Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
“MELONI PER SALIRE SUL CARRO TRUMPIANO HA DATO UNA RISPOSTA INADEGUATA”… “MADURO HA PORTATO STATO SOCIALE IN UN PAESE DIFFICILE”
Franco Cardini, storico e intellettuale considerato di destra, che giudizio dà del blitz di Trump
a Caracas?
«Trump è un cialtrone, un disintegratore del diritto internazionale. Spero che lo destituiscano».
Non è aria.
«Forse non ci si rende conto che sta minacciando tutti i Caraibi, si vuole prendere pure la Groenlandia».
Giorgia Meloni ha definito il colpo di Stato legittimo.
«Ha scelto di salire sul carro trumpiano. Il proprietario di un grattacielo che si muove come un Paperone…».
Ma dire che è legittimo?
«Anche Macron ha detto che i venezuelani sono stati liberati da un dittatore, una cosa se possibile ancora più scandalosa».
Ma io le ho chiesto di Meloni.
«Vede, qualsiasi analisi men che indignata è semplicemente inadeguata, visto che siamo alla legge della foresta. Qui la mia amica Meloni non dice come in Ucraina che c’è un aggressore e un aggredito».
Maduro non è un dittatore?
«Ma pure Churchill o De Gaulle, non lo erano a loro modo?».
Beh, insomma.
«Le buone democrazie hanno sempre avuto i loro dittatori. Non si può dividere con l’accetta la democrazia dalla dittatura. Maduro era un dittatore? Perché Trump che idea ha della
democrazia? Da uno così ci si può aspettare di tutto a questo punto».
Maduro ha truccato le elezioni.
«Ma non è l’unico che l’ha fatto. Qui non si parla più nemmeno di una difesa preventiva per giustificare il colpo di Stato, che già sarebbe una definizione enorme, si parla addirittura di legittima difesa».
Diranno Cardini l’anti imperialista.
«Mi hanno dato del fascista, del cattolico organico, dello stalinista come il mio amico Canfora, anarchico comunista come Moni Ovadia. Mi prendo quest’altra decorazione».
Perché difende Maduro? Cosa ha fatto di buono?
«Ha portato un minimo di Stato sociale, che non è poco, un Paese difficile come il Venezuela».
Perché è stato deposto?
«Per il petrolio. Alla fine tutto ruota attorno al petrolio. La prima potenza mondiale non può non averne l’egemonia».
E poi?
«Poi non ha voluto fare la volontà degli Stati Uniti, questa cosa Trump non gliel’ha perdonata. Gli ha detto: “Io ti taglio le gambe”».
Chi sarà il prossimo?
«Penso l’Iran».
Cosa la preoccupa?
«Sono saltate tutte le difese del multilateralismo. Nessuno ha detto agli Usa di fare i carabinieri nel mondo. Siamo al disordine completo, assoluto».
Bonelli ha definito Trump un pirata.
«Ho 85 anni e da ragazzo ho molto amato Sandokan che mi ha aperto le porte dell’adolescenza. No, Trump è molto peggio. Quello che ha fatto è un crimine internazionale».
(da agenzie)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
“LA CESSAZIONE DELL’IMPULSO DEL PNRR POTREBBE PESARE SE GLI EFFETTI DI OFFERTA SI RIVELERANNO PICCOLI. LA DETERMINAZIONE DEL GOVERNO NELL’ATTUARE IL PIANO DEVE AUMENTARE, NON POSSIAMO PERMETTERCI DI TIRARE I REMI IN BARCA A METÀ DEL GUADO”
E così siamo entrati nell’anno conclusivo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ricordiamo brevemente i fatti. Il Piano fu la declinazione italiana del gigantesco sforzo approvato
dal Consiglio europeo nel luglio del 2020, mentre infuriava il Covid-19, detto “Next generation EU”.
Lo sforzo era volto innanzitutto a evitare che l’economia europea crollasse sotto i colpi della pandemia. In buona sostanza esso contemplava l’erogazione ai governi dell’Unione, fino al 2026, della enorme somma di 750 miliardi di euro, finanziati attraverso titoli emessi sul mercato dalla Commissione europea a nome dell’intera Unione.
Buona parte di quella somma fu destinata all’Italia: nel Pnrr sono ora riportati 194,4 miliardi. Dunque, oltre all’imponenza dell’intervento, due furono gli aspetti di inaudita novità: il ricorso massiccio a eurobond (titoli comunitari di debito) e la generosità nei confronti dell’Italia, entrambe decisioni fino a quel momento deprecate e giudicate impossibili da importanti paesi europei.
