Giugno 15th, 2026 Riccardo Fucile
ORA SI APRE UN LUNGO NEGOZIATO SUL NUCLEARE, E IN BASE A IMPEGNI VAGHI E GENERICI, GLI AYATOLLAH OTTENGONO SOLDI (12 MILIARDI SBLOCCATI), IL POTERE DI APRIRE E CHIUDERE LO STRETTO DI HORMUZ, E NON SI TOCCANO I MISSILI DI HEZBOLLAH
Tra Washington e Teheran ci sono sette ore e trenta di differenza e, alla fine, dopo la mezzanotte iraniana, gli uomini della Repubblica islamica hanno firmato l’accordo. Lo conferma la tv di Stato: «Li abbiamo costretti ad accettare». E, in effetti, in Iran, è «il giorno dopo i bombardamenti su Beirut».
Trump sognava di mettere il suo nome e cognome sotto quel foglio nella data del suo ottantesimo compleanno, e alla fine ce l’ha fatta. «Senza i raid sul Libano magari ci saremmo arrivati anche prima», dice la fonte.
A Teheran, almeno in pubblico, la narrativa è chiara. La pace, dicono, la vogliono entrambi, Washington e la Repubblica islamica. A far ballare il tavolo è sempre il premier israeliano.
La fonte lascia cadere una frase che è un paradosso: «Finirà che sarà Trump a fare da mediatore tra noi e Israele». Una battuta che, incredibilmente, si avvicina a ciò che spera lo stesso Netanyahu, che vorrebbe avere le mani libere e non farsi comandare dalla Casa Bianca.
Nemmeno il tempo di inviare la firma, che la retorica della vittoria è già in moto: «Il nemico, che ha attaccato per perseguire i suoi scopi malvagi, ha visto tutti i suoi obiettivi vanificati e l’Iran ha conseguito grandi vittorie», scrive Kazem Gharibabadi , viceministro degli Esteri.
E l’agenzia Fars, vicina ai pasdaran, racconta come è andata: «Dopo l’attacco a Beirut, l’Iran ha annullato i negoziati e si era preparato per un raid contro il regime sionista, ma con le concessioni dell’ultimo minuto di Trump — tra cui la preservazione dell’integrità territoriale del Libano, il ritiro di Israele dal confine libanese e l’immediata revoca dell’assedio — è stato persuaso a rinunciare all’attuazione dell’attacco».
Intanto, sui social qualcuno ride e applaude. Vengono rilanciati i post in cui Trump richiama all’ordine Netanyahu, e piacciono soprattutto le parolacce con cui il presidente americano si rivolge all’alleato.
In mezzo a queste onde, navigano i tre moschettieri della diplomazia di Teheran — Mohammad Ghalibaf, Abbas Araghchi e Masoud Pezeshkian — che hanno provato con qualunque mezzo a chiudere la prima fase dell’intesa. Hanno trattato nonostante i missili israeliani e sotto il fuoco amico dei falchi interni, che ce l’hanno messa tutta per far deragliare il processo. Ieri, gli oltranzisti in piazza invocavano l’esecuzione di Araghchi, accusandolo di debolezza. In Iran, gli slogan hanno molta importanza. In quella piazza si gridava «Morte ad Araghchi» .
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL GANGSTER DI MAR-A-LAGO HA AVUTO LA BELLA IDEA DI TRASFORMARE IL PRATO SUD DELLA RESIDENZA PRESIDENZIALE USA NEL SUO PARCO GIOCHI PRIVATO, CON UN OTTAGONO CIRCONDATO DA UNA GIGANTESCA ARCATA D’ACCIAIO, SPETTACOLI DI LUCI E PERSINO DEI JET MILITARI CHE HANNO SORVOLATO L’EVENTO (COSTATO LA BELLEZZA DI 60 MILIONI DI DOLLARI)
Donald Trump ha festeggiato i suoi 80 anni ieri con uno spettacolo — un tempo impensabile —
di arti marziali miste in una gabbia ottagonale sul prato della Casa Bianca. Mentre i critici del presidente inorridiscono e lo considerano un altro assalto alla dignità dell’istituzione, dopo l’abbattimento della East Wing per far spazio a una sala da ballo dal costo di 400 milioni di dollari, Trump scommette su questo show come un modo per sovvertire le consuetudini ed energizzare i suoi sostenitori, in un momento di difficoltà a causa dei prezzi in salita e della guerra in Iran.
Trump l’ha legato alle celebrazioni di questi mesi per il 250esimo anniversario dell’indipendenza americana. Questo sport rispecchia il suo stile politico. «C’è gente che è capace di prendersi un pugno e gente che non lo è — ha detto il presidente qualche giorno fa —. E nella vita è sempre meglio se sei in grado di farlo».
Questa settimana la dura realtà della politica, però, ha minacciato di offuscare i festeggiamenti. Trump è intrappolato in una guerra impopolare, nonostante assicuri da settimane che sia vicina alla fine. I prezzi della benzina restano alti, si teme per l’inflazione. Quando un accordo con l’Iran sembra vicino, Netanyahu gli ha fatto il bel regalo di bombardare l’Hezbollah. Un giudice nel frattempo ha fatto rimuovere il nome «Donald Trump», affisso accanto a quello di Jfk dalla facciata del Kennedy center. Al Congresso alcuni repubblicani hanno cominciato a sfidare il presidente. I sondaggi hanno visto la sua popolarità crollare.
C’è un calo di supporto anche tra i giovani maschi, una fascia demografica chiave tra i fan di arti marziali miste e un gruppo che ha aiutato Trump a vincere nel 2024.La Costituzione gli vieta di candidarsi di nuovo, ma ogni tanto scherza che potrebbe farlo. E questo nonostante un sondaggio di Washington Post / Abc / Ipsos dica che meno della metà degli americani crede che abbia la lucidità mentale e la salute fisica necessari per la presidenza. Si è sottoposto a quattro esami medici in questo mandato: il verdetto del dottore della Casa Bianca è «salute eccellente». Un suo ex medico dice che «la sua forza e concentrazione sono eccezionali e visibili a
tutti» e che quei sondaggi sono diffusi da media che odiano Trump mentre nascosero il declino mentale di Biden.
