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QUANDO I MIGRANTI ERAVAMO NOI: “LA VITA PROMESSA” SU RAI 1

Agosto 11th, 2018 Riccardo Fucile

DAL 16 SETTEMBRE LA MINISERIE DI RICKY TOGNAZZI SU UNA SICILIANA CON FIGLI CHE EMIGRA NEGLI STATES PER FUGGIRE DA POVERTA’ E SOPRUSI

Gli italiani poveri, di solito del sud ma anche dal centro e nord Italia, sono stati emigranti. Fino agli anni ’60, agli anni ’70, oggi con molti ragazzi.
E tanti vogliono dimenticare quando i migranti eravamo noi. Lo ricorderà  la fiction di Rai “La vita promessa” che deve andare in onda il 16 e il 17 settembre con le prime puntate, poi nei lunedì seguenti: con la regia di Ricky Tognazzi, in quattro puntate racconta di Carmela Carrizzo, una donna che a inizio ‘900 dovette lasciare la Sicilia e andò in Nord America, a New York, per dare una vita migliore ai suoi cinque figli. Non fuggiva da una guerra, fuggiva dalla povertà .
La miniserie è coprodotta da Rai Fiction e Picomedia, prodotta da Roberto Sessa. Tognazzi aveva detto che la fiction “parla dei migranti di allora raccontando la tragedia dell’immigrazione oggi”.-
Altri interpreti sono Francesco Arca, Thomas Trabacchi, Miriam Dalmazio, Primo Reggiani, Cristiano Caccamo.
Luisa Ranieri interpreta Carmela, Lina Sastri è Assunta Moggi, tenutaria di un “casino” a Napoli, affitta camera ai emigranti che si imbarcano per gli Stati Uniti. Signora “burbera dall’animo buono”, che a Napoli gestisce un ‘casino’ in cui affitta camere anche ai disperati in partenza per la terra promessa. Carmela deve fuggire perchè l’uomo che lavora per il barone Musumeci presso il quale lavora il marito, Spanò, di fatto un “caporale”, le uccide in un’imboscata il consorte.
Così lei vende le cose e parte per Napoli per imbarcarci per New York. Dove conosce anche il lato criminale della Little Italy, degli italiani delinquenti che lucrano sui poveri italiani sbarcati in città .
Simona Izzo ha rivisto la sceneggiatura che aveva scritto Laura Toscano (autrice di serie come “Commesse” e “Il maresciallo Rocca”.

(da Globalist)

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LA VERGOGNA DELL’INTESA ITALIA – LIBIA

