Destra di Popolo.net

LEOPOLDA, TUTTI SULL’ARCA DI NOE’

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

VERSO IL PARTITO NAZIONE: PER CONVINZIONE, PER UN POSTO AL SOLE, PER CONTARE

Qualcuno dice elegantemente Big Tent – la grande tenda alla Tony Blair – qualcun altro Arca di Noè, Andrea Romano cita Jovanotti, «sogno una grande chiesa, da Che Guevara a Madre Teresa», Renzi dice «siamo quelli delle porte aperte, non quelli che ti cacciano fuori», comunque sia una circostanza clamorosa al Cibali c’è: un centrosinistra che si espande. Fino al rischio dell’ossimoro.
A produrre un effetto del genere possono concorrere molte motivazioni, più sottili della banale corsa sul carro del vincitore o del bisogno del tepore di un potente, per esempio la volontà  di fare battaglie culturali «da dentro», la voglia di incidere, spostare il baricentro di Renzi nei limiti del possibile, o il semplice orrore del naufragio, la paura di sentirsi escluso.
Fatto sta che nel partito a vocazione maggioritaria chiamato Leopolda-2014 c’è posto per tutti.
Se il leader del Labour aveva, a riflettere sull’evoluzione del concetto di sinistra, Anthony Giddens e Peter Mandelson, qui c’è pur sempre Gennaro Migliore: «Qualcuno pensa che la sinistra sia il ragù della mamma». E in effetti l’ora di pranzo si avvicina.
Migliore sta indirettamente rispondendo a Nichi Vendola che gli ha dato del «cortigiano» e vede nella Leopolda «una moglie per il Gattopardo».
E così escogita la storia del ragù – citazione di Eduardo De Filippo -, critica a chi si affida solo a rassicuranti certezze. La cosa più bella che ha trovato qui, sostiene, è «la parola benvenuto».
Poi certo, è tutto un altro discorso vedere se ci sia spazio reale per le idee da cui lui proviene. Frasi come «il diritto di sciopero non è un diritto qualunque, è il primo dei diritti», che Migliore pronuncia non senza qualche emozione, fanno registrare uno degli applausi più tiepidi e rituali di tutta la Leopolda di quest’anno.
Qualcosa che verrà  potentemente travolto dal Renzi de «il posto fisso non esiste più». Altre espressioni sono invece molto in sintonia con la platea, per esempio la proposta di Andrea Romano, anche lui nuovo iscritto al Pd, reduce dall’esperienza di Italiafutura e poi di Scelta civica con Monti, del «partito della nazione»: «Siamo una nazione adulta, che ha contribuito a fondare l’Unione europea, non dobbiamo avere remore a difendere l’interesse nazionale. La nazione siamo noi. Quelli che sono qui e quelli che sono fuori da qui». Il patriottismo non è conservatorismo, diceva Orwell. Il cui vero nome era, appunto, Blair.
Pazienza se un «partito» della Nazione può sembrare contraddizione in termini, il sincretismo di Renzi se ne frega serenamente. Attrae opposti.
Sabato il prosaico Davide Serra, ieri il poetico astronauta Luca Parmitano, che ha proiettato in sala la foto dell’Italia scattata dallo spazio, con questo commento: «I confini li abbiamo inventati noi, vedete? Dall’alto non ci sono, i confini sono interiori, sono quelli che dobbiamo superare».
Sicuramente uno come il giovane Matteo Cuscela accede all’Arca perchè – come dice dal palco – crede che «la mia generazione è quella che, nè più nè meno, cambierà  il mondo».
Ma a pochi metri c’è anche Fabrizio Landi, finanziatore della Fondazione Open, poi nominato nel cda di Finmeccanica, un corpaccione che alle parole del giovine sogghigna scettico, appoggiato a una colonna.
Renzi, pure in un discorso in cui è andato dritto come un treno sulla Cgil e gli oppositori interni al Pd, ha usato l’aggettivo «affettuoso» per descrivere l’atteggiamento che c’è qui. Il che, unito all’ineffabilità  del potere, magnetizza persone diverse, Raffaele Cantone («la corruzione ci ruba il futuro») e lo sceneggiatore di Gomorra Stefano Pises, Patrizio Bertelli di Prada e il capo dell’Agenzia per le entrate Rossella Orlandi che, con qualche conflitto, chiama «Matteo» il premier.
Da Madre Teresa a Che Guevara c’è spazio per tutti e un caffè caldo per il sindaco di Roma Ignazio Marino, ormai più renziano di Renzi: «Ha fatto un discorso che è il futuro».

