Settembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
“ELLY HA CAPITO CHE BISOGNA RICONNETTERE IL PD AL MONDO REALE E TENERE APERTO IL PARTITO”
L’ex segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani difende
Elly Schlein. Il politico emiliano dice che «occorre darsi una svegliata». Partendo da un punto: «Quelli della mia generazione e limitrofe – politici, commentatori, giornalisti – cambino le lenti agli occhiali. E le scelgano almeno bifocali. In Italia c’è un salto generazionale sul piano culturale, politico e di linguaggio che non si può ignorare».
Se i commentatori avessero le lenti giuste e guardassero Schlein dal basso verso l’alto invece del contrario, «si accorgerebbero che le perplessità di una parte delle nostre generazioni sono la speranza delle nuove», spiega a la Repubblica. Secondo Bersani c’è un pezzo di establishment che tratta la nuova segretaria del Pd come «una macchietta».
L’establishment
Lei, in compenso, «ha capito due cose: bisogna riconnettere il Pd al suo mondo reale e potenziale, rispetto al quale c’è stato uno scisma profondo. E poi costruire un campo dell’alternativa, tenendo aperto il partito. Io mi iscrissi al Pci quando Berlinguer disse: entrate e cambiateci. Perché non sia un flatus voci, una chiacchiera, bisogna spazzare via questa stupidaggine della dialettica fra moderati e radicali, che è ridicola davanti a una destra-destra che affossa il Paese. Si tratta di posizionamenti interni che spariscono quando si affrontano questioni come lavoro, sanità, diritti, armi». Quello del Pd diviso ed esitante, secondo Bersani, «è il solito argomento della destra. Ma se si gareggia a propagande contrapposte, vincono loro», aggiunge nel colloquio con Giovanna Vitale.
Le alleanze
A Bersani piace che Elly «non si lasci provocare da punzecchiature, prese di distanza, polemiche. Mantiene un profilo unitario. Bene, deve tirare dritto». Ma nella costruzione del campo delle alleanze per le elezioni europee «siamo in ritardo». Poi prova a indicare la ricetta: «Primo: volerlo. Secondo: partire da quel che più unisce. Terzo: lavorare per rendere compatibile quel che ti differenzia. Abbiamo sempre fatto così: l’Ulivo, l’Unione… In Europa accade ovunque servano alleanze per governare». Bersani è convinto che «fra Pd, 5S e Avs una quadra si trova. Poi però occorre l’altro filone, quello liberal-democratico. In passato abbiamo avuto come alleati Maccanico, Dini, non certo suppellettili. Una minoranza, tuttavia preziosa. Calenda non vuole? Dovremo trovare qualche altra soluzione».
Calenda e Renzi
Una soluzione che però non contempli Italia Viva: «Renzi sta andando dove l’ha sempre portato il cuore». Mentre su Calenda Bersani dice di trovare alcune posizioni condivisibili: «Il problema è che sembra non voglia mai tenere i piedi alla sera dove li ha messi la mattina».
E questo perché «semplicemente ritiene che ci possa essere un centro che dirige il traffico. E non capisce che ormai in tutto il mondo chi sta un po’ di qua e un po’ di là finisce per essere visto come il servo di due padroni».
(da agenzie)
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Settembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
“LA PUBBLICITA’ E’ POLITICA ESTREMA, I FIGLI SOFFRONO DI PIU’ A VEDERE I GENITORI LITIGARE”
A Oliviero Toscani lo spot di Esselunga non è piaciuto. Secondo il fotografo ideatore delle campagne per i Benetton comincia il suo ragionamento con una premessa: a lui Dio, patria e famiglia non sono mai piaciute. E nell’intervista rilasciata a Simonetta Scandivasci per La Stampa spiega che il commercial con la pésca lo ha trovato «retrogado. Anzi, peggio: vecchio».
Secondo Toscani nello spot «c’è una precisa presa di posizione e la si vede dalla scelta dei personaggi. C’è una madre rancorosa, arrabbiata. E un padre farfallone. Siamo spinti a pensare che la colpa sia di lei. E, soprattutto, che la separazione sia un male. E che faccia soffrire sia la figlia che i genitori».
