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PATRICK ZAKI RACCONTA LA SUA DETENZIONE IN EGITTO: “MI HANNO APPLICATO GLI ELETTRODI E DATO SCARICHE ELETTRICHE, HO VISTO UN DETENUTO APPESO PER I PIEDI A TESTA IN GIÙ”

Ottobre 16th, 2023 Riccardo Fucile

“LA COSA PEGGIORE È QUANDO, AL RITORNO IN CELLA DALL’UDIENZA, COSTRINGONO I PRIGIONIERI A BERE UN LASSATIVO E LI TENGONO LÌ, NUDI, UNO ACCANTO ALL’ALTRO, FINCHÉ NON EVACUANO. LO FANNO PER CONTROLLARE CHE DALL’ESTERNO NON ARRIVI NIENTE. E PER UMILIARLI”

Patrick Zaki, sono venuto qui per intervistarla sul suo libro, in cui lei racconta due anni trascorsi senza colpa nelle prigioni egiziane. Sono pagine che confermano la forza morale che noi italiani abbiamo visto in lei, e che ci ha indotti a impegnarci tutti insieme, destra e sinistra, per la sua liberazione. Per questo molti di noi si sono sentiti feriti dalle sue parole contro Israele, che ho trovato inaccettabili.
«Io sono contro l’attuale governo di Israele e le politiche che ha seguito negli ultimi anni. E non sono l’unico a pensarla così: le azioni di questo governo sono state criticate sia in passato sia in questi giorni da diversi Paesi, compresi gli Stati Uniti».
Cosa le è venuto in mente di definire Netanyahu un serial-killer?
«Ho pensato a tutti i civili, a tutte le persone tra cui donne e bambini che sono state uccise a Gaza negli ultimi anni, alla mia cara amica Shireen Abu Akleh, la giornalista che è stata uccisa l’anno scorso da soldati israeliani mentre lavorava in Cisgiordania».
A parte il fatto che Netanyahu è lì perché con i suoi alleati ha vinto le elezioni, cosa che non possiamo dire di nessun leader arabo, non crede che qualsiasi discorso debba cominciare con la condanna del massacro del 7 ottobre compiuto da Hamas?
«Io sono contro tutti i crimini di guerra. Condanno l’uccisione di civili. sono contro ogni forma di violenza».
Quindi lei condanna Hamas?
«Certo. Io non ho nulla a che fare con Hamas! Sono cristiano e sono di sinistra, non sono un integralista islamico. In Egitto quelli come me vengono uccisi dagli integralisti islamici. Io sono per la Palestina, non per Hamas».
Lei fu arrestato dalla polizia egiziana proprio di ritorno dal nostro Paese, come scrive nel suo libro «Sogni e illusioni di libertà», pubblicato dalla Nave di Teseo.
«Mi aspettavano all’aeroporto del Cairo da due giorni. Mi hanno strappato il permesso per l’Italia, mi hanno rotto gli occhiali. Mi hanno insultato. E hanno iniziato a picchiarmi».
Come?
«Calci, pugni, botte sulla schiena. E minacce: “Non uscirai fuori di qui”, “non vedrai mai più la luce del sole”. Io sono rimasto concentrato. Sapevo come comportarmi: non dovevo mostrarmi debole. Se li facevo arrabbiare, meglio. Se capivano che avevo paura, era la fine».
Come sono le tecniche di interrogatorio?
«Gli interrogatori sono brevi. Ti sballottano di continuo dentro e fuori la cella; e in ogni cella c’è sempre una spia della polizia. Le domande sono sempre le stesse: davvero vuoi farci credere che eri a Bologna solo per un master? Perché parli male dell’Egitto? Poi ti mostrano le foto degli oppositori del regime: li conosci? Vogliono sfiancarti. Per questo rispondevo a monosillabi».
E loro?
«Mi hanno bendato, ammanettato, caricato su un furgone. Essere bendati, non avere il controllo del proprio corpo, è terribile. Dagli odori ho capito che mi portavano nel carcere di Mansura, la mia città. Lì c’erano il poliziotto buono e il poliziotto cattivo, che mi ha fatto togliere i vestiti, dicendo: “Patrick difende i gay, dobbiamo portargli qualcuno che se lo inculi”».
L’hanno torturata?
«Mi hanno messo un adesivo sulla pancia, non capivo perché. Poi, quando mi hanno applicato gli elettrodi, ho realizzato che serviva a nascondere i segni delle scariche elettriche».