Agosto 11th, 2018 Riccardo Fucile

RINCHIUSI IN 400 IN UNA BUCA, TRA LE DUNE DEL DESERTO ROVENTE

Mentre il Parlamento approvava, pochi giorni fa, la cessione da parte dell’Italia di 12 motovedette alla Guardia costiera libica e lo stanziamento di circa 2,5 milioni di euro per la manutenzione delle imbarcazioni e l’addestramento degli equipaggi, ho incontrato Dalmar e Cawil (nomi di fantasia per motivi di protezione).
Sono due ragazzi somali di 20 e 25 anni.
Uno fuggito dalla violenza diffusa nella sua terra contesa tra Etiopia e Somalia, l’altro da Al Shabaab. Da un mese vivono in Toscana, accolti da Oxfam Italia.
Mi son detto: chi meglio di loro mi potrà  confermare che la Libia è un paese sicuro? E soprattutto che i centri di detenzione sono dotati di ogni confort? Magari, se riesco ad entrarci in confidenza, riesco anche a farmi raccontare come se la sono spassata nella “crociera” che li ha portati in Italia.
Rinchiusi in 400 in una buca, tra le dune del deserto rovente
“Dopo due mesi di viaggio, passati in buona parte nelle mani di diversi gruppi di trafficanti, sono arrivato al confine tra Chad e Libia. Ci hanno catturati e portati in una prigione in mezzo al deserto. I carcerieri erano ciadiani, ma lavoravano assieme ai libici. — racconta Dalmar – Ci hanno gettato in una buca scavata tra le dune, recintata da rami di palma per impedire che la sabbia ci seppellisse vivi. Dormivamo in 400 ammassati, ci davano un pasto al giorno. Di giorno morivi di caldo, di notte di freddo. — continua – Ogni giorno qualcuno veniva torturato. Sono rimasto lì 8 mesi. La mattina ci portavano a cogliere i datteri. Vietato mangiarli, sennò ti picchiavano. Eravamo scalzi e la sabbia bruciava, non potevamo scappare. C’è chi ha provato a scappare di notte, ma li hanno sempre ripresi. C’erano ragazzi, famiglie, bambini, anziani, donne incinte che hanno partorito lì. In tanti non ce l’hanno fatta, ne morivano 3 o 4 al giorno.”
Nella voce di Dalmar c’è il dolore di un ricordo atroce, ma la voglia determinata di raccontarlo. Di far capire cosa ha vissuto.
Flash back, in fuga dal “terrore” in Somalia
Dalmar e Cawil hanno una corporatura minuta e modi delicati. Nei loro occhi scuri uno sguardo vivo, profondo, forte e gentile. Entrambi hanno alle spalle, un’odissea lunga mesi, lungo le consuete “rotte” che dal Corno d’Africa portano alla Libia.
Cawil ha iniziato il suo viaggio scappando da una prigione delle milizie di Al Shabab in Somalia: lo volevano arruolare ma lui si è rifiutato; così lo hanno preso e torturato. Due anni prima gli avevano fatto sparire il fratello e una volta ucciso, hanno detto alla famiglia di andare a riprendersi il corpo.
Dalmar è fuggito da una zona mai pacificata al confine tra la Somalia e l’Etiopia e contesa da decenni da entrambi gli stati. È stato proprio lì che è finito nelle mani dei trafficanti che lo hanno fatto arrivare al confine col Ciad.
Vicino a Tripoli, nell’inferno di Beni Walid
“Eravamo 150 in una stanza piccolissima con un tetto di lamiera, uomini e donne tutti ammassati — racconta Cawil – Sono stato lì 5 mesi. Eravamo soprattutto somali, eritrei poi qualche nigeriano e gambiano. La banda che gestiva il carcere era composta da una ventina di persone: i capi erano libici, avevano delle divise, mentre i carcerieri che ci torturavano erano nigeriani, ciadiani, togolesi e anche somali. Mangiavamo in 10 in un piatto, un pasto al giorno”.
Una sorte simile tocca anche a Dalmar. Un orrore senza fine, in attesa che venga pagato il riscatto chiesto alle famiglie dagli aguzzini. Tra compagni di cella che ogni giorno muoiono per la mancanza d’aria, per le torture, per le infezioni contratte.
Di notte da Misurata all’Italia
Tanti dei compagni di Cawil e Dalmar non ce la fanno, ma i loro parenti riescono per miracolo a raccogliere la somma chiesta dai trafficanti, finchè un giorno, vengono portati sulla spiaggia di Misurata, dove si conosceranno per non dividersi più.
“Dopo un paio di mesi un parente ha pagato non so quanto, da quello che ho capito, poco, perchè ero messo male: sembrava che potessi morire da un momento all’altro da quanto ero magro. — aggiunge sorridendo Dalmar – Quindi mi hanno portato a Misurata, assieme ad altri. Era notte, c’erano 8-10 libici con delle divise ed erano armati. Hanno obbligato uno che era con noi a guidare,- continua – poi gli hanno dato una bussola e un telefono. Eravamo 120, siamo partiti alle 2 di notte. Dopo qualche ora è finita la benzina e nel gommone entrava l’acqua. Provavamo a buttarla fuori ma senza riuscirci. Abbiamo iniziato ad avere molta paura, non si vedeva nessuno all’orizzonte, solo il mare. Poi di mattina ci ha visto un piccolo aereo. Dopo 10 ore siamo stati trovati da una nave che aveva sia la bandiera italiana che europea. La sera dopo siamo arrivati in Italia, a Catania”.
Una macchia per l’Italia e l’Europa
Tutto questo orrore conferma tragicamente quanto già  denunciato da Oxfam nel rapporto “Libia, l’inferno senza fine”, lo scorso febbraio e oltre un anno fa.
E non si riesce a immaginare come il governo italiano non sapesse – al momento della firma dell’accordo con la Libia – ciò che si consumava nei lager libici.
Nonostante ciò l’Italia ha negoziato l’accordo senza nemmeno tentare di vincolare il governo di Al Sarraj — che tutt’ora controlla tra l’altro solo una parte del nord del Paese- al rispetto di clausole legate al rispetto dei diritti umani. Anzi all’epoca fu ribadito “il forte legame di amicizia” e le comuni radici culturali. Ebbene queste non sono davvero le nostre radici.
Rafforzare la Guardia costiera libica può significare riportare indietro le persone in centri come quelli dove hanno vissuto Dawar e Calwir.
Quando si sventola perciò come un gran risultato il calo degli sbarchi bisognerebbe essere più prudenti: si sta festeggiando il fatto che migliaia di persone possano finire di nuovo nelle mani di trafficanti, torturatori, violentatori e aguzzini. questa è una macchia che il nostro Paese e l’Europa difficilmente potranno cancellare.
Per questo continueremo a chiedere la revoca immediata del Memorandum d’intesa e delle iniziative ad esso collegate. Fino a quando la Libia non sia stabilizzata e il quadro normativo libico non sia in grado di garantire la protezione di migranti e rifugiati. Finchè la Libia non firmerà  la Convenzione di Ginevra sui di diritti umani. Già  perchè con ogni probabilità  l’orrore sta continuando.
Mentre l’inferno libico scompare dal dibattito, il Governo continua nella stessa direzione
Questo governo purtroppo sembra continuare sulla stessa strada di quello precedente ed in sintonia con l’UE nell’accelerare il processo di esternalizzazione delle frontiere. Rafforzando, in alcuni casi nel nome del loro controllo, forze militari o di polizia di paesi che violano i diritti umani, spesso sospettate di essere colluse con i trafficanti di uomini.
Vorrei che mio figlio li conoscesse
Finito il racconto, scopro che sia Cawil che Dalmar, abitano poco lontano da casa mia. Sono contento, mi viene subito in mente di farli conoscere a mio figlio, che abbia la possibilità  di guardarli negli occhi, come ho fatto io. Di capire. Ci salutiamo.
“Piano piano stiamo tornando alla vita” mi sussurra uno dei due, mentre ci abbracciamo.

