Marzo 26th, 2013 Riccardo Fucile
LICENZIATI I DIPENDENTI, HA PORTATO CON SE’ QUATTRO SEGRETARIE… AI RAPPORTI CON LA STAMPA L’EX AGENTE BETULLA FARINA… CARFAGNA E LORENZIN RINUNCIANO AL RUOLO DI VICE: “NON CON LUI”
La televisione per la sua stanza, da nuovo mega super capogruppo l’ha voluta enorme. Perchè a lui
tutto piace in grande.
Venerdì 15 febbraio l’elezione di Renato Brunetta alla presidenza della squadra Pdl alla Camera non era ancora formalizzata — Silvio Berlusconi aveva appena imposto ai deputati la sua irrevocabile scelta contro tutto e tutti — che già l’ex ministro si era presentato nei locali al sesto piano che erano stati di Fabrizio Cicchitto e impartiva le nuove disposizioni.
Via il vecchio (neanche tanto, sembra avesse un paio d’anni) Toshiba del suo predecessore. La segretaria ha convocato i commessi per ordinare un nuovo tv al plasma da 50 pollici: «Presto, anzi subito».
Costo (nell’ordine di migliaia di euro) a carico dei fondi del gruppo. Con buona pace dei tagli ai costi.
Era solo il preludio di quel che in una settimana si sarebbe trasformato nel tornado Renato, abbattutosi sui deputati Pdl.
Settimana tribolata dentro e fuori quelle stanze.
A farne le spese, per primo, il commesso del piano, deferito ai superiori per una sorta di lesa maestà : accusato di non essersi alzato e non aver «nemmeno salutato» il nuovo capogruppo al suo passaggio.
Scatta richiesta di provvedimento disciplinare, incidente che, va da sè, è morto di morte naturale sul tavolo di un costernato segretario generale di Montecitorio, Ugo Zampetti.
Il tempo di mettere piede nelle stanze del gruppo ed ecco il primo atto dell’economista prestato alla causa berlusconiana: l’azzeramento dell’intero staff in servizio.
A nessuno dei 98 dipendenti della passata legislatura viene rinnovato il contratto, nemmeno ai 36 preventivati in ragione del drappello di deputati ridotto a un terzo. Drammi umani.
Il centinaio di parlamentari che si presenta agli uffici del gruppo, trova completamente deserte le stanze al quarto, quinto e sesto piano di pertinenza Pdl.
In compenso, hanno preso possesso delle sale del capogruppo quattro nuove segretarie che Brunetta ha già portato con sè dalla sua Free Foundation: adesso passeranno a carico del Pdl.
Alle altre assunzioni provvederà lui personalmente.
Intanto, ha già richiamato in servizio Renato Farina (in ballo tra il ruolo di portavoce e capo ufficio stampa), proprio l’ex deputato e giornalista sospeso dall’Ordine in quanto referente dei servizi, nome in codice “Betulla”.
Tra i deputati è già caos. L’ultima goccia quando Brunetta annuncia che sarebbero stati sorteggiati e non scelti gli scranni in aula e che sarebbe stata sua l’ultima parola sull’assegnazione nelle varie commissioni.
In dieci minacciano di passare al misto. Così mercoledì sera Brunetta comunica a Palazzo Grazioli l’intenzione di dimettersi: «Ho tutto il gruppo contro, non si può lavorare». Fulminato tuttavia da Berlusconi, alla vigilia della salita al Colle per le consultazioni. Venerdì il patatrac finale.
Errore nella distribuzione dei voti e fallisce l’elezione di Laura Ravetto alla carica di segretario d’aula.
In questo clima, Mara Carfagna e Beatrice Lorenzin hanno rinunciato alla carica di vicecapogruppo («Non con Brunetta»).
La sola Gelmini, per spirito di servizio, starebbe valutando.
Ma i deputati raccolgono firme per la clamorosa sfiducia. Verdini e Alfano promettono che lunedì affronteranno il caso.
Prima che il gruppo tracolli.