Come sono?
«Terribili. Ma quelli sono professionisti. Sono attenti a non lasciare tracce sui corpi. I poliziotti mi facevano in faccia il verso del maiale, come si usa da noi per manifestare disprezzo. Ma la cosa che mi ha fatto più male è un’altra».
Quale?
«Il ragazzo che portava i caffè mi ha dato una gran botta sulla schiena con il vassoio. Ancora mi chiedo perché lo abbia fatto. Non era un poliziotto. Non gli avevo fatto nulla di male. Se un giorno in Egitto faremo la rivoluzione, cercherò quell’uomo solo per chiedergli il perché».
E poi?
«Mi hanno chiuso in una cella con 52 persone. Tra loro c’erano due ragazzini, colpevoli solo di aver girato un video ironico su Maometto . C’erano anche i parenti di un uomo che aveva picchiato la moglie, i cui familiari erano nella cella di fronte: era una rissa continua…».
Lei è stato davvero arrestato soltanto per un post su Facebook?
«Per quello e per la mia militanza nell’Eipr, Egyptian initiative for personal rights. Quando però hanno visto che in Italia ci si mobilitava per me, hanno pensato: questo ragazzo per l’Italia è importante. E il mio caso è diventato un modo per fare pressione sul vostro Paese nel caso Regeni. In prigione mi chiamavano il ragazzo italiano».
Come mai?
“Mi confondevano con lui. Qualcuno mi chiamava proprio Giulio. […] Quando Macron e Scarlett Johansson fecero il mio nome, mi chiedevano pure i selfie…».
Come ha fatto a resistere?
«Cominciai a dare lezioni di inglese, ma me lo impedirono. Poi mi portarono in un supercarcere, dove tutti avevano una divisa. Io avevo la divisa bianca, da detenuto in attesa di giudizio. I condannati avevano quella blu. I condannati a morte quella rossa. Una mattina alle sei vennero a portare via un prigioniero per l’esecuzione. Cominciò a urlare disperato. Non dimenticherò mai quelle grida».
Poi la trasferirono ancora e la misero in cella con un pazzo.
«Si chiamava Magdi, aveva un negozio di elettronica dove un terrorista dell’Isis aveva comprato un apparecchio che era servito per un attentato. Ma lui mica lo sapeva, era pure copto. Era innocente, e stare in carcere da innocenti può renderti folle. Un giorno mi gettò in faccia l’acqua bollente del tè. Un altro compagno di cella invece insisteva per farmi un massaggio…».
Com’era il suo rapporto con gli islamisti?
«A volte litigavamo. uno mi rimproverò perché mia madre non portava il velo e io avevo bevuto da una lattina con la sinistra anziché con la destra».
E i criminali comuni?
«Ne ho visto uno appeso per i piedi a testa in giù. Ma la cosa peggiore è quando, al ritorno in cella dall’udienza, li costringono a bere un lassativo e li tengono lì, nudi, uno accanto all’altro, finché non evacuano. Lo fanno per controllare che dall’esterno non arrivi niente. E per umiliarli. Anche se poi in carcere i microcellulari entrano, io stesso me ne sono procurato uno. Poi ho avuto anche una radio».
Lei scrive che il primo interrogatorio vero arrivò dopo un anno e otto mesi.
«Poi ci fu l’udienza, che durò due minuti e mezzo. Eravamo 450 detenuti in due gabbie, ognuno si agitava per farsi riconoscere dal suo avvocato, invano. Sembravamo scimmie allo zoo».
Il governo italiano ha lavorato per liberare lei. Dopo la condanna a tre anni, un colpo durissimo, è arrivata la grazia. Perché ha rifiutato il volo di Stato?
«Perché sono un attivista, e voglio essere libero di criticare qualsiasi governo».
Nel suo libro Giorgia Meloni non è mai citata. Perché?
«Neppure Mario Draghi; e anche il suo governo ha lavorato per la mia liberazione. Ribadisco che sono grato all’Italia per quanto ha fatto per me».
L’hanno criticata anche perché non parla la nostra lingua.
«Ma la sto imparando».
(da Il Corriere della Sera)