(da “Huffingtonpost”)

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ITALIANO UBRIACO, SENZA PATENTE E ASSICURAZIONE, SI SCHIANTA CON L’AUTO: MUORE LA FIGLIA, FERITA LA SORELLINA

Agosto 11th, 2018 Riccardo Fucile

A NETTUNO A VELOCITA’ FOLLE SENZA AVER NEANCHE ALLACCIATO LE CINTURE DI SICUREZZA ALLE FIGLIE

Ubriaco, senza patente, con una Bmw priva di assicurazione e revisione, e con le due figlie piccole a bordo, a cui non avrebbe neppure allacciato le cinture di sicurezza, si è messo alla guida sulle strade alla periferia di Nettuno a velocità  folle, schiantandosi alla fine contro un palo e ribaltandosi più volte.
Un quadro sconvolgente quello tratteggiato subito dalla polizia stradale davanti al drammatico incidente che, la notte scorsa, è costato la vita a Nicole, una bimba di nove anni.
Il papà , protagonista di quell’orrore, è stato denunciato per omicidio stradale, mentre la sorella della vittima, di 7 anni, è stata ricoverata all’ospedale di Anzio per delle ferite alle gambe, ma per i medici non è grave.
Nello stesso ospedale, per lo choc subito appena saputo quanto accaduto, è stata ricoverata anche la moglie dell’automobilista e madre delle bimbe.
Gabriele Maddonni, 39 anni, di Nettuno, volto noto alle forze dell’ordine, si era visto revocare la patente 9 anni fa, dopo essere stato trovato più volte alla guida in stato d’ebbrezza.
Proprio come la notte scorsa quando, ubriaco, si è ugualmente messo al volante di una Bmw e ha iniziato a pigiare sull’acceleratore, perdendo su via dei Frati il controllo dell’auto. Ad assistere alla scena, una coppia di giovani che passavano in auto sulla stessa strada. Era quasi mezzanotte e sul posto sono accorsi i vigili del fuoco, la polizia e il personale del 118.
Per Nicole purtroppo non c’è stato nulla da fare. Portato in ospedale con l’altra figlia, dopo essere sfuggito a un tentativo di aggressione da parte di alcuni parenti sconvolti per quanto accaduto, il 39enne si è allontanato dal nosocomio.
Continuava a chiamare Nicole e sembra stesse tornando sul luogo della tragedia. La polizia lo ha rintracciato in via dell’Olmo e alla fine denunciato per omicidio stradale, accusa con cui è stato subito indagato dalla procura di Velletri. L’uomo, per timore di essere aggredito dai familiari sconvolti per l’accaduto, si è allontanato da Nettuno e ha trovato ospitalità  in un’altra località  del Lazio che ha comunicato agli inquirenti. Mentre la polizia stradale di Albano sta ultimando gli accertamenti, sul corpo della piccola vittima è stata infine disposta l’autopsia.

(da agenzie)

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COSA SUCCEDE QUANDO SALVINI ANNUNCIA CHE HA CAMBIATO LA CARTA D’IDENTITA’

Agosto 10th, 2018 Riccardo Fucile

NON HA RIPRISTINATO UN BEL NULLA, NESSUNA INDICAZIONE DI   “PADRE” E “MADRE”, SOLO “GENITORI”, IN PRATICA E’ TUTTO COME PRIMA

Matteo Salvini oggi ha guadagnato le prime pagine dei giornali perchè in un’intervista a La Bussola Quotidiana ha detto di aver fatto cambiare la modulistica della carta d’identità . “Mi è stato segnalato che sul sito del ministero dell’Interno, sui moduli per la carta d’identità  elettronica c’erano “genitore 1” e “genitore 2”. Ho fatto subito modificare il sito ripristinando la definizione “madre” e “padre”. È un piccolo segnale ma farò tutto quello che è possibile e che è previsto dalla Costituzione. Difenderemo la famiglia naturale fondata sull’unione tra un uomo e una donna”, ha detto Salvini.
La frase di Salvini ha movimentato, come era sua intenzione fare, il dibattito politico: la tecnica è conosciuta e ripetuta ad libitum in questi giorni, ovvero spararla grossa su un tema “sentito”, attendere le reazioni indignate e poi tornare a ribadire il concetto oppure fare marcia indietro dove necessario (ad esempio con la storia della chiusura dei porti).
Anche stavolta il copione è stato rispettato
C’è però un problema. Sul sito del ministero dell’Interno la pagina che spiega le caratteristiche del documento non riporta in alcun modo la dicitura “madre” e “padre”. Riporta invece la dicitura “genitori” al plurale (nel caso di carta a un minore); Salvini con La Bussola Quotidiana ha parlato di un intervento già  effettuato: se è vero quello che ha detto, la modifica di Salvini non ha riportato la definizione di padre e madre ma soltanto cambiato in “Genitori” la dicitura.
“Per ora la modifica annunciata da Salvini, secondo quanto risulta agli uffici, si riduce al fatto che sui moduli per la carta di identità  elettronica da qualche giorno si è passati da ‘genitore 1’ e ‘genitore 2’ ad un più vago ‘genitori’. Si tratta di moduli per erogare la carta di identità  elettronica, in questo caso a minori, presenti sui terminali affidati dal Ministero dell’Interno ai Comuni che li gestiscono”, ha detto all’ANSA il presidente del Municipio VIII (di centrosinistra) Amedeo Ciaccheri.
Marilena Grassadonia, presidente dell’Associazione Famiglie Arcobaleno, ha invece involontariamente fornito il motivo della modifica:   “Ci sono bimbi in Italia che hanno due mamme o due papà  giuridicamente riconosciuti già  da sentenze dei tribunali dei minori e trascrizioni di atti di nascita fatti da sindaci o ufficiali di stato civile — ha aggiunto Grassadonia — . Inserendo la dicitura ‘genitore’ si ridà  dignità  a tutte le forme familiari”.
Grassadonia ha fatto riferimento a “sentenze sul tribunale Pistoia e Bologna che si regolano su legge 40”.
“Salvini invece — ha proseguito la presidente dell’Associazione Famiglie Arcobaleno — continua a fare propaganda sulla pelle dei nostri figli. Noi invece proseguiamo la nostra battaglia di civiltà  per il riconoscimento in tutti gli atti pubblici. Vogliamo che le famiglie omogenitoriali siano riconosciute in Italia anche nell’atto di nascita negli ospedali, per esempio dopo il parto di bambini concepiti all’estero con fecondazione assistita”.

