Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
PROTESTE DAVANTI LA CASA BIANCA E IN 70 CITTÀ USA CONTRO BLITZ IN VENEZUELA
C’e’ anche un’America che scende in piazza per protestare contro l’operazione militare di
Donald Trump in Venezuela e la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Più di cento persone si sono radunate fuori dalla Casa Bianca nel pomeriggio, tenendo cartelli gialli con la scritta “no alla guerra degli Usa in Venezuela”, “no sangue per il petrolio”, “Usa, mani fuori dall’America Latina”.
I manifestanti hanno cantato e sventolato bandiere venezuelane. Alcuni oratori hanno messo in guardia contro l’intervento degli
Usa in generale, citando Iraq e Afghanistan. Il presidente però si trova a Mar-a-Lago. La manifestazione a Washington, organizzata dal Partito per il Socialismo e la Liberazione, fa parte di un’ondata di proteste che si svolgono in oltre 70 città degli Stati Uniti
A New York una folla si è radunata a Times Square, davanti all’Ufficio di reclutamento dell’esercito Usa, con cartelli contro la guerra in Venezuela. A Boston i manifestanti hanno scandito “Basta sangue per il petrolio / Mani lontane dal suolo venezuelano” e hanno tenuto cartelli con scritto “Il problema non è il Venezuela. È l’Impero” e “No alla guerra in Venezuela”.
A Minneapolis una folla ha sfidato il freddo per protestare, sventolando la bandiera venezuelana e mostrando cartelli con la scritta “Libertà per il presidente Maduro”. Proteste più piccole si sono svolte anche ad Atlanta, mentre altre a Chicago e Los Angeles sono previste per questa sera.
Il senatore dem Tim Kaine ha annunciato che la prossima settimana promuoverà un voto per bloccare ulteriori azioni militari contro il Venezuela senza l’approvazione del Congresso, a seguito dell’operazione del presidente Donald Trump per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Kaine, finora incapace di convincere il Congresso a fermare le operazioni militari di Trump in America Latina, ha definito la mossa di rimuovere Maduro senza autorizzazione congressuale “un ritorno nauseante a un’epoca in cui gli Stati Uniti si arrogavano il diritto di dominare” l’emisfero occidentale.
“La mia risoluzione bipartisan, che stabilisce che non dovremmo essere in guerra con il Venezuela senza una chiara autorizzazione del Congresso, sarà sottoposta a voto la prossima settimana”, ha detto Kaine. “Siamo entrati nel 250/mo anno della democrazia americana e non possiamo permettere che degeneri nella tirannia da cui i nostri fondatori hanno combattuto per liberarsi”.
Zohran Mamdani, il nuovo sindaco di New York, ha telefonato al presidente Donald Trump sabato per esprimere personalmente la sua contrarietà agli attacchi condotti dagli Stati Uniti in Venezuela e alla cattura del suo leader, Nicolás Maduro.
“Ho chiamato il presidente e ho parlato direttamente con lui per manifestare la mia opposizione a quest’azione”, ha dichiarato Mamdani durante una conferenza stampa su un argomento non correlato, aggiungendo di aver detto a Trump di essere “contrario a un tentativo di cambio di regime e alla violazione del diritto federale e internazionale”.
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI UN INTERVENTO ARMATO UNILATERALE SENZA ALCUNA LEGITTIMAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
Nel novembre 2025 l’Amministrazione statunitense ha reso pubblica la Strategia di sicurezza nazionale che rinverdisce una politica estera di uno dei primi Presidenti da cui essa ha preso il nome: la dottrina Monroe. Essa originariamente era tesa a impedire che le potenze europee del tempo potessero intromettersi nelle questioni americane. Ad essa, è stato aggiunto un corollario Trump, che indica, più o meno espressamente, che gli Stati Uniti devono assicurare la stabilità del continente americano per realizzare i propri interessi: il controllo dei flussi migratori, del narcotraffico e delle risorse strategiche.
