Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
LA DIA: “SEPARAZIONE FITTIZIA PER FAR RICEVERE A MARCELLO DENARO DA BERLUSCONI”
Il processo di Palermo sulla proposta di confisca dei beni contro
il co-fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, continua nel disinteresse generale.
La difesa dell’ex senatore ha ottenuto un successo definitivo nel procedimento cautelare sul sequestro, ma la partita è ancora aperta sulla proposta di confisca dei medesimi beni.
Partiamo dalla vittoria di Dell’Utri: la scorsa settimana, la Cassazione ha ritenuto “inammissibile” il ricorso della Procura generale di Palermo sul sequestro del patrimonio dell’ex senatore, che i pm volevano esteso anche ad alcuni beni della moglie e dei figli, dando ragione ai legali dei Dell’Utri: Francesco Centonze e Francesco Bertorotta.
Quando il 9 giugno 2022 il Tribunale delle misure di prevenzione, presieduto da Raffaele Malizia relatore Luigi Petrucci, ha rigettato in primo grado la proposta di sequestro ora definitivamente bocciata, si è riservato di decidere però sul merito all’esito del contraddittorio. La proposta della procuratrice aggiunta Marzia Sabella e dei sostituti Claudio Camilleri e Calogero Ferrara per la confisca e la sorveglianza speciale contro Marcello Dell’Utri quindi è ancora in piedi.
Vinta la partita ‘immediata’ ora la difesa di Dell’Utri deve confrontarsi con i pm nella partita ‘lunga’ dove sono state calate dall’accusa le ‘nuove’ carte fiorentine, in realtà già depositate al Tribunale del Riesame del capoluogo toscano.
Nella mattinata di ieri, al tribunale delle misure di prevenzione di Palermo, davanti al giudice Vincenzo Liotta, la Procura di Palermo ha depositato quattro nuovi documenti provenienti dall’inchiesta sulle stragi del 1993 condotta dai colleghi fiorentini, in cui era indagato fino alla morte Silvio Berlusconi e resta indagato Dell’Utri. Ipotesi che, va ricordato, è stata in passato già archiviata più volte su richiesta dei pm stessi.
Le carte fiorentine sono il decreto di perquisizione e l’invito a comparire notificati a luglio a Dell’Utri più la relazione di consulenza dei periti dei pm fiorentini sui flussi finanziari che hanno dato vita al gruppo Fininvest-Berlusconi nei primi anni ‘70 e una nota della DIA del 15 settembre 2021 sui rapporti economici tra Dell’Utri e Berlusconi.
In questa nota di 154 pagine c’è anche un paragrafo dedicato alla “separazione legale fittizia dei coniugi Marcello Dell’Utri e Miranda Ratti”. Secondo la DIA “le elargizioni economiche dirette a Dell’Utri da parte di Berlusconi negli anni non hanno avuto mai interruzione”. In questo quadro, sempre per la DIA, la separazione consensuale dei due coniugi sarebbe “un ulteriore strumento per rendere non aggredibili da parte dell’autorità giudiziaria i beni riconducibili a Dell’Utri, e strumento per consentire a Berlusconi di far pervenire, o quanto meno lo è stato per il passato, a Dell’Utri, tramite Spinelli (Giuseppe, 81 anni, il ragioniere che si occupa delle spese della famiglia Berlusconi, ndr) elevate somme di denaro formalmente svincolate da rapporti tra i due”. Gli investigatori ripercorrono la storia coniugale dei Dell’Utri, a partire dal rito civile a Monza (12 giugno 1981), la separazione consensuale (11 luglio 2019) fino allo scioglimento del matrimonio (10 giugno 2020).
La DIA però scrive che “i coniugi non hanno mai messo in atto comportamenti giuridici omologabili all’abbandono del tetto coniugale o tipici delle coppie che si separano”, aggiungendo che i “coniugi Dell’Utri non hanno mai abbandonato l’ambiente domestico comune”. La DIA cita gli elementi a conforto della sua tesi: “dagli accordi per l’invio delle somme di denaro per pagare gli avvocati di Marcello Dell’Utri, agli espedienti per sollecitare il finanziamento da parte di Silvio Berlusconi delle spese di ristrutturazione delle unità immobiliari a loro riconducibili, alla condivisione di alcuni accorgimenti per attribuire ad altri la titolarità dei beni a loro riconducibili”. La DIA cita anche una telefonata nella quale Miranda chiama Marcello e chiede di aprirgli la porta perché ha dimenticato le chiavi in casa e “questo dimostra che entrambi continuano a condividere lo stesso ambiente domestico”.
I pm palermitani ritengono che il patrimonio dell’ex senatore sia frutto anche di una sorta di ricatto al Cavaliere per i segreti inconfessabili, appresi grazie al suo ruolo di mediatore nei rapporti con la mafia, agli inizi della carriera in Fininvest e ai retroscena (in ipotesi noti a Dell’Utri) sulla fase politica dopo la nascita di Forza Italia nel 1994. Tesi ritenuta non provata dal tribunale nella sentenza del giugno 2022 perché la generosità di Berlusconi “potrebbe trovare spiegazione alternativa nei rapporti di amicizia e di lavoro che uniscono i due da decenni”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
LA SVOLTA DOPO LE POLEMICHE: SPUNTA L’IPOTESI DI UN BIGLIETTO, DOVREBBE ESSERE GESTITA DAL PARCO ARCHEOLOGICO DELLA VALLE DEI TEMPLI
Dopo polemiche, scontri e numerose inchieste giudiziarie che si sono trascinati per molto anni, il destino della Scala dei Turchi, nell’Agrigentino, è stato deciso: la bianca scogliera rocciosa di marna diventa un bene pubblico. Lo riporta il Corriere della Sera, che spiega che il contenzioso si è risolto attraverso una cessione a titolo gratuito delle particelle di proprietà del privato, Ferdinando Sciabbarrà, al comune di Realmonte. L’atto ufficiale è stato già firmato, davanti a un notaio di Porto Empedocle. Il sindaco di Realmonte, Sabrina Lattuca, ha espresso tutta la sua soddisfazione: «Un lavoro di squadra ci ha consentito di raggiungere questo grande traguardo. Ringrazio Sciabbarrà, che con un atto di grande generosità, ha mostrato a tutti che si può avere grande senso civico consentendo all’ente pubblico di tutelare un bene che è al contempo meraviglioso e fragile». Esultano anche gli ambientalisti: «Presto lo stesso Comune ricorderà questo atto di generosità del mecenate agrigentino con una targa – ha spiegato l’associazione Mareamico – e poi si attiverà per costituire una fondazione per la gestione del bene, probabilmente in collaborazione con l’Ente Parco Valle dei Templi, con il Consorzio universitario di Agrigento e il Libero consorzio provinciale di Agrigento. Ovviamente continueremo la consueta attività di controllo del sito».
Un bene prezioso
Il posto, modellato dal vento in milioni di anni, è di una bellezza mozzafiato. E non a caso ha ispirato diversi artisti nel corso degli anni, dallo scrittore Andrea Camilleri al regista Giuseppe Tornatore. Attira inoltre moltissimi turisti ogni anno, complice la vicinanza alla Valle dei Templi, e questo ha dato vita a qualche preoccupazione sulla sua conservazione. Evitare il degrado e preservarne la bellezza è molto importante e per questo motivo, come ricordato dal sindaco, la Scala dei Turchi è candidata a diventare bene dell’UNESCO. Secondo quanto annunciato nei mesi scorsi da Lattuca, la Scala dei Turchi verrà gestita dal Parco Archeologico della Valle dei Templi e sarà visitabile con un ticket.