Carmelo Lopapa
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Marzo 26th, 2013 Riccardo Fucile
LA RENZIANA BONAFE’ ATTACCA GRILLO: “NON HA PUBBLICATO I NOMI DEI FINANZIATORI DELLO TSUNAMI TOUR”
“Beppe Grillo ha fatto della trasparenza una battaglia condivisibile, ma di fatto sul suo sito non ha ancora messo gli importi e i nomi dei finanziatori dello ‘tsunami tour’“.
Lo afferma Simona Bonafè, neodeputata del Pd vicina a Renzi, durante la trasmissione “In onda”, su La7.
“Non si sa chi ha finanziato la campagna elettorale del Movimento 5 Stelle” — continua — “non si sa come sono stati spesi i soldi dello ‘tsunami tour’. La trasparenza deve essere quella della pubblicazione di tutte le spese, voce per voce, fattura per fattura”.
E aggiunge: “Noi del Pd, ad esempio, abbiamo pubblicato anche i nomi dei finanziatori di quella famosa cena di Matteo Renzi con la finanza milanese, che destò tanto scandalo. Ovviamente abbiamo pubblicato solo i nomi di quelli che hanno accettato di essere visibili“.
Peccato che, come scritto dal Fatto Quotidiano, la lista dei donors del sindaco di Firenze sia ancora riservata.
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Marzo 26th, 2013 Riccardo Fucile
IN DIECI ANNI LE IMPOSTE TRIBUTARIE DI REGIONI, PROVINCE E COMUNI SONO CRESCIUTE DEL 32,2%
Regionali, comuni e province puntano sui contribuenti, per far quadrare i conti dei bilanci. 
In un anno le imposte delle amministrazioni sono aumentate di 9,2 miliardi, arrivando a un totale di 182,9 mld (+5%).
E dire che sembrava iniziato un trend positivo, di riduzione delle tasse locali, partito nel 2008 e proseguito l’anno successivo.
Ma già nel 2010 l’imposizione è tornata a salire e l’anno successivo la tendenza è stata confermata con ulteriori incrementi.
Proprio nel periodo della crisi, quando cresce il numero delle famiglie in difficoltà , gli enti hanno deciso alzare l’asticella delle entrate fiscali, con incrementi annuali che superano anche il 10%.
I dati, contenuti nelle tabelle dell’Istat ed elaborati dall’Adnkronos, mostrano che rispetto a 10 anni prima le entrate fiscali, tra imposte dirette e indirette, sono aumentate di 44,5 mld (+32,2%).
Tornando al confronto annuale, secondo i dati più aggiornati dell’istituto di statistica, le imposte comunali dal 2010 al 2011 sono cresciute di 4,8 mld arrivando a 100,8 mld (+5%).
Seguono a breve distanza le regioni, che hanno portato il gettito complessivo a 77,5 mld con un incremento di 4 mld (+5,4%).
Mentre le province hanno aumentato gli incassi di quasi mezzo miliardo, arrivando a 4,7 mld (+11,1%).
Confrontando le entrate fiscali del 2001 con quelle del 2011 emerge che l’aumento è stato pari a 23,9 miliardi per i comuni (+31,1%); mentre per le regioni il gettito risulta di 19,3 miliardi in più (+33,1%).
Ma sono le province le strutture che in 10 anni sono riusciti a ottenere i risultati più elevati, con un gettito che è aumentato del 41,3% (+1,4 mld).
Nonostante l’aumento del peso fiscale le entrate complessive degli enti locali e territoriali si riducono, a causa del taglio dei trasferimenti.
Così cresce la quota fiscale sul totale delle risorse a disposizione di comuni e regioni, passando rispettivamente dal 39,7% del 2010 al 42,3% del 2011 e dal 44,9% al 48,2%. Tornando indietro di altri 10 anni si scopre che nel 1991 le entrate fiscali ammontavano a solo il 14,2% del totale per i comuni e al 15,2% per le regioni.