Attacco armato unilaterale
L’intervento in Venezuela tende a perseguire tutti e tre tali interessi. Ma questo intervento pone vari problemi di diritto internazionale. Innanzi tutto, si tratta di un attacco armato unilaterale, vietato dalla Carta delle Nazioni Unite. Non vi sono giustificazioni plausibili per tale intervento. Esso non è qualificabile come legittima difesa, la quale può far seguito solo ad un attacco armato e non può essere equiparato alle conseguenze nefaste del narcotraffico, come pure ha sostenuto il governo Usa.
Nessuna legittimazione dalle Nazioni Unite
Né vi è alcuna forma di legittimazione delle Nazione Unite. Ai sensi dell’art. 53 della Carta, il Consiglio di sicurezza può autorizzare le organizzazioni regionali a svolgere azioni coercitive. Ma l’Organizzazione degli Stati americani, che pur ha condannato le politiche di Maduro e le violazioni dei diritti umani in Venezuela, non ha mai accettato di promuovere forze internazionali. Né, infine, l’intervento armato può essere qualificato come semplice una azione coercitiva per catturare un narcotrafficante.
I bombardamenti e l’immunità del presidente§La cattura, peraltro sul territorio di un altro Stato, ha comportato bombardamenti contro installazioni militari e in raids della Delta Force, diretti a installazioni e personale militare e ambedue in aree densamente abitate che potrebbero aver causato perdite fra la popolazione civile. In secondo luogo, la cattura e il processo di Maduro violano la regola che stabilisce l’immunità personale assoluta dei Capi di Stato o di governo in carica dalla giurisdizione straniera, sia per condotte in veste ufficiale, sia per atti privati. Essi però possono essere giudicati da tribunali internazionali. Vi sono precedenti sia da parte dei Tribunali ad hoc, come Il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, davanti al quale è comparso Slobodan Milosevic, sia dalla Corte penale internazionale dell’Aja.
Il Tribunale penale internazionale e il Tribunale per la ex Jugoslavia
Recentemente, la Corte ha riconosciuto la sua giurisdizione su Capi di Stato nel caso del Presidente del Sudan Al-Bashiri, nel 2019. Come è noto, la Corte spiccato mandati d’arresto a carico del Presidente della Russia, Putin e del Capo del Governo di Israele, Netanyahu. La Corte ha anche aperto delle indagini su impulso di Stati sud-americani che coinvolgono Maduro,
accusati di crimini contro l’umanità. Ma le indagini sono ancora in corso, senza che la Corte abbia adottato misure coercitive né misure di rinvio a giudizio.
Insomma, l’intervento in Venezuela sembra confermare che l’Amministrazione statunitense ritenga di non aver bisogno del diritto internazionale, ma di poter far leva esclusivamente sulla sua potenza economica e militare per realizzare i propri interessi. Ma con il mondo così complesso, potrebbe essere una illusione.
Enzo Cannizzaro
professore ordinario di Diritto Internazionale e dell’Unione europea all’Università La Sapienza di Roma
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
E’ NATO UN NUOVO SISTEMA BASATO SU AUTOCRAZIE NEO-COLONIALISTE E SFERE DI INFLUENZA
L’attacco statunitense al Venezuela, con l’arresto (il rapimento, la presa in consegna, il
trasferimento, lo capiremo nelle prossime ore) di Nicolas Maduro ha colto di sorpresa l’intera comunità internazionale, soprattutto per le modalità e la rapidità dell’operazione. Ma ha anche aperto l’ennesima crepa nella coscienza collettiva, perché rappresenta la conferma più brutale di quanto è evidente ormai da tempo: dei rapporti fra gli Stati basati sul diritto internazionale e mediati dagli organismi transnazionali non resta più nemmeno la parvenza, il multilateralismo si è tramutato nella divisione del mondo per sfere di influenza e nel trionfo della logica della forza.
Potevano esserci vie d’uscita diverse dalla globalizzazione, certamente. Non è accaduto per un’infinità di ragioni e responsabilità, ma il nuovo scenario internazionale è sostanzialmente questo.