(da Open)
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Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
L’80% DI QUELLO CHE SERVE ALLA RUSSIA DAL PUNTO DI VISTA MILITARE PASSA DA LI’
Il consigliere di Zelensky Mikhailo Podolyak dice che l’Ucraina
ha intenzione di prendere e isolare la Crimea per vincere la guerra contro la Russia. E spiega che la controffensiva sta avendo successo: «Abbiamo pianificato l’attacco in tre fasi. Distruggere i sistemi di comunicazione radio, elettronici e le antenne radar per aprire il cielo sul Mar Nero. E siamo ad un ottimo punto. La seconda fase è la distruzione della flotta russa sul Mar Nero o almeno il suo allontanamento dalla Crimea. E ci stiamo riuscendo. La terza fase sarà compromettere le loro infrastrutture logistiche al servizio dell’Armata: caserme, basi di raggruppamento, depositi di alimentari, carburante e munizioni, vie di trasporto compreso il ponte di Kerch. Per questo vedrete ancora un incremento dei nostri attacchi alla Crimea», dice in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera.
La penisola contesa
Podolyak sostiene che l’80% di quello che serve alla Russia dal punto di vista militare transita dalla penisola. E che i sistemi S400 russi sono ormai fuori uso. «Restano i Triumph che però sono meno efficaci. Da qualche giorno riusciamo a colpirli con facilità con i droni. Ma anche con i missili», spiega ad Andrea Nicastro. Mentre i missili a lunga gittata Atacms che Joe Biden ha promesso all’Ucraina «servono proprio a distruggere le loro linee logistiche, ma voglio sottolineare due punti. Ci siamo impegnati a non usarli contro il territorio della Federazione russa, ma la Crimea per il diritto internazionale è ucraina, quindi non ci sarebbe nessuna controindicazione. Secondo, il nostro Stato Maggiore lavora benissimo anche con i droni di nostra produzione».
L’importanza strategica
Secondo il consigliere di Zelensky «le truppe russe al fronte andranno nel panico e la retorica politica di Mosca cambierà del tutto. Al Cremlino rispolvereranno la minaccia nucleare. Non solo Medvedev, ma Putin in persona. E poi in Occidente le lobby pro russe si metteranno a parlare della necessità di una tregua o di negoziati di pace». Podolyak spiega anche che l’importanza strategica della Crimea deriva anche dal fatto che «tra Rostov, Mariupol e Crimea non ci sono linee ferroviarie, autostrade e soprattutto magazzini sufficienti a un esercito di 500mila soldati. Non basta portare le munizioni, hanno bisogno di averle a disposizione, devono organizzare rotazioni, addestramento, cure. Sono anni che attrezzano la Crimea per questo. È lo stesso motivo per cui all’inizio dell’invasione hanno usato la Bielorussia come base di partenza. Solo lì avevano la logistica adatta».
(da Open)
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Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
DALLA FRANCIA ALLA GERMANIA, DALLA POLONIA ALLA REPUBBLICA CECA: VIAGGIO NEI DATI CHE SMENTISCONO MELONI E SALVINI
«Così non si può andare avanti». «Siamo di fronte a una pressione epocale». «Bisogna sigillare i confini», oppure «è ora di accogliere tutti i disperati che bussano alle nostre porte».
I leader politici e giornali di quale Paese Ue hanno scandito con tono grave queste frasi nel corso dell’ultimo mese? Inutile spremersi le meningi, la risposta è fin troppo facile: quelli di mezza Europa. Già, perché se l’Italia deve indiscutibilmente far fronte in queste settimane a un afflusso ingente di migranti (illegali, se non altro per assenza di alternative), quasi tutti i nostri “partner” devono vedersela con situazioni di confine e interne almeno altrettanto delicate.
Che specie in clima pre-elettorale (in cui si trovano in questi giorni quattro grandi Paesi Ue – Germania, Polonia, Slovacchia e Paesi Bassi) diventano bucce potenzialmente scivolosissime per chi sta al governo, e terreno di caccia promettente per demagoghi d’ogni specie.
A farne le spese, quasi sempre, sono i migranti stessi. Ma proclami altisonanti a parte, quale o quali Paesi europei devono davvero fare i conti con la pressione migratoria più consistente? E quali sono i gruppi nazionali che premono più fortemente per trovare accoglienza in Europa in questo 2023?
La risposta prima, la spiegazione poi. Alla domanda numero 1: non è l’Italia, al netto dell’impennata di sbarchi di quest’estate, a dover gestire il quadro migratorio più “pesante”, né in termini assoluti né in proporzione alla popolazione. Alla domanda numero 2: non è alcuno dei Paesi africani (nord- o centro- che siano) cui siamo per riflesso automatico abituati a pensare lo Stato da cui proviene il numero più ingente di migranti/richiedenti asilo.
Il mosaico europeo è ben più vario e frastagliato di quel che siamo soliti pensare, e per capire gli scontri al calor bianco degli ultimi giorni – ma anche le possibili alleanze in divenire – tra Paesi Ue, conoscerne le tessere fondamentali torna quanto mai utile.
Chi viene e chi va
127.207. È il numero di disperati in cerca di fortuna sbarcati sulle coste italiane dall’inizio del 2023 al 15 settembre. Cifre che, come ormai arcinoto, indicano un raddoppio quasi esatto degli arrivi rispetto a un anno fa, per lo scorno della destra nel frattempo giunta al governo («i risultati sin qui ottenuti non sono quelli sperati», ha riconosciuto pochi giorni fa Giorgia Meloni). La punta dell’iceberg, d’altra parte, di un fenomeno che col colore politico della compagine al potere a Roma ha ben poco ha che fare, come ha ricordato anche Frontex nel suo ultimo bollettino di pochi giorni fa: «La rotta verso l’Ue del Mediterraneo centrale resta la più attiva quest’anno, con numeri mai visti dal 2016, e la pressione su questa rotta potrebbe persistere nei prossimi mesi, con i trafficanti disposti a offrire tariffe più convenienti ai migranti in partenza da Libia e Tunisia e un’agguerrita competizione tra i gruppi criminali», ha scritto l’Agenzia per il controllo delle frontiere Ue nel suo aggiornamento del 14 settembre.
Ciò non significa però che le altre rotte della disperazione verso l’Ue che abbiamo imparato a conoscere non siano più battute. Nei primi otto mesi dell’anno, benché in calo, gli ingressi illegali registrati tramite la rotta balcanica sono stati oltre 70mila.
Quelli attraverso la rotta del Mediterraneo orientale (tra Turchia e Grecia) poco più di 24mila. E se quando ragioniamo di clandestini (loro malgrado) pensiamo in primis all’Africa sbagliamo di grosso: la prima nazionalità di migranti che tentano di aprirsi una strada che non c’è verso l’Europa resta, a distanza di anni dallo scoppio della guerra civile, quella siriana. Con oltre 43mila persone nella prima metà abbondante dell’anno, quello di Bashar al-Assad è di gran lunga il Paese da cui proviene il maggior numero di irregolari, ben prima della Guinea e della Costa d’Avorio (poco più di 15mila e 14mila rispettivamente secondo i dati più aggiornati del nostro ministero degli Interni).