La differenza è da attribuire soprattutto al livello di imposizione molto più contenuto: i comuni si limitavano a una tassazione totale di 15,5 mld mentre le regioni si fermavano a 10,1 mld.
Le tasse, da allora, sono aumentate del 548,8% nel caso degli enti locali e del 665,7% nel caso degli enti territoriali.
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Marzo 26th, 2013 Riccardo Fucile
IL PROPRIETARIO DELLA GRIGLIERIA: “E’ UNA RISPOSTA A QUANTI MI FANNO CAPIRE DI NON ESSERE ACCETTATI IN ALTRI LOCALI”
“Si accettano tutti gli stranieri”. Questa la frase stampata su volantini e locandine che pubblicizzano la griglieria di Umberto Raia, un anziano ristoratore di Tradate, cittadina in provincia di Varese.
Una frase che generalmente si attribuisce all’uso dei ticket restaurant e che, invece, in questo caso viene utilizzata per “concedere” ai non italiani di entrare nel ristorante del signor Raia.
Ma perchè era necessario specificarlo?
“Nel mio ristorante gli stranieri sono i benvenuti, troveranno ottimo cibo a un prezzo accessibile a tutti”, ha spiegato Raia, 68 anni di origini siciliane che da 23 anni gestisce il locale immerso nella campagna ai margini della cittadina di Tradate.
“Io in zona ci sono da tanti anni e mi capita spesso di ricevere lamentele da parte di stranieri che mi chiedono se possono entrare, facendomi capire che altrove hanno ricevuto dei rifiuti. E perchè non dovrei farli entrare? Il locale è mio, i prezzi li faccio io e le regole anche. Quindi ho semplicemente messo nero su bianco una cosa che sento”.
Una trovata, quella del signor Raia, che ha acceso il dibattito nella cittadina, tanto che sono molti quelli che hanno iniziato a domandarsi se effettivamente vi siano locali che non consentono l’accesso agli stranieri, lui intanto assicura: “Ce ne sono tanti, gli stranieri non li vuole nessuno. Quando entrano dicono che non hanno posto anche quando magari non hanno tavoli prenotati, perchè c’è pregiudizio”.
Ma non sarà una manovra pubblicitaria?
Umberto Raia è categorico: “Sono più di quarant’anni che faccio il ristoratore, non mi serve certo questa pubblicità , mi adeguo semplicemente ai tempi e dico quello che sento di dover dire. Io lo ho fatto non per guadagno o per specularci sopra. Adesso arriva uno sposalizio di marocchini, sono in 70, arrivano con il loro cibo e mi pagano un tot a persona, perchè non dovrei accettarli? Mi pagano, altrove non lo avrebbero permesso”.
Negli altri ristoranti e nei bar della città¡ allargano tutti le braccia e alzano gli occhi al cielo garantendo che gli stranieri entrano ovunque e che nessuno si è mai messo a fare questioni sulla provenienza dei clienti.
I più maligni (o i più sinceri) con la garanzia dell’anonimato (“perchè ho un’attività ”) avanzano qualche dubbio sull’insolita iniziativa di Raia: “Forse apre agli stranieri perchè gli italiani non ci vanno” e, qualcun altro in modo più politicamente corretto: “Da bravo venditore avrà deciso di riposizionare il suo target e starà cercando di conquistare una nicchia di mercato a oggi inesplorata”.
Tradate, prima di venire espugnata nel 2012, è stata per venti anni una roccaforte leghista. L’attuale presidente della Provincia Dario Galli e il senatore Stefano Candiani (che della Lega è stato segretario provinciale), sono entrambi ex sindaci della cittadina.
Qui sentimenti fondanti del Carroccio hanno sempre trovato terreno fertile, tanto che alla vista del volantino di Umberto Raia c’è anche chi ha commentato: “Queste cose sono il risultato di vent’anni di intossicazione leghista“.
Il senatore Candiani, liquida la faccenda senza troppo interesse: “Ritengo che l’argomento sia di una tale banalità che non merita nemmeno una considerazione. Non riesco a vederci niente di serio. Come in tanti altri ristoranti in questo periodo ci sono pochi clienti e questo signore avrà trovato il modo di trovarne di nuovi”.
Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 25th, 2013 Riccardo Fucile
IL SASSOFONISTA AVEVA PROMESSO CHE AVREBBE AZZERATO LE NOMINE…. ALLA FINE LE HA RADDOPPIATE: DUE POSTI ALLA LEGA E DUE AL PDL
Dopo gli assessori, in gran parte esterni, nella giunta di Roberto Maroni arrivano i sottosegretari. 
Alla fine dovrebbero essere addirittura quattro: due del Pdl e altrettanti della Lega, nonostante all’inizio il neogovernatore avesse fatto capire che era sua intenzione azzerarli, salvo successivamente annunciare che si sarebbe limitato a nominarne due. Invece con ogni probabilità ci sarà il raddoppio.
I primi due dovrebbero essere nominati appena dopo Pasqua: per il Pdl si fa il nome di Marco Cirillo, sindaco di Basiglio e molto vicino a Paolo Berlusconi, che dovrebbe ottenere una delega all’Expo e ai rapporti con gli enti locali, sempre che alla fine non si decida di sdoppiare gli incarichi per giustificare il raddoppio delle poltrone.
Per il Carroccio il prescelto dovrebbe essere il maroniano Dario Galli, presidente leghista in scadenza della Provincia di Varese, che secondo indiscrezioni raccolte in ambienti del suo partito non si sarebbe candidato alle ultime elezioni regionali proprio perchè aspirava a un posto nella squadra di Maroni, piuttosto che accontentarsi del ruolo di commissario come previsto dalle nuove norme sul superamento delle Province.
L’ipotesi è che diventi sottosegretario alle Comunità montane.
Caustico il commento del capogruppo del Pd, Alessandro Alfieri: «La scelta di Maroni di nominare molti assessori tecnici ha già fatto lievitare i costi. Se a questo si aggiungessero le nomine dei sottosegretari, si partirebbe veramente con il piede sbagliato: continuiamo a sostenere che, oltretutto, si tratta di ruoli inutili dato che le stesse deleghe potrebbero tranquillamente essere assegnate agli assessori».
Nel frattempo si avvicina l’inizio ufficiale della decima legislatura.
Mercoledì, nella prima seduta del Consiglio regionale, Maroni illustrerà il suo programma e annuncerà la costituzione di una commissione regionale Antimafia.
Il primo atto del consiglio sarà l’elezione del nuovo Ufficio di presidenza dell’aula: sembra scontata la scelta di eleggere presidente l’ex assessore regionale ciellino Raffaele Cattaneo e il coordinatore regionale pdl Mario Mantovani sta mediando per vincere le resistenze dei leghisti.
Le due poltrone di vicepresidente dovrebbero andare al leghista Fabrizio Cecchetti e a un esponente del Pd tra l’uscente Sara Valmaggi e i consiglieri regionali Fabio Pizzul e Gian Antonio Girelli: il gruppo deciderà chi scegliere.
Per le poltrone di consigliere segretario, invece, i due prescelti dovrebbero essere Alessandro Colucci per il Pdl ed Eugenio Casalino del Movimento 5 Stelle, visto che il Pd ha offerto il suo posto ai grillini.
Nella prima riunione il nuovo organismo dovrà decidere il numero delle commissioni regionali: la scorsa legislatura quelle permanenti furono otto, più una speciale sul sistema carcerario.
Resta ancora aperta la partita della nomina di alcuni capigruppo.
Se Pd e lista Maroni hanno già deciso, rispettivamente, per Alessandro Alfieri e Stefano Bruno Galli, il gruppo del Carroccio dovrebbe scegliere tra Massimiliano Romeo e Ugo Parolo.
Nel Pdl Claudio Pedrazzini dovrebbe spuntarla su Giulio Gallera e sul ciellino Claudio Parolini.
