Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile
COME SONO LE COLONIE PENALI RUSSE
Al suo arrivo nella colonia penale IK-1 della località russa di Yaroslavl, Ruslan Vajapov avrebbe dovuto
ricevere un materasso nuovo, un cuscino, lenzuola e coperte.
Sulla branda di uno dei due stanzoni della baracca che condivideva con altri 130 detenuti ereditò invece la dotazione personale di un altro recluso, che aveva già scontato la pena. «Nient’altro. Letti infestati di cimici, soltanto quattro bagni e quattro lavandini per oltre cento uomini, senza acqua calda. E lavoro», ricorda Vajapov, 39 anni.
In quell’istituto penale, su cui si accesero i riflettori dopo che un video filtrato all’esterno svelò i pestaggi a un detenuto, Vajapov ha trascorso più di cinque anni, condannato per un caso che le organizzazioni per i diritti civili ritengono costruito ad hoc.
Lavorava come padroncino e venne arrestato nel 2012 quando, sceso dal camion, orinava sul ciglio della strada, e condannato per esibizionismo nei confronti di minori, dopo essersi rifiutato di pagare mazzette alle autorità , dichiarano i suoi avvocati.
Una eredità dell’Urss
Il sistema penitenziario russo è basato su centri come l’IK-1. Colonie penali ereditate dalla vecchia URSS, circondate di fili spinati, composte da grandi baracche di legno o di mattoni nei cui stanzoni vivono tutti insieme i detenuti, senza alcuna distinzione che tenga conto del reato commesso, pur esistendo colonie più o meno severe a seconda della gravità della colpa.
Sono strutture nate all’epoca degli zar ma sviluppate a partire dal modello dei campi di lavoro forzato del Gulag sovietico e nelle quali i detenuti sono obbligati, esattamente come allora, a lavorare. Sono colonie — situate, nella maggioranza dei casi, in luoghi sperduti dell’estesissimo territorio del paese euroasiatico – dentro le quali le organizzazioni specializzate denunciano il verificarsi di continue violazioni dei diritti umani.
«Lavoro schiavista, mancanza di assistenza sanitaria, abusi, torture», spiega Inna Bazhibina, coordinatrice dell’organizzazione umanitaria Russia in Carcere. «In fondo il gulag continua a essere gulag», assicura.
È il sistema che potrebbe trovarsi costretto ad affrontare il noto oppositore Aleksei Navalnyj. Un tribunale di Mosca ha respinto il suo ricorso in appello e ratificato la condanna a tre anni e mezzo, da scontare nella colonia penale N2 a Prokrov.
Il critico più severo e noto dell’operato del Cremlino è stato condannato lo scorso 2 febbraio per aver trasgredito agli obblighi della libertà condizionale stabilita da una discussa sentenza del 2014, sentenza che quattro anni fa venne considerata «arbitraria e ingiusta» dal Tribunale Europeo per i Diritti Umani di Strasburgo. Navalnyj, 44 anni – noto per aver rivelato scandali di corruzione dell’èlite economica e politica russa -, mentre era in Germania, dove si trovava per curarsi dall’avvelenamento di cui era stato vittima in Siberia lo scorso agosto, non si è presentato ai controlli giudiziari obbligatori.
La sostanza usata per avvelenare l’oppositore è una neurotossina di uso militare in epoca sovietica; Navalnyj punta direttamente il dito contro il presidente russo Vladimir Putin, dietro la cui figura l’Occidente scorge la longa manus del Cremlino.
I trasferimenti nelle colonie di solito hanno tempi molto lunghi e si svolgono con grande opacità ; lo denunciano organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International, e descrivono viaggi dei detenuti a bordo di vagoni sigillati e senza finestrini; tragitti che a volte durano un mese, prima che il prigioniero, ignaro di tutto, arrivi a destinazione.
Per il momento le autorità russe non hanno tenuto in alcun conto le pressioni nazionali e internazionali, e nemmeno la sentenza del Tribunale di Strasburgo che il 17 febbraio scorso, con una deliberazione finale quasi senza precedenti, ha chiesto la scarcerazione immediata di Navalnyj.
La scelta, tra le colonie penali, era vasta: in Russia ce ne sono circa 670, mentre i penitenziari sono appena una decina (centri più simili alle carceri occidentali, con piccole celle, che di solito vengono utilizzate solo per il tempo che dura lo stato di arresto provvisorio o preventivo), secondo i dati del Ministero della giustizia.
Colonie in luoghi privi di popolazione come la Carelia, al confine con la Finlandia, dove fu rinchiuso per qualche tempo l’oligarca Mikhail Khodorkovskij, dopo aver lavorato cucendo guanti in una colonia siberiana quando fu condannato per frode in un processo considerato politico; sul Mar Bianco; in Mordovia, dove rimase per un paio d’anni Nadia Tolokno, membro del movimento punk russo Pussy Riot; lì Tolokno cuciva uniformi per la polizia, mentre scontava una pena per «vandalismo causato dall’odio religioso», dopo aver protestato contro Putin nella cattedrale di Cristo Salvatore, a Mosca; nel territorio del Litorale, nell’estremo oriente del paese, vicino al mar del Giappone.
Luoghi sparsi sul territorio e legati al concetto di sviluppo economico dell’epoca sovietica, quando i lavori forzati dei prigionieri svolgevano una funzione essenziale nella struttura dello Stato.
Il paese con più detenuti d’Europa
La Russia è il paese con più detenuti d’Europa, pur essendo lontana dalle cifre degli Stati Uniti o del Brasile. Il paese euroasiatico ha circa 144 milioni di abitanti, e attualmente 483.000 persone stanno scontando una pena in carcere. Nel 2020, per la prima volta da quando si fanno questi conteggi, la cifra dei detenuti è inferiore al mezzo milione, spiega Eva Merkacheva, esperta in colonie penali e membro di varie commissioni ufficiali. Merkacheva sottolinea come l’assenza del concetto di «reato di minore gravità » nel Codice Penale comporti un’altissima percentuale di condanne che implicano la privazione della libertà .
La percentuale di casi giudiziari che terminano con l’assoluzione, inoltre, è molto bassa. «Quando ho iniziato a visitare i centri ho visto una tale saturazione di detenuti che alcuni di loro erano costretti a dormire per terra; altri avevano costruito amache che penzolavano tra i letti a castello; il cibo era pessimo e la puzza insopportabile», racconta al telefono Merkacheva, che assicura che negli otto anni trascorsi da quando studia i centri di detenzione russi la situazione è leggermente migliorata.
Aleksei Polijovich è convinto di essere stato fortunato, in qualche modo. Venne arrestato a 22 anni, nel 2012, durante le manifestazioni di massa di piazza Bolotnaya, a Mosca, in protesta contro i brogli elettorali e contro Putin. Fu condannato a tre anni e sei mesi di carcere per aver partecipato alle «sommosse» e per minacce o uso della violenza – senza rischio per la loro persona – contro funzionari del governo. Tuttavia scontò la pena in una colonia «vicina»al luogo di residenza della sua famiglia, cioè a poco più di quattro ore di treno dalla capitale russa. «I miei genitori potevano andare e tornare in giornata. Non come accade ad altre persone, che devono prendere l’aereo e spendere moltissimi soldi per far visita ai propri cari», commenta al telefono Polijovich, che ora è diventato attivista.