Dietro la Tunisia, a ricordarci le conseguenze – su altre rotte – di un’altra grande crisi globale dimenticata, si piazza con poco meno di 9mila partenze l’Afghanistan
Lezioni d’asilo
Che Lampedusa sia allo stremo, e l’Italia di fronte a una ripresa eccezionale di traffici di migranti nelle acque al suo meridione, non v’è dubbio insomma – e non a caso partner e istituzioni Ue non hanno potuto, dopo le iniziali incertezze, fare a meno di riconoscerlo e di porgere, per lo meno a parole, la loro solidarietà.
Eppure se in Europa continentale si guarda regolarmente con un certo stupore alle grida di dolore dal Belpaese del tono «dobbiamo portare noi sulle spalle il peso di tutti i migranti che vogliono l’Europa» non è solo per menefreghismo o atavici pregiudizi anti-italiani. È (anche) che sotto un altro cruciale profilo l’Italia all’avanguardia in Europa non lo è proprio: quello dell’accoglienza dei richiedenti asilo.
Qui sono i dati raccolti e diffusi mensilmente da Eurostat a parlar chiaro. L’Italia è stabilmente dietro gli altri grandi Paesi Ue di “taglia” simile per domande d’asilo trattate: nel 2022 le 84mila richieste gestite da Roma sono state poco più di un terzo di quelle trattate dalla Germania (quasi 244mila) e della metà della Francia (156mila); decisamente meno anche di Spagna e perfino dell’Austria. E nel 2023, stando ai dati sin qui disponibili, la musica non pare cambiata, se non per un ridimensionamento delle domande trattate da Vienna che ci porta al quarto posto dietro gli altri tre grandi Paesi Ue. Emergenze a parte, insomma, il «peso» dell’integrazione dei richiedenti asilo in Europa – coloro i quali chiedono protezione internazionale perché in fuga da guerre o persecuzioni politiche – è portato in primis dalla Germania, poi da Francia e Spagna (che ha 12 milioni in meno di abitanti di noi) e solo dopo dall’Italia.
Pure se ci si allontana con lo sguardo dall’attualità e lo si posa sullo «stock» di popolazione straniera che ciascun Paese deve fare l’oggettivo sforzo (politico, culturale, economico, urbanistico) di integrare, l’Italia non è lo Stato chiamato alle fatiche maggiori. Né in termini assoluti né in termini relativi.
Coi suoi 5,2 milioni di cittadini stranieri (appena meno, dato aggiornato al 1° gennaio 2022) l’Italia deve “gestire” una percentuale di popolazione che ha radici altrove pari all’8,8%. Numeri meno impegnativi di quelli francesi – che a Emmanuel Macron così come a svariati suoi predecessori non hanno mancato di provocare serie preoccupazioni: Oltralpe si contano (Insee, 2022) 7 milioni tondi di immigrati, pari al 10,3% della popolazione. E la Germania? Anche da questo punto di vista gioca di fatto ancora in un’altra categoria. Qui secondo l’ufficio di statistica nazionale i cittadini stranieri sono oltre 11,5 milioni (dei quali, secondo la definizione adottata, quasi 10 milioni hanno avuto una «esperienza migratoria diretta»). Pure tenendo conto della taglia demografica del Paese, più ampia di qualsiasi altro in Ue (83,1 milioni di abitanti), ciò significa che la Germania gestisce una popolazione straniera pari ad oltre il 14% del totale.
La variabile d’Oriente
Se all’espressione «pressione migratoria» popoli d’Europa diversi associano in questi mesi significati decisamente diversi – da cui nascono facilmente incomprensioni e ripicche – è poi per un’altra variabile sin qui non ricordata, perché in tutti i conteggi ufficiali categorizzata a parte: l’afflusso di rifugiati dall’Ucraina. Già, la guerra sul fronte Est d’Europa pare congelata in uno stallo disperante, e ha perso via via d’interesse agli occhi degli europei.
Ma non c’è sforzo di accoglienza più grande svolto in Europa negli ultimi 18 mesi di quello per dare un sostegno immediato e concreto a milioni di cittadini ucraini in fuga dalla guerra. E se altri Paesi giurano di avere altre priorità quando l’Italia si sbraccia per chiedere aiuto di fronte agli sbarchi-record di Lampedusa, è anche per questo.
Dei 5,8 milioni di rifugiati in Europa dal Paese aggredito dalla Russia, 4,1 dei quali hanno richiesto come previsto il regime di protezione temporanea, risultano accolte in Italia (dati Unhcr) 167.525 persone. Cifra significativa, ovviamente, ma che impallidisce al cospetto di quelle che hanno dovuto (e accettato di) gestire alcuni Paesi del centro-est Europa: in particolare la Germania (ne alloggia oggi quasi 1,1 milioni, oltre un quarto del totale); la Polonia (poco meno di 1 milione, dopo aver gestito da febbraio 2022 il passaggio di almeno 1,6 milioni di persone); e la Repubblica Ceca (366.300, che su una popolazione totale di poco più di 10 milioni di persone significa oltre 3 rifugiati ogni 100 abitanti).
La stessa Spagna, pur decisamente più remota dall’Ucraina, accoglie secondo l’Unhcr più rifugiati ucraini dell’Italia: 190.370. Per le ragioni più varie, insomma, sul fronte dell’accoglienza del popolo di Volodymyr Zelensky lo sforzo italiano è stato molto meno titanico di quello affrontato da altri Paesi.
Quanto al fronte orientale, non va infine dimenticato che in Polonia i pensieri inquieti vanno anche al confine tremebondo con la Bielorussia, l’unico vero alleato di Vladimir Putin, che negli ultimi mesi ha dichiarato di aver ricevuto dalla Russia testate nucleari e miliziani del gruppo Wagner. E il cui regime gioca spudoratamente con i migranti spedendone a migliaia verso il confine con l’Ue quando lo ritiene utile: nel 2023, secondo Varsavia, sarebbero già 19mila i tentati ingressi illegali da quella frontiera, più di quelli registrati in tutto il 2022.
Per far fronte alla sfida, il governo di Varsavia non ha lesinato gli sforzi, inviando nelle scorse settimane lungo il confine migliaia di soldati oltre alle 5mila guardie di frontiera già presenti. I metodi con cui gli agenti polacchi respingono i migranti verso gli sperduti boschi bielorussi sono brutali e indegni di un Paese europeo, denunciano da mesi le associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani. Ma tra una manciata di settimane in Polonia si vota, e i governanti di Varsavia non hanno intenzione di mostrare la minima incertezza. Così come (quasi) tutti gli altri governi Ue verso la loro, di emergenza-migranti.
(da Open)
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Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
IN AUMENTO ANCHE IL TASSO DI INDIGENZA, CHE RIGUARDA IL 9,3% DELLA POPOLAZIONE CONTRO L’8,8% DEL PRIMO SEMESTRE 2022 – L’INDICE DI POVERTÀ AUMENTA NOTEVOLMENTE TRA LE FASCE DI ETÀ PIÙ GIOVANI
Il 40,1% degli argentini, circa 18,4 milioni di persone su un
totale di 46, vive al di sotto della soglia di povertà secondo dati diffusi oggi dall’Istituto nazionale di statistica (Indec). Il dato relativo al primo semestre del 2023 rappresenta un aumento di 3,6 punti percentuali rispetto allo stesso semestre del 2022 e dello 0,9% rispetto al semestre precedente.