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)

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COMUNALI REGGIO CALABRIA: FALCOMATA’ (PD) SINDACO, IL M5S CROLLA AL 2,5%

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

PD AL 60%, DATTOLA (FORZA ITALIA) SI FERMA AL 27%… TRACOLLO DEI GRILLINI DAL 25% DELLE POLITICHE AL 2,5% DELLE COMUNALI

Tutti a casa: gli “Scopelliti boys”, il Movimento 5 Stelle e pure le liste civiche.
A Reggio Calabria sbanca il Pd con quasi il 61% dei voti.
Le truppe cammellate dell’ex governatore Giuseppe Scopelliti, ras della città  dello Stretto condannato a 6 anni di carcere nel processo sul “caso Fallara”, non si vedono più in giro.
Dopo 10 anni alla guida di Palazzo San Giorgio, aver portato un comune allo scioglimento per infiltrazioni mafiose e sull’orlo del dissesto, il centrodestra ha incassato una sonora sconfitta.
La città  ha un nuovo sindaco: Giuseppe Falcomatà , del Partito Democratico, che ha doppiato nelle preferenze il candidato di centrodestra Lucio Dattola, appoggiato da Forza Italia, Nuovo Centrodestra e dalla lista “Reggio Futura”.
La coalizione di centrosinistra ha rastrellato oltre 58mila voti: più della metà  dei reggini che ieri si sono recati ai seggi.
Si è fermato al 27,33%, invece, Dattola.
Non hanno invece neanche raggiunto il quorum gli altri candidati a sindaco: Paolo Ferrara col 3,17% (Liberi di ricominciare), Vincenzo Giordano col 2,49% (Movimento 5 Stelle), Giuseppe Musarella col 1,71% (Ethos), Stefano Morabito con l’1,96% (Per un’altra Reggio), Aurelio Chizzoniti con l’1,68% (Reggio nel cuore), Giuseppe Siclari con lo 0,37% (Partito comunista dei lavoratori), Francesco Anoldo Scafari con lo 0,24% (Movimento reggini indignati).
Figlio dell’ex sindaco della “Primavera di Reggio” Italo (Pci e poi Pds), Giuseppe Falcomatà  — 31 anni — è cresciuto a pane e politica.
“Il confronto con mio padre non sarà  un peso — spiega il sindaco — Un confronto che non esiste perchè Italo Falcomatà  appartiene alla storia di questa città  e fa parte di un metodo amministrativo che ha lasciato segni tangibili. Ci rifaremo a quell’idea di città . Questo per me ha un valore doppio”.
L’aria che si respirava in città  non lasciava adito a dubbi circa la vittoria al primo turno di Falcomatà  facilitata anche da un centrodestra in frantumi dopo la stagione conclusa con lo scioglimento per infiltrazioni mafiose.
Quello che non ci si aspettava è che il Pd avrebbe asfaltato i suoi avversari che, negli ultimi mesi, sono stati abbandonati da tutti.
Dopo la condanna di Scopelliti e i disastri nei conti del Comune, infatti, i gruppi di potere della città  hanno scaricato un “modello Reggio” che passerà  alla storia come fallimentare.