Le visite dei familiari
Non c’è una legge che stabilisca che i detenuti debbano scontare la pena in luoghi geograficamente vicini a dove vivono i loro familiari, sottolinea Oleg Novikov, della fondazione Verdetto Pubblico, un’organizzazione che presta assistenza legale; segnala anche che le autorità delle colonie penali esercitano pressioni, ricattano e puniscono i detenuti servendosi proprio delle visite dei congiunti.
In base a una distinzione generica, retaggio dell’estesa cultura carceraria di epoca sovietica, le colonie maschili russe si suddividono in «rosse» —centri brutali, controllati con mano dura dal direttore del carcere, dove le regole sono inflessibili e sono stati rilevati numerosi casi di torture – e «nere», dove le norme sono meno rigide e i boss criminali della colonia arrivano a negoziare con le autorità penitenziarie e «controllano» in modo informale il resto dei detenuti attraverso una serie di regole tacite, che in fondo sono le stesse regole della criminalità .
Polijovich era in una colonia «nera». «Era una buona colonia», racconta. «La si potrebbe quasi definire una ‘colonia commerciale’, perchè il sistema era molto più flessibile rispetto a una colonia propriamente «nera»: se qualcuno infrangeva le regole la situazione a volte poteva essere risolta pagando del denaro», racconta. Scontò la condanna in uno dei laboratori tessili associati al carcere. Guadagnava circa 400 rubli (poco più di 4 euro) al mese per otto ore di lavoro cinque giorni a settimana. Riceveva il salario sotto forma di sigarette, che usava per «comprare piccoli servizi», spiega.
Non si possono superare le 40 ore di lavoro settimanali – lo stabilisce la legge-, che prevede anche che i detenuti delle colonie penali ricevano un salario. Contribuire inoltre a far funzionare correttamente questo sistema garantisce loro alcuni incentivi, come l’incremento del numero di visite ricevute in carcere. Queste regole generali, però, non vengono rispettate, segnala la attivista Bazhibina: ci sono persone che non sono in grado di lavorare e che per questo motivo vengono penalizzate. Oppure si vedono costrette a farlo in posti in cui guadagnano appena un paio di rubli al mese: una somma talmente esigua da non permettere loro di comprare nemmeno la carta igienica, un bene di lusso nelle colonie, racconta una detenuta in una lettera scritta a mano, dove spiega che se avesse i soldi per comprarsi degli occhiali da vista potrebbe lavorare in un laboratorio di sartoria del centro e ricevere almeno un salario un po’ più alto.
Con lo stipendio di un mese, che guadagna cucendo uniformi, Tania Kuznetsova ha potuto comprare, nello spaccio della colonia, una confezione di caffè solubile e due pacchetti delle caramelle meno care.
La donna, di 53 anni, ne ha scontati sei e mezzo di condanna in una colonia correzionale per un caso di frode che coinvolse l’agenzia di viaggi in cui lavorava. Racconta che la sua giornata lavorativa era di 12 ore quotidiane, sei giorni a settimana, e che per «schivare» le norme sul lavoro e le possibili ispezioni — dato che la colonia era vicina a Mosca – le autorità carcerarie obbligavano le detenute a firmare una dichiarazione in cui specificavano che le ore extra erano «del tutto volontarie».
Una potente macchina finanzaria
Il Servizio Penitenziario Federale è una potente macchina finanziaria. Le colonie hanno contratti con organismi statali — e a volte anche con entità private – e le quote di produzione non sono stabilite dalla legge, ragion per cui a volte schizzano ai massimi livelli. Oltretutto in alcune regioni, come nel caso della Mordovia, l’apporto produttivo delle colonie è ormai imprescindibile al bilancio regionale. Per questo la catena lavorativa messa in movimento dai detenuti non si ferma mai, sottolinea Inna Bazhibina.
Nonostante l’imponenza di una simile struttura, spesso ai detenuti mancano i generi di prima necessità , dice la coordinatrice di Russia in Carcere.
Tania Kuznetsova racconta che tutte le detenute della colonia in cui lei è stata dovevano indossare sempre l’uniforme e portare il fazzoletto in testa, ma non disponevano di ricambio. «Così, private della possibilità di cambiarsi o di lavare l’uniforme, alcune ragazze tentavano di cucirsene un’altra, rubando il tessuto dalla fabbrica; a volte rubavano e cucivano per rivendere», racconta. Soltanto una volta, in tutto l’arco di tempo in cui rimase in carcere, le consegnarono un pacchetto che conteneva prodotti per l’igiene personale: dentifricio in confezione da viaggio, spazzolino da denti, carta igienica e assorbenti. Un solo paio di scarpe: «E la suola era talmente sottile che sembrava carta, durava pochissimo. Dall’etichetta scoprimmo poi che erano le scarpe che si usano per seppellire i morti», dice la donna.
Organizzazioni come Verdetto Pubblico — che contribuì a portare alla luce le torture praticate nel carcere di Yaroslavl,dove fu imprigionato Ruslan, e che riuscì a far condannare diversi ufficiali — hanno fornito numerose prove di sfruttamento della forza lavoro, spiega il portavoce Oleg Novikov. I detenuti però faticano molto a denunciare, temono le rappresaglie.
Le «occasioni » di castigare i detenuti sono parecchie. L’attivista Konstantin Kotov venne sbattuto in isolamento soltanto per aver usato dei guanti che un altro detenuto gli aveva prestato. Il magnate KHodorkovskiJ, invece, per aver accettato della frutta da altri reclusi, una sera che era stato costretto a saltare la cena. Punizioni che allontanano i detenuti di spicco dagli altri e dai propri familiari, e che sono provvedimenti «più abituali» rispetto alla violenza fisica, nel caso in cui il recluso goda di notorietà .
Gli altri, invece, ricevono un trattamento diverso, racconta Vajapov, che oggi dà una mano ai detenuti a orientarsi nel complicato sistema penale; parla di pestaggi «preventivi» due volte l’anno; di mancanza di assistenza medica e di criminalizzazione del malato: «In Russia, nelle colonie penali, domina la cultura dell’impunità ».
(da El Paàs/Lena- Leading European Newspaper Alliance)
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Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALL’AMBASCIATORE DI CUBA IN ITALIA: “I NOSTRI MEDICI SI FORMANO IN TUTTO IL MONDO, PER QUESTO ABBIAMO POCHI MORTI”
Patria es humanidad. Josè Carlos Rodriguez Ruiz, ambasciatore di Cuba in Italia, scandisce queste tre parole quando gli chiediamo quale sia il senso del contributo che l’isola caraibica sta offrendo nella lotta al covid: un contributo che si sostanzia in decine di migliaia di medici inviati in tutto il mondo e in un’incessante attività di ricerca scientifica che ha portato a sviluppare quattro candidati vaccini a tempo di record, tutti finanziati esclusivamente dallo Stato e tutti entrati nella fase III di sperimentazione, quella che dovrebbe portare — nel giro di qualche settimana — all’approvazione definitiva e alla somministrazione alla popolazione.