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I RAGAZZINI CHE PASSANO TROPPO TEMPO DAVANTI A CERTI TIPI DI VIDEOGAME RISCHIANO DI “TRASFERIRE” I COMPORTAMENTI NEGATIVI NELLA VITA REALE

Ottobre 16th, 2023 Riccardo Fucile

LA PROFESSORESSA DI PSICOLOGIA DELL’UNIVERSITÀ DI MILANO-BICOCCA CHIARA VOLPATO: “SI CHIAMA IL “PROTEUS EFFECT” E IN ALCUNI CASI LI RENDEREBBE PIU’ ABITUATI A VIOLENZA, SESSISMO E STUPRI A CAUSA DELLA “BANALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA”

Punto uno: «Bisogna che gli adulti, i genitori controllino cosa i figli vedono e con cosa giocano, andiamo a controllare cosa fanno e come sono rappresentate le donne. Vediamo e capiamo cosa fanno le donne e che cosa sono invitati a fare i giocatori».
Punto due: «Per colpa dell’assenza di noi adulti e di percorsi strutturati nelle scuole, molti adolescenti ricevono educazione sessuale dalla pornografia che trovano in rete».
Chiara Volpato, professoressa senior di Psicologia Sociale dell’Università degli Studi Milano-Bicocca, intervenendo al panel «Violenza di genere» al Festival «Women & The City» organizzato da Torino Città, ha lanciato l’allarme sugli effetti dei videogiochi violenti e sessisti. Preoccupa il «Proteus effect», vale a dire il trasferimento di elementi del videogioco alla vita reale, la commistione tra reale e virtuale.
Negli studi e nelle ricerche condotte da diversi anni dall’Università Bicocca che, insieme alla professoressa Volpato ha visto impegnato in prima linea il professor Alessandro Gabbiadini, si è indagato il meccanismo dell’apprendimento sociale. Su un campione di studentesse e studenti di alcuni licei di Bergamo, sono stati osservati gli effetti del gioco prolungato con i videogiochi Gran Theft Auto (dalla versione 3 in avanti) e di Red Redention, entrambi prodotti da Rockstar Game.
«Il giocatore osserva il comportamento dell’avatar e ne ricava inferenze circa le sue credenze o atteggiamenti, adeguando i propri comportamenti a quelli del personaggio virtuale – ragiona la professoressa Volpato -. La banalizzazione della violenza in certi videogiochi presenti nelle vite degli adolescenti, la degradazione della figura femminile e dell’incontro tra uomini e donne possono insegnarci qualcosa e farci ragionare sugli stupri di gruppo. Ho l’impressione che una serie di fatti estremi accaduti in estate e anche di recente a Torino abbiano a che fare con questa mancata educazione sessuale e con le dipendenze dai videogiochi».
«È vero che è un gioco, non possiamo dire che i ragazzi che giocano diventino così – puntualizza -, ma lo stupro viene presentato come un’attività non sanzionata e avvicina pericolosamente i ragazzi a una visione stereotipata e sbagliata della donna e dei rapporti tra uomo e donna. Normalizza la violenza e il commercio sessuale».
«Una serie di ricerche – aggiunge – dimostrano come in seguito a sessioni intense e prolungate, i giocatori abbiano una maggiore accettazione dei miti dello stupro, di quelle credenze che dicono che le donne desiderano essere stuprate, che lo stupro non è poi così grave».
(da agenzie)

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LA MANOVRA SENZA EMENDAMENTI

