Destra di Popolo.net

LA STRATEGIA DEL COLLE: DOPO BERSANI LA SCELTA TOCCHERA’ AL SUCCESSORE DI NAPOLITANO

Marzo 8th, 2013 Riccardo Fucile

CHI SUBENTRERA’ POTRA’, IN CASO DI INSUCCESSO, DECRETARE NUOVE ELEZIONI PER GIUGNO

C’è solo un colpo in canna, Napolitano ne è consapevole.
Con un mandato presidenziale che sta per arrivare a conclusione, per risolvere lo stallo prodotto dalla presenza di tre minoranze di blocco, ci sarà  un unico tentativo.
Il presidente della Repubblica ha infatti intenzione di affidare a Pierluigi Bersani il mandato per provare a formare un governo.
Senza subordinate o piani B. Non sono più prese in considerazione alternative, che pure erano circolate: da Fabrizio Barca ad Anna Maria Cancellieri, da Corrado Passera a una donna delle file democratiche come Anna Finocchiaro.
Il segretario del Pd farà  dunque il suo giro. Mandato esplorativo.
Ma in caso di insuccesso, Napolitano non sfoglierà  altre margherite, non ci sarà  alcun toto-premier. Perchè un tecnico a palazzo Chigi c’è già  ed è del tutto inutile andarsi ad inventare un ennesimo governo del Presidente.
Resterà  al suo posto Mario Monti, fino all’elezione del successore di Napolitano, per il disbrigo degli affari correnti.
E non è un caso se il premier abbia ripreso a consultarsi con i leader politici, per creare una rete di sicurezza.
Questo è il percorso su cui sta riflettendo il capo dello Stato. Niente di definitivo, naturalmente, fino a quando non saranno espletate le consultazioni.
Eppure la consapevolezza di non avere molte frecce per il suo arco la si poteva leggere anche in quella frase pronunciata ieri, davanti ai Lincei, quando ha ammesso che «a volte si fa fatica a fare luce nella nebbia ed io cerco di fare del mio meglio». In questo ultimo sforzo costituzionale, Napolitano non intende comunque mollare la presa.
E dunque Bersani non sarà  lasciato solo a trovarsi una maggioranza, ma quelle che si svolgeranno al Quirinale saranno consultazioni vere e approfondite.
I colloqui con i cinque principali gruppi parlamentari saranno dunque decisivi.
Il presidente del Consiglio incaricato potrà  sciogliere la riserva e presentarsi alle Camere per la fiducia solo se avrà  una maggioranza solida.
In questo quadro sta prendendo corpo quadro l’ipotesi di lasciare Monti a palazzo Chigi.
A disbrigare gli affari correnti. Del resto, la ricerca di un nuovo esecutivo tecnico essendocene di fatto già  uno.
Ci penserà  a quel punto il nuovo inquilino del Quirinale, nella pienezza dei suoi poteri, a provare a uscire dallo stallo.
Le sue armi, a differenza del Presidente uscente, saranno tutte cariche.
A partire dalla più importante di tutte, il potere di sciogliere le Camere appena elette e mandare (lui sì) tutti a casa.
Insomma, Napolitano farà  del suo meglio, come ha detto ieri. Poi passerà  la mano.
Ma intanto proverà  a sostenere il tentativo di Bersani incalzando tutti i protagonisti.
Tra i due il clima non è più quello freddo del dopo voto.
La telefonata che c’è stata al termine della direzione di mercoledì ha portato a un chiarimento effettivo. Il colloquio, riferiscono, è andato bene.
Napolitano ha infatti giudicato corretta la rivendicazione di Bersani di voler fare un primo giro, oltre ad essersi rallegrato per l’accantonamento dell’alternativa secca: o me o il voto anticipato. Nessun ultimatum nelle conclusioni della direzione Pd, per non legare ulteriormente le mani al capo dello Stato.
Ora che tutte le carte sono sul tavolo può finalmente iniziare l’ultima difficilissima partita del Presidente.
I tempi non saranno brevi e persino Massimo D’Alema, dal palco del Nazareno, ha confessato l’altro ieri il timore che «l’iniziativa di Bersani non sarà  conclusiva della soluzione alla crisi».
Ci vorranno altre settimane.
Il 19 marzo dovrebbero iniziare le consultazioni al Quirinale, fortunatamente limitate a pochi gruppi.
Quindi tra il 22 e il 23 marzo Bersani potrebbe già  vedersi affidato il mandato esplorativo.
Altre riunioni, altri incontri del presidente del Consiglio incaricato e intanto si arriverà  a ridosso di Pasqua.
A quel punto mancheranno appena due settimane all’elezione del prossimo presidente della Repubblica.
Bersani ce l’avrà  fatta? Passerà  la mano? Il tentativo è tutto in salita.
Ma, se dovesse fallire, resterà  in carica il governo Monti.
A quel punto, una delle ipotesi è che Napolitano – giocate le sue carte – possa anche passare la mano anticipando di qualche giorno la sua uscita dal Quirinale per consentire al Parlamento di eleggere subito il successore.
Nuovo Presidente della Repubblica, nuovo giro di consultazioni, ma stessi problemi.
Così, per quanto possa suonare bizzarra, l’idea che il capo dello Stato appena eletto si affidi proprio al senatore a vita Napolitano per formare il governo continua a tenere banco nella Capitale.
Il vero piano B, s’intende, restano le elezioni anticipate.
E la paralisi dei tre “non vincitori” delle elezioni potrebbe alla fine portare proprio lì.
Maria Stella Gelmini, in un vicolo intorno a via dell’Umiltà , confida tutto il suo pessimismo: «La scelta più ragionevole sarebbe una grande coalizione tra noi e il Pd, ma la vedo difficile. Le sentenze in arrivo contro Berlusconi sembrano fatte apposta per rendere questa ipotesi impraticabile. Alla fine si tornerà  a votare a giugno».
Francesco Bei

