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LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI: VERDINI VIOLA I DOMICILIARI E RESTA LIBERO, SE FOSSE STATO UN POVERO CRISTO SAREBBE TORNATO IN GALERA

Settembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

IL PM LIMA: “I COLLETTI BIANCHI SI SALVANO SEMPRE”… “UNA SIGNORA CHE HA RUBATO 3 UOVA DI PASQUA E’ STATA CONDANNATA A 4 ANNI E MEZZO DI CARCERE, CHI EVADE L’IRPEF FINO A 100.000 EURO NON NE RISPONDE PENALMENTE, QUESTA E’ L’ITALIA”

L’ex senatore Denis Verdini, da condannato che sconta la pena ai domiciliari, può circolare per Roma come un turista qualsiasi e incontrare in un ristorante un sottosegretario di governo.
Un tunisino che vende a 20 euro un Rolex patacca al mercato finisce in carcere per due anni e mezzo. È il doppio binario della giustizia italiana. Felice Lima, sostituto procuratore generale a Messina, lo descrive così: “La nostra giustizia penale non è uguale per tutti. È concepita e applicata da decenni come uno strumento di controllo sociale, operato dalle classi dirigenti in danno delle classi più povere ed emarginate”.
L’analisi di Lima prescinde dal caso Verdini: “Non intendo commentare nessun procedimento specifico: trovo deplorevole giudicare processi di cui non si conoscono gli atti”.
E d’altronde il “doppiopesismo” della giustizia italiana non è una scoperta di queste ore. Il pm anticorruzione di Napoli, Henry John Woodcock, affrontò l’argomento in un articolo pubblicato nel 2018 sul Corriere del Mezzogiorno: “Nel nostro sistema opera un doppio binario che rende celerissimi i processi contro la criminalità di strada e molto meno celeri, a volte tartarugheschi, quelli contro i colletti bianchi”.
Nel gennaio 2021, Verdini viene scarcerato, dopo soli 80 giorni di detenzione, per un focolaio Covid nel penitenziario di Rebibbia.
L’altro ieri il ras delle coop del “Mondo di mezzo”, Salvatore Buzzi, è stato scarcerato dopo un anno (la Cassazione ha definito illegittimo l’ordine di esecuzione del suo arresto).
Nelle stesse ore in cui il governo approva il decreto Caivano, che rende più facile il carcere per i minori, la memoria corre a M. M., baby boss delle paranze di Napoli, in carcere da quando ha 16 anni: potrà chiedere i domiciliari nel 2028, quando ne avrà 35.
“Questo governo”, commenta Lima, “aveva promesso rigore ed effettività della pena. In realtà, grazie alle sue leggi, potremo punire i rave party, ma non un funzionario corrotto che sia stato condannato a meno di 4 anni, perché potrà usufruire dell’affidamento al servizio sociale. Del quale, invece, dovrebbe usufruire un ragazzo non scolarizzato, cresciuto ai margini della società, e non un magistrato che si vende una sentenza, per fare un esempio. Ma d’altronde i servizi sociali, come pena alternativa, furono introdotti per il ministro Tanassi durante lo scandalo Lokheed, negli anni ‘70”. Un altro tassello del doppio binario. “Ogni singola violazione del reddito di cittadinanza – continua Lima – finisce con enfasi sui giornali, ma nessuno dice che in Italia evadere l’Irpef fino a 100mila euro l’anno non è reato: possiamo permetterci di non processare chi in 6 anni evade 600mila euro di tasse. Puniamo chi ruba un motorino, chi accoltella una persona per rapina, ma se fai crollare un ponte perché non hai tenuto la manutenzione, e muoiono decine di persone, la punizione sarà più difficile”.
La popolazione carceraria è composta per la stragrande maggioranza da tossicodipendenti ed extracomunitari. “Non è un caso – commenta Lima – Il legislatore ha fatto una scelta. Il nostro sistema penale è classista e razzista: punisce gli emarginati, i poveracci, ma salva quasi sempre i colletti bianchi. Il furto pluriaggravato è punito da 3 a 10 anni, la ricettazione da 2 a 8, la corruzione per l’esercizio della funzione da 1 a 6 anni. Questo dimostra che il legislatore ha fatto una scelta”.
E le conseguenze? “Cito sentenze che ho analizzato per lavoro: un tunisino condannato a due anni e mezzo per ricettazione, perché vendeva Rolex finti a 20 euro al mercato. Un imprenditore, che aveva omesso di versare all’Inps ben 2,9 milioni di contributi, punito con 9 mesi. E pena sospesa, quindi libero. Una signora, per un furto di tre uova di Pasqua in un supermercato è stata condannata a 4 anni e mezzo, ridotti a 3 con l’abbreviato. Un importante bancarottiere, pluricondannato in modo definitivo, tempo fa ha chiesto attraverso il suo avvocato di scontare l’affidamento in prova al servizio sociale in Kenya. Dove s’era trasferito prima della sentenza”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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SCHIAFFEGGIA LA FIGLIA DI 12 ANNI CHE HA INVIATO FOTO OSE’ A UN RAGAZZO: IL GIUDICE LA CONDANNA PER “MALTRATTAMENTI” A UN ANNO E SETTE MESI

Settembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

LA MADRE VA AL LAVORO PER MANTENERE DA SOLA TRE FIGLI, MA E’ UN’AGGRAVANTE DIRE ALLA FIGLIA PIU’ GRANDE DI BADARE AI DUE FRATELLINI PIU’ PICCOLI: SIAMO ALLA FOLLIA

Una donna ha dato uno schiaffo alla figlia di 12 anni che aveva inviato foto definite come “sexy” su Instagram. La ragazzina ha un graffio sul mento con una leggera perdita di sangue. E B.C., 40 anni, viene condannata a un anno e sette mesi di reclusione per maltrattamenti in famiglia.
La storia la racconta oggi l’edizione romana del Corriere della Sera. A pronunciarsi la prima sezione penale del tribunale della capitale. I giudici hanno sospeso la pena subordinando il tutto a un percorso di recupero da parte della donna.
Il pubblico ministero Eugenio Albamonte aveva chiesto tre anni di carcere. I maltrattamenti sarebbero cominciati nel 2012. All’epoca, durante un controllo dei servizi sociali, la donna accusò la figlia di non aver riordinato la casa. L’episodio dello schiaffo invece risale al 2016. «Ma davvero è possibile giudicare maltrattamento uno schiaffo dato alla figlia perché invia foto osé a uno sconosciuto?» si è domandato, durante l’arringa, il difensore dell’imputata.
Oltre all’episodio alla madre è contestato il peso psicologico addossato alla 12enne sulla necessità di occuparsi dei fratellini e della nonna, visto che l’imputata trascorreva la maggior parte delle giornate al lavoro. L’imputata ha cresciuto i suoi tre figli da sola.
Nel febbraio 2016 ha preso il cellulare della figlia e controllato il profilo Instagram. Scoprendo che aveva inviato numerose foto in pose sexy a un ragazzo. Un giovane mai individuato la cui età era di 19 anni.
(da agenzie)

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IN ITALIA C’E’ UNA MASSA DI SFIGATI DA RIEDUCARE

Settembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

IL SONDAGGIO SU GIOVANI E VIOLENZA SESSUALE: UNO SU CINQUE RITIENE CHE LE RAGAZZE LO PROVOCANO CON L’ABBIGLIAMENTO E NON RITIENE VIOLENZA TOCCARE LE PARTI INTIME SENZA CONSENSO

Una ricerca di ActionAid e Ipsos su un campione rappresentativo di 800 giovani tra maschi e femmine dice che per 1 adolescente su 5 le ragazze possono provocare la violenza sessuale con un abbigliamento o un comportamento provocante.
Il sondaggio dice che i giovani sono concordi nell’attribuire ai maschi, giovani (soprattutto in gruppo) e adulti, le responsabilità degli stupri.
Ma uno su cinque non riconosce come violenza toccare parti intime altrui senza consenso.
Pur indicando l’aggressione fisica come atto violento.
Per il 78% anche fare foto e video in situazioni intime e diffonderle è violenza. Secondo i ragazzi censiti non si denuncia per vergogna (62%), paura (55%) o perché lo si ritiene inutile (48%).
Tra i motivi per cui si diventa vittime di violenza, i giovani indicano al primo posto le caratteristiche fisiche (50%), poi l’orientamento sessuale (40%) e l’appartenenza di genere (36%). Secondo il campione quasi 1 rispondente su 3 sostiene che molte persone che si identificano come transgender stanno solo seguendo una moda. Maria Sole Piccioli di ActionAid dice oggi a La Stampa che «i dati confermano la necessità di occuparsi di violenza, non solo di bullismo e cyberbullismo».
(da agenzie)

