Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
“SE FOSSE DAVVERO PER SALVARE VITE AMERICANE DA DROGHE MORTALI, PERCHE’ NON HA AGITO CONTRO I CARTELLI MESSICANI” … MIGLIAIA DI AMERICANI SCENDONO IN PIAZZA PER PROTESTARE CONTRO L’OPERAZIONE MILITARE
Nelle ore in cui il presidente si è presentato ai giornalisti per autocelebrarsi, dopo il raid che ha condotto all’arresto di Nicolás Maduro e della moglie, la base Maga si è spaccata. Sui social molti utenti accusano Trump di pensare troppo alla politica estera, poco ai problemi interni e di aver dimenticato l’America
First.
I dem accusano Trump di aver aggirato il Congresso, ma anche alcuni deputati repubblicani non hanno risparmiato critiche al presidente. La più esplicita è stata la rappresentante della Georgia, ed ex fedelissima di Trump, Marjorie Taylor Greene, che domani lascerà ufficialmente il Congresso. «Rimuovere Maduro – ha scritto su X – è una chiara mossa per il controllo sulle forniture di petrolio venezuelano» e «servirà per la prossima scontata guerra di cambio di regime in Iran».
«Se il cambio di regime in Venezuela fosse davvero per salvare vite americane da droghe mortali, allora perché l’amministrazione Trump non ha agito contro i cartelli messicani?». Greene e la sua grande rivale, la deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez, si sono ritrovate sulla stessa linea, ricordando come Trump abbia graziato l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernandez, condannato a 45 anni di carcere per aver trafficato 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti.
Thomas Massie, deputato repubblicano del Kentucky, è stato il primo a criticare Trump poche ore dopo il raid a Caracas. «Nelle venticinque pagine dell’atto di incriminazione – ha spiegato – non c’è nessuna menzione di fentanyl o petrolio rubato. Verificate voi stessi». Don Bacon, repubblicano del Nebraska, ha lodato l’operazione ma ammesso di temere un potenziale effetto a catena. «Ora la Russia userà questo per giustificare le sue azioni militari illegali e barbariche contro l’Ucraina, o la Cina per giustificare un’invasione di Taiwan»
(da agenzie)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
A PREOCCUPARE I NOSTRI CONNAZIONALI SONO ECONOMIA E LAVORO, POI IL SISTEMA SANITARIO… SULLA GUERRA SALGONO I PRO UCRAINA (39%) MA IL 52% È CONTRARIO ALL’INVIO DI ARMI
Il 2025 si chiude con un sentimento di preoccupazione e timore. 
Questa complessiva situazione di difficoltà è nettamente percepita dagli italiani: oggi il 61% ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, ed è il dato più alto dal pre Covid. Sensazione che accomuna, con differenze marginali, tutto il Paese, dal Nord al Sud. Il calo del pessimismo che era emerso all’uscita dal Covid, sembra definitivamente rientrato.
Le priorità del nostro Paese, indicate spontaneamente dalle persone intervistate nel nostro sondaggio (erano invitate ad indicarne tre), vedono anche quest’anno al primo posto i temi dell’economia e del lavoro (citati dal 56%), in lieve crescita rispetto allo scorso anno.
Al secondo posto il tema della sanità, che cresce ancora, citato oggi dal 40%, cinque punti in più rispetto allo scorso anno e quasi il triplo delle citazioni del 2019. Percezione più che giustificata dalle condizioni concrete del settore: proprio in
questi giorni molti media hanno riportato la situazione drammaticamente critica delle carenze nel corpo medico del paese e le difficoltà, che diventano sempre più pesanti, della sanità territoriale. Quest’anno inoltre cresce sensibilmente il tema della sicurezza, citato dal 33% degli italiani, in aumento di otto punti rispetto al 2024, del 11% rispetto al 2019.
Seguono altri quattro temi citati da un quarto o poco meno degli intervistati: l’immigrazione, il welfare e l’assistenza sociale, la tenuta del potere d’acquisto e il funzionamento delle istituzioni e della politica.
Certo, si tratta di preoccupazioni e non di emergenze, ma complessivamente ci sentiamo gravati da tre ambiti di difficoltà, dalla materialità quotidiana (lavoro e potere d’acquisto), alle garanzie di base (salute e servizi), sino alle minacce esterne (sicurezza e immigrazione), cui pensiamo che tutto sommato la politica e le istituzioni, malfunzionanti, facciano ormai fatica a rispondere.
Se dai temi nazionali passiamo ai locali, alle preoccupazioni che caratterizzano la propria zona di residenza, troviamo ancora i temi occupazionali ed economici sia pur attenuati, ma compare il tema ambientale più sentito a livello locale, quindi quello della mobilità e delle infrastrutture che si colloca al terzo posto, e a seguire gli altri temi già citati, con l’immigrazione che si colloca a un livello secondario rispetto alle citazioni per l’ambito nazionale.
Il Pnrr, che inizialmente era apparso un intervento forse in grado di incidere positivamente sulle condizioni del Paese, oggi appare deteriorato: il 61% pensa che non produrrà risultati apprezzabili
(era il 49% lo scorso anno) e per più di due terzi una parte rilevante dei progetti previsti non arriverà a conclusione.
Tutto induce al pessimismo, e infatti le attese rispetto all’andamento dell’economia italiana tendono a peggiorare. Dato per assodato che le condizioni dell’economia del paese sono negative (lo pensa il 68%, dato sostanzialmente stabile negli ultimi anni, con la sola eccezione delle speranze del 2021 all’uscita dal Covid, prontamente rientrate), oggi il 35% pensa che la situazione peggiorerà nei prossimi sei mesi e 18% invece prevede un miglioramento: i giudizi negativi prevalgono di 17 punti, il livello peggiore dal 2019, se si esclude il 2020, annus horribilis del Covid. E quindi anche per il futuro si pensa, come l’anno scorso, che non ci saranno miglioramenti apprezzabili
Le previsioni sull’andamento dell’economia italiana nei prossimi tre anni vedono gli ottimisti al 28%, i pessimisti al 33%. Per la prima volta nel quinquennio il pessimismo prevale sull’ottimismo. Infine, riguardo alle previsioni sulla situazione economica personale o familiare nei prossimi sei mesi, i pessimisti prevalgono di 10 punti, di nuovo il livello più basso ad eccezione del 2020.
