Destra di Popolo.net

DA FUTURO E LIBERTA’ A FUTURO IN LIBERTA’: I VERTICI PRENDONO TEMPO QUANDO ORMAI E’ SCADUTO

Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile

FUORI DAL PARLAMENTO, FINI RINVIA OGNI DECISIONE INVECE DI DIMETTERSI SUBITO, INSIEME A TUTTI I VERTICI DEL PARTITO

Il “dopo esito elettorale” in Futuro e Libertà  pare caratterizzato da due aspetti: il silenzio dei vertici che si sono limitati a un breve comunicato del presidente Fini in cui ogni decisione viene rinviata a un confronto con i suoi principali collaboratori e il dibattito in atto tra i militanti, allargato a coloro che avevano da tempo abbandonato Fli in dissenso vuoi per la conduzione organizzativa, vuoi per la linea politica.
Sono pochi i parlamentari uscenti che hanno espresso un’opinione ufficiale sul futuro del partito e si intuisce ovviamente che i punti di vista sono diversi: se la speranza di vedersi confermati in parlamento aveva fatto da tappo a tante perplessità , ora emergono le stesse critiche che avevano portato all’allontamento di tanti iscritti nell’ultimo anno.
Peraltro, se certe prese di posizione fossero state espresse nelle sedi opportune dai parlamentari a tempo debito, forse avrebbero fatto cambiare il corso degli eventi.
O forse no, vista l’impermeabilità  dei vertici a cambiare metodi di gestione e linea politica.
A fronte della debacle elettorale, nessuno ci ha messo ancora la faccia con una qualsiasi argomentazione e conseguente decisione.
Con la consueta sincerità , dopo aver seguito il dibattito interno tra gli iscritti, riteniamo che l’esperienza di Fli debba ritenersi conclusa.
Restano validi i principi di Bastia Umbra, ma la classe dirigente si è dimostrata inadeguata.
Ci saremmo aspettati almeno lo stesso doveroso atto che hanno compiuto altrove Ferrero e Diliberto, ovvero le immediate dimissioni e la convocazione di un’assemblea degli iscritti, aperta a tutti coloro che sono stati emaginati nel tempo, alla ricerca di una nuova classe dirigente.
Ce lo saremmo aspettato dai principali responsabili della disfatta: Fini, Bocchino e relativa corte.
Ce lo saremmo aspettato il giorno dopo lo spoglio elettorale.
Così non è stato e così non sarà .
Ma il problema non è solo questo: ci sono anche tra i militanti di base troppe idee diverse sulla linea politica e manca una personalità    credibile per rappresentare un’alternativa.
Ereditare un partito comporta intanto averne il titolo notarile e questo già  non è.
Comporta non essere attaccabile su temi “sensibili” da parte della stampa berlusconiana e anche qua non è facile.
Necessita un’immagine pubblica credibile che in Fli attualmente vediamo solo in due donne, ma con controindicazioni .
Occorrono poi tante altre cose, compresa una politica a basso costo per evidenti ragioni di badget e una organizzazione territoriale affidata a referenti politicamente preparati, non al primo che bussa alla porta vantando amicizie e interessi.
Mantenere in vita Fli con le stesse persone che non ne hanno azzeccata una o che hanno fatto più danni della grandine non avrebbe senso.
Stessa cosa dare spazio a giovani raccomandati che hanno dimostrato di avere più difetti di chi li raccomanda.
Non parliamo poi di fondazioni o associazioni da reduci solo per mantenere visibilità  in attesa di riciclarsi.
L’affermazione dei Cinquestelle ha cambiato la politica, chi non se n’è accorto in tempo si ritiri e non illuda più nessuno.
I tempi decisionali sono sempre più ristretti, i leader si bruciano prima, la politica o è movimentista e mediatica o non è, il nuovo diventa vecchio in pochi anni se non ci si rinnova velocemente.
Ecco perchè quei valori di destra moderna, eredità  di Bastia, vanno veicolati in un nuovo contenitore   con poche ma efficaci linee guida, una struttura agile, un supporto web adeguato e presenza politica territoriale aperta alla discussione e al contributo di tutti.
Una ventata di novità , facce nuove, cultura politica, scelta movimentista e slogan efficaci: il mix per chi vuole ricominciare a crederci.
E una linea autonoma, senza ricerca di alleanze: alleati solo col popolo italiano.