(da “La Repubblica”)

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FINI NON PARLA: LA TRISTE FINE DI UN PARTITO MAI VOTATO

Marzo 8th, 2013 Riccardo Fucile

DURA POCO L’ESPERIENZA FUTURISTA

”La storia di Fli e’ finita in maniera abbastanza ingloriosa. Ma questo non vuol dire che quando si cade non ci si possa rialzare. Noi uomini di destra siamo abituati a rialzarci dopo le cadute…”.
Dopo una riunione fiume della direzione di Fli i parlamentari ‘futuristi’ lasciano alla spicciolata la sede di via Poli.
Molti i volti scuri. Nessuno vuole parlare.
Il vicepresidente Italo Bocchino, di solito loquace con i suoi ‘colleghi’ giornalisti, dribbla taccuini e microfoni: ”Abbiamo fatto una nota ufficiale, ora sta arrivando Fini…”.
Al suo fianco c’e’ Carmelo Briguglio che accenna a un sorriso. Nessun alibi, il risultato elettorale e’ ”completamente negativo”.
Solo il coordinatore nazionale, Roberto Menia, accetta di ‘darsi in pasto’ alla stampa per spiegare che ”e’ presto per dire che il partito e’ sciolto, perche’ c’e’ uno statuto da rispettare, ci sono delle regole.
”Certamente -ammette- questa fase politica e’ chiusa, sarebbe ridicolo dire che Fli continua a fare chissa’ che cosa…”.
Accanto a lui c’e’ Giorgio Conte che resta in silenzio.
Menia si dice ”rammaricato di come siano andate a finire le cose”, e quando gli domandando quale sara’ ora il suo futuro politico rinvia al comunicato.
Il voto, si legge, ”ha chiuso una fase ma non pone fine ad un impegno politico”. Tutto dovra’ essere ”azzerato” perche’ la ”responsabilita’ dell’insuccesso, nobilmente assunta in prima persona da Fini, grava su tutta la classe dirigente”.
Da oggi, spiega la nota, parte una ”fase costituente” che si concludera’ con una Assemblea di fondazione con protagonisti nuovi.
C’e’ aria di sbaraccamento.
Anche se al partito smentiscono ‘traslochi’, alcuni deputati portano via qualche piccolo ricordo dell’esperienza che fu.
Lo stesso Menia ha in mano un quadretto con una foto del ‘tricolore’ in piazza dell’Unita’ a Trieste che era esposto nel suo ufficio al quinto piano.
Dal palazzo esce persino un uomo con uno scatolone in mano, che viene inseguito dalle telecamere.
Rita Marino, la segretaria storica di Gianfranco Fini, guarda amareggiata la scena. Quando arriva il presidente della Camera, viene assediato dalla stampa, ma non vuole dichiarare nulla, perche’ ”e’ tutto scritto nel comunicato ufficiale”.
Nella nota si annuncia l’azzeramento dell’organizzazione e l’apertura di una fase costituente.
Fli si scioglie e nascera’ un nuovo soggetto politico? Lei sara’ ancora il leader?, insistono i cronisti con Fini prima che esca dall’ingresso principale.
Lui si gira e taglia corto: ”Siamo stati sei ore per fare un comunicato, leggetelo, evidentemente non lo avete letto…”.
Il presidente della Camera, pero’, viene ‘smentito’ da Fabio Granata, ultimo a lasciare via Poli, che parla chiaramente di ”un partito ormai verso lo scioglimento, avviato verso un processo che lo portera’ a un nuovo soggetto politico”.
Il parlamentare siciliano non usa giri di parole: ”Vi spiego io la nota: abbiamo deciso di azzerare i vertici del partito e adesso si avvia un processo complesso ma rapido per arrivare ad un’Assemblea di fondazione per creare un nuovo soggetto politico”, che vada oltre Fli e ”abbia un’identita’ chiara”.
‘In via Poli e’ andato in scena il de profundis”, dice a mezza bocca un esponente di Fli, che parla di un dibattito vivace, caratterizzato da recriminazioni, autocritiche e riflessioni sul futuro.
L’ex senatore Euprepio Curto parla di un ‘partito che fu’: ”Ormai il simbolo di Fli e’ bruciato, un partito allo 0,4% alle elezioni non ha futuro se rimane cosi’ come e’, occorre andare oltre, ora bisognerebbe dar vita a un nuovo soggetto politico”.
”Non so cosa fara’ Fini: certamente, nonostante tutto, resta uno dei migliori leader di caratura internazionale che abbiamo. Anche se oggi non ci sciogliamo -sottolinea- e’ iniziata una riflessione per un nuovo soggetto che abbia un leader, un progetto e una classe dirigente, che non si arrocchi sulle sue posizioni”.
Gia’ si parla di cosa succedera’.
Molti scommettono che Fini stia gia’ pensando di fare una Fondazione per conservare l’identita’ e i valori del progetto politico di Futuro e liberta’. Poi chissa’.
Per ora i vertici si sono azzerati, ma il partito non e’ sciolto, come recita il comunicato ufficiale mandato alle agenzie di stampa subito dopo la fine della direzione nazionale. In tanti si chiedono che fara’ il presidente della Camera uscente.
Raccontano che durante la riunione -fiume di oggi Fini ci abbia scherzato su’: “Non mi sono dimesso, anche perche’ ci hanno pensato gli italiani a dimissionarmi…”