Il tema dell’inflazione e del potere d’acquisto rimane drammaticamente preoccupante e coinvolge circa l’80% dei nostri connazionali, con una crescita di sei punti rispetto allo scorso anno.
E che i rischi siano dietro l’angolo ce lo dice il fatto che ben un quarto delle famiglie sarebbero incapaci di far fronte ad una spesa imprevista di 1.000 euro, dato che arriva al doppio se la spesa fosse di 10.000 euro. D’altronde Istat certifica una povertà
assoluta per l’8,4% delle famiglie italiane e relativa per il 10,6%, complessivamente quasi un quinto delle nostre famiglie.
Un ulteriore fattore di tensione, assolutamente non secondario, è rappresentato dai conflitti in corso.
Partiamo dal Medio Oriente, per il quale oltre il 70% si dichiara preoccupato, in linea con gli scorsi anni, nonostante il cessate il fuoco (peraltro non sempre rispettato). D’altronde l’accordo di pace firmato in Egitto non convince del tutto: solo il 5% è fiducioso che porterà alla pace, il 30% spera che almeno porti a una vera tregua, mentre un terzo circa lo ritiene sbagliato perché sfavorevole a Israele (9%) o ai palestinesi (21%).
E la maggioranza relativa lo considera un accordo economico, mentre solo poco più di un quinto lo ritiene un solido accordo politico-diplomatico. Quindi si ritiene che non si raggiungerà l’obiettivo di «due popoli, due Stati» (lo pensa solo il 18%, mentre il 47% lo esclude). Si è discusso a lungo se fosse corretto parlare di genocidio a proposito del comportamento di Israele verso i palestinesi: poco meno della metà dei nostri intervistati (47%) ritiene che sia corretto utilizzare tale termine, mentre il 29% è in disaccordo.
Riguardo all’altro grande conflitto, quello russo-ucraino, la preoccupazione complessiva coinvolge i tre quarti degli italiani, e in particolare se ne temono l’estensione ad altri paesi (36%), le conseguenze umanitarie (28%) e le conseguenze economiche (25%).
Richiesti di schierarsi per una delle parti in conflitto, la maggioranza assoluta degli italiani (53%) non prende posizione, mentre il 39% si schiera per l’Ucraina, dato in crescita di quattro
punti nell’ultimo anno, e l’8% invece simpatizza per la Russia (dato stabile). Stabile anche la contrarietà all’invio di armi in Ucraina (52%) come pure l’accordo all’invio (28%).
Con differenze apprezzabili in relazione all’orientamento politico: assolutamente favorevoli gli elettori delle forze «centriste» dell’opposizione (Iv, Azione, +Europa), piuttosto favorevoli nel Pd, mentre in FdI e FI prevale la contrarietà ma con una quota importante di favorevoli, nettamente contrari leghisti e M5S. La contrarietà però non di traduce nell’auspicio di una pace a qualunque costo: 52% vuole una pace «giusta» per l’Ucraina e che sia di garanzia anche per l’Europa.
E riguardo all’accordo sottoscritto da nostro governo con la Nato per il raggiungimento del 5% del Pil da destinare alla difesa entro il 2025 tra i nostri connazionali si registra una nettissima la contrarietà (59%) contro il 20% di favorevoli. In questo caso solo tra gli elettori di Fratelli d’Italia prevale (di poco) l’accordo.
Insomma, chiudiamo l’anno con un cumulo di preoccupazioni che ci accompagna da tempo ma che negli ultimi dodici mesi è cresciuto, acuendo il senso di vulnerabilità: un mondo in cui i conflitti non si attenuano e in più con un alleato storico come gli Stati Uniti che oggi ci sembra decisamente meno affidabile. Un Paese in grande difficoltà economica rispetto a cui non si vedono sbocchi nemmeno nel medio periodo, con un lavoro che è sempre meno sufficiente a garantire un adeguato benessere, con un potere d’acquisto intaccato dall’inflazione e dalla mancata crescita dei salari.
Sono certamente problemi storici che affrontiamo da qualche decennio. Con una certa rassegnazione che, nonostante tutto, non diventa rabbia o protesta violenta, ma tuttalpiù si traduce in disillusione e acrimonia. Nella convinzione che oramai anche la politica nel suo insieme non sia in grado di dare risposte fattive. Il che dà conto del calo drammatico della partecipazione politica da un lato, e dall’altro della assoluta stabilità degli orientamenti politici degli italiani.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL BAGAGLINO E I POLITICI (“TRISTI, NON SAPEVANO FAR RIDERE, TRANNE DUE, IL MINISTRO MAMMÌ E ANDREOTTI. SE MI AVESSERO CHIESTO: ‘NEL 2026 TI MANCHERÀ ANDREOTTI?’, AVREI RISPOSTO: ‘SIETE PAZZI’. INVECE…”)… “RIVALUTARE BERLUSCONI? MAI. TRUMP? MI FA PAURA. MORIREMO DEMOCRISTIANI? SIAMO VIGLIACCHI, CI ACCONTENTIAMO DEL PRIMO BIGLIETTO OMAGGIO”
«Non ho rimpianti, sono grato di quello che ho avuto». Dal teatro al cinema d’autore, con Nanni Loy e Giuseppe Tornatore, alla tv ultra pop targata Pingitore con il Bagaglino e la signora Leonida, Leo Gullotta il 9 gennaio arriva al traguardo degli 80 anni con il sorriso.
Tempo di bilanci?
«Inevitabilmente. Ottanta è un numero importante, segna anche gli 80 anni della nascita della Repubblica, difesa in modo perfetto dal nostro presidente Sergio Mattarella. Poi ci sono i bilanci personali. Sono fortunato, ultimo di sei figli, papà faceva l’operaio pasticciere, mamma era casalinga. Ci hanno mandato a scuola tutti. Per chi nasce in un quartiere popolare, le difficoltà della vita si presentano prima».
Il momento più felice?
«Per avere la felicità devi metterti in gioco. L’importante è se hai dato. Io ho dato e ricevuto, nessuno sottolinea la parola riconoscenza. Ho 65 anni di carriera, ringrazio Randone, Turi Ferro, Glauco Mauri, Franco Enriquez e il siparista dello stabile di Catania».
La svolta?