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IL PDL IN PIAZZA PER DIFENDERE LA COMPRAVENDITA DI PARLAMENTARI, DE GREGORIO SMENTISCE BERLUSCONI: “COSTRETTO A PARLARE DAI PM? FALSO, HO TESTIMONIATO PER MIA LIBERA SCELTA”

Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile

PER BERLUSCONI SI METTE MALE: CI SONO TESTIMONI CHE CONFERMANO IL RACCONTO DI DE GREGORIO E IL GIRO DI DENARO CONTANTE

Dopo la presa di posizione del Pdl che, compatto, aveva gridato al «complotto giudiziario» contro Silvio Berlusconi, è il diretto interessato ad andare a testa bassa contro la magistratura bollata come «cancro» contro cui scendere piazza.
La macchina organizzativa è stata già  avviata per la manifestazione indetta sabato 23 marzo a Roma.
Una data significativa quella scelta dall’ex capo del governo: oltre all’attenzione mediatica concentrata sulla Capitale per il Conclave ed il nuovo governo proprio per quel giorno è attesa la sentenza del processo Mediaset, preceduta di qualche giorno da quella del processo Ruby.
La decisione di manifestare contro le toghe fa insorgere l’Anm: «screditare i magistrati indebolisce lo Stato, è inaccettabile», è l’accusa del sindacato.
Il processo Unipol a detta del Cavaliere è «un’invenzione» mentre sulle nuove accuse di corruzione che arrivano dalla procura di Napoli l’ex premier fornisce la sua spiegazione: il senatore Sergio De Gregorio che secondo le indagini avrebbe ricevuto 3 milioni di euro dal Cavaliere per passare dall’Idv al Pdl, è «stato costretto dai Pm a mentire per evitare la galera».
Il voltafaccia di De Gregorio, secondo Berlusconi, si spiega solo in un modo: l’ex senatore «ha barattato la sua libertà  personale con le dichiarazioni ai pubblici ministeri». Quanto al merito delle accuse, Berlusconi le respinge spiegando che «solo dei pazzi potevano ricorrere a dei versamenti in nero, pericolosi e illeciti».
Romano Prodi, invece, si dice «scosso» dall’affaire De Gregorio , definito «un episodio tristissimo e, se vero, un attentato alla democrazia».
LE CARTE
Intanto emergono nuovi particolare dalle carte dell’inchiesta.
Secondo la ricostruzione De Gregorio «spendeva moltissimo denaro, molto di più di quanto incassava», mette a verbale la sua segretaria storica Patrizia Gazzulli. Insomma, un sacco di debiti, una situazione «disastrosa», che comincia a cambiare con l’arrivo del denaro con cui – secondo l’accusa – Silvio Berlusconi lo avrebbe «comprato».
E così, quando in un albergo di via Veneto consegna alla segretaria i primi 150.000 euro, può dirle soddisfatto: «Da oggi e per un po’ non avremo più problemi, stiamo più tranquilli».
Nei lunghi interrogatori con i pubblici ministeri di Napoli, il senatore De Gregorio ha ricostruito tutti i retroscena di quell’accordo siglato nel 2006 che avrebbe portato a lui 3 milioni e all’ex premier il governo dell’Italia, dopo la caduta di Prodi.
Con una precisazione: «In relazione a notizie di stampa dalle quali si apprende che sarei stato “costretto dai pm” a rendere dichiarazioni accusatorie contro l’on. Berlusconi, mi corre l’obbligo di precisare che la mia scelta di sottopormi ad interrogatorio è stata il frutto di una mia libera determinazione».
LA SEGRETARIA E I CONTANTI
I fatti raccontati da de Gregorio sono stato confermati anche dai suoi più stretti collaboratori.
Tra questi, appunto, Patrizia Gazzulli, segretaria di De Gregorio da molti anni, che ai pm napoletani ha raccontato come l’ex presidente della commissione Difesa del Senato avesse investito somme spropositate per la sua iniziativa politica.
Somme che «non poteva permettersi».
E «proprio per far fronte a tali impegni e a spese di gran lunga superiori alle sue possibilità  – ha messo a verbale – mi risulta che il De Gregorio ha sempre chiesto soldi in prestito a tutti: imprenditori, amici, usurai e perfino ai dipendenti».
Lei stessa gli prestò i soldi, «prelevandoli sul conto della mia anziana madre».
Le cose però cambiano nel luglio del 2006, subito dopo l’accordo con il Cavaliere. De Gregorio, ha detto la Gazzulli, «cominciò a darmi somme in contante e sempre con banconote da 500 euro….tali somme mi venivano date sempre o direttamente dal De Gregorio, quando tornava il giovedì a Napoli oppure dal suo assistente parlamentare Marco Capasso…nella prima occasione De Gregorio mi diede 150mila euro in contanti e in banconote da 500 euro che io andai a versare…fu proprio in quell’occasione che il De Gregorio, dandomi la suddetta summa che prelevo’ da un cassetto dove c’erano altri soldi, mi disse, sorridendo, che da lì in poi, almeno per un certo periodo, non avremmo avuto più problemi, saremmo stati almeno per un po’ tranquilli dal momento che Berlusconi gli aveva dato del denaro».
Dazioni «sistematiche», ha confermato la segretaria, che andarono avanti «per circa un anno e mezzo con le modalità  che ho descritto».
IL RUOLO DI LAVITOLA  
Anche gli altri collaboratori e conoscenti di De Gregorio hanno parlato di questo flusso di denaro contante.
«Ricordo – ha messo a verbale il suo ex assistente Marco Capasso – di aver portato a Napoli delle buste contenenti denaro consegnatemi da De Gregorio…in alcuni casi mi ha detto di stare molto attento perchè la busta conteneva cose di particolare valore che, ovviamente, tenuto conto del tipo di involucro e del contenuto che intuivo esserci all’interno, non potevano che essere banconote».
E il suo ex commercialista Andrea Vetromile ha aggiunto: «Berlusconi versò la somma di 2,5 milioni in più tranche…», almeno 450-500mila euro consegnata da Lavitola nel 2007 in Parlamento.
«Ricordo che stavo con De Gregorio nel suo ufficio quando si presentò Lavitola con una borsa che io sapevo che era piena di soldi in quanto fu lo stesso De Gregorio che mi annunciò la visita di Lavitola che gli avrebbe consegnato i soldi di Berlusconi quale ringraziamento per il passaggio al suo schieramento politico».
La sorella di Valter Lavitola, Maria, ha raccontato invece che «l’operazione freedom» ha fruttato a Lavitola e De Gregorio – «io li ho sempre chiamati il gatto e la volpe» – «circa un milione…quale compenso per aver traghettato dalla maggioranza all’opposizione alcuni deputati».