In aumento anche il tasso di indigenza, che riguarda adesso il 9,3% della popolazione contro l’8,8% del primo semestre 2022 e l’8,1% del semestre precedente.
Secondo i dati ufficiali inoltre, l’indice di povertà aumenta notevolmente tra le fasce di età più giovani. In Argentina sono poveri il 56,2% dei bambini tra 0 e 14 anni e il 46,8 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni. Il livello di povertà si attesta in Argentina attorno al 40 per cento ormai da circa 3 anni, fin dall’inizio della pandemia, e la crisi economica e finanziaria che attraversa il Paese, con un’inflazione oltre il 100%, rischia di aggravare ulteriormente l’attuale panorama.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile
IL PROCURATORE LO VOI: “GRANDE SODDISFAZIONE” – LA FAMIGLIA: “AVEVAMO RAGIONE NOI”
La Corte costituzionale, riunita in camera di consiglio, ha esaminato la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma in relazione alla celebrazione del processo per il sequestro e l’omicidio di Giulio Regeni.
In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio comunicazione e stampa fa sapere che “la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 420-bis, comma 3, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che il giudice procede in assenza per i delitti commessi mediante gli atti di tortura definiti dall’art. 1, comma 1, della Convenzione di New York contro la tortura, quando, a causa della mancata assistenza dello Stato di appartenenza dell’imputato, è impossibile avere la prova che quest’ultimo, pur consapevole del procedimento, sia stato messo a conoscenza della pendenza del processo, fatto salvo il diritto dell’imputato stesso a un nuovo processo in presenza per il riesame del merito della causa”. La sentenza sarà depositata nelle prossime settimane.
Nell’ambito del processo per l’omicidio del ricercatore italiano, sequestrato, torturato e ucciso in Egitto nel 2016, lo scorso maggio il giudice per l’udienza preliminare di Roma accogliendo la richiesta del procuratore capo Francesco Lo Voi e dell’aggiunto Sergio Colaiocco, finalizzata a sbloccare lo stallo in cui si trova il procedimento, ha inviato gli atti alla Consulta.
Imputati sono quattro 007 egiziani: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati a vario titolo di sequestro di persona pluriaggravato, lesioni aggravate e concorso in omicidio aggravato.
La procura di Roma aveva sollevato la questione di costituzionalità dell’articolo 420 bis nella parte in cui non prevede che l’assenza di conoscenza del processo da parte dell’imputato derivi dalla mancata attivazione della cooperazione dello Stato estero.
“Grande soddisfazione sicuramente per la possibilità di celebrare un processo secondo le nostre norme costituzionali che restano il faro del nostro lavoro. Per il resto aspettiamo le motivazioni”. Così il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi dopo la decisione della Consulta di accogliere la questione di legittimità costituzionale in relazione al processo per l’omicidio di Giulio Regeni.
“Avevamo ragione noi: ripugnava al senso comune di giustizia che il processo per il sequestro le torture e l’uccisione di Giulio non potesse essere celebrato a causa dell’ostruzionismo della dittatura di al-Sisi per conto della quale i quattro imputati hanno commesso questi terribili delitti.
In effetti come ha scritto il Gup Ranazzi nella sua ordinanza ‘non esiste processo più ingiusto di quello che non si può instaurare per volontà di un’autorità di governo’. Abbiamo dovuto resistere contro questa volontà dittatoriale per sette anni e mezzo confidando comunque sempre nei principi costituzionali della nostra democrazia.
Ringraziamo tutte le persone che hanno sostenuto e sosterranno il nostro percorso verso verità e giustizia: la procura di Roma ed in particolare il dottor Colaiocco, la scorta mediatica, e tutto il popolo giallo”. Lo afferma la famiglia Regeni, insieme all’avvocato Alessandra Ballerini.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI BERGAMO: “SE IL GOVERNO NON E’ IN GRADO DI RIMPATRIARLI, VANNO INTEGRATI”
Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori (Pd) ha criticato la lettera
che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha inviato ieri al cancelliere tedesco Scholz, per via dei finanziamenti che Berlino ha ammesso di aver inviato alle Ong che operano in Italia e nel Mediterraneo. Per Meloni le navi da soccorso sono un “fattore di attrazione” per i migranti, anche se questo assioma è stato ampiamente smentito dai numeri: solo il 4,5% dei migranti sbarcati in Italia sono stati recuperati in mare dalle Ong, come ricorda lo stesso sindaco dem. Il governo italiano tra l’altro punta il dito contro quello tedesco, accusandolo di non lavorare abbastanza per facilitare l’accoglienza “sul territorio tedesco piuttosto che in Italia”, dimenticando però che il numero di richieste d’asilo in Germania è molto più alto di quello registrato nel nostro Paese: nel 2022 le richieste d’asilo in Italia sono state 104.000, contro le 243.000 in Germania.
Gori è molto netto sul tema dei migranti sbarcati in Italia: “O il governo è in grado di rimpatriarli, come fin qui nessuno è stato in grado di fare, oppure vanno integrati. Non è più accettabile che la macchina dell’accoglienza disorganizzata dello Stato produca costantemente clandestini che poi rimangono nei territori e nelle città, in una condizione di irregolarità e di illegalità”, ha detto in un’intervista a Fanpage.it.
Lei ha contestato la lettera che Meloni ha inviato a Scholz. Perché?
C’è un ricorrente tentativo da parte del governo e della destra di trovare dei capri espiatori, dei nemici, per giustificare una situazione che non è emergenziale, ma da molto tempo è un dato strutturale con cui fare i conti. In particolare, le missioni di salvataggio delle Ong sono state più volte indicate come un ‘fattore attrattivo’ come se la loro presenza in mare incentivasse le persone a partire dalle coste africane. Una circostanza totalmente smentita dai fatti. In primo luogo bisogna sottolineare che sul totale delle persone che vengono recuperate, soltanto il 4,5% sono tratte in salvo dalle Ong, cioè una percentuale assolutamente residuale. Inoltre, quando il governo ha posto delle limitazioni ai movimenti di quelle organizzazioni, il numero degli sbarchi, anziché ridursi, è aumentato. Nella lettera a Scholz ritorna invece l’accusa alla Germania di favorire indirettamente l’incremento dei flussi migratori.
Ma c’è ancora un altro elemento in quella missiva, e cioè Meloni biasima la Germania, incolpandola di non fare abbastanza sull’accoglienza dei migranti…
La nostra premier forse non sa che la Germania ne accoglie molti di più di quanto facciamo noi. L’Italia per la sua posizione geografica è uno dei principali punti di approdo nel Mediterraneo, ma non è la principale destinazione dei migranti. Lo dicono i dati: nel 2022 le richieste di protezione in Italia sono state 104.000, contro le 243.000 registrate da Berlino. L’Italia è solo al quarto posto, dopo Germania, Francia e Spagna. E questo perché molti dei migranti che arrivano in Italia tendono a spostarsi in altri Paesi. Anche quest’anno la Germania è il Paese in Europa con il più alto numero di richieste di asilo – finora oltre 162.000 nei primi sei mesi del 2023. Senza contare che in questo momento la Germania sta accogliendo oltre un milione di profughi ucraini. Quindi, per quanto faticosa sia la posizione dell’Italia, su cui è certamente giusto richiamare un principio di solidarietà europea, è del tutto fuori luogo che il governo italiano si lamenti perché Berlino non fa abbastanza sull’accoglienza.