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MAROCCO, IL TERREMOTO PIU’ FORTE NELLA STORIA DEL PAESE A MARRAKESH

Settembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

ALMENO 632 MORTI E 329 FERITI

È il terremoto più forte che abbia mai colpito il Marocco quello che si è verificato la scorsa notte nella regione di Marrakesh. Una scossa di terremoto di magnitudo 7 che ha iniziato a scuotere il terreno alle 23.11 di venerdì 8 settembre. I sismografi hanno individuato l’epicentro ai piedi della catena montuosa dell’Atlante nella provincia di Al Haouz, nella cittadina di Ighil, a 70 chilometri dal capoluogo. L’ipocentro è stato localizzato a 18,5 chilometri di profondità. Secondo le prime stime citate dall’emittente televisiva Al Arabiya il terremoto avrebbe provocato 93 morti. Ma il conto è rapidamente salito fino alla stima citata dalla televisione nazionale marocchina, di 632 morti e 329 feriti. Il primo bilancio ufficiale, citato dall’agenzia di stampa Agi, parlava di 293 morti e almeno 153 feriti. Le vittime sarebbero soprattutto nelle province di Al Haouz, Marrakech, Ouarzazate, Azilal, Chichaoua e Taroudant. Secondo quanto riportano i media locali la scossa si sarebbe sentita in tutto il paese, a Safi, Essaouira, Casablanca, Rabat, Sale’, Ke’nitra, Fe’s et Mekne’s. Ma anche nei paesi vicini, come la Mauritania, l’Algeria, Gibilterra. E addirittura fino in Portogallo. Video e filmati mostrano crolli e situazioni di pericolo.
«Le facciate crollavano, la gente dorme in strada»
Scene di paura si sono verificate anche a Rabat, nonostante la città disti 350 chilomentri dall’epicentro del sisma. Le persone sono uscite dalle case e si sono riversate in strada, temendo danni gravi. La terra ha tremato per circa 20 secondi. Le porte si aprivano e si chiudevano da sole mentre correvo giù dalle scale dal secondo piano, ha raccontato Hamid Afkir, insegnante a Taroudant, non lontano dall’epicentro. Ad un certo punto abbiamo sentito delle urla, ha spiegato una residente di Essaouira, 200 chilometri ad ovest di Marrakesh. La gente è in piazza, nei bar. «Tanti hanno preferito dormire all’aperto. Parti delle facciate dei palazzi sono crollate», ha aggiunto. Secondo lo US Geological Survey, la maggior parte della popolazione vive in strutture che sono «molto vulnerabili» ai terremoti. Vaste zone del Paese, compresa quella di Marrakesh, sono rimaste senza connessione internet.
I danni
L’agenzia di stampa Ansa fa sapere che nella medina di Marrakech le parti più fragili delle mura che circondano il centro storico sono crollate. Hanno ceduto anche alcune abitazioni. Nella piazza Jamaa el Fna è crollato il minareto di una piccola moschea vicino al “Café de France”. Si segnalano danni nella kasbah di Marrakech e crolli di abitazioni nella zona a nord est. In città nuova ci sono crepe nel campanile della chiesa cattolica di Gueliz. Crolli di facciate a Essaouira, sull’Oceano atlantico e a Ouarzazate, nel centro Sud. In migliaia si sono riversati per le strade della città nuova di Marrakech e nei vicoli della medina, in preda al panico. Elettricità e collegamento internet sono mancati a lungo. Il centralino dell’ambasciata italiana a Rabat ha ricevuto numerose chiamate soprattutto da parte di turisti che chiedono di rientrare a casa. Al momento gli aeroporti sono chiusi e riapriranno stamattina.
(da Open)

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E SE IL CALO DELLE NASCITE NON FOSSE UN PROBLEMA?

Settembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

I SOVRANISTI VOGLIONO SOSTENERE LA NATALITA’ A TUTTI I COSTI, SPESSO SULLE SPALLE DELLE DONNE… MA C’E’ CHI RITIENE CHE UN BOOM DELLE NASCITE NON SAREBBE PIU’ SOSTENIBILE