Il divorzio come nuova vita
Toscani aggiunge che ha divorziato tre volte, quindi è un esperto. «Posso garantire che nessuno si lascia a cuor leggero e senza soffrire. Ma garantisco anche che tutti i figli di genitori separati soffrono molto di più a vederli litigare che a non vederli più insieme. Perché nessuno racconta mai questo? Eppure è un fatto che esiste, è un dato, una rilevazione, una cosa su cui tutti i figli di divorziati che conosco concordano. Perché nessuno racconta mai che chi si separa lo fa perché si vuole bene, e si dona una nuova vita?», aggiunge. E risponde: «Perché lo spot è scritto da uomini. Che infatti assolvono il maschio e appesantiscono la femmina».
La pubblicità e la politica
Secondo il fotografo «la famiglia può diventare tremenda. Per questo per farla non basta l’amore: cosa c’è di più azzardato dell’amore? Cos’è più rischioso, giocare a poker o innamorarsi?». Mentre i maschi italiani sono così violenti «perché sono allevati da madri che li ritengono irresistibili». Mentre la pubblicità può fare politica: «È il mezzo più avanzato per capire una società. Perché è fatta da tecnici che per cercare di vendere di più, studiano la società in maniera più profonda. Che poi il marketing non sia così intelligente è un altro discorso. Il linguaggio pubblicitario è pubblico e socio-politico in modo estremo. Non a caso le mie pubblicità hanno fatto incazzare il mondo e hanno cambiato la pubblicità e l’hanno messa in crisi».
(da agenzie)
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Settembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
LA PROCEDURA PER CONDOTTA ANTISINDACALE
La decisione del Tribunale di Milano sul caso Uber Eats ha una
portata storica: raramente una decisione ha cambiato, in un solo colpo, il destino di così tanti lavoratori e forse di un intero settore produttivo. Uber Eats nei mesi scorsi ha annunciato l’intenzione di abbandonare il mercato italiano e, come naturale conseguenza di questa scelta, ha risolto le migliaia di contratti di collaborazione che intratteneva con i propri rider. Questi rider non erano inquadrati come lavoratori dipendenti e, quindi, la Società non ha seguito le procedure che avrebbe, invece, dovuto applicare se lo fossero stati qualificati come subordinati: al posto di complicate e lunghe discussioni con il sindacato, ha potuto interrompere i rapporti di collaborazione mandando semplicemente una lettera.
Il Tribunale di Milano, all’interno di una procedura per “condotta antisindacale” avviata dalla CGIL, ha stigmatizzato la condotta della Società, sanzionando proprio le forme con cui è stato interrotto il rapporto con i fattorini: l’azienda, secondo il Giudice, non avrebbe dovuto saltare il confronto sindacale, ma avrebbe dovuto seguite le procedure previste per il licenziamento dei dipendenti, in quanto i rider sono solo formalmente autonomi ma, nella realtà quotidiana, svolgono prestazioni di lavoro dipendente. Il decreto del Tribunale arriva a questa conclusione analizzando le modalità concreto di svolgimento della prestazione e i vincoli cui sono soggetti i rider, che devono, quindi, essere inquadrati come lavoratori subordinati.
Le conseguenze
Le conseguenze che fa discendere il Giudice da questa ricostruzione sono molto pesanti. Prima di tutto, il Tribunale, riconosciuta la natura antisindacale della condotta aziendale, ordina alla Società di revocare tutti i recessi dai contratti di lavoro di coloro che svolgevano la prestazione di rider con account attivo il 14 giugno 2023. Migliaia di contratti che riprendono vita retroattivamente, e che dovranno – con tutta probabilità – essere riqualificati come rapporti di lavoro dipendenti, con dei costi enormi a carico dell’azienda. Ma il Giudice milanese non si ferma a questo: ordina alla Società di avviare con le organizzazioni sindacali le procedure di confronto previste dalla legge 234/2021 e quelle di licenziamento collettivo previste dalla legge 223/1991.
Le procedure
La prima delle due procedure è quella prevista dalla c.d. normativa anti-delocalizzazioni (legge 234/2021), che impone a chi vuole procedere alla chiusura di una sede, di uno stabilimento, di una filiale, o di un ufficio o reparto autonomo situato nel territorio nazionale, con cessazione definitiva della relativa attività e con licenziamento di un numero di lavoratori non inferiore a 50, di svolgere un approfondito percorso di esame congiunto. La seconda delle due procedure è quella ordinaria di licenziamento collettivo (legge 223/1991) che si applica ogni volta che una società ha almeno 5 esuberi. Una decisione che, per la portata e l’ampiezza dei suoi effetti, riporta alla ribalta la questione centrale che, dal caso Foodora in poi, si pone rispetto al lavoro dei rider: la difficoltà di inquadrare i lavoratori delle piattaforme digitali negli schemi classici del lavoro.