Che un paese povero, da 61 anni sotto embargo economico e commerciale da parte degli Stati Uniti, sia riuscito in questa impresa ha dell’incredibile, ma chi conosce Cuba e i valori della Rivoluzione sa che non c’è niente di strano. Da decenni, infatti, medici e infermieri cubani sono impiegati in tutto il mondo contro epidemie e catastrofi naturali. Da decenni, inoltre, Cuba detiene una fiorente industria biofarmaceutica pubblica che ha sviluppato vaccini e farmaci, molti dei quali sono stati poi somministrati nei paesi più poveri. La lotta al Covid è forse la sfida più grande, insieme a quella — vinta — contro l’Ebola.
Ci siamo fatti raccontare dall’ambasciatore Josè Carlos Rodriguez Ruiz i segreti di Cuba.
Cuba sta sviluppando quattro vaccini contro il coronavirus. A che punto sono? Entro quanto tempo confidate di approvarli ufficialmente?
È vero, Cuba sta sviluppando quattro candidati vaccini contro il Covid-19: Soberana 01, Soberana 02, Abdala e Mambisa, nomi che si ispirano alla nostra storia e la nostra cultura. I primi due significano “sovrano”, Abdala è un’importante opera letteraria e Mambisa è il termine che indicava i combattenti cubani durante la guerra d’indipendenza dalla Spagna. Stanno tutti entrando nella fase III di sperimentazione e stanno tutti dando risultati molto incoraggianti, migliori delle aspettative; confidiamo di poter pubblicare, alla fine di marzo, i risultati totali della sperimentazione clinica, come chiede l’Organizzazione Mondiale della Sanità . Poi la parola passerà all’ente regolatorio cubano, Cetmet.
Chi ha finanziato la ricerca sui vaccini cubani?
Lo stato cubano. Al 100%. Siamo gli unici. Tutti gli altri vaccini sono privati o vedono una partecipazione tra pubblico e privato. In questo momento secondo l’OMS i candidati vaccinali cubani contro il Covid -19 rappresentano l’8% di tutti i candidati vaccinali giunti finora alla sperimentazione clinica a livello mondiale.
Che capacità produttiva hanno i vostri stabilimenti biofarmaceutici? Siete dotati di tutte le tecnologie necessarie per produrre decine di milioni di dosi?
Siamo in grado di produrre 100 milioni di dosi nel 2021, 25 milioni delle quali entro aprile. Le prime 130mila dosi di Soberana 02 sono già pronte e si stanno somministrando alla popolazione de L’Avana, Cienfuegos e Santiago di Cuba nell’ambito della sperimentazione clinica. Il nostro obiettivo è quello di vaccinare entro il 31 dicembre il 100% della popolazione cubana gratuitamente, ma potremmo riuscire a farlo molto prima. Naturalmente siamo attrezzati per proseguire la produzione anche nei prossimi anni e per modificare i vaccini in base alle varianti che, inevitabilmente, si svilupperanno in tutto il mondo.
Cuba ha una lunga tradizione di solidarietà con i paesi più poveri, soprattutto quelli del continente africano. Offrirete loro gratuitamente le cure che state sviluppando?
La missione dell’industria biofarmaceutica e della medicina a Cuba è legata fin dal 1959 ai valori umanistici della Rivoluzione. Il nostro scopo è servire i popoli e in questo modo avanzare nella costruzione di opportunità per tutti. Metteremo in campo forme di cooperazione internazionale per aiutare i paesi più poveri del mondo come abbiamo sempre fatto.
Fare la rivoluzioni con medici e farmaci e non con le armi, quindi?
La filosofia del popolo cubano è ispirata a un semplice concetto espresso dal nostro eroe nazionale, Josè Marti: patria es humanidad, la nostra patria è l’umanità . Tutte le nostre azioni sono orientate da questo principio ed è vero, abbiamo una lunga storia di solidarietà e cooperazione con molti paesi africani, ma anche con l’America Latina e l’Asia. Io stesso ho combattuto nel 1987 e 1988 per aiutare il popolo dell’Angola a liberarsi dal dominio imposto dal Sudafrica… I nostri medici si trovano ovunque. A marzo 2020 avevamo 29mila dottori e infermieri in oltre 50 paesi del mondo per fronteggiare la prima fase dell’emergenza sanitaria. Anche oggi, dopo un anno, ci sono oltre 30mila medici e infermieri cubani in 61 nazioni. Detto questo è doveroso essere precisi e rigorosi: noi non abbiamo mai detto che offriremo a tutti, indistintamente, i nostri vaccini gratuitamente. L’ho letto su molti giornali, ma non è vero, come non lo è — al momento — che vaccineremo gratis i turisti. Tutto quello che posso dire, però, è che Cuba non concepirà vaccini e altri medicinali come merci. Nessun profitto è accettabile sulla salute umana.
Questo significa che se i paesi più ricchi vorranno i vostri vaccini dovranno pagarli?
Sì, certo. Cuba offre da decenni milioni di dosi di vaccini ai paesi poveri tramite donazioni dirette o acquisizioni da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità . Ma perchè dovremmo donare i nostri vaccini ai paesi più sviluppati?
Quanto è costato a Cuba sviluppare quattro vaccini? E quanto investe il vostro paese in sanità , istruzione e welfare?
Il costo è stato enorme, soprattutto per un piccolo paese come il nostro sottoposto al blocco da parte degli USA. Nel 2020 il governo cubano ha approvato un bilancio statale di 70miliardi di pesos (circa 2,5 miliardi di euro, ndr), 13 di questi sono stati destinati alla sanità pubblica, cioè il 17,4 per cento. Il 15 per cento è servito per l’istruzione e il 10,3 per cento per il welfare. Per fronteggiare il Covid lo Stato ha stanziato un ulteriore miliardo di pesos, denaro impiegato anche a progettare i vaccini.
Brevetti vaccini: cosa farà Cuba
Quando verranno approvati, sarete disposti a condividere i brevetti dei vostri vaccini con gli altri paesi del mondo?
Quello che è certo, al momento, è che offriamo la possibilità di svolgere le prove cliniche dei nostri vaccini in tutto il mondo. Ce le stanno chiedendo anche diversi paesi europei, ed è il presupposto fondamentale per poi avviare un discorso riguardante anche i brevetti per la produzione. Capirà che prima di produrre il nostro siero in Italia, ad esempio, abbiamo bisogno di studiarne efficacia e sicurezza su un campione di popolazione, ma anche di verificare la conformità con le norme sanitarie del paese.
E chiederete in cambio una contropartita economica?