«Quando Ave Ninchi, per incentivarmi a venire a Roma, mi ospitò sei mesi a casa sua. Allora c’erano le grandi compagnie, oggi è doloroso vedere che tutto questo è scomparso. Il governo non aiuta gli artisti e crea lenzuolate di problemi. Persino un premio come il David di Donatello, che riceve una somma dallo Stato, chiede soldi. Tutti i vincitori, che nel tempo diventano giurati, devono pagare 90 euro. Uno schiaffo».
Lei e suo marito Fabio Grossi state insieme da una vita, cosa ha imparato?
«Che in coppia vale il rispetto per l’altro, non esiste la proprietà. Stiamo insieme da 46 anni, ci siamo uniti civilmente nel 2019. Sul lavoro ci confrontiamo, fa il regista. C’è un dialogo aperto, profondo».
Sono passati 30 anni da quando dichiarò di essere omosessuale, c’è ancora discriminazione?
«C’è tanto da fare. La censura, velata e non, esiste. Il nostro Paese è ipocrita».
Le è mancato un figlio?
«Ho avuto tanti nipoti, un numero industriale, e mi sono dedicato ad alcuni di loro da vicino. Mi trovo bene con i giovani, mi vogliono bene. Oggi sono stati lasciati soli, combattono nelle università».
Ha lavorato con grandi maestri: cosa le hanno lasciato?
«Lo stupore dell’incontro. Se penso a Tornatore, a Loy, a Nino Manfredi, ognuno mi ha regalato qualcosa, e a ognuno ho rubacchiato. Da piccolo non volevo fare l’attore. La curiosità è scattata quando ho frequentato il Cut, il Centro universitario teatrale.
Mi avevano preso come uditore. Alla fine volevo recitare. Al saggio finale, quello che sarebbe diventato il direttore dello Stabile di Catania, Mario Giusti, mi affidò il ruolo del tenentino in Questa sera si recita a soggetto. Ringrazio ancora il siparista: di giorno faceva lo spazzino, ma la sua passione era il teatro. Da lui ho imparato i tempi».
È sereno ricordando le difficoltà?
«I tempi un po’ duretti a Roma, ci sono stati. Dopo la
meravigliosa carezza di umanità della mia grande amica Ave Ninchi, andai nella pensioncina in via Panisperna. Ma non ricordo con negatività neanche il periodo in cui andavo avanti con cappuccino e biscotti».
Cosa ha significato il successo popolare? Negli anni del Bagaglino i politici applaudivano in prima fila.
«Lo spettacolo faceva ascolti incredibili, si rideva dei politici e questo piaceva agli spettatori. In chiusura, i politici dovevano far ridere noi. Tutto l’arco costituzionale ha fatto cose da pazzi. Tristi, non sapevano far ridere, tranne due; il ministro Mammì e Andreotti. Se mi avessero chiesto: “Nel 2026 ti mancherà Andreotti?”, avrei risposto: “Siete pazzi”. Invece…».
Moriremo democristiani?
«Siamo vigliacchi, ci accontentiamo del primo biglietto omaggio».
Quando Berlusconi veniva al Bagaglino e portava doni, lei spariva. Oggi l’ha rivalutato?
«Mai. Per un fatto di coerenza, sempre con civiltà e educazione. Io grazie a uomini come Giuseppe Fava ho imparato a rispettare la libertà, anche quella degli altri».
Se avesse il potere cosa farebbe?
«Combatterei per i diritti: lo ius soli, il fine vita. I politici non si vogliono accostare a questi temi, hanno paura. Un po’ come quando si parlava del divorzio: la famiglia è la famiglia. Avevano le amanti sotto il letto. Vigliacchi».
È un uomo libero?
«Ho sempre pagato le tasse, sono un buon cittadino, cerco di non parlare male del prossimo. Questo parlare male di continuo è deprimente».
Come festeggerà?
«Non è tempo di festeggiamenti. Guardi che succede nel mondo: io ho paura di Trump, è un affarista non un uomo di Stato, dice cose imbarazzanti, mi terrorizza cosa sta facendo contro gli immigrati».
Valeria Marini e Pamela Prati, le due prime donne del Bagaglino, la chiamano?
«Sì, ci sentiamo ancora. Sono due donne squisitissime che sanno fare bene il loro mestiere».
Tra le sue parodie c’era quella di Maria De Filippi.
«Maria era estremamente timida. Maurizio le consigliò di mettersi in bocca la famosa caramellina che l’avrebbe aiutata ad allentare la tensione. Lei però era davvero chiusa e la sua chiusura era scambiata per brutto carattere. Invece era dolcissima. Una persona mai invadente, mai disturbante sotto nessun aspetto».
A De Filippi piaceva quella parodia?
«Direi di sì. Mi invitò come primo ospite a “C’è posta per te” nei panni di sua sorella».
Artisti e politici presi in giro: qualcuno si è mai arrabbiato davvero?
«Mai, nessuno di tutto l’arco costituzionale, anzi tutti volevano essere imitati. E quando li invitavamo sul palco a dire qualche battuta, era una catastrofe. Tutti tristi».
E il governo di oggi?
«Non mi piace, no. Riconosco che Giorgia Meloni sia una donna furba, ma è ancora legata a cose del passato. E poi questo gridare… ma perché? Lei è il capo del governo di tutti gli italiani, non di una parte».
Come sta il cinema?
«Io sono felicissimo per l’incasso di Checco Zalone, ma questo non vuol dire che il cinema stia bene. È stato messo il lenzuolo nero su certi argomenti. E quanti tagli al cinema».
Lei da più di 40 anni è legato al regista Fabio Grossi, diventato suo marito nel 2019. Nel 1995 fece coming out.
«No, non ho fatto coming out. Alla fine del film Uomini uomini uomini, che parlava di quattro omosessuali borghesi, un giornalista chiese: “Ma lei è omosessuale?”. “Sì, perché, mi dica?” risposi io. Questo è tutto».
Lei però perse l’opportunità di recitare nella fiction su Padre Puglisi perché un dirigente non gradiva la sua omosessualità.
«Vero, ma la libertà ha un prezzo».
C’è ancora molta strada da fare sui diritti civili?
«Si è fatto molto, ma molto c’è da fare».