Nel caso del Venezuela, è possibile tenere insieme la condanna del bonapartismo maduriano e il rifiuto delle logiche trumpiane, purché però si adoperino le categorie giuste e si parta da un concetto: parliamo di un atto di puro imperialismo coloniale, incompatibile col diritto internazionale. È la stessa matrice dell’attacco di Putin all’Ucraina, che affonda le sue radici§nell’imperialismo russo e che trova una propria giustificazione nell’utilizzo distorto e strumentale di concetti come autodeterminazione e “liberazione” dall’oppressione (ci sarebbe da ridere, non fossimo in presenza di una tragedia collettiva). Con le dovute differenze, non è dissimile la pretesa egemonica cinese su Taiwan, che esce rafforzata dalla scriteriata gestione trumpiana delle crisi internazionali.
Quello cui stiamo assistendo, insomma, è un ulteriore segnale della profondità della trasformazione in atto, che sembra avere come sbocco ineluttabile un mondo dominato da cesarismi e autocrazie. Un mondo che vede la divisione in sfere di influenza in cui a prevalere è il diritto della forza, impermeabile alle azioni della comunità internazionale. E in cui assisteremo alla riscoperta di dottrine e prassi che negano de facto autodeterminazione dei popoli e solidarietà fra gli Stati (si parla tanto della dottrina Monroe e del corollario Roosevelt per interpretare le mosse di Trump, come se in mezzo non ci fossero state due guerre mondiali e la riscrittura del diritto internazionale…). Sfere di influenza in cui sono gli autocrati a decidere direttamente chi e come deve governare, quale ruolo occupare, in che modo utilizzare le risorse proprietarie. Come ha chiarito lo stesso Trump, ad esempio, nel caso venezuelano.
In tale contesto, non ci sarà più un luogo sicuro, un’oasi perenne di democrazia e libertà. Noi europei prima lo capiamo e meglio sarà. Perché, laddove esistesse e resistesse, rappresenterebbe un pericolo per gli autocrati e la loro corte (mai come ora affollata di oligarchi, tecnocapitalisti e affaristi di varia natura). È questa la portata della sfida che stiamo affrontando, in Europa e non
solo, ed è al tempo stesso culturale, politica e strategica, in una dimensione collettiva. E che si gioca essenzialmente sulla possibilità di dimostrare che esiste un’alternativa, che è forte l’eredità di chi ha saputo costruire un modello diverso (con tutti i limiti e le contraddizioni che pure conosciamo), che non è irreversibile il lento sgretolamento dei meccanismi democratici e del diritto internazionale.
Il fatto che in molti non l’abbiano capito o, peggio ancora, stiano lavorando dall’interno per piegare e indebolire le nostre democrazie é il vero problema.
E, spiace sottolinearlo, ancora una volta il governo italiano si mostra in prima linea tra i collaborazionisti dei nuovi autocrati. È estremamente preoccupante, ad esempio, il comunicato con cui la nostra presidente del Consiglio condanna blandamente “l’azione militare esterna come strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari”, ma al contempo mostra di credere alla favoletta secondo cui si sia trattato di “un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”. O meglio, non è preoccupante. È indegno e pericoloso. Ma anche qui, nulla di nuovo, purtroppo.
(da Fanpage)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
NELLA REGIONE DI DNIPRO NEL 2025 HANNO PRESO LO 0,6% DEL TERRITORIO. A SUMY L’1 PER CENTO. A KHARKIV SONO FERMI AL 4,7 – NEL KHERSON OCCUPANO DAL 2023 IL 72% E NELLA REGIONE DI ZAPORIZHZHIA OCCUPANO IL 74,8% – NEL DONBASS LE AVANZATE PIÙ COSPICUE SONO STATE NEL DONETSK, DOVE OCCUPANO IL 78,1% E NEL LUGANSK DOVE CONTROLLANO IL 99,6% DEL TOTALE. IN TUTTO L’OCCUPAZIONE AMMONTA AL 19,25% DELL’UCRAINA
Nessuno in Ucraina nega che le truppe russe stiano avanzando, specialmente nel Donbass e nelle regioni attorno a Zaporizhzhia e a sud-est di Dnipro. Ma il numero di caduti tra i loro soldati resta altissimo e soprattutto le zone conquistate sono estremamente limitate.