Chiaro, logicamente sì. Non si può pretendere che Cuba faccia un investimento del genere sui vaccini e che i paesi ricchi e sviluppati ne usufruiscano gratuitamente, mentre sborsano cifre esorbitanti alle case farmaceutiche private. Noi sappiamo distinguere chi ha bisogno del nostro aiuto gratuito da chi non ne ha… Non faremo mai un “mercato” con la salute, ma non possiamo permetterci di donare vaccini a tutti.
Questo discorso quindi vale anche per l’Italia…
Certo. Le faccio un esempio: quando a marzo del 2020 abbiamo inviato le nostre brigate mediche Henry Reeve in Piemonte e Lombardia ci è stato subito chiaro che si trattava di un’emergenza improvvisa, che l’Italia era in quel momento il primo paese dopo la Cina in cui si stava diffondendo l’epidemia, e abbiamo offerto il nostro aiuto gratuitamente. Questo ruolo ci è stato riconosciuto da tutti i medici italiani coi quali abbiamo collaborato, tutti hanno confermato l’umanità e le competenze dei colleghi cubani e ciò ci riempie d’orgoglio. Però oggi, a un anno di distanza, non si può pretendere che trattiamo una potenza economica come tratteremmo, ad esempio, Haiti. Progettare e sviluppare vaccini ha avuto un grande costo per il popolo cubano.
Le conseguenze dell’embargo USA
Quanto pesa per Cuba l’embargo degli USA, da 61 anni? Cosa comporta concretamente in campo sanitario?
Il peso è enorme. Dal 1959 siamo sottoposti a blocco commerciale e finanziario da parte degli Stati Uniti, una misura che è stata ulteriormente rafforzata negli anni della presidenza Trump. Considerate che solo tra marzo 2019 e aprile 2020 l’embargo è costato a Cuba 5 miliardi di dollari. Ma vi faccio un esempio concreto: all’inizio della pandemia Alibaba (la multinazionale di e-commerce, ndr) ha donato ventilatori polmonari a tutti i paesi dell’America Latina, Cuba però ne è stata esclusa.
Perchè? Alibaba è cinese…
È vero, ma ha un’importante componente statunitense, ed è stata sufficiente per escluderci dalla donazione. Anche per questo siamo costretti a fare tutto da soli, anche i vaccini. Credete che potremmo contare sulle grandi case farmaceutiche? Sulle stesse che tengono sotto scacco anche l’Europa ritardando le consegne delle dosi? Sarebbe un suicidio.
Rischiate di avere problemi nell’approvvigionamento di materiale farmaceutico a causa dell’embargo?
Sì, è un rischio enorme e concreto. La verità è che potrebbe mancare qualsiasi cosa: un componente di un apparecchio sanitario, una tecnologia o un principio attivo che potremmo reperire negli Stati Uniti, ma che non può raggiungere Cuba a causa del blocco. In quel caso saremmo costretti a rivolgerci altrove a costi molto più alti ma con grandi difficoltà . Un esempio: se volessimo acquistare una macchina della multinazionale tedesca Siemens dotata di una porzione di tecnologia statunitense non potremmo farlo…
Chiederete la fine dell’embargo agli USA in cambio del vostro contributo alla sconfitta della pandemia?
Lo chiediamo da decenni, inascoltati. Con Trump il blocco è peggiorato e ora speriamo che l’amministrazione Biden voglia almeno modificarne le condizioni, come promesso in campagna elettorale.
Perchè Cuba è una “superpotenza medica”
Secondo la Banca Mondiale Cuba è la nazione con il più alto numero di medici ogni mille abitanti, il doppio dell’Italia e il triplo degli Stati Uniti. Eppure si tratta di un paese povero. Come è possibile?
A Cuba ci sono circa nove medici ogni mille abitanti (in Italia circa 4, negli USA meno di 3, ndr). Ci riusciamo offrendo una formazione medica universitaria gratuita non solo ai cubani ma anche a migliaia di studenti provenienti da paesi in via di sviluppo. Ci siamo dotati di diversi programmi di prevenzione efficaci e abbiamo fatto grandi progressi nell’area terapeutica. Per quanto riguarda le malattie infettive, otteniamo risultati importanti grazie a ripetute campagne di vaccinazione e abbiamo piani nazionali per garantire risposte rapide a disastri e pandemie.
Dall’inizio della pandemia Cuba ha avuto poco più di 51mila casi e 328 morti. Il tasso di letalità del Covid è dello 0,6%, cinque volte più basso rispetto all’Italia (3,4%). Come avete fatto?
Sono molti i fattori da tenere in considerazione. Cuba ha un sistema di Protezione Civile molto avanzato e pronto per rispondere tempestivamente a emergenze di varia natura come quelle legate a epidemie e disastri naturali. Questa del coronavirus è stata la vostra prima epidemia dopo la Spagnola del 1918, ma noi ne abbiamo vissute altre come l’Influenza Suina e una delle varianti del Dengue emorragico. Per questo abbiamo sviluppato un’enorme esperienza e il nostro Istituto Pedro Kourà — considerato tra i più autorevoli al mondo nel campo delle malattie tropicali — raccoglie e sistematizza costantemente materiale scientifico per lo studio delle malattie infettive. Sappiamo sempre cosa fare di fronte a delle pandemie.
Eravate preparati all’epidemia dopo i primi casi in Cina?
Sapevamo cosa fare, avevamo sistematizzato tutte le informazioni e non va dimenticato che migliaia di nostri medici fanno esperienze all’estero, in paesi del terzo mondo spesso alle prese con epidemie. Ricordate l’ebola del 2014? Rispondendo all’appello dell’ONU Cuba inviò il contingente più massiccio di medici, infermieri e specialisti nell’Africa occidentale: oltre 450 in totale, di cui 165 in Sierra Leone e altri 296 in Liberia e Guinea. Senza i medici cubani quell’epidemia non sarebbe stata sconfitta e si sarebbe diffusa, ma quelle conoscenze sono servite anche contro il Covid.
Protezione Civile, competenze mediche…
E farmaci, soprattutto quelli del gruppo Bio Cuba Pharma. Uno su tutti, Jusvizna, un immunoregolatore impiegato nell’artrite reumatoide che si è dimostrato efficace e sicuro in pazienti con COVID-19 con tempeste di citochine. La somministrazione precoce di Jusvizna ha migliorato le condizioni dei pazienti gravemente malati ed evitato la progressione a una malattia critica, contribuendo a ridurre il numero dei morti.
Anche voi avete fatto ricorso al lockdown?
Sì, siamo stati costretti anche noi a farlo anche se non abbiamo mai dovuto chiudere tutto il paese, ma solo delle aree circoscritte a volte grandi come quartieri. La priorità è stata isolare i positivi ed evitare la sua trasmissione incontrollata, anche chiudendo le frontiere. Economicamente è stato un colpo durissimo per una nazione fortemente dipendente dal turismo, ma non potevamo fare diversamente. L’alternativa sarebbe stata perdere migliaia di vite. Inaccettabile.
Cuba ha 4 vaccini in dirittura d’arrivo e migliaia di medici in tutto il mondo. È questo il vostro contributo per sconfiggere la pandemia?
