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IL POSTO FISSO E’ UN MIRAGGIO, GIOVANI SEMPRE PIU’ PRECARI

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

OGNI 100 CONTRATTI SOLO 15 SONO A TEMPO INDETERMINATO E QUASI IL 70% SONO INTERINALI O DI FORMAZIONE

Già  oggi ogni 100 nuovi contratti di lavoro che vengono attivati appena 15,2 sono a tempo indeterminato, in pratica uno su sei.
Tutto il resto è precario, flessibile, a termine.
Dunque, di posti fissi come si intendevano un tempo se ne contano davvero pochi e Matteo Renzi, dopo Monti nel 2011 e D’Alema addirittura nel 1999, alla Leopolda scopre l’acqua calda a proclamare a sua volta la fine del posto fisso.
Il grosso dei nuovi contratti, ben il 69,7% nel secondo trimestre del 2014 secondo i dati raccolti dal ministero del Lavoro, è rappresentato dalla sommatoria di contratti di formazione, contratti di inserimento, interinali, intermittenti e contratti di agenzia.
Poi c’è un 6,2% di contratti a termine, un 5,8% di contratti di apprendistato ed infine un 3,1% di contratti di collaborazione.
Su 2.651.648 nuovi rapporti di lavoro, dunque, solo 403.036 (227mila maschi e 176mila femmine) sono a tempo indeterminato.
Ne consegue un turnover fortissimo che, sempre nel II trimestre 2014, arriva a sommare ben 2.430.187 cessazioni: 355mila sono frutto di richieste del lavoratore, 249mila sono invece promosse dall’azienda.
Restano 1 milione e 639 mila contratti che terminano per semplice scadenza naturale del rapporto di lavoro.
Contratti di un giorno  
La cosa curiosa è che di queste 2,43 milioni di cessazioni ben 403mila riguardano contratti che durano appena 1 giorno, 170mila tra due e 3 giorni ed altri 380 mila non arrivano al mese pieno di lavoro.
Solo 381mila contratti durano più di un anno.
Se si analizza la serie storica che va dal primo trimestre 2011 al secondo trimestre 2014 si vede che in tre anni e mezzo lo stock dei contratti cessati ha toccato l’iperbolica quota di 34 milioni e 824 mila interessando 12 milioni e 147 mila lavoratori, che in media hanno pertanto «subito» 2,87 cessazioni a testa.
Che tradotto in concreto significa un cambio di contratto, e quindi magari pure di azienda, di mansione, di stipendio e inquadramento ogni 14 mesi e mezzo.
Con picchi di 11 mesi e 12 giorni in Puglia e di 11 mesi e 27 giorni nel Lazio.
Tutti a termine  
Camerieri e braccianti agricoli si contendono la palma delle professioni più gettonate rappresentando rispettivamente la prima occupazione per la manodopera femminile e la seconda per quella maschile, la prima occupazione per gli uomini e la seconda per le donne.
Su 179.815 braccianti maschi assunti nel secondo trimestre 2014 ben 178.689 avevano un contratto a tempo determinato e appena 988 uno a tempo indeterminato (126.376 i contratti relativi alle donne, con anche qui appena 6347 contratti a tempo indeterminato). Su 127 mila camerieri maschi quelli assunti a tempo indeterminato sono stati invece 5.534, più o meno come per le donne (143.559 nuovi contratti e 6347 contratto a tempo indeterminato).
Se si passa a tipologie di lavoro meno soggette a stagionalità  il discorso non cambia più di tanto.
Tra le donne su 78mila commesse assunte ce ne sono ben 52mila a tempo determinato, 5.700 in apprendistato, 6.680 con contratti precari e solo 12.100 assunte a tempo indeterminato.
Idem per i maschi: se si guardano le qualifiche di manovale e muratore, ad esempio, si scopre che meno della metà  dei nuovi rapporti di lavoro attivati per queste posizioni è stabile: 22.175 su 50.174 nel primo caso e 11.190 su 24.717 nel secondo.
Il 46% dei giovani in cerca  
In realtà , secondo un’indagine Coldiretti/Ixè, meno della metà  dei giovani italiani (46%) ambisce ad avere un posto fisso contro il 53% dell’anno passato.
Quasi un giovane su tre (31%) vuole lavorare autonomamente.
Ben il 51% sarebbe pronto anche ad espatriare per trovare un lavoro, mentre il 64% è disponibile a cambiare città .
A rischio il 56% dei lavori  
Qualche esperto sostiene che il posto fisso nei fatti non è esistito mai. Perchè in seguito innovazioni, cambiamenti delle abitudini e globalizzazione è inevitabile che i vecchi lavori muoiano di continuo e i nuovi lavori nascano.
Di qui al 2022, secondo l’indagine «Career Cast», scompariranno taglialegna e tornitori assieme a giornalisti, tipografi, hostess, agenti di viaggio, postini e letturisti dei contatori. Apocalittica, in questo senso, una stima della London School of economics secondo cui in Italia ben il 56% dei lavori di oggi rischia di sparire entro vent’anni.
Roba da fare gli scongiuri.

