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E’ UNA GUERRA DI LOGORAMENTO: LA RUSSIA HA UTILIZZATO IL 70% DELLA SUA FORZA MILITARE CONVENZIONALE, CON UN IMPEGNO ECONOMICO QUOTIDIANO DI 700 MILIONI DI EURO

Maggio 29th, 2022 Riccardo Fucile

SONO CIRCA 30 MILA I SOLDATI RUSSI UCCISI E MOSCA HA PERSO MOLTI VEICOLI, TANK, ARMAMENTI… I RUSSI NON HANNO CERTEZZA DI CONSOLIDARE LA LORO AVANZATA, USANO L’ARTIGLIERIA PER COLPIRE A DISTANZA, HANNO RIPRESO I BOMBARDAMENTI AEREI MA SUL CAMPO È UN’ALTRA COSA

Quella che doveva essere un’«operazione militare speciale», si sta rivelando per Putin una guerra onerosa in termini di uomini, mezzi e soldi. Dal 24 febbraio, data d’inizio del conflitto, la Federazione russa ha utilizzato in Ucraina il 70% della sua forza militare convenzionale, con un impegno economico quotidiano che si aggira attorno ai settecento milioni di euro.
Sono numeri elaborati da centri di analisi occidentali in possesso della Nato e dei Paesi che ne fanno parte. Danno la misura dello sforzo di Mosca pur di soggiogare Kiev.
Testimoniano una volta di più quanto fossero «sopravvalutate le capacità belliche» degli invasori, come ha detto anche Draghi. Sono il motivo per cui Putin ha dovuto rivedere i suoi piani iniziali.
Nel primo mese di guerra la Russia ha impiegato le migliori risorse a sua disposizione. Ma la resistenza ucraina le ha inflitto perdite considerevoli: sono circa trentamila gli uomini lasciati finora sul campo insieme alla distruzione dei mezzi a tecnologia più avanzata, sostituiti con truppe poco addestrate e carri armati degli anni Sessanta.
Così lo sforzo è stato concentrato in una porzione di territorio ed è stato sostenuto soprattutto da attacchi missilistici: «Duemilaquattrocento, con testate di diverso tipo», secondo quanto ha riferito Zelensky. Nel Donbass – in base alle rilevazioni dell’Alleanza atlantica – i militari russi procedono «a ondate», potendo contare su un rapporto di forza che in principio era di due a uno in loro favore. E che si è ulteriormente sbilanciato perché gli ucraini non hanno ricambi.
Ma proprio per l’errato calcolo bellico iniziale di Putin, «la guerra non ha preso un’inerzia definita»: lo spiega un autorevole esponente dell’esecutivo italiano, secondo il quale «senza situazioni impreviste e imprevedibili che facciano di colpo cambiare le sorti del conflitto, e senza gli spiragli di pace a cui si è riferito Draghi, si andrà avanti per mesi». Anche perché c’è una avvertenza che il ministro della Difesa Guerini ha posto in una riunione di governo: «Conquistare il territorio è cosa diversa dal controllarlo».
Un modo per spiegare che i russi non hanno certezza di consolidare la loro avanzata su aree così vaste del Paese: visti gli uomini e i mezzi attualmente a disposizione, sarebbero comunque in difficoltà. Usano l’artiglieria per colpire a distanza, hanno ripreso i bombardamenti aerei notturni. Ma sul campo è un’altra cosa.
C’è un motivo quindi se Zelensky, in un messaggio lanciato su Telegram due giorni fa, ha sottolineato che «si potrebbe porre fine alla guerra in poche settimane»: basterebbe a suo parere che «il mondo fosse unito e onesto riguardo a questa aggressione russa».
È l’ennesimo messaggio agli alleati occidentali, la richiesta di supportarlo con più sofisticati strumenti di difesa e un’azione maggiormente incisiva sul fronte delle sanzioni. Il costo quotidiano della guerra per Putin è elevatissimo: quei settecento milioni calcolati dai centri di ricerca sono di fatto coperti dai ricavi per la vendita di gas e petrolio ai Paesi europei.
Sulle sanzioni a Bruxelles si sta cercando un compromesso, mentre sulle armi sono gli Stati Uniti a premere. Fonti qualificate della Nato sostengono che al vertice dell’Alleanza, previsto per fine giugno a Madrid, «Biden si farà sentire». Certo non nei riguardi dell’Italia, se è vero che di recente l’Amministrazione americana ha pubblicamente rivolto pubblici attestati di stima a Roma. E Draghi, pur impegnato nel ricercare una strada per il dialogo, ancora la scorsa settimana ha detto in Parlamento che sulle armi «agiremo in stretto raccordo con gli alleati».
Semmai nel quartier generale di Bruxelles si volge lo sguardo verso Berlino. È la Germania che aveva promesso i carri armati Leopard ai polacchi, che proprio sulla base di questa garanzia hanno dato agli ucraini i loro T-62 di fabbricazione sovietica. E sempre la Germania aveva offerto a Kiev i blindati Ghepard, ma privi di munizioni e dunque inservibili. «I tank a Zelensky arriveranno», assicurano da Roma.
Ma non sarà Roma a mandarli, anche perché praticamente non ne ha. Sono le armi dell’Occidente all’Ucraina il vero strumento di pressione (anche diplomatica) sulla Russia. E non a caso Putin se n’è lamentato con Macron e Scholz. La guerra per Mosca è troppo onerosa, lo dicono i numeri. Perciò gli alleati di Kiev tengono la presa. Perciò ieri Guerini ha evocato la quarta fornitura italiana alla resistenza: «Abbiamo di fronte scelte difficili che saremo chiamati ancora a compiere». Più chiaro di così…
(da Corriere della Sera)