Non è sbagliato parlare di «avanzata tartaruga», dove il prezzo da pagare per Mosca è palesemente sproporzionato rispetto ai risultati raggiunti. Nei suoi bilanci della situazione sui campi di battaglia per tutto il 2025, DeepState, il gruppo di analisti militari ucraini che quotidianamente pubblica le cartine del fronte, rileva che negli ultimi 12 mesi i russi hanno occupato soltanto 4.336 chilometri quadrati.
E spiega: «Questa porzione è circa il 0,72 per cento di tutta l’Ucraina. Nel complesso, dal primo gennaio 2023 al primo gennaio 2026 la crescita dei territori occupati è stata di 7.463 chilometri quadrati, che costituiscono l’1,28 per cento del Paese.
L’analisi dettagliata dei dati mostra una situazione variegata, dove i russi comunque non si limitano soltanto a cercare di occupare il Donbass. Nella regione di Dnipro nel 2025 hanno preso lo 0,6 per cento del territorio. A Sumy l’1 per cento. A Kharkiv sono fermi al 4,7, di cui 1,3 per cento nel 2025. Nel Kherson occupano dal 2023 il 72 per cento. Nella regione di Zaporizhzhia occupano il 74,8, di cui 2,1 per cento preso nel 2025.
Nelle due regioni del Donbass le avanzate più cospicue sono state nel Donetsk, dove occupano il 78,1 per cento, di cui 10,6 conquistato l’anno appena trascorso. Nel Lugansk sono invece avanzati soltanto dello 0,6 per cento, ma qui adesso controllano il 99,6 per cento del totale. In tutto l’occupazione ammonta a 116.165 chilometri quadrati, che costituiscono il 19,25 per cento di tutta l’Ucraina.
Va ricordato che dal 2014 la penisola di Crimea è interamente occupata. Il quadro di DeepState collima con quello elaborato dallo Institute for the Study of War di Washington, dove si aggiunge che l’avanzata russa nel 2025 è stata in media di 13,24 chilometri quadrati al giorno: nel 2024 era stata di 9,87.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
A RISCHIO IL 10% DELLA FORZA LAVORO ENTRO IL 2030
Entro il 2030 le banche europee potrebbero tagliare oltre 200.000 posti di lavoro. Il
motivo non è una nuova crisi finanziaria, ma l’adozione su larga scala dell’intelligenza artificiale e la riduzione delle filiali fisiche. È questo l’allarme lanciato da un’analisi della banca d’investimento Morgan Stanley e riportato dal Financial Times.
Secondo lo studio, la spinta verso l’automazione e l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale, insieme alla progressiva chiusura delle filiali fisiche, potrebbe ridurre circa il 10% dei posti di lavoro nelle principali banche europee. Il dato riguarda 35 istituti che impiegano complessivamente circa 2,1 milioni di persone: significa che oltre 210.000 ruoli sono potenzialmente a rischio entro il 2030
Non è una previsione astratta, la ritrutturazione è già in corso. Alcune banche hanno annunciato piani di ridimensionamento significativo. ABN Amro, il grande gruppo olandese, prevede di tagliare fino a un quinto della forza lavoro entro il 2028. Anche Société Générale ha annunciato un processo di revisione dei costi e delle risorse umane
Chi colpirà l’automazione
Le riduzioni di personale riguarderanno soprattutto le cosiddette funzioni di “servizi centrali”: aree come back-office, gestione del rischio, compliance e attività amministrative. Qui, gli algoritmi di machine learning e le tecnologie di AI si sono dimostrati in grado di processare grandi quantità di dati, verificare conformità regolamentare e gestire report in tempi molto più rapidi e con meno errori rispetto al lavoro manuale.
Secondo gli analisti, l’integrazione di IA e digitalizzazione potrebbe migliorare l’efficienza operativa fino al 30%, un dato che spinge gli istituti a puntare sull’IA per competere con le banche statunitensi, storicamente più efficienti.
Oltre i numeri: impatti sociali e formativi
Un taglio di questa portata comporta non solo conseguenze sul piano occupazionale, ma solleva questioni più ampie su come si evolverà la professione bancaria. Alcuni leader del settore sono preoccupati che un’eccessiva automazione possa erodere competenze fondamentali. Un dirigente di JPMorgan Chase ha avvertito che se i giovani banchieri non hanno occasione di apprendere le basi del lavoro finanziario, ciò potrebbe avere ripercussioni negative sull’intero sistema nei prossimi anni.Il fenomeno non è limitato all’Europa. Anche negli Stati Uniti grandi istituti come Goldman Sachs hanno annunciato tagli e congelamenti delle assunzioni nell’ambito dei loro piani di trasformazione digitale sotto l’etichetta di programmi come OneGS 3.0.