Ottobre 16th, 2023 Riccardo Fucile

MELONI CANCELLA IL PARLAMENTO

La premier ha raccolto l’idea del Mef: blindare l’iter della legge di Bilancio imponendo il silenziamento a deputati e senatori. Cade l’ultimo baluardo delle prerogative parlamentari, l’unico provvedimento su cui incidevano ancora un po’ì. «Intollerabile», sottolineano gli esperti.
L’ordine è partito, perentorio: il silenziamento al parlamento scatta anche sulla manovra, con la forma del diktat ”emendamenti zero”, rivolto ai capigruppo della maggioranza.
È l’ultimo baluardo che cade dietro la smania di accentramento che traduce l’ossessione del controllo della destra. E si completa lo spostamento degli equilibri istituzionali sempre più palese: Camera e Senato svuotati dalle loro funzioni. Altro che premierato forte, insomma. La riforma costituzionale è avvenuta in silenzio.
SENZA EMENDAMENTI
Oggi in consiglio dei ministri sarà discusso e approvato lo schema della legge di Bilancio. Un intervento di circa 22 miliardi di euro o poco più. A Palazzo Chigi sarà esaminata la traccia dell’articolato, che sarà cesellato nei prossimi giorni negli uffici del Mef.
Un testo a prova di emendamento. L’obiettivo è quello di scrivere e ultimare il provvedimento entro una settimana, massimo dieci giorni, in modo da inviarlo al Senato per avviare l’iter quanto prima. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, è stato chiaro: «Auspico una sessione di bilancio rapida e fruttuosa». Traducendo il suo lessico felpato, non gradirà intoppi né rallentamenti. Il Mef vuole andare di corsa, grazie alla sponda di Palazzo Chigi.
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha già catechizzato i parlamentari di Fratelli d’Italia: nessuno si sogni di presentare grappoli di emendamenti, nemmeno a titolo personale, per soddisfare simbolicamente le richieste dei territori. Qualche eccezione può esserci, a patto sia concordata. Agli alleati, invece, la premier ha rivolto l’invito a ridurre al massimo la quantità di proposte.
Prevista una stretta pure sulla circolazione delle bozze: l’ordine è quello di evitare la proliferazione di testi provvisori che finiscono per alimentare un clima di confusione. Un catenaccio totale, che riduce, o azzera, il margine di azione di deputati e senatori. Pur di evitare gli assalti alla diligenza e le bandierine piazzate da singoli parlamentari, la manovra sarà il passaggio definitivo dello stravolgimento della Costituzionale: il potere legislativo si sommerà a quello esecutivo.
«Un conto è proteggere la propria legge di bilancio dal rischio che, tramite gli emendamenti, pure di maggioranza, vi siano squilibri ed eccessi di bilancio. Un conto è, sostanzialmente, annichilire la funzione del parlamentare. Se anche gli emendamenti della maggioranza vengono visti come un ostacolo, immaginiamo cosa rimane da fare per un parlamentare di opposizione», dice a Domani Francesco Clementi, professore di diritto pubblico e comparato all’università La Sapienza di Roma.
Certo, la dinamica non è iniziata con Meloni. «Nel 2018 il Pd presentò un ricorso alla Corte costituzionale per denunciare la deriva», ricorda Andrea Pertici, docente di diritto a Pisa. Solo che dopo si è andati di male in peggio. Il ruolo del parlamento è stato depotenziato. Il confronto è stato spesso compresso e gli abusi passati hanno spalancato le porte al colpo finale targato Meloni.
ONOREVOLI SPETTATORI
I parlamentari completano così la metamorfosi da legislatori a spettatori schiaccia-bottoni. «Sarà garantito all’opposizione un piccolo fondo per gli emendamenti», sostengono comunque fonti di maggioranza.
Una mancetta per provare a sedare le proteste, che scatteranno comunque di fronte a una dotazione risicata: lo scorso anno ammontava a circa 400 milioni di euro per soddisfare gli appetiti di tutti gli emendamenti a Montecitorio. Quest’anno la cifra sarà dimezzata. Un dato che corre forte è invece quello delle questioni di fiducia poste dal governo sui vari provvedimenti: il contatore a inizio ottobre segnava numero 31. In meno di un anno, la media è superiore a 2,5 al mese, compresi i periodi di pausa dei lavori. La causa risiede nel diluvio di decreti che vengono girati alle Camere.
Secondo un dossier di +Europa la destra è quota uno ogni 8 giorni. «L’uso-abuso della decretazione d’urgenza – sottolinea Clementi – è talmente intenso nella sua ritmica e irrispettoso della dinamica parlamentare nei suoi modi, perché sempre più spesso il governo consuma addirittura il tempo per rispondere agli emendamenti dei parlamentari con i suoi pareri, anche quelli di maggioranza, impedendo nei fatti la discussione. Così rende la situazione sempre più grave. Quasi intollerabile».
La spirale diventa dunque inarrestabile. Per evitare la decadenza dei decreti, per forza di cose, occorre blindare l’iter: l’approvazione deve avvenire entro 60 giorni dal via libera a Palazzo Chigi. E a catena si approda quello che viene definito “monocameralismo di fatto”: uno dei due rami del parlamento esamina e modifica il testo, l’altro si limita solo ad apporre il bollino dell’approvazione. Senza nemmeno un reale confronto in commissione.
PREMIERATO FORTISSIMO
«Con questa legge di Bilancio si fa un passo più in là», evidenzia Pertici. Il risultato? In Transatlantico ormai i deputati si aggirano sconsolati per il loro ridimensionamento, a Palazzo Madama fanno il minimo indispensabile nell’attesa dell’ennesimo decreto da convertire. A chi chiede cosa si possa fare, la gran parte allarga le braccia sconsolata. «Va così…».
Eppure, Meloni continua a rivendicare la necessità di modificare l’architettura istituzionale della Repubblica per rafforzare il ruolo del governo. Punta al premierato forte, almeno a parole. Un’ulteriore concentrazione dei poteri nelle mani dell’esecutivo. Al momento è solo una wishlist governativa. La ministra delle Riforme, Elisabetta Casellati, aveva lavorato a delle bozze di cui si sono perse le tracce.
«Ma il rafforzamento dell’esecutivo è già nei fatti – ricorda Pertici – e andrebbe peraltro considerato che nei regimi presidenziali è fondamentale il rafforzamento dei poteri del parlamento. Quel sistema si tiene su due forze: la prima del presidente e la seconda del parlamento, che esercita il massimo della propria funzione proprio sul bilancio per controllare il governo. Tanto per fare un esempio, negli Stati Uniti si verifica lo shutdown con l’amministrazione che deve adeguarsi al parlamento». In Italia, invece, si mette la museruola sugli emendamenti
(da editorialedomani.it)