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CON L’IDEA DEL VIAGGIO A MOSCA, SALVINI HA FATTO INCAZZARE ANCHE I LEGHISTI

Maggio 29th, 2022 Riccardo Fucile

IL “CAPITONE” SI E’ AFFIDATO AI “CONSIGLI” DI UN LEGALE CHE LO AFFIANCA DA QUALCHE MESE: SI CHIAMA ANTONIO CAPUANO, È STATO DEPUTATO DI FORZA ITALIA DAL 2001 AL 2006 … CAPUANO È UN PERSONAGGIO MISTERIOSO PER MOLTI, DENTRO LA LEGA: MOLTI NON LO CONOSCONO… LUI SI SCHERMISCE: “FACCIO L’AVVOCATO E ASSISTO ALCUNE AMBASCIATE”

Venerdì sera, all’ora dei notiziari tv. Lorenzo Fontana, vicesegretario leghista con delega alla politica estera, apprende dalla voce di Enrico Mentana dell’intenzione del suo leader di volare a Mosca. Prende il telefono e chiama Salvini: «Ma è vero? ». «Beh, sì, ci sto pensando…», la risposta del capo del Carroccio. «Matteo, riflettici bene, sii prudente, è un momento delicato. Questa cosa si può rivelare un boomerang».
L’episodio, riferito da fonti accreditate, la dice lunga su due aspetti. Primo: la totale autonomia con la quale, dentro il partito, il segretario ha lavorato sul viaggio in Russia.
Secondo: la perplessità che nella Lega suscita in queste ore la missione di pace inseguita da Salvini.
Il senatore milanese ha tessuto la sua tela in silenzio. Un incontro, il 5 maggio, con l’ambasciatore turco a Roma Omer Gucuk. Qualche contatto in Vaticano, nulla di più. Aveva ostentato il suo desiderio di «andare ovunque serva» anche con il premier Mario Draghi ma senza accennare a un’iniziativa diplomatica personale.
Anzi, questa possibilità negli ambienti di governo è sempre stata vista come uno spauracchio. Ma mentre girava piazze elettorali professando la pace, dicendosi contrario al nuovo invio di armi agli ucraini, Salvini ha continuato a cercare gli agganci giusti per giungere a Vladimir Putin, il punto di riferimento internazionale mai completamente sconfessato.
Ha attivato alcuni vecchi canali con Russia Unita: la Lega e il partito di Putin siglarono nel 2017 un patto di collaborazione, un’intesa che pone fra gli obiettivi «un partenariato paritario e confidenziale tra la Federazione russa e la Repubblica italiana».
Accordo quinquennale spirato il 6 marzo ma in realtà ancora in vigore in virtù di una clausola che ne prevedeva il rinnovo in mancanza di disdetta entro sei mesi dalla scadenza. E nessuno l’ha revocato. Soprattutto, Salvini ha fatto leva sui “consigli” di un legale che lo affianca da qualche mese: si chiama Antonio Capuano, è stato deputato di Forza Italia dal 2001 al 2006 e consigliere comunale di Frattaminore, in Campania, fino al 2012.