Molti degli ex consiglieri di centrodestra, oggi sono stati candidati nelle liste che hanno sostenuto Falcomatà .
Molti dei sostenitori di Scopelliti hanno cambiato bandiera schierandosi con il vincente. “Siamo contenti che i reggini abbiano voluto restituire dignità  alla città  — ha dichiarato Falcomatà  dopo lo spoglio — Aspettarsi un risultato del genere sarebbe presuntuoso dirlo. Però noi il lavoro l’avevamo fatto da oltre un anno soprattutto nei territori e con la consapevolezza che, nell’anno zero della politica cittadina, era quella di ricostruire un rapporto sentimentale con i quartieri, con le zone più degradate e abbandonate non solo dal punto di vista del decoro urbano, ma soprattutto da scelte politiche e amministrative fallimentari. Il nostro programma è nato proprio da questo confronto”.
“Dopo il commissariamento noi guardiamo avanti — ha aggiunto — Dopo tanti anni in cui la politica ha offerto il peggio di sè, Reggio ha bisogno di un momento di pacificazione cittadina. La prima cosa da fare è una rendicontazione di quello che troveremo nelle casse del Comune”.
Ma il tracollo a Reggio Calabria non è solo quello del centrodestra di Dattola.
Con il 2,49% e neanche un seggio, il Movimento 5 Stelle è riuscito nell’impresa di dilapidare il 25% dei consensi che aveva avuto alle Politiche del febbraio del 2013. Una debacle che trova le sue motivazioni principalmente in una faida tutta interna ai grillini che, in riva allo Stretto, sono spaccati tra le varie correnti che fanno capo ai vari parlamentari pentastellati.
Il candidato a sindaco Vincenzo Giordano però si scaglia contro i cittadini che rimproverandoli “di far andare avanti sempre le solite persone”.
Giordano punta il dito contro gli avversari e parla, infatti, di “liste di riciclati più volte che ancora hanno consensi. È una città  che, dà  ancora adito a queste persone di amministrare la res pubblica”.
Senza mai nominare Grillo, Giordano critica l’isolamento delle ultime settimane e se la prende anche con i vertici romani del suo movimento: “A livello nazionale non c’è stato un appoggio nei nostri confronti ma per una questione organizzative, anche di tempi tecnici e logistici del blog, che non ci ha assolutamente aiutato. Abbiamo perso tempo che ci ha fatto partire in ritardo”.
La responsabilità  secondo il candidato del M5s è anche di chi non si è recato al seggio (l’affluenza è stata del 65%): “Quella della poca affluenza è la cosa più dannosa a nostro avviso. Gli assenti a questa tornata elettorale sono assenti ingiustificati che evidentemente non si riconoscevano in nessuno dei partiti. Avrebbero potuto darci fiducia, invece di scegliere di non andare a votare. Siamo stati presenti sul territorio sempre”.

Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LUI TAGLIA, IO MULTO, TU PAGHI: I TAGLI AI COMUNI HANNO RAGGIUNTO 41 MILIARDI, COSI’ SI RIFANNO CON LE MULTE

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

LE SANZIONI SONO AUMENTATE DEL 15% E AMMONTANO A 2 MILIARDI…   GLI ENTI LOCALI UTILIZZANO GLI INTROITI PER FINANZIARSI MA L’IMPIEGO PER LA SICUREZZA STRADALE NON È RENDICONTATO

Chi viaggia a lungo sulle strade statali, in particolare dove non ci sono autostrade, li vede sempre all’ultimo minuto.
A volte, anche quando viaggia a velocità  contenute, la conformazione del tragitto, l’incrocio inatteso o il codice della strada, lo costringe a fare i conti con un’andatura improvissamente al ribasso, un sobbalzo improvviso, una svista inattesa.
E così l’autovelox scatta e la multa arriva impietosa.
L’Italia è un paese di contravvenzioni . Lecite e giustificate, ma anche arbitrarie, giocate sul filo della legge.
E soprattutto utili a fare cassa.
I numeri erano stati già  resi noti la scorsa estate dall’indagine del Sole 24 Ore che ha pubblicato la classifica delle multe per i capoluoghi italiani.
La cifra complessiva è di quelle che fanno bella figura in una manovra finanziaria nazionale, circa 2 miliardi all’anno.
Gli incassi dei vari municipi non sono indifferenti e dimostrano che le contravvenzioni non rappresentano soltanto uno strumento di punizione di una infrazione manifesta o una forma di deterrenza necessaria ma servono a far quadrare i bilanci taglieggiati dalla riduzione dei fondi statali.
Sempre meno fondi dallo Stato
Il meccanismo, del resto, è noto e caratterizza anche l’attuale legge di Stabilità .
I tagli ai comuni decisi dal governo Renzi, senza contare quelli alle Regioni, ammontano a 1,2 miliardi.
Dal 2009, anno di inizio della crisi economica globale, la riduzione di fondi agli enti locali ha raggiunto la cifra di 41 miliardi.
Una privazione che si è fatta via via più insostenibile.
E così, le multe possono dare una mano. Nel 2013, ad esempio, la città  di Milano, prima nella classifica del quotidiano confindustriale, ha intascato oltre 132 milioni di euro per una media di 170,5 euro per ogni patentato.
Al secondo posto per introiti pro-patente, c’è la città  di Renzi, Firenze, che ha incassato complessivamente 34 milioni, 145,5 euro per ogni patentato.
Segue Bologna, 35 milioni in tutto e una media di 143,7 euro. Roma si è piazzata al 14mo posto, con una media di 88,5 euro per patentato, ma con un incasso complessivo di oltre 154 milioni. Molto distaccata Napoli, con 58 euro a patente e 30 milioni di incasso totale e poi Palermo: 53,9 euro pro-capite e 21 milioni di incasso.
Quelle di cui parliamo, in ogni caso, sono le multe effettivamente incassate perchè quelle comminate sono molte di più.
E lo si desume dalle cifre messe in bilancio dai singoli comuni rese note dall’indagine condotta, qualche mese fa, dall’agenzia Adn Kronos.
A Milano nel 2014 il comune prevede di incassare 23 milioni in più passando da una previsione di 232 milioni per il 2013 a 255. Il 10% in più. A Bologna la previsione è di 46 milioni con un aumento del 25% rispetto a quanto incassato. E così via.
Secondo l’Adn l’aumento complessivo è di circa il 15%, di fatto una tassazione indiretta che va a colpire indiscriminatamente i cittadini automobilisti.
In realtà , vengono colpiti soprattutto quelli che diligentemente pagano il dovuto e rispettano le regole. Perchè è assodato che il 50% circa delle multe emesse non viene pagato, con una mole di “sospesi” che i comuni spesso trattengono nei bilanci prima di doverli ripulire, come ha fatto lo scorso anno proprio il comune di Firenze.
Non è un caso che la Corte dei Conti abbia imposto agli enti locali, per prevenire consistenti buchi di bilanci, di operare una precisa sistematica svalutazione dei crediti.     In che cosa vengono spesi
Le cifre in ballo potrebbero anche avere una giustificazione se venisse applicato alla lettera quanto prescrive la legge.