Una trasformazione difficile
La progressiva adozione dell’intelligenza artificiale nelle banche rappresenta una tra le più profonde trasformazioni del settore dagli anni ’90. Si profila una rivoluzione interna, che non solo taglia posti di lavoro ma ridefinisce processi, competenze e ruoli.
I governi, i sindacati e le stesse banche dovranno trovare nuovi percorsi di formazione, ripensare le carriere professionali e mitigare l’impatto sociale dei cambiamenti strutturali in atto.
(da Fanpage)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
PER ACQUISTARE PRODOTTI ALIMENTARI E PAGARE SERVIZI COME IL DENTISTA, LA MESSA IN PIEGA, LA TINTORIA O LA TOELETTATURA DI CANI, LA SPESA SI AGGIRA SUI 600 EURO
Milano si conferma anche nel 2025 la città italiana col più alto costo della vita. La più economica è Napoli ma, se si guarda solo alla spesa alimentare, è Catanzaro a detenere il primato del risparmio, mentre a Bolzano per cibi e bevande si spende in assoluto di più. La classifica emerge da uno studio del Codacons basato sui dati dell’Osservatorio prezzi del Mimit.
Prendendo in esame un paniere composto da prodotti ortofrutticoli, alimentari e servizi come il dentista, la messa in piega, la tintoria o la toelettatura di cani, emerge come a Milano, per l’acquisto delle varie voci, si spenda un totale di quasi 600 euro, il 62% in più rispetto alla spesa di Napoli per lo stesso paniere.
Segue Aosta con uno scontrino complessivo da 586 euro, e al terzo posto Bolzano con 574 euro. Tra le 18 grandi città monitorate Napoli, con circa 369 euro, risulta la più economica, seguita da Palermo con 408 euro e Catanzaro con 424 euro.
Sul fronte della sola spesa alimentare, per l’acquisto di 28 prodotti che spaziano dall’ortofrutta alla carne, dal salmone a pane, pasta, olio, fra gli altri, Catanzaro, con una spesa da circa 165 euro, è la città più conveniente, seguita da Napoli (168 euro) e Bari (172 euro).
(da agenzie)
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Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SE WASHINGTON BOMBARDA CARACAS, IN VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, CHI ANDRA’ A ROMPERE I COJONI A XI JINPING SE DOMANI DOVESSE INVADERE TAIWAN? E QUANTO GODE PUTIN NEL VEDERE L’OCCIDENTE BALBETTARE DAVANTI ALLE BOMBE DI WASHINGTON, NON COSI’ LONTANE DA QUELLE CHE MOSCA SGANCIA SULL’UCRAINA?
Ha ragione il “New York Times”: l’attacco degli Stati uniti al Venezuela, con un bombardamento a
tappeto su Caracas e sui tre stati di Miranda, Aragua e La Guaira, è “poco saggio”.
Il quotidiano, a differenza di Trump e dei suoi scherani, ha buona memoria e innanzitutto ricorda come siano spesso finiti malissimo i tentativi degli americani, a suon di bombe, di imporre un regime change alle più disparate latitudini. L’esempio più drammatico porta all’Afghanistan, dove una guerra ventennale per cacciare i talebani, iniziata il 7 ottobre del 2001, si è conclusa nel 2021 con il frettoloso quanto imbarazzante ritiro dei soldati americani, mentre a Kabul proprio i redivivi talebani riprendevano il potere, tra lo sgomento della popolazione civile.
L’attacco su territorio venezuelano, con tanto di raid della Delta Force per prelevare nel sonno il presidente-dittatore Nicolas Maduro e sua moglie Cilia Flores, senza dubbio porta nelle casse di Trump alcuni risultati immediati.