Prima di lavorare all’estero, in Medio Oriente, e scomparire dalle cronache politiche. Di certo, oggi collabora con Salvini, gli è vicino in questioni che riguardano Mosca. Anche se in serata, al telefono, l’ex parlamentare si schermisce: «Faccio l’avvocato e assisto alcune ambasciate». Anche quella russa? «Non glielo le dico per riservatezza, mi capisca. Con Salvini ci siamo confrontati su alcuni dossier. Non ho un incarico formale. Lui ha ovviamente la sua autonomia di pensiero».
Capuano è un personaggio misterioso per molti, dentro la Lega: lo stesso Fontana, assicurano, non lo conosce.
Il viaggio, se ci sarà, nascerà con queste premesse. «La trasferta di Salvini? Non ne so nulla», garantisce Riccardo Molinari, capogruppo leghista alla Camera. All’oscuro i governatori Zaia e Fedriga come il capodelegazione della Lega nell’esecutivo Draghi, Giancarlo Giorgetti. Tutti concordi, a denti stretti, sulla pericolosità della missione.
C’è, fra loro, chi dice che il segretario potrebbe finire per alimentare la propaganda interna russa: diventare uno strumento della disinformazione di Putin, che potrebbe far veicolare l’idea che l’Italia sia un Paese amico o quella di un fronte occidentale diviso.
I suoi dubbi Fontana li ha espressi apertamente nella telefonata a Salvini: il responsabile Esteri della Lega ritiene che questa missione potrebbe risolversi, sul piano mediatico, in un bis della sciagurata trasferta al confine fra Polonia e Ucraina, quella dello sfottò del sindaco con la maglietta di Putin in mano, alla quale non casualmente proprio Fontana non partecipò.
«Pensaci, per il tuo bene e per quello del partito», le riflessioni offerte a Salvini dal dirigente veneto del Carroccio. Il quale non ritiene del tutto campata in aria l’idea di promuovere la pace andando a Mosca, specie dopo la telefonata fra Putin, Scholz e Macron. Ma vede più insidie che vantaggi. «E soprattutto ha detto Fontana a chi gli sta vicino non si può portare avanti un’iniziativa diplomatica senza la copertura, se non il mandato, del governo».
Sono le perplessità di tanti, in una Lega che per gran parte guarda attonita alle mosse del suo leader. Convinta che, mai come stavolta, Matteo rischi tutto.
(da la Repubblica)

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LICIA RONZULLI E MARTA FASCINA SONO I BERSAGLI GROSSI NELLA FAIDA DI FORZA ITALIA: “HANNO L’ARROGANZA DELL’ASSO PIGLIA TUTTO”

Maggio 29th, 2022 Riccardo Fucile

“SILVIO È ORMAI TAGLIATO FUORI DAL MONDO, CONTROLLATO DAL FILTRO A MAGLIE STRETTE DI UN TANDEM MAGICO CHE GLI DETTA L’AGENDA E AGISCE IN SUO NOME”… “GLI FILTRANO LE TELEFONATE, NEANCHE PARLAMENTARI DI VECCHIA DATA RIESCONO A PARLARGLI. PUNTANO A LIQUIDARE CHIUNQUE NON STIA CON LORO”