Ora che il Covid è alle nostre spalle, sostanzialmente sconfitto dai vaccini, è lecito chiedersi: è servito all’economia italiana quell’aiuto straordinario? Il suo venir meno negli anni futuri che problemi può presentare?
Cerchiamo di rispondere alla prima questione, il che poi ci aiuterà a rispondere alla seconda. Ma prima ricordiamo che i quasi 195 miliardi promessi all’Italia non erano, per così dire, gratis, ma erano condizionati a svariate centinaia di adempimenti da parte del governo e del parlamento italiani, essenzialmente nei campi delle riforme strutturali e degli investimenti pubblici. Le riforme strutturali (burocrazia, giustizia, istruzione, sanità) erano latitanti da decenni e gli investimenti pubblici ridotti e inefficienti.
Le stime riguardo agli effetti addizionali del Piano sulla crescita economica italiana dal 2020 al 2027 sono ovviamente variabili a seconda delle ipotesi, ad esempio sull’efficienza della spesa, e del modello usato, ma ruotano intorno ai tre punti percentuali, cumulati nel periodo, indicati dal governo nel Documento programmatico di finanza pubblica dello scorso ottobre. Ritardi e riprogrammazioni della spesa vengono tenuti in conto.
Le stime a cui si fa qui riferimento non guardano soltanto agli effetti di domanda, ma anche a quelli di offerta, perché riforme strutturali e investimenti pubblici in infrastrutture ambiscono a innalzare il potenziale dell’economia.
Quindi l’impulso macroeconomico sulla crescita impresso dal Pnrr è stato e sarà importante. Ha presumibilmente evitato che l’economia italiana entrasse in recessione negli ultimi anni. Esso perdurerà almeno fino a tutto il 2027, anche se l’ultima rata sarà pagata alla fine di quest’anno, grazie al graduale dispiegarsi degli effetti degli interventi nel corso degli anni.
La cessazione dell’impulso potrebbe pesare soltanto se gli effetti di offerta si riveleranno piccoli. Ma non era questo lo spirito dell’intervento europeo. L’idea non era solo quella di colmare il deficit di domanda causato dalla pandemia, ma anche e soprattutto quella di cambiare i tratti strutturali delle economie europee, soprattutto nei paesi che più ne avevano bisogno come l’Italia, cogliendo l’occasione sia pure di un evento tragico per innalzare le capacità produttive e innovative delle economie.
Il Pnrr traduce i pilastri di Next Generation Eu in sette “missioni”, per semplicità definibili come innovazione, ecologia, mobilità, istruzione, inclusione, salute, energia. Avanzare nel completamento di queste sette missioni implica la
promulgazione di numerose leggi, la definizione di ancor più numerosi decreti attuativi e regolamenti, la realizzazione effettiva di investimenti pubblici in quantità e con qualità inusitate.
La macchina legislativa e burocratica italiana, com’era da attendersi, è andata in affanno, alcune scadenze sono state ritardate, alcuni impegni ricontrattati con la Commissione. Ma un fatto è certo: quest’ultima ha finora approvato gli sforzi italiani, accordando le otto rate previste e apprestandosi a esaminare la nona, già chiesta dal governo.
Se i conseguenti cambiamenti strutturali si rafforzeranno e consolideranno l’economia italiana avrebbe compiuto un salto, che non potrebbe alla lunga non avere effetti macroeconomici positivi. Questi potrebbero a loro volta compensare, forse più che compensare, il venir meno dei puri e semplici effetti di domanda determinati dalla spesa aggiuntiva del Pnrr.
Succederà? Ancora non lo sappiamo. Ma è lecito ancora sperarlo. La determinazione del governo nell’attuare il Piano deve però aumentare, non possiamo permetterci di tirare i remi in barca a metà del guado.
(da La Stampa)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
CON 303 MILIARDI DI BARILI, IL VENEZUELA DETIENE IL 17% DELLE RISERVE MONDIALI DI PETROLIO MA, PER LA CNN, SERVONO 58 MILIARDI DI INVESTIMENTI PER RIPORTARE LA PRODUZIONE A BUONI LIVELLI
Con 303 miliardi di barili, calcola l’Energy Institute di Londra, il Venezuela detiene le
maggiori riserve di petrolio del mondo (il 17% del totale globale), contro i 240 miliardi di barili dell’Arabia Saudita. Basta questo per giustificare un intervento che scuote gli interi equilibri mondiali?