Nel formicaio, la regina depone anche più di cento uova al giorno. Fortunatamente non tutte le specie animali si comportano nello stesso modo. Almeno tra i vertebrati, l’evoluzione sembra anzi aver scommesso sul calo quantitativo della progenie.
Il numero di uova degli uccelli è irrisorio rispetto a quello della formica regina, e tra i mammiferi vi sono molte specie che fanno addirittura un solo figlio alla volta. Gli esseri umani poi, non paghi di fare un figlio alla volta, spesso si prendono cura di quel solo figlio senza farne altri nell’arco dell’intera vita, o addirittura scelgono di non riprodursi affatto.
Soprattutto nelle società in cui i diritti civili sono più avanzati, e in particolare in cui le donne hanno maggiore accesso all’istruzione e alla vita pubblica, il tasso di natalità è mediamente più basso (in Finlandia 1,3 figli per donna; nello Yemen 3,8). Un destino naturale – e culturale – porterà ineluttabilmente le società umane a riprodursi sempre meno? Gli sforzi natalisti dei governi europei sono completamente vani? Ma soprattutto, ha davvero senso disperarsi per il calo delle nascite? O forse il nostro giudizio dipende dall’ampiezza del punto di vista?
LE CONSEGUENZE DELLA BOMBA
Se si osserva il calo della natalità puntando lo sguardo sull’equilibrio del pianeta, si prova quasi un sollievo a immaginare che l’aumento esponenziale della popolazione mondiale non continuerà per sempre al ritmo frenetico degli ultimi decenni. Quando pensiamo invece alle conseguenze sul destino del sistema pensionistico nazionale e sulla cura degli anziani, tendiamo a preoccuparci di più.
Fare meno figli è sempre un segno di declino di una società, o è una conquista vitale che possiamo interpretare anche positivamente?
Che la sovrappopolazione umana possa essere un flagello per gli umani stessi non è una scoperta recente.
Il filosofo francese Henri Bergson nel 1932 avvertiva i suoi contemporanei: «Lasciate fare Venere e avrete Marte», ovvero se non si «razionalizza» la riproduzione umana su scala internazionale – proprio come si fa con il lavoro – scoppieranno guerre sempre peggiori.
Dagli anni Sessanta è stato sempre più evidente che le conseguenze più disastrose della cosiddetta «Population bomb» non investivano solo gli umani, ma tutte le specie viventi e le condizioni di vita planetarie.
IL PESO DEI BOOMER
La crescita demografica degli anni Cinquanta, quando in appena un decennio vennero alla luce mezzo miliardo di «boomer», è stata subito descritta come un segno positivo di gioioso entusiasmo e ottimismo. Oggi non pochi rileggono quel fenomeno come un flagello ambientale senza precedenti.
Il sovrappopolamento del pianeta si basava sull’idea di una crescita infinita, illusione che si rivela di anno in anno più disastrosa. I boomer oltretutto non sono tutti uguali, come non lo sono i cinque miliardi di esseri umani nati dal 1960 a oggi: già negli anni Sessanta si calcolava che i consumi di un bebè americano avrebbero pesato per l’ecologia planetaria 25 volte quelli di un bebè indiano.
Fare meno figli, soprattutto nei paesi che consumano di più, sembrerebbe insomma il modo migliore per far prendere fiato al pianeta. È quello che vedevano con chiarezza gli ecologisti negli anni Settanta, le cui lotte convergevano spesso con quelle per l’emancipazione femminile.
CONTRASTARE L’AUMENTO DEMOGRAFICO
Il primo candidato ecologista francese alle presidenziali, Réné Dumont, nel 1974 affermava che incoraggiare la natalità fosse addirittura «criminale», e proponeva l’eliminazione delle sovvenzioni statali dopo il secondo figlio.
Nello stesso anno – quindi poco prima della diffusione dei contraccettivi e della legge sull’aborto – alla conferenza Onu sulla popolazione che si tenne a Bucarest, le femministe ecologiste guidate da Françoise d’Eaubonne protestavano contro il «coniglismo fallocratico» e facevano appello allo sciopero internazionale della procreazione.
Senza adottare soluzioni così drastiche, il fondo delle Nazioni unite per la popolazione (Unfpa) lega la natalità sia all’emergenza climatica sia alla condizione delle bambine e delle donne. L’obiettivo dei programmi di istruzione femminile nei paesi in via di sviluppo ha infatti l’obiettivo esplicito di limitare l’aumento della popolazione.
Se una bambina non va a scuola, ha il triplo delle possibilità di essere data in sposa, e il tasso di natalità è ovunque più basso tra le donne con un livello di istruzione più elevato.
Lo sforzo dell’Onu è insomma volto a contrastare l’aumento demografico, fattore di minaccia per il clima globale ma anche sintomo di violazioni dei diritti femminili (spose bambine, stupro coniugale, mancato accesso all’educazione sessuale, alla contraccezione e all’aborto, ecc.).
L’ANGOSCIA DELLA DECRESCITA
L’affermazione di politiche non-nataliste sembrerebbe a questo punto un modo per prendere due piccioni con una fava, insomma, unendo gli sforzi per la giustizia ambientale a quelli per la giustizia riproduttiva, se non altro nei paesi del sud globale.
I paesi industrializzati sembrano invece sempre più angosciati dalla propria decrescita demografica: mentre la Cina ha da tempo abbandonato la politica del figlio unico, anche gli Stati Uniti e l’Europa assistono a sempre più diffusi rigurgiti pro-natalisti, che vanno dall’istituzione nostrana di un ministero per la Natalità, sino alle politiche turche e ungheresi per scoraggiare l’accesso delle donne all’istruzione universitaria, o agli incentivi russi per preservare la famiglia tradizionale e il «capitale materno».
CONTRO LA PAURA
La maggior parte dei discorsi natalisti o anti-natalisti hanno però un tratto comune, cioè di essere guidati dalla paura: i nativisti sono terrorizzati ad esempio che gli immigrati facciano più figli di loro, o che le donne si realizzino altrove che nel ruolo materno, o ancora che il sistema pensionistico tracolli; dall’altra parte, gli argomenti per il contenimento demografico sono guidati per lo più dalla cosiddetta «ecoansia», la paura della catastrofe ambientale imminente.
Forse occorre cambiare il nostro immaginario in modo meno mortificante, in entrambi i sensi.
Decidere se fare figli oppure no, a livello sia personale sia politico, può essere una decisione guidata dal desiderio, e non solo condizionata dalla paura? Si potrebbero sostituire i discorsi sinistri sulle culle vuote o sul declino morale delle giovani generazioni immaginando ciò che oggi, anche su un pianeta in rovina, può rendere davvero desiderabile fare più figli?
FARE PARENTELE
Dal lato opposto, è possibile difendere anche la scelta di fare meno figli senza fare appello ad altre paure, come quella di impoverire il pianeta, o sé stessi? Anziché presentare il calo della natalità come segno del tramonto di un paese, di mancata realizzazione personale, o di ecoansia millennial, esiste un modo per far sì che questa opzione sia vissuta in modo gioioso e desiderabile? È possibile trasformare il rapporto degli esseri umani alla propria discendenza, liberandola dall’idea di filiazione biologica e promuovendo altre forme di «parentele»?
Questi sono i discorsi più difficili, eppure i più urgenti da immaginare, non solo per rispondere alla crisi climatica, ma anche alle nuove richieste giuridiche delle famiglie omogenitoriali. Seguendo le visioni della filosofa californiana Donna Haraway, che ha coniato lo slogan «Fate parentele, non fate bambini!» (Make kins, not babies!), da anni sempre più famiglie si organizzano in modo più o meno «queer», moltiplicando le parentele non biologiche, spesso includendo altre specie con le quali si condivide lo stesso destino planetario.
Sono famiglie in cui si fanno meno bambini affinché tutti i bambini siano accuditi meglio, affinché tutte e tutti, crescendo, possano avere un accesso equo alle risorse ambientali, avendo la meglio sulla paura.
(da editorialedomani.it)