Ha ragione Salvini quando dice che l’ammissione dei finanziamenti da parte della Germania alle Ong è la prova dell’esistenza di una regia dietro gli sbarchi? È la prova del teorema di Salvini?
Direi proprio di no. Se mettiamo in chiaro una volta per tutte che le missioni in mare delle Ong non sono un fattore attrattivo, e ve n’è ampia evidenza, aiutare queste organizzazioni nella loro attività di salvataggio non può essere un demerito. Salvini è tornato anche a parlare di “invasione”. Ha ragione? No, e anche qui lo dicono i numeri: da 10 anni il numero degli stranieri sul suolo italiano è infatti sempre lo stesso, 5 milioni. L’Italia in questi anni è stata prevalentemente terreno di transito, e non destinazione ultima dei flussi migratori. La verità è che Salvini usa gli argomenti e i toni della propaganda per mettere in difficoltà – da destra – Giorgia Meloni e il suo partito.
Per Salvini le dichiarazioni del governo tedesco sono un “atto ostile”. Un’espressione che non sembra molto diversa da quella utilizzata dal braccio destro di Meloni, il ministro della Difesa Crosetto, che le ha definite una “grave anomalia”.
L’impressione è che Meloni sia stata trascinata in questa polemica dall’aggressività di Salvini. Ma a chi giova? Che interesse ha l’Italia a litigare col governo tedesco? A me pare che l’interesse nazionale dovrebbe guidarci, al contrario, a ricercare il massimo allineamento con Germania e Francia per la revisione del Trattato di Dublino, che dal 2013 pone il nostro Paese in una condizione di grande difficoltà, perché prevede che gli immigrati rimangano nel Paese di primo approdo. Il nostro interesse dovrebbe essere quello di collaborare con Parigi o Berlino, piuttosto che fare a sportellate. Nei giorni scorsi il presidente Mattarella ha incontrato il presidente tedesco Steinmeier, da cui sono venuti significativi segnali d’apertura nel segno della solidarietà; segnali che il governo avrebbe avuto interesse a raccogliere, anziché riaccendere la polemica.
Gli arrivi delle scorse settimane hanno messo in difficoltà anche la sua città? Ci sono tendopoli?
No, nessuna tendopoli, ma siamo oggettivamente in difficoltà. Siamo di fronte ad un fenomeno che va avanti ormai dal 2015, con la sola pausa della pandemia, e nonostante questo lo Stato non ha mai fatto nulla per organizzarsi, ma è andato sempre alla rincorsa, scaricando il problema sulle prefetture, sui comuni e sul terzo settore, che con estremo affanno provano a farvi fronte. La pretesa che si tratti di un fenomeno emergenziale è la scusa per la mancata organizzazione. Uno Stato che va nel pallone per 140mila arrivi dimostra secondo me tutti i limiti della sua guida politica. Quello che stiamo facendo sui territori è aiutarci il più possibile fra noi, coordinandoci tra comuni, prefetture e terzo settore, cercando di giorno in giorno soluzioni logistiche e organizzative sia per i migranti adulti, sia per i minori non accompagnati, che sono un altro profilo fortemente critico, che pesa sui territori in questa fase. Non vi è alcuna pianificazione. Di giorno in giorno da Milano – che funge da centrale operativa della Lombardia – ci informano dei nuovi arrivi: 10, 20, anche 30 richiedenti asilo al giorno. Per ognuno di questi gruppi bisogna trovare luoghi idonei per l’accoglienza, e operatori che se ne occupino. Lo Stato non c’è, fatti salvi i prefetti. E il grosso del peso si scarica sul terzo settore. Qui a Bergamo c’è in campo la Diocesi, con Caritas in prima linea. Nel solo 2023 sono arrivati oltre 1.000 migranti: senza cooperazione sociale non avremmo saputo dove sbattere la testa.
Non si sa ancora dove saranno allestiti i nuovi Cpr. In teoria dovrebbero essere uno per Regione, per cui per la Lombardia c’è già il centro di Milano. Avete notizie di nuovi Cpr sul vostro territorio?
No, non abbiamo alcuna notizia. Il governo però ha messo in fila, nell’arco di pochi giorni, due provvedimenti, che non si capisce se e in quale misura siano collegati. Il primo riguarda il prolungamento fino a 18 mesi della permanenza nei Cpr degli stranieri già destinatari di un decreto di espulsione. E questo, secondo quanto spiegato dal governo, non riguarda i richiedenti asilo. Il secondo provvedimento dice invece che i migranti che provengono da Paesi cosiddetti “sicuri”, e che sono privi di documenti, o versano 5mila euro attraverso fideiussione bancaria oppure saranno trattenuti in una struttura per richiedenti asilo per il tempo necessario a verificare il loro status. Di strutture di questo tipo ce ne è una sola, e si trova a Pozzallo. Li tengono lì, dicono, con l’impegno di esaurire entro 28 giorni la pratica di accettazione o non accettazione della domanda di asilo. E in caso di non ammissione si procederebbe al rimpatrio. La legge prevede però una possibilità di appello per i migranti a cui viene negato in prima istanza il permesso di soggiorno, e in media il giudizio del tribunale ci mette un paio d’anni ad arrivare. Questo fa capire come la promessa di completare l’iter “ammissione o rimpatrio” in 28 giorni sia totalmente irrealistica e scollegata dalla realtà dei fatti. E dopo? Mica possono essere trattenuti per due anni! Senza contare che i due provvedimenti hanno in comune un punto debole.
Cioè?
Un conto è chiudere delle persone in un Cpr o in una struttura in attesa di rimpatriarle, un altro è siglare gli accordi di riammissione con i Paesi d’origine, senza i quali i migranti non possono comunque essere rispediti indietro. I dati disponibili sono disarmanti. Negli ultimi dodici mesi abbiamo avuto 165mila arrivi, e i rimpatri effettuati sono stati 3.200. Si possono anche moltiplicare i centri di detenzione, ma se non si trova il modo di convincere i Paesi d’origine a far rientrare i migranti, quelle persone resteranno nelle strutture con il filo spinato fino a quando il governo non potrà che farle uscire. E si ricomincerà daccapo. Mi sembrano provvedimenti di scarsissima utilità, perché nessuno dei due incide sulla capacità di rimpatrio del nostro Paese.
Nuovi centri di detenzione per espellere migranti, nuove strutture per richiedenti asilo. La preoccupa questa politica? Può avere una ripercussione sui territori?
Mi pare che non se ne sia neppure verificata l’effettiva gestibilità. È stato fatto un conto di quanti richiedenti asilo dovrebbero stazionare in questi nuovi centri? Parliamo di molte migliaia di persone, se i flussi saranno quelli che abbiamo avuto negli ultimi mesi. Quante persone dovrebbero essere impiegate nella vigilanza nei Cpr e nei centri di secondo livello per richiedenti asilo? Silp Cgil, sindacato della Polizia, ha stimato che servono 100 unità al giorno per dare vigilanza a circa 150-200 persone. Ci sono? A quali altri servizi verrebbero sottratti? Credo che per frenare i flussi serva ben altro.
Per esempio?