Basso impero. Il periodo compreso tra la reggenza di Diocleziano e il declino dell’Impero romano d’Occidente. Sinonimo di intrighi, decadenza, furbizie, inganni, annebbiamento dei valori, vani tentativi di rinascita, anticamera dell’inevitabile caduta.
E mentre si ruzzola prevale prepotente il desiderio di arraffare, la paura di restare senza. Per dirla con un retore dell’epoca: «Il numero di quelli che volevano ricevere cominciò ad essere tanto maggiore di quelli che dovevano dare». Fatte le dovute proporzioni, si attaglia alla parabola di Forza Italia, dove ormai vero e falso si confondono e non si sa più chi sia l’amico leale, il cortigiano, il profittatore, quello pronto a tradire, il golpista.
Lo spirito di Silvio «Non riconosco più lo spirito di Silvio». È stata la ministra agli Affari regionali Mariastella Gelmini, con un’intervista a Paola Di Caro, sul Corriere , ad aprire il vaso di Pandora. Una critica esplicita agli scivoloni pro Putin del fondatore. E un attacco alla scelta di nominare coordinatore in Lombardia Licia Ronzulli, un ruolo di potere decisivo in vista delle candidature per le prossime elezioni politiche.
Tema più che sensibile, perché l’algoritmo che emerge tra taglio dei parlamentari, sondaggi e legge elettorale non lascia quasi scampo. Il grande numero degli 82 deputati e 51 senatori rischia di non trovare più posto. E quindi c’è uno scontro politico, che riguarda la collocazione internazionale e la lealtà verso il governo Draghi, e una sfida interna sugli assetti di partito. Ma l’allarme è più alto.
«Non riconosco più lo spirito di Silvio» alza l’asticella e solleva un dubbio di fondo: Forza Italia è ancora il partito di ispirazione liberale, europeista e atlantista nato dal pensiero e dall’energia di Silvio Berlusconi? È ancora l’anziano leader a dettare la linea? La pentola a pressione Già solo porre la domanda sembra una bestemmia, ma il partito è una pentola a pressione. E nei colloqui riservati il tema si pone, eccome.
C’è un fronte, diciamo ufficiale, che si attiene all’ortodossia: il vecchio leone è saldamente al comando, guiderà lui la prossima campagna elettorale. Ma internamente l’area di chi non ci crede è in crescita e sostiene che «Silvio è ormai tagliato fuori dal mondo, controllato dal filtro a maglie strette di un tandem magico che gli detta l’agenda, decide se e con chi deve parlare e agisce spregiudicatamente in suo nome».
Una posizione simile a un’altra, forse più insidiosa: «È stanco e annoiato, subisce l’ingiuria degli anni, è influenzabile e influenzato, prende decisioni che tende a credere siano farina del suo sacco ma che gli vengono invece subdolamente suggerite».
Il deputato Elio Vito la vede così: «Il presidente ha tutto il diritto di scegliersi i collaboratori che vuole. Hanno influenza e potere, come è anche naturale, ma da un po’ di tempo e non solo da oggi svolgono anche un ruolo politico. È un doppio livello non privo di conseguenze. Alla fine ci sono troppi incarichi in mano a poche persone. Berlusconi non è cambiato e decide. Ma sono cambiati i nostri alleati e i dirigenti. Non ci si può smarrire sui diritti civili e sociali, sulla politica estera, sulle scelte liberali, sull’antifascismo Né si può pensare di consegnare l’Italia a Matteo Salvini. E il dibattito interno è strozzato, per parlare bisogna andare sui social».
Dai dubbi sulla reale autonomia di Berlusconi al tandem magico, il passo è breve. Ai pedali, si sostiene, con un ruolo sempre più politico, ci sono Licia Ronzulli e Marta Fascina, la compagna del Cavaliere: «Hanno stretto un patto di ferro con Salvini, uno in caduta libera nei sondaggi, uno a cui il Silvio che conosciamo mai darebbe le chiavi di casa».
E ancora: «Gli filtrano le telefonate, neanche parlamentari di vecchia data e di antica amicizia riescono a parlargli. Puntano a liquidare chiunque non stia con loro, mettono nel mirino perfino Gianni Letta e Antonio Tajani». «Hanno l’arroganza dell’asso piglia tutto, Licia non porta un voto ma le basta la speranza di diventare ministra e poi vada come vada. Va bene anche in pochi, basta che comandi lei».
Ma soprattutto, è l’accusa più insidiosa, non lo proteggono. «Che senso ha esporlo sulla spiaggia di Napoli a dire parole pro Putin mentre alla convention del partito Tajani porta il capogruppo del Ppe all’Europarlamento, Manfred Weber, che parla di Ucraina? È accettabile che debba finire in barzelletta con “Chi non salta nerazzurro è” e con i baci in pubblico allo stadio? O con le uscite alla fiera di Treviglio? E lo pseudo matrimonio?».
Verso la rottura? C’è anche chi guarda Forza Italia da fuori e prevede la scissione. «Perché la spaccatura tra governo e partito è enorme. Gelmini, Carfagna e Brunetta dovranno scegliere se farsi liquidare, con un partito vassallo della Lega, o cosa fare nella vita. Ronzulli pilota le scelte di Berlusconi, Antonio (Tajani) è molto preso dalle vicende europee e il tandem magico ne approfitta. Stupisce che una classe dirigente che ha governato per anni sia come annichilita. In attesa che la prossima volta, a comandare, Berlusconi ci metta un cavallo» .
(Corriere della Sera)