La storia dice che i big del petrolio americani cercano di sfruttare tale patrimonio fin dal 1914 quando fu avviato il primo pozzo, il Mene Grande sul lago Maracaibo, e cominciò l’assalto al tesoro dell’oro nero che ieri Trump ha evocato in conferenza stampa dicendo che «le compagnie americane accorreranno numerose» non prima di aver puntualizzato che «saranno gli Stati Uniti a dirigere il Paese nella transizione».
E il Venezuela non è solo petrolio ma anche il gas prodotto dall’Eni, destinato all’approvvigionamento locale: ora il gruppo italiano può sviluppare un business più ampio in collaborazione con gli americani
I rapporti fra Washington e Caracas sono sempre stati burrascosi per la serie di colpi di Stato, dittatori, bruschi cambi di regime e
brevi squarci di democrazia in Venezuela. Le prime concessioni petrolifere con Exxon, Chevron, Conoco-Phillips, Texaco e le altre “sorelle” risalgono agli anni ’40, legate all’aumento della domanda nella Seconda guerra mondiale.
Nel dopoguerra vista la concorrenza dei produttori del Medio Oriente, proprio Caracas propose di allearsi con i “nemici” Iran, Iraq, Arabia Saudita e Kuwait creando nel 1960 l’Opec, poi allargata ad altri produttori. L’obiettivo era di contrapporsi allo strapotere delle major Usa ma le divisioni nel cartello — alimentate in silenzio dagli stessi Stati Uniti — sono state un ostacolo.
Il Venezuela intanto nel 1976 ha nazionalizzato le produzioni imponendo ai partner occidentali joint-venture al 50-50%, poi trasformate in 60-40 a favore del governo con tutte le tensioni del caso. L’unica parentesi di democrazia e riforme di tutti questi decenni sono stati gli anni ’90, quando la Petroleos de Venezuela si conquistò una fama di affidabilità ed efficienza. Ma nel 1999 con l’elezione di Chavez la situazione è precipitata fino agli abissi attuali: l’avvento di Maduro è del 2013, le sanzioni sull’export risalgono al Trump I, fra il 2017 e il 2019.
Il Venezuela è temporaneamente estromesso dall’Opec, insieme con Libia e Iran anch’essi sotto embargo americano, e non partecipa alle decisioni su quote e prezzi. […] Vanno poi considerate le fonti rinnovabili, l’auto elettrica, le tecnologie di risparmio energetico, tutti fattori che abbassano la domanda di petrolio. Tanto che i rincari dovuti alla nuova guerra di Trump «non dovrebbero superare il 10-20%, limitandosi a quella porzione di greggio pesante e non sostituibile prodotto in Venezuela e lavorato nelle raffinerie specializzate del sud degli Stati Uniti . A spingere il tycoon è stato anche il fattore-Cina: Pechino sta aiutando il Venezuela a ricostruire le decrepite infrastrutture petrolifere. Ci vorranno, secondo la Cnn, 58 miliardi per tornare a livelli accettabili di produzione.
(da “la Repubblica”)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
PER LA MAGGIORANZA ITALIANA, L’INTERVENTO DI TRUMP È UN CORTOCIRCUITO. I PUTINIANI DELLA LEGA PROVOCANO: “ORA MANDEREMO ARMI A MADURO?”. E SALVINI IMBARAZZATO RESTA IN SILENZIO PER ORE
Quando ci sono da prendere le difese di Donald Trump, Giorgia Meloni si precipita. Attende che nel caos degli aggiornamenti sull’attacco americano in Venezuela si faccia chiarezza sul destino di Nicolas Maduro, poi, appresa la notizia sul suo arresto, rilascia una nota da manuale, per esercizio di equilibrismo: «Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di
entità statuali che favoriscono il narcotraffico»
Meloni si trova in Spagna, ospite del leader di Vox Santiago Abascal. È tra i primi leader europei a commentare. La premier sposa la tesi trumpiana usata per dare copertura giuridica a un’ingerenza militare senza precedenti recenti. Tesi che poi è lo stesso tycoon a ridimensionare puntando, davanti alle telecamere, tutto sul petrolio, sugli interessi delle multinazionali Usa e sulla gestione amministrativa del dopo-Maduro che Washington vorrebbe eterodirigere come a Gaza, o come è il sogno di Vladimir Putin a Kiev, attraverso un governo amico.
