di essere della stessa sua pasta. I direttori, da regolamento, non possono condurre. Ha bisogno di una delega. Un direttore di Rai
Sport che non conosce gli atleti… è una figura pazzesca. Ma stattene a casa, fai più bella figura. Vai a dirigere “Rai Yoyo” e prendi lo stipendio.
(da agenzie)

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