Il rapporto di subordinazione
Una difficoltà che spesso viene risolta fuggendo dalla subordinazione (solo poche imprese hanno accettato la sfida di assumere i rider, mentre la maggioranza degli altri operatori sperimenta soluzioni diverse). Una fuga che si scontra con la resistenza molto forte della giurisprudenza, che in modo costante – c’erano già dei precedenti, seppure non di questa portata – ricorda alle imprese del settore che alcuni paletti giuridici sono insuperabili.
(da Open)
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Settembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
IL DELIRANTE MESSAGGIO SU WATHSAP: “LA TESSERA COSTA 10-15 EURO MA LA PAGHIAMO NOI, NON DEVI POI FARE NULLA SALVO TRA UN MESE VOTARE PER FDI ALLE REGIONALI”
«Ciao a tutti, buongiorno, sono Gianluca Ascheri, il fidanzato di Serena Calcopietro, l’assessore di Ventimiglia. Adesso c’è necessità di iscriversi al partito di Fratelli d’Italia – Giorgia Meloni. Il costo di questa tessera è di circa 10/15 euro ma ci carichiamo noi della spesa, quindi è completamente gratuita per voi».
E’ il contenuto del messaggio audio, inviato su Whatsapp da Gianluca Ascheri, figlio dell’ex assessore Gianni, pubblicato sul sito online del Secolo XIX. Un messaggio dal contenuto esplicito, in cui Ascheri chiede ad amici e conoscenti di tesserarsi, gratuitamente visto che il costo della tessera è, come sottolinea, a carico suo, per un motivo ben preciso. «Appunto si è iscritti al partito di Fratelli d’Italia per un anno, non vincola nessuno a far niente, se non, tra un mesetto, ci sarà da andare a votare le persone che rappresentano il partito a livello regionale e provinciale – spiega . Quindi tra un mesetto bisognerà andare a Sanremo, magari andiamo tutti insieme, così poi ci mangiamo anche una pizza e bisogna fare queste votazioni. Tutto questo perché ci sono buone possibilità che Serena eventualmente possa essere anche candidata in Regione, sempre nella lista di Fratelli d’Italia. Quindi chiediamo il vostro aiuto, fatemi sapere».
Il messaggio si conclude con le indicazioni pratiche: «Mi occorre la fotocopia, la foto anche su whatsapp va bene, della carta di identità davanti e dietro e un indirizzo mail dove vi arriverà la tessera di Fratelli d’Italia».
(da agenzie)
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Settembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
RESTANO IN CARCERE FINO AL PROCESSO
Due giovani italiani sono stati arrestati all’Oktoberfest a Monaco
di Baviera per aver fatto il saluto nazista. I due, entrambi ventiquattrenni, provenienti dalle provincie di Isernia e di Matera, verso le 17.45 di mercoledì 27 settembre si trovavano con amici in uno dei viali della famosa festa della birra quando hanno iniziato a provocare sconcerto e dissenso tra i presenti esibendosi nell’Hitlergruss (“saluto di Hitler”, in tedesco) a braccio alzato, e «filmandosi a vicenda con i loro smartphone e applauditi dai compagni», come ha dichiarato la polizia di Monaco in un comunicato. Entrambi sono stati trattenuti dal servizio di sicurezza dell’Oktoberfest fino all’arrivo degli agenti che li hanno arrestati.
Poiché nessuno dei due ha una residenza permanente in Germania, la Procura di Monaco ha poi confermato la detenzione per evitare il pericolo di fuga. In Germania il saluto a mano tesa è vietato dalla legge e punibile con fino a tre anni di reclusione o una multa di varia entità, a discrezione dei giudici.
Oggi i due sono stati portati davanti al giudice istruttore che ha convalidato l’arresto e disposto il mantenimento della misura cautelare fino al momento del processo, la cui data non è ancora stata fissata.
La magistratura di Monaco è particolarmente severa in casi come questo, tende a condannare a multe elevate perché si ritiene che se il saluto nazista è inaccettabile in tutta la Germania lo è particolarmente in quella che fu «la capitale del movimento nazional-socialista».