Per capire gli imbarazzi e le contorsioni politiche, basta la posizione del leader leghista Matteo Salvini. Resta in silenzio per ore, evita l’esultanza in altre occasioni puntualmente riservata a Trump e si limita a far sapere di «seguire gli sviluppi» e di «aver ascoltato pareri qualificati di analisti, esperti e dirigenti di partito».
Tra questi potrebbe esserci Roberto Vannacci, vicesegretario della Lega che con sarcasmo e fare provocatorio ora sfida l’Europa a punire Trump come Putin e «a congelare i beni finanziari come fatto con i russi». Le opposizioni premono, chiedono a Meloni una condanna dell’aggressione e l’immediata informativa in Aula del ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Ci sono anni di parole contraddette, di posizionamenti ideali messi da parte, dietro la dichiarazione di Meloni, in passato sempre critica verso la politica dei “regime change”, come nel caso della Libia e di Gheddafi. Ma la politica estera è il luogo dove nulla è definitivo e la coerenza ancor più relativa.
Meloni ricorda che l’Italia ha sempre sostenuto l’aspirazione «del popolo venezuelano a una transizione democratica», contro «la repressione del regime di Maduro» e non ha mai riconosciuto «l’autoproclamata vittoria elettorale» del 2024, ma con il passare delle ore diventa consapevole dell’impatto che l’azione di Trump avrà sull’architettura del diritto internazionale che faticosamente si sta cercando di tenere in vita in Ucraina, contro le pretese imperialistiche di Putin.
C’è un prima e un dopo, infatti, nell’evoluzione della giornata politica italiana. Dagli artifici retorici usati e dal cambio di tono dei commenti si intuisce di un giro di telefonate tra i leader e i vertici di partito della destra. Il Venezuela conta una delle comunità italiane più numerose e vivaci al mondo. La questione della sicurezza dei connazionali, sostiene Meloni, «è una priorità assoluta». Ne parla con Tajani che la raggiunge telefonicamente a Madrid. I parlamentari di FdI che d’istinto avevano esultato vengono frenati. I diplomatici e i servizi riportano che il corpaccione del regime resiste e ha già spedito in strada le milizie paramilitari. I rischi di rappresaglia sono molto alti. E assieme al cooperante Alberto Trentini, una dozzina di italiani si trovano ancora nelle carceri di Caracas.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
ALDO CAZZULLO: “NEL MSI C’ERA UN’ANIMA ANTIBORGHESE, ANTISISTEMA, ANTIATLANTICA, FILOARABA, CHE SI RICHIAMAVA IN MODO ESPLICITO ALLA DOTTRINA SOCIALE ED ERA INCARNATA DA PINO RAUTI. E C’ERA UNA UN’ANIMA CONSERVATRICE, CATTOLICA, FILOATLANTICA, FILOISRAELIANA, FILOCAPITALISTA INCARNATA DA ALMIRANTE”
Il Movimento sociale non era uno solo. C’era un’anima antiborghese, antisistema,
antiatlantica, filoaraba, che si richiamava in modo esplicito alla dottrina sociale e c’era una un’anima conservatrice, cattolica, filoatlantica, filoisraeliana, filocapitalista. La prima anima era incarnata da Pino Rauti.
La seconda da Giorgio Almirante e dal giovane che lui scelse come erede, Gianfranco Fini.
Almirante diceva: non rinnegare, non restaurare. Intendeva dire che il ritorno del fascismo nelle sue forme storiche era impossibile, ma che non soltanto non si intendeva dare un giudizio negativo del ventennio ma i valori di nazione, patriottismo, insomma Dio patria e famiglia potevano essere incarnati anche nelle moderne società occidentali.
Il disegno di Rauti era molto più ambizioso, più rivoluzionario.
I fondatori del Movimento sociale hanno avuto il merito di portare dentro il gioco democratico nostalgie ed energie che altrimenti sarebbero rimaste fuori. Ma il neofascismo italiano ebbe un piede dentro e un piede fuori dalle istituzioni.
Ci furono nell’estrema destra uomini corresponsabili della strategia della tensione, delle stragi di Stato, che restano una tra le pagine più cupe della storia repubblicana; così come ci furono comunisti che, non rassegnandosi alla scelta democratica del Pci, insanguinarono le nostre strade negli anni 70 e nei primi anni 80.