Il senso del nostro sforzo è racchiuso nel concetto che ho citato prima: “Padria ed humanidad”. Crediamo nel valore della cooperazione e nella solidarietà e siamo disposti a mettere in campo tutte le nostre risorse per uscire dalla pandemia, in questo caso medici e ricerca scientifica di primo livello. Crediamo che tutti debbano fare la loro parte senza egoismi, con la massima responsabilità , mettendo la salute e non il profitto al centro di tutto e avendo cura anche di quella dei paesi in via di sviluppo. Abbiamo dimostrato di essere in grado di offrire il nostro aiuto concreto in tutto il mondo, e su questo non devono esserci dubbi. D’altro canto chi, oggi, in Europa si occupa di paesi come Mali, Guinea, Niger, Angola? Chi lo fa, se non Cuba? Noi abbiamo da sempre un grande rapporto con i popoli africani, ma non abbiamo mai preteso di sfruttare le loro miniere, non abbiamo sottratto le loro risorse naturali. Non abbiamo chiesto niente in cambio, e non faremo operazioni di mercato neanche con i vaccini.
(da Fanpage)
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Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile
75 ANNI E OLTRE 500.000 COPIE PER IL RAFFINATO SETTIMANALE CHE RIESCE A RAGGIUNGERE UNA PLATEA INASPETTATA
Ghiotti di celebrazioni di compleanni, i tedeschi non si sono lasciati sfuggire un piatto gustoso come il
settantacinquesimo anniversario della nascita della Zeit.
Alla fine di febbraio del 1946, nella Germania in ginocchio, su licenza delle truppe di occupazione britanniche a Amburgo vide la luce il primo numero del settimanale di politica, economia e cultura, destinato a scandire con successo e autorevolezza la vita del Paese dal dopoguerra ai giorni nostri.
Lunghi anni, tante trasformazioni, eppure oggi il giornale, che si muove con la sicurezza della maturità , assomiglia ancora al neonato di allora. Non solo nella grafica, oltralpe sostanzialmente immutabile per interi decenni, ma nel taglio aperto e tollerante, loro dicono “liberale” e poi spiegano che cosa intendono.
Non stiamo parlando di un semplice settimanale, come altri.
La Zeit è un distintivo da portare con discrezione, una bandiera da sventolare senza eccitazione, un segno di riconoscimento tra quanti hanno il gusto del confronto delle idee e preferiscono domande e ragionamenti alle certezze ideologiche. Il postulato a cui è rimasta fedele è di non diffamare le idee divergenti, non condannare le critiche come eresie, tutelare le istanze minoritarie, lasciare aperta la porta a opinioni contrarie.
Può sembrare un catalogo sdolcinato di buoni propositi, invece è l’architrave della costruzione del giornale ogni settimana. E sulla linea, non ci sono strizzatine d’occhio interessate a questo o quel partito, piuttosto un sano distacco pur se rispettoso, nel segno di “un centro stabile, ragionevole e illuminato”.
Regna l’accuratezza. La scrittura è colta, ricca ma precisa, limata con la dedizione degli artigiani di un tempo. Il controllo dei contenuti è capillare, le verifiche documentate, l’impegno nella ricerca evidente. È d’obbligo la chiarezza del posizionamento della testata, specie quando naviga fuori dalla corrente principale di pensiero. O quando abborda temi sui quali riconosce onestamente che il dibattito non si risolve in un derby tra bianco e nero, ma è necessario scandagliare con pazienza le diverse sfumature di grigio.
Vale la forza degli argomenti e non è un vezzo se da ultimo il giornale ha voluto arricchirsi di un nuovo spazio intitolato Streit, disputa, che pubblica confronti intensi tra chi la pensa in maniera opposta.
Già , e chi mai sarà attratto da un prodotto così impegnativo, anzi apparentemente indigesto, in epoca di comunicazione sincopata e affermazioni stentoree? Forse solo un ristretto gruppo di intellettuali? La risposta viene dai numeri.
Con 547.390 copie (di cui circa 186.000 in edizione digitale) vendute settimanalmente al prezzo non trascurabile di 5.70 euro, alla fine dell’anno scorso la Zeit ha stabilito il record assoluto di maggiore diffusione della sua storia. Rispetto a otto anni fa, l’aumento è di oltre il 6%. I lettori sono fortemente fidelizzati, il 75,4% di loro è abbonato. Tutti accademici elitari? Evidentemente no, la platea è ben più ampia.
Certo, merito della brillante direzione dell’italo-tedesco Giovanni di Lorenzo, da diciassette anni al timone del giornale, e di personalità di primo piano che lo hanno preceduto, come Gerd Bucerius o Marion Dà¶nhoff, impegnate a mantenere il giornale sul binario di un solido riformismo democratico, tedesco e europeo. E anche del co-editore Helmut Schmidt, l’ex Cancelliere, molto legato alla redazione, dove nella sua stanzetta in fondo al corridoio riceveva gli ospiti, avvolgendoli nel fumo infinito delle sigarette al mentolo e ancor più nei suoi ricordi lucidissimi e giudizi taglienti.
Ma l’unicità e il successo della Zeit non si afferrano del tutto se non li si colloca in un orizzonte di crescita e di vivacità culturale, valori condivisi e celebrati, e anche difesi.
Nel brindisi per il compleanno, il giornale ha tenuto a ricordare gli attacchi alla libertà di stampa e le minacce che anche in Germania, da destra e da sinistra, può essere necessario fronteggiare per svolgere il proprio lavoro. Ragione di più per continuare a battersi almeno con la penna per pluralismo e tolleranza.
In ogni caso, come per Mark Twain, al momento anche la notizia della morte dei giornali è fortemente esagerata.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile
“NOI SOSTENIAMO VARIE ONG, IN QUEL CASO ABBIAMO FATTO UNA DONAZIONE PER IL SERVIZIO CHE CI HANNO FORNITO DI NOSTRA INIZIATIVA, NESSUNO CI HA CHIESTO NULLA”… SE FOSSIMO UNO STATO SERIO IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA DOVREBBE MANDARE UNA ISPEZIONE ALLA PROCURA DI RAGUSA: SE QUALCHE MAGISTRATO VUOLE FARE POLITICA SI PRESENTI ALLE ELEZIONI
L’inchiesta della procura di Ragusa sul trasbordo di 27 migranti dalla petroliera “Maersk Etienne” alla nave umanitaria “Mare Jonio” dovrà adesso affrontare una ricostruzione alternativa. Fornita direttamente dal gigante della navigazione commerciale danese.
Da Copenaghen un portavoce dalla compagnia ha inviato una lunga nota per ricostruire i fatti.
Un racconto che pone a questo punto nuovi interrogativi. Già ieri Maersk in una dichiarazione ad “Avvenire” aveva precisato di non essere stata mai contattata dagli investigatori, nonostante il bonifico da 125mila euro in favore dell’armatore di “Mediterranea Saving Humans” provenisse proprio dalla compagnia, un colosso che fattura oltre 36 miliardi di euro all’anno.