(da Repubblica)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL PAESE SUDAMERICANO E’ IL PRIMO AL MONDO PER RISERVE MONDIALI DI BARILI DI PETROLIO
Il Venezuela è il Paese con le più grandi riserve di petrolio al mondo e appare evidente
che questa preziosa risorsa abbia giocato un ruolo cruciale nel recente attacco degli Stati Uniti, condotto dalle forze militari nella notte tra il 2 e il 3 gennaio e sfociato nella cattura del presidente Nicolas Maduro e di sua moglie. Non c’è da stupirsi che Donald Trump, dopo l’aggressione ampiamente annunciata, ha dichiarato che gli USA saranno fortemente coinvolti nella gestione dell’“oro nero” del Venezuela.
Ma a quanto ammontano, realmente, le risorse petrolifere del Paese sudamericano? Il dato più autorevole e recente è quello dell’Energy Information Administration (EIA), un’agenzia federale del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti; nel 2019, stando al rapporto Country Analysis Executive Summary: Venezuela, le riserve ammontavano a ben 303 miliardi di barili, circa il 18 percento di quelle globali.
Tra sanzioni, deterioramento delle infrastrutture a causa del
crollo delle entrate e altri fattori economici e geopolitici – compresi i recenti sequestri di navi da parte degli USA – è verosimile che questa cifra sia cambiata negli ultimissimi anni, ma siamo comunque innanzi al primo Paese per riserve di petrolio e con un potenziale enorme di estrazione. Il valore indicato nel sopracitato rapporto è superiore a quello dell’Arabia Saudita, che sempre secondo i dati dell’EIA si attesta tra i 267 e i 298 miliardi di barili. Seguono il Canada (170 miliardi di barili); l’Iran (158 miliardi); l’Iraq (145 miliardi) e il Kuwait (101 miliardi). Gli Stati Uniti sono molto indietro (36,5 miliardi) e la Cina lo è ancor di più (25 miliardi), mentre la Russia si attesta a 80 miliardi.
Questi numeri, di concerto con la disponibilità di altre risorse naturali – come le terre rare e il coltan, abbondante in Venezuela – al centro delle nuove tecnologie e volano per il “dominio mondiale” del futuro, bastano a spiegare molti conflitti caldi e freddi in corso o del recente passato. Una partita a scacchi in cui le superpotenze mondiali non si combattono in modo diretto, ma tirano i fili per controllare le cosiddette sfere di influenza, sfidando apertamente il diritto internazionale. Secondo la cosiddetta Dottrina Monroe del 1823, l’intero continente americano rientra nella sfera di interessi degli Stati Uniti e dunque anche il Venezuela.
Questo è un elemento rilevante se si tengono in considerazione gli accordi stretti tra il Paese sudamericano con Cina, Russia e altre nazioni, fra le quali il “dragone” rappresenta il principale importatore dell’oro nero venezuelano. Con la deposizione di Maduro e una nuova leadership amica, di fatto, gli USA possono
fare uno sgambetto importante alla superpotenza asiatica (che dopo l’attacco americano ora può sentirsi ancor più legittimata per la questione Taiwan). Ma perché il petrolio venezuelano è così importante per la Cina e altri Paesi come l’India? La ragione principale, al di là dell’ampia disponibilità, risiede nella qualità della materia prima, che è tutto fuorché alta.
Secondo il rapporto Country Analysis Brief: Venezuela, il greggio (crude oil) estratto dal Venezuela è molto pesante e tra i più solforosi al mondo, dunque di scarsa qualità. Più il greggio è leggero e “dolce”, più è considerato di alta qualità perché più semplice da raffinare. Il Merey venezuelano, secondo l’indice API (American Petroleum Institute Gravity) è un greggio pesante con un valore di circa 15°. Per fare un confronto, l’Arab Light dell’Arabia Saudita è considerato medio-leggero (API di circa 33°) e il Brent del Nord Europa è leggero (circa 38°), quindi hanno una qualità sensibilmente superiore. Ma Cina e India dispongono delle infrastrutture adeguate per raffinare i greggi pesanti, quindi possono importare grandi quantità di greggio venezuelano a prezzi molto bassi e ottenere indiscutibili vantaggi.
Il principale sito di estrazione di greggio in Venezuela è la Faja Petrolífera del Orinoco (Orinoco Belt), sita tra alcuni stati come Guárico e Delta Amacuro. Si ritiene che la stragrande maggioranza delle riserve petrolifere del Paese derivi proprio da qui, con l’area del Cerro Negro in grado di fornire circa 500.000 barili di petrolio al giorno. Un altro ricco giacimento è quello della regione del Lago di Maracaibo nello stato di Zulia, nel nord-ovest del Venezuela. Con il recente attacco degli Stati Uniti
e l’intenzione di Trump di gestire le risorse petrolifere del Paese, è possibile che questi siti, dopo i cali produttivi degli ultimi anni, possano tornare a pieno regime.
(da Fanpage)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
E’ UN TASSELLO DELLA GUERRA MONDIALE PER ENERGIA E MATERIE PRIME, DAL PETROLIO AL COLTAN
La guerra-lampo di Trump in Venezuela, iniziata e conclusa nella notte tra il 2 e il 3 gennaio con la deposizione e l’arresto del presidente-dittatore Nicolas Maduro e della moglie, non è né un fulmine a ciel sereno, né un caso isolato.
È, al contrario, un pezzo di quella “guerra mondiale a pezzi” di cui parlava Papa Francesco. Una guerra che, dal Sud America all’Ucraina, dal Medio Oriente all’Oceano Pacifico, si fonda su
una cosa su tutte: il predominio sulle materie prime e sull’energia necessarie a far funzionare la rivoluzione tecnologica in atto, quella dell’intelligenza artificiale, della criptovalute, della robotica di massa, della mobilità elettrica, del quantum computing, e di tutte le tecnologie – enormemente energivore – che si stanno affacciando sui mercati.
Detta più semplice possibile: chi acquisisce il predominio tecnologico e commerciale di queste innovazioni è il nuovo dominatore del mondo. E chi domina il mercato delle materie prime necessarie a produrle e delle energie necessarie a farle funzionare acquisisce un vantaggio enorme.
Ecco: per ora questo vantaggio ce l’ha la Cina. Che è il principale estrattore di terre rare al mondo. E grazie alla guerra in Ucraina e al blocco delle forniture di gas e petrolio dalla Russia in Europa ha potuto accedere, assieme all’India, a flussi enormi di idrocarburi a baso costoutte le mosse di Cina e Stati Uniti, anche solo quelle di queste ultime settimane, vanno lette attraverso queste lenti.
Trump cerca di chiudere la partita ucraina prendendosi le terre rare di Kiev e provando a staccare Putin da Xi Jinping?