(da “il Sito d’Italia“)

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UN DOCUMENTO CHE NON RISOLVE I PROBLEMI DELLA LINEA POLITICA ONDIVAGA DI FUTURO E LIBERTA’

Marzo 8th, 2013 Riccardo Fucile

QUANDO UNA CLASSE DIRIGENTE PERDE IN DUE ANNI 11 ELETTORI SU 12 HA IL DOVERE DI GARANTIRE CHE NON FARA’ PIU’ DANNI… NON BASTA CAMBIARE NOME A UNA NAVE ALLA DERIVA SE NON SAI DOVE DIRIGERLA E SE NON CAMBI GLI UFFICIALI DI BORDO

Come ha detto Fini ai microfoni del Tg La7, il documento approvato ieri dalla Direzione nazionale “è stato limato sei ore” perchè potesse soddisfare tutti.
Essendo frutto di mediazione, non può chiarire se si continuerà  su questa linea politica di appiattimento pro Monti o si cambierà .
E’ altrettanto evidente a tutti che nessuno di fatto si è dimesso o ha messo per iscritto che non svolgerà  alcun ruolo nel futuro movimento.
L’idea che tutti si sono fatti è che è stato trovato un compromesso per prendere tempo, traghettare Fli in rada e sottoporlo a cambio di nome, qualche ritocco ma mantenendo lo stesso equipaggio che l’ha portato alla deriva.
Con questa rotta non si va da nessun parte.
Nei partiti in Europa funziona così: emerge un leader, propone una linea PRECISA, chi aderisce lo fa perchè si ritrova in quella linea.
E lui non la cambia in corsa.
Se l’elettorato lo boccia, il leader torna a casa con tutti i suoi collaboratori e passa la mano a un altro che propone un’altra linea politica e cambia la classe dirigente che non è adatta a interpretare la nuova, dai vertici alla periferia.

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VERSIONE UNO: “FLI, MEA CULPA DI FINI. MA IL PARTITO NON SI SCIOGLIE”

Marzo 8th, 2013 Riccardo Fucile

DOPO ORE DI DISCUSSIONE LA DIREZIONE HA DECISO CHE “FUTURO E LIBERTA” ANDRA’ AVANTI

C’è ancora un futuro per Fli.
Nonostante il flop elettorale del nuovo soggetto politico nato due anni fa per volontà  di Gianfranco Fini (alla Camera, dove era alleato con la «Scelta civica» di Monti, Fli ha preso appena lo 0.46% e zero deputati), la Direzione del partito alla fine ha deciso di non staccare la spina a Fli.
Futuro e libertà  dunque va avanti.
La notizia è arrivata dopo quattro ore di discussione e un dibattito aperto, nella mattinata di giovedì, dallo stesso Fini che si sarebbe comunque assunto tutte le responsabilità  per il deludente exploit elettorale.
IL «MEA CULPA» DI FINI
«È inutile dare la colpa a Tizio e Caio, la responsabilità  è mia», ha detto l’ex presidente della Camera – secondo quanto riferito da alcuni fonti – parlando ai dirigenti di Fli.
«Non servono capri espiatori, e puntare il dito su quest’uomo o su quello su questo o quell’errore organizzativo non basta a spiegare un risultato che è stato, alla fine, una catastrofe» ha detto Fini che poi avrebbe sottolineato di «non essere un uomo per tutte le stagioni».
UN NUOVO PROGETTO POLITICO –
Resta il nodo politico sul futuro di Fli, di fatto annientato dalla batosta elettorale che ha travolto il «terzo polo».
In direzione, volutamente, Fini non avrebbe presentato soluzioni già  pronte ma avrebbe lanciato un messaggio per una seria riflessione: quale è il progetto politico con cui ripartire? E questo, poi, come e dove, visto che Fli è fuori dal Parlamento? .
«La Direzione di Futuro e libertà  ha giudicato il risultato elettorale completamente negativo. Esso ha chiuso una fase ma non pone fine ad un impegno politico – ha precisato Fli in un comunicato diffuso nella serata di giovedì -Tutto dovrà  essere rapidamente azzerato in termini organizzativi perchè la responsabilità  dell’insuccesso, nobilmente assunta in prima persona dall’onorevole Fini, grava sul l’intera classe dirigente».
«I valori non negoziabili che furono alla base della nascita di Fli restano comunque validi – si legge ancora nel comunicato – ma dovranno essere interpretati con un nuovo e più ampio coinvolgimento di tutti coloro che in essi si riconoscono, quale che sia il voto che hanno espresso il 24 e 25 febbraio».
La direzione del partito spiega che si apre a questo punto «una stagione costituente di approfondimento culturale e programmatico, per disegnare il profilo di una destra repubblicana e legalitaria, costituzionale ed europea, che sappia parlare al cuore degli italiani».
Nelle prossime settimane sarà  quindi avviato, «con tutte le forme partecipative possibili», un ampio confronto che si concluderà  con una «Assemblea di fondazione che vedrà  protagonista una nuova generazione e un nuovo gruppo dirigente».