Ecco cosa scrive Maersk: “Il 5 agosto 2020 l’equipaggio della Maersk Etienne (la nave petroliera di proprietà del gruppo danese, ndr) ha salvato 27 persone in difficoltà in mare su richiesta delle autorità maltesi. Una volta salvati, loro e l’equipaggio sono stati lasciati bloccati per 38 giorni, senza che nessuna autorità fosse disposta a permettere alla nave di fare scalo e consentire lo sbarco in sicurezza delle persone salvate”.
Si è trattato del più lungo stop mai registrato in epoca recente nel Canale di Sicilia.
“Dopo diverse richieste di assistenza rimaste senza risposta, la situazione – si ricorda nella nota – è diventata terribile dal punto di vista umanitario. Abbiamo concordato con Mediterranea che avrebbero condotto una valutazione sanitaria utilizzando il team medico a bordo della Mare Jonio”
A questo punto il comandante della petroliera, in accordo con l’armatore, ha dato l’ok al trasbordo. “Il trasferimento sulla nave è avvenuto in seguito alla loro valutazione che le condizioni delle persone salvate richiedevano cure immediate in strutture mediche adeguate. Era una situazione umanitaria – insiste Maersk – vogliamo chiarire che in nessun momento prima o durante l’operazione è stata discussa o concordata una compensazione o un sostegno finanziario”
Questa dichiarazione pone una serie di interrogativi. Maersk al momento non risulta indagata e i suoi manager non sono stati ascoltati neanche nella veste di “persone informate dei fatti”
Il bonifico,come indicato dagli inquirenti, è stato incassato da “Idra”, proprietaria di Mare Jonio, due mesi dopo l’arrivo dei migranti in Sicilia.
“Mesi dopo l’operazione di salvataggio Maersk Tankers – si legge ancora nella dichiarazione del gruppo navale – ha incontrato i rappresentanti di Mediterranena per ringraziarli della loro assistenza umanitaria. In seguito a questo incontro, abbiamo deciso di dare un contributo a Mediterranea per coprire alcuni dei costi sostenuti a causa dell’operazione. Questo è stato effettuato per un importo di 125.000 euro e con il pieno sostegno della direzione di Maersk Tankers”.
Alla luce di queste precisazioni uno dei fondamenti dell’inchiesta verrebbe minato.
Ad oggi, assicurano da Copenaghen, “non siamo stati contattati dalle autorità in relazione all’indagine, siamo pronti a collaborare, se contattati”.
Prima di chiudere la nota Maersk tiene a precisare che il sostegno a Mediterranea non è una scelta dettata da un singolo episodio ed anzi fa parte di un impegno più ampio: “Continuiamo a spingere per un’azione politica decisiva per evitare il ripetersi dell’incidente della Maersk Etienne. Il lavoro maggiore sulla questione avviene attraverso Danish Shipping (l’associazione degli armatori della Danimarca, ndr) che sta dialogando con le autorità danesi, l’Unione europea, l’Organizzazione marittima internazionale e altre parti interessate”.
(da Avvenire)
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Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile
SALGONO ZINGARETTI E FRATOIANNI, ULTIMO RENZI
Roberto Speranza è il leader di partito più apprezzato dagli italiani: a rivelarlo è l’ultimo sondaggio
realizzato da Ipsos per il Corriere della Sera, che mostra come la popolarità del ministro della Salute sia cresciuta di due punti nell’ultimo mese. L’esponente di Leu e leader di Articolo Uno, confermato ministro dopo il passaggio dal Conte II al governo Draghi, nel sondaggio fi febbraio ha raccolto infatti il 40 per cento di preferenze tra gli intervistati, risultando primo in classifica.
Secondo gli ultimi sondaggi politici elettorali, Speranza ha superato Giorgia Meloni, che “convince” il 38 per cento del campione, e Matteo Salvini, che si ferma al terzo posto con il 32 per cento dei consensi.
Segue Nicola Zingaretti, che rispetto a gennaio ha guadagnato due punti portandosi al 30 per cento, e Silvio Berlusconi, con il 28 per cento di gradimento.
Stabili Carlo Calenda e Giovanni Toti, con rispettivamente il 27 e il 25 per cento di preferenze. Nicola Fratoianni si trova all’ottavo posto con un gradimento pari al 25 per cento, Emma Bonino al nono con il 24 per cento.
In fondo alla classifica Vito Crimi e Maurizio Lupi, con il 20 per cento e Angelo Bonelli, con il 17. All’ultimo posto Matteo Renzi, stabile al 12 per cento.
(da agenzie)
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Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile
LA VERGOGNOSA VISITA AL CARCERE DI SAN GIMIGNANO PER SOLIDARIZZARE CON AGENTI CRIMINALI CHE HANNO TRADITO IL GIURAMENTO SULLA COSTITUZIONE E CONDANNATI A PIU’ DI DUE ANNI DI CARCERE
Sono stati condannati per tortura a più di due anni di carcere, eppure l’ex ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini è ancora dalla loro parte. Li difende gli agenti penitenziari che secondo la Procura di Siena hanno pestato un detenuto tunisino durante un trasferimento in cella nell’ottobre del 2018.
Il “capitano” — così come fatto il 26 settembre del 2019, quando era scoppiata l’indagine — ieri è tornato nel carcere di Ranza a San Gimignano. E, proprio allo stesso modo di come si è comportato un anno e mezzo fa (quando però i giudici non avevano ancora emesso sentenze), ha espresso solidarietà per gli agenti di polizia penitenziaria.
Non per l’uomo pestato, ma per gli agenti di polizia penitenziaria condannati. Che, come si vede in un video che era stato pubblicato dal Tg3 in cui si vedono gli agenti colpire il detenuto, colpirlo a ginocchiate e tappargli la bocca.
“Tra guardie e ladri io sto sempre dalla parte delle guardie — aveva detto in quell’occasione l’ex ministro dell’Interno. Gli uomini e le donne in divisa di polizia penitenziaria non meritano di esser trattati come delinquenti, assassini o torturatori”. Il 17 febbraio sono arrivate le condanne.
Scrive Il Fatto quotidiano:
E così, ieri pomeriggio, il leader della Lega non ha potuto mancare di visitare il carcere e portare nuovamente solidarietà agli agenti. Li ha incontrati e ascoltato i loro sfoghi. Poi, fuori dal carcere, Salvini li ha difesi pubblicamente: “Conto che venga resa giustizia, stimo questi agenti e solo sentirli accostare alla tortura mi fa arrabbiare”.
Secondo la Procura di Siena il detenuto tunisino in carcere per spaccio e furti di beni alimentari era stato colpito dagli agenti con calci e pugni insieme a frasi del tipo: “Infami, pezzi di merda, vi facciamo vedere chi comanda a San Gimignano!” rivolte agli altri detenuti.
Ma per Salvini le violenze sono “inesistenti”: “Ma per il momento, ha concluso Salvini, “ho portato solidarietà a dei servitori dello Stato”. Lo stesso Stato che li ha condannati per tortura.