Paolo Baroni

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FALLIMENTO PER COOP OPERAIE FRIULI: IN FUMO 103 MILIONI PRESTATI DAI SOCI

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

17.000 SOCI PRONTI A CHIEDERE RISARCIMENTO ALLA REGIONE DELLA SERRACCHIANI CHE NON HA VIGILATO

Una storica cooperativa operaia che si avvia verso il fallimento su richiesta della Procura, 103 milioni di “buco”, 600 dipendenti in bilico e 17mila soci rimasti con il cerino in mano.
Mille dei quali sono già  pronti a chiedere un risarcimento alla Regione Friuli Venezia Giulia, mentre altri studiano una class action nei confronti delle Coop a cui potrebbe partecipare anche il Comune di Trieste.
E’ in questo quadro che lunedì 27 ottobre, in un’aula del Tribunale civile del capoluogo giuliano sotto il quale nel frattempo protestavano centinaia di risparmiatori, si è svolta l’udienza sulla richiesta di fallimento presentata dai pm Federico Frezza e Matteo Tripani per le Coop Operaie di Trieste, Istria e Friuli.
L’inchiesta deflagrata una settimana fa vede indagato per falso in bilancio l’ex presidente Livio Marchetti in sella da dieci anni prima di essere esautorato dai pm. Nel mirino dei magistrati sono finite delle operazioni immobiliari infragruppo portate a termine per “gonfiare il patrimonio netto e rientrare solo fittiziamente nei parametri per il prestito sociale“, come si legge nell’atto della Procura triestina reso noto dal quotidiano Il Piccolo.
In base all’attuale disciplina la raccolta di risparmio tra i soci delle coop denominata appunto prestito sociale, deve essere limitata a una cifra non superiore a cinque volte il patrimonio stesso della cooperativa.
Quindi secondo l’accusa la Coop Operaie ha compensato le pesanti perdite degli ultimi anni (37 milioni tra il 2007 e i primi mesi del 2014) con i proventi di cessioni avvenute solo sulla carta in quanto gli immobili venivano venduti “in casa” a società  dello stesso gruppo.
Un vecchio trucco praticato anche in Borsa, che sembra quindi funzionare ancora.
E così a bilancio sono finiti guadagni netti (plusvalenze) “per 15 milioni su vendite di immobili ceduti internamente a società  controllate al 100 per cento”.
Il trucchetto che ha permesso alla coop di stare in piedi nonostante quello che il consulente tecnico incaricato dalla procura definisce “uno scenario di precaria condizione finanziaria”. Che si regge, appunto “sostanzialmente sul mantenimento del prestito sociale, il quale rappresenta la maggior parte delle passività  finanziarie di breve periodo”.
Di qui la richiesta di fallimento, su cui il tribunale dovrebbe esprimersi martedì. Anche se l’amministratore giudiziario Maurizio Consoli ha nel frattempo messo a punto un piano di salvataggio che vedrebbe Coop Nordest intervenire in soccorso della cugina friulana acquistando per 70-80 milioni il centro commerciale Torri d’Europa, sul quale vantano già  un diritto di prelazione in seguito a un finanziamento concesso a Coop Operaie che dovrebbe essere restituito entro fine anno.
Peccato che anche i 103 milioni dei risparmiatori, ormai, esistano solo sulla carta: Consoli ha disposto la sospensione dei rimborsi “per salvare la società  e conservarne il patrimonio”.
Vale a dire che i 17mila soci prestatori non possono ritirarli. E il prestito sociale non è garantito fino a 100mila euro, come invece i depositi bancari, bensì solo per una somma pari al 30% di quanto versato.
In questo caso a garanzia c’è una fidejussione concessa da Banca Generali.
Per completare il quadro occorre aggiungere che la Regione guidata dalla vicesegretaria del Pd Debora Serracchiani in base a una legge del 2007, è tenuta a vigilare sull’attività  delle cooperative.
Di conseguenza il fatto che le irregolarità  di gestione non siano emerse durante le revisioni svolte dal 2007 al 2013 “su incarico di Confcooperative o della Lega delle Cooperative“, come riferito dal vicepresidente della Giunta regionale Sergio Bolzonello, non fa venire meno le responsabilità  politiche.
Di qui lo scontro scoppiato in regione, con il capogruppo di Sel Marino Sossi che in Consiglio comunale ha chiesto se a fare le revisioni fosse “l’usciere della Regione” e il capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale Riccardo Riccardi che ha presentato un’interrogazione per sapere “quali urgenti iniziative la Regione intenda assumere per tutelare i risparmi di 17mila consumatori triestini e gli oltre 600 dipendenti delle Cooperative Operaie di Trieste Istria e Friuli”.
Dal canto suo Serracchiani ha fatto sapere di giudicare “opportuno e apprezzabile l’intervento della Procura” e di essere “a disposizione” per “rassicurare i prestatori sociali, i cooperatori e i lavoratori”.
Una disponibilità  tardiva e insufficiente, secondo le opposizioni.
La vicenda triestina è destinata a sollevare un nuovo polverone sul fenomeno dei prestiti sociali, che per l’universo delle coop italiane vale quasi 11 miliardi ma non è tutelato da adeguati fondi di garanzia nè soggetto alla regolamentazione della Banca d’Italia, visto che le cooperative non sono istituti di credito e non dovrebbero agire come soggetti finanziari.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SPESE RAI, MINZOLINI CONDANNATO IN APPELLO A DUE ANNI E SEI MESI