(da “il Corriere della Sera“)

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VERSIONE DUE: “FINI NON VA IN PENSIONE, PARTITO SI SCOGLIE PER FARE NUOVO SOGGETTO POLITICO”

Marzo 8th, 2013 Riccardo Fucile

GRANATA: “PRESTO UN’ASSEMBLEA DI FONDAZIONE DI UN NUOVO SOGGETTO … MA PER ALTRI SARA’ SOLO UN CAMBIO DI DIRIGENTI…FINI PREFERISCE NON COMMENTARE

“Fli si scioglie e ci sarà  un’assemblea di fondazione per la nascita di un nuovo soggetto politico”.
Le parole di Fabio Granata, deputato uscente di Fli, chiariscono la decisione assunta dalla direzione nazionale del partito a Roma che ha dovuto analizzare il disastro elettorale.
Altri esponenti avevano, invece, spiegato che Fli non si sarebbe sciolta per fare un nuovo partito.
Il leader Gianfranco Fini in verità  non ha chiarito: “Se siete giornalisti, leggete il comunicato”.
Sul futuro del leader, Fabio Granata precisa: “Fini non andrà  in pensione, è in campo con forme diverse”.
Di certo Fli abbandona la sede di via Poli nel centro di Roma. “Andiamo via — conclude Granata — visto che non abbiamo una lira”

(da “il Fatto Quotidiano“)

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SI PREPARA IL REGIME GRILLO: “CONDUTTORI TV PAGATI PER SPUTTANARCI, TITOLATI A PARLARE SOLO I CAPIGRUPPO”

Marzo 8th, 2013 Riccardo Fucile

LA MORALE GRILLINA:   CHI FA GIORNALISMO E’ UN PREZZOLATO, 160 SUOI PARLAMENTARI DEVONO STARE ZITTI   PER EVITARE CHE DICANO SCIOCCHEZZE… “SE FALLIAMO CI SARA’ LA VIOLENZA NELLE STRADE”: NOI PENSIAMO L’OPPOSTO, CI SARA’ SE DOVESSE VINCERE

Attenti ai lupi.
Questo il titolo di un post di Beppe Grillo, oggi sul suo blog.
Un attacco durissimo contro la stampa accusata di aver danneggiato il MoVimento.
“I conduttori televisivi sono pagati dai partiti per sputtanare il M5S”. E poi: “Le televisioni sono in mano ai partiti, questa è un’anomalia da rimuovere al più presto, le sette sorellastre televisive non fanno informazione, ma propaganda”.
Da qui un lunghissimo atto d’accusa: “L’accanimento delle televisioni nei confronti del m5s ha raggiunto limiti mai visti nella storia repubblicana, è qualcosa di sconvolgente, di morboso, di malato, di mostruoso, che sta sfuggendo forse al controllo dei mandanti, come si è visto nel folle assalto all’albergo Universo a Roma dove si sono incontrati lunedì scorso i neo parlamentari del M5S”.
Quindi illustra la sua ricetta per il mondo dell’informazione televisiva: “E’ indispensabile creare una sola televisione pubblica, senza alcun legame con i partiti e con la politica e senza pubblicità . Le due rimanenti possono essere vendute al mercato”.
E la strategia di comunicazione per il movimento:   “Lunedi sono stati eletti dai gruppi Parlamentari del m5s per i prossimi tre mesi due capigruppo/portavoce, Roberta Lombardi per la Camera, e Vito Crimi per il Senato. Loro sono stati titolati a parlare dopo aver discusso e condiviso i contenuti con i componenti del gruppo”.
Infine, in un’intervista a Time, una previsione: “Se falliamo, ci sarà  la violenza nelle strade”.