Io non sono affatto per l’accoglienza indiscriminata, come non lo è il Partito Democratico, checché ne dica Conte. Ma bisogna avere le idee chiare, e sapere cosa può essere fatto, e in che tempi, per ottenere dei risultati. La strada della cooperazione internazionale per lo sviluppo, che sembrerebbe sottesa all’idea del Piano Mattei – di cui per inciso abbiamo letto solo il titolo – è in linea di principio condivisibile, salvo che vede l’Italia agire in solitaria. Se l’obiettivo è investire nei Paesi da cui si muovono i migranti, perché le persone possano avere lì condizioni di vita più dignitose, ha molto più senso che l’iniziativa sia presa a livello europeo. È una strada sensata, purché non si abbia l’illusione di vederne i risultati in poche settimane e purché non si trascuri l’importanza di salvaguardare i diritti umani in quei Paesi, come invece è accaduto in Tunisia. Vorrei però allargare il ragionamento.
Prego.
Per svuotare i barconi, o quantomeno ridurre i flussi irregolari, è necessario aprire robusti canali di ingresso legali, come tra l’altro la stessa Meloni sembra dire. Ma nulla si sta facendo in questa direzione: nessun nuovo corridoio umanitario per coloro che hanno diritto all’asilo politico. Fino a oggi se ne sono occupate solo le organizzazioni del terzo settore, la Chiesa valdese, Sant’Egidio. Mentre per i migranti cosiddetti economici va detto con estrema chiarezza che i decreti flussi sono normati da procedure – che derivano ancora dalla Bossi-Fini – che rendono quel canale di fatto inaccessibile a chi dall’estero voglia arrivare in Italia, perché il datore di lavoro che vuole assumere un lavoratore straniero lo può fare solo indicandone esplicitamente le generalità. Ma come può conoscere e decidere di assumere un lavoratore nigeriano se non l’ha mai visto prima? È chiaro che quella persona in realtà è già in Italia. Salvo eccezioni, i decreti flussi non servono quindi come canale di ingresso legale per chi dall’estero vuole venire nel nostro Paese, ma nella migliore delle ipotesi rappresentano uno strumento di regolarizzazione “mascherata” per chi già sta in Italia. Negoziare una quota di nuovi ingressi legali con i vari paesi dell’area subsahariana – ingressi veri, non finti – ridurrebbe i flussi spontanei e consentirebbe di ottenere la collaborazione di questi Paesi ai fini del rimpatrio dei migranti irregolari.
Come sindaco cosa chiede al governo?
Una cosa semplice, che riguarda tutti quei migranti a cui lo Stato nega il permesso di soggiorno ma che permangono nelle nostre città: o siete in grado di rimpatriarli o li integrate. Non è più possibile che la macchina dell’accoglienza disorganizzata dello Stato produca costantemente clandestini che poi rimangono nei territori e nelle città, in una condizione di irregolarità e di illegalità. Se lo Stato non è nelle condizioni di rimpatriare i migranti, come non è stato fin qui in grado di fare, è tempo che queste persone vengano avviate ad un percorso di integrazione, che consenta loro di guadagnarsi onestamente da vivere. Ci sono migliaia di imprese che li assumerebbero domani, se solo avessero i documenti, parlassero decentemente l’italiano e avessero fatto un poco di formazione professionale. Lo dico per loro, per la loro dignità di persone, ma anche nell’interesse della legalità e della sicurezza nelle nostre città.
(da Fanpage)
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Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile
MELONI E’ RIUSCITA NELLA DIFFICILE IMPRESDA DI FAR PEGGIO DEI SULOI PREDECESSORI: IMPREPRAZIONE, CINISMO E INCAPACITA’ AD AMMETTERE I PROPRI ERRORI
Nella ridda di dichiarazioni, interventi, decreti e visite più o meno istituzionali, c’è una sola certezza: qualunque fosse il piano del governo per gestire gli sbarchi dei migranti, non sta funzionando. Un fallimento complessivo, che investe ogni aspetto della questione, dal piano operativo a quello comunicativo, dal livello diplomatico agli equilibri interni alla coalizione: tassello dopo tassello, sta cedendo l’intera impalcatura costruita da Giorgia Meloni negli anni in cui è stata all’opposizione. Ancora una volta, insomma, la questione migranti dimostra come i fatti siano ostinatamente resistenti alla propaganda e non bastino dichiarazioni altisonanti e slogan machisti per risolvere problemi strutturali complessi.
Era già capitato a Cutro, quando Meloni credette sarebbero bastate la solita passerella e le anticipazioni di un decreto dai toni roboanti per coprire una delle pagine più vergognose del nostro Paese. Fu un disastro da tutti i punti di vista: i cronisti locali smontarono la lacunosa ricostruzione di Meloni e Piantedosi in conferenza stampa, i parenti delle vittime mostrarono la pochezza dei ragionamenti della Presidente del Consiglio, sul piano operativo cambiò poco o nulla (le norme varate in quella sede si riveleranno inutili, ingiuste e finanche controproducenti).
Sta accadendo lo stesso in queste settimane. Con una grande differenza: stavolta il disastro è davvero tutta colpa delle politiche adottate dalla destra italiana. Quella sui migranti è una crisi determinata da un mix di errori, assenza di visione complessiva e propaganda. Complessivamente, i numeri ci dicono che siamo in presenza di flussi tutto sommato contenuti, che un Paese normale dovrebbe essere in grado di gestire in totale sicurezza. Non l’Italia, evidentemente.
Le basi del caos di Lampedusa
La situazione a Lampedusa è diventata problematica a causa di molteplici fattori. Semplificando, possiamo ridurre il tutto a poche questioni principali, con tante ramificazioni. In primo luogo, va detto che i flussi non sono “eccezionali” in senso assoluto (il paragone più calzante è quello col 2015, parliamo di circa 150mila arrivi all’anno), ma lo sono per quanto concerne l’isola di Lampedusa. Se in passato gli sbarchi riguardavano località distinte, ora i migranti arrivano quasi tutti nell’isola e, soprattutto, finiscono tutti nell’hotspot.
Perché avviene questo?
Le ragioni sono molteplici, ma tutte riconducibili a scelte o errori di questo e dei precedenti governi italiani. Meloni, con la magistrale cooperazione di Salvini e Piantedosi, ha contribuito in modo decisivo a diminuire la capacità complessiva del sistema di soccorso in mare. Con il lento ma costante disimpegno nella SAR (cominciato ben prima dell’arrivo della leader di Fdi a Chigi, ne parlavamo qui), l’ostruzionismo alle ONG e la dismissione delle operazioni europee più efficaci, l’Italia ha sostanzialmente ridotto il perimetro entro il quale realizza il cosiddetto soccorso attivo (gran parte degli interventi sono catalogati come operazioni di polizia, per le quali non è necessario attendere l’indicazione di un POS). Non “intercettare” barconi e barchini in profondità significa privarsi della possibilità di indirizzare i migranti verso altri porti della costa italiana: di fatto, li stiamo “aspettando” nei pressi di Lampedusa, con tutto ciò che ne consegue.
A ciò ovviamente si somma il modificarsi delle rotte di transito dei migranti, che ora partono in gran parte dalla Tunisia, invece che dalla Libia. Non è un fenomeno nuovo: le rotte migratorie cambiano in continuazione, sotto la spinta di fenomeni diversi, tra cui certamente il contesto geopolitico locale. Lampedusa, poi, anche nei momenti di maggiore pressione mediatica e politica, è sempre stata interessata dai cosiddetti “sbarchi fantasma”: essenzialmente piccole imbarcazioni in grado di sfuggire ai controlli e traghettare sull’isola decine di migranti. In queste ultime settimane, alcuni analisti hanno evidenziato come l’aumento delle partenze dalla Tunisia trovi un corrispettivo nella fase di stabilizzazione del potere di Saied. Come noto, Giorgia Meloni si è fatta carico di trattare in prima persona con il leader tunisino, coinvolgendo anche i vertici delle istituzioni europee e giungendo alla stipula di un memorandum che prevede consistenti aiuti economici a Tunisi.