L’articolo 208 del Codice delle Strada, infatti, stabilisce che la metà  di quanto raccolto da queste multe vada investito in sicurezza stradale. “Non sappiamo se questa norma venga effettivamente rispettata dai comuni italiani     – dice al Fatto Michele Dell’Orco, deputato del M5S che sul punto sta conducendo una battaglia — e non sappiamo ovviamente neppure dove vada a finire l’altro 50% non vincolato”.
Quando a incassare una multa generica è poi lo Stato, “allora diventa tutto ancora meno chiaro”.
“All’incirca solo un quarto di quell’importo è vincolato — aggiunge Dell’Orco — mentre per i restanti tre quarti abbiamo un buco nero più totale. Tra l’altro i ministeri dei Trasporti e dell’Interno dovrebbero relazionare annualmente ma la relazione non risulta essere mai stata presentata”.
Dei circa due miliardi incassati annualmente, 1,6 miliardi sono di competenze dei comuni mentre 400 milioni sono dello Stato. Come spiegano i parlamentari pentastellati, di questi soldi ci sono resoconti molto rarefatti.
Tanto che proprio Dell’Orco è il presentatore di un emendamento alla nuova legge sul Codice della strada in discussione alla Camera (presentata dal Pd Michele Meta, che l’ha accolto) per fare in modo che i dati sulle sanzioni e sul loro impiego siano online e consultabili dai cittadini.
L’altra iniziativa parlamentare, invece, chiede al ministero di farsi carico dei dati degli enti locali e un appello M5S è stato rivolto a tutti gli amministratori locali per avere dai rispettivi comuni tutti i dati necessari.
In mancanza di resoconti ufficiali l’unica traccia utile per capire come si spendono i soldi della sicurezza stradale è andare a prendere il bilancio dello Stato così come lo conserva la Ragioneria centrale.
E così si scopre che per “Promuovere attività  di prevenzione dai rischi di mobilità  stradale al fine di migliorare la sicurezza stradale” — che è quanto prescrive l’Obiettivo 171 della Missione 2 (Diritto alla mobilità ) del ministero delle Infrastrutture — sono previsti per il 2014 solo 36.238.091 euro.
Che restano più o meno stabili per il 2015, toccando i 37 milioni, ma che nel 2016 precipitano a 24.538.227 euro.
Praticamente una miseria, anche perchè a livello municipale non c’è nessun intervento suppletivo.
La situazione, del resto, è chiaramente visibile in ogni comune, strada o vicolo italiano dove gli interventi di prevenzione e sicurezza stradale sono praticamente inesistenti. Per “Promuovere l’educazione ad una corretta circolazione stradale”, nella stessa “missione” ministeriale si trovano invece solo 7 milioni che, però, comprendono anche “le comunicazioni fornite dal Centro di coordinamento delle informazioni sulla sicurezza stradale”.
Il mitico Cciss che ascoltiamo regolarmente quando sentiamo il giornale radio o le informazioni sul traffico alla tv.
Anche in questo caso, è un     po’ poco.     Anche perchè, sul fronte dei risultati la situazione è catastrofica.
Secondo i dati dell’Istat nel 2013 “si sono verificati in Italia 182.700 incidenti stradali con lesioni a persone”. Il numero dei morti è pari a 3.400, mentre i feriti ammontano a 259.500. Una strage. Il dato è positivo rispetto al 2012, con una diminuzione del 2,2% anche se a una forte riduzione del numero dei morti su strade extraurbane e urbane non corrisponde un’analoga flessione sulle autostrade.
Il dato, però, resta molto negativo nell’immancabile confronto con il resto d’Europa. Il “programma europeo di azione per la sicurezza stradale”2011-2020 prevede un ulteriore dimezzamento del numero dei morti sulle strade entro il 2020 — oltre a quello realizzato tra il 2001 e il 2010.
Ma i tassi di mortalità , calcolati come rapporto tra il numero dei morti in incidente stradale e la popolazione residente (un morto ogni milione di abitanti) variano tra 27 per la Svezia e 93 per la Romania.
Il valore per l’Italia e pari a 57, a fronte di una media europea di 52 morti per milione di abitanti.
Nella fatica spasmodica di rispettare i tanti parametri monetari che costellano l’Unione europea, non sarebbe male se si riducesse drasticamente anche il numero dei morti sulle strade. Anche utilizzando i proventi delle multe.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A LANDINI: “NON FARO’ IL CAPO DELLA SINISTRA, E’ RENZI IL VECCHIO””