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“PUTIN VUOLE MANTENERE LO STATUS QUO PER POI ANDARE AL NEGOZIATO E FAR LEVA SUI TERRITORI GIÀ NELLE SUE MANI”

Maggio 29th, 2022 Riccardo Fucile

INTERVISTA AL GENERALE AMERICANO PHILIP MARK BREEDLOVE: “MOSCA HA MESSO DA PARTE LE PROPRIE MIRE SU ODESSA E SUL SUD DELL’UCRAINA. PUNTA A CONSOLIDARE IL CONTROLLO DELLE ZONE GIÀ OCCUPATE. I RUSSI POSSONO ANCHE AVANZARE E STRAPPARE PORZIONI DI TERRITORIO MA POI SARANNO IN GRADO DI MANTENERNE IL CONTROLLO? DOBBIAMO AIUTARE KIEV A CACCIARE I RUSSI”

«Per fermare i russi sul fronte orientale, l’Occidente deve inviare in Ucraina obici di lunga gittata, missili da crociera e i sistemi antiaerei da alta a media quota, per abbattere droni, caccia e missili nemici. Ma deve farlo subito».
A indicare la strada per la difesa del Donbass è il generale Philip Mark Breedlove già alto ufficiale dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti che ha servito come capo del Comando Usa in Europa e responsabile delle operazioni della Nato.
Partiamo dalla situazione sul campo.
«La Russia ha subito una netta battuta d’arresto a Kiev dove è stata costretta a ritirarsi. Successivamente ha subito un’altra sconfitta a Kharkiv, dove è stata respinta e poi costretta a riposizionarsi fuori dalla città, e successivamente si è ritrovata ai margini dell’Oblast e messa alle corde sul confine. A questo punto Mosca ha cambiato strategia dando vita a un riordino delle truppe per concentrarsi sul fianco orientale e sul fronte meridionale. Ora abbiamo visto che su quest’ ultimo versante la situazione è in fase di stallo, mentre è sul primo che le forze di Vladimir Putin spingono con grande intensità e stanno mettendo a segno qualche passo in avanti».
Quindi siamo in una nuova fase?
«Mosca ha cambiato strategia ancora una volta, credo che abbia messo da parte le proprie mire su Odessa e sul Sud, e che ora punti a consolidare il controllo delle zone già occupate. Diciamo che vuole mantenere lo status quo per poi andare al negoziato e far leva sui territori già nelle sue mani».
Giungono però notizie di ulteriori passi in avanti nel Donbass, i ceceni di Kadyrov controllano la linea di contatto di Severodonetsk e i russi hanno preso Lyman.
«La forza d’urto della compagine di Putin in Donbass è rilevante, del resto c’è una concentrazione di uomini e mezzi straordinaria. Credo però che l’armata russa abbia preso atto delle battute d’arresto registrate in questi novanta giorni di conflitto, così come dei suoi limiti. Pertanto, ritengo che il primo obiettivo di Mosca sia quello di allargare il controllo negli Oblast di Luhansk e Donetsk mettendo poi in sicurezza gli stessi territori occupati e sigillandoli in vista di una trattativa».
Vuol dire che una volta terminata l’operazione Donbass Putin darà ordine alle sue truppe di cessare i combattimenti?
«Credo che Putin sappia che, ancor prima di tentare offensive su altri fronti, la prima urgenza è di mantenere il controllo dei territori che ha già occupato. Il punto è che i russi possono anche avanzare e strappare porzioni di territorio agli ucraini, ma poi saranno in grado di mantenerne il controllo? A che costi e con l’impiego di quante forze? Ne servono parecchie, anche perché l’Ucraina non rimane a guardare. Allora non ha senso lanciarsi in nuove sortite offensive, piuttosto ha più senso mettere in sicurezza ciò che già si ha».