(da agenzie)
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Settembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
SABATO ANDRA’ ALLE URNE TRA DISINFORMAZIONE E IL RISCHIO DI UNA SVOLTA FILORUSSA
Sabato la Slovacchia va al voto per rinnovare il parlamento e i sondaggi prevedono un serrato testa a testa tra il partito liberale Slovacchia Progressista e i socialdemocratici dello Smer di Robert Fico, leader populista e russofilo.
A Bruxelles la tensione è alta e c’è chi teme un cambio di maggioranza e di sensibilità a Bratislava, finora considerata un solido alleato nel fronte europeo anti-Mosca. “Siamo un paese pacifico. Non invieremo una sola munizione all’Ucraina”, ha detto Fico la scorsa settimana durante un comizio. La sua linea è identica a quella di Viktor Orbán, spina nel fianco del blocco a 27 che è più volte riuscito a fiaccare la portata delle sanzioni contro la Russia – dopo averle a lungo ritardate – e a minare l’unità del sostegno all’Ucraina. A complicare le cose, il fatto che la Slovacchia sia con Polonia, Ungheria, Romania e Bulgaria, uno dei cinque paesi europei che avevano minacciato l’embargo sui cereali importati dall’Ucraina, la scorsa settimana, prima di trovare un accordo con Kiev. Una decisione dettata dal timore di essere inondati da cereali a basso costo che avrebbero danneggiato i produttori locali e il mercato interno.
Chi è Robert Fico?
Ex membro del Partito Comunista, reinventatosi socialdemocratico dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il 59enne Robert ha ricoperto l’incarico di primo ministro della Slovacchia per ben due volte. È considerato un nazionalista populista di sinistra, con una visione conservatrice della società, fortemente contrario all’immigrazione e strenuo sostenitore delle necessità di un aumento della spesa sociale. Sebbene al Parlamento europeo il suo partito sieda nel gruppo dei Socialisti e Democratici, i suoi alleati lo hanno allontanato a seguito dello scandalo scoppiato nel 2018 dopo gli omicidi in stile mafioso del giornalista investigativo Ján Kuciak e della sua ragazza, Martina Kušnírová. Kuciak stava indagando sulle presunte connessioni tra la ‘Ndrangheta calabrese e membri del governo guidato dallo stesso Fico. L’allora premier fu costretto a dimettersi e quell’evento sembra aver cambiato la sua traiettoria politica: da leader pragmatico, che non aveva mai messo in dubbio gli obblighi nei confronti dell’Ue e della Nato, Fico si è progressivamente trasformato in alfiere della propaganda di Mosca. Grazie a questa implacabile campagna di disinformazione, secondo il think tank Globsec di Bratislava, più della metà della popolazione ritiene che l’Occidente sia responsabile della guerra e il sostegno all’adesione alla Nato è sceso al 58%.
Rischio ‘deriva’ ungherese?
Se finora i sondaggi più recenti davano allo Smer uno stretto vantaggio su Slovacchia Progressista (PS), un partito di centrosinistra moderato, le ultimissime rilevazioni hanno rovesciato le prospettive, collocando quest’ultimo al 18% e il partito di Fico al 17,7%. In ogni caso, quella che ci si attende è una vittoria sul filo di lana. Su un punto però gli osservatori concordano, quelle di sabato si prospettano come le elezioni più imprevedibili della recente storia politica slovacca e rischiano di essere pesantemente condizionate dalla disinformazione. Ad oggi, secondo l’analista politica Katarína Klingová, la maggioranza degli slovacchi nutre “totale sfiducia” nei partiti e nel governo. Una situazione aggravata dalla pandemia di Covid, dall’inflazione e della guerra, ma da cui il leader di Smer – che in campagna elettorale ha contribuito a diffondere teorie del complotto e accuse all’Occidente in tutto e per tutto simili a quelle del Cremlino – ha indubbiamente tratto vantaggio. Secondo Klingová, attualmente in Slovacchia ci sono oltre 280 siti web e portali che diffondono disinformazione, insieme a più di 1700 pagine e gruppi Facebook. Un ecosistema di fake news che in molti casi ha origini ‘nazionali’, anche se collegamenti diretti e indiretti con Mosca sono tutt’altro che da escludere.
Largo ai giovani?