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

IL SENATORE ERA STATO ASSOLTO IN PRIMO GRADO DALL’ACCUSA DI PECULATO PER 65.000 EURO IN PASTI E ALBERGHI

L’ex direttore del Tg1, Augusto Minzolini, è stato condannato dalla terza Corte d’Appello di Roma a 2 anni e 6 mesi per l’accusa di peculato continuato per aver utilizzato in modo improprio la carta di credito aziendale.
In primo grado il senatore di Forza Italia era stato assolto.
Il giudice ha fissato anche per lo stesso periodo l’interdizione dai pubblici uffici. Il procuratore generale aveva chiesto 2 anni di reclusione.
L’accusa era quella d’aver superato in 14 mesi il budget messo a sua disposizione dall’azienda.
C’è da sottolineare che la somma contestata, circa 65mila euro in un anno e mezzo, è stata completamente rimborsata alla Rai.
Minzolini ha sempre rivendicato la propria innocenza: “Le spese sostenute a partire dal 2009 con la carta di credito della Rai sono state solo in funzione del mio lavoro” ha spiegato in precedenza.
Tra le spese contestate un weekend alle terme di Saturnia da 550 euro a notte in “grand suite”, con una tariffa scontata di un terzo rispetto al listino ufficiale (pochi giorni prima il direttore del centro termale era stato ospite del Tg1).
E poi diversi viaggi in tutto il mondo, da Istanbul a Londra, da Praga a Marrakesh, dove il direttore fu ospite del re del Marocco.
“E’ una sentenza che ci lascia interdetti — commentano gli avvocati di Minzolini, Fabrizio Siggia e Franco Coppi — Alla lettura delle motivazioni valuteremo il ricorso in cassazione”.
In aula i due penalisti avevano sostenuto che la carta di credito aziendale fosse “un mezzo di pagamento agevolato assegnato a Minzolini dalla direzione generale della Rai senza dover attendere il rimborso delle spese sostenute nel suo ruolo di direttore del telegiornale”.
Per la difesa del senatore di Forza Italia “non c’era nessuna indicazione nel regolamento su come giustificare e rendicontare le spese, lo prova il fatto che per 14 mesi la Rai non ha avuto nulla da ridire sulle ricevute spedite per il rimborso”. Minzolini ha sempre sostenuto che la carta di credito faceva parte della trattativa con l’allora direttore generale Mauro Masi.
Una auto-difesa che aveva “promosso” anche in un editoriale nel telegiornale.
Il caso era emerso alla fine del 2010, grazie al Fatto Quotidiano, quando si venne a sapere che Minzolini aveva speso 10 volte Mario Orfeo, allora direttore del Tg2 e attualmente a capo del telegiornale di Rai1.
Nella successiva primavera quello che poi è diventato senatore di Forza Italia fu iscritto nel registro degli indagati.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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TASSE, PREVIDENZA E BUROCRAZIA: PER LE IMPRESE UN CONTO DA 249 MILIARDI L’ANNO

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

CGIA DI MESTRE: IL CALCOLO COMPRENDE OLTRE 30 MILIARDI TRA TIMBRI, CERTIFICATI, FORMULARI, BOLLI E MODULI VARI

Tra tasse, contributi previdenziali e burocrazia le imprese italiane sopportano un costo annuo di 248,8 miliardi di euro.
Un peso eccessivo che, in linea di massima, non ha eguali nel resto d’Europa.
A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia, che ha stimato il contributo fiscale e i costi burocratici che le nostre imprese si fanno carico ogni anno.
“In nessun altro Paese d’Europa – segnala Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia – viene richiesto un simile sforzo fiscale. Nonostante la giustizia civile sia lentissima, il credito sia concesso con il contagocce, la burocrazia abbia raggiunto livelli ormai insopportabili, la Pubblica amministrazione rimanga la peggiore pagatrice d’Europa e il sistema logistico-infrastrutturale registri dei ritardi spaventosi, la fedeltà  fiscale delle nostre imprese è massima”.
Le aziende italiane contribuiscono al gettito fiscale nazionale per oltre 110 miliardi di euro.
Seppur calcolata per difetto, ci troviamo di fronte ad una cifra “spaventosa”.
La stima è stata determinata secondo le metodologie utilizzate da Eurostat; in questo importo, però, mancano alcune tasse “minori”, come il prelievo comunale sugli immobili strumentali e altri “piccoli” tributi locali.
Complessivamente questa voce ammonta ad almeno 12,5 miliardi di euro.
Inoltre, vanno aggiunti anche i contributi a carico delle imprese versati per la copertura previdenziale dei propri dipendenti, una cifra che stimiamo in circa 95 miliardi di euro.
Integrando queste ultime informazioni con le statistiche Eurostat, si può affermare che complessivamente le imprese italiane subiscono un peso tributario e contributivo pari a 217,8 miliardi di euro (anno 2012).
Se allo sforzo fiscale aggiungiamo altri 31 miliardi di euro che, secondo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, sono i costi amministrativi che le Pmi italiane patiscono ogni anno per districarsi tra timbri, certificati, formulari, bolli, moduli e pratiche varie, l’ammontare complessivo del carico fiscale e burocratico sale a 248,8 miliardi di euro: una cifra che solo a pensarci fa tremare i polsi.
Secondo i calcoli della Cgia, se disaggreghiamo la voce tasse, scopriamo che l’imposta che produce il maggior gettito per le casse dello Stato è l’Ires: l’imposta sui redditi delle società  garantisce all’Erario quasi 33 miliardi di euro all’anno.
L’Irpef versata dai lavoratori autonomi, invece, pesa ben 26,9 miliardi, mentre l’Irap in capo alle imprese private “garantisce” un gettito di 24,4 miliardi di euro.
Infine, gli autonomi versano per i contributi previdenziali altri 23,6 miliardi di euro.