Ricordare tutto questo non significa demonizzare ma cercare di capire. La storia di oggi è tutta un’altra storia. Fratelli d’Italia non è l’Msi; è la forma che la maggioranza relativa degli italiani si è data per tenere lontana dal governo la sinistra
(da Il Corriere della Sera)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
“CORRIERE”: “UN TEMPO IN AFFARI SOPRATTUTTO CON LE COMPAGNIE AMERICANE DI BIG OIL, DA TEMPO IL VENEZUELA ERA DIVENUTO GRANDE FORNITORE DI GREGGIO DEI PAESI AVVERSARI”
Ai suoi elettori Donald Trump presenta la decapitazione del regime di Caracas soprattutto come un colpo al narcotraffico che avvelena il popolo americano: esportazione di droga e criminali liberati dalle carceri venezuelane per destabilizzare gli Usa. Ma l’attacco di ieri ha soprattutto una valenza geopolitica (elimina un alleato di Mosca, Pechino e Teheran nel «cortile» degli Usa) con profondi impatti anche economici e sulla tenuta delle regole del diritto internazionale.
Deciso a riaffermare la supremazia statunitense sull’emisfero occidentale e frustrato dalla crescente penetrazione cinese in America Latina, il leader Usa rischia grosso annunciando di voler governare questo grande Paese, gigante del petrolio.
La droga c’entra fino a un certo punto, visto che dal Venezuela parte cocaina e non il temutissimo fentanyl che ha origini cinesi e viene raffinato in Messico. C’entra, invece, molto la visione neoimperiale di Trump. La sua promessa agli americani di non impegnare più soldati Usa in lunghe guerre in regioni remote aveva fatto pensare a un ritorno all’isolazionismo. In realtà il presidente americano continua a usare la forza quando lo ritiene opportuno, e lo fa senza consultare il Congresso, ricorrendo ad attacchi brevi, intensi e mirati: dall’eliminazione del generale Souleimani, ai bombardamenti degli impianti nucleari iraniani, agli attacchi contro ribelli e terroristi, dallo Yemen alla Siria.
Nel caso del Venezuela c’è di più: il ritorno alla dottrina Monroe enunciata da quel presidente nel 1823. In sostanza la teoria del «cortile di casa»: l’affermazione di una supremazia degli Stati Uniti su tutto il continente americano. Corollario: ogni intervento di potenze straniere nell’America Latina va considerato un atto
ostile nei confronti di Washington.
Il Venezuela di Maduro era da tempo nel mirino di Trump, ma anche del suo ministro degli Esteri Marco Rubio, soprattutto perché Russia e Cina avevano aumentato di molto i loro interventi a sostegno del regime del Paese che dispone delle maggiori riserve petrolifere dimostrate al mondo. Un tempo in affari soprattutto con le compagnie americane di big oil, da tempo il Venezuela era divenuto grande fornitore di greggio dei Paesi avversari degli Usa: Cina, Russia e Iran, oltre a Cuba.
Una situazione intollerabile, agli occhi di Trump. In questo senso non è totalmente infondata l’accusa formulata dai portavoce del regime dell’ormai deposto Maduro: il controllo delle risorse energetiche del Paese come vera causa dell’intervento americano.
Lo stesso Trump ha parlato più volte della sua volontà di riportare l’economia venezuelana nella sfera del sistema capitalistico nordamericano. Trump ha usato il traffico di droga come spiegazione della crescente pressione esercitata a partire da agosto sul Venezuela. Ha trasferito una flotta sempre più vasta al largo delle sue coste, ha attivato un blocco navale, ha fatto distruggere con missili e droni 35 battelli di presunti narcotrafficanti causando oltre 100 vittime
Ma la droga è stata usata da Trump anche come pretesto per aggirare le norme che gli imporrebbero di consultare il Congresso prima di intraprendere azioni militari all’estero non imposte dall’urgenza di rispondere a un attacco improvviso. Il governo Usa si appella all’Aumf, una legge di «autorizzazione all’uso della forza militare» varata nel 2001, dopo l’attacco
terroristico di Al Qaeda a New York e Washington dell’11 settembre. Norme che consentono interventi immediati, senza approvazione parlamentare, contro organizzazioni terroristiche che minacciano gli Usa: legge usata allora dall’amministrazione Bush per gli attacchi contro i talebani e Al Qaeda e poi, nel 2003, contro l’Iraq.