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ASSICURAZIONE CASA, CONVIENE FARLA?

Ottobre 16th, 2023 Riccardo Fucile

ECCO QUANTO COSTA PROTEGGERSI DA ALLUVIONI, GRANDINE E TERREMOTI

Partiamo da questo dato: il territorio italiano per le sue caratteristiche geologiche, morfologiche e idrografiche è uno dei più fragili d’Europa. Il 50% è esposto al rischio sismico, il 20% a frane e alluvioni. Su questa vulnerabilità di base si scatena pure la crisi climatica: i rilevamenti del Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici mostrano che la probabilità di eventi estremi è aumentata in Italia del 9% in vent’anni. Ma il nostro Paese sembra sottovalutare i rischi che da un momento all’altro potrebbero mandare le famiglie in rovina. Vediamo perché.
Il rischio bancarotta
Banca d’Italia ha stimato il valore del patrimonio abitativo esposto a rischio alluvioni: quasi mille miliardi di euro, circa un quarto del totale. E il valore di un singolo immobile, quando si allaga, scende del 60%. «Considerando solo i danni subiti dalle abitazioni al piano terra – scrivono i ricercatori – la perdita annua attesa potrebbe arrivare a tre miliardi di euro».
L’area più a rischio è il Distretto del Po. La regione con la maggiore perdita annua attesa è l’Emilia-Romagna (0,71% del totale della ricchezza abitativa), seguita da Toscana e Liguria (0,5%). Le meno esposte sono Molise e Basilicata (0,05%). Se consideriamo che la casa costituisce il 50% del patrimonio lordo degli italiani, si fa presto a capire che un evento naturale estremo può spazzare via la sicurezza economica di chi quella casa la abita. All’alto rischio di frane e alluvioni va poi aggiunto quello – non legato direttamente al cambiamento climatico – del terremoto. Secondo lo studio di Antonio Coviello per il Cnr, il 78% delle abitazioni è edificato in zone a rischio idrogeologico o sismico. Tra il 2011 e il 2021, i danni subiti dal patrimonio immobiliare (privato e pubblico) ammontano a circa 50 miliardi. Con ricadute economiche che si scaricano sull’intero sistema Paese.
I più esposti e meno assicurati
Per ridurre i rischi sarebbe necessario assicurarsi. Ma quanto costa? Le polizze sulla casa sono generalmente componibili, lasciano cioè all’assicurato la possibilità di aggiungere pacchetti. Il prezzo ovviamente varia a seconda del grado di rischio. Se volessimo proteggere contro terremoti e alluvioni un appartamento di 100 metri quadri del valore di 200 mila euro, incluso l’arredamento, stando a una simulazione realizzata per Dataroom dallo staff