(da agenzie)

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PUGLIA, LA TRUFFA DEI TRENI PIU’ CARI DEL MONDO

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

25 CONVOGLI USATI ACQUISTATI IN GERMANIA A 900.000 EURO, POI RISTRUTTURATI IN POLONIA PER 22 MILIONI… “SOCIETA’ FANTASMA DIETRO L’AFFARE E SOSPETTE TANGENTI AI POLITICI”

Bisogna venire qui in Puglia per provare un’esperienza straordinaria: il viaggio sul treno più costoso del mondo.
Pagato 900mila euro in Germania, è stato riacquistato dopo nemmeno un anno, ristrutturato, da una società  polacca per 22 milioni e 500 mila euro.
Ma gran parte di questi soldi arrivavano da fondi pubblici.
Un incredibile “affare” da cui è partita l’inchiesta della procura di Bari sulle Ferrovie Sud est, azienda interamente del Ministero dei trasporti, che ha in concessione più di 500 chilometri di ferrovie pugliesi.
I reati ipotizzati vanno dalla truffa, all’abuso di ufficio, ma gli uomini del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Bari sospettano anche che dietro questo vorticoso giro di denaro si nasconda “una tangente per la politica e per la burocrazia”.
La storia nasce nel 2009 in seguito a un normale controllo fiscale dell’Agenzia delle Entrate. Viene fuori che le Sud est hanno acquistato per 912 mila euro 25 carrozze passeggeri dismesse da due distinte società  tedesche.
Poco dopo vengono però vendute a una società  polacca, la Varsa, nello stesso stato.
Ma con un prezzo diverso: sette milioni di euro. Sembra un grande affare per le Ferrovie ma in realtà  qualcosa non funziona.
Perchè pochi mesi dopo le stesse carrozze vengono vendute dalla Varsa alle Fse, seppur questa volta ristrutturate. Ma a un prezzo molto maggiore. Molto, anzi troppo: ventidue milioni e mezzo di euro, precisamente. “Ci troviamo di fronte a una delle ristrutturazioni più costose della storia”, scherza oggi, ma non troppo, un investigatore.
Secondo una perizia infatti il prezzo è stato nella migliore delle ipotesi raddoppiato rispetto ai reali valori di mercato.
Non c’è poi molto da sorridere anche perchè la Varsa non è esattamente un colosso del settore. Anzi, in realtà  non ce l’ha un settore. Perchè nella sua vita questa azienda creata in Polonia qualche giorno prima di chiudere il primo affare (è registrata alla camera di commercio locale il 29 dicembre del 2006) da un italiano, Marco Mazzocchi, oggi indagato, nella sua vita ha fatto soltanto questo affare con le Sud Est. Più un altro, sempre con i treni, sempre con le Sud Est.
Le ferrovie regionali nel 2009 hanno comprato infatti, sempre da un’azienda polacca, 27 treni nuovi questa volta per circa 50 milioni di euro.
Si tratta di un’azienda seria, che realizza i treni Pesa. Ma anche in questo caso interviene la Varsa facendo “attività  di consulenza”, si legge negli atti.
Un’attività  di mediazione che viene riconosciuta con 11 milioni e 369mila euro. Circa il 20 per cento dell’affare.
Insomma tante, troppe circostanze strane. Che rafforzano la convinzione della Finanza che la Varsa sia soltanto una scatola vuota, uno schermo societario, essendo priva di una struttura aziendale, creata unicamente per ottenere i fondi erogati dalla Regione e dall’Unione Europea. Dietro alla quale in realtà  si nasconderebbe qualcun altro, che al momento non è stato però ancora individuato.
La Regione sta cercando ora di mettere una pezza. Dopo aver ricevuto una serie di visite da parte della Finanza e aver saputo del primo avviso di garanzia all’attuale numero uno delle Fse, Luigi Fiorillo (contattato il suo legale ha preferito per il momento non rispondere), chiese al governo Monti (allora il ministro delle Infrastrutture era Corrado Passera) il commissariamento dell’ente, ottenendo però risposta negativa.
A quel punto, dopo un audit interno, hanno inviato (due mesi fa) una relazione alla Commissione europea che ha erogato il finanziamento che ora potrebbe essere restituito.

Giuliano Foschini
(da “La Repubblica“)

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LEOPOLDA, TUTTI SULL’ARCA DI NOE’