Mentre i camerieri apparecchiavano i tavoli per il pranzo del compleanno e i lottatori si preparavano a salire nella gabbia tra 4.000 invitati urlanti, ieri pomeriggio il presidente insisteva: l’accordo con l’Iran verrà firmato «in un paio d’ore». Nessuno sapeva se crederci o meno. Cinque ore dopo, verso le 17:30 di Washington il premier pachistano ha annunciato che la firma ufficiale sarà il 19 giugno in Svizzera, mentre Trump ha twittato che l’accordo «è ora completo», autorizzando «immediatamente» la riapertura dello Stretto di Hormuz, prima di godersi la festa di compleanno.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 15th, 2026 Riccardo Fucile
L’ACCORDO PER HORMUZ E IL NUCLEARE, L’IMPEGNO SUL LIBANO, L’ALLENTAMENTO DELLE SANZIONI
Ci sono 12 miliardi di buone ragioni per Teheran per raggiungere un accordo con gli Usa per la fine della Guerra del Golfo. Lo ha confermato l’agenzia di stampa Mehr, che ha pubblicato il testo presentato come un protocollo d’intesa tra Iran e Stati Uniti. Sottolineando come nel documento sia prevista l’immediata disponibilità di 12 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati. «La metà di questa somma dovrà essere messa a disposizione dell’Iran prima dell’inizio dei negoziati», precisa il testo. In Israele intanto in molti criticano Benjamin Netanyahu. «Inaccettabile un’intesa che limiti le nostre manovre per garantire la sicurezza», commenta la ministra Orit Strock, eletta nell’(ex) alleanza tra tra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir.
L’accordo di pace tra Iran e Usa
L’accordo interrompe il blocco statunitense contro l’Iran e riapre lo stretto di Hormuz. I mercati hanno reagito facendo crollare i prezzi del petrolio. Ed è stato annunciato in pompa magna da Donald Trump. «L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è ora completo», ha scritto il presidente degli Stati Uniti. Avvertendo nella notte che se non verrà rispettato gli Usa sono pronti a riprendere i bombardamenti. Il memorandum d’intesa dovrebbe essere firmato ufficialmente venerdì 19 giugno in Svizzera. Sharif ha affermato in un post su X che il patto prevede «la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano». Il Libano è stato un punto critico nei negoziati, con Israele e Hezbollah che nelle ultime settimane hanno ignorato gli appelli di Trump e di altri a cessare gli attacchi reciproci.
Il cessate il fuoco
Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha dichiarato che un accordo più ampio sarebbe stato negoziato durante un periodo di cessate il fuoco di 60 giorni, che avrebbe incluso l’allentamento delle sanzioni contro l’Iran. Anche il destino del programma nucleare iraniano sarà affrontato in questi successivi colloqui, secondo quanto riferito in precedenza a Reuters da alcune fonti. Israele ha accolto l’annuncio con un silenzio significativo. «Navi del mondo, accendete motori. Che il petrolio scorra!», ha scritto Trump. L’ex portavoce del Dipartimento di Stato durante l’amministrazione Biden Matthew Miller ha affermato che Trump ha fatto importanti concessioni all’Iran:« Non abbiamo alcuna garanzia che il programma nucleare verrà mai affrontato. Ma l’Iran ha dimostrato al mondo di poter prendere in ostaggio l’economia globale. E ottenere qualcosa in cambio dagli Stati Uniti».
Un peso politico
Ma la guerra con l’Iran era diventata un peso politico in patria per Trump e i repubblicani al Congresso, con i sondaggi d’opinione che mostravano una profonda frustrazione tra gli americani per l’aumento dei prezzi della benzina in vista delle elezioni di medio termine di novembre. Durante il suo primo mandato, Trump ritirò gli Stati Uniti dall’accordo multilaterale con l’Iran del 2015, negoziato dal presidente democratico Barack Obama. Che prevedeva la revoca delle sanzioni contro Teheran in cambio di limitazioni al suo programma nucleare, comprese le ispezioni internazionali. L’Iran rispose intensificando l’arricchimento dell’uranio e producendo oltre 400 kg di materiale con una purezza prossima a quella necessaria per la costruzione di bombe atomiche. Il destino finale di quell’uranio sarà probabilmente un punto chiave dei negoziati nei prossimi colloqui.
L’accordo è stato siglato nonostante l’attacco israeliano al Libano di domenica, che ha suscitato critiche sia da parte dell’Iran che di Trump. Il premier Netanyahu si è trovato in disaccordo con Trump sulle richieste americane affinché Israele limiti le sue azioni militari in Libano per consentire agli Stati Uniti di raggiungere un accordo con l’Iran. Israele ha affermato che manterrà la libertà di operare in Libano, mentre l’Iran ha posto il cessate il fuoco totale in Libano come una componente importante delle sue richieste. Domenica, Trump ha aggiornato Netanyahu sui progressi verso un accordo di pace durante una telefonata, secondo quanto riportato dall’emittente israeliana N12, che cita un alto funzionario.
Un tipo difficile
In un’intervista al New York Times Trump ha definito Netanyahu «un tipo molto difficile». E ha sostenuto che il leader israeliano dovrebbe ringraziarlo per aver salvato Israele da un Iran dotato di armi nucleari. Ma in Israele a breve ci sono le
elezioni. E pochi tra i suoi leader, spiega il Corriere della Sera, pensano che l’intesa sia accettabile. Al limite in molti ammettono che vada presa così com’è perché è l’amico Trump a imporla. Come ha spiegato Naftali Bennett, in un’intervista alla testata digitale Times of Israel: «L’approccio di Netanyahu è tutto sbagliato. Non possiamo permetterci conflitti prolungati su più fronti».
La dottrina della piovra
Il principale candidato a scalzare Bibi dalla poltrona di primo ministro nelle elezioni previste in autunno propone invece la «Dottrina della Piovra»: «Un piano da sviluppare in più anni su più livelli per accelerare il collasso del corrotto, vecchio, incompetente regime islamico».