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DOPO IL CAMBIO DI DIRETTORI ABBIAMO LETTO IL GIORNALE E LIBERO, TRA CLICKBAIT, “MELONI MAMMA DI TUTTI” E LA NUOVA OPPOSIZIONE (MA A CHI?)

Settembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

IL GIOCO DELLE TRE CARTE DEI SOVRANISTI

Sembra dunque che l’agognata svolta “intellettuale” della Destra arrivi, come al solito, dai quotidiani. L’accoppiata Sallusti-Feltri da “Libero” a “Il Giornale” e l’innesto di Mario Sechi a “Libero”, che poteva limitarsi a una mera operazione di facciata, pare invece avere davvero rimescolato le acque.
Libero diventa romanocentrico e si appresta a somigliare a un “Il Foglio” in grande con l’ingresso di Pietrangelo Buttafuoco, Annalisa Chirico e Giordano Bruno Guerri: taglio-chic e salottiero ma col vantaggio dei grandi numeri (e l’editoriale vergato oggi dal neodirettore Sechi sembra dimostrarlo: attenzione alla politica estera così come “Il Foglio” ha fatto sin dal primo numero).
“Il Giornale”, in un ribaltamento di ruoli, sembra avere da oggi il compito di parlare alla pancia della gente, sostenuto però intellettualmente dalla splendida firma di Luigi Mascheroni, che ha tenuto alte le pagine culturali del quotidiano e che sarà ogni giorno in prima pagina: un “Morning Margarita” o un “French 75” – cocktail da mattina – a fare concorrenza al caffè di Gramellini (per me una vodka secca e a temperatura ambiente)
Per quanto riguarda le prime pagine quelle, per così dire “a regime”, strepitoso e provocatorio il primo titolo di “Libero”: “La mamma di ferro”, sottotitolo: “E Meloni difende Giambruno: ha parlato come mia madre”. Dopo le polemiche sul “familismo” il compagno, la sorella, il cognato, Mario Sechi e le sue celebri bretelle lanciano persino la madre del premier come “fonte” del nostro ordinamento.
Da “clickbait” il titolo dell’editoriale di Alessandro Sallusti: “Perché saremo di opposizione”, in cui si spiega che “Il Giornale” sarà un giornale di opposizione alla sinistra, e la mente un po’ vacilla prima di realizzare che Giorgia Meloni, al momento, tra accise ed Europa ha problemi a diventare voce governativa: l’opposizione conviene, anche se è una doppia negazione. Dalle prime pagine del primo giorno “Libero” sembra più croccante e provocatorio. “Il Giornale” promette tripli salti carpiati. Sarà divertente.
(da mowmag.com)

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VIAGGIO TRA CAIVANO E LE SALICELLE: TRA STUPRI, INCESTI E CAMORRA, REPORTAGE NELLA TERRA DELL’INFANZIA NEGATA

Settembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

SONO VITTIME DUE VOLTE… E’ RECORD DI ABUSI SUI MINORI. LE BAMBINE VENDUTE

Le luci si sono spente. La musica ha iniziato a suonare. Da lontano, voci neomelodiche riempiono quella culla di terra che quasi naturalmente il Vesuvio crea verso il mare.
Qualcuno di importante, stanotte, è stato scarcerato. Così il “piano bar della camorra” ha riaperto: spettacoli per tutto il quartiere, fuochi pirotecnici compresi, fino alle 3 del mattino. C’è chi si alza all’alba per andare a Roma a lavorare (è più facile arrivare lì che a Napoli, nonostante disti solo 14 chilometri) e si attacca, per combattere l’insonnia, al 112 e al 113, senza risposta.
E c’è invece chi a quell’ora si sta ritirando, dopo aver staccato dal turno e attraversato l’Asse mediano e tutti quegli svincoli che si perdono nel nero della campagna. Così vede spuntare, vicino a un capannone che vende cocomeri d’estate, due bimbe di 9-10 anni, anche se bimbe non sembrano esserlo da tempo. “È notte, mamma e papà lo sanno che state qui?”, dice Raffaele, dal finestrino dell’auto. “No”, rispondono. “Ma stu scem’ che vo’…”, ridendo tra loro. “E allora tornatevene a casa che è tardi”, rintuzza Raffaele. Le due scappano. Raffaele le segue con la coda dell’occhio, fino a quando non le vede riapparire sotto un lampione. Lì, due o tre motorini SH 300, senza il quale qui non sei niente, hanno preso a girare loro intorno, come le api col miele.
Le strade che separano i 29 blocchi di cemento armato che è difficile chiamare case, non hanno un nome: tutto è “via Salicelle”. Dal rione Salicelle di Afragola, il Parco Verde di Caivano dista quattro chilometri. Tutti quartieri figli di quella sciagurata legge 219, post sisma 1980, con cui arrivarono miliardi per costruire alloggi “temporanei” per 300mila terremotati che, da Napoli, vennero esiliati in questo squarcio di terra tolto alle campagne.
Qui abitano circa 8mila persone. I figli si fanno presto, in genere a 15 anni, in media 3 o 4, in un caso fino a 17. E spesso – come a Caivano – molti sono figli dei nonni, perché “si salta un giro”, nel rispetto della legge dello “ius primae noctis dei padri con le figlie”, come disse tempo fa il parroco, don Ciro Nazzaro.
Tutti sanno, da queste parti. Tutti sanno e fingono di non vedere, a differenza di Raffaele (e di un coraggioso cronista locale, Francesco Celardo, che scrive per missione, visto che non ha un contratto e viene pagato ogni 10 mesi a pezzo). Eppure la voce che si rincorre è sempre la stessa: “Quando c’erano Loro, chist’ cos’ co’i criatur’ non succedevano”. Loro sono i Moccia, non i signori di queste terre ma i “padroni”. Che, da lontano, da veri esponenti di una borghesia criminale più interessata agli appalti milionari e ai palazzi bene di Roma che a sporcarsi le mani con la droga, hanno tenuto l’ordine in questi quartieri-ghetto (e serbatoi di voti), tra Afragola e Caivano. Per anni.
Tutto grazie a una regola tramandata ai vari reggenti-manager della loro holding di Stato: i proventi di droga, usura ed estorsioni prima di tutto dovevano andare al sostegno alle famiglie di chi è libero tanto quanto di chi è detenuto, poi si pensa al guadagno.
“Questa è la lista che mi ha dato lui…”, diceva in un’intercettazione il reggente di uno dei due sotto-clan delle Salicelle, Mariano Barbato. La lista è quella per la cosiddetta “mesata”, il reddito di cittadinanza dell’altro Stato, ben più consistente di quello cancellato dal governo Meloni, se consideriamo che una sola piazza di spaccio al Parco Verde “fattura” un milione e mezzo di euro l’anno. Ecco perché da queste parti non sono nate famiglie egemoni. Perché la fame e le ambizioni vengono saziate sul nascere.
In questo pezzo di Italia dove non c’è un bus che ti possa portare a Napoli o a Casoria o anche solo a prendere un caffè al bar, c’è una cosa che funziona come fossimo in Svizzera. È la droga. E quando il Parco Verde si “spegne” (per troppa pressione mediatica o per i maxi-blitz), le Salicelle si “accendono”. È sempre stato così.