Il commento del ns. direttore

Siamo tra coloro che ritengono che quando si dirige un grosso partito o movimento, soprattutto in una fase economica delicatissima come quella che attraversa il nostro Paese, occorra avere in primis il senso di responsabilità  e un organigramma di vertice adeguato.
Se poi ci si propone a governare il Paese, magari sarebbe anche opportuno avere soluzioni percorribili e non solo slogan da mercato del pesce nelle ore di punta.
A fronte di una classe dirigente che ha massacrato il Paese, favorendo corruttori, evasori e mafiosi, periodicamente emerge qualcuno che catalizza le proteste degli indignati, sia esso comico innato o dichiarato.
Oggi Grillo se la prende con i giornalisti che certo santi non sono, ma in questo caso rei solo di riportare le dichiarazioni talvolta bislacche di qualche parlamentare cinquestelle.
Ma, caro Beppe, il problema è rappresentato dalla stampa che le riporta o di chi spara cazzate stratosferiche?
E chi ha scelto costoro, chi li mandati a Montecitorio con delle votazioni interne farsa?
Basta un curriculum autocertificato o una fedina penale pulita per rappresentare il popolo italiano?
Nessuno nega a Grillo il buon diritto di portare in parlamento o negli enti locali chi gli pare, ma non pensi di sottrarsi al giudizio dell’opinione pubblica, perchè è questa la democrazia.
Non si è mai visto un leader che mette la museruola a 160 suoi parlamentari dicendo che sono titolati a parlare solo i capigruppo.
Ed è pure autolesionistico, perchè è come affermare che gli altri sono dei coglioni, il che certamente non è.
E anche se emergessero pareri diversi, non è questa la democrazia diretta da Grillo e Casaleggio tanto invocata?
Come contestare la libertà  di voto e di coscienza degli eletti, invocando un clima da caserma dove chi sgarra viene politicamente fucilato, non è certo un bell’esempio di democrazia.
Se ti scegli persone inaffidabili il problema è tuo, non della Costituzione.
Quanto al sostenere che “se falliamo, ci sarà  violenza nelle strade” ricorda tanto chi voleva garantire la sicurezza con le ronde padagne invece che con scelte legislative vincenti.
Noi pensiamo l’opposto: che se mai Grillo dovesse governare l’Italia, un rischio disordini sociali ci sarà , perchè con tutte le promesse strampalate che ha fatto e che non potrà  mantenere aumentaranno i disperati che non avranno più nulla da perdere.
Non si possono promettere tagli alle tasse, redditi di cittadinanza, aiuti alle imprese, senza adeguate coperture economiche.
E se i giornalisti, programma grillino alla mano, dimostrano che il costo delle proposte sarebbe di 90 miliardi e le entrate previste appena di 2 (vedi Ballarò), fanno solo il loro mestiere.
E’ il politico che dovrebbe saper fare il proprio.
L’unica cosa certa è che l’ultima cosa necessaria al nostro Paese è il folklore.
Infatti, a differenza di altri, non abbiamo mai girato da ragazzi con il medaglione di Mussolini al collo nè mai pensato che abbia ragione chi urla più forte.
Anche se a chi strepita riteniamo talvolta sia necessario far fischiare le orecchie.
Non è sceso nessun Messia sulla terra, fatevene una ragione.

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PD, IPOTESI PRIMARIE CON RENZI E BARCA

Marzo 8th, 2013 Riccardo Fucile

I DUE POSSIBILI SFIDANTI DEFILATI… CIVATI: “NON CREDO ANDREMO LA VOTO CON BERSANI”