(da “NextQuotidiano”)

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400.000 MIGRANTI TRASFORMATI IN SCHIAVI NEI CAMPI D’ITALIA

Agosto 10th, 2018 Riccardo Fucile

3 EURO A CASSONE DA 375 CHILI DI ORTAGGI, 12 ORE DI LAVORO… E LE DONNE SONO PIU’ SFRUTTATE DEGLI UOMINI

Il tema è riemerso, violento e drammatico, dopo la morte di 16 braccianti immigrati in Puglia. Ma i dati dell’Osservatorio ‘Placido Rizzotto’ della Flai Cgil danno un quadro se possibile ancora più inquietante del business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura in Italia.
Parliamo di un giro di affari da 4,8 miliardi di euro.
E’ uno dei dati principali del ‘Quarto Rapporto agromafie e caporalato’ suddiviso in quattro parti.
Nella prima parte, ‘Economia mafiosa: agromafie e caporalato’, si fa il punto sull’economia illegale nel settore alimentare e sulla applicazione e valutazioni sul campo all’indomani della approvazione della legge 199/2016. E inoltre, si analizzano i numeri, la composizione e la condizione dei lavoratori migranti nell’agricoltura italiana
Il business milionario.
Dall’indagine emerge che l’economia non osservata in Italia si stima in 208 miliardi di euro; il lavoro irregolare vale 77 miliardi, ovvero il 37,3%. Il lavoro irregolare incide per il 15,5% sul valore aggiunto del settore agricolo. Il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura, appunto, è pari a 4,8 miliardi di euro. Mentre 1,8 miliardi è la cifra raggiunta dall’evasione contributiva.
Sono tra 400.000/430.000, spiega il Rapporto, i lavoratori agricoli esposti al rischio di un ingaggio irregolare e sotto caporale; di questi più di 132.000 sono in condizione di grave vulnerabilità  sociale e forte sofferenza occupazionale. Questi numeri, purtroppo, confermano uno scenario simile ai precedenti Rapporti. Inoltre, più di 300.000 lavoratori agricoli, ovvero quasi il 30% del totale, lavorano meno di 50 giornate l’anno.
Chi sono gli sfruttati.
Sempre nella prima parte del Rapporto, si analizza la composizione del lavoro migrante in agricoltura. Su circa un milione di lavoratori agricoli, i migranti si confermano una risorsa fondamentale.
Secondo i dati Inps, nel 2017 sono stati registrati con contratto regolare in 286.940, circa il 28% del totale, di cui 151.706 comunitari (53%) e 135.234 provenienti da paesi non Ue (47%).
Secondo il Crea i lavoratori stranieri in agricoltura (tra regolari e irregolari) sarebbero 405.000, di cui il 16,5% ha un rapporto di lavoro informale (67.000 unità ) e il 38,7% ha una retribuzione non sindacale (157.000 unità ).
Nella seconda parte del Rapporto, ‘Le norme di contrasto allo sfruttamento’, si affronta, con un approfondimento monografico, in un ‘excursus’ che parte dal 1950 e arriva ai giorni nostri, il tema del collocamento, dello sfruttamento lavorativo e delle varie norme e leggi a contrasto.
Inoltre, in questa parte, un capitolo è dedicato ad analizzare i rapporti tra i diversi attori nella filiera di valore nel settore agroindustriale; una filiera nella quale è forte l’asimmetria tra il potere di contrattazione della fase agricola e di quello nelle fasi a valle rispetto a quello degli altri soggetti della catena (ad esempio la Grande distribuzione).
“Le analisi empiriche delle catene del valore agroalimentari in Italia -spiega il Rapporto- mettono in evidenza come la distribuzione del lavoro ponga in posizione di vantaggio gli attori diversi dalle imprese agricole”.
Il lavoro indecente.
La terza parte dell’indagine, ‘Il lavoro indecente nel settore agricolo’, tratta, attraverso una serie di interviste, sette casi di studio, storie di lavoro sfruttato nei territori di sette regioni: Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Campania, Puglia, Basilicata e Sicilia. In ogni regione sono stati studiati territori particolari, in quanto quelli in cui si registrano forme di lavoro indecenti e al limite dello sfruttamento para-schiavistico.
E queste le condizioni dei lavoratori sottoposti a grave sfruttamento in agricoltura: nessuna tutela e nessun diritto garantito dai contratti e dalla legge; una paga media tra i 20 e i 30 euro al giorno; lavoro a cottimo per un compenso di 3/4 euro per un cassone da 375 kg; un salario inferiore di circa il 50% di quanto previsto dai Ccnl e Cpl. I lavoratori sotto caporale, con un orario medio che va da 8 a 12 ore di lavoro, devono pagare il trasporto a secondo della distanza (mediamente 5 euro); beni di prima necessità  (mediamente 1,5 euro l’acqua, 3 euro panino, etc.).
E ancora, spiega il Rapporto, le donne sotto caporale percepiscono un salario inferiore del 20% rispetto ai loro colleghi. Nei gravi casi di sfruttamento analizzati, alcuni lavoratori migranti percepivano un salario di 1 euro l’ora.
E dalle informazioni acquisite è stata realizzata una stima che quantifica in 30.000 il numero di aziende che ricorrono all’intermediazione tramite caporale, circa il 25% del totale delle aziende del territorio nazionale che impiegano manodopera dipendente.
Il 60% di tali aziende ingaggiano quelli che nel Rapporto sono definiti ‘caporali capi-squadra’, che si differenziano per rapporti di lavoro comunque decenti (seppur irregolari), da quelli indecenti e gestiti dai caporali collusi con le organizzazioni criminali, se non addirittura mafiose.