Trump ha «declassato» Maduro da leader del Venezuela a «narcoterrorista» dichiarando che lui personalmente è il capo del Cartel de los Soles: un’organizzazione di trafficanti di droga dichiarata dal governo Usa «organizzazione terroristica straniera».
Trump non ha, quindi, informato il Congresso dell’attacco contro il Venezuela e la destituzione di Maduro. Per lui un’operazione condotta con l’impiego di una flotta imponente, comprendente anche la più grande portaerei americana, la Uss Gerald Ford, è un’operazione antiterrorismo.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
“TRUMP NON SI LIMITA PIÙ A PIEGARE LE REGOLE: LE STA DEMOLENDO ” … ” GLI ATTACCHI IN VENEZUELA, IL RAPIMENTO DI MADURO E LA DICHIARAZIONE DI TRUMP CHE GLI STATI UNITI AVREBBERO ‘GESTITO’ IL PAESE E VENDUTO IL SUO PETROLIO HANNO TRAVOLTO IL DIRITTO INTERNAZIONALE E LE NORME GLOBALI”
“La ‘putinizzazione’ della politica estera statunitense è arrivata in Venezuela”: E’ il titolo
di un commento del corrispondente internazionale del Guardian Julian Borger, che cita una frase coniata da un commentatore statunitense, David Rothkopf. “Trump non si limita più a piegare le regole: le sta demolendo, con conseguenze ben oltre Caracas”, recita il sottotitolo.
“Quasi nessuno – scrive Borger – si aspettava che il 2026 fosse un anno di pace, e l’incubo si è confermato a soli due giorni dall’inizio dell’anno. Gli attacchi notturni in Venezuela, il rapimento del suo leader Nicolás Maduro e di sua moglie, e la dichiarazione di Donald Trump che gli Stati Uniti avrebbero “gestito” il Paese e venduto il suo petrolio hanno travolto il diritto internazionale e le norme globali. Ma questo non è nemmeno l’aspetto più preoccupante.
Donald Trump sta spianando la strada a forza di ruspe in quell’edificio sempre più fragile da quando è entrato in carica
quasi un anno fa, e ormai è per lo più un cumulo di macerie”. “Questo – prosegue – accelera il passaggio da un mondo basato sulle regole a uno di sfere di influenza in competizione, determinate dalla forza armata e dalla disponibilità a usarla. Un commentatore statunitense, David Rothkopf, ha definito il fenomeno la ‘putinizzazione della politica estera statunitense'”.
“I commentatori russi – conclude – hanno spesso suggerito che l’America Latina sia sotto l’influenza degli Usa, così come l’Ucraina lo è stata all’ombra della Russia. Vladimir Putin la pensa allo stesso modo per gran parte dell’Europa orientale. Xi Jinping trarrà le proprie conclusioni. Il pericolo, reso brutalmente chiaro nei primi giorni del 2026, è uno che alla fine dovrà affrontare chiunque”.
(da agenzie)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO UN GIORNALISTA, DURANTE LA CONFERENZA STAMPA, GLI HA CHIESTO CHI GOVERNERÀ ORA IL PAESE, IL PRESIDENTE HA INDICATO SÉ STESSO E IL SEGRETARIO DI STATO MARCO RUBIO. FAREMO DEFLUIRE IL PETROLIO LÌ DOVE DOVREBBE ANDARE”
Le parole e i gesti: dopo aver lodato l’operazione militare condotta «con una forza mai vista dai tempi della Seconda guerra mondiale», Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti «gestiranno il Venezuela fino a quando non ci sarà una transizione sicura, corretta e in accordo con la giustizia».
Quando un giornalista durante la conferenza stampa nella sua residenza privata a Mar-a-Lago, in Florida, gli ha chiesto chi governerà il Paese, il presidente ha fatto segno con la mano a sé stesso e al segretario di Stato Marco Rubio che gli stava a un passo: «Per un certo periodo di tempo sarà in gran parte compito della gente che sta qui dietro di me».
Altro che blitz: «Non abbiamo ancora deciso se dispiegare truppe sul terreno. Abbiamo dimostrato che possiamo farlo: non abbiamo paura di mettere boots on the ground».