Dei due protagonisti del futuro del centrosinistra uno era assente, alla riunione della Direzione del Pd, perchè non ha nemmeno la tessera in tasca, l’altro, invece, ha timbrato il cartellino per pochissimo tempo.
L’era del dopo-Bersani sembra approssimarsi, ma i discorsi che ieri aleggiavano nella sala del «parlamentino» del Partito democratico non oltrepassavano quella soglia.
Si fermavano pochi centimetri prima per non inficiare il compromesso trovato dai maggiorenti di Largo del Nazareno.
Solo Pippo Civati, alla fine dei lavori, ha ammesso apertamente che la fase è cambiata: «Non credo proprio che andremo alle elezioni con Bersani».
Sono Matteo Renzi e Fabrizio Barca i possibili sfidanti delle primarie che verranno.
Il primo ieri ha fatto solo una capatina. Ha ascoltato il segretario, seguito l’intervento di Dario Franceschini (con cui dopo ha parlato un po’), ha chiacchierato con Walter Veltroni, quindi si è dileguato.
Del resto, lo aveva già  detto la sera prima ai collaboratori e ai parlamentari amici: «Andrò in Direzione giusto per dare un’occhiata, ma non parlerò. Quello che ho detto finora basta e avanza».
E quello che ha detto è che «se ci sarà  un secondo giro» lui rientrerà  con «le primarie»: «Certo non mi faccio cooptare da quelli».
Già , perchè Renzi sa che di questi tempi, con i grillini che incalzano, sarebbe impensabile non ricorrere al voto dell’elettorato per scegliere il candidato alla presidenza del Consiglio.
L’altro protagonista del centrosinistra che verrà , Barca, non partecipa alla Direzione.
Il ministro per la Coesione territoriale non si è nemmeno collegato in streaming per seguire la riunione.
Aveva altro da fare: definire gli ultimi accordi di un contratto istituzionale Sassari-Olbia per dare una strada civile ai cittadini di quelle zone: «Ci sono stati ben 90 morti negli ultimi anni per le condizioni di quelle strade».
Di lui si parla anche come del possibile premier di un governo del Presidente, ma Barca ha sempre smentito, almeno ufficialmente, di voler imboccare quella via.
È un’altra la sua passione: «Mi voglio impegnare in politica», ammette.
E lo affascina l’idea di «aggiornare la forma-partito».
Per Bersani il ministro «è una risorsa sia per il partito che per il governo».
Per quella fetta del Pd a cui non piace Renzi potrebbe essere l’uomo da contrapporre al sindaco di Firenze.
«Se Renzi si candida – spiega ad alcuni amici Matteo Orfini – noi dovremo per forza scegliere un candidato che contrasti la sua linea».
E chi meglio di Barca? Il quale, peraltro, potrebbe arrivare a quella candidatura da una posizione di vantaggio (o di svantaggio, a seconda di come la guarda) rispetto al competitore Renzi.
Infatti il ministro per la Coesione territoriale potrebbe essere eletto segretario del Pd, dal momento che Bersani ha più volte chiarito che lui non intende ripresentarsi al prossimo Congresso.
Ma nella riunione della Direzione non è giunta nemmeno l’eco di queste indiscrezioni, benchè nei corridoi del Nazareno i dirigenti del Pd non parlassero d’altro.
Anche perchè il «parlamentino» con il suo esito prefissato non destava poi troppo interesse: sono stati in molti gli esponenti del partito che si sono allontanati all’ora di pranzo senza fare più ritorno in Direzione.
La riunione, in effetti, è stata una tappa interlocutoria, che è servita solo a rinviare lo scontro interno di qualche settimana.
Scontro che, però, appare inevitabile, dal momento che ognuno interpreta l’esito della Direzione come più gli aggrada.
Bersani non ha parlato di elezioni per ottenere i voti di quasi tutti, ma questo non significa che abbia cambiato idea.
Con i suoi, ieri, ha ragionato così: «Io non potrò mai sostenere un Monti bis o un esecutivo tecnico o un governo del Presidente, con i voti del Pdl e del centro e senza quelli dei grillini.
È inutile che mi vengono a dire che una di queste opzioni è necessaria per risolvere l’emergenza italiana: è vero il contrario, sarebbe un suicidio per il Paese.
Come dimostra il fatto che nell’ultima fase di Monti eravamo alla paralisi. La strana maggioranza non può ripetersi, allora è meglio tornare alle urne».
Ma l’ipotesi di tornare al voto in tempi rapidi trova la contrarietà  di molti nel Pd.
Un nome per tutti, Walter Veltroni: «Sarebbe una pazzia», è il ritornello dell’ex segretario del Partito democratico che non nasconde la sua preoccupazione.
Mentre Paolo Gentiloni insiste sull’opportunità  di lascia fare al capo dello Stato.
A cui si affidano ormai tutti quelli che guardano con più di una perplessità  alla linea del segretario.
Il quale però continua a dire ai collaboratori che una soluzione diversa dalle elezioni e dalla maggioranza con il Pdl potrebbe ancora esserci. Lui sembra crederci.
E’ un’opzione che coinvolge i grillini. Non tutti, ovviamente, perchè il segretario del Pd sa bene che questo non è possibile.
Se il leader del Partito democratico va avanti con i suoi otto punti come se nulla fosse un motivo c’è.
Una parte dei parlamentari grillini viene dalla sinistra, i dirigenti locali del Pd li conoscono, la maggioranza è vicina alle posizioni di «Giustizia e libertà ».
È una fetta del Movimento 5 Stelle che in Senato potrebbe consentire al governo Bersani di ottenere la fiducia.
Finora, i nomi di questi grillini sono «coperti», perchè non vi è la certezza che l’operazione riesca.
Certo, sarebbe un colpaccio per il segretario che tutti, o quasi, considerano ormai sul viale del tramonto.

Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera”)

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RENZI, TRASPARENZA “SCADUTA”, ANCORA RISERVATA LA LISTA DEI FINANZIATORI

Marzo 8th, 2013 Riccardo Fucile

AVEVA GARANTITO DI PUBBLICARE SUL WEB L’ELENCO DEI DONATORI CHE HANNO CONTRIBUITO ALLA CAMPAGNA PER LE PRIMARIE…ORA SPOSTA LA DATA AL 31 MARZO

Aveva garantito di pubblicare online la lista dei finanziatori.
Ma finora Matteo Renzi non ha mantenuto la promessa. Sono passati più di tre mesi dalla chiusura delle primarie del centrosinistra, ma i nomi e cognomi di chi ha contribuito alla sua campagna elettorale sono ancora riservati.
Soldi arrivati o confluiti in buona parte nella Fondazione Big Bang, che ha sponsorizzato anche “l’iniziativa di partecipazione al voto” del secondo turno delle primarie.
Costo 100mila euro, che comprendono anche una pagina comprata su tre quotidiani nazionali e la messa a punto della piattaforma domenicavoto.it.
In una puntata dell’Infedele del 6 novembre 2012 il sindaco di Firenze aveva detto: “Su matteorenzi.it abbiamo superato quota 120mila euro fatto da singoli cittadini”, e di fatto la lista c’è. Ma una campagna elettorale richiede fondi più corposi di quelli dichiarati. Insomma, quella lista non esaurisce il concetto di trasparenza.
“Metti on line i nomi di chi ti ha mandato 5 euro via paypal dietro un banner sul tuo sito dal titolo ‘Trasparenza sui finanziatori’? Suvvia”, gli chiedeva Massimo Mantellini sul Post il 7 ottobre 2012.
La risposta arriva il giorno dopo. “Noi mettiamo online tutti i denari che riceviamo e tutti quelli che spendiamo entro novanta giorni“.
E ancora: “Per me Internet ha un potere maggiore persino della Corte dei Conti: metti tutto chiaramente online (in modo leggibile, non in burocratese puro) e vedrai che lo smart power dei cittadini diventerà  un freno morale alle pazze spese”.
Eppure da allora i 90 giorni sono passati, ma gli unici nomi pervenuti sono quelli “che hanno dato il consenso a rendere pubblica la loro donazione”.
Mancano all’appello anche i donatori più generosi, come i partecipanti alla cena milanese con i finanzieri del 18 ottobre 2012. Una serata organizzata da Davide Serra, ceo dell’hedge fund Algebris (costituita a suo tempo alle Cayman) e pensata da Giorgio Gori. Più che una cena, una appuntamento di fund raising elettorale, come era esplicitamente scritto nell’invito.
Il costo? “Più di mille euro”, aveva detto uno degli ospiti.
E a chi erano destinati quei soldi? “Andranno alla Fondazione Big Bang, non ai comitati elettorali”, specificava il sindaco di Firenze che ha sempre fatto della trasparenza uno dei cavalli di battaglia insieme alla “rottamazione” e al “rinnovamento”.
Eppure sono già  passati anche da quella cena i 90 giorni di cui parla Renzi.
Una scadenza non rispettata che contraddice le sue dichiarazioni. ”Noi non abbiamo paura della trasparenza e lo dimostra il fatto che oggi abbiamo pubblicato sul nostro sito tutti i nomi dei nostri finanziatori” (4 ottobre 2012), ”siamo per la rendicontazione online di tutte le spese” (9 ottobre 2012). E ancora: “tutti i dati saranno pubblicati con la massima trasparenza” (30 ottobre 2012).
Online sito il candidato battuto alle primarie precisava di non accettare “nè direttamente nè tramite il Comitato o la Fondazione Big Bang, o per altra via, contributi anonimi alla sua campagna per le primarie”.
Tesoriere e presidente della Fondazione è l’avvocato fiorentino Alberto Bianchi che il Fatto Quotidiano aveva sentito a settembre quando in cassa la fondazione aveva “poche migliaia di euro”.
Spiegava: “Ci sono dei limiti alle donazioni: 50mila euro (nell’arco dell’anno) per le persone fisiche e 100mila per le persone giuridiche. Non si accettano offerte da enti pubblici o organi della pubblica amministrazione”.
Quanto alla lista pubblica dei contribuenti puntualizzava: “Faremo un’istanza al garante della privacy alla fine di questa settimana (l’intervista era del 20 settembre 2012, ndr) o all’inizio della prossima per vedere come è possibile coniugare la trasparenza con la legge. Se il garante ci dice che si può fare pubblicheremo i nomi”.
Anche in questo caso è stato ampiamente “sforato” il termine dei 90 giorni di Renzi. Infatti, dalle dichiarazioni del tesoriere a oggi, sono passati quasi sei mesi.
A fronte del ritardo, all’indomani del risultato delle politiche, Bianchi raggiunto dal fattoquotidiano.it dice che “la lista verrà  pubblicata non appena formato il sito della Fondazione, che — precisa — avevamo tenuto in stand-by per non creare confusione col sito Renzi del Comitato per la candidatura di Matteo Renzi. Adesso che sono terminate tutte le tornate elettorali, provvederemo ad aprire il sito della fondazione, e pubblicheremo i finanziatori, salvo il rispetto della legge sulla privacy. E, dunque, non quelli che non ci hanno autorizzato”.
Sì, ma quando? “Per il sito una quindicina di giorni da oggi (27 febbraio, ndr), per la lista pubblica 31 marzo, ma contiamo di fare prima”.
Nell’attesa, contiamo i giorni fino alla prossima scadenza.