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

VERSO IL PARTITO NAZIONE: PER CONVINZIONE, PER UN POSTO AL SOLE, PER CONTARE

Qualcuno dice elegantemente Big Tent – la grande tenda alla Tony Blair – qualcun altro Arca di Noè, Andrea Romano cita Jovanotti, «sogno una grande chiesa, da Che Guevara a Madre Teresa», Renzi dice «siamo quelli delle porte aperte, non quelli che ti cacciano fuori», comunque sia una circostanza clamorosa al Cibali c’è: un centrosinistra che si espande. Fino al rischio dell’ossimoro.
A produrre un effetto del genere possono concorrere molte motivazioni, più sottili della banale corsa sul carro del vincitore o del bisogno del tepore di un potente, per esempio la volontà  di fare battaglie culturali «da dentro», la voglia di incidere, spostare il baricentro di Renzi nei limiti del possibile, o il semplice orrore del naufragio, la paura di sentirsi escluso.
Fatto sta che nel partito a vocazione maggioritaria chiamato Leopolda-2014 c’è posto per tutti.
Se il leader del Labour aveva, a riflettere sull’evoluzione del concetto di sinistra, Anthony Giddens e Peter Mandelson, qui c’è pur sempre Gennaro Migliore: «Qualcuno pensa che la sinistra sia il ragù della mamma». E in effetti l’ora di pranzo si avvicina.
Migliore sta indirettamente rispondendo a Nichi Vendola che gli ha dato del «cortigiano» e vede nella Leopolda «una moglie per il Gattopardo».
E così escogita la storia del ragù – citazione di Eduardo De Filippo -, critica a chi si affida solo a rassicuranti certezze. La cosa più bella che ha trovato qui, sostiene, è «la parola benvenuto».
Poi certo, è tutto un altro discorso vedere se ci sia spazio reale per le idee da cui lui proviene. Frasi come «il diritto di sciopero non è un diritto qualunque, è il primo dei diritti», che Migliore pronuncia non senza qualche emozione, fanno registrare uno degli applausi più tiepidi e rituali di tutta la Leopolda di quest’anno.
Qualcosa che verrà  potentemente travolto dal Renzi de «il posto fisso non esiste più». Altre espressioni sono invece molto in sintonia con la platea, per esempio la proposta di Andrea Romano, anche lui nuovo iscritto al Pd, reduce dall’esperienza di Italiafutura e poi di Scelta civica con Monti, del «partito della nazione»: «Siamo una nazione adulta, che ha contribuito a fondare l’Unione europea, non dobbiamo avere remore a difendere l’interesse nazionale. La nazione siamo noi. Quelli che sono qui e quelli che sono fuori da qui». Il patriottismo non è conservatorismo, diceva Orwell. Il cui vero nome era, appunto, Blair.
Pazienza se un «partito» della Nazione può sembrare contraddizione in termini, il sincretismo di Renzi se ne frega serenamente. Attrae opposti.
Sabato il prosaico Davide Serra, ieri il poetico astronauta Luca Parmitano, che ha proiettato in sala la foto dell’Italia scattata dallo spazio, con questo commento: «I confini li abbiamo inventati noi, vedete? Dall’alto non ci sono, i confini sono interiori, sono quelli che dobbiamo superare».
Sicuramente uno come il giovane Matteo Cuscela accede all’Arca perchè – come dice dal palco – crede che «la mia generazione è quella che, nè più nè meno, cambierà  il mondo».
Ma a pochi metri c’è anche Fabrizio Landi, finanziatore della Fondazione Open, poi nominato nel cda di Finmeccanica, un corpaccione che alle parole del giovine sogghigna scettico, appoggiato a una colonna.
Renzi, pure in un discorso in cui è andato dritto come un treno sulla Cgil e gli oppositori interni al Pd, ha usato l’aggettivo «affettuoso» per descrivere l’atteggiamento che c’è qui. Il che, unito all’ineffabilità  del potere, magnetizza persone diverse, Raffaele Cantone («la corruzione ci ruba il futuro») e lo sceneggiatore di Gomorra Stefano Pises, Patrizio Bertelli di Prada e il capo dell’Agenzia per le entrate Rossella Orlandi che, con qualche conflitto, chiama «Matteo» il premier.
Da Madre Teresa a Che Guevara c’è spazio per tutti e un caffè caldo per il sindaco di Roma Ignazio Marino, ormai più renziano di Renzi: «Ha fatto un discorso che è il futuro».

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)

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COMUNALI REGGIO CALABRIA: FALCOMATA’ (PD) SINDACO, IL M5S CROLLA AL 2,5%