Yair Lapid ripete che «non sarà l’ultimo scontro con l’Iran perché l’accordo è dannoso per noi e per la regione». Avigdor Lieberman, che di Netanyahu è stato ministro della Difesa e se n’è andato nel 2018 proprio perché riteneva che il premier fosse troppo «morbido» con Hamas, parla sui social media di «vittoria totale degli ayatollah». Riprendendo uno slogan del primo ministro che l’aveva promessa contro Hamas, Hezbollah e l’Iran.
Lieberman fa parte del blocco che vuole «licenziarlo» dopo quasi un ventennio al vertice. Pure Yair Golan, l’ex generale che ancora accenna alla pace con i palestinesi, giudica il patto con Teheran peggiore di quello ottenuto da Obama nel 2015. «Dobbiamo chiederci come ci abbia potuto portare a un punto così basso».
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 15th, 2026 Riccardo Fucile
DAZI, GUERRE, SOVRAPRODUZIONE: IL MERCATO E’ SATURO E CROLLA IL PREZZO DELL’UVA
Alle sette di venerdì sera Sandro Vico sta ancora trinciando tra i filari nella sua vigna a Castel
Boglione, nell’Astigiano. «Ho 66 anni, lavoro questa terra da quando ne avevo 14. Mio padre ci ha passato la vita, mio nonno pure e così il mio bisnonno. Mio figlio ha deciso di fare altro e non lo biasimo: perché mai dovrebbe lavorare in perdita e indebitarsi?».
Dopo anni di tumultuosa espansione il vino piemontese – e non solo – arranca. Sembrava una crescita inarrestabile e illimitata. Ora non sono in pochi a chiedersi se stia per esplodere una bolla. È successo tutto in pochi mesi: i dazi americani hanno colpito il primo mercato d’esportazione, con la Russia si lavora sempre meno, chi scommetteva sul Medio Oriente fronteggia un’altra guerra. In generale il mercato è saturo: le cantine sono piene, i magazzini anche. Per chi produce i costi sono lievitati: gasolio, energia, fertilizzanti. Una sequenza di fattori che ha fatto emergere storture celate nell’epoca del boom.
Sandro Vico coltiva uve destinate a moscato, brachetto, chardonnay, barbera, dolcetto. Le raccoglie e le vende a chi imbottiglia. «Stiamo lavorando in perdita, il 20-30%. Ci stiamo mangiando quanto messo da parte in anni».
Dal suo ufficio di Alba, dove da 25 anni commercia vini, Paolo Repetto si è fatto un’idea piuttosto chiara: «Attraversiamo una fase di forte rallentamento dal punto di vista commerciale. Le cantine – dei bevitori e dei produttori – sono piene. Tanti nodi stanno venendo al pettine a cominciare dall’eccesso di offerta: troppi produttori. E bottiglie vendute a prezzi eccessivi». Una sorta di ingordigia collettiva, spinta dalle moltitudini di visitatori sulle colline Unesco (1,6 milioni lo scorso anno), da un’abile strategia di marketing capace di attrarre turisti ad altissima capacità di spesa su cui edificare un modello di business: resort di lusso, esperienze esclusive, prezzi sostenuti. Ma ora che il mercato non promette più crescita illimitata tutti tirano il freno. E il sistema si è inceppato.
Prezzi dell’uva in caduta libera
A cominciare dalla base, i prezzi dell’uva, che dovrebbero tenere a galla i 33 mila produttori piemontesi. Tre anni fa un chilo d’uva destinato a diventare barolo veniva pagato fino a 4,30 euro al produttore; l’ultimo dato disponibile dice 2,70 euro al chilo. La barbera d’Alba è passata da 1,72 a 1,18 euro. L’uva da nebbiolo ha dimezzato il proprio valore: da 2,09 a 1,05 euro al chilo. Quella per vini meno pregiati ma molto diffusi, dalla barbera d’Asti al dolcetto al grignolino, non vale quasi più nulla: da 50 a 70 centesimo al chilo; appena tre anni fa veniva pagata intorno all’euro. Stesso discorso per il vino sfuso che i piccoli produttori vendono a chi imbottiglia: «In Langa nebbiolo o barbera si vendevano all’ingrosso a 2-2,50 litro. Sono scesi a 1-1,20», spiega Alessio Povero che guida l’azienda di famiglia, una realtà medio grande del Roero – a cavallo tra Langhe e Monferrato – arrivata alla quarta generazione. Producono, imbottigliano, vendono. «Se sei bravo nella gestione, con l’uva pagata da 1,20 euro in su al chilo riesci a stare a galla. Ma ora siamo sotto su quasi tutte le tipologie e quest’anno i prezzi scenderanno ancora perché il mercato è saturo. I produttori sono i primi a essere colpiti: se non hanno liquidità bastano un paio d’annate così per dare il giro. Chi come noi gestisce tutto il processo ha margini maggiori».
Se il mercato è fermo non si riduce solo il prezzo dell’uva ma prima ancora i volumi complessivi. «Chi negli anni scorsi comprava uva per aumentare la produzione ha smesso», spiega Povero. Altro elemento: i tempi di pagamento. «A fine giugno riceverò i soldi che aspetto dallo scorso settembre», dice Sandro Vico, «ma nel frattempo le spese corrono e nessuno le dilaziona o le sospende».
Dai suoi terreni a Serralunga d’Alba, una delle patrie del barolo, Enrico Rivetto assiste con disincanto al processo in corso: «Chi ha quasi cinquant’anni come me ha visto solo boom ed espansione. Hanno piantato vigneti ovunque, senza pensare che fosse necessario darsi dei limiti». Nella Langa è considerato un produttore illuminato: niente agricoltura intensiva, alternanza di vigna, a bosco e altre coltivazioni. «Negli ultimi anni molte cantine sono state organizzate come se a ogni annata si potessero vendere tutte le bottiglie prodotte. Quando si sono ritrovate dell’invenduto hanno cominciato a svendere pur di liberarsene. E poi a ridurre l’acquisto di uva, disdire i contratti con i produttori, evitare di acquistare nuovi terreni. Non credo siamo entrati in crisi, di sicuro in una fase di inevitabile riequilibrio».
