Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
LA SOLITA ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA DI SALVINI PER FAR DIMENTICARE CHE IN TRE MESI DI GOVERNO NON HA CONCLUSO UNA MAZZA
“Un’idea romantica”. Il ministero della Difesa boccia l’idea di Matteo Salvini di reintrodurre la
leva obbligatoria, avanzata durante un comizio a Lesina in Puglia.
“I nostri militari sono e debbono essere dei professionisti”, dicono fonti della Difesa, interpellati dall’Ansa.
“Un’idea non più al passo con i tempi” aveva detto la ministra della Difesa Elisabetta Trenta il 9 agosto in un’intervista al Tg5.
Dalla Difesa viene anche fatto rilevare, scrive l’Agi, che anche il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano, in un’intervista al Mattino di Padova in occasione di un evento a Vittorio Veneto nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della Grande Guerra aveva parlato di forze armate italiane diventate professioniste e che “si sono rivelate fra le migliori del mondo. Io ero presente quando la leva è stata sospesa non perchè non fossero bravi i militari di leva, ma perchè non potevano più essere impiegati in operazioni complesse e a rischio, visto che la possibilità di essere impiegati in operazioni deriva anche dall’addestramento e dalla capacità di operare in ambiti internazionali”.
La proposta di Salvini era stata fonte di divisioni nel centrodestra.
Berlusconi espresse subito la sua contrarietà (“non è nel programma”), anche esponenti della destra vicini alle Forze Armate, come Maurizio Gasparri e Giorgia Meloni, avevano bocciato l’idea.
L’abolizione della leva obbligatoria venne proposto proprio durante il governo Berlusconi, nel 2004, (la Lega era al governo), e la nuova norma è in vigore dal 1° gennaio 2005.
Anche il Pd è contrario. “La leva obbligatoria? Ha avuto sua funzione storica ma oggi non più utile al Paese”, era la posizione dell’ex ministra della Difesa Roberta Pinotti. “Cambiamo le regole del gioco: commentiamo le sparate di Matteo Salvini solo quando si traducono in disegni di legge, senza abboccare alle provocazioni continue. Lo voglio vedere votare per la leva obbligatoria: noi saremo contro, come la maggioranza del Paese”, scrive ora su Twitter il leader Leu, Pietro Grasso, aggiungendo l’hashtag #mattefacceTarzan.
(da agenzie)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
ESTREMA DESTRA IN CONFUSIONE IDEOLOGICA: DALL’ALTERNATIVA AL SISTEMA A GUARDIE BIANCHE DEI BOTTEGAI
Pettorina rossa d’ordinanza e caccia ai venditori abusivi. È l’ultima campagna dei militanti di Casapound, che oggi hanno improvvisato un blitz sulla spiaggia di Ostia per allontanare gli ambulanti abusivi dal litorale romano.
Guidata dal consigliere municipale Luca Marsella, una ventina di militanti si è scagliata contro un venditore di cocco tra gli sguardi attoniti dei bagnanti.
Il tutto ripreso e pubblicato in un video su Facebook.
“Qui non è cambiato nulla nonostante i proclami del governo e abbiamo voluto riportare la legalità . Noi siamo dalla parte dei commercianti italiani tartassati da tasse e multe”
“La destra xenofoba a ogni stagione ripropone le sue pagliacciate”, è la replica di Stefano Pedica del Pd. “Capisco che Casapound sia in cerca di visibilità , ma la battaglia per la legalità non si fa tallonando per qualche minuto un venditore di cocco sulla spiaggia. Si fa con una seria azione politica e non con qualche spot a uso e consumo del popolo dei social”.
“Un atto di violenza che, in un Paese civile, non può assolutamente essere tollerato in alcun modo”, scrive in una nota Marco Possanzini, segretario di Sinistra Italiana nel X Municipio – “Casapound, che non ha alcuna autorità per fare ciò che ha fatto, non può sostituirsi alle istituzioni con ronde che diventano una vera e propria caccia all’abusivo”.
“Fa sorridere l’accanimento di CasaPound contro gli “abusivi” sulla spiaggia mentre non spendono mezza parola contro la criminalità mafiosa che ad Ostia è fortemente radicata oppure contro gli abusi fatti da italianissimi imprenditori sul mare di Roma così come stendono un velo pietoso sull’occupazione, quella si abusiva e illecita, fatta da CasaPound nel palazzo di Via Napoleone III a Roma”.
(da agenzie)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
CAPORALATO E SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE IN AFRICA
Si chiama Risparmio netto rettificato (Rnr) ed è la misura scelta dalla Banca mondiale per
misurare con oggettività l’economia.
Un indice preferito a sorpassati indicatori come il Pil perchè considera anche l’esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili e l’inquinamento.
Il principio è semplice: affinchè un’economia possa dirsi sostenibile, l’Rnr deve crescere o rimanere quantomeno costante.
Ecco perchè quest’indice è la chiave per leggere l’ultima relazione della Banca mondiale, intitolata Evoluzione della ricchezza delle Nazioni 2018, che racconta le grandi malattie del pianeta di cui vediamo solo piccoli sintomi. Li chiamiamo “migranti”.
Parliamo di malattie croniche: dal 1990 al 2015, l’Africa subsahariana ha perso più o meno 100 miliardi di Rnr l’anno e “l’esaurimento delle risorse naturali è certamente uno dei fattori determinanti”.
È la prova, l’ennesima, che le “politiche di sviluppo” per l’Africa, concessione delle risorse per attrarre investimenti stranieri, sono state un controproducente fallimento. Perchè il denaro occidentale arriva — meno, molto meno di quello che dovrebbe — ma mai a beneficio di popolazioni che scavano nella povertà .
Qualche esempio: nel 2014 Anil Agarwal, presidente dell’azienda mineraria britannica Vedanta, ha ammesso — ridendo — di aver acquistato, attraverso la divisione Kcm, la maggiore miniera di rame dello Zambia con un’offerta farlocca da 400 milioni di dollari, nella realtà pari ad appena 25 milioni ma redatta con “bei documenti, professionali”.
Un “investimento” con cui la Kcm ha generato profitti tra 500 milioni e un miliardo l’anno.
Per non farsi mancare niente, sempre nel 2014 l’azienda ha avviato una ristrutturazione interna da 1.500 esuberi di lavoratori locali, poi sospesa dopo la minaccia dello Zambia di revocare le licenze minerarie.
Nessun vantaggio per la popolazione nemmeno in Nigeria, che ha venduto il più grande giacimento petrolifero d’Africa per 1,3 miliardi di dollari all’italiana Eni e a Shell.
A effettuare la vendita, però, non lo Stato nigeriano ma la Malabu Oil&Gas, una società segretamente di proprietà dell’ex ministro del Petrolio Dan Etete, che aveva acquistato il giacimento per appena 20 milioni nel ’98.
Un’acquisizione per cui è in corso a Milano un macchinoso processo per corruzione internazionale.
Il mal d’Africa che tormenta l’Occidente, quella fame onnivora di risorse e di uomini, non riguarda però solo multinazionali troppo grandi da immaginare ma anche la piccola imprenditoria italiana “brava gente”.
L’indice per misurarlo, in questo caso, è molto più alla nostra portata: tra i 3 e i 4 euro, la paga media per un’ora di lavoro sotto il sole tagliente nei campi del Bel paese. Il caporalato, quella vergogna avida di cui ci ricordiamo solo quando i furgoncini carichi di schiavi si ribaltano, esiste da anni ed esiste ogni giorno. E può essere anche peggiore di così.
Secondo il quarto rapporto Agromafie e Caporalato della Flai-Cgil, il salario può scendere anche a 1 euro l’ora, a cui vanno sottratti 5 euro di trasporto per arrivare al campo, 3 euro per un pasto e 1,5 euro per una bottiglietta d’acqua da pagare direttamente al caporale che spesso, nel caso di stranieri, è un capo-etnia.
Un business che vale quasi 5 miliardi di euro e che mette a rischio circa 400 mila lavoratori, oltre a 220 mila stranieri in nero.
In mezzo, tra le depredazioni e la schiavitù con cui l’Occidente affoga prima l’Africa e poi la sua gente, la macchina dell’accoglienza, che troppo spesso accoglie gli interessi di un’Italia approfittatrice.
Se il sistema Sprar è considerato un’eccellenza da molti addetti ai lavori, ombre si sollevano sui Cas, i Centri di accoglienza straordinaria che avrebbero dovuto estinguersi ma che invece fioriscono: dei 173mila 783 migranti accolti in Italia (dati agosto 2017), il 91,04% è ospite di Cas, come mette nero su bianco la relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza della scorsa legislatura.
La gestione dei Cas spetta ai privati a seguito di appositi bandi o, nei casi di emergenza — ed è spesso emergenza — attraverso affidamenti diretti.
Il commento migliore è nelle parole dell’ex deputato Paolo Beni, relatore del documento: “È lecito dire che la criminalità organizzata in alcuni casi ci abbia messo mano. I controlli ci sono ma non abbastanza, ed è per questo che nel tempo sono venute alla luce varie situazioni irregolari”.
Per esempio, limitandoci alle situazioni recentissime, i cinque arresti a Benevento dello scorso 21 giugno tra cui un dipendente del ministero della Giustizia e un carabiniere, i sei in manette a Latina il 26 giugno, l’arresto di un ex deputato regionale dell’Udc e di altre tre persone a Trapani il 5 luglio.
Il problema, però, non è solo nel margine grigio di illegalità ma nella qualità stessa di questa accoglienza, la chiave di volta su cui pesano i futuri problemi di integrazione e sicurezza: “Basta dare un’occhiata — continua Beni — al numero di strutture turistiche o paraturistiche, come esercizi commerciali riconvertiti, che oggi si sono date all’accoglienza: fiutano la convenienza dell’affare ma non sono enti che hanno esperienza a livello umanitario e solidale”. Il risultato ha spesso la forma di ghetti, da cui fuggire a qualunque costo per arrangiarsi in qualsiasi modo.
Sfruttamento vorace delle risorse, caporalato e schiavitù, accoglienza senza scrupoli nè integrazione: siamo la fame da cui li costringiamo a fuggire e siamo l’illegalità in cui li costringiamo a rifugiarsi.
E poi siamo l’ipocrisia: 173mila 783 migranti da gestire, per un Paese che è 7° potenza al mondo e 59° nella classifica per percentuale di popolazione immigrata (fonte Wikipedia), non dovrebbero essere un problema e invece sono un’”emergenza”. E allora delle due l’una: o siamo fortemente incapaci o non è un’emergenza. Se proprio vogliamo trovarne una, allora dovremmo guardare al di sotto del Mediterraneo. E spaventati vergognarci.
(da Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
DOPO L’ARTICOLO DE “LA STAMPA” IL PRESIDENTE DELLA STRUTTURA MINACCIA LA GIORNALISTA … SCARPE ROTTE, MAGLIETTE RIMEDIATE DALLA SPAZZATURA, POCO CIBO
Urlavano: «We are desperate, we are desperate». Siamo disperati. Indossavano scarpe rotte, magliette rimediate dalla spazzatura, più che rabbiosi sembravano esausti, stremati.
In un inglese stentato, hanno provato a farsi capire, a chiedere aiuto.
Dimenticate Lampedusa: Prince, Zakaria, Bernard e gli altri tre immigrati, che l’altra mattina si sono presentati davanti agli uffici della prefettura di via Piacenza, sono sei degli oltre millecinquecento richiedenti asilo inseriti nei centri di accoglienza attivati in 63 Comuni della provincia di Alessandria, 32 gestori e oltre duecento strutture fra cui molti appartamenti, sparsi un po’ dappertutto.
Uno schema morbido di accoglienza diffusa, disegnato dall’ex prefetto Romilda Tafuri (dopo sei anni in Piemonte, è alla guida della prefettura di Cagliari). Un sistema che finora ha permesso di «assorbire» senza traumi un fenomeno in crescita. Nel 2016 i richiedenti asilo erano 1102, oggi sono 1536.
Sono aumentati, ma il saldo è quasi impercettibile perchè il modello applicato qui funziona. «Per favorire il processo di integrazione – spiegano dalla prefettura, dove da pochi giorni nell’ufficio della Tafuri siede Antonio Apruzzese -, i migranti sono ospitati in strutture di piccole o medie dimensioni, da appartamenti a comunità da 10-40 posti, e una sola struttura con un centinaio di ospiti».
L’altra mattina, questi sei ragazzi sono arrivati da Masio a cercare lo Stato qui nel capoluogo.
L’hanno già fatto in passato, almeno altre sei volte dicono, vengono sempre a piedi o in bicicletta, se va bene al ritorno rimediano un passaggio.
Diciotto chilometri sotto il sole padano sono una passeggiata per chi è scappato da Senegal, Nigeria, Mali.
Hanno modi educati, ma risoluti. Vogliono spiegare che dopo quella fuga tormentata dall’Africa, l’approdo in Sicilia e l’arrivo nel ricco Nord, l’accoglienza italiana se la immaginavano diversa. Non il grand hotel certo, ma nemmeno la fame. Il frigorifero spesso vuoto, niente da mettersi addosso, poco da mangiare.
Ai funzionari hanno raccontato di essere ospiti dell’associazione La Casa di Elisa.
E riferito di pranzi e cene che saltano, di una dispensa spesso vuota e di cure che mancano, insieme ai soldi del loro «pocket money». Pochi spiccioli, 2 euro e 50 al giorno dei 35 che incassa la struttura per ognuno di loro, ma a cui hanno diritto e che non sempre ricevono.
Dall’inizio dell’estate, pare che la situazione sia cambiata, in peggio.
I responsabili della struttura preferiscono non fornirne altre versioni. Poi, Giorgio Isidoris, presidente dell’associazione La Casa di Elisa – ospita 11 persone a Masio, 10 a Conzano e 12 a San Germano di Casale -, contatta la giornalista che ha firmato il servizio su La Stampa e la minaccia: «Ti sei messa in un vespaio, ora diventa una cosa tra te e me».
Un chiaro atteggiamento intimidatorio, ribadito in una seconda telefonata e riportato nel verbale di una denuncia presentata ai carabinieri.
Non è la prima: Isidoris è stato citato, in questura, anche dagli ospiti di Masio. Loro, i ragazzi, continuano ad aver paura. Riferiscono di prevaricazioni e dispotici tentativi di fermarli quando provano a dire basta, come l’altra mattina, e cercare qualcuno che li ascolti.
Negli ultimi mesi, l’associazione ha subìto sanzioni per inadempienze nel servizio o la mancata frequentazione ai corsi di alfabetizzazione da parte dei ragazzi delle comunità di Masio e Casale.
Cose che succedono e che forse poco hanno a che fare con il clima che si respira là dentro.
Alcune «penali» hanno riguardato le condizioni dello stabile, altre probabilmente sono in arrivo.
(da “La Stampa”)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
BLOCCO DEI FONDI A RIACE PER I PROGETTI DI INTEGRAZIONE… TIPICO STRUMENTO DEI RAZZISTI PER POI DIRE CHE NON SI VOGLIONO INTEGRARE
“Sindaco, caro fratello”. Inizia così la lettera che il sindaco di Ginevra Remi Pagani ha inviato al
sindaco di Riace Mimmo Lucano che in questi giorni sta protestando con il ministero dell’Interno e con la prefettura di Reggio Calabria per il blocco dei finanziamenti destinati ai progetti di accoglienza dei migranti.
Dalla città svizzera — uno dei comuni dove si registra la qualità della vita più elevata al mondo — al piccolo paesino della Locride, dove il sindaco è costretto allo sciopero della fame per non fare morire il suo territorio e per inseguire quell’utopia che, in un paese civile, dovrebbe essere la normalità .
Una lettera che Remi Pagani scrive in francese su carta del Comune di Ginevra.
Frasi con le quali il primo cittadino elvetico punta il dito contro la deriva che sta prendendo l’Italia sul tema dell’accoglienza dei migranti: “Vorrei esprimere — dice il sindaco svizzero — la mia solidarietà alla tua protesta contro le politiche disumane delle autorità centrali italiane, frutto della lunga battaglia che stai conducendo con e per i tanti migranti che hanno vissuto a Riace per anni. Uomini e donne che decidono di risiedere nella tua comunità , anche se non hanno ricevuto assistenza finanziaria per due anni”.
Una premessa che vede il sindaco di Ginevra al fianco di molti altri sindaci che già si sono schierati dalla parte di Mimmo Lucano e del “modello Riace”.
“Vorrei qui associarmi — continua infatti Pagani — agli sforzi del sindaco di Barcellona, la signora Ada Colau, dal sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, al presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, a Padre Alex Zanotelli e al sindacalista dei lavoratori agricoli Aboubakar Soumahoro (Usb)”.
Il sindaco di Ginevra non lo nomina mai ma è chiaro il riferimento al ministro dell’Interno Matteo Salvini (che nelle settimane scorse ha definito Lucano “uno zero”) e a tutti quelli che, in questi anni, si sono scagliati contro Riace.
Rivolgendosi sempre a Mimmo Lucano, infatti, Pagani ricorda che “alcuni vogliono chiudere una pagina di storia scritta con inchiostro di solidarietà , ma tu sei un esempio virtuoso di questa solidarietà che difendi oggi a rischio della tua salute. È imperativo ripristinare questo modello di accoglienza e integrazione famoso in tutto il mondo, la cui città di Riace è l’esempio vibrante”.
“È una bellissima lettera. — è il commento del sindaco Lucano — Non posso che essere contento delle parole del sindaco di Ginevra. Lo sono ancora di più perchè non lo conosco personalmente ma apprezzo tanto la solidarietà che ci esprime in questo periodo. Non ho parole”.
“Nonostante il processo di disumanizzazione che è in atto da tempo, — conclude il sindaco della Locride — in maniera spontanea Riace è entrata in un’altra dimensione. E allora non è solo schierarsi con la nostra comunità . Riace diventa una metafora di un modo diverso di vedere il mondo”.
(da agenzie)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
UN TURISTA PERDE IL DOCUMENTO, MA UN GIOVANE RICHIEDENTE ASILO RIESCE A RESTITUIRGLIELO
Sollievo per un turista norvegese di passaggio a Cagliari, dopo aver smarrito la propria carta d’identità . Il documento infatti è stato ritrovato da Mohamed Sangare, un giovane migrante già ospite per dieci mesi in una struttura di accoglienza in città . Mohamed, in giro per cercare lavoro e consegnare curriculum, ha notato la tessera e leggendo il nome è riuscito a risalire al proprietario tramite Facebook.
Il ventenne immigrato, non potendo mandare un messaggio diretto al norvegese, è riuscito a scrivere ad una donna con lo stesso cognome del turista; proprio la donna ha confermato che si trattava del nipote in visita in Sardegna, riuscendo a mettere in contatto le due persone per la restituzione del documento
La giornata del ragazzo si è poi conclusa con l’incontro di uno dei suoi idoli, il calciatore del Cagliari Joao Pedro.
(da agenzie)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI AQUARIUS E LE TESTIMONIANZE… E’ IL FRUTTO DELLE POLITICHE DEI GOVERNI EUROPEI CHE OSTACOLANO GLI ATTRACCHI DELLE NAVI MERCANTILI CHE RISPETTANO LA LEGGE E INTERVENGONO A SALVARE I NAUFRAGHI
I 141 migranti soccorsi negli ultimi due giorni dalla nave “Aquarius” di Sos Mediterranee e
Medici senza Frontiere hanno raccontato che almeno 5 navi sono transitate a vista delle loro barche e hanno proseguito senza prestare alcuna assistenza. Lo riferisce Aloys Vimard, coordinatore di Msf a bordo di “Aquarius”: «Le persone salvate a bordo hanno dichiarato ai nostri team di aver incrociato cinque diverse navi che non hanno offerto loro alcuna assistenza, prima di essere soccorse dall’Aquarius. Sembra – ha sottolineato Vimard – che sia a rischio il principio stesso di fornire assistenza alle persone in pericolo in mare. Le navi potrebbero non essere disposte a rispondere a coloro che sono in difficoltà a causa dell’alto rischio di rimanere bloccate e di vedersi negare un luogo sicuro di sbarco. Le politiche che mirano a impedire a tutti i costi alle persone di raggiungere l’Europa si traducono in maggiori sofferenze e anche in viaggi più rischiosi per persone che sono già molto vulnerabili ».
Secondo l’esponente di Msf, inoltre, il Centro di coordinamento libico «non ha informato l’Aquarius delle imbarcazioni in pericolo di cui era a conoscenza, nonostante noi fossimo nelle vicinanze e avessimo offerto la nostra assistenza. Siamo stati fortunati ad aver avvistato noi stessi queste barche in pericolo», ha concluso.
Msf e Sos Mediterranee in una nota sottolineano di essere «estremamente preoccupati per le politiche europee che ostacolano l’assistenza umanitaria e che hanno provocato un numero vertiginoso di morti in mare negli ultimi mesi».
“Aquarius”, ricordano le due ong, «è ora una delle uniche due navi di ricerca e soccorso umanitarie rimaste nel Mediterraneo Centrale. La criminalizzazione e il blocco nei confronti delle organizzazioni umanitarie riflettono il problema più grande di un sistema di asilo europeo a pezzi e il fallimento degli stati membri dell’Ue nel ricollocare i richiedenti asilo che arrivano in Europa».
(da agenzie)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
IN 90.000 IN PIAZZA DOPO L’INCONTRO AL CIRCO MASSIMO… “LA CHIESA NON LASCIA INDIETRO NESSUNO”
“Rinunciare al male significa dire ‘no’ a una cultura della morte che si manifesta nella fuga dal reale verso una felicità falsa, che si esprime nella menzogna, nella truffa, nell’ingiustizia, nel disprezzo dell’altro. Il cristiano non deve essere ipocrita deve vivere in maniera coerente”.
Così il Papa all’Angelus si è rivolto ai 90 mila giovani raccolti in piazza San Pietro e in via della Conciliazione, secondo i numeri comunicati dalla Gendarmeria vaticana. Arrivati a Roma da tutta Italia per incontrare il pontefice, in vista del Sinodo di ottobre, hanno trascorso la notte in attesa, trovando ospitalità nelle chiese aperte per l’occasione o bivaccando in piazza Pio XII.
Dopo il bagno di folla di ieri e il concerto al Circo Massimo, i ragazzi si sono mossi ieri sera verso San Pietro, partecipando alla Notte Bianca nelle chiese romane, con momenti di spiritualità , arte, cultura, spettacolo e animazione.
Molti di loro hanno dormito nell’area circostante il Vaticano.
Alle 11.20 il Papa ha fatto il suo ingresso in piazza San Pietro a bordo della papamobile. Con un piccolo “sconfinamento”: durante il giro ha varcato il confine del Vaticano, spingendosi fino alla metà di via della Conciliazione. Ad accoglierlo una folla di ragazzi e ragazze, che sventolano bandiere, fazzoletti e cappellini colorati.
“Oggi vi esorto a essere protagonisti nel bene”, ha continuato Francesco. “Non sentitevi a posto quando non fate il male: ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto. Non basta non odiare, bisogna perdonare; non basta non avere rancore, bisogna pregare per i nemici; non basta non essere causa di divisione, bisogna portare pace dove non c’è; non basta non parlare male degli altri, bisogna interrompere quando sentiamo parlar male di qualcuno. Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito”.
Poichè il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che vi si oppongono, il pontefice ha esortato i giovani a “camminare nella carità ” e “dire ogni giorno, con i fatti, ‘no’ al male e ‘sì’ al bene”. Ha poi invitato i giovani a ripetere con lui una frase di Sant’Alberto Hurtado: “È buono non fare il male, ma è ‘malo’ non fare il bene”.
Il Papa ha affidato ai giovani il mandato missionario in vista del Sinodo. Francesco ha quindi benedetto i doni offerti dalla diocesi di Panama, dove dal 22 al 27 gennaio si terrà la Giornata mondiale della gioventù 2019: la statua della Madonna di Loreto e il Crocifisso di San Damiano.
Al termine dell’Angelus, il Papa ha salutato le decine di migliaia di ragazzi che si sono raccolti a Roma in questi due giorni. “Cari giovani, facendo ritorno nella vostre comunità – ha detto – testimoniate ai vostri coetanei e a quanti incontrerete la gioia della fraternità e della comunione che avete sperimentato in queste giornate di pellegrinaggio e di preghiera”.
Arrivati a Roma dopo un pellegrinaggio nelle loro diocesi, i ragazzi si sono affollati a piazza San Pietro dalle prime ore del mattino per partecipare alla messa presieduta dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei che ha promosso la due giorni. La coloratissima folla di giovani è giunta in pellegrinaggio, in parte anche a piedi, da 195 delle 226 diocesi italiane. Sono 120 i vescovi che hanno concelebrato la messa con il cardinale Bassetti. “Sarete un vero lievito di speranza per la nostra Chiesa e per la nostra stessa società “, ha detto il presidente della Cei accogliendo i ragazzi giunti ad ascoltare la messa in attesa dell’arrivo del Papa.
“L’esperienza di questi giorni di cammino – ha sottolineato – ha contribuito a farvi capire che nessuna difficoltà e nessuna paura sono insormontabili, purchè non le affrontiamo da soli”, ha detto Bassetti nel corso dell’omelia. “So che in molti vivete la precarietà di una situazione lavorativa che vi impedisce di fare programmi per il futuro, so che in tanti provenite da famiglie dove non è facile vivere insieme. Nemmeno voi chiudete gli occhi davanti alle tante emergenze che sta attraversando il nostro Paese, anche se vi sentite oppressi e schiacciati da problemi che riguardano già il quartiere in cui vivete e la città dove abitate”. Bassetti ha ricordato ai giovani l’esempio del profeta Elia. “La sua fuga ci fa pensare ai tanti giovani che vivono oggi sulla loro pelle la stessa condizione e che devono rifugiarsi o migrare in altri Paesi a causa di guerre o dittature o carestie. Alcuni di loro hanno camminato accanto a voi”.
(da agenzie)
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