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

PD AL 60%, DATTOLA (FORZA ITALIA) SI FERMA AL 27%… TRACOLLO DEI GRILLINI DAL 25% DELLE POLITICHE AL 2,5% DELLE COMUNALI

Tutti a casa: gli “Scopelliti boys”, il Movimento 5 Stelle e pure le liste civiche.
A Reggio Calabria sbanca il Pd con quasi il 61% dei voti.
Le truppe cammellate dell’ex governatore Giuseppe Scopelliti, ras della città  dello Stretto condannato a 6 anni di carcere nel processo sul “caso Fallara”, non si vedono più in giro.
Dopo 10 anni alla guida di Palazzo San Giorgio, aver portato un comune allo scioglimento per infiltrazioni mafiose e sull’orlo del dissesto, il centrodestra ha incassato una sonora sconfitta.
La città  ha un nuovo sindaco: Giuseppe Falcomatà , del Partito Democratico, che ha doppiato nelle preferenze il candidato di centrodestra Lucio Dattola, appoggiato da Forza Italia, Nuovo Centrodestra e dalla lista “Reggio Futura”.
La coalizione di centrosinistra ha rastrellato oltre 58mila voti: più della metà  dei reggini che ieri si sono recati ai seggi.
Si è fermato al 27,33%, invece, Dattola.
Non hanno invece neanche raggiunto il quorum gli altri candidati a sindaco: Paolo Ferrara col 3,17% (Liberi di ricominciare), Vincenzo Giordano col 2,49% (Movimento 5 Stelle), Giuseppe Musarella col 1,71% (Ethos), Stefano Morabito con l’1,96% (Per un’altra Reggio), Aurelio Chizzoniti con l’1,68% (Reggio nel cuore), Giuseppe Siclari con lo 0,37% (Partito comunista dei lavoratori), Francesco Anoldo Scafari con lo 0,24% (Movimento reggini indignati).
Figlio dell’ex sindaco della “Primavera di Reggio” Italo (Pci e poi Pds), Giuseppe Falcomatà  — 31 anni — è cresciuto a pane e politica.
“Il confronto con mio padre non sarà  un peso — spiega il sindaco — Un confronto che non esiste perchè Italo Falcomatà  appartiene alla storia di questa città  e fa parte di un metodo amministrativo che ha lasciato segni tangibili. Ci rifaremo a quell’idea di città . Questo per me ha un valore doppio”.
L’aria che si respirava in città  non lasciava adito a dubbi circa la vittoria al primo turno di Falcomatà  facilitata anche da un centrodestra in frantumi dopo la stagione conclusa con lo scioglimento per infiltrazioni mafiose.
Quello che non ci si aspettava è che il Pd avrebbe asfaltato i suoi avversari che, negli ultimi mesi, sono stati abbandonati da tutti.
Dopo la condanna di Scopelliti e i disastri nei conti del Comune, infatti, i gruppi di potere della città  hanno scaricato un “modello Reggio” che passerà  alla storia come fallimentare.
Molti degli ex consiglieri di centrodestra, oggi sono stati candidati nelle liste che hanno sostenuto Falcomatà .
Molti dei sostenitori di Scopelliti hanno cambiato bandiera schierandosi con il vincente. “Siamo contenti che i reggini abbiano voluto restituire dignità  alla città  — ha dichiarato Falcomatà  dopo lo spoglio — Aspettarsi un risultato del genere sarebbe presuntuoso dirlo. Però noi il lavoro l’avevamo fatto da oltre un anno soprattutto nei territori e con la consapevolezza che, nell’anno zero della politica cittadina, era quella di ricostruire un rapporto sentimentale con i quartieri, con le zone più degradate e abbandonate non solo dal punto di vista del decoro urbano, ma soprattutto da scelte politiche e amministrative fallimentari. Il nostro programma è nato proprio da questo confronto”.
“Dopo il commissariamento noi guardiamo avanti — ha aggiunto — Dopo tanti anni in cui la politica ha offerto il peggio di sè, Reggio ha bisogno di un momento di pacificazione cittadina. La prima cosa da fare è una rendicontazione di quello che troveremo nelle casse del Comune”.
Ma il tracollo a Reggio Calabria non è solo quello del centrodestra di Dattola.
Con il 2,49% e neanche un seggio, il Movimento 5 Stelle è riuscito nell’impresa di dilapidare il 25% dei consensi che aveva avuto alle Politiche del febbraio del 2013. Una debacle che trova le sue motivazioni principalmente in una faida tutta interna ai grillini che, in riva allo Stretto, sono spaccati tra le varie correnti che fanno capo ai vari parlamentari pentastellati.
Il candidato a sindaco Vincenzo Giordano però si scaglia contro i cittadini che rimproverandoli “di far andare avanti sempre le solite persone”.
Giordano punta il dito contro gli avversari e parla, infatti, di “liste di riciclati più volte che ancora hanno consensi. È una città  che, dà  ancora adito a queste persone di amministrare la res pubblica”.
Senza mai nominare Grillo, Giordano critica l’isolamento delle ultime settimane e se la prende anche con i vertici romani del suo movimento: “A livello nazionale non c’è stato un appoggio nei nostri confronti ma per una questione organizzative, anche di tempi tecnici e logistici del blog, che non ci ha assolutamente aiutato. Abbiamo perso tempo che ci ha fatto partire in ritardo”.
La responsabilità  secondo il candidato del M5s è anche di chi non si è recato al seggio (l’affluenza è stata del 65%): “Quella della poca affluenza è la cosa più dannosa a nostro avviso. Gli assenti a questa tornata elettorale sono assenti ingiustificati che evidentemente non si riconoscevano in nessuno dei partiti. Avrebbero potuto darci fiducia, invece di scegliere di non andare a votare. Siamo stati presenti sul territorio sempre”.

Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LUI TAGLIA, IO MULTO, TU PAGHI: I TAGLI AI COMUNI HANNO RAGGIUNTO 41 MILIARDI, COSI’ SI RIFANNO CON LE MULTE

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

LE SANZIONI SONO AUMENTATE DEL 15% E AMMONTANO A 2 MILIARDI…   GLI ENTI LOCALI UTILIZZANO GLI INTROITI PER FINANZIARSI MA L’IMPIEGO PER LA SICUREZZA STRADALE NON È RENDICONTATO