Qualche giorno fa gli hanno offerto di acquistare un vigneto. «Bellissimo. Ho chiesto perché a me. Mi hanno risposto che i miei vicini, aziende molto più grandi, non sono interessati». Se c’è troppo vino in circolazione difficile che qualcuno voglia produrne di più.
I costi dei terreni alle stelle
Dal 2010 a oggi il valore dei terreni adibiti a vigneto ha vissuto una corsa forsennata. Secondo i valori agricoli medi dell’Agenzia delle Entrate e le stime del mercato fondiario del Crea (il Consiglio per la ricerca in agricoltura) un ettaro di vigna nelle Langhe può arrivare a 220 mila euro; dieci anni fa la quotazione media
era 130 mila euro. Il valore dei terreni nella Langa monregalese è cresciuto del 20% dal 2010, nell’alto Monferrato alessandrino è quasi raddoppiato, nel medio Bormida dove si impianta uva da moscato è triplicato. Sulle colline del Gavi si è passati da 20-30 mila euro per ettaro a oltre 80 mila. «La terra è diventata un asset finanziario», riflette Rivetto, «però ora le compravendite sono pochissime. E i prezzi stanno scendendo». Il valore del terreno è arrivato a riflettere la sua rarità, il prestigio della denominazione, l’aspettativa di rivalutazione più che la redditività agricola.
Barolo e dintorni giocano un campionato a parte, riservato quasi esclusivamente a fondi di investimento e magnati. Eppure anche qui un riequilibrio è in corso: «Fino a un anno fa un ettaro di vigneto partiva da un milione, in alcune zone si arrivava a 2,5; adesso si parte da 6-700 mila euro. Valori comunque fuori da qualsiasi logica economica o agricola», ragiona Paolo Repetto. Quanti anni ci vogliono per rientrare dell’investimento iniziale? E chi se lo può permettere?
Il discorso, a maggior ragione, vale per chi lavora nelle zone meno “nobili” e coltiva uve meno pregiate senza imbottigliare e vendere direttamente. Se il costo di gestione di un ettaro di vigneto si aggira sui 15-16 mila euro l’anno, coltivare uva da nebbiolo oggi rende meno di 10 mila euro. Discorso analogo per tutti gli altri vini. Barolo escluso: si ricava sui 22 mila euro a ettaro, sopra i costi di gestione ma molto al di sotto dei 34 mila di appena tre anni fa.
«Non pensavo di arricchirmi a lavorare la terra, ma nemmeno di rimetterci», dice Sandro Vico. La base della piramide sta lavorando in perdita. E trema. La cima no, ma il sistema non è più in equilibrio e le conseguenze si potrebbero avvertire anche in alto.
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 15th, 2026 Riccardo Fucile
PERCHE’ E’ UNA GRANDE FINZIONE
L’aumento del prezzo dei carburanti non era un’emergenza prevista a bilancio, quindi i soldi che servono per gli interventi sulle accise bisogna pur andarli a prendere da qualche parte, visto che in fondo al barile non c’è più nulla. E allora: via 80 milioni alla Sanità, via 50 milioni a istruzione e ricerca, tagli agli investimenti per il trasporto pubblico locale, al fondo per l’automotive, ecc. E siccome la crisi perdura, Meloni ha chiesto a Bruxelles il via libera all’aumento del nostro debito pubblico per alleggerire le bollette elettriche.
Autorizzazione concessa, ma solo per ridurre la dipendenza dal gas; però il governo fa finta di nulla e, pertanto, continueranno a usufruire dello sconto sui carburanti anche i benestanti e tutti coloro grazie ai quali il barile è sempre vuoto.
Loro, i ladri, si prendono i vantaggi e i servizi pagati con le tasse versate soprattutto da dipendenti e pensionati. Non solo: fra i 29,9 milioni di persone che nel 2025 hanno chiesto la Dichiarazione Sostitutiva Unica per accedere a bonus e agevolazioni (sconti su bolletta elettrica, sulle tasse universitarie dei figli, servizi sociosanitari, ecc), insieme ai poveri veri, ci sono anche i poveri finti. Un vizio antico del quale non ci siamo mai vergognati; al contrario è un obiettivo che viene meticolosamente perseguito.
Prendiamo gli ultimi 10 anni: nel 2015 l’evasione stimata dal Mef di Irpef, Ires, Irap, Iva, Imu e contributi Inps ammontava a 106 miliardi di euro, nel 2019 a 103, nel 2022 a 100 e nel 2023, ultimo dato disponibile (e primo anno del governo Meloni) a 110
2015-2025: soldi recuperati
Per impedire a monte questa gigantesca evasione, è stato introdotto nel 2019 l’obbligo di fatturazione elettronica e questo ha dimezzato le possibilità di frodi: il divario fra l’Iva teoricamente esigibile e quella riscossa è passato dai 35 miliardi annui ai 18 miliardi.
Sul fronte del contrasto, con la legge di stabilità del 2015 sono state introdotte le lettere di conformità (compliance) inviate dall’Agenzia delle Entrate ai contribuenti per segnalare irregolarità nelle dichiarazioni dei redditi, con l’invito a mettersi a posto. Anche questa procedura sta dando qualche risultato, come pure l’evoluzione tecnologica che ha reso più agevole l’incrocio e la verifica dei dati. Parallelamente ci sono le attività di accertamento e controllo, i cui effetti però si vedono anni dopo.
Se ora guardiamo i numeri relativi al recupero si vede che c’è un costante aumento: nel 2015 l’incasso totale è stato di 18,9 miliardi, nel 2016 salgono a 23,1, nel 2018 a 25. Negli anni del Covid scendono redditi, evasione e recupero, ma nel 2022 si torna a 25,1 miliardi, a 33,4 nel 2024, e nel 2025 il record di 36,2 miliardi.La presidente del Consiglio, lo scorso 25 marzo, ha celebrato l’incasso con queste parole: «È il dato più alto di sempre, oltre il 43 per cento in più rispetto al 2022, quando il governo si è insediato… sono risultati frutto di una visione chiara che il governo sta portando avanti fin dal primo giorno». Purtroppo non è così.