Andrea Montanari
(da “La Repubblica”)
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Marzo 25th, 2013 Riccardo Fucile
PDL, LA DESTRA E LEGA HANNO DEPENNATO SOLO QUALCHE CASO ECLATANTE
Lo scandalo rimborsi, che ha travolto anche la Regione Friuli Venezia Giulia, non sembra aver avuto nessuna ricaduta su alcune candidature alle imminenti elezioni per il rinnovo dell’Assemblea regionale.
Dei venti consiglieri indagati per peculato dalla Procura della Repubblica di Trieste, nell’ambito dell’inchiesta sulle spese di rappresentanza, sono infatti ben cinque quelli che il 21 aprile tenteranno di riottenere uno scranno nel palazzo di piazza Oberdan.
Si tratta dei pidiellini Paolo Santin, Franco Dal Mas, Alessandro Colautti e Roberto Marin.
Ai quali il partito, che ha depennato dalle proprie liste i casi più eclatanti, non ha voluto rinunciare.
Perchè insomma, seppur sempre a spese dei contribuenti, “un conto è l’acquisto di felpe sportive (effettuato da Santin, ndr) per una squadra di calcio — sostiene il governatore uscente e candidato presidente del centrodestra, Renzo Tondo — altra cosa è comprare del salmone la vigilia di Natale o un treno di gomme”.
Dunque non ritenendo così gravi le loro spese (tra queste anche la cena di San Valentino di Colautti, gli acquisti in macelleria di Marin, le scarpe e i ricambi per le pentole di Dal Mas), che “verranno sicuramente giustificate” auspica il partito, e tenendo anche conto della mole di voti che portano in dote, i quattro sono stati graziati.
C’è poi il quinto consigliere, Franco Baritussio, candidato con La Destra di Storace (ma anche lui fino a poco tempo fa nelle file del Pdl), che dalla Regione si è fatto rimborsare il soggiorno wellness in Carinzia (Austria).
A lui va dato atto però di aver restituito la somma e soprattutto di essersi scusato, ammettendo di aver compiuto una leggerezza.
Ma basterà a riconquistare quella verginità politica agli occhi degli elettori friulani che, dopo l’inchiesta che sta facendo tremare la Regione, iniziano ora a guardare con sempre più interesse al Movimento 5 Stelle?
Beppe Grillo è pronto a replicare la campagna elettorale “modello Sicilia” anche qui, dove il suo candidato presidente si chiama Saverio Galluzzo.
Già perchè neanche gli altri due grandi partiti, il Pd e la Lega Nord, sono rimasti fuori dall’inchiesta sulle spese di rappresentanza, condotta dal pm Federico Frezza.
Tra i democratici c’è chi ha presentato gli scontrini di pranzi e cene o acquisti in gioiellerie ed enoteche.
I quattro consiglieri Pd (uno passato al gruppo misto) indagati non sono stati però riconfermati.
La candidata presidente del centrosinistra, Debora Serracchiani, era stata chiara: “la nostra comunità non deve subire le conseguenze del comportamento inqualificabile di un gruppo di consiglieri che non hanno saputo onorare la loro carica”, aveva detto nelle scorse settimane.
Ad essere silurati anche esponenti del Carroccio, come i consiglieri Enore Picco, che avrebbe messo a rimborso addirittura le ricevute di un’armeria, e Federico Razzini (le sedute dal barbiere).
Su di loro si era espresso direttamente il segretario federale, Roberto Maroni: “Visto quel che è successo, meglio un cambiamento totale”.
La “linea dura” della Lega ha risparmiato però alcuni consiglieri uscenti come Claudio Violino e Mara Piccin (entrambi ricandidati).
Vero, al momento non indagati, tuttavia c’è chi, anche all’interno dello stesso partito, solleva sospetti su di loro.
Visto che, a parte quelle di Razzini e Picco, le spese allegre del gruppo consiliare leghista sono tutte anonime.
Nel carroccio a correre nuovamente alle regionali, nonostante le sue beghe giudiziarie (di tutt’altro genere), ci sarà infine anche Federica Seganti.