Allora la Cina comincia a intensificare le manovre navali attorno a Taiwan – isola che per Pechino, e non solo, fa già parte del territorio cinese – primo fornitore di semiconduttori degli Stati Uniti.
E allora Trump attacca il Venezuela e si prende le riserve di coltan e petrolio venezuelane, le maggiori al mondo, per mettere pressione negoziale alla Russia, nella trattativa di pace con l’Ucraina.
E già che c’è minaccia un intervento in Nigeria, altro Paese ricchissimo di giacimenti e riserve petrolifere, con la “scusa” di difendere i cristiani dall’Isis.
A tutto questo aggiungiamoci il grande gioco mediorientale, che vede contrapposte Usa e Cina nel sostenere rispettivamente l’Arabia Saudita e I’Iran.
E in Africa, dove la Cina e gli Stati Uniti combattono per procura sia nella Repubblica Democratica del Congo sia nel Sud Sudan, due guerre in Paesi ricchissimi di materie prime.
È una guerra mondiale a pezzi senza esclusione di colpi, che ha fatto strame del multilateralismo e delle organizzazioni sovranazionali e che sta facendo a brandelli quel poco che rimaneva del diritto internazionale.
Tutte cose che ormai, malgrado tutto, sembrano resistere con mille difficoltà solamente in Europa, che rimane il vero paradosso di questo mondo nuovo: ricca, ricchissima, ma senza materie prime, senza energia e senza nessun tipo di leadership tecnologica nei settori che plasmeranno il futuro.
A noi, in questo 2026 che già si è messo a correre fortissimo, toccherà decidere cosa vogliamo diventare da grande: essere il testimone inerme del mondo che muore? Il servo fedele del nuovo imperialismo americano? Oppure capire davvero come provare a rompere questo schema, questo ritorno feroce all’Ottocento coloniale e al Novecento delle guerre tra superpotenze, calde e fredde, con una nuova visione del mondo, diversa, pacifica, multilaterale, fondata su regole condivise?
Mai come ora, siamo a un bivio decisivo.
Mai come ora, non possiamo più fingerci morti.
(da Fanpage)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
MA LA PANTOMIMA NON E’ RIPETIBILE ALL’INFINITO, VALE FINO A QUANDO CI SONO AVVERSARI BREVI
Una domanda solo leggermente provocatoria: non vi pare che l’America, la nazione
indispensabile, inizi a somigliare un po’ troppo allo Stato canaglia perfetto? Invece di guidare alla felicità la comunità delle nazioni, soprattutto nelle fibrillazioni trumpiane sembra sempre più incline a contrapporvisi. Invece della “scintillante città sul colle a cui tutti guardano” sembra di ascoltare uno sgangherato motivetto nazionalista: noi facciamo quello che ci pare e se non vi va, vabbè, arrangiatevi
Gli americani fanno male a non porsi la domanda del perché sono diventati antipatici, dopo aver per molto tempo, aureolati dalla vittoria contro i nazismi, mietuto osanna spesso gratuiti, e vissuto di una robusta rendita di ammirazione e di benevolenza anche quando commettevano errori. Mentre oggi sono giudicati nel ripiano morale come non più leali, incontrollabili, irresponsabili.
Maduro, torvo, torchiatore, corrotto, forse anche manigoldo del narcotraffico, tra due poliziotti della Dea, avviato come Noriega anni fa a essere punito da un tribunale (ovviamente americano) può anche esser considerato l’ambigua scorciatoia di un bene realizzato attraverso metodi discutibili. Ma il problema resta e macina questioni ardue e vitali: lo scopo della operazione militare speciale a Caracas era punire un cattivo o rimettere ordine e silenzio a scapaccioni nel chiassoso cortile di casa latino americano? O riprendere il controllo di un produttore di petrolio? O tenere alla larga i cinesi? Democrazia e diritti non si sovrappongono come calchi a ben più meschini interessi, al crudo business; anzi divergono quasi sempre. È stato un presidente, Calvin Coolidge, che ha fatto dono agli americani di parole commoventi: «Civiltà e profitti avanzano di pari passo».
Forse dovranno prendere atto che ci sono, nel mondo, pluralità di arcobaleni mentre il loro prisma prevede solo due valori, l’azzurro del cielo americano e il rosso dell’inferno per gli altri. Milioni di uomini nel mondo, non satanici terroristi di dio o di qualche autocrate, si chiedono perché la Delta Force, oltre che andare a fare giustizia a Caracas, e tra un poco a Teheran, non discenda come un angelo vendicatore anche al Cairo o a Riad o a
Islamabad per correggere le loro tribolazioni. Forse perché satrapi, raiss e principeschi assassini di quei Paesi non intralciano, anzi collaborano con gli interessi americani? E hanno diritto all’immunità fino a quando non danno segni di disobbedienza? Quindi non sbagliano a sentirsi al sicuro sub specie aeternitatis solo le canaglie che tengono in cassaforte l’atomica ovvero Putin, Xi e il coreano, il Pakistan e l’India. Una lezione che forse gli ayatollah non faranno a tempo a trasformare in realtà.
Altro che isolazionismo per barricarsi contro l’immoralità di un mondo corrotto o imperialismo soft! È semplicemente cambiato il metodo con cui gli americani mettono le mani negli affari degli altri.
Fino a un certo punto ha funzionato, indiscusso, il modello golpe: dal vietnamita Diem ad Allende. Anni ruggenti: la scuola dei dittatori a Panama, i gorilla con occhiali Ray-Ban a libro paga della Cia, una telefonata in codice: Guatemala, Honduras, Indonesia, Cambogia, Cile, Iran e via, cambio di regime fatto! L’idra del comunismo, l’ossessione del domino erano sempre in agguato, per caso vi illudete che si debbano usare guanti bianchi per maneggiare simili truci avversari? L’altruismo americano: convinto di uccidere con gentilezza, usando bombe e killer in preda a un impulso di irrefrenabile carità.
Pinochet e il suo volpino burattinaio, Kissinger, sono stati gli ultimi di questa schiera di impresentabili, il taglio tra l’innanzi e il dopo.