Secondo gli osservatori, la possibile vittoria di Fico potrebbe spostare la Slovacchia nell’orbita di Budapest, aumentando le prospettive di una brusca virata in politica estera e trasformando il paese in una “seconda Ungheria”. E questa è una parte importante della posta in gioco. In un momento in cui le opinioni pubbliche europee e americane sono attraversate da un crescente sentimento di stanchezza per il protrarsi della guerra e dei suoi effetti, si tratta di un rischio che preoccupa Bruxelles. Ma a ben guardare, anche se dovesse vincere le elezioni, a differenza di Orbán, il cui partito Fidesz governa in Ungheria con la maggioranza assoluta, lo Smer di Fico godrà di un risicato vantaggio e per formare una coalizione dovrà appoggiarsi a partiti europeisti o estremisti filorussi. In entrambi i casi non si tratterebbe di maggioranze solide e questo suggerisce che la scena politica slovacca, che ha avuto cinque primi ministri negli ultimi cinque anni, potrebbe rimanere instabile ancora a lungo. Inoltre, se c’è una cosa che gli slovacchi hanno dimostrato negli ultimi anni – soprattutto quelli delle generazioni più giovani – è che sono fermamente pro-europei. E come sottolinea oggi il quotidiano Politico “è difficile immaginare che le stesse persone che sono scese in piazza nel 2018 e hanno cacciato Fico dal potere resteranno a guardare il loro paese seguire la deriva dell’Ungheria”.
(da Ispi)
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Settembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
SOVVENZIONARE IL PROVVEDIMENTO CON UNA CORPORATE TAX DEL 23%
Per combattere le crisi e proteggersi da eventuali shock
asimmetrici, l’Unione europea dovrebbe creare un sistema di welfare comune che possa assicurare un reddito di cittadinanza alle fasce più deboli della popolazione. Questo intervento potrebbe essere finanziato in maniera proporzionale dai diversi Stati membri, ma anche istituendo una ‘corporate tax’ comunitaria che finisca direttamente nel bilancio comune. L’idea è stata proposta da Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps e attualmente docente all’Università degli studi Roma Tre, intervenendo a un dibattito sul Salario minimo organizzato al Parlamento europeo dall’europarlamentare del Movimento 5 stelle, Sabrina Pignedoli.
L’idea di portare “un reddito di cittadinanza europeo, ha un obiettivo non solo di costituzione di un germoglio del welfare europeo, ma anche quello di stabilizzazione degli shock asimmetrici eventuali che si verificano in ogni crisi in Europa”, ha detto il professore. “Quando c’è una crisi i Paesi che sono già in deficit devono anche aumentarlo per coprire i costi sociali di povertà e disoccupazione”, come è successo ad esempio alla Grecia durante la crisi. Atene “si è trovata nei guai ha dovuto fare proprio questo”, peggiorando di fatto la situazione, fino a quando la Commissione “ha preteso di imporre nuovamente dei limiti di bilancio”. Se la Grecia avesse però potuto accedere a un fondo europeo sostenuto da tutti, avrebbe potuto affrontare con più facilità la situazione, così come è successo per diversi Paesi membri durante la crisi del Covid, che hanno potuto accedere al Sure, il programma temporaneo di prestiti varato dalla Commissione europea, per finanziare misure come la cassa integrazione e attenuare i rischi di disoccupazione.
Per Tridico servono “meccanismi automatici di stabilizzazione” e il reddito di cittadinanza europeo “è esattamente questo, se pagato attraverso trasferimento centralizzato da parte di Bruxelles con finanziamenti che si raccolgono attraverso tutti gli Stati membri a seconda del loro peso” economico, e poi la distribuzione dei fondi avverrebbe “sulla base del bisogno, della povertà, dei tassi di disoccupazione” di ogni nazione. L’economista ha anche ipotizzato di istituire una ‘corporate tax’ europea, una tassa sui profitti delle società, per finanziare la misura. “Questa imposta è diminuita a livello europeo negli ultimi 30 anni in media del 45%. In Italia nel 1990 era del 50%, oggi del 24%. E la diminuzione è avvenuta in tutti i Paesi, con una competizione al ribasso per attirare capitali.
E così adesso alcune aziende addirittura si spostano dal sud Europa non in paradisi fiscali come Panama, ma in Stati europei che offrono corporate tax di poco superiori allo 0%”, ha denunciato l’ex presidente dell’Inps. Secondo i calcoli di Tridico se Bruxelles imponesse a tutti gli Stati una corporate tax minima del 23% (quindi inferiore anche a quella italiana), “che è l’attuale media del blocco, potrebbe incrementare il bilancio comune del 2% e avrebbe soldi a sufficienza per pagare il reddito di cittadinanza a livello europeo”.
(da europa.today.it)
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