Chi viaggia a lungo sulle strade statali, in particolare dove non ci sono autostrade, li vede sempre all’ultimo minuto.
A volte, anche quando viaggia a velocità  contenute, la conformazione del tragitto, l’incrocio inatteso o il codice della strada, lo costringe a fare i conti con un’andatura improvissamente al ribasso, un sobbalzo improvviso, una svista inattesa.
E così l’autovelox scatta e la multa arriva impietosa.
L’Italia è un paese di contravvenzioni . Lecite e giustificate, ma anche arbitrarie, giocate sul filo della legge.
E soprattutto utili a fare cassa.
I numeri erano stati già  resi noti la scorsa estate dall’indagine del Sole 24 Ore che ha pubblicato la classifica delle multe per i capoluoghi italiani.
La cifra complessiva è di quelle che fanno bella figura in una manovra finanziaria nazionale, circa 2 miliardi all’anno.
Gli incassi dei vari municipi non sono indifferenti e dimostrano che le contravvenzioni non rappresentano soltanto uno strumento di punizione di una infrazione manifesta o una forma di deterrenza necessaria ma servono a far quadrare i bilanci taglieggiati dalla riduzione dei fondi statali.
Sempre meno fondi dallo Stato
Il meccanismo, del resto, è noto e caratterizza anche l’attuale legge di Stabilità .
I tagli ai comuni decisi dal governo Renzi, senza contare quelli alle Regioni, ammontano a 1,2 miliardi.
Dal 2009, anno di inizio della crisi economica globale, la riduzione di fondi agli enti locali ha raggiunto la cifra di 41 miliardi.
Una privazione che si è fatta via via più insostenibile.
E così, le multe possono dare una mano. Nel 2013, ad esempio, la città  di Milano, prima nella classifica del quotidiano confindustriale, ha intascato oltre 132 milioni di euro per una media di 170,5 euro per ogni patentato.
Al secondo posto per introiti pro-patente, c’è la città  di Renzi, Firenze, che ha incassato complessivamente 34 milioni, 145,5 euro per ogni patentato.
Segue Bologna, 35 milioni in tutto e una media di 143,7 euro. Roma si è piazzata al 14mo posto, con una media di 88,5 euro per patentato, ma con un incasso complessivo di oltre 154 milioni. Molto distaccata Napoli, con 58 euro a patente e 30 milioni di incasso totale e poi Palermo: 53,9 euro pro-capite e 21 milioni di incasso.
Quelle di cui parliamo, in ogni caso, sono le multe effettivamente incassate perchè quelle comminate sono molte di più.
E lo si desume dalle cifre messe in bilancio dai singoli comuni rese note dall’indagine condotta, qualche mese fa, dall’agenzia Adn Kronos.
A Milano nel 2014 il comune prevede di incassare 23 milioni in più passando da una previsione di 232 milioni per il 2013 a 255. Il 10% in più. A Bologna la previsione è di 46 milioni con un aumento del 25% rispetto a quanto incassato. E così via.
Secondo l’Adn l’aumento complessivo è di circa il 15%, di fatto una tassazione indiretta che va a colpire indiscriminatamente i cittadini automobilisti.
In realtà , vengono colpiti soprattutto quelli che diligentemente pagano il dovuto e rispettano le regole. Perchè è assodato che il 50% circa delle multe emesse non viene pagato, con una mole di “sospesi” che i comuni spesso trattengono nei bilanci prima di doverli ripulire, come ha fatto lo scorso anno proprio il comune di Firenze.
Non è un caso che la Corte dei Conti abbia imposto agli enti locali, per prevenire consistenti buchi di bilanci, di operare una precisa sistematica svalutazione dei crediti.     In che cosa vengono spesi
Le cifre in ballo potrebbero anche avere una giustificazione se venisse applicato alla lettera quanto prescrive la legge.
L’articolo 208 del Codice delle Strada, infatti, stabilisce che la metà  di quanto raccolto da queste multe vada investito in sicurezza stradale. “Non sappiamo se questa norma venga effettivamente rispettata dai comuni italiani     – dice al Fatto Michele Dell’Orco, deputato del M5S che sul punto sta conducendo una battaglia — e non sappiamo ovviamente neppure dove vada a finire l’altro 50% non vincolato”.
Quando a incassare una multa generica è poi lo Stato, “allora diventa tutto ancora meno chiaro”.
“All’incirca solo un quarto di quell’importo è vincolato — aggiunge Dell’Orco — mentre per i restanti tre quarti abbiamo un buco nero più totale. Tra l’altro i ministeri dei Trasporti e dell’Interno dovrebbero relazionare annualmente ma la relazione non risulta essere mai stata presentata”.
Dei circa due miliardi incassati annualmente, 1,6 miliardi sono di competenze dei comuni mentre 400 milioni sono dello Stato. Come spiegano i parlamentari pentastellati, di questi soldi ci sono resoconti molto rarefatti.
Tanto che proprio Dell’Orco è il presentatore di un emendamento alla nuova legge sul Codice della strada in discussione alla Camera (presentata dal Pd Michele Meta, che l’ha accolto) per fare in modo che i dati sulle sanzioni e sul loro impiego siano online e consultabili dai cittadini.
L’altra iniziativa parlamentare, invece, chiede al ministero di farsi carico dei dati degli enti locali e un appello M5S è stato rivolto a tutti gli amministratori locali per avere dai rispettivi comuni tutti i dati necessari.
In mancanza di resoconti ufficiali l’unica traccia utile per capire come si spendono i soldi della sicurezza stradale è andare a prendere il bilancio dello Stato così come lo conserva la Ragioneria centrale.
E così si scopre che per “Promuovere attività  di prevenzione dai rischi di mobilità  stradale al fine di migliorare la sicurezza stradale” — che è quanto prescrive l’Obiettivo 171 della Missione 2 (Diritto alla mobilità ) del ministero delle Infrastrutture — sono previsti per il 2014 solo 36.238.091 euro.
Che restano più o meno stabili per il 2015, toccando i 37 milioni, ma che nel 2016 precipitano a 24.538.227 euro.
Praticamente una miseria, anche perchè a livello municipale non c’è nessun intervento suppletivo.
La situazione, del resto, è chiaramente visibile in ogni comune, strada o vicolo italiano dove gli interventi di prevenzione e sicurezza stradale sono praticamente inesistenti. Per “Promuovere l’educazione ad una corretta circolazione stradale”, nella stessa “missione” ministeriale si trovano invece solo 7 milioni che, però, comprendono anche “le comunicazioni fornite dal Centro di coordinamento delle informazioni sulla sicurezza stradale”.
Il mitico Cciss che ascoltiamo regolarmente quando sentiamo il giornale radio o le informazioni sul traffico alla tv.
Anche in questo caso, è un     po’ poco.     Anche perchè, sul fronte dei risultati la situazione è catastrofica.
Secondo i dati dell’Istat nel 2013 “si sono verificati in Italia 182.700 incidenti stradali con lesioni a persone”. Il numero dei morti è pari a 3.400, mentre i feriti ammontano a 259.500. Una strage. Il dato è positivo rispetto al 2012, con una diminuzione del 2,2% anche se a una forte riduzione del numero dei morti su strade extraurbane e urbane non corrisponde un’analoga flessione sulle autostrade.
Il dato, però, resta molto negativo nell’immancabile confronto con il resto d’Europa. Il “programma europeo di azione per la sicurezza stradale”2011-2020 prevede un ulteriore dimezzamento del numero dei morti sulle strade entro il 2020 — oltre a quello realizzato tra il 2001 e il 2010.
Ma i tassi di mortalità , calcolati come rapporto tra il numero dei morti in incidente stradale e la popolazione residente (un morto ogni milione di abitanti) variano tra 27 per la Svezia e 93 per la Romania.
Il valore per l’Italia e pari a 57, a fronte di una media europea di 52 morti per milione di abitanti.
Nella fatica spasmodica di rispettare i tanti parametri monetari che costellano l’Unione europea, non sarebbe male se si riducesse drasticamente anche il numero dei morti sulle strade. Anche utilizzando i proventi delle multe.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A LANDINI: “NON FARO’ IL CAPO DELLA SINISTRA, E’ RENZI IL VECCHIO””