Putin però vuole tutto il Donbass, anche le città di Kramatorsk e Sloviansk.
«È quello che ha in mente e che sta tentando di fare. Bisogna vedere se l’offensiva russa è resiliente abbastanza da proseguire la marcia sino a queste due città chiave».
Vuol dire che non tutto è perso sul fronte orientale, guardandola dal punto di vista di Kiev e di Washington?
«Certo. Le forze di Volodymyr Zelensky hanno bisogno di rifornimenti veloci in termini di armamenti e munizioni, più veloci di quanto lo siano stati sino ad oggi, e più imponenti di quanto siano state le armi giunte sul fronte sino a questo momento».
Può essere più preciso in termini di entità e tipologia di armamenti?
«Serve innanzitutto che l’Occidente invii pezzi di artiglieria di lunga gittata, obici che siano in grado di avere traiettorie più lunghe, missili da crociera e i sistemi “High to Medium Air Defense”, si tratta di un gruppo di armi e tattiche antiaeree che hanno a che fare con la difesa contro minacce da alta a media quota, principalmente aerei e missili. Gli americani, ad esempio, hanno in dotazione gli MIM-104 Patriot e gli MIM-23 Hawk, ma penso anche agli Himars. Con queste dotazioni gli equilibri sul campo possono cambiare conferendo un vantaggio tattico-strategico sui russi».
Viene da chiedersi però per quale motivo Biden e i suoi alleati non abbiano mandato prima tali armamenti. Non erano a conoscenza delle dotazioni e della capacità militare dei russi?
«La mia opinione è che tutto il mondo si aspettava che questa guerra sarebbe stata chiusa in poco tempo con la Russia vincitrice. Abbiamo preso coscienza solo a conflitto iniziato e in maniera graduale che gli ucraini erano ben preparati, che non erano quelli del 2014. Al contempo non potevamo immaginare che i russi avessero tali falle, che l’obsolescenza di parte dei loro armamenti fosse così rilevante. Credo quindi che, dando per scontato l’equilibrio sul campo a favore di Mosca, nessuno pensava che avremmo ingaggiato una corsa al riarmo dell’Ucraina. Ma ora dobbiamo rafforzare il nostro sostegno».
I russi possono essere fermati anche in Donbass?
«Con l’equipaggiamento adeguato il Donbass può essere difeso, quanto meno si possono arginare i russi. Con le armi giuste è anche possibile riprendere qualche territorio».
Cosa pensa dell’esortazione di Henry Kissinger alla cessione di territori da parte dell’Ucraina per terminare la guerra senza catastrofi?
«Conosco Kissinger, ho avuto diversi contatti con lui durante la mia carriera e lo rispetto immensamente. Ma questa volta non posso essere più in disaccordo. Il comportamento da lui suggerito non porta a nessun tipo di vantaggio. Nel 2008 la Russia ha invaso la Georgia e siamo stati a guardare, nel 2014 la Russia ha invaso due volte l’Ucraina e non siamo stati in grado di fornire una risposta adeguata. Prima di questa guerra abbiamo avvertito Putin delle conseguenze di un’invasione, lui è andato avanti lo stesso. Ora abbiamo l’opportunità di fare le cose per bene dopo tre errori, e di ripagare Putin con la sua stessa moneta».
Come ne uscirà la Nato? L’Ucraina potrà mai esserne membro?
«Sino a quando ci saranno forze russe sul territorio ucraino Kiev non potrà mai essere membro Nato, lo stesso motivo per cui non lo è diventata la Georgia. Dobbiamo aiutare l’Ucraina cacciare i russi».
(da la Stampa)

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COME I LITUANI HANNO RACCOLTO 5 MILIONI DI EURO PER UN DRONE DA DONARE ALL’UCRAINA