E’ vero che senza Maduro a spadroneggiare a Caracas, Trump puo’ finalmente mettere le mani sul petrolio venezuelano, vera ragione dell’intervento militare di Washington (altro che lotta ai narcotrafficanti!). Tant’è vero che i raid americani si sono ben guardati dal colpire le strutture per la produzione e la raffinazione del petrolio della compagnia energetica statale venezuelana “Pdvsa”.
Non solo. Trump, avendo gli occhi ben puntati sui barili di oro nero, ha immediatamente rivendicato il “successo” dicendo chiaramente: “Ora gli Usa saranno fortemente coinvolti nell’industria petrolifera del Venezuela”. Poi ha rassicurato la Cina, uno dei principali acquirenti di greggio da Caracas, sulle future forniture, atteggiandosi a padroncino dei pozzi: “Ho buoni rapporti con Xi Jinping. Otterranno il petrolio”.
Inoltre, rimosso il detestato socialista Maduro, Trump potrebbe piazzare alla guida del Venezuela la sua fan e alleata Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace 2025 (anche se l’ha prima “lanciata” dicendo “Valuteremo se potrà guidare il paese” e poi l’ha affossata: “Non ha il sostegno per guidare il Venezuela”).
Con Javier Milei in Argentina e un leader amico in Venezuela, prende forma la trumpizzazione del Sudamerica, realizzando di sponda la mai dimenticata Dottrina Monroe, enunciata nel 1823 dal presidente James Monroe. Una delle più note linee-guida della politica estera statunitense, la Dottrina Monroe rivendicava l’influenza statunitense nella regione americana, così come la successiva “diplomazia delle cannoniere” vista sotto Theodore Roosevelt all’inizio del Novecento.Come spiega L’Ansa: “Si tratta di due pilastri storici dell’espansionismo e dell’interventismo Usa in America latina. La Dottrina Monroe nacque in un contesto in cui molte colonie latinoamericane stavano ottenendo l’indipendenza dalle potenze europee.
Il principio cardine era sintetizzato nello slogan “l’America agli americani”: gli Stati Uniti si arrogavano il diritto di considerare l’intero emisfero occidentale come una propria sfera d’influenza, avvertendo le potenze europee che qualsiasi tentativo di intervento o di ricolonizzazione sarebbe stato considerato un atto ostile. Formalmente presentata come una dottrina difensiva, essa divenne nel tempo uno strumento ideologico per giustificare
l’ingerenza statunitense negli affari interni dei Paesi latinoamericani”.
E fin qui, solo rose. Poi ci sono le spine.
A ogni azione, segue una reazione. E ogni evento in politica internazionale ha un orizzonte sconosciuto al presente: va letto con una profondità che sfida la cronaca e guarda alla storia. Se il “New York Times”, nella sua analisi, ha giudicato l’attacco al regime di Maduro come “poco saggio”, una ragione c’è e il quotidiano argomenta con chiarezza: “Procedendo senza alcuna legittimità internazionale, autorità legale valida o sostegno interno, Trump rischia di fornire giustificazioni agli autoritari in Cina, Russia e altrove che vogliono dominare i propri vicini”.
Se gli Stati uniti bombardano il Venezuela, in barba al diritto internazionale, come può l’Occidente collettivo che fa capo a Washington opporsi all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia o a quella, spesso evocata, di Taiwan da parte della Cina? La forma è sostanza e le scorribande americane, di cui sono pieni il Novecento e gli ultimi decenni, sono già da tempo il più solido argomento con cui dittature e teocrazie lamentano il “doppio standard” degli occidentali.
In questo caso, al di là delle prevedibili dichiarazioni di biasimo, Mosca e Pechino sotto sotto godono. Putin e Xi gongolano per l’unilateralismo muscolare di Trump: è la migliore legittimazione alle loro ambizioni, presenti e future.
E non è da escludere, come immaginato da alcuni analisti, che l’assalto al Venezuela da parte degli States rientri in un più ampio accordo di spartizione del mondo. Una sorta di “Yalta a mano armata” in cui Trump prende Caracas e il suo petrolio,
Putin si vede assegnare il 20% dell’Ucraina e Xi Jinping puo’ papparsi la riottosa isola di Taiwan, con i suoi microchip e la sua posizione strategica per il controllo delle rotte nell’Indo-Pacifico.