(da agenzie)
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Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile
BLOCCO LICENZIAMENTI FINO A FINE GIUGNO… TRA UN PO’ I RISTORI SONO SUPERIORI AGLI UTILI: SE HAI PERSO IL 33% DI FATTURATO, TI RIDANNO IL 30% (SALVO POI LAMENTARSI IL GIORNO DOPO)
La prima impronta del governo Draghi sulla partita degli aiuti al Paese per via delle restrizioni anti Covid
è contenuta in una paginetta dal titolo “Ipotesi decreto Sostegno”. Un documento di lavoro che circola tra i ministeri e che spiega qual è la direzione intrapresa per un provvedimento che tiene nella pancia 32 miliardi.
Alcuni elementi – come la proroga del blocco dei licenziamenti fino al 30 giugno – marcano una continuità con l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte.
Altri – come i criteri per gli indennizzi ai bar, ai ristoranti e a tutte le altre attività interessate dalle misure contro la pandemia – segnano invece una discontinuità .
Una premessa è d’obbligo trattandosi di ipotesi. Molte di queste scelte – come quella sui licenziamenti – avranno bisogno di un passaggio supplementare, sicuramente politico vista la delicatezza del tema. Ma intanto il primo documento dà alcune indicazioni.
Le voci che compongono lo scheletro del decreto Sostegno mettono in evidenza innanzitutto un elemento che fa da cornice: quello che dovrebbe approdare sul tavolo del Consiglio dei ministri la prossima settimana non sarà un provvedimento dedicato solo ai cosiddetti ristori. E questo l’aveva messo già in conto il vecchio governo.
L’impatto delle varianti del virus, il nuovo giro di chiave arrivato con l’ultimo Dpcm e che impatta su più settori, a iniziare dalle scuole. E poi le condizioni di un mercato del lavoro ancora fragile sono tutti elementi che spingono verso un intervento omnibus. Ci sono sì i soldi per gli indennizzi alle attività , ma anche per i vaccini, per i congedi parentali e per la cassa integrazione. E c’è anche un alleggerimento anche sulla velocità della macchina che invia le cartelle fiscali.
Il secondo elemento che si evince dal documento è che l’ottica resta quella di un intervento di tipo emergenziale. Non totale, come è stato il principio che ha ispirato i decreti Covid dell’ultimo anno (il Cura Italia, il decreto Rilancio, il dl Agosto e poi i quattro decreti Ristori), ma comunque importante. La discontinuità passa dalla revisione di alcuni criteri all’interno di questa cornice.
I nuovi criteri per gli indennizzi alle imprese e alle partite Iva. Platea da 2,7 milioni di beneficiari
Si cambia, e sensibilmente, rispetto allo schema Conte-Gualtieri. Per gli indennizzi non saranno presi più in considerazione i codici Ateco (quelli che identificano un’attività ). Un criterio che aveva suscitato parecchi malumori tra le categorie escluse dagli aiuti con i precedenti provvedimenti.
Il nuovo parametro è quello del calo del fatturato: un bar, un ristorante o una palestra dovranno dimostrare di aver perso almeno il 33% nel 2020 rispetto al 2019.
Nello specifico verrà considerata una media mensile del fatturato dell’anno scorso e rapportata alla media mensile del fatturato del 2019.
Il Governo punta a dare aiuti a fondo perduto (soldi sul conto corrente ndr) a 2,7 milioni tra imprese e professionisti con un fatturato fino a 5 milioni.
Gli indennizzi saranno calibrati su un sistema a fasce. E sulle dimensioni: più alto è il fatturato, minore è l’indennizzo.
Alle imprese e ai professionisti con un fatturato fino a 100mila euro all’anno andrà il 30% di quanto perso.
Il 25% alle imprese e i professionisti con un fatturato tra 101mila e 400mila euro: in pratica un bar che in un anno fattura una cifra compresa in questa forchetta riceverà il 25% di quanto ha visto andare in fumo.
Si passa poi a un indennizzo del 20% per le attività con un fatturato tra 401mila e 1 milione di euro all’anno e a un sostegno del 15% per quelle con un fatturato da 1 milione a e 5 milioni annui.
Ancora “da valutare” un indennizzo per le start up. Un’attenzione particolare è dedicato al turismo invernale: oltre al fondo perduto sono previsti 600 milioni da ripartire in sede di Conferenza Stato-Regioni.
I nuovi aiuti (in due tranche) entro il 30 aprile
Il documento fa riferimento a una nuova piattaforma di erogazione degli indennizzi. Da costruire entro 30 giorni dalla pubblicazione del decreto sulla Gazzetta ufficiale. La dicitura riportata è “Nuova piattaforma Sogei”. Sogei è la società di Information Technology del ministero dell’Economia. Secondo lo schema abbozzato i primi indennizzi arriveranno entro dieci giorni, mentre il totale entro il 30 aprile.
I licenziamenti ancora bloccati fino al 30 giugno. La coperta della cassa Covid si allunga fino alla fine dell’anno
Sul blocco dei licenziamenti, in vigore dallo scorso marzo, l’idea è di prorogare lo stop fino al 30 giugno. Non ci sono specifiche sull’eventualità di adottare questa misura solo per le imprese dei settori più in crisi come il turismo, la ristorazione e i servizi. Il rifinanziamento della cassa integrazione Covid, quella pagata dallo Stato, è programmata fino a fine anno.
Come anticipato da Huffpost, si passa da uno schema di settimane da consumare in una fascia ristretto di tempo a 40 settimane da spalmare fino al 31 dicembre. Nel pacchetto lavoro sono attese anche due nuove mensilità del reddito di emergenza e una proroga dell’indennità di disoccupazione. Balla, invece, il rifinanziamento da 1 miliardo del reddito di cittadinanza.
Un pacchetto salute da 2 miliardi: priorità ai vaccini
Ai vaccini andranno 2 miliardi. Nel documento si fa riferimento al trasporto delle fiale, ma anche alla somministrazione. Su questo punto, in particolare, si parla di due fasi. La prima prevede l’intervento dei medici di famiglia, la seconda anche quello dei farmacisti.
L’invio delle nuove cartelle congelato fino al 30 aprile
Un nuovo slittamento per l’invio da parte dell’Agenzia delle Entrate di 35 milioni di cartelle e 15 milioni di accertamenti. Tutto congelato fino al 30 aprile. E fino a quella data stop anche al pagamento dei bollettini delle rate della rottamazione ter e del saldo e stralcio. Tra gli obiettivi anche quello di sfoltire le oltre 130 milioni di cartelle che si trovano nel magazzino dell’Agenzia delle Entrate. Sono tutte cartelle che non sono state mai pagate. Tra le ipotesi quella dello stralcio delle cartelle fino a 5mila euro, comprensive di sanzioni e interessi, relative agli anni 2000-2015. In tutto sono circa 60 milioni di cartelle, con un costo di 1 miliardo nel 2021 e di un altro miliardo il prossimo anno.