Nicolas Maduro è acqua passata: «Gli avevo intimato di arrendersi, pensavo lo facesse». Trump vanta il successo dell’operazione: «Nessuno dei nostri è rimasto ucciso, non abbiamo perso attrezzature». Il deposto caudillo di Caracas «poteva essere ucciso. Stava per entrare in una stanza blindata, ma non è riuscito a chiudere la porta. Se l’avesse fatto l’avremmo fatta saltare in 47 secondi».
«Il dittatore e terrorista Maduro è finalmente sparito dal Venezuela — esulta Trump —. Lui e la moglie sono su una nave e stanno arrivando a New York. Contro di loro prove schiaccianti di narcotraffico. Saranno portati al cospetto della grande giustizia americana. Il popolo venezuelano è libero. E l’America da oggi è una nazione più sicura. Un avvertimento per tutti coloro che vorranno minacciare la sicurezza del nostro
Paese».
La Groenlandia può attendere, c’è da gestire «un Paese potenzialmente grande», con tanto petrolio che Maduro e la sua cricca «ci avevano rubato confiscando le nostre infrastrutture e trattandoci come dei bambini». Adesso «ce le riprenderemo, miliardi di dollari ci saranno rimborsati e faremo defluire il petrolio lì dove dovrebbe andare», senza dimenticare di «prenderci cura del popolo venezuelano».
Più tardi, intervistato dalla Fox , Trump dirà che i marines saranno sul terreno per difendere le strutture petrolifere. L’ottocentesca Dottrina Monroe che decretava l’influenza Usa sul continente «è stata superata», azzarda Trump: «Il nostro dominio in America Latina non sarà mai più messo in discussione».
Il presidente minaccia i leader a lui avversi e spiega che la presa del Venezuela non va contro i dettami dell’America First: «Vogliamo essere circondati da Paesi sicuri». Il colombiano Gustavo Petro? «Stia attento a non farsi beccare». Cuba? «Una vicenda molto simile a quella venezuelana, nel senso che vogliamo aiutare il popolo cubano. Finiremo per parlarne».
Poche parole sulla legittimità dell’operazione militare: secondo la Costituzione avrebbe dovuto avere l’ok del Congresso, che invece è stato tenuto all’oscuro dalla Casa Bianca. «Il Congresso? Avrebbe fatto trapelare informazioni preziose». Trump non esclude un secondo raid, «anche se non dovrebbe essere necessario, visto il successo del primo. Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro potrebbe succedere anche a loro»
Chi guiderà il Paese? «Una squadra — risponde Trump —. Stiamo designando alcune persone, vi faremo sapere chi sono». Nuove elezioni? Cambio al vertice? Trump dice che Rubio ha avuto un colloquio con la vicepresidente Delcy Rodríguez, fedelissima di Maduro insieme con il marito che guida il Parlamento: «È disposta a fare ciò che riteniamo necessario per rendere il Venezuela di nuovo grande» (la stessa Rodríguez poche ore più tardi chiederà in tv la liberazione di Maduro).
Nessun calendario per nuove elezioni. Nessun ruolo al vertice per la pasionaria dell’opposizione e premio Nobel per la Pace María Corina Machado: «Sarebbe molto difficile per lei essere leader, è una gran donna ma non gode di sostegno nel Paese», dice Trump. Anche «Machado farà ciò che riteniamo necessario. Purtroppo c’è molta gente cattiva che non doveva essere al potere, ma ci sono anche persone fantastiche nell’esercito su cui potremmo contare».
Trump parla di «transizione» senza mai aggiungere «democratica». Il popolo «avrà sicurezza, giustizia e un grande Paese». Ma «ci vorrà tempo prima che finisca la nostra gestione, perché occorre ricostruire le infrastrutture». E Mosca, paladina di Caracas? «Mai parlato di Maduro con Putin», risponde Trump. Che aggiunge: «Gli Stati Uniti potrebbero vendere il petrolio del Venezuela anche a Cina e Russia in quantità sempre maggiori».