Prima, quando la cocaina era di primissimo taglio e arrivava dagli Amato-Pagano, ora anche con l’eroina e i suoi scarti da fumare, il “cobret” lo chiamano (nella variante napoletana, si mescola con amuchina o urina per aumentare lo sballo).
Per lo Stato, basterebbe spostare lo sguardo. Per l’altro Stato, basta mantenere il buio. E spostare il welfare criminale qualche chilometro più in là.
Tutto si tiene. La camorra, da queste parti, si è mangiata pezzo dopo pezzo i colori delle cose. Preceduta da uno Stato che quarant’anni fa ha deciso che venissero su, al posto dei campi, agglomerati di cemento misto ad amianto. Lo stesso Stato che, oggi, rischia di veder saltare 25 milioni di euro di “Piano di recupero urbano” per la riqualificazione delle Salicelle, perché il Comune di Afragola “ha scoperto” seimila abusi edilizi non dichiarati.
È solo grigio, qui intorno. Senza uno scivolo, un’altalena. Così i bambini – maschi o femmine che siano – scendono dal box dell’infanzia direttamente alla strada. E hanno come unico diktat quello di trovare il loro posto nel mondo, possibilmente in formato TikTok (e soldi&pistole&sesso tirano molto, da quelle parti).
“Difficile immaginarsi, quando tutto ti sembra precluso”, spiega Luca Blindo, rapper 30enne delle Salicelle. Luca si è salvato grazie alla solidità di un padre che faceva un lavoro onesto, il camionista, e alla passione per la musica “che mi ha dato una speranza”: “Io qui parto da meno 2, e ora posso forse dire che sono a zero” (l’ultimo disco di Luca, Giungla d’asfalto, uscirà a giorni).
Per migliaia di ragazzi, l’unico ascensore sociale, come ripete Isaia Sales, è la camorra. E così, mentre a Caivano lo Stato mostra i muscoli perché “la bonifica è iniziata” (cit. Giorgia Meloni), alle Salicelle si diffonde il nuovo “bando di concorso”: cercansi rider della droga, under 14, SH 300-munito, snello e con guida agile, per mille euro a settimana.
“È come se ci fosse una tacita spartizione del territorio, tra Stato e camorra, una sorta di ‘lascia campare perché così deve andare’”, dice con un peso nella voce l’ex Garante regionale per l’Infanzia, Cesare Romano. È suo il rapporto del 2016 in cui, su 45 Comuni campani, sono emersi 155 casi di abusi sui minori e 42 incesti: quasi tutti nel rione Salicelle di Afragola, Parco Verde di Caivano e Madonnelle ad Acerra. “Sa quali interventi sono stati programmati dopo quel rapporto? Nessuno. Lo Stato si è semplicemente girato dall’altra parte”.
Sono numeri sottostimati, perché come spiega l’attuale Garante, Giuseppe Scialla, “mancano i dati, pochissime le denunce. E le strategie di contrasto, dalla videosorveglianza alla militarizzazione, sono tutti ‘strumenti del giorno dopo’, mentre noi dobbiamo prevenire il disagio, creando anche dei punti di ascolto sui social, perché pure le due bimbe di Caivano passavano ore e ore sul cellulare…”.
Secondo l’ultima indagine nazionale sul maltrattamento infantile della Fondazione Cesvi, la Campania è la regione con più alta criticità in tutti i fattori di rischio. Gli adulti, nella maggior parte dei casi, qui sono fantasmi. I padri detenuti, o morti. Le madri alcolizzate, o dipendenti dal gioco. E se va bene, e c’è chi lavora, campare è un’enorme fatica.
Così si rincorrono le voci su madri che liberano gli appartamenti perché le figlie “hanno appuntamenti”. Per una decina di euro o, per una macchina o un motorino, se l’ospite è importante. “Quando ci servono i soldi ci mandano sotto la scala a giocare con gli zii”: era il 2009 e vennero arrestati alle Salicelle convivente della madre, zio e tre vicini di casa che abusavano di due cuginette di 8 e 10 anni.
Due cuginette, proprio come N. e M., le due bambine stuprate al Parco Verde.
Da questi parti, in quest’epoca solitaria e feroce, crescono veloci pure le bambine. Basta guardare i video che in questi giorni rimbalzano su TikTok da Caivano alle Salicelle, anche quelli con N. e M. E le bambine sono vittime due volte. Perché tutto si può vendere in quartieri così. Anche la vita. Come delle moderne Partenope, sirene con le sembianze di vergini che si suicidano lanciandosi in mare. Nell’insensibilità al loro canto, il loro corpo viene trasportato dalle onde. Ma tanto siete, siamo lontani. In paesi estranei.
(da Il Fatto Quotidiano)