La pantomima non è ripetibile all’infinito, vale fino a quando ci sono avversari molli. Ora si è passati al modello che potremmo chiamare “golpe dal basso”. La scusa della libertà funziona sempre ma si presta maggiore attenzione che non ci siano troppe sfasature. Bisogna utilizzare per la transizione non pretoriani dal ceffo allarmante, si attinge al ricco serbatoio delle classi dominanti globalizzate, l’alta nobiltà globale che pretende di essere padrona della terra perché ricca, colta, immune da plebei radicamenti arcaici e soprattutto pronta a collaborare. Provvedono al casting i ricchi cataloghi dei quadri delle istituzioni come Fondo monetario e Banca mondiale, non a caso fondate con saggia preveggenza prima delle inutili e poco sicure Nazioni Unite.
L’imperialismo impone regole di ferro. Si adottano e si gonfiano quando non ci sono (la propaganda è un’arma di lunga gittata) movimenti di protesta contro i regimi disobbedienti o pericolosi per gli interessi americani. Solo quelli. E si interviene tra discordie e parti in causa per assicurare il passaggio alla democrazia. Chi avrà mai il coraggio di difendere tipacci come Saddam, il mullah Omar, Maduro o gli ayatollah dalla forca facile?
Poco male se la caccia a Maduro è risultata più simile a un sequestro da gang mafiosa che a una scorciata democratica. Una cosa per volta. Nel caso dell’Iran, Trump ha già annunciato che difenderà (assieme a Israele?) i manifestanti che protestano per il caro vita. La Cia è al lavoro con i suoi vecchi, cari metodi sillabati e glossati in film e manuali. Come spesso accade non ha perso tempo a dare una occhiata alla storia dell’Iran. Sono dei praticoni, non degli intellettuali. I manifestanti, riferiscono fonti sicure (sussurrate da Langley, Virginia?), scandiscono nel
subbuglio slogan per il ritorno dello scià! Accidenti! Che revival! A Langley gli ispiratori sono indietro nel ripasso: da Mossadeq a oggi la loro guerra per il controllo dell’Iran e del petrolio non conosce età.
Gli Stati Uniti sono la potenza più interventista del mondo ma i fini e i metodi di questa politica sono sempre accuratamente nascosti dietro miasmi di insopportabile retorica e confusione. Da Kennedy a Trump, gli americani si sono cacciati in azioni moralmente compromettenti, spesso militarmente frustranti e quasi sempre politicamente non risolutive.
La tendenza a spendere principi grandiosi, la creazione della democrazia, la lotta ai tiranni e ai terroristi, la sicurezza nazionale, debellare il traffico della droga o tentazioni atomiche non autorizzate, serve a occultare la fredda valutazione degli interessi, non solo economici o di potenza, spesso meschini traffici dei presidenti.
Perfino Trump, con le sue sbiascicanze smargiasse, alla fine, si è uniformato al vecchio principio che il miglior modo di porre l’opinione pubblica americana a servizio dei propri fini sia quello di sbandierare un principio morale. Chissà se ha mai letto l’ammonimento di Edmund Burke: «Mal si accordano grandi imperi e intelletti piccoli».
Domenico Quirico
( da lastampa.it)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
CAMBIERA’ IL RACCONTO E IL VOLTO DEI PROTAGONISTI, RESTERA’ IL NARCO-STATO
La vera forza politica di Donald Trump non è la brutalità, né il populismo, né l’isolazionismo. È l’incoerenza. La coerenza obbliga la politica a una verifica costante: dei fatti, delle promesse, delle conseguenze. L’incoerenza, al contrario, libera il potere da ogni rendicontazione. Non deve dimostrare nulla, perché non chiede consenso razionale ma fiducia personale. Fiducia nel capo, non nelle istituzioni. Fiducia come atto di fede.
In questo schema non contano la correttezza delle scelte né il raggiungimento degli obiettivi dichiarati. Conta la delega. Una delega in bianco, alimentata da una promessa tanto vaga quanto potente: un generico miglioramento della vita e il ritorno della nazione al centro del mondo. È un potere che non si misura sui risultati, ma sulla capacità di occupare il racconto. È qui che Trump è un fuoriclasse.
Dentro questa logica può permettersi di invocare la lotta al narcotraffico contro il Venezuela e, allo stesso tempo, di graziarne uno dei protagonisti politici più compromessi. Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras, è stato riconosciuto colpevole da un tribunale federale statunitense per aver facilitato l’importazione di oltre 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti e per aver ricevuto milioni di dollari in tangenti da organizzazioni criminali, incluse reti legate al cartello diEl Chapo.
Il 26 giugno 2024 viene condannato a 45 anni di carcere in un penitenziario federale americano. Poco più di un anno dopo, il 1° dicembre 2025, Trump gli concede una grazia completa. Hernández esce dal carcere.
Non è una contraddizione. È il funzionamento stesso del potere trumpiano. Hernández serve perché, in Honduras, può sostenere politiche antimigratorie e tutelare interessi americani direttamente collegati alla presidenza. La lotta alla droga non è un principio, ma una retorica modulabile. La giustizia non è un criterio, ma uno strumento. Ciò che resta costante non è la linea
politica, ma la fedeltà al racconto: quello di un capo che decide, assolve, punisce e riscrive le gerarchie del mondo senza dover rendere conto a nessuna coerenza, se non a quella della propria autorità.
Detto questo, per anni il rapporto tra Nicolás Maduro e il narcotraffico è stato negato dall’estrema sinistra internazionale — dall’Italia alla Spagna, fino all’Argentina — come se ogni accusa fosse solo propaganda imperialista. Eppure le prove non sono mai mancate. Alcune sono strutturali, altre indirette. Ma ce n’è una che, da sola, basterebbe: l’affare dei narcosobrinos.
Nel 2015 vengono arrestati ad Haiti Efraín Antonio Campo Flores e Franqui Francisco Flores de Freitas, nipoti di Cilia Flores, moglie di Maduro. Non figure marginali. Cresciuti dentro il palazzo del potere, protetti, accreditati, convinti di essere intoccabili.
Vengono intercettati mentre organizzano una spedizione di 800 chili di cocaina diretta negli Stati Uniti. Non parlano come piccoli trafficanti. Parlano come funzionari. Promettono accesso a piste militari, coperture istituzionali, protezione politica. Dicono chiaramente che la droga serve a finanziare il potere, a “difendere la rivoluzione”, a mantenere in piedi il regime.