Malgrado le dichiarazioni roboanti della Presidente del Consiglio dopo i vertici e gli accordi, le partenze non si sono fermate, anzi. Si è parlato molto di questa famosa prima tranche di aiuti da 250 milioni di euro che non sarebbe ancora arrivata nelle casse di Tunisi, mettendola in relazione con l’incremento delle partenze dei barconi. Certo, l’ipotesi che Saied utilizzi la leva dei migranti per fare pressione sulle autorità europee e accelerare il trasferimento dei fondi resta al momento solo una speculazione teorica, senza elementi oggettivi. Ma è piuttosto indicativa di quanto sia pericoloso (e non risolutivo) esternalizzare il controllo delle frontiere a proto-regimi che peraltro non si curano né del rispetto dei diritti umani né di valutazioni di carattere strategico-politico. Saied ha la necessità di consolidare il proprio potere politico e utilizza le leve che ha: il fatto che le più alte autorità europee corrano a fargli il baciamano, è una legittimazione formidabile sul piano interno. Meloni, Von der Leyen e persino leader come Rutte ritengono possa essere interlocutore affidabile. Al momento, è lecito avere qualche dubbio.
(Per carità di patria, non toccheremo proprio la questione del blocco navale: ipotesi stupida e per fortuna non realizzabile, che è servita per raccattare qualche voto alle politiche e poco altro).
Chi ha smantellato il sistema di accoglienza in Italia
A un flusso eccezionale, almeno per Lampedusa, va sommata la grande difficoltà nell’operare i trasferimenti negli altri centri del Belpaese. Così, un hotspot che dovrebbe contenere al massimo 300 persone si riempie in modo insostenibile e altre centinaia (a volte migliaia) di migranti si ritrovano spesso senza assistenza (se non quella di volontari e abitanti), in attesa di un’altra destinazione sulla terraferma. Non va meglio a quei pochi che vengono salvati in mare aperto dalle ONG. Per effetto delle folli disposizioni di Piantedosi, dopo un viaggio lunghissimo e indicibili sofferenze, chi è soccorso da una nave ONG è costretto a subire ulteriori e non necessarie ore di navigazione prima di trovare riparo sulla terraferma. Oltre al carattere cinico della norma, l’effetto è quello di allontanare le ambulanze del mare dal luogo in cui c’è più bisogno.
Ma c’è un altro elemento che rende “emergenziale” una situazione che in realtà potrebbe essere tranquillamente gestita: lo stato disastroso del sistema dell’accoglienza italiana. I trasferimenti da Lampedusa, ma più in generale lo smistamento degli arrivi, sono lentissimi soprattutto per l’oggettiva difficoltà di distribuire le persone nei diversi centri sul territorio italiano. Il principale artefice dello smantellamento del sistema dell’accoglienza è stato senza alcun dubbio Matteo Salvini, da ministro dell’Interno del primo governo Conte. La scriteriata eliminazione degli Sprar ha demolito il concetto base dell’accoglienza diffusa, privando i Comuni della possibilità di implementare percorsi virtuosi di integrazione dei migranti; la discutibile revisione al ribasso della cifra stanziata per singolo migrante ha scoraggiato i piccoli gestori, rendendo di fatto sostenibili solo i grandi centri, che, oltre a dare condizioni peggiori agli ospiti, rappresentano da sempre un elemento di tensione con la popolazione locale.
Si è determinata così una situazione atipica: i posti per accogliere migranti sono pochi, concentrati in poche Regioni e la reattività del sistema è azzerata. I prefetti (e i Sindaci) si trovano spesso nell’impossibilità di mettere a disposizione posti aggiuntivi in tempo utile per accogliere chi arriva dagli hotspot, con il risultato di rallentare ulteriormente l’intero processo. In questi mesi di governo Meloni, sono caduti nel vuoto tutti gli inviti degli addetti ai lavori e degli esperti a potenziare ad esempio il sistema SAI, né si è riusciti mai a parlare seriamente di accoglienza. In effetti, meglio raccontare frottole sui rimpatri rapidi, sulle espulsioni efficaci e via discorrendo.
Rimpatri, espulsioni, redistribuzione: errori in serie
Peccato che, sul punto, anche il governo Meloni (e prima ancora i governi Conte I e Gentiloni) si sia dovuto arrendere all’evidenza dei fatti: le tempistiche per l’esame delle richieste di protezione sono diminuite ma non a sufficienza (e l’eliminazione dell’appello desta più di qualche perplessità), le espulsioni sono il solito buco nero e i rimpatri sono fermi al palo, come e più degli anni passati. Su quest’ultimo punto i dati sono impietosi e cozzano con la propaganda di Salvini e Meloni: del resto, si tratta di operazioni non semplici, per questioni oggettive, che non possono in ogni caso risolvere il problema dei flussi.
Invece, l’ultima ricetta di Meloni e Piantedosi verte proprio sulla chimera dei rimpatri. Ne abbiamo parlato lungamente ma anche tralasciando gli aspetti iniqui e discutibili sul profilo del rispetto dei diritti, c’è una questione su cui possiamo essere ragionevolmente sicuri: non funzionerà. I rimpatri non sono la soluzione, né per la fase emergenziale, né per quella di gestione ordinaria, né soprattutto per scoraggiare le partenze. La detenzione dei migranti, peraltro, è tollerata dalle norme internazionali solo previa valutazione del singolo caso (e la sussistenza di determinate condizioni), figurarsi se può diventare lo standard nella gestione dei dinieghi alle richieste di protezione.
Non è difficile prevedere cosa accadrà: il governo impiegherà mesi e mesi per costruire i nuovi CPR, tra proteste e liti con Regioni e Comuni; i centri entreranno in funzione tra mille difficoltà e senza alcuna garanzia sulla brevità dei tempi di permanenza dei migranti da rimpatriare; le sentenze dei giudici si faranno carico di smontare le disposizioni di Piantedosi e Nordio (inclusa la norma dei 5mila euro di deposito cauzionale, che recepisce male una direttiva Ue nata per scopi diversi); le condizioni nei centri diventeranno presto insostenibili; gli accordi con i Paesi di partenza saranno implementati sulla carta ma si riveleranno poco o nulla efficaci.
La redistribuzione e le polemiche con l’Europa
Su quest’ultimo punto non ci dilungheremo: Giorgia Meloni è l’ennesima personalità di governo a essersi intestata il “cambio di passo dell’Europa” sull’immigrazione. La leader di Fratelli d’Italia in soli dodici mesi ha sciorinato l’intero campionario retorico: l’UE che non ci aiuta, l’Italia che sbatte i pugni sul tavolo, i Paesi europei che sono costretti a cedere finché tutto cambia. Con grande sprezzo del ridicolo, la maggioranza riesce ogni giorno a prendersela con la Ue e contemporaneamente a ripetere ai propri elettori che le cose sono cambiate. L’Europa di Schrödinger, a un tempo causa e soluzione di tutti i problemi dell’Italia.