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

“IL LAVORO GARANTITO? NON C’E’ MAI STATO”

«Mi richiama al telefono fisso?»
Segretario, non sa dove mettere il gettone nell’iPhone?
«Mi dispiace per Renzi, ma l’iPhone io lo uso da anni. E pure la macchina fotografica digitale. Mi sa che è lui che ha difficoltà , forse a trovare i gettoni… ».
Allora, Landini, non siete così arcaici come dice il premier?
«Qui se c’è qualcosa di vecchio, è la politica del governo. È diventato la spalla della Confindustria».
Per questo alla manifestazione di San Giovanni è “nato” un nuovo partito di sinistra, con lei alla guida?
«Sciocchezze. Chi dice che la nostra è stata una iniziativa politica accampa scuse. Cerca alibi. Per non dar risposte alle precise richieste che una grande, nuova e molto variegata manifestazione ha posto al governo ».
E chi lo dice?
«Matteo Renzi nel suo discorso di chiusura alla Leopolda. Se una parte del Pd accorre al nostro corteo, è un problema suo. Se non riesce a tenerli uniti, è una faccenda che riguarda il suo ruolo di segretario».
Il segretario è arrabbiato per i vuoti alla Leopolda?
«È evidente che c’è un Pd in crisi. Se a Firenze mancava una fetta del partito, non può mica scaricare su di noi la responsabilità , accusandoci di un’operazione politica. Noi chiediamo risposte al presidente del Consiglio, non al segretario del Pd».
Però si dice che Landini prepari il gran salto dalla Fiom alla leadership di un nuovo partito, con l’ala dissidente del Pd
«Ma che c’entra? Ecco, così si tenta di spostare su un altro terreno, di delegittimare le rivendicazioni del corteo di San Giovanni. Abbiamo presentato un programma su tutto: dalla occupazione alla precarietà , alla corruzione, alla rappresentanza sindacale. Ma si vede che non sono più abituati all’autonomia del sindacato dalla politica. E poi io sono e resto il segretario dei metalmeccanici».
Siete scesi in piazza a difendere un posto fisso che non esiste più, è la risposta di Renzi.
«Non si è accorto, ovviamente, che in realtà  il posto fisso in Italia non è mai esistito. In qualsiasi momento gli imprenditori hanno sempre potuto licenziare. Il punto, con la difesa dell’articolo 18, è la tutela individuale della dignità  dei lavoratori quando senza giustificazione ti mettono alla porta. Non è questione di posto fisso allora, ma di lavoro con diritti o senza diritti. Del resto, Renzi di svarioni ne ha fatti tanti nel suo discorso ».
Per esempio?
«Venirci a raccontare che il modello fordista è morto. Ma vada nei call center, dove se in un’ora non rispondi almeno a 12 telefonate, parte il richiamo del capo. Allora, semmai il modello fordista si è allargato, è uscito dalla fabbrica, tracima».
Dalla Leopolda vi accusano anche di difendere solo i garantiti, gli occupati, e lasciare senza tutela i precari.
«Se il lavoro lo creano loro, mi aspetto che da domani tutti i problemi siano risolti a Terni, alla Thyssen, alla Nokia o all’Italtel, per citare solo alcune aziende della lunga lista nera della crisi. Comunque, oggi è convocato il tavolo del governo con i sindacati sulla legge di stabilità , a quanto pare senza Renzi. Vedremo. Se i segnali sono questi che arrivano da Firenze, la vedo brutta».
Che vuol dire?
«Se la ricetta è rendere facili i licenziamenti, abbassare il salario, tagliare le tasse alle imprese, il governo se ne assume la responsabilità . Perchè noi andremo avanti. Con lo sciopero generale e con l’occupazione delle fabbriche, se necessario».
Anche col rischio di far cadere il governo?
«Fiducia o non fiducia in Parlamento, se Renzi non rilancia una politica industriale, il paese non lo cambia mica. Il vecchio è lui».

Umberto Rosso
(da “La Repubblica”)