Come rivelato da Daniele Ruvinetti su “la Verità” lo scorso 23 novembre: “Con il vertice di Anchorage (Alaska) del 15 agosto tra Trump e Putin c’è stata un’evoluzione di quello che era successo a giugno. Sul piatto è entrata anche la questione venezuelana con Trump che, nella sostanza, ha chiesto a Putin di non intralciarlo nelle operazioni contro i narcotrafficanti e contro Maduro. Ricordiamoci che quando Obama aveva provato a mettere pressioni sul presidente venezuelano, era stato lo stesso Putin a intervenire”.
(da Dagoreport)
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Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“SE PER TRUMP E’ GIUSTO ATTACCARE IL VENEZUELA CON CHE CORAGGIO CRITICHIAMO PUTIN PER L’INVASIONE DELL’UCRAINA?”… “GLI AMERICANI SONO DISGUSTATI DA TRUMP”
Marjorie Taylor Green ha attaccato il presidente americano Donald Trump per l’operazione in Venezuela. “Rimuovere Maduro è una chiara mossa per il controllo sulle forniture di petrolio venezuelane”, ha scritto su X e servirà per “la prossima
ovvia guerra di cambio di regime in Iran”. L’ex ultrà Maga ha poi sottolineato il doppio standard di Trump. “Perchè è giusto che l’America invada, bombardi e arresti un leader straniero, ma la Russia è malvagia se invade l’Ucraina e la Cina è un male se aggredisce Taiwan? Va bene solo se lo facciamo noi?”, ha chiesto. “Gli americani sono disgustati per l’aggressione militare senza fine del nostro governo e il sostegno alle guerre straniere perchè siamo costretti a pagarli”, ha sottolineato. “Molti in Maga pensavano di aver votato per mettere fine a tutto questo. Ragazzi, quanto ci siamo sbagliati”, ha aggiunto.
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Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LA SPACCONATA FINALE DI DONALD TRUMP, CHE TRA LE RIGHE MINACCIA NUOVI RAID: “ORA IL PRESIDENTE DELLA COLOMBIA, GUSTAVO PETRO, DOVREBBE GUARDARSI IL CULO…”
L’attacco Usa in Venezuela e’ stato un “assalto spettacolare mai visto dalla seconda guerra
mondiale”, condotto “nei cieli, via terra e via mare”: lo ha detto Donald Trump tenendo una conferenza stampa a Mar-a-Lago e paragonando il blitz alle operazioni contro Soleimani, al Bagdhadi e gli impianti nucleari iraniani.
“Gestiremo il Paese fino a quando potremo farlo”, in attesa di una transizione “sicura”: lo ha detto Donald Trump tenendo una conferenza stampa a Mar-a-Lago.
Gli Stati Uniti sono “pronti a lanciare un secondo attacco più importante, se necessario”: lo ha detto Donald Trump tenendo una conferenza stampa a Mar-a-Lago.
Le compagnie petrolifere americane si insedieranno in Venezuela: lo ha detto Donald Trump tenendo una conferenza stampa a Mar-a-Lago.
L’embargo su tutto il petrolio venezuelano rimane pienamente in vigore: lo ha detto Donald Trump tenendo una conferenza stampa a Mar-a-Lago.
Donald Trump ha citato la Dottrina Monroe per giustificare l’attacco Usa in Venezuela, sostenendo che era stata dimenticata ma ora e’ stata aggiornata.
Il presidente della Colombia dovrebbe “guardarsi il didietro”: lo ha detto Donald Trump rispondendo ai reporter.
L’operazione in Venezuela ha coinvolto più di 150 velivoli: lo ha detto il capo dello stato maggiore congiunto Usa Dan Caine in una conferenza stampa a Mar-a-Lago, parlando dopo il capo del Pentagono e il presidente,
Con l’operazione in Venezuela “i nostri avversari sono allertati”. Lo ha detto il capo del Pentagono Pete Hegseth, sottolineando che “Nicolas Maduro ha avuto la sua chance, così come l’Iran, finché non l’ha avuta più”. “Trump è serio nel fermare il flusso di droga”, ha aggiunto Hegseth.
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