Eleonora Bianchini
(da “il Fatto Quotidiano“)

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“ITALIA, LIBERATI DAI DRAGHI, LE RICETTE DELLA UE E DELLA BCE SONO DISASTROSE, AUMENTANO DISOCCUPAZIONE E INEGUAGLIANZE”

Marzo 8th, 2013 Riccardo Fucile

L’OPINIONE DEL PREMIO NOBEL JOSEPH STIGLITZ: “SONO MISURE CHE DISTRUGGONO L’ECONOMIA, LO DICONO I NUMERI”

E’ cambiato tutto in America. E’ finita l’era della crescita senza fine, è chiusa la fase in cui la maggioranza vedeva migliorare il proprio tenore di vita, è storia del passato quel sentimento comune che era a portata di mano l’ingresso nella classe media, quella middle classe che nei libri, nei film era sinonimo di casa, auto e figli all’università . Sta finendo persino l’epopea del Sogno Americano, la bandiera che per gli americani e per coloro che hanno lasciato patria e affetti per venire negli Stati Uniti sventolava dicendo “qui avrai l’opportunità  che cerchi, basta che lavori sodo e sei un bravo cittadino”.
Parola di un premio Nobel, Joseph Stiglitz, economista e professore alla Columbia University che ha dedicato a questo tema il suo ultimo libro “Il prezzo della disuguaglianza” (in uscita con Einaudi) e che racconta come negli ultimi trent’anni gli Usa siano finiti tra i Paesi avanzati ai primi posti in tema di disuguaglianza.
Come è potuto accadere?
Colpa dell’egoismo, dell’individualismo sfrenato, di una cultura che, dice Stiglitz a “l’Espresso”, ha visto prevalere «il singolo sulla comunità , il privato sul pubblico».
Lei racconta che la superpotenza America è ai primi posti della classifica della disuguaglianza tra i Paesi sviluppati. Com’è potuto accadere e quando ha cominciato a manifestarsi questo fenomeno?
«Gli anni Ottanta sono il punto di svolta. Fino ad allora, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, le disuguaglianze erano diminuite e non è un caso che quello sia stato il periodo di più rapida crescita economica negli Stati Uniti e in Europa. In America le disuguaglianze diminuivano sotto la spinta dell’aumento della produzione e della ricchezza nazionale, in molti Paesi dell’Europa anche grazie a un’azione di riforme mirate a ridurre le differenze sociali ed economiche. Essendosi invertito il trend, quando è arrivata la recessione del 2007 e 2008 si sono visti subito i risultati. Faccio un solo esempio: il reddito medio aggiornato all’inflazione è oggi inferiore a quello del 1968. Alla fine la fotografia è quella ormai resa chiara dallo slogan che in America esiste l’1 per cento che è sempre più ricco, mentre il 99 per cento degli americani peggiora giorno dopo giorno».
Quali sono state le scelte che hanno accelerato questo processo?

«Sono accadute molte cose, anche se è difficile analizzarle come un insieme. Durante la presidenza Reagan, per esempio, è stato ridotto il ruolo del sindacato, un’entità  importante per far migliorare la situazione di coloro che stavano più in basso nella scala sociale ed economica. La deregulation, a partire dal settore finanziario, ha avuto un ruolo decisivo perchè furono cancellate norme utili a uno sviluppo equilibrato. Anche la politica fiscale con la riduzione delle tasse sui redditi più alti e sulle rendite finanziarie ha prodotto effetti negativi e l’esempio più eclatante lo abbiamo visto nei mesi scorsi con la vicenda dell’imprenditore milionario ed ex candidato alla Casa Bianca Mitt Romney che pagava in percentuale meno tasse della sua segretaria. Aggiungo che è una fandonia dire che imposte più basse sono il motore dello sviluppo e della crescita: la Svezia, dove le aliquote sono più alte che negli Usa, cresce meglio di noi e ha un tasso di disuguaglianza molto più basso rispetto al nostro».
Perchè si è rotto quel tacito accordo che ha consentito a pochi di guadagnare moltissimo a condizione che anche tutti gli altri migliorassero in modo visibile e duraturo il loro tenore di vita?
«Determinante è stata la cultura che si è insinuata tra i manager delle grandi aziende: hanno teorizzato il diritto ad avere sempre di più in termini di stipendi e bonus sia quando le loro società  non andavano bene e licenziavano lavoratori per diminuire i costi, sia quando i conti miglioravano grazie a cause esterne e che non dipendevano dalla loro capacità  manageriale come la diminuzione del prezzo del petrolio. Io ho parlato con molti amministratori delegati che sono stati alla guida di aziende negli anni dello sviluppo per tutti: individuano nell’affievolirsi della ragionevolezza e dell’onestà  dei comportamenti il cambio culturale decisivo».

Antonio Carlucci
(da “l’Espresso”)

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