Nel processo, celebrato a New York, non emerge solo un traffico. Emerge un metodo di Stato: l’uso delle infrastrutture venezuelane — aeroporti, forze armate, passaporti diplomatici — come strumenti logistici del narcotraffico. I due vengono condannati nel 2017 a 18 anni di carcere ciascuno. Nel dicembre 2022 Maduro ottiene la loro liberazione nell’ambito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti: sette cittadin
americani in cambio dei nipoti della First Lady. La condanna resta. L’impunità viene ristabilita.
È una storia lunga, strutturale, ricorrente: quella che lega una parte dell’estrema sinistra armata al narcotraffico. Non come deviazione occasionale, ma come scelta strategica, sempre coperta da una giustificazione ideologica: non lo facciamo per arricchirci, lo facciamo per finanziare la rivoluzione. Una formula che ovunque si è rivelata una menzogna funzionale.
Le FARC colombiane hanno finanziato per decenni la propria guerra attraverso la tassazione e poi la gestione diretta della cocaina. Sendero Luminoso ha fatto lo stesso nelle zone di produzione peruviane. L’ELN, pur rivendicando una diversità ideologica, ha gestito traffici di marijuana e sistemi di estorsione con dinamiche analoghe.
Il caso cubano è più opaco ma non meno significativo. Nel 1989 Arnaldo Ochoa Sánchez, generale simbolo della rivoluzione, viene accusato di traffico di droga in collaborazione con reti legate a Pablo Escobar. Si assume pubblicamente ogni responsabilità, scagionando il vertice politico. Viene fucilato dopo un processo televisivo: un sacrificio rituale per salvare il regime eliminando l’uomo che sa troppo.
A confermare che non si tratta di una specificità latinoamericana, ma di un modello politico-criminale, c’è il caso dei Khmer Rossi. Durante e dopo il loro regime genocidario, finanziarono le proprie strutture residue attraverso il traffico di oppio, legname e pietre preziose. Anche qui, il traffico veniva giustificato come necessità rivoluzionaria, mentre serviva a mantenere in vita apparati armati e gerarchie criminali. Il punto comune è sempre lo stesso.
La droga non è mai stata uno strumento temporaneo in attesa della vittoria. È diventata il cuore economico dei movimenti armati. L’ideologia ha funzionato come schermo morale: neutralizzare il dissenso interno, legittimare la violenza, giustificare l’arricchimento dei quadri dirigenti. La rivoluzione non ha mai visto quei soldi.
Li hanno visti i comandanti, le famiglie, gli apparati. E quando la lotta finisce, resta sempre la stessa eredità: non uno Stato giusto, ma una classe dirigente criminalizzata.
Da decenni il potere venezuelano è intrecciato ai cartelli criminali. Non come deviazione, ma come architettura di governo. Le inchieste più autorevoli in particolare quelle di InSight Crime hanno mostrato come il Venezuela non sia un paese produttore di cocaina, bensì uno dei principali snodi logistici del narcotraffico globale.
Al centro di questo sistema c’è il Cartel de los Soles: non un cartello classico, ma una struttura militare-statale che garantisce copertura, impunità e infrastrutture al traffico soprattutto colombiano usando aeroporti, porti, documenti ufficiali e apparati di sicurezza.
Accanto alla dimensione istituzionale emerge una figura chiave: Wilmer Varela, detto Vilmito. Non un semplice narco, ma un broker politico-criminale. Gestisce le spedizioni verso Honduras e Caraibi, coordina le rotte, mantiene rapporti con l’apparato militare e controlla segmenti decisivi del sistema carcerario. È il punto di contatto tra cartelli, Stato e repressione.
Il Venezuela è così diventato un narco-Stato di transito. La droga non infiltra il potere: è il potere che organizza, protegge e monetizza il traffico. La criminalità non sfida lo Stato. Lo utilizza.
Uno dei grandi fallimenti della politica estera di Barack Obama è stato proprio il Venezuela. Non per ingenuità, ma per scelta strategica. Obama comprese che Maduro non sarebbe caduto sotto la pressione di un’opposizione democratica fragile e divisa. E comprese qualcosa di più profondo: che il regime non era più solo autoritario, ma criminalizzato. Questa lettura è stata argomentata con lucidità da Moisés Naím, che ha descritto il Venezuela come uno Stato-mafia.
In uno scenario simile, la caduta del regime può avvenire solo offrendo garanzie di sopravvivenza all’élite al potere. Obama lo sapeva. Ma aprire quel canale avrebbe significato legittimare un narco-regime e sconfessare la retorica democratica americana. Il risultato è stato l’immobilismo. Trump, invece, non ragiona in termini di transizione democratica. Ragiona in termini di controllo. Agisce come un gambler: alza la posta, usa il narcotraffico come clava politica, promette la caduta del regime e raccoglie consenso. Ma l’obiettivo non è la democrazia. È governare l’esito. Un’insurrezione popolare o una transizione elettorale autentica non permetterebbero a Washington di controllare direttamente il nuovo Stato venezuelano. Un cambio di potere gestito dall’alto, invece sì.
Per questo il narcotraffico diventa lo strumento perfetto: delegittima Maduro, giustifica l’intervento, consente una selezione mirata delle élite da sacrificare. Ma nulla indica che questo cambierà la natura del sistema. I narcos vicini a Maduro
verranno eliminati. Non il narco-Stato. Al loro posto emergeranno nuovi intermediari, nuovi broker, nuovi nomi — già noti agli apparati di sicurezza e all’intelligence. Cambieranno le facce. Cambierà il racconto. Non l’economia criminale. Forse si starà meglio che sotto Maduro. Ma quanto meglio? La miseria resterà. Il controllo criminale, nella prima fase, aumenterà. La libertà di espressione si allargherà, le vecchie corruzioni petrolifere verranno smantellate e sostituite da altre. E ancora una volta il Venezuela verrà “liberato” senza essere davvero restituito ai suoi cittadini.
Roberto Saviano
(da il Corriere della Sera)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
TRE POTENZE (PIU’ NETANYAHU) CHE FANNO I CAZZI CHE VOGLIONO
Da ieri l’America considera il Venezuela sua proprietà. Il petrolio venezuelano sarà
affidato ad aziende statunitensi, il governo civile e militare sarà esercitato da Washington fino a quando non sarà possibile una “sicura e appropriata transizione”. Esempio e monito per tutto l’Emisfero Occidentale, comprese città e territori statunitensi infestati da criminali, narcotrafficanti e politicanti inetti, “nemici di dentro” contro cui la Casa Bianca sta usando il pugno di ferro.