Maggio 29th, 2022 Riccardo Fucile

LA COLLETTA LANCIATA DA UN GIORNALISTA TV

Andrius Tapinas ha deciso di aiutare l’Ucraina comprando un drone militare di fabbricazione turca attraverso il suo canale Tv Laisves (Libertà) con diverse donazioni anche da 10 euro
Tutto parte da un anchorman tv lituano che, mercoledì scorso, ha lanciato un’iniziativa per comprare un drone all’Ucraina, necessario per difendersi dall’invasione dei russi di Putin. I cittadini hanno risposto al suo appello, alla sua raccolta fondi e, in soli tre giorni, sono stati raggiunti i 5 milioni di euro (circa 3 milioni sono gli abitanti del piccolo Stato baltico). Il denaro raccolto servirà per acquistare un drone Bayraktar, di fabbricazione turca.
Ad avere quest’idea è stato un noto anchorman televisivo lituano che ha fondato Tv Laisves (Libertà), Andrius Tapinas. Molte donazioni sono state «tra i 10 e i 500 euro». «Semplicemente wow!», è stato il commento del governo ucraino. «Non dimenticheremo mai cosa avete fatto per noi su così tanti fronti. Aciu (grazie in lituano, ndr) a ogni lituano che ha donato, il tuo regalo sarà usato per un buono scopo», ha twittato Kiev. Tapinas ha detto di essere «follemente orgoglioso» di quello che è successo, del risultato ottenuto, e così in serata ha dedicato una trasmissione tv alla sua iniziativa. «Tutti i 5 milioni saranno trasferiti al ministero della Difesa lituano, il cui viceministro andrà la prossima settimana in Turchia per un protocollo d’intenti» per l’acquisto del drone. Con questo tipo di strumento militare sono state distrutte da Kiev due motovedette russe vicine all’Isola dei Serpenti.
(da agenzie)

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SCHIFANI E’ RIUSCITO NELL’IMPRESA DI “ASSEGNARE” A BERLUSCONI L’OSCAR DELLA LEGALITA’ E DELL’ANTIMAFIA

Maggio 29th, 2022 Riccardo Fucile

FA GIA RIDERE COSI’

“Forza Italia è stato un partito che il contrasto alla criminalità organizzata lo ha potato avanti con i fatti. Se c’era un uomo che meritava l’Oscar alla legalità e all’antimafia, quell’uomo doveva essere Silvio Berlusconi”. Così il senatore di Forza Italia Renato Schifani, intervenendo nel corso dell’evento per la presentazione dei candidati Azzurri impegnati nelle elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale di Palermo all’hotel San Paolo Palace.
“Patenti di moralità non ne accettiamo”, ha proseguito poi nel suo breve discorso. “Sono le solite polemiche messe in giro da chi sa di perdere e non ha altro su cui confrontarsi. Ci si confronti sui programmi. Noi sulla legalità non abbiamo nulla da rimproverarci, anzi abbiamo fatto molto più di quello che hanno fatto altri, e mi riferisco alla sinistra, quando erano al governo”.
Non contento, poi, Schifani ha proseguito asserendo che Berlusconi sia “vittima di persecuzione giudiziaria”, concludendo il suo discorso con un attacco al M5Stelle al reddito di cittadinanza: “Noi abbiamo bisogno di altro, di guardare a chi lavora, al commerciante all’imprenditore che rischia. Siamo il partito che ha ridotto le tasse – ha aggiunto – e aumentato le pensioni minime, che ha puntato sulla flat tax alle imprese, che ritiene che i posti di lavoro debbano essere stabili e nascere dalle imprese”.
L’ex presidente del Senato, con queste parole, ha rinnovato il refrain che Forza Italia continua a propagandare da oltre vent’anni.
Tra i promotori delle associazioni “di buon governo” da cui è poi nata la struttura organizzativa del partito, c’era Marcello dell’Utri, personaggio lambito da vicende giudiziarie per rapporti di vicinanza con ambienti di Cosa Nostra.
Condannato nel 2018 in primo grado – a dodici anni – nell’ambito della trattativa Stato-Mafia, anche se poi assolto nel 2021 per non aver commesso il fatto, l’ex senatore palermitano è stato il gancio che ha fatto conoscere Vittorio Mangano a Silvio Berlusconi.§
Mangano ha svolto presso la villa brianzola del Cavaliere il ruolo di tuttofare (era soprannominato “lo stalliere di Arcore”) e lui sì, è stato riconosciuto come mafioso e pluriomicida. La vita professionale e privata di Berlusconi è stata quindi quantomeno opaca rispetto ai suoi rapporti con Cosa Nostra e alcuni aspetti non sono mai stati, del tutto, chiariti. Proporre, quindi, come fa Schifani addirittura un Oscar alla legalità per il Cavaliere sembrerebbe quantomeno inopportuno.
(da NextQuotidiano)

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GLI OLIGARCHI RUSSI DISATTIVANO I LOCALIZZATORI DEGLI YACHT PER AGGIRARE LE SANZIONI

Maggio 29th, 2022 Riccardo Fucile

THE OBSERVER DENUNCIA: “ALMENO SEI SUPER YACHT DIVENTATI INVISIBILI”… IL 10% DI IMBARCAZIONI DI LUSSO NEL MONDO SONO DI RUSSI