L’attuale assessore regionale alle Attività produttive — l’unica su cui non ricade alcun sospetto per l’affaire rimborsi, dal momento che non poteva accedere ai fondi del gruppo — è infatti indagata per abuso d’ufficio, con l’accusa di aver affidato all’emittente Rtl 102,5, senza alcuna gara, una campagna radiofonica per la promozione del turismo in Friuli.
Costo dell’operazione: circa 400mila euro.
Gabriele Paglino
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 25th, 2013 Riccardo Fucile
CONVERTITO NEL 2008, ORA CRITICA RATZINGER PER AVER PREGATO CON I MUSULMANI E SI SCAGLIA CONTRO LA “PAPALATRIA” PER BERTOGLIO
“La mia conversione al cattolicesimo la considero conclusa”. 
Lo dichiara Magdi Cristiano Allam dalle pagine del “Giornale” spiegando che si tratta di “una scelta maturata anche di fronte alla realtà di due Papi”, ma ciò che “più di ogni altro fattore mi ha allontanato dalla Chiesa – spiega – è la legittimazione dell’islam come vera religione, di Allah come vero Dio, di Maometto come vero profeta, del Corano come testo sacro, delle moschee come luogo di culto”.
Magdi Cristiano Allam aveva formalizzato la sua conversione al cattolicesimo nel 2008.
Durante la veglia pasquale aveva ricevuto battesimo, cresima ed eucaristia in San Pietro direttamente dalle mani di papa Benedetto XVI.
Ma ora le sue critiche coinvolgono anche Ratzinger.
L’ex giornalista, ora parlamentare europeo, se la prende con la “Papalatria che ha infiammato l’euforia per Francesco I e ha rapidamente archiviato Benedetto XVI”.
Ma quella è stata solo “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”, spiega.
“È una autentica follia suicida il fatto che Giovanni Paolo II si spinse fino a baciare il Corano il 14 maggio 1999, che Benedet to XVI pose la mano sul Corano pregando in direzione della Mecca all’interno della Mo schea Blu di Istanbul il 30 no vembre 2006, mentre France sco I ha esordito esaltando i mu sulmani “che adorano Dio uni co, vivente e misericordioso”.
“Sono invece convinto – aggiunge – che l’islam sia un’ideologia intrinsecamente violenta così come è stata storicamente conflittuale al suo interno e bellicosa al suo esterno. Ancor più sono convinto che l’Europa finirà per essere sottomessa all’islam, così come è già accaduto a partire dal Settimo secolo”, “se non avrà la lucidità e il coraggio di denunciare l’incompatibilità dell’Islam con la nostra civilità e i diritti fondamentali della persona, se non metterà al bando il Corano per apologia dell’odio”.
“Continuerò – conclude Magdi Cristiano Allam – a credere nel Gesù che ho sempre amato e a identificarmi orgogliosamente con il cristianesimo come la civiltà che più di altre avvicina l’uomo al Dio che ha scelto di diventare uomo”.
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Marzo 25th, 2013 Riccardo Fucile
UN GRUPPO DI PARLAMENTARI PORRA’ IL TEMA DOMANI IN ASSEMBLEA
Succederà già martedì, quando saranno di nuovo tutti a Roma.
Alla Camera e al Senato, i parlamentari del Movimento 5 stelle si riuniranno per parlare dei prossimi passi.
Tra questi, le “consultazioni” con il premier incaricato Pier Luigi Bersani. È a quel punto, che se le cose non dovessero andare in un altro senso — e cioè verso un accordo Pd-Pdl — alcuni di loro si alzeranno in piedi e diranno: «Parliamone».
Non è così granitica, la pattuglia grillina in Parlamento.
Non è così convinta che la linea del «no a tutto» porti a qualcosa di buono.
«Se è solo per dire no — si sfoga un senatore — non vale neanche la pena venir qui. Basta registrare un messaggio in segreteria».
Li agita stare con le mani in mano. Li muove la paura che sia tutto inutile, che si sia arrivati fin qui e “pouf”, tutto rischi di svanire senza aver portato a casa nulla di buono.