(da Globalist)

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LA NUOVA ITALIA: I NOSTRI AZZURRI AGLI EUROPEI DI ATLETICA A BERLINO

Agosto 10th, 2018 Riccardo Fucile

CANTANO IL NOSTRO INNO, STRINGONO LA NOSTRA BANDIERA, SONO FELICI DI ESSERE ITALIANI

Quanta bellezza e quanto talento in queste atlete e in questi atleti, nelle nostre ragazze e nei nostri ragazzi che vestono l’azzurro agli europei di atletica a Berlino con il sorriso, italiani nel modo di essere e di pensare, figli della nostra terra, delle nostre abitudini, delle nostre contraddizioni.
Si allenano, corrono, saltano, vincono stanno arricchendo il nostro medagliere. L’atletica leggera sta ritornando, grazie anche a loro, a essere pratica sportiva di vittoria e non di rimpianto.
Hanno la pelle nera, però; per questo, nell’assurdità  di questi tempi, non piacciono a molti, a troppi.
Il veleno del razzismo, che non dovrebbe appartenere per storia cultura e memoria al nostro Paese, ha creato, e continua a creare, pozzi di rancore e di rabbia. Ma loro sono l’esempio, tra i più chiari, della forza dell’accoglienza e dell’amore.
Perchè esiste anche un’altra Italia. E quante assurde polemiche intorno a loro!
Libania Grenot, quattrocentista di origini cubane, scatenò una polemica tra Matteo Salvini e Roberto Saviano, dopo un tweet dello scrittore che parlò di “risposta italiana a Pontida”.
Ma come si fa a non tifare e a non apprezzare, oltre a Libonia, Daisy Osakue, Maria Benedicta Chigbolu, Raphaela Lukudo, Ayomide Folorunso, Yadisleidy Pedroso, Yeman Crippa e Yohanes Chiappinelli e tutti gli altri?
Stanno facendo bene al nostro Paese, soprattutto in queste buie stagioni dove la tolleranza è un vuoto a perdere, dove il nero, sempre e comunque, viene visto con disprezzo, bisogna allontanarlo, non farlo sbarcare.
Ma guardateli questi ragazzi, guardateli bene: stringono la nostra bandiera, cantano il nostro inno, sono felici di essere italiani, di indossare quella maglietta azzurra, amano i nostri autori, i nostri cantanti, dicono le nostre stesse parolacce, seguono le nostre serie televisive, alcuni parlano persino il dialetto.
Come si fa a odiarli, proprio noi!
Io sono nato a San Paolo del Brasile, figlio nipote e pronipote di migranti, gente partita per fame, per sogno, per speranza, per disperazione: trovando sempre, per buona sorte, la benedizione dei porti aperti.
Abbiamo conosciuto la fatica, a volte sdegno e disprezzo (gli italiani non godevano ancora negli anni Cinquanta di buonissima fama), ma soprattutto gli abbracci, l’ospitalità  e la solidarietà .
I miei genitori, nel 1961, sono riusciti a tornare in Italia, non più nella loro Verona, ma a Torino, in quei giorni avvolta e stravolta dalla meraviglia e dall’illusione del boom economico.
Ma il Brasile è sempre rimasto nel cuore di mio papà  e di mia mamma, per davvero la “terra del futuro” come intuì Stefan Zweig. Mi fece effetto vedere, a Torino, in certi palazzi il cartello “Non si affitta ai meridionali”.
L’Italia agli italiani, già : ma non per tutti, evidentemente…
La mia fortuna è stata quella di crescere in un quartiere, Cambuci, nella metropoli paulistana, dove giocavo a pallone per strada con i miei coetanei: musulmani, mulatti, ebrei, giapponesi.
Non importava il colore della nostra pelle o la religione dei nostri padri, eravamo felici di stare insieme, e inseguendo quella palla inseguivano la vita, il domani.
Lì, in quella strada, ho capito che il razzismo è veramente la cosa più stupida del mondo. E sono qui a tifare per Daisy e Yohanes.
Italiani. Come me.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA AD ADA COLAU, SINDACA DI BARCELLONA: “LA QUESTIONE MIGRANTI MI PREOCCUPA? NO, MI FA VERGOGNARE”

Agosto 10th, 2018 Riccardo Fucile

“UNA DEMOCRAZIA FORTE CHE HA UN PROGETTO DI FUTURO NON HA BISOGNO DI CHIUDERSI”