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

“IL LAVORO GARANTITO? NON C’E’ MAI STATO”

«Mi richiama al telefono fisso?»
Segretario, non sa dove mettere il gettone nell’iPhone?
«Mi dispiace per Renzi, ma l’iPhone io lo uso da anni. E pure la macchina fotografica digitale. Mi sa che è lui che ha difficoltà , forse a trovare i gettoni… ».
Allora, Landini, non siete così arcaici come dice il premier?
«Qui se c’è qualcosa di vecchio, è la politica del governo. È diventato la spalla della Confindustria».
Per questo alla manifestazione di San Giovanni è “nato” un nuovo partito di sinistra, con lei alla guida?
«Sciocchezze. Chi dice che la nostra è stata una iniziativa politica accampa scuse. Cerca alibi. Per non dar risposte alle precise richieste che una grande, nuova e molto variegata manifestazione ha posto al governo ».
E chi lo dice?
«Matteo Renzi nel suo discorso di chiusura alla Leopolda. Se una parte del Pd accorre al nostro corteo, è un problema suo. Se non riesce a tenerli uniti, è una faccenda che riguarda il suo ruolo di segretario».
Il segretario è arrabbiato per i vuoti alla Leopolda?
«È evidente che c’è un Pd in crisi. Se a Firenze mancava una fetta del partito, non può mica scaricare su di noi la responsabilità , accusandoci di un’operazione politica. Noi chiediamo risposte al presidente del Consiglio, non al segretario del Pd».
Però si dice che Landini prepari il gran salto dalla Fiom alla leadership di un nuovo partito, con l’ala dissidente del Pd
«Ma che c’entra? Ecco, così si tenta di spostare su un altro terreno, di delegittimare le rivendicazioni del corteo di San Giovanni. Abbiamo presentato un programma su tutto: dalla occupazione alla precarietà , alla corruzione, alla rappresentanza sindacale. Ma si vede che non sono più abituati all’autonomia del sindacato dalla politica. E poi io sono e resto il segretario dei metalmeccanici».
Siete scesi in piazza a difendere un posto fisso che non esiste più, è la risposta di Renzi.
«Non si è accorto, ovviamente, che in realtà  il posto fisso in Italia non è mai esistito. In qualsiasi momento gli imprenditori hanno sempre potuto licenziare. Il punto, con la difesa dell’articolo 18, è la tutela individuale della dignità  dei lavoratori quando senza giustificazione ti mettono alla porta. Non è questione di posto fisso allora, ma di lavoro con diritti o senza diritti. Del resto, Renzi di svarioni ne ha fatti tanti nel suo discorso ».
Per esempio?
«Venirci a raccontare che il modello fordista è morto. Ma vada nei call center, dove se in un’ora non rispondi almeno a 12 telefonate, parte il richiamo del capo. Allora, semmai il modello fordista si è allargato, è uscito dalla fabbrica, tracima».
Dalla Leopolda vi accusano anche di difendere solo i garantiti, gli occupati, e lasciare senza tutela i precari.
«Se il lavoro lo creano loro, mi aspetto che da domani tutti i problemi siano risolti a Terni, alla Thyssen, alla Nokia o all’Italtel, per citare solo alcune aziende della lunga lista nera della crisi. Comunque, oggi è convocato il tavolo del governo con i sindacati sulla legge di stabilità , a quanto pare senza Renzi. Vedremo. Se i segnali sono questi che arrivano da Firenze, la vedo brutta».
Che vuol dire?
«Se la ricetta è rendere facili i licenziamenti, abbassare il salario, tagliare le tasse alle imprese, il governo se ne assume la responsabilità . Perchè noi andremo avanti. Con lo sciopero generale e con l’occupazione delle fabbriche, se necessario».
Anche col rischio di far cadere il governo?
«Fiducia o non fiducia in Parlamento, se Renzi non rilancia una politica industriale, il paese non lo cambia mica. Il vecchio è lui».

Umberto Rosso
(da “La Repubblica”)

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