Scuole chiuse. Congedi parentali al 50% e smart working agevolato per i genitori
Nel documento non compare, ma nel decreto Sostegno ci sarà anche un finanziamento dedicato al capitolo delle scuole chiuse a causa dei contagi. Il Dcpm che entrerà in vigore il 6 marzo prevede l’obbligo della didattica a distanza in caso di zona rossa o laddove si registrano 250 casi ogni 100mila abitanti nell’arco di sette giorni. Molte famiglie si ritroveranno con i figli a casa. Con il decreto ritornano i congedi parentali retribuiti al 50 per cento. Saranno destinati ai genitori degli studenti fino a 14 anni per il periodo di sospensione dell’attività didattica in presenza o per la quarantena degli stessi figli. Come i congedi introdotti la scorsa primavera, anche questi sono alternativi allo smart working e potranno essere usufruiti alternativamente dai due genitori. Sempre per le scuole chiuse o in caso di infezione e quarantena per i figli fino a 16 anni c’è la possibilità dello smart working agevolato: automatico, senza accordo individuale con l’azienda.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile
ORA ANCHE I GOVERNATORI SOVRANISTI SONO PREOCCUPATI: ERANO QUELLI CHE VOLEVANO APRIRE TUTTO
I numeri dei nuovi contagiati crescono, complice soprattutto la vairante inglese. E i colori delle diverse zone d’Italia potrebbero mutare di ora in ora.
Per Guido Bertolaso, consulente del presidente di Regione Lombardia per il Piano Vaccinale “tutta Italia, tranne la Sardegna, si stia avvicinando a passi lunghi verso la zona rossa. La Lombardia, per quello che ha passato nei mesi scorsi, è più vulnerabile rispetto ad altre regioni, ma non sono preoccupato per questa regione più che per altre”.
Ma non c’è solo la Lombaria a “combattere” contro la curva in netta risalita dei contagi. Per il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio “nonostante non si siano ancora accese e spie dell’allarme, abbiamo però una situazione che ci dice che, quotidianamente, le cose stanno peggiorando. C’è un contagio che sta risalendo, numeri che stanno aumentando. Abbiamo ancora, ed è un dato importante, i valori dei ricoveri in terapia intensiva e in terapia ordinaria che sono sotto soglia, sotto il 30 e il 40%. Però c’è un aumento ed è un aumento quotidiano”.
Cirio, intervistato da Sky Tg24 ha poi rimarcato: “Questo è il motivo per cui sono intervenuto e interverrò ancora nei prossimi giorni e così come abbiamo già iniziato a fare con le zone rosse e faremo nei prossimi giorni, dobbiamo essere pronti ad intervenire chirurgicamente laddove è necessario”. Concludendo: “I numeri del pre-report arriveranno questa sera, la valutazione settimanale è importante e credo che noi abbiamo i numeri per rimanere generalmente in zona arancione, ma bisogna intervenire invece puntualmente giorno per giorno dove ci sono focolai e soprattutto dove ci sono le varianti inglesi, come abbiamo fatto nelle scorse ore”.
(da agenzie)
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Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile
RAPPORTO DI MILLE PAGINE: “FORMAZIONE E’ UN RISCHIO PER LA DEMOCRAZIA”
Mille pagine di rapporto e un verdetto importante anche se non inatteso: secondo il Verfassungsschutz
(BfV), i Servizi segreti interni tedeschi, l’Alternative fuer Deutschland (Afd) è un partito di estrema destra.
D’ora in poi sarà tenuto sotto stretta sorveglianza come si fa per le organizzazioni che rappresentano un rischio per le istituzioni repubblicane. I suoi militanti potranno essere intercettati, la loro posta elettronica controllata, e l’organizzazione potrà essere infiltrata da spie.
E’ una decisione che in Germania non avrà solo conseguenze politiche – oltretutto in pieno anno elettorale. In alcuni casi, i tutelatissimi dipendenti pubblici rischiano il posto, se membri del partito.
E’ la prima volta nella storia della Germania del dopoguerra che un intero partito viene considerato ufficialmente pericoloso per la democrazia.
L’indiscrezione filtrata su alcuni giornali non è stata ancora confermata, ma il numero uno del BfV, Thomas Haldenwang, avrebbe comunicato stamane agli uffici dei land che la decisione è stata presa lo scorso 25 febbraio.
Per il sigillo ufficiale bisognerà aspettare il verdetto del tribunale di Colonia, dove il partito aveva già fatto ricorso contro l’indagine. In ogni caso, secondo Spiegel, la classificazione dei Servizi prevede un’importante eccezione: parlamentari e candidati alle elezioni di settembre saranno esclusi dalla sorveglianza.
Nella scorsa primavera erano stati alcuni uffici regionali a classificare l’Afd come un organizzazione pericolosa, paragonabile ai neonazisti della Npd. Anzitutto la Turingia, feudo di uno dei più pericolosi leader del partito, Bjà¶rn Hà¶cke. L’uomo che dichiarò il monumento berlinese all’Olocausto “una vergogna” e che guidò le manifestazioni di Chemnitz dell’autunno 2018 in cui neonazisti e militanti Afd marciarono gomito a gomito.
Secondo lo studioso dell’estremismo di destra Steffen Kailitz, Hà¶cke è il ponte del partito con le organizzazioni estremiste. E’ considerato l’allievo del ‘papa nero’ della destra tedesca, Gà¶tz Kubitschek.
Nello stesso mese in cui i servizi segreti della Turingia hanno annunciato la notizia, anche la corrente di destra capitanata proprio da Hà¶cke, “Der Flà¼gel” è stata classificata antidemocratica dal Verfassungsschutz federale. Tre mesi dopo è stato il Brandeburgo a dichiarare l’Afd fuori dall’arco costituzionale, di recente si sono aggiunte la Sassonia e la Sassonia-Anhalt. Quattro regioni dell’Est dove l’ultradestra è ormai stabilmente il secondo o terzo partito.
La decisione di oggi di dichiarare l’intera Afd un rischio per la democrazia arriva dopo due anni di indagini. Durante i quali il BfV avrebbe registrato una notevole radicalizzazione dell’ultradestra. Secondo i servizi, il leader moderato del partito, Jà¶rg Meuthen, faticherebbe ormai a contenere le pulsioni estremiste nell’Afd e i leader dell’ala radicale “Der Flà¼gel”, a cominciare dall’influente Hà¶cke.
Nata come organizzazione anti-euro all’inizio della crisi finanziaria, l’Afd è stato il primo partito a destra dei conservatori della Cdu/Csu a superare la soglia di sbarramento del 5% e a fare il suo ingresso nel Bundestag nel 2017, raggiungendo il 12,6%. Un risultato dovuto soprattutto alle conseguenze della crisi dei profughi del 2015, quando l’ultradestra ha spostato il focus sull’immigrazione e si è sempre più radicalizzato.
La decisione del Bfv ha anche conseguenze statistiche: d’ora in poi i rapporti sull’estremismo di destra in Germania dovranno assorbire, oltre ai 7.000 membri dell’ala radicale “Der Flà¼gel” e i 1.600 dell’organizzazione giovanile “Junge Alternative”, gli altri circa 24mila iscritti all’Afd.
(da agenzie)
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