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I RISCHI CHE SI NASCONDONO DIETRO IL CONTRATTO A TUTELE CRESCENTI

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

GOVERNO E SINDACATO BATTANO UN COLPO: LICENZIARE DOPO SEI MESI DIVENTEREBBE UN AFFARE PER LE IMPRESE

Non saranno le grandi manifestazioni, ma gli atti concreti, a sconfiggere il precariato. Per questo, è un bene che anche Renzi vada al di là  degli slogan e dica cosa vuol fare concretamente con la legge delega su cui è orientato a chiedere la fiducia anche alla Camera.
Paradossalmente sia i volantini della Cgil per la manifestazione di sabato che molti interventi alla Leopolda hanno perorato la causa del contratto a tutele crescenti che dovrebbe rappresentare l’asse portante delle politiche di stabilizzazione del precariato.
Ma, a quanto pare, tra Roma e Firenze si sono scontrate due concezioni molto diverse di questo contratto e di queste tutele crescenti.
Bene che gli italiani e non solo gli iscritti al Pd siano messi al corrente dei termini della tenzone e possano valutare cosa vuol fare il governo e cosa propone il sindacato maggioritario a riguardo.
Fondamentale fare in fretta in questa opera di “sdoganamento” perchè il tempo a disposizione è davvero molto poco: il nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti dovrà  vedere la luce entro Natale per beneficiare dei potenti sgravi contributivi previsti dalla legge di Stabilità .
Se non godrà  di questi sgravi rischia di non decollare affatto perchè verrà  spiazzato dai contratti a tempo determinato, quelli che il decreto Poletti varato ai primi atti del governo Renzi, ha reso una specie di periodo di prova di tre anni.
Al tempo stesso, gli effetti della manovra sull’occupazione rischiano di venire fortemente ridimensionati da una mancata approvazione entro fine anno del Jobs Act. I datori di lavoro aspetteranno di sapere quanto avviene ai contratti di lavoro, prima di procedere a nuove assunzioni.
Presumibilmente stanno già  agendo in questo modo e avremo un calo delle assunzioni a novembre e dicembre e un picco a inizio anno, ma solo a Jobs Act approvato.
Le sorti della legge di Stabilità  e del cosiddetto Jobs Act sono perciò strettamente intrecciate, per certi aspetti indissolubili.
Eppure la discussione parlamentare dei due provvedimenti procederà  su binari separati, in diversi rami del Parlamento (il Jobs Act andrà  alla Camera, la legge di Stabilità  andrà  prima alla Camera e poi al Senato) e in commissioni distinte (Bilancio e Lavoro).
Fondamentale invece che il confronto parlamentare sui due provvedimenti proceda in modo coordinato alla luce dei chiarimenti che il governo deve dare circa le sue effettive intenzioni sul Jobs Act.
Paradossale se la Camera fosse chiamata a votare a occhi chiusi un testo ultragenerico quando in realtà  il governo avrà  già  predisposto un decreto attuativo con misure molto specifiche sulla materia più spinosa, quella che riguarda i costi dei licenziamenti dai contratti a tempo indeterminato.
Il coordinamento nell’iter parlamentare dei due provvedimenti è necessario non solo per una questione di metodo.
Il fatto è che, alla luce della legge di Stabilità , c’è un rischio non piccolo di rendere il nuovo contratto a tempo indeterminato una nuova forma di lavoro precario, anzichè una misura di stabilizzazione dei rapporti di lavoro.
Infatti la manovra introduce sgravi contributivi molto forti, tali da ridurre di circa un terzo il costo del lavoro per l’impresa.
Questi sgravi, a differenza del contratto che li sorregge, non sono a tempo indeterminato, ma scadono tutto d’un colpo, tre anni dopo l’avvio del contratto.
Il Jobs Act, invece, dovrebbe permettere alle imprese di licenziare un lavoratore pagando una somma stabilita per legge e gradualmente crescente nell’anzianità  aziendale, senza discontinuità .
Se il modo con cui questa tutela monetaria cresce all’aumentare dell’anzianità  aziendale dovesse essere inferiore agli sgravi contributivi, c’è un rischio non indifferente di alimentare un carosello di lavori temporanei sui contratti a tempo indeterminato.
Prendiamo il caso di un lavoratore assunto col nuovo contratto a tempo indeterminato e supponiamo che le tutele che il governo è intenzionato a introdurre comportino un mese di indennità  all’anno in caso di licenziamento, oppure due giorni e mezzo per ogni mese passato in azienda con quel contratto.
Al termine dei primi sei mesi, il datore di lavoro potrà  licenziare il dipendente pagando 15 giorni di retribuzione e assumere un altro lavoratore che costa due mesi di retribuzione in meno di chi se ne è andato (essendo che il conteggio dei tre anni parte 6 mesi più tardi).
In altre parole, se i costi crescenti dei licenziamenti dovessero essere di molto inferiori a un terzo della retribuzione sin lì ricevuta dal dipendente, il rischio di queste sostituzioni non è da escludere, soprattutto in mansioni che hanno un forte grado di stagionalità .
È perciò fondamentale affrontare i due provvedimenti in modo coordinato, magari rendendo gradualmente decrescente la decontribuzione oppure rafforzando il modo con cui le indennità  monetarie crescono al passare del tempo oppure ancora imponendo il requisito dell’addizionalità , vale a dire che l’azienda che utilizza gli sgravi debba aumentare l’occupazione anzichè sostituire chi era già  assunto.
Quel che è certo è che questi intricati dettagli (ci scusino i lettori!) non sono materie da piazze e da convegni. Ma sono maledettamente importanti.
Speriamo che tra chi ci governa e chi rappresenta i lavoratori prevalga perciò il senso di responsabilità  e la voglia di confrontarsi su questioni molto concrete.
Il tempo per le adunate dei sostenitori è scaduto questo fine settimana.