(da “La Stampa”)

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IL RITORNO BIPARTISAN DEGLI IMPRESENTABILI

Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile

IL GRADITO RITORNO DI MOLTI ALL’IMMUNITA’…STAVOLTA SONO PIU’ AL SENATO

Per molti è un gradito ritorno all’immunità , per altri una felice prima volta, ma la pattuglia di impresentabili è ancora molto nutrita.
Stavolta la loro “casa” è soprattutto al Senato, ma anche alla Camera la compagnia è gaudente e numerosa.
A partire da due ospiti di spicco: Raffaele Fitto e Saverio Romano.
Entrambi militanti di lungo corso pidiellino, sono stati rieletti nelle rispettive regioni nonostante una fedina penale lucidata di fresco.
Come quella di Fitto, che proprio in campagna elettorale è stato riconosciuto colpevole in primo grado di corruzione, illecito finanziamento ai partiti e abuso d’ufficio.
Ad incastrare il parlamentare la presunta tangente da 500mila euro che l’ex ministro Pdl avrebbe ricevuto dall’editore e imprenditore romano Giampaolo Angelucci. Per il fedelissimo di Totò Cuffaro, invece, era arrivata l’assoluzione per concorso esterno in associazione mafiosa che subito si è riaperta un’altra voragine, stavolta per corruzione: avrebbe ricevuto 50mila euro da Gianni Lapis, storico tributarista di Vito Ciancimino, per inserire in finanziaria una norma a favore della Gas spa, l’azienda energetica che avrebbe fatto capo all’ex sindaco mafioso di Palermo e a Bernardo Provenzano.
E siamo solo all’inizio.
Mentre si saluta chi c’è sempre stato come Lorenzo Cesa e qualcuno avverte che presto potrebbe rientrare nelle fila Pdl alla Camera anche Amedeo Laboccetta, non eletto per un soffio, ecco che si ritrova Luigi Cesaro, “Giggino a’ purpetta”, ex presidente pidiellino della provincia campana e indagato dalla Dda per associazione camorristica, ma anche Antonio Angelucci (indagato per associazione a delinquere, truffa e falso) ed Elvira Savino, che in Puglia deve rispondere di concorso in riciclaggio.
Ci sono anche delle new entry di prestigio.
Come quella di Paolo Alli, vice di Formigoni, inquadrato come “intermediario” dalla magistratura di Milano; avrebbe ricevuto 250mila euro che sarebbero stati consegnati all’uomo di fiducia del Celeste, Mazarino De Petro, già  coinvolto nell’inchiesta Oil for Food.
E, infine, Nino Minardo, dalla Sicilia sempre con furore, dopo che la sua condanna ad un anno per abuso d’ufficio è stata ridotta ad 8 mesi.
C’è di che festeggiare.
Ma è il Senato, si diceva, la vera “casa” dei nuovi (o antichi) impresentabili.
C’è Alfredo Messina, Pdl, accusato di favoreggiamento in bancarotta, Paolo Romani, indagato per peculato e istigazione alla corruzione, Ignazio Abrignani, indagato per dissipazione post fallimentare e Salvatore Sciascia, sempre Pdl, condannato a due anni e sei mesi per corruzione.
Poi, loro, uomini del calibro di Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, entrambi rieletti (Calabria e Abruzzo) per ordine del Cavaliere, così come — per lo stesso motivo — Elena Centemero in Lombardia (è stata insegnante dei figli di B) e Augusto Minzolini in Liguria.
E ancora l’ex ministro Nitto Palma con Riccardo Villari in Campania.
Quest’ultimo, di cui si ricorderanno le gesta come uomo Pd che non voleva dimettersi da presidente della Vigilanza Rai, oggi veste la maglia di Arcore.
“Come si cambia per non morire”, cantava Fiorella Mannoia e i versi si addicono anche a Franco Carraro, detto “il poltronissimo”, eletto in Emilia nelle file montiane, ma soprattutto a Bernabò Bocca, genero di Geronzi e presidente Federalberghi.
Ma il meglio, di direbbe, lo si tiene per ultimo.
Intanto, arrivano dal Pd alla Camera Rosaria Capacchione, cronista del mattino indagata per calunnia e Francantonio Genovese, lui per abuso d’ufficio, mentre al Senato il Pd schiera Bruno Astorre, anche lui un guaio per abuso d’ufficio.
Reati che, comunque, sbiadiscono davanti a quelli sfoggiati dal “Celeste” Roberto Formigoni o da Antonio D’Ali, sempre Pdl, un rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa.
E, soprattutto, da Denis Verdini.

Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano“)

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ECCO I NUOVI ONOREVOLI: PIU’ LAUREATI, IMPRENDITORI ED EX DISOCCUPATI

Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile

L’ONDATA DEI GRILLINI SPOSTA GLI EQUILIBRI INTERNI… MENO POLITICI DI PROFESSIONE, CI SONO DUE CASALINGHE

È la domanda che tutti, più o meno, si stanno ponendo in queste ore: come cambierà  il nuovo Parlamento?
I nuovi eletti hanno firmato ieri, ma l’incognita principale, è chiaro, è rappresentata dall’ondata di grillini che approderà  alla Camera e al Senato.
Si tratta di 109 eletti a Montecitorio: l’età  media è di 33 anni, i più vecchi ne hanno 39, i più giovani, e sono in 5, ne hanno 25, e più di un terzo è donna.
E 54 al Senato, di cui il 44% è donna, età  media 46 anni e un massimo di 59 anni.
Anche scorrendo le professioni ci si accorge che non si è più davanti ai soliti noti.
Non ci sono politici di professione, ma questo si sa, è la forza del movimento.
Tra Camera e Senato prevalgono gli impiegati e i liberi professionisti, ma ci sono anche disoccupati, o meglio ex disoccupati. Tanti, poi, gli ingegneri e gli informatici.
Un quadro che coincide con quanto anticipato da uno studio del Centro italiano studi elettorali, diretto da Giuseppe D’Alimonte e pubblicato dal sito Lavoce.info qualche giorno fa.
Un’analisi anche delle strategie di selezione politica.
Se dunque nel vecchio Parlamento il 65 per cento dei deputati possedeva una laurea, adesso i laureati saranno compresi tra un 65 e un 72 per cento.
Ma, analizzando più nel dettaglio i dati degli eletti alla Camera, sorpresa, le liste con il minor numero di laureati risultano essere quelle del Pd (67%) e della Lega (40%).
Centrosinistra al 70%, centrodestra al 65%.
Il picco però è toccato dall’Udc, con il 95% di laureati, seguito da Scelta Civica con Monti (78%). Terzo posto per i grillini, sempre con un 78%.
Tra l’altro, secondo un’indagine della Coldiretti, con un’età  media di 48 anni i nuovi parlamentari italiani sono i più giovani eletti nelle assemblee di Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna e Usa.
Per quanto riguarda invece la professione dei nuovi eletti, rimangono le differenze tradizionali della selezione politica dei partiti della Seconda Repubblica.
In media, sempre a Montecitorio, nel centrodestra risultano esserci più imprenditori (14%), avvocati e magistrati (14%).
Alto anche il numero dei dirigenti pubblici e privati (10%). Nel centrosinistra spiccano gli impiegati 32%, i politici di professione (10%) e i sindacalisti (3%).
Il Movimento 5 stelle, in questo senso, porta una chiave diversa di lettura.
Il 15 per cento degli eletti è al di fuori della forza lavoro: pensionati, studenti, casalinghe…
Uno spicchio di società  finora mai così rappresentato.
Queste stesse categorie nel centrodestra sono il 7,5%, mentre nel centrosinistra il 6,6%.
Nel M5s alto anche il numero di impiegati, il 35%, seguito a ruota dal Pd (33,2%).
Ma tra i grillini si vedono anche tanti liberi professionisti (23,8%), a fronte di quelli di Scelta civica (12%).
Il record di medici spetta invece al centrosinistra, (10,3%), superato solo dai montiani (15%).
E anche i professori, categoria un tempo ben rappresentata dal centrosinistra, questa volta sembra invece aver preso strade diverse.
Se ne trovano il 3,4% nel centrosinistra, l’8,3% in Scelta civica e il 7,1% nel Movimento 5 stelle.
Infine, un elemento: nel M5s zero politici, che nel centrosinistra sono il 9,5% e nel centrodestra il 5%.