Questo è il “corollario Trump” alla dottrina Monroe, illustrato solennemente dallo stesso presidente dopo la felice conclusione del sequestro di Maduro e signora. Siamo molto oltre il dettato originale, risalente al 1823. La sovranità dei vicini inaffidabili non è limitata: è abolita. Il bollettino della vittoria vale da avvertimento per tutti i regimi non allineati agli Usa nel
continente panamericano. Teorema peraltro applicabile secondo necessità al resto del mondo: toglietevi di mezzo, l’America è tornata.
Fin qui le intenzioni. Vedremo che cosa ne resterà alla prova dei fatti. Perché porre l’asticella tanto in alto significa esporsi al rischio del fallimento. Trump si gioca tutto, anche contro il sentimento di buona parte dei suoi elettori, che lo aveva votato per risolvere i problemi di casa. Come il presidente stesso aveva annunciato al ballo inaugurale del 25 gennaio scorso: “Misureremo il nostro successo non solo con le battaglie che vinceremo ma anche con le guerre che finiremo e — soprattutto — con le guerre in cui non entreremo”. Ancora a Capodanno Trump prometteva “pace in Terra”. Non proprio lo stile finora esibito nel suo secondo mandato, con interventi e bombardamenti a ripetizione, dall’Iran allo Yemen, dalla Somalia alla Siria, dalla Nigeria al Venezuela.
Nel 1895 l’America di Grover Cleveland affermò per la prima volta il suo diritto al dominio sul continente intervenendo nella disputa fra Gran Bretagna e Venezuela intorno al confine dell’Orinoco. Il segretario di Stato Richard Olney spiegò agli inglesi che la dottrina Monroe poggiava “sulle infinite risorse che ci rendono padroni della situazione, praticamente invulnerabili rispetto a qualsiasi potenza”. Non stupiremmo se nella mente del suo attuale successore, Marco Rubio, massimo ispiratore dell’impresa di Caracas, le parole di Olney risuonassero come un eccitante rosario. Venezuela 1895-2026, andata e ritorno.
L’operazione militare speciale con cui Donald Trump ha decapitato il regime venezuelano illustra l’aria del tempo. Scaduto il breve “momento unipolare”, siamo rientrati nella normalità. Ci si batte fra potenti per determinare le rispettive sfere d’influenza. In omaggio al principio per cui le maggiori potenze dispongono in quanto tali di un “cortile di casa” nel quale dettano legge e dal quale estraggono risorse a piacimento. Conseguenza della fine dell’egemonia globale a stelle e strisce, la ripartizione del pianeta apre una partita potenzialmente infinita, che promette conflitti e caos. In un ambiente reso molto più contendibile dalla fine dell’egemonia americana e dall’emergere o riemergere di soggetti di matrice e memoria imperiale, quali Turchia o Giappone. Gli avventori sono molti, i posti a tavola pochi.
Nel triangolo dei Grandi formato da Stati Uniti, Cina e (a distanza) Russia è in corso una competizione senza regole. Salvo una: i tre non vogliono né possono combattersi direttamente perché si autodistruggerebbero. Gli Stati Uniti non intendono più concedere a cinesi e russi di frequentare il proprio giardino. La punizione inflitta a Maduro valga come monito per Cuba, Messico, Colombia, Brasile e altri paesi latinoamericani oggi retti da leader avversi.
Avviandosi verso le celebrazioni dei 250 anni di indipendenza, gli Stati Uniti esibiscono un record di circa 240 fra guerre (12 le principali) e interventi militari di varia intensità e spessore in quasi tutti i paesi del mondo. In questa fase depressiva della nazione a stelle e strisce, il presidente che vuole “rifare grande l’America” non può certo rinunciare allo strumento militare. Si tratta pur sempre di giustificare spese per la difesa pari a quelle
delle altre dieci maggiori potenze riunite. Per tacere della pressione degli apparati e della componente avventurista (neocon) dell’amministrazione, decisi a imporre la propria agenda neo-imperiale.
“Pace in terra” non è per domani, né l’America potrebbe stabilirla da sola. Sullo sfondo, l’obiettivo di Trump resta una pace/non guerra contrattata con Pechino e Mosca fondata sulla reciproca legittimazione delle rispettive sfere di influenza. Dunque sulla proliferazione di conflitti per determinarle. Sotto la soglia della terza guerra mondiale. O per avvicinarvisi, senza volerlo?
(da Repubblica)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
I BUONI NON CI SONO PIU’, CI SONO SOLO I FORTI E I DEBOLI
Il 2026 sul pianeta Terra è cominciato così: un triste governo familista e repressivo, quasi certamente illegittimo e insediato grazie a brogli elettorali, è stato deposto in modo certamente illegittimo da una potenza straniera.
La domanda potrebbe essere: dove sono i buoni, in questa storia? E la risposta potrebbe essere la stessa che ci diamo ormai da parecchi anni: ammesso che un tempo ci siano stati, i buoni non ci sono più. Ci sono i forti e ci sono i deboli. Il resto è polvere, sogni, bolle di sapone.
Le ragioni e i torti sono come un vecchio quadro sullo sfondo. Dai colori stinti, e con qualche colpo di pallottola che lo sforacchia. Per prendere le parti di Maduro bisogna assomigliare molto alla figura comica del “cretino di sinistra” come lo dipingeva Vargas Llosa; e per definire “intervento difensivo” il calco dello scarpone di Trump sul Venezuela, come ha fatto Palazzo Chigi, bisogna essere diversamente comici.
Si prova quasi invidia per i fanatici, loro almeno possono trovare, dentro questo sconquasso, una ragione per schierarsi e per orientarsi. Ma gli altri? Quelli che si illudono che esista ancora un varco, nelle relazioni tra gli Stati, per farsi strada tra i missili, i droni, il polonio, la giustizia sommaria, le aggressioni militari, gli anatemi religiosi, l’imperialismo russo e quello americano, il suprematismo bianco e il fondamentalismo islamico?
Appellarsi all’Onu, alla luce dei fatti, equivale a invocare il Congresso di Vienna o il Concilio di Trento come punti di riferimento. I boss del mondo hanno un obiettivo comune, che è far dimenticare ogni regola. Nella morte delle regole i violenti sguazzano. Tutti gli altri attendono informazioni sul da farsi.
(da Repubblica)
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