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PARMA, SUCCESSO PER LA “CENA DEI MILLE”: RACCOLTI 20.000 EURO PER CHI E’ IN DIFFICOLTA’

Settembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

C’E’ ANCORA UN’ITALIA SOLIDALE CHE NON TOGLIE AI POVERI PER DARE AGLI EVASORI: EMPORIO SOLIDALE AIUTA 1.778 FAMIGLIE IN POVERTA’

Mille commensali, 800 chili di riso, 60 chef e 25 sommelier, attorno a una tavolata di 400 metri nel centro di Parma, da piazza Garibaldi a strada della repubblica.
Sono i numeri della Cena dei Mille 2023, che è arrivata alla quinta edizione. E anche stavolta l’evento è pienamente riuscito: la serata ha permesso di raccogliere 20mila euro che saranno destinati a 1.778 famiglie bisognose del Parmense.
L’evento è stato organizzato da Fondazione Parma Unesco City of Gastronomy, il Comune, Parma Alimentare, Destinazione Turistica Emilia e «Parma Io Ci Sto!».
Soddisfatto il sindaco Michele Guerra: «La Cena rappresenta tutti i principi del nostro territorio. Il cibo, la sua capacità di rinnovarsi e la solidarietà». I fondi raccolti con l’evento saranno destinati a Emporio Solidale, che si occupa di distribuire generi alimentari alle famiglie più in difficoltà. Con i proventi della serata sarà possibile acquistare una cella frigorifera, strumento prezioso per l’attività dell’organizzazione.
Il menu: eccellenza e tradizione
Ricca l’offerta a tavola con le eccellenze della cucina parmense e della tradizione emiliano-romagnola. 1.500 porzioni di focaccia, 1.000 micche di Parma e 3.000 grissini come aperitivo, servito da 20 camerieri. Tutto distribuito in 11 isole gastronomiche arricchite dai prodotti dei consorzi e delle filiere partner.
Dopo i preamboli è stato il momento del menu alla carta. Prima l’entrée firmato dallo chef stellato Massimo Spigaroli. A seguire il riso latte, cassoeula e more di Enrico Bartolini, primo nella storia della Guida Michelin a ottenere quattro stelle in un colpo. Il secondo piatto è stato curato da Parma Quality Restaurants: una ballotine di faraona farcita accompagnato dal pane dei maestri panificatori del Gruppo Provinciale Panificatori Artigiani di Parma, ideato per l’evento.
Riccardo Monco, della tristellata Enoteca Pinchiorri di Firenze, ha firmato il dessert, un cremoso alla gianduja e cuore di saba parmense. Una serata all’insegna della convivialità e della solidarietà la quinta edizione della Cena dei Mille che ha animato ancora il centro di Parma.
(da Open)

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LA STORIA DELLA PRESIDE E DEI PROF DI PALERMO CHE HANNO QUASI AZZERATO LA DISPERSIONE SCOLASTICA (DAL 27% ALL’1%): “LI ANDIAMO A PRENDERE ANCHE A CASA”

Settembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

“E’ UN TERRITORIO COMPLESSO MA ABBIAMO STRETTO UN’ALLEANZA CON I CITTADINI”… INSEGNANTI CHE ONORANO IL NOSTRO PAESE, ALTRO CHE I CIALTRONI CHE SPARANO CAZZATE NEI SALOTTI TV

Nel 2022, nelle regioni del Sud Italia la percentuale di giovani che hanno abbandonato precocemente gli studi ha toccato un preoccupante 15,1%, 3,5 punti in più della media nazionale.
Da una delle zone più colpite dalla dispersione scolastica arriva però anche una storia tanto incoraggiante quanto incredibile.
Nel 2013 l’Istituto comprensivo Sperone-Pertini, alla periferia sud di Palermo, ha toccato un picco del 27,3% di abbandono precoce del percorso di studi. Oggi, a dieci anni esatti di distanza, quella percentuale si è ridotta all’1%.
Dietro la storia di successo c’è il lavoro instancabile della dirigente scolastica, Antonella Di Bartolo. «Lavoriamo in un territorio complesso», ammette la preside, che però insiste nel voler condividere il merito del successo con i suoi colleghi. «Tutti insieme – spiega in un’intervista a Orizzonte Scuola – abbiamo ragionato su come porre rimedio a questa situazione inaccettabile. Ci siamo messi al lavoro su più linee d’intervento».
Le conversazioni al balcone
Secondo Di Bartolo, la periferia di Palermo è un luogo che si presta alla dispersione scolastica, dal momento che «buona parte della popolazione vive una situazione di disagio economico, sociale ed educativo». Di conseguenza, la preside e tutto il corpo docenti hanno dovuto convincere le famiglie degli studenti ad una ad una.
«Abbiamo messo in atto importanti misure di sistema accanto a azioni quasi sartoriali, a misura di ciascun bambino e di ciascuna bambina e soprattutto dei loro genitori. È anche capitato di andare a recuperarli a casa, o per strada», spiega Di Bartolo.
E le sue parole non sono certo un’esagerazione. Su X è diventata virale una foto in cui la preside, con lo sguardo rivolto verso un balcone, prova a convincere una famiglia a mandare a scuola i propri figli.
La sfida per il futuro
Per arrivare a un risultato come quello raggiunto dall’Istituto Sperone-Pertini – in cui la dispersione scolastica è crollata in dieci anni fino a raggiungere l’1% – la scuola ha dovuto «stringere un’alleanza con i cittadini». Qualche esempio? Andando a parlare con le famiglie, ma anche chiedendo aiuto ai commercianti della zona per raccogliere le iscrizioni per la scuola.
«Si è lavorato – spiega Di Bartolo – sulla consapevolezza del diritto a frequentare la scuola, a partire dalla scuola dell’infanzia. Quando un diritto viene offerto, quel diritto viene riconosciuto ed è esercitato». Certo, anche ora che il tasso di abbandono scolastico è prossimo allo zero il lavoro va avanti: «Questo risultato, di cui siamo orgogliosissimi, va difeso, possibilmente ulteriormente migliorato – insiste la preside -. Perché se anche solo un bambino su 100 non frequenta la scuola è gravissimo, è inaccettabile».
(da agenzie)

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