Angela Frenda
(da “il Corriere della Sera”)

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GLI ESPERTI: GIANNINO HA REALIZZATO LA MIGLIOR CAMPAGNA ELETTORALE

Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile

PREMIO GALA’ DELLA POLITICA: FARE PER FERMARE IL DECLINO PRIMEGGIA IN TRE CATEGORIE…APPREZZATA ANCHE LA CREATIVITA’ DI SEL, M5S E PD

Escluso dal Parlamento, fuori dal suo partito e bersaglio di critiche e ironie della Rete.
Ma per Oscar Giannino una consolazione c’è: è lui il vincitore del Galà  della politica, la competizione che ha premiato la campagna elettorale più creativa.
Giacche e gilet colorati non c’entrano nulla: ad essere premiata sono state le strategie di comunicazione di «Fare per fermare il declino».
Anche se, risultati delle urne alla mano, forse non hanno ottenuto l’effetto sperato.
Dopo aver selezionato e catalogato tutto il materiale elettorale in un sito web, il Dipartimento Comunicazione e Spettacolo dell’Università  di Roma Tre ha lanciato il contest coinvolgendo una giuria composta dai direttori e dai responsabili di Centri Studi e Osservatori universitari attivi nel campo della comunicazione politica e da alcuni esperti pubblicitari.
Il progetto curato dal professor Edoardo Novelli, che ha anche raccolto gli spot elettorali degli ultimi 40 anni in un archivio multimediale, ha assegnato i premi in diverse categorie: campagna istituzionale, spot tematico, slogan, campagna tematica, spot negative e inno.
Gli ultimi tre hanno visto il predominio del partito creato da Oscar Giannino, in particolare grazie ai disegni di Bruno Bozzetto per il video dell’inno «Meritocrazia».
Per la campagna istituzionale vince invece Sinistra Ecologia e Libertà , mentre il Movimento 5 Stelle si aggiudica il primo posto per gli spot tematici.
Un premio anche al Pd per lo slogan «L’Italia Giusta».
Premiate anche le campagne elettorali regionali.
Per la campagna istituzionale vince Roberto Maroni grazie ai suoi cartelloni con il tormentone «La Lombardia in testa», mentre per quella tematica il primo posto va al neo-governatore del Lazio Nicola Zingaretti e ai suoi abbracci con i cittadini sui manifesti.
Zingaretti condivide con Ambrosoli il premio per il miglior slogan: «Immagina un nuovo inizio» il primo e «Forte perchè libero» l’avvocato milanese, che primeggia invece per gli spot video.

Marco Bresolin

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CAMERA, DELIBERA PER SALVARE I PORTABORSE: TRENTA NEOASSUNTI

Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile

OBIETTIVO E’ SISTEMARE IN EXTREMIS I PORTABORSE…IL PERSONALE SCHIZZERA’ A 580 ELEMENTI, CIFRA RECORD…COSTO TRE MILIONI DI EURO IN PIU’

Quando pure l’aria condizionata di Montecitorio si faceva irrespirabile, per quel vento implacabile contro la casta, il solerte ufficio di presidenza emanava comunicati a raffica: risparmiamo di qua, tagliuzziamo di là .
E sciorinava piani triennali: la Camera ha cassato 150 milioni di euro.
D’un colpo. Ora che mezza casta è rimasta a casa, prima di consegnare il testimone, il medesimo ufficio di presidenza da Gianfranco Fini (non eletto) e con i rappresentanti di Lega, Pdl, Udc, Idv, Pd e deputati di agglomerati sciolti — prepara una succosa delibera per l’ultima riunione del 5 marzo: 30 assunti a tempo indeterminato.
D’un colpo, ancora.
I contratti non cadono per sbaglio: vanno a proteggere i collaboratori, fidati assistenti e segretari, che hanno lavorato per i 18 componenti dell’ufficio di presidenza.
Ci sono a disposizione 30 posti, ancora da spartire, ma che mettono tutti d’accordo. Tant’è che i questori — cioè i deputati che amministrano la Camera — non sono riusciti a controllare l’informazione riservata.
I fortunati 30 hanno seguito un percorso diverso: a chiamata.
Siccome il tempo per i rispettivi referenti politici è finito, la chiamata va resa infinita con una sanatoria che costerà  3 milioni di euro l’anno.
Lo scontrino (pubblico) ha un valore, poi c’è il retroscena buffo.
L’ufficio di presidenza, lo scorso dicembre, aveva approvato un documento per bloccare una prassi che procedeva spedita dal ’94: i collaboratori dei gruppi parlamentari, conclusa la legislatura di cinque anni, venivano regolarizzati e distribuiti ai nuovi entranti.
Soltanto che la prassi si è gonfiata troppo: è diventata un plotone di 550 persone in meno di vent’anni.
Con una mano si ferma la tradizione e con una mano si rinnova: i 30 assunti verranno inseriti nell’organico a disposizione dei prossimi gruppi.
Ma non erano già  di un numero esagerato?
Domanda: e se il Movimento Cinque Stelle non dovesse accettare il supporto di un ex berlusconiano o bersaniano? Non succede nulla.
Non ci saranno disoccupati.
Perchè i 30 sono di fatto distaccati, ma appartengono all’Ufficio di presidenza che avrà , invece, un ammanco di 3 milioni di euro in bilancio.
Questa è l’estrema furbata di un Parlamento che non ha giocato con le tre carte, ma che le ha nascoste.
Per anni, dal ’94, Montecitorio è stato imbottito di ex portaborse, a volte meritevoli e a volte inadeguati, finchè l’antipolitica non li ha travolti.
Valeva una regola: varcato il portone centrale, non si esce più.
Poi le conseguenze sono piovute nel mucchio. Senza distinzioni. Senza ricordare che, spesso, c’erano consulenti giuridici sottopagati, proprio quelli che aiutavano i deputati a scrivere le leggi.
Stavolta, un Parlamento che non esiste più si industria per salvare gli amici: e non con una retribuzione di medio livello, ma con l’inquadratura da dirigente.
In soldoni: circa 100mila euro l’anno — in media — per ciascuno dei 30.
Il Fatto ha contattato i portavoce di Gianfranco Fini, Antonio Napoli, Rosy Bindi e direttamente i deputati Silvana Mura e Mimmo Lucà : c’è chi non ha risposto, chi non rammentava, chi aspettava l’ordine del giorno.
C’è un pezzo di Montecitorio — quelli assunti superando un concorso pubblico — che tifa contro l’ennesima sberla morale.
Mancano tre giorni per fermare le penne che dovranno firmare una delibera da 3 milioni di euro.

Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)

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MILITANTI DEL PD CONTRO IL GOVERNISSIMO: “L’ALLEANZA CON SILVIO E’ LA NOSTRA ESTINZIONE”

Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile

LARGA MAGGIORANZA DEGLI ELETTORI CONTRO L’IPOTESI DI UN ACCORDO CON BERLUSCONI                

L’orizzonte sembra restringersi.
Da un lato Grillo che risponde alle proposte del Pd a suon di “stalker”, “facce da culo” e “adescatori”.
E dall’altro, la base dei democratici che manifesta in maniera sempre più intensa e radicale la propria avversione a qualsiasi ipotesi di “governissimo” con il Pdl.
Chiedendo a Pierluigi Bersani di non desistere in uno sforzo politico: coinvolgere, i deputati e i senatori del MoVimento Cinque Stelle, nella delineazione dell’agenda politica del prossimo governo della Repubblica.
L’eventuale apertura di un cantiere politico con Silvio Berlusconi viene da più parti definito un “suicidio politico”.
E il dibattito tra elettori e militanti democratici si sfoga in rete.
Cercare sul motore di ricerca di Twitter la parola “governissimo” significa trovarsi di fronte velenose invettive in 140 caratteri.
“Se lo fate, giuro, non vi voto più”, “Se ci accordiamo con Berlusconi non oso neanche immaginare quali potrebbero essere i risultati di Grillo alle prossime elezioni”, “Sarebbe solo autolesionismo, quali riforme si potrebbero fare con il Popolo della Libertà ?”.
E gli ultimi annunci dei peones berlusconiani non fanno altro che inasprire i commenti. “Come no, alleiamoci con chi vuole scendere in piazza contro la magistratura”.
E le discussioni si alimentano anche di numerosi contributi di chi “vive” il Partito Democratico dall’interno.
La sensazione è che l’ipotesi governissimo sia da più parti considerata come il primo punto da evitare.
Netta la posizione di Cristiana Alicata, che a Repubblica.it dice: “Chiusura totale al PDL per quanto mi riguarda pena l’estinzione del PD alle prossime elezioni. Il PD deve provare a fare una nuova legge elettorale, tagliare i costi della politica, approvare una legge su conflitto di interesse. E inchiodare Grillo sui punti del suo programma. E tra un anno si va al voto”.
Il rapporto con Grillo potrebbe anche significare l’apertura di nuovi scenari per quanto riguarda l’agenda politica dei democratici.
Sul suo blog, Pippo Civati scrive: “Se poi con il M5S si mettesse in scacco una parte del Pd, finalmente si riuscirebbero a fare cose che una parte del partito non ha mai voluto fare”.
E per il neo deputato di Monza, i punti essenziali sono: conflitto d’interessi, legge elettorale, lotta alla corruzione, legge sui partiti e riduzione delle spese militari.
Poi reddito di cittadinanza e riforma del sistema bancario.
Tra i neo parlamentari del Pd, anche la posizione di Fausto Raciti, segretario dei Giovani Democratici.
Che su Facebook scrive: “Sarebbe un errore cercare le larghe intese. Non per calcolo tattico, ma per impossibilità  di realizzare, dentro la cornice di un accordo Pd-Pdl-Monti, qualsiasi riforma che non sia di carattere recessivo sul piano economico e sociale. Sia chiaro che il problema, anche in questo caso, non sarebbe semplicemente il vedere sparire la sinistra italiana, ma che un governo così non servirebbe al paese”.
E i dati delle elezioni consegnano al Pd nuove possibilità .
Spiegate nell’analisi del voto di Left Wing, blog collettivo vicino alla sinistra Pd.
Si legge: “Ora è possibile emarginare il Cavaliere dal gioco politico, liberare la democrazia italiana dall’ipoteca che ne ha così pesantemente condizionato lo sviluppo, aprire veramente una fase nuova della storia d’Italia”.
Poi il consiglio al segretario: “Quello che bisogna dire chiaramente, prima di tutto ai grillini, è che il Partito democratico non avanzerà  alcuna proposta tattica, non farà  esperimenti nè manovre parlamentari di alcun genere. Presenterà  il programma dei primi cento giorni pubblicamente, davanti a tutti gli italiani”.
E se Beppe Grillo “vorrà  assumersi la responsabilità  di impedirne la realizzazione, se i suoi parlamentari decideranno di non sostenerlo, vorrà  dire che si tornerà  a votare e giudicheranno gli elettori”.
Notevole anche l’attività  dei cittadini in rete.
Da segnalare la petizione firmata da Guido Allegrezza su Change. org. Una lettera diretta a Bersani, Vendola e Grillo.
Vi si legge: “L’Italia ha scelto e ha scelto bene, anzi benissimo. Gli elettori e le elettrici hanno dato le carte. Adesso voi dovete giocare la partita bene e con abilità . Guardate a ciò che vi unisce, tramutate i vostri programmi in un’agenda per i prossimi 5 anni e trasformate l’Italia. Questa è una partita con una mano sola. Non sprecatela”.
Infine, il ritorno dei sondaggisti. Istituto Swg per Agorà , la trasmissione di RaiTre: “per il 72% degli elettori di centrosinistra e per il 66% di quelli del Movimento 5 Stelle, Bersani e Grillo dovrebbero allearsi e governare assieme”.
Le larghe intese?
“Per il 16% degli elettori del centrosinistra e per il 14 percento di quelli del movimento 5 stelle, il Pd dovrebbe puntare sull’appoggio di tutte le forze in parlamento”.
Il governissimo si ferma al 2% dei consensi per entrambi i bacini elettorali.