L’inganno dei numeri
Vediamo nel dettaglio cosa c’è in quei 36 miliardi: 7,2 miliardi riguardano l’incasso dell’Agenzia per conto dei comuni, regioni, ministeri, Inps; 6,9 miliardi si riferiscono all’esito degli accertamenti relativi alle dichiarazioni dal 2017 al 2022; poi ci sono 15,9 miliardi di versamenti dei contribuenti a seguito di un atto dell’Agenzia e 3,3 dopo la lettera di conformità. Di attribuibile all’attività di governo sono i 2,9 miliardi fra liti pendenti e rottamazione introdotta nel 2023: «Se paghi quello che dovevi dal 2000 al 2022 ti tolgo sanzioni e interessi». Quindi della «visione chiara che il governo sta portando avanti dal primo giorno» si è visto soltanto l’effetto della sanatoria, il resto è frutto dell’ordinaria attività e dell’efficacia di misure precedenti È invece alta la probabilità che nei prossimi anni, grazie alle nuove norme introdotte dal governo Meloni, il bottino sia più basso. Prima di vedere il perché, occorre capire come funziona il meccanismo dei controlli e accertamento in base ai tempi previsti dall’Agenzia delle Entrate.
Accertamento: come funziona
Sulla dichiarazione presentata nel 2024 e relativa ai redditi conseguiti nel 2023 partirà: 1) il controllo automatico entro il 31 dicembre 2026; 2) il controllo formale entro il 31 dicembre 2027 (accerta, in base all’analisi del rischio, se la dichiarazione corrisponde alla documentazione del contribuente incrociata con dati di enti terzi); 3) l’accertamento sostanziale entro il 31 dicembre 2028 (l’Agenzia contesta la dichiarazione e chiede il pagamento di un maggiore importo); 4) Infine entro il 31 dicembre 2030 scatta «l’omessa dichiarazione» a carico di chi non ha presentato la dichiarazione, oppure con un ritardo superiore ai 90 giorni. Pertanto quando parliamo di «recupero evasione», una parte consistente si riferisce sempre ad annualità risalenti dai 3 ai 7 anni precedenti e in base alle norme in vigore in quel periodo. E allora vediamo perché dal 2023 in poi si suppone che la tendenza al recupero sarà più bassa.
L’evasione legalizzata
Nel 2024 viene introdotto il concordato preventivo biennale (qui): una delle misure bandiera della riforma fiscale varata dal governo. In pratica l’Agenzia ti informa che in base ai loro calcoli sei fuori parametro: dichiari 30, ma dovresti dichiarare 50. Se aderisci, su quei 20 in più pagherai un’imposta compresa fra il 10 e il 15% (a seconda del tuo grado di affidabilità) e sui 5 anni precedenti e i 2 successivi difficilmente scatteranno controlli e verifiche. Lo sconto prevede un limite: la differenza fra quanto dichiarato e quanto dovresti non deve superare gli 85 mila euro, sui quali pagherai al massimo un’imposta del 15%.
Un sistema che può generare due distorsioni: da una parte chi consegue redditi superiori rispetto a quelli concordati non li dichiarerà, dall’altra se è tassato sulla base di un reddito predeterminato non ha alcun incentivo a produrre di più. Inoltre la data stabilita per l’adesione al concordato è il 30 settembre, e questo consente di fare due calcoli di convenienza.
Una norma che può tradursi in una forma di evasione legalizzata o, più correttamente, in una sottotassazione consentita poiché il contribuente beneficia di un’imposizione inferiore rispetto al proprio reddito. Quindi pochi, maledetti e subito e pazienza se si tradisce il principio costituzionale che è quello di pagare in base alla reale capacità contributiva.
Redditometro, ravvedimento e chirurgia estetica
ello stesso anno viene modificato il redditometro (qui), lo strumento che consente all’Agenzia delle Entrate di contestare un reddito basso rispetto allo stile di vita: automobili di lusso, imbarcazioni da diporto, viaggi in resort 5 stelle, rette per scuole e università private, etc. Con la modifica la contestazione è consentita solo se è pari ad almeno 10 volte il valore dell’assegno sociale. In pratica fino a 69.500 euro hai carta bianca. E anche oltre se il contribuente ha aderito al concordato preventivo.
È stata poi fatta una sanatoria per tutta l’attività svolta dai chirurghi estetici fino a dicembre 2023. La misura riguarda i chirurghi che non hanno pagato l’Iva dichiarando che le prestazioni servivano a curare una malattia, ma senza presentare l’attestazione medica. Il provvedimento ha bloccato le operazioni di recupero fiscale, le contestazioni avviate dall’Agenzia delle Entrate e cancellato i relativi contenziosi.
Nel 2025 due nuovi aiuti: 1) la modifica del ravvedimento operoso (qui). Fino all’anno prima, il contribuente che si accorgeva di aver fatto un errore nella dichiarazione e si affrettava a saldare il conto veniva esentato da sanzioni e interessi; ora non le pagherà anche se verserà il dovuto solo dopo aver ricevuto l’avviso da parte dell’Agenzia. In pratica la norma induce a pagare solo se ti beccano; 2) estensione della rottamazione anche al dovuto fino al 2023. E così si consolida il detto che a pagare c’è sempre tempo.
Conseguenze sul recupero
Gli effetti di queste norme, proposte come una semplificazione del sistema, secondo gli addetti ai lavori produrranno un minor incasso e diminuiranno la capacità di controllo. Infatti gli uffici dovranno svolgere una serie di nuove attività: dall’analisi preventiva dei dati fiscali all’elaborazione delle proposte di concordato, dalla gestione delle adesioni alle eventuali decadenze, interlocuzione con i contribuenti nella fase di contraddittorio anticipato, nonché trattazione di ravvedimenti anche in fase avanzata del procedimento. È vero che il reclutamento di personale è in aumento, ma di fatto gran parte delle risorse dovranno occuparsi più dell’attività amministrativa e meno di quella di controllo. Va infine aggiunto l’effetto perverso della flat tax che crea il motore perfetto per il nero.