Non sono molti, ma il loro ragionamento comincia a fare breccia. Così come su Internet cominciano a girare gli articoli di chi chiede di fare un passo avanti, verso un governo e verso il Pd.
Gli attivisti li linkano. Scrivono: «Quel che è giusto è giusto».
Inondano il blog di frasi come quella di Michele S: «Sarei favorevole all’idea di Bersani tenuto per le p… piuttosto che altri 5 anni di nulla».
«Ho votato Grasso», confida il senatore “dissidente”. «Non sono siciliano nè campano, non è questo il punto. Penso che dobbiamo fare lo sforzo di aprirci. Non si può andare al Colle con i punti del programma. Le regole della Costituzione non sono quelle del Movimento: dovevamo portare un nome. Lo stesso con Bersani. Dovremmo dirgli: “Il governo lo fai con questi qui”».
Il ragionamento è semplice: «Andiamo in giro a vantarci dei risultati in Sicilia, ma se per fare partire la giunta Crocetta fosse servito un voto di fiducia, non avremmo combinato nulla».
Uscire dall’aula, trovare il modo di far partire un governo con cui trattare alcuni punti, è su questo che il gruppo sarà chiamato a riflettere.
Voterete? «Votiamo anche per sederci, spero proprio che si voglia discuterne. Non ha senso tornare a elezioni, buttare 400 milioni di euro senza dare nessuna risposta». Quanti siete? «Al Senato credo di più, rispetto alla Camera c’è una differenza su base anagrafica».
Tradotto: ci sono persone più mature e meno spaventate dalla rigidità della linea Grillo-Casaleggio.
E però, anche tra i deputati qualcosa si muove.
Racconta uno di loro: «Spero proprio si possa riuscire a parlarne. È vero che un’eventuale fiducia potrebbe essere interpretata come una violazione del patto con gli elettori, ma un accordo su punti programmatici chiari forse no. L’urgenza ora è fare gli interessi degli italiani. Il Movimento deve compiere scelte mature, e in fretta. Potremmo mettere il Pd in un angolo, con un’intesa su più punti, con un calendario preciso. Se non li rispettano, li facciamo cadere. Ma non avremmo perso il nostro appuntamento con la storia».
Pare di leggere il blog. Tra i commenti di ieri, c’è Marco Pizzale: «Berlusconi vuole andare alle elezioni, sarebbe il caso di non imitarlo, conviene più che altro un governo stile Crocetta».
O Enea Lirici: «L’unico modo per tenere il Movimento unito e coerente con i valori che abbiamo difeso fino a oggi è il sostegno esterno momentaneo e condizionato al governo pd. Ogni altra scelta è uno sbilanciamento a favore di Berlusconi».
Sabrina di Pisa: «Questo movimento ha la forza per poter innescare un cambiamento, basterebbe un po’ di coraggio».
E Vincenzo Adamo: «La manifestazione no Tav è riuscita, ma è più che riuscita anche quella a piazza del Popolo. Mi chiedo se è conveniente permettere che con l’inciucio Pd-Pdl Berlusconi torni in auge».
I portatori di dubbi sono tanti. Aumentano ogni giorno.
Grillo potrebbe decidere di ascoltarli, o fare come ha fatto a Roma dopo le consultazioni al Quirinale: sgommare via con gli occhiali scuri, tifando per le macerie.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)
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Marzo 25th, 2013 Riccardo Fucile
LARGHE INTESE O URNE… BRUNETTA GIA’ COMMISSARIATO
«Noi abbiamo bisogno di siglare un accordo complessivo. Altrimenti è meglio votare a giugno, così
impediamo a Renzi di correre».
Prima di volare in Sardegna per una domenica dedicata a Francesca Pascale, Silvio Berlusconi ha lasciato alcune mirate consegne agli ambasciatori più fidati.
Preso atto del muro eretto dal leader dei democratici, il Cavaliere ha chiesto ai pontieri di rafforzare i canali di comunicazione con l’ala trattativista del Pd.