Carmine Saviano
(da “La Repubblica”)

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ELETTORATO CINQUESTELLE: META’ E’ FAVOREVOLE AD ALLEANZE

Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile

PER IL 68% “PRONTI A GOVERNARE”

Al governo o all’opposizione?
Già  prima del voto, già  prima che prendesse forma un Parlamento ingovernabile, la “base” del M5S si presentava divisa, al suo interno, sul possibile ingresso in una maggioranza di governo.
Con una leggera prevalenza dei favorevoli a far parte di una coalizione.
La crescita del consenso per il partito di Grillo, negli ultimi mesi (e nelle ultime settimane), fino allo straordinario successo di lunedì, è stata accompagnata da una crescente (auto)consapevolezza delle potenzialità  del MoVimento.
Anche quale soggetto di governo.
Lo scorso maggio, dopo l’exploit delle amministrative, l’85% dei suoi elettori giudicava la formazione capace di governare a livello locale, ma solo il 56% riteneva possibile esportare su scala nazionale l’esperimento di Parma e di altre amministrazioni comunali. Tale quota, tuttavia, oggi è cresciuta di oltre dieci punti.
Due elettori del M5S su tre – il 68%, contro il 23% dell’elettorato nel suo complesso – ritengono il MoVimento pronto per assumere posizioni di responsabilità  anche a Roma. Questo è il risultato del sondaggio condotto nei giorni 19-21 febbraio.
“Grillo al governo”, dunque, ma come? E, soprattutto, con chi?
La maggioranza (relativa: 37%) di chi vota M5S auspicava, prevedibilmente, una netta affermazione del partito e la formazione di un esecutivo monocolore a cinque stelle.
Una componente appena inferiore (34%), tuttavia, caldeggiava l’ingresso in una coalizione di governo.
Mentre appena il 19% preferiva che i parlamentari del MoVimento sedessero tra i banchi dell’opposizione.
L’ipotesi di un governo interamente “grillino” era e rimane poco verosimile, sebbene sia stata provocatoriamente rilanciata in questi giorni dal leader del MoVimento.
Comunque difficile, ma più facilmente percorribile, appare invece la possibilità  di un patto con il centro-sinistra di Bersani.
Magari con un appoggio esterno, magari seguendo il modello già  sperimentato in Sicilia (definito dallo stesso Grillo come “meraviglioso”).
Per questo, il sondaggio chiedeva agli elettori del M5S di sbilanciarsi rispetto a un quadro politico (in qualche misura) riconducibile a quello attuale.
Di fronte allo scenario di una mancata vittoria “in solitaria”, l’elettorato a cinque stelle si divideva quasi a metà  tra due strategie.
Il 41% auspicava che il partito si schierasse comunque all’opposizione.
Il 49%, pur senza prefigurare l’importanza dei senatori del M5S nel garantire la governabilità  del Paese, riteneva percorribile la strada della partecipazione ad una maggioranza di governo.
Sarà  interessante verificare, nei prossimi giorni, come evolveranno tali opinioni, e come l’eventuale spinta “dal basso” inciderà  sull’atteggiamento dei neo-eletti e del “capo” a cinque stelle.