Tutto intorno, leader che appassiscono nel tempo di una giostra; partiti che sbandano di fronte al razzismo, alle istituzioni svuotate via Facebook, alle prospettive di lavoro erose, a un’Europa impegnata a costruire barriere.
In un panorama così, Ada Colau sembra parlare davvero dalla luna rossa dell’altra notte, mentre discute “fiducia”, “democrazie aperte”, “potere ai cittadini”.
Però non solo ne discute, cerca anche di scansare il rischio di accordarsi alla retorica, portando esempi di pratiche messe in campo nella sua città , che raccontino nel concreto la possibilità  che lei vede, e in cui crede, di riformare dal basso «quest’Europa unita per le merci e i grandi patrimoni, non per le persone», partendo soprattutto dalle città , «dove davvero si può ricostruire la comunità , perchè lo straniero, ad esempio, non è “l’altro” che spaventa ma è il mio vicino, è il papà  che incontro a scuola».
Ada Colau è sindaco di Barcellona dal 2015.
Eletta con “Barcelona en Comດ, lista civica che univa Podemos ad altre sigle, è arrivata all’istituzione dopo anni di militanza per il diritto alla casa, da attivista di strada, in prima fila contro gli sgomberi.
Insieme a Podemos, è stata uno dei volti della primavera degli “indignati”, quando le novità  sembravano promessa di un futuro solidale nei paesi europei.
Il vento ha fatto un altro giro, adesso le parole d’ordine ai governi sono frontiere, difesa, controllo. Davanti a questa china, Ada Colau continua a navigare controcorrente.
E lo scontro con la realtà  amministrativa non ha offuscato la sua voce. Anzi.
I sondaggi dopo i primi due anni di mandato le davano un appoggio del 52,2 per cento fra i cittadini. Le ultime ricerche dicono che verrebbe riconfermata alla guida di Barcellona, alle prossime elezioni.
E fuori dai confini, i movimenti progressisti si contendono la sua alleanza o il suo sostegno.
Sindaca, cos’ha Barcellona di così particolare?
«Perchè siamo un gruppo di persone affiatate, credo, che si stanno impegnando al massimo. I dipendenti del municipio un giorno mi hanno detto: “Non avevamo mai visto dei politici lavorare così tanto”. Un funzionario, il responsabile della fiscalità  generale, stava andando in pensione. Durante la festa organizzata dai colleghi per salutarlo, ha voluto dirci che siamo stati la prima giunta, in tutta la sua carriera, in cui nessuno gli ha chiesto di annullare una multa o fare un favore a un amico. Mi sono commossa. Ma non ci basta essere “gli onesti”, quelli che gestiscono la città  semplicemente in modo più corretto o trasparente. Non ci immaginavamo di arrivare qui, o di dover superare il momento più difficile del nostro Paese, con il referendum per l’indipendenza della Catalogna e la repressione fatta dal partito Popolare. Ma ora che abbiamo questa responsabilità , e sentiamo di dover essere ambiziosi: dobbiamo portare avanti politiche coraggiose. Penso ad esempio a quanto stiamo facendo sull’energia, un tema fondamentale per il futuro».
Ecco, esempi. Ne indichi alcuni.
«Quello che è successo con la privatizzazione dell’acqua, o con l’avanzata degli oligopoli nell’energia, è una delle molte spiegazioni del perchè i partiti di sinistra abbiano perso credibilità : i consigli di amministrazione di queste aziende private, che gestiscono i servizi senza trasparenza e con prezzi altissimi, sono pieni di politici socialisti. A Barcellona abbiamo invece rimunicipalizzato le forniture, con un operatore pubblico che usa fonti rinnovabili e ci permette di essere sempre più autonomi. Mentre sull’acqua, grazie alle nuove regole per la partecipazione popolare che abbiamo varato, i comitati per l’acqua pubblica hanno potuto portare la loro proposta in consiglio comunale. Senza passare da un partito: direttamente, da cittadini, grazie alle firme raccolte. La multinazionale che aveva in gestione il servizio idrico ha allora ingaggiato grandi studi d’avvocati per farci causa. Intentando ricorso non solo sul caso specifico, ma contro l’intero sistema di regole per la partecipazione. La questione è ancora aperta ma intanto, di sicuro, ha dato visibilità  a un dilemma politico che esisteva anche prima, ma nascosto. Ha messo sul tavolo cioè il dissidio cruciale, presente, fra gli interessi di quei privati e la possibilità  di partecipazione da parte dei cittadini».
Partecipazione. È una delle parole chiave del “modello Barcellona”. Ma cosa vuol dire nei fatti?
«Aggiornare le forme delle nostre democrazie è fondamentale. La società  è cambiata. Non può non cambiare anche il sistema dei partiti. Abbiamo bisogno di strutture più ibride, più simili alle comunità  che devono rappresentare: il partito, con le sue gerarchie, i suoi riti chiusi, alla gente sembra avere come fine primario solo la sua continuazione, più che le risposte alle persone. Oggi bisogna ragionare per obiettivi concreti, per campagne e progetti, non per strutture. Non si tratta di proporre programmi chiusi a cui il cittadino aderisce e poi scompare. La fiducia persa dai politici per i troppi casi di corruzione, per la distanza dai problemi comuni, si riconquista attraverso una pratica democratica continua, con Internet e non solo. Di certo non può servire la tessera per avere voce. E per una partecipazione che non sia retorica, ma esercizio concreto della possibilità  di intervenire e scegliere. Anche nelle stesse istituzioni: le burocrazie lente e ostili devono diventare uffici pubblici efficaci, moderni, in sintonia con il tempo. La società  ci spinge a cambiare».