Quelli che da giorni si spendono per le larghe intese: «Penso che Bersani non ce la farà . Non ha più in mano il partito. Ci serve un interlocutore credibile ».
Berlusconi sogna un “accordone” che tenga assieme governo e Colle.
E’ pronto a siglarlo con Bersani, come dimostrano i segnali di fumo lanciati da Renato Brunetta: «Metta da parte l’ascia da guerra ».
Ma raccoglie per ora solo proposte al ribasso: «Ci chiedono di uscire dall’Aula. O di prestargli la Lega…».
Per questo è pronto, archiviato Bersani, a inseguire il patto anche con l’ala dialogante dei democratici.
La speranza è alimentata dai report di Denis Verdini, Gianni Letta e Angelino Alfano. Il primo racconta dei ragionamenti con Sposetti, il secondo vanta un filo diretto con il Colle, il terzo non risparmia telefonate a Enrico Letta.
Berlusconi raccoglie i resoconti, poi pronuncia velenosamente la sentenza: «Nel Pd tutti giurano che dopo Bersani ci sarà spazio per lavorare insieme».
Ma se l’“accordone” evaporasse, non rimarrebbe altra strada che il voto anticipato più veloce della storia repubblicana: «Renzi salterebbe un altro giro. Meglio per noi, perchè a giugno vinciamo».
La pausa di villa Certosa prelude a una settimana di fuoco.
Già oggi il Cavaliere è atteso a Montecitorio, per incontrare i gruppi parlamentari e reclamare l’ennesimo legittimo impedimento nel processo Ruby.
Alle truppe pidielline — ancora impressionate dal successo della manifestazione di piazza del Popolo — Berlusconi detterà la linea in vista dei colloqui con i democratici, fissati per martedì: «Noi siamo responsabili e siamo pronti alle larghe intese. Ma con pari dignità ».
E’ una battaglia giocata sui nervi. E sui nomi.
Quelli per un eventuale governissimo. Magari affidato a Piero Grasso, che secondo il quartier generale azzurro il Colle avrebbe “preservato”, evitandogli il primo incarico. E quelli per il Quirinale.
Il leader del Pdl da almeno un decennio propone Gianni Letta, ma sa che mai glielo concederanno. Prova a giocare la carta di Lamberto Dini, anche se con poche chance di successo.
E continua nel pressing su Giorgio Napolitano, puntando a ottenere un suo bis.
Per dar forza alla pretesa, Angelino Alfano brandisce anche la piazza riempita sabato nella Capitale: «Rappresentiamo una grande parte del Paese, non possono fare a meno di noi, non si può fare a meno di noi».
Mentre gli ambasciatori cercano di tessere la trama del Capo, il gruppo Pdl di Montecitorio assomiglia sempre più ad una polveriera.
La nomina di Renato Brunetta, imposta da Silvio Berlusconi e sancita per acclamazione, ha lasciato un’infinita scia di veleni.
Per sedare le tensioni si è infine stabilito di commissariare il capogruppo, affiancandogli come vicecapogruppo vicario Maria Stella Gelmini.
Un ruolo previsto dal regolamento, ma pensato soprattutto per imbrigliare il vulcanico berlusconiano.
L’ex ministro dell’Istruzione godrà anche della delega al personale e il compromesso servirà ad allontanare lo spettro di una resa dei conti con il capogruppo veneziano. Difficile, ma non impossibile, visto che alcuni parlamentari hanno addirittura ipotizzato una raccolta di firme per sfiduciare il nuovo Presidente del gruppo.
Per preparare la riunione dei deputati, Verdini, Alfano e Cicchitto si sono dati appuntamento stamattina. In gran segreto e senza Brunetta.
C’è da mettere la testa anche sulla grana scoppiata dopo l’azzeramento del personale Pdl della Camera e sulle tensioni interne scatenate dalla bocciatura di Laura Ravetto e Raffaele Calabrò, candidati a segretari d’Aula e abbattuti da fuoco amico.
Si annunciano scintille.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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