I tributaristi concordano
A Palermo il 6 giugno la Camera degli Avvocati Tributaristi ha assegnato il «Premio legalità fiscale» al viceministro dell’Economia Maurizio Leo, che commenta: «Sono onorato di questo premio perché la legalità fiscale è la cifra della nostra riforma che abbiamo messo in campo». E cita i 4 assi portanti: certezza del diritto, semplificazione degli adempimenti, contrasto all’evasione e riduzione della pressione fiscale.
In effetti l’adempimento di presentare una dichiarazione dei redditi corretta è decisamente superato. Citare la certezza del diritto e il contrasto all’evasione, richiede un po’ di faccia tosta. E anche parlare di riduzione della pressione fiscale: il rapporto Istat fra tributi incassati e ricchezza prodotta (Pil) mostra che la pressione fiscale con questo governo è aumentata di un punto (qui).
Chi bara
«L’umiltà è una virtù stupenda, il guaio è che molti italiani la esercitano nella dichiarazione dei redditi» diceva Giulio Andreotti, uno che la sapeva lunga. L’analisi sui dati pubblicati dal Mef nel 2025 mostra che, rispetto alla congruità delle dichiarazioni, sono sotto soglia il 25% di studi medici e laboratori, il 37%
delle farmacie, il 48% dei dentisti, il 37% dei notai. Le attività di intermediazione e consulenza finanziaria e assicurativa: il 68% non raggiunge la sufficienza nei punteggi Isa e dichiara 125.000 euro contro i 568.000 di quelli con dichiarazioni attendibili. Gioiellerie: il 55% sostiene di guadagnare solo 28.000 euro. Il 58% dei balneari dichiara di vivere con 15.000 euro. Elettricisti e idraulici: quasi sei su dieci sono in odore di evasione. I titolari di ristoranti e bar presentano redditi medi da poco più di 15.000 euro (qui i dati).
Tutte queste categorie sotto soglia possono stare tranquille e per due ragioni. La prima: Meloni ha più volte dichiarato che intende combattere l’evasione vera, non quella presunta, ed essere fuori parametro è una presunzione e non una certezza. La seconda: le norme messe in campo suggeriscono che tentare di non pagare le tasse non ha nessuna conseguenza rispetto al pagarle in tempo, poiché si passa da una rottamazione all’altra (norma primaria articolo 1, commi da 82 a 101, della Legge n. 199/2025).
Milena Gabanelli
(da corriere.it)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 15th, 2026 Riccardo Fucile
A CONDIZIONE CHE IL GETTITO SIA DESTINATO A FINANZIARE SERVIZI PUBBLICI
Un italiano su due si dichiara favorevole all’introduzione di una tassa patrimoniale sui grandi
patrimoni, a condizione che il gettito venga destinato al finanziamento dei servizi pubblici. È quanto emerge dai dati raccolti da Only Numbers dove il 48,1% degli intervistati guarda con favore a questa ipotesi. Un dato che testimonia la crescente attenzione verso il tema della redistribuzione della ricchezza in un Paese in cui la percezione delle disuguaglianze patrimoniali resta particolarmente elevata.
L’analisi delle diverse fasce di reddito rivela un elemento interessante: tra i redditi più bassi e quelli più elevati emerge una convergenza di giudizio favorevole alla proposta, seppur motivata da ragioni differenti. Da un lato vi è l’aspettativa di beneficiare di maggiori risorse pubbliche e di interventi di sostegno; dall’altro si manifesta la volontà di contribuire, attraverso un maggiore prelievo fiscale, al finanziamento del bene comune. Il dato più significativo riguarda però il ceto medio, che si mostra la componente più scettica e contraria all’introduzione di una patrimoniale. A prevalere è il timore di finire tra i destinatari della misura senza sapere con chiarezza quali sarebbero soglie e criteri di applicazione. Una diffidenza che riflette il senso di vulnerabilità economica di una fascia della popolazione che, pur non considerandosi ricca, avverte il rischio di essere chiamata a sostenere un peso fiscale aggiuntivo.
Le differenze emergono con altrettanta chiarezza sul piano politico. Gli elettori dei partiti di maggioranza si mostrano prevalentemente contrari: il dissenso sfiora il 70,0% tra i sostenitori di Forza Italia e supera il 51,0% tra quelli di Fratelli d’Italia, mentre l’elettorato della Lega esprime posizioni più articolate. Sul versante delle opposizioni, invece, il consenso cresce in modo significativo: raggiunge il 100% tra
i simpatizzanti di Alleanza Verdi e Sinistra e il 71,1% tra quelli del Partito Democratico. Più sfumata la posizione degli elettori del Movimento 5 Stelle e di Italia Viva, che pur esprimendo una maggioranza favorevole mostrano un orientamento meno netto rispetto al tema. Tuttavia, il vero nodo emerge quando si passa dal principio generale ai dettagli concreti. Chi è favorevole alla patrimoniale ritiene in maggioranza che la tassazione debba scattare solo oltre il milione di euro di patrimonio. Il 25,3% vorrebbe invece abbassare la soglia a 500.000 euro, una posizione particolarmente diffusa tra gli elettori di Alleanza Verdi e Sinistra, del Movimento 5 Stelle e di Italia Viva.
La questione centrale resta però un’altra: quali patrimoni dovrebbero essere effettivamente coinvolti? I favorevoli alla misura indicano prevalentemente una tassazione che tenga conto del patrimonio complessivo (68,5%), sommando ricchezza immobiliare e finanziaria. Una scelta che punta a evitare disparità tra chi possiede grandi patrimoni sotto forma di immobili e chi invece concentra la propria ricchezza in investimenti finanziari. I critici sottolineano però la necessità di distinguere tra situazioni molto diverse. Una parte del patrimonio immobiliare italiano è composta da abitazioni ereditate, spesso possedute da pensionati o famiglie dai redditi modesti che già faticano a sostenere costi di gestione e manutenzione. Per questo il tema delle esenzioni e dei criteri di valutazione resta uno dei più controversi.