(da Istituto Demos)

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ELEZIONI, UNA PIOGGIA DI RIMBORSI SUI PARTITI: IN ARRIVO 159 MILIONI DI EURO

Marzo 1st, 2013 Riccardo Fucile

AL PD 45,8 MILIONI, TRE IN PIU’ CHE AI GRILLINI, AL PDL 38

Il conteggio delle schede uscito dalle urne è appena finito. I commenti si sprecano e le previsioni sul futuro politico impazzano. Alcuni cantano vittoria, altri si leccano le ferite. Ma c’è chi se la gode in silenzio: i tesorieri dei partiti che contano i voti e sono pronti a spartirsi nei prossimi cinque anni una torta di circa 159 milioni di euro definiti rimborsi elettorali.
A gioire però saranno però solo gli amministratori che vigilano sulle casse dei gruppi che hanno portato alle Camere almeno un parlamentare.
Gli altri, alla luce delle nuove norme approvate nel luglio dell’anno scorso, resteranno a bocca asciutta.
E tutti avranno un moto di nostalgia nel vedere “ballare” solo 159 milioni e penseranno al 2008 quando il “bottino” ammontava a ben 407 milioni
La regola è che tanti voti prendi tanti soldi incassi.
E dunque per ironia della sorte una bella fetta del grande del banchetto post-elettorale, 42,7 milioni di euro, dovrebbe toccare al Movimento Cinque stelle di Beppe Grillo che della lotta contro questa elargizione dello Stato ai partiti ha fatto uno dei temi forti della battaglia elettorale.
I grillini combattono una lotta senza quartiere a quello che viene considerato un finanziamento pubblico vero e proprio mascherata da rimborso.
Una lotta basata sulla rinuncia a questa piccola montagna di soldi. Soldi che allo stato attuale però Grillo e i suoi militanti non potrebbero neanche ricevere.
Perchè le nuove norme richiedono che il partito per godere del rimborso deve avere uno statuto .
E fino ad oggi Grillo si è sempre vantato di avere un “non statuto” e di essere un “non partito”.
Comunque ancora ieri la questione dei soldi dei rimborsi era al centro della “discussione” fra Pd e Movimento Cinque Stelle con Beppe Grillo che da Twitter annunciava: «Se Bersani vorrà  proporre l’abolizione dei contributi pubblici ai partiti sin dalle ultime elezioni lo voteremo di slancio».
E con i neo eletti grillini alla regione Lombardia, sulla scorta di quanto hanno fatto i colleghi siciliani, che proclamavano il loro rifiuto dei rimborsi e il taglio del loro stipendio.
In attesa di vedere sviluppi politici sulla faccenda, i tesorieri fanno i conti.
Quello del Pd, Antonio Misiani, per esempio, dovrebbe incassare 45.856.037 euro che darebbero fiato alle casse del partito.
Al Pdl, invece arriverebbero 38.060.750 euro che aiuterebbero Rocco Crimi, che è tornato al suo posto dopo avere dato le dimissioni.
Soldi che farebbero molto comodo anche alla luce delle notizie circolate durante la campagna elettorale sulle casse pidielline completamente vuote.
Soldi arriveranno anche a chi viene giudicato sconfitto nelle urne.
Mario Monti e il suo movimento Scelta civica, potranno contare su 7.126.437,5 euro della Camera a cui si aggiungono gli 8.002.312,5 del Senato.
Ma questi 15 milioni non sono tutti del Professore che dovrà  fare i “conti”, nel vero senso della parola, con gli alleati dell’Udc e di Fli con cui ha presentato una lista unica a Palazzo Madama.
Casini, intanto, in proprio racimola un altro milione e 500 mila euro.
Il partito del presidente della Camera invece non vedrà  neanche un euro perchè non ha eletto direttamente nessuno.
Ma qui entra in gioco la legge elettorale pensata nel 2005 da Roberto Calderoli.
Perchè Fini ha ottenuto 159.249 voti e non ha alcun deputato.
Gli autonomisti altoatesini della Svp con 146,409 voti hanno invece eletto cinque deputati e porteranno a casa 366 mila euro.
E soldi pubblici avranno anche Grande Sud di Gianfranco Miccichè, 350 mila euro e il Megafono di Rosario Crocetta, il “governatore” siciliano.
Resta invece a bocca asciutta Rivoluzione civile di Antonio Ingroia e con lui i partiti della coalizione: Rifondazione, Verdi, Italia dei Valori e Pdci.

Silvio Buzzanca
(da “La Repubblica“)

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