Tito Boeri
(da “La Repubblica”)

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MORETTI, PICIERNO, PAITA: LE DONNE CHE NON AIUTANO LE DONNE

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

L’INFORMATA DEL NUOVO POTERE PD: MA QUESTE DONNE FANNO DAVVERO BENE ALLE DONNE?

Ma queste donne fanno bene alle donne? Finalmente la politica non è più solo cosa da uomini. Nelle aule del potere dovrebbero trovare voce la sensibilità , la ricchezza emotiva e una visione della vita equilibrata, che gli uomini talvolta non hanno
Eppure viene il timore che le quote rosa si traducano spesso in poltrone rosa. Lasciamo perdere il centrodestra dove la selezione è stata talvolta guidata da manie e patologie dei capi.
Leggi le ultime notizie — l’infornata di governatrici o aspiranti tali del Pd — e il dubbio si alimenta.
Capocordata è stata Debora Serracchiani; abbandonato il piglio da pasionaria, Serracchiani ha occupato ogni poltrona libera sul suo cammino. A volte due per volta. Era parlamentare europea e ha mollato la carica per diventare governatrice del Friuli. Ora, come se non le bastasse, è anche nella segreteria Pd.
In fondo, c’è di peggio. Che dire di Alessandra Moretti, altra regina dei talk show? Nel 2013 approda alla Camera. Passa un anno e molla tutto per presentarsi alle europee. Ora si vuole candidare a Governatore del Veneto, quasi che i 230.188 voti per Bruxelles fossero carta straccia. Nel frattempo da bersaniana è diventata bandiera di Renzi. W la coerenza.
E Pina Picierno che alcuni nel Pd – forse lei stessa – vorrebbero alle regionali della Campania? Non importa che milioni di italiane abbiano un curriculum più ricco del suo. Che — altro fulgido esempio di coerenza — sia stata definita demitiana, franceschiniana, bersaniana, lettiana prima di ritrovarsi sul carro dei vincitori.
Non importa nemmeno che, pure lei, dovrebbe mollare l’impegno assunto a Bruxelles (224.003 voti). Una nuova Casta sostituisce la precedente.
Completa la carrellata Raffaella Paita, candidata unica del Pd alle regionali in Liguria. Paita è una politica di professione che non ha praticamente altro curriculum. In compenso vanta titoli che dovrebbero indurre molte cautele: assessore alla Protezione Civile nei giorni dell’alluvione, è scomparsa mentre Genova affondava nel fango.
Non solo: è moglie del presidente del Porto di Genova, due poltrone chiave sotto lo stesso tetto. E ancora: a sostenerla si è mosso quel che resta del potere scajoliano, soprattutto legato alla Curia genovese.
Il peggio che ha condotto la Liguria allo sfacelo. Ma non importa: Paita va candidata, per volere del Sultano (Burlando).
Sono le donne per prime che si devono indignare perchè queste signore non le rappresentano.
Non rappresentano le tante manager delle imprese; le madri che, senza poltrone garantite, si dividono tra famiglia e lavoro; le ricercatrici costrette a emigrare; le volontarie che in Africa combattono l’Ebola.
È una grave mancanza non avere donne in politica.
Ma non è molto meglio avere donne scelte dagli uomini.
E con i loro stessi difetti.

Ferruccio Sansa
(da “il Fatto Quotidiano”)

argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »

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