Meloni, che pure è riuscita a portare von der Leyen al tavolo con Saied e poi a Lampedusa, non ha deciso se i suoi (ex?) alleati polacchi e ungheresi abbiano ragione o torto nel bloccare qualunque possibilità di riformare regolamenti e pratiche comunitarie. Si è accorta solo recentemente di quello che in molti dicono da anni: ovvero che ci sono nazioni europee che accolgono come e più dell’Italia. Ma continua a fingere che non esista uno dei punti centrali dell’intero meccanismo di redistribuzione dei migranti: i movimenti secondari. Su cui l’Italia fa poco o nulla, da sempre.
In estrema sintesi: come noto, la stragrande maggioranza di chi arriva in Italia non vuole restarvi, bensì raggiungere le proprie comunità negli altri paesi europei.
Nel corso degli anni, un tacito sistema di elusione delle regole lo consentiva in modo piuttosto semplice. Ora, gli accordi sulla redistribuzione prevedono effettivamente che i migranti arrivati in Italia (e Grecia) debbano essere smistati, ma impongono anche degli impegni sui movimenti secondari. In sostanza, nazioni come Francia e Germania dicono: noi prendiamo le nostre quote, ma l’Italia deve impedire che le persone eludano i controlli e attraversino le nostre frontiere; se ciò continua ad avvenire, non abbiamo altra scelta che “chiuderle”. La stessa “mano tesa” di Macron va interpretata in questo senso: se il problema è la registrazione, possiamo aiutare. Ora, da anni siamo in questa situazione di stallo: la redistribuzione non funziona e l’Italia fa poco o nulla sui movimenti secondari.
Intendiamoci, si tratta di una vertenza complessa e con responsabilità diffuse. Ma permettetemi di dubitare che la soluzione sia quella individuata dalla destra italiana: polemica contro i cattivoni europei, vittimismo deresponsabilizzante sui flussi, nessuna proposta seria per riformare il sistema. Resta la propaganda, un anno in più, verrebbe da dire.
(da Fanpage)
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Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile
“LO STATO MEMBRO E’ LIBERO DI SCEGLIERE NEL VENTAGLIO DI OPZIONI OFFERTE DALLA NORMATIVA, NON C’E’ ALCUN OBBLIGO DI IMPORRE UN DEPOSITO IN CAUZIONE”
Fin dalle prime battute, da quando il governo ha provato a
spiegare il senso della norma che lascia ai migranti richiedenti asilo la possibilità di pagare una cauzione, pari a 4.938 euro, per evitare il periodo di permanenza all’interno di strutture dedicate, ha provato a schermarsi dietro lo scudo dell’Europa: “Nel recepimento di una direttiva europea avvieremo da domani a Pozzallo, in provincia di Ragusa, la prima struttura di trattenimento di richiedenti asilo provenienti da Paesi sicuri, come la Tunisia, per fare in modo che si possano realizzare velocemente, entro un mese, procedure di accertamento per l’esistenza dei presupposti di status di rifugiato”, ha detto il ministro dell’Interno Piantedosi domenica scorsa, a proposito della nuova norma, inserita nei decreti attuativi del decreto Cutro, firmati dai ministri Piantedosi, Nordio e Giorgetti.
Per il vicepremier Matteo Salvini è l’Europa a permettere “di chiedere delle cauzioni di migliaia di euro”. E lo stesso ha detto il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato Lucio Malan, secondo cui in base a una direttiva europea del 2013, “C’è l’obbligo per gli Stati membri di disporre, come alternativa al trattenimento ‘la costituzione di una garanzia finanziaria’”.
Il titolare del Viminale ha anche aggiunto che la struttura di Pozzallo per richiedenti asilo è “una scommessa che il governo ha fatto per attuare una direttiva europea”, la direttiva 33 del 2013 appunto. Ma cosa dice esattamente quella direttiva, che il governo dice di aver semplicemente recepito e applicato?
Le opzioni alla detenzione che il governo non ha considerato
Partiamo con il dire che la questione della cauzione, la possibilità data ai migranti di versare una “garanzia finanziaria” di poco meno di 5mila euro, non è affatto obbligatoria, ma è solo una delle opzioni: il pagamento di una somma in denaro è prevista dalle norme europee – su questo il governo ha ragione – ma fa parte di un ventaglio di possibilità, è solo il ‘last case scenario’, il caso limite. Prima di arrivare a richiedere ai richiedenti asilo il deposito di un’adeguata garanzia finanziaria, ci sarebbero insomma altre possibilità, previste dal quadro normativo europeo:
Obbligo di presentarsi regolarmente alle autorità competenti, anche ogni 24 ore, fino a una volta alla settimana, a seconda del livello di rischio di fuga
Obbligo di consegnare il passaporto, il titolo di viaggio o il documento d’identità all’autorità competente
Obbligo di risiedere in un luogo designato dalle autorità, come ad esempio una residenza privata, un rifugio o un centro dedicato
Obbligo di segnalare alle autorità competenti l’indirizzo di residenza, comprese eventuali variazioni di tale indirizzo
Uso di tecnologie innovative
Ma il governo ha bypassato completamente queste 5 opzioni, e ha scelto di concentrarsi solo sul deposito di una garanzia finanziaria come alternativa unica al trattenimento.
Nel testo della direttiva 33 del 26 giugno 2013, all’articolo 8 si legge:
Ove necessario e sulla base di una valutazione caso per caso, gli Stati membri possono trattenere il richiedente, salvo se non siano applicabili efficacemente misure alternative meno coercitive.
Nero su bianco, nella direttiva presa a modello dall’esecutivo Meloni, si specifica che esistono comunque delle alternative alla detenzione, che in ogni caso va valutata caso per caso, come ha ricordato anche Anitta Hipper, portavoce della Commissione Ue. Sempre all’articolo 8 della direttiva si legge ancora:
Gli Stati membri provvedono affinché il diritto nazionale contempli le disposizioni alternative al trattenimento, come l’obbligo di presentarsi periodicamente alle autorità, la costituzione di una garanzia finanziaria o l’obbligo di dimorare in un luogo assegnato.
Ma nei provvedimenti del governo Meloni non si parla né dell’obbligo di presentarsi periodicamente alle autorità, né dell’obbligo di dimorare in un luogo assegnato. Ma soprattutto nella direttiva Ue non si fissa alcun massimale, per cui la cifra di 4.938 euro è stata stabilita in modo del tutto arbitrario. Fonti della Commissione europea hanno confermato a Fanpage.it l’interpretazione della direttiva: “Lo stato membro è libero di scegliere nel ventaglio di opzioni offerte della normativa, ma non c’è alcun obbligo di imporre il deposito di una cauzione in denaro, non c’è nessun paletto. Nel giudicare, caso per caso, quale sia la soluzione migliore per il richiedente asilo, i governi devono rispettare comunque un criterio di proporzionalità” nell’applicazione delle norme. “Ogni Stato, in base ai contesti, può evitare il mezzo coercitivo della detenzione, e prediligere le altre opzioni contemplate”, spiegano fonti della Commissione europea, “Per esempio l’obbligo di consegnare i documenti o l’obbligo di risiedere in un posto designato dalle autorità”.
In questo momento vanno avanti le interlocuzioni tra la Commissione Ue e il governo italiano: quello che l’esecutivo Ue vuole accertare è se l’eventuale introduzione della garanzia economica per i richiedenti asilo nel quadro normativo italiano, sia effettivamente proporzionata e sia subordinata a preventivi assessment individuali di verifica.
(da Fanpage)
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