Gli oligarchi russi cercano di evitare le sanzioni occidentali per i loro mega-yacht: disattivando il sistema di identificazione automatica (AIS) a bordo dell’imbarcazione, i miliardari impediscono di rendere nota l’esatta posizione dello yacht. In questo modo, li rendono “invisibili” e riescono così ad aggirare le sanzioni.
Un’inchiesta della testata britannica The Observer ha rilevato che sono almeno sei i “super yacht” riconducibili a oligarchi russi che, dopo esser stati colpiti dalle sanzioni di Londra, “sono diventati invisibili” per i sistemi di localizzazione oceanica e, si legge, gli esperti hanno segnalato un aumento degli yacht che stanno disattivando l’AIS con il probabile intento di sfuggire alle sanzioni.
Stando a quanto scoperto nel corso dell’inchiesta, tra i super yacht diventati irrintracciabili da più di un mese ci sarebbero il Clio da 72 metri legato all’industriale Oleg Deripaska, il Galactica Super Nova da 70 metri legato all’oligarca Vagit Alekperov e l’Ocean Victory da 140 metri legato invece a Viktor Rashnikov. Nel mondo si contano circa 9.300 super yacht in totale, per un valore complessivo di circa 60 miliardi di euro: di queste imbarcazioni, si stima, circa il 10% sarebbe di proprietà di russi.
(da agenzie)

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ANCELOTTI ENTRA NELLA STORIA DEL CALCIO: 4 CHAMPION E 5 CAMPIONATI IN 5 STATI DIVERSI, NESSUNO COME LUI

Maggio 29th, 2022 Riccardo Fucile

LE PAROLE DI “CARLETTO” DOPO LA VITTORIA CONTRO IL LIVERPOOL: “IL BEL GIOCO? NON MI SEMBRAVA IL CASO”

Una volta Maradona disse a Sacchi: “Ma nel tuo Milan corre forte anche Ancelotti?”. Arrigo rispose: “No, pensa veloce'”. Dal campo alla panchina, non è cambiato “Carlo Magno”, l’allenatore che ha vinto i 5 più importanti campionati europei e la quarta Champions. Pensa più veloce degli altri.
Nei quarti contro il Chelsea, sotto di 3-0, ha azzeccato i cambi che hanno permesso al Real di portare a casa la qualificazione. Nella sfida con il City ha tirato fuori dal cilindro Rodrygo, “l’hombre del partido”.
Nella finale con il Liverpool ha lasciato da parte gli orpelli estetici: “Il bel gioco? “Rischiare di uscire da dietro palla al piede con il pressing della squadra di Klopp non mi sembrava il caso. Vinicius ha fatto gol, Courtois ha parato: finita la gita”. I detrattori lo accusano: “Più cul…atello che anima”.
Ci convive da una vita Ancelotti con lo scetticismo e le accuse, le più violente. A Torino, sponda bianconera, una frangia di pseudo-tifosi lo fulminò: “Un maiale non può allenare” (e lui: “Una grave mancanza di rispetto nei confronti del maiale, animale nobile”).
A Napoli, dove “alcuni scienziati” dissero che era arrivato “solo per trovare lavoro al figlio”, fu accusato di non essere un “domatore”: “I presidenti mi invitavano a usare la frusta. Ho sempre risposto: non la so usare. Dipende dal carattere, se usassi la frusta non sarei credibile”.
Dopo la parentesi Everton era finito sul carrello dei bolliti: “Sa vincere solo con le grandi squadre”, dicevano. Ancelotti si è preso la rivincita, eliminando a una tutte le rivali (Psg, Chelsea, City e Liverpool) più accreditate per la vittoria finale della Champions.
È stato sempre dato per finito troppo presto, Carletto. “Con quel ginocchio che si ritrova abbiamo dato una sòla al Milan”, dissero alla Roma quando Ancelotti passò alla corte di Sacchi che convinse Berlusconi a comprarlo nonostante i problemi al ginocchio.
Inutile dire che poi con il Milan vinse tutto. Nel calcio conta la testa, pensare più veloce degli altri, avere grandi calciatori. “Il calcio è semplice”, sostiene Ancelotti: “Le statistiche rilevanti sono solamente due: i gol fatti e i gol subiti…”. Avercene di “bolliti” così.
(da Dagoreport)

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