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
MARINA CASTELLANETA, ORDINARIA DI DIRITTO INTERNAZIONALE ALL’UNIVERSITÀ DI BARI, SMONTA LE FANDONIE DI TRUMP: “LA LOTTA AL NARCOTRAFFICO NON È UNA MOTIVAZIONE VALIDA. CI SONO CONVENZIONI AD HOC DELLE NAZIONI UNITE. IN NESSUN MODO È CONSENTITO L’UTILIZZO DELLA FORZA E L’ATTACCO A UNO STATO SOVRANO. TRA L’ALTRO UN CAPO DI STATO GODE DI IMMUNITÀ, UN ELEMENTO PIÙ VOLTE INVOCATO DAGLI USA NEI CONFRONTI DI NETANYAHU”… “TRUMP AVEVA BISOGNO DELL’AUTORIZZAZIONE DEL CONGRESSO, SECONDO QUANTO PREVISTO DALL’’AUTHORIZATIONS FOR THE USE OF MILITARY FORCE’”
Una «grave violazione del diritto internazionale, una forma di aggressione a uno Stato
sovrano»: così la professoressa Marina Castellaneta, ordinaria di Diritto internazionale all’università di Bari, definisce l’attacco di Trump nei confronti del Venezuela.
Perché?
«Perché l’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite stabilisce il divieto di uso della forza, è […] inderogabile, se non nel caso di legittima difesa, a seguito di un attacco armato già sferrato».
Trump ha parlato di un’operazione contro il narcotraffico internazionale.
«Non è una motivazione valida. Riguardo al narcotraffico ci sono convenzioni ad hoc delle Nazioni Unite, e gli strumenti utilizzati sono quelli del diritto: la cooperazione tra le autorità di indagine, la raccolta di prove, lo svolgimento del processo. In nessun modo è consentito l’utilizzo della forza e l’attacco a uno Stato sovrano per ingerenze nella lotta al narcotraffico […]».
Il fatto che Maduro sia accusato di crimini efferati non consente una deroga?
«C’è un fascicolo aperto presso la Corte penale internazionale, e in quella sede tutto si svolge secondo lo Stato di diritto e con un equo processo. Tra l’altro il Venezuela ha ratificato lo Statuto della Corte. Invece questo uso di potere sfrenato, senza limiti, non si può considerare un mandato d’arresto, ma un sequestro di persona. Tra l’altro un capo di Stato gode di immunità, un elemento più volte invocato dagli Usa nei confronti di Netanyahu».
Il segretario generale dell’Onu ha parlato di «pericoloso precedente»
«Certo, perché si tratta di una violazione grave e flagrante commessa da un membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. E le reazioni non così nette della comunità internazionale fanno pensare che si possa compromettere anche
la tenuta di una norma così centrale nel diritto internazionale: sembra che abbiano paura di esporsi».
Quali potrebbero essere le reazioni?
«Il Consiglio di sicurezza è paralizzato perché, come nel caso Russia-Ucraina, gli Usa hanno diritto di veto. Quello che sarebbe possibile è che l’Assemblea voti una risoluzione, e a quel punto sarebbe interessante vedere quale sarebbe l’entità dei voti nel condannare Trump. Secondo me, così come condanniamo l’aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, allo stesso modo dovremmo condannare quella degli Usa in Venezuela».
Il governo italiano parla di intervento legittimo pur condannando l’uso della forza.
«Sono formule dove ci si mette un po’ di tutto, come quella di von der Leyen per l’Ue che assicura che seguiranno da vicino la vicenda. Ma nessuno dice su cosa si baserebbe la legittimità dell’intervento».
Potrebbe essere un appiglio il fatto che l’elezione di Maduro sia considerata non regolare?
«No, questi problemi di legittimità sono molto frequenti nel mondo ma ci sono organismi di monitoraggio internazionali che possono prendere provvedimenti, sanzioni, ma non uno Stato che si sente superiore e prende una decisione unilaterale. Sembra che Trump incarni il bene superiore che decide per gli altri. Del resto anche leggendo il documento della National security strategy si capisce che gli Usa intendono riprendere un’attività imperialista nei confronti del Sud America»
Il 16 dicembre Trump aveva qualificato il regime di Maduro come «Foreign Terrorist Organization» (Fto), una mossa
presentata dall’Amministrazione Usa come base giuridica per un’azione militare diretta e per l’applicazione della legislazione federale contro i vertici del regime.
“L’uso della forza non è in alcun modo giustificabile e la designazione Usa non è una base giuridica accettabile».
Trump, dal punto di vista del diritto Usa, ha fatto una forzatura? Avrebbe dovuto chiedere un’autorizzazione?
«Sì, ci sarebbe bisogno dell’autorizzazione del Congresso, salvo in casi in cui ci sia un rischio imminente per gli Stati Uniti, secondo quanto previsto dall’“Authorizations for the Use of Military Force”. In realtà però già in passato altri presidenti hanno agito senza passare dal Congresso e presentando poi un rapporto».
(da Repubblica)
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