Tuttavia, il dibattito sulla patrimoniale non può limitarsi all’aspetto redistributivo. Il 63,7% degli intervistati individua, infatti, come principale rischio quello della fuga dei capitali e del trasferimento dei grandi patrimoni all’estero verso sistemi fiscali più vantaggiosi. Si tratta di una preoccupazione tutt’altro che teorica in un’economia globalizzata nella quale persone e capitali possono spostarsi con relativa facilità. Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più evidenti del dibattito italiano. Da una parte si propone di aumentare la pressione fiscale sui patrimoni accumulati da cittadini e imprese italiane; dall’altra, negli ultimi anni l’Italia ha adottato regimi particolarmente favorevoli per attrarre grandi patrimoni provenienti dall’estero, consentendo a soggetti molto facoltosi di trasferire la propria residenza fiscale nel nostro Paese pagando un’imposta forfettaria sui redditi
prodotti all’estero. La domanda, quindi, è inevitabile: è equo chiedere maggiori sacrifici ai patrimoni italiani mentre si offrono condizioni fiscali particolarmente vantaggiose a quelli stranieri? Se l’obiettivo è la giustizia fiscale, il principio dovrebbe essere uguale per tutti. Diversamente si rischia di trasmettere il messaggio che la ricchezza nazionale debba essere tassata maggiormente rispetto a quella importata dall’estero. Il tema della patrimoniale, dunque, non riguarda soltanto la quantità di tasse da pagare, ma soprattutto la coerenza del sistema fiscale. Qualunque scelta politica dovrà trovare un difficile equilibrio tra esigenze di equità sociale, competitività internazionale e capacità di trattenere nel Paese investimenti e capitali. Perché una tassazione percepita come ingiusta o incoerente rischia di produrre effetti opposti a quelli desiderati, riducendo la base imponibile anziché ampliarla e alimentando ulteriormente la sfiducia dei contribuenti nella politica nazionale.
Alessandra Ghisleri
(da La astampa.it)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA E’ CHE LA SINISTRA HA SMESSO DI ESSERE ASCOLTATA DALLE IMPRESE PER MANCANZA DI RISPOSTE CONVINCENTI
C’è uno spazio di manovra per il governo che l’opposizione si ostina a non vedere: Giorgia Meloni può permettersi di criticare con veemenza l’Unione europea senza apparire una leader di governo antisistema perché, in questo momento, è il principale punto di riferimento del mondo produttivo. Un tempo il centrosinistra di Letta, Renzi e Gentiloni rappresentava la voce affidabile ed europeista, oltre che riformista, per il mondo delle aziende. Poi le sirene del populismo hanno cantato anche nel campo progressista e negli ultimi anni, anche grazie alla stabilità governativa e dei conti pubblici, Giorgia Meloni ha monopolizzato la relazione con l’Italia industriale.
Non è una questione di egemonia culturale, ma una elementare capacità di rappresentanza degli interessi. Le imprese italiane, soprattutto quelle manifatturiere e orientate all’export, non sembrano trovare più nella sinistra un interlocutore credibile. Non lo trovano sul fisco, non lo trovano sulla semplificazione amministrativa, non lo trovano sulla politica industriale e nemmeno sull’energia. Trovano, piuttosto, un linguaggio incerto, spesso più incline a redistribuire le risorse che ad aiutare chi produce, più incline a regolamentare che a incentivare all’investimento produttivo.
In questo vuoto si è inserita Giorgia Meloni. La premier offre stabilità, promette un rapporto meno ostile con il fisco e, soprattutto, si propone come argine a un eccesso di regolazione europea percepito come penalizzante. Non serve molto altro, quando dall’altra parte manca un’offerta alternativa sulle politiche industriali e i soli programmi che emergono sono concentrati su diritti, welfare e tassa patrimoniale.
Il punto decisivo è che questa postura dura di Meloni contro la regolamentazione, come quella sulla riduzione delle emissioni, non si traduce in un problema complessivo di rapporto con Bruxelles. Anzi. Il governo italiano ha ottenuto risultati significativi proprio dentro il quadro europeo: dalla flessibilità sui migranti alle risorse del Pnrr, fino agli interventi sull’energia. Meloni non è più considerata una leader anti europea; ma una presidente del Consiglio che usa l’Europa come spazio negoziale e, al tempo stesso, come bersaglio politico selettivo.
Il Green Deal diventa così il terreno ideale dell’offensiva, poco importa che questa produca modesti risultati per il governo. Criticare le regole green significa parlare direttamente a un pezzo rilevante del sistema produttivo che vive la transizione ecologica come un vincolo più che come un’opportunità, almeno nel breve periodo. E qui il discorso si salda con un dato difficilmente contestabile: mentre l’Europa si è dotata di un impianto regolatorio ambizioso, Stati Uniti e Cina hanno puntato su massicce politiche industriali, meno condizionate da vincoli ambientali e pianificazione. Il risultato è una crescente percezione di svantaggio competitivo delle industrie europee.
Meloni intercetta e amplifica questa percezione, trasformandola in linea politica. Ma può farlo senza pagare il prezzo dell’isolamento perché non mette in discussione l’appartenenza europea: ne contesta, piuttosto, le modalità operative. È una strategia che funziona perché si colloca esattamente nello spazio lasciato scoperto dalla sinistra.
Qui sta il nodo. La sinistra non ha dapprima smesso di parlare di imprese; di seguito ha smesso di essere ascoltata dalle imprese. E non perché queste si siano improvvisamente spostate a destra, ma perché non ricevono risposte convincenti su ciò che considerano prioritario. Il risultato è una dinamica politica peculiare: una destra che governa beneficiando delle politiche europee e, al tempo stesso, costruisce consenso criticandone gli effetti più impopolari; una sinistra che difende l’impianto europeo ma non riesce a tradurlo in una proposta credibile per aiutare chi produce. Non è una contraddizione della prima, ma una debolezza della seconda.
Finché questo squilibrio persiste, Meloni potrà continuare a occupare una posizione che in altri contesti sarebbe insostenibile: europeista nei fatti, critica dell’Europa nel discorso pubblico; istituzionale nelle sedi negoziali europee, competitiva nella narrazione interna. È una sintesi fragile, ma politicamente efficace.
La vera anomalia, oggi, non è la strategia della destra. È l’assenza di una opposizione capace di contendere il rapporto con l’economia reale. E finché questo vuoto non verrà colmato, il baricentro del sistema politico ha buone possibilità di restare dove si trova.
(da editorialedomani.it)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 15th, 2026 Riccardo Fucile
COSI’ L’ITALIA LEGALIZZA LA CORRUZIONE
Gli intrecci nel porto di Genova. Venezia svenduta ai privati. La ‘ndrangheta nei cantieri
torinesi. La nuova terra dei fuochi toscana. Gli appalti romani sulla cybersicurezza. C’è un filo conduttore che tiene insieme tante inchieste italiane, che spesso invadono per qualche giorno le cronache nazionali, per poi morire lentamente su quelle locali. La corruzione contemporanea non passa più attraverso le mazzette. Si mimetizza con scambi e triangolazioni di favori, viene mascherata con consulenze, erogazioni liberali o incarichi, fatturata e giustificata. È difficile da comprendere, prima ancora che da provare. L’epicentro non sono quasi più i partiti, indeboliti dai tagli al finanziamento pubblico, ma singoli uomini politici, sempre più simili a lobbisti. Ma c’è un altro cambiamento epocale, che racconta un’Italia molto diversa da quella di Mani Pulite: la lotta ai reati contro la pubblica amministrazione è appesa al filo di una giurisprudenza (la cosiddetta “corruzione funzionale”), mentre il governo smonta leggi e reati, i pm sono costretti a combattere con armi sempre più spuntate un fenomeno via via più rarefatto. Le ipotesi corruttive evaporano nella grande zona grigia del conflitto di interessi.È questo il contesto che proviamo a raccontare nel libro “La repubblica delle mazzette”: la corruzione senza più tangenti, le tangenti senza più partiti, la magistratura senza più strumenti. È un viaggio che tocca tante città, un atlante che
messo insieme assomiglia a una Tangentopoli a pezzi. Si parte da Giovanni Toti, dalla politica che si era trasferita sullo yacht di un grande imprenditore portuale, che finanziava le campagne elettorali del presidente ligure in cambio di concessioni milionarie. La svalutazione delle dazioni genera spesso incredulità: a Bari bastavano 50 euro per comprare un voto; in Trentino un magnate che si era comprato mezza regione in cambio di favori trascurabili. A Venezia il sindaco-imprenditore Brugnaro è indagato in una vicenda che riguarda terreni di sua proprietà comprati a 5 milioni di euro che, se resi edificabili dalla sua giunta, sarebbero arrivati a un valore di 150.
Dal 2024 l’Italia ha cancellato l’abuso d’ufficio, una riforma voluta dal ministro Carlo Nordio, creando un vuoto di tutela enorme: non è più reato truccare un bando universitario, affidare un appalto a un parente, prendere una decisione contro le regole senza la prova di una corruzione. Poi è arrivato lo svuotamento del traffico di influenze, il reato contestato agli intermediari di affari opachi. Si sono poi aggiunte le limitazioni delle intercettazioni a 45 giorni e l’interrogatorio preventivo a chi sta per essere arrestato. Battaglie ammantate dalla bandiera nobile ma fuorviante del garantismo, e che invece mirano a colpire anche al diritto di cronaca. Per non disturbare il manovratore occorre colpire giudici e giornalisti, chi fa le indagini e chi le racconta. La vittoria del No al referendum costituzionale ha in parte rallentato questo processo di accentramento di poteri nelle mani del governo, ma non lo ha arrestato. Il risultato rischia di essere una democrazia fragile, che non riesce a punire comportamenti dannosi per la collettività e un’opinione pubblica poco informata.
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 15th, 2026 Riccardo Fucile
RESPINTA A PALAZZO MADAMA INTERROGAZIONE. IL MOTIVO? NON SI PARLA DEL PRESIDENTE DEL SENATO
Vietato nominare Ignazio La Russa. Pena la bocciatura dell’atto parlamentare. Al Senato non si può menzionare il presidente dell’Aula nelle interrogazioni parlamentari. Gli uffici di Palazzo Madama, secondo quanto hanno riferito a Domani, hanno addotto come motivazione una prassi per cui la seconda carica dello Stato non può essere nemmeno citata negli atti di sindacato ispettivo.
Il destinatario del messaggio è il senatore del Movimento 5 stelle, Mario Turco, che ha presentato un’interrogazione, a partire dall’articolo pubblicato da questo giornale sulle consulenze legali (per un totale di 90mila euro in tre anni) affidate dall’Enel all’avvocata Matilde Raspagliesi, nipote di Ignazio La Russa e collaboratrice dello studio La Russa (oggi gestito dal figlio Geronimo).
Nel caso specifico la società pubblica ha spiegato di aver assegnato gli incarichi alla professionista, senza alcun rapporto con lo studio. Turco, nell’esercizio delle proprie prerogative parlamentari, ha cercato informazioni aggiuntive dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in quanto responsabile del Mef, azionista nelle partecipate statali. L’esponente dei 5 stelle ha chiesto, tra le varie cose, se Raspagliesi abbia ricevuto «incarichi professionali, consulenze o affidamenti anche da parte di altre società pubbliche, controllate o partecipate direttamente o indirettamente dallo Stato». Quindi «in caso affermativo, quali siano tali società, la natura e il numero degli incarichi conferiti, gli importi riconosciuti, le modalità di selezione adottate».
La richiesta di Turco è stata rimandata al mittente dagli uffici preposti. Il motivo? Non ci sono precedenti del genere con interrogazioni a Palazzo Madama che trattano (anche) questioni relative al presidente del Senato. Una situazione determinata dalla specificità del caso: le attività professionali della famiglia della seconda carica dello Stato e l’eventuale rapporto con società pubbliche dei suoi familiari.
Uno scenario che, fanno notare nei corridoi parlamentari, non era mai accaduto in precedenza. Il risultato è che l’interrogazione non è stata depositata. A meno che non venga eliminato il nome di Ignazio La Russa. Alla Camera, invece, non ci sono stati problemi a depositare l’atto firmato dal deputato dei 5 stelle, Alfonso Colucci, che ricalca i contenuti dell’interrogazione scritta da Turco. A Montecitorio non vige il divieto di nominare La Russa.
(da editorialedomani.it)
argomento: Politica | Commenta »