In Italia il movimento anti-casta che aveva fatto della partecipazione la propria bandiera e del cambiamento il proprio slogan, ora spartisce poltrone con la Lega sovranista e vaticina la fine del Parlamento.
«L’errore è sempre confondere gli obiettivi con gli strumenti. Gli strumenti non sono neutri nè innocenti, possono essere più o meno orizzontali o trasparenti; e sono fondamentali. Ma restano strumenti. Però poi la politica è fatta dalle persone e dai loro obiettivi, idee, valori. Che per la sinistra restano sempre gli stessi: libertà , uguaglianza, fraternità . E devono essere continuamente riportati a pratiche sociali, reali».
Parlando di pratiche, lei come ha vissuto il passaggio da attivista a sindaca? Il compromesso del potere può solo inquinare le volontà ?
«Dico sempre che io sono la stessa persona. Da attivista ho capito molto sul potere che hanno i cittadini; e oggi ho gli stessi obiettivi di allora: una democrazia più aperta. Fin dal primo giorno come sindaca, però, sono stata consapevole del mio nuovo ruolo. Quando hai un incarico istituzionale devi rendere conto a tutta la popolazione, non solo a chi la pensa come te. Da attivista cerchi gli affini, mentre da sindaca hai un’altra responsabilità . Hai un incarico, pagato con soldi pubblici, che ti richiede di ascoltare ogni parte della cittadinanza, allargare il consenso. Ma sul piano personale non c’è alcuna frattura».
Chi sono i suoi affini oggi?
«Innanzitutto nelle città . È dalle città  che va rifondata l’Europa, dal basso. I giornali spagnoli mi chiedono continuamente: “Ci dica la verità , lei vuole competere per diventare premier”. Non mi credono quando rispondo di no. Considerano il Comune meno importante, ma è un’errore. La politica locale, in prospettiva, sarà  sempre più centrale. Per questo sono molto concentrata su questa rete di città  “fearless” – senza paura – che abbiamo fondato. Si è appena tenuto un congresso negli Stati Uniti: anche lì la resistenza a Trump si sta consolidando a partire dalle città . Ho conosciuto Alexandria Ocasio-Cortez (la giovane sfidante socialista di New York, ndr), siamo vicine. Abbiamo lo stesso obiettivo: trovare soluzioni ai problemi della gente. La rete che ho in mente unisce progetti, non abbiamo fretta di creare sovrastrutture. E poi ci sono le esperienze che ci accomunano come sindaci. Penso ad esempio a Napoli o Palermo con l’alleanza delle città  rifugio, che vogliono accogliere. Come accade in esempi quali in Calabria Riace, che sono felice di conoscere finalmente di persona perchè è una risposta bella, e concreta, a una politica codarda».
La questione migranti la spaventa?
«No. Mi fa vergognare. A Barcellona ci vergogniamo delle politiche degli Stati sui migranti. In quest’Europa tecnocratica garantiamo tutti i diritti ai grandi capitali ma abbiamo dimenticato le persone. Si crea ricchezza, ma la si distribuisce in modo ingiusto. E allora è più facile cedere al discorso dell’altro come “nemico che minaccia la nostra identità ”. Ma noi non abbiamo paura. Di fronte alla terrificante crisi umanitaria del Mediterraneo, dove la criminale politica europea sta condannando a affogare migliaia di persone, abbiamo scelto di aiutare e sostenere in ogni modo la missione di Open Arms. Così come abbiamo investito risorse per dare consulenze legali a chi arriva e garantire che i profughi siano trattati da cittadini, con l’accesso a tutti i servizi municipali. Poi non sono ingenua: si tratta di dinamiche complesse, su cui l’Italia ha ragione a chiedere risposte comuni. Ma è proprio per quelle risposte comuni, europee, nel senso dell’apertura e della condivisione delle responsabilità  però, che ci battiamo anche noi».
Il sentimento collettivo sembra soffiare però contro l’accoglienza. La chiusura dei porti viene applaudita, ha consensi.
«Una democrazia forte, che ha un progetto di futuro, non ha bisogno di chiudersi. Ma non voglio minimizzare. Fra gli errori più importanti della sinistra di sicuro c’è stato il non aver visto come il liberismo sfrenato stesse portando incertezze e paura nella popolazione: non sappiamo se domani avremo un lavoro, o la pensione, sappiamo che i nostri figli rischiano di stare peggio di noi; oltre alla minaccia del terrorismo globale. Sono paure vere, e legittime che non bisogna negare. Vanno guardate negli occhi. Per trovare però delle soluzioni concrete. Che ridiano spazio alla comunità . E non alla paura».
È possibile?
«Anche questa Europa vecchia e in crisi è piena di persone generose e di progetti straordinari. Abbiamo spesso una pessima idea di noi stessi, che diventa poi una profezia che si autoavvera. Mentre gli esempi da cui riprendere fiducia sono moltissimi. E il nostro compito, come diceva Italo Calvino, è proprio “cercare e saper riconoscere cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”».

(da “L’Espresso”)

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COSI’ IL DECRETO DIGNITA’ LASCIA A CASA I MAESTRI DIPLOMATI

Agosto 10th, 2018 Riccardo Fucile

DOPO LE PROMESSE DI LEGA E M5S IN CAMPAGNA ELETTORALE, ORA 41.000 PRECARI SARANNO SENZA LAVORO

Per i 50mila diplomati magistrali il Decreto Dignità  dà  solo supplenze brevi.
Dei 6.669 contratti a tempo indeterminato firmati nel 2017-18 grazie all’ammissione provvisoria alle graduatorie, non se ne salverebbe uno e delle circa 2.600 supplenze annuali neppure.
Al loro posto solo 9.300 supplenze fino al 30 giugno 2019. E gli altri 41.000 precari illusi da tante promesse che rappresentano l’81% del totale? Per loro niente.
Tutto parte, scrive oggi Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, dalla sentenza del Consiglio di Stato che aveva stabilito che l’ammissione provvisoria alle Gae (le graduatorie ad esaurimento per le assunzioni) dei diplomati magistrali abilitati a insegnare prima che diventasse obbligatoria la laurea, andava bocciata.
Con conseguente esclusione dei precari che avevano insegnato nelle scuole per anni. All’epoca Salvini e Di Maio avevano promesso che avrebbero trovato una soluzione e il Decreto Dignità  era il mezzo adatto per cominciare a metterla in campo.
Ma il risultato non è un granchè, come dimostra il dossier di Tuttoscuola citato nella tabella del Corriere: 6669 erano i contratti a tempo indeterminato e 2600 le supplenze annuali, ben ventimila le supplenze fino al 30 giugno e quelle brevi.
Di queste, le prime due vengono azzerate nel 2018-2019, rimangono 9300 supplenze fino al 30 giugno e 20mila supplenze brevi. Gli altri rimangono a casa.
E poi c’è la questione del «concorso straordinario» riservato ai maestri abilitati con la laurea «in scienze della formazione primaria» necessaria dal 2002 e ai diplomati magistrali senza quella laurea ma «abilitati entro l ‘anno scolastico 2001/2002».
Nonostante le promesse elettorali non ci sono prove scritte ma solo orali, non si accertano le competenze linguistiche ed informatiche e il peso della prova è inferiore a quello dei titoli già  conseguiti.
«I titoli culturali, la laurea, la specializzazione professionale, i corsi d’aggiornamento valgono meno della metà  dei titoli di servizio: massimo 20 punti contro 50».
A farla corta: «Questi criteri favoriscono coloro che, con un’età  più avanzata, sono da molti anni nella scuola, mentre penalizzano i giovani laureati che non possono aver prestato numerosi anni di servizio». Il tutto in un sistema scolastico che, come è noto, vede l’età  media dei docenti a 53 anni e 3 mesi nella scuola primaria e addirittura 54 in quella dell’infanzia.
Potrebbero essere da 86 a 92 mila i candidati a questo concorso. Per il 67% nati al Sud, dove però ci sono solo il 36% delle cattedre disponibili. E il totale degli assunti rischia di sedersi sulla cattedra anche dopo undici anni.

(da “NextQuotidiano”)

argomento: Lavoro | Commenta »

SALVINI E DI MAIO RIUSCIRANNO A FARCI RIMPIANGERE FORLANI E LA DC?

Agosto 10th, 2018 Riccardo Fucile

LA REGOLA DEL NUOVO GOVERNO: ACCONTENTARE TUTTI, A SECONDO DELL’UDITORIO E DEL VENTO CHE TIRA

Tesi: il ministro degli Esteri Enzo Moavero paragona i migranti italiani di ieri ai migranti africani di oggi.
Antitesi: il ministro, sostiene qualcuno, offende gli italiani. Sintesi: dire che sei come un africano è un insulto.
È difficile ormai perfino replicare alle dichiarazioni del leghista di turno. Come sfidare a tennis uno che gioca con un mattarello.
Stavolta, essendo forse Matteo Salvini impegnato a fare il bagno da qualche parte con la fidanzata e a twittare difendendo la capotreno che insultava gli zingari, sono intervenuti due supplenti.
Ecco cosa aveva detto Moavero: “Non dimentichiamo che Marcinelle è una tragedia dell’immigrazione, soprattutto ora che tanti vengono in Europa. Non sottostimiamo la difficoltà  di gestire un tale fenomeno ma non dimentichiamo che i nostri padri e nonni erano migranti”.
Ed ecco la replica dei vice-Salvini: “Paragonare gli italiani che sono emigrati nel mondo, a cui nessuno regalava niente nè pagava pranzi e cene in albergo, ai clandestini che arrivano oggi in Italia è poco rispettoso della verità , della storia e del buon senso”.
Leggi sui siti internet e ti stropicci gli occhi.
Poi guardi chi ha pronunciato la frase: Riccardo Molinari, capogruppo leghista alla Camera condannato in appello per l’inchiesta Rimborsopoli in Piemonte.
Lui, evidentemente, pensa di aver titolo per parlare di queste cose.
Se uno volesse applicare la filosofia hegeliana alle affermazioni di Molinari, impresa ardua, potrebbe pensare che essere italiani e africani per qualcuno non è uguale.
Ma verso sera ecco che dalla maggioranza arriva la zampata di Luigi Di Maio.
Che commenta la frase di Moavero con il coraggio che lo contraddistingue: “La tragedia di Marcinelle a me fa riflettere sul fatto che non dobbiamo emigrare dall’Italia“.
E qui voliamo oltre Hegel, siamo a Max Catalano, filosofo di Quelli della notte: “È molto meglio essere giovani, belli, ricchi e in buona salute, piuttosto che essere vecchi, brutti, poveri e malati”.
Un dribbling degno di Messi. Al confronto i democristiani della Prima Repubblica erano dei leoni da arena.
Ecco la regola del nuovo governo, accontentare tutti.
A seconda dell’uditorio o del vento sei pro o contro le grandi opere. I vaccini sono obbligatori, ma l’obbligo è facoltativo. E l’immigrazione? Meglio starsene a casa.
Ma tra qualche tempo, dopo mesi di chiacchiere e tweet, gli italiani forse scopriranno che stanno male come prima.
Si romperanno le scatole di un ministro dell’Interno che passa le giornate a postare commenti e a prendersela con i migranti invece di pensare a delinquenza, mafia e corruzione.
Non ne potranno più degli equilibrismi da vecchio democristiano di Di Maio.
Meglio politici coraggiosi che risolvono i problemi della gente che ministri che twittano, chiacchierano e se la prendono con i poveracci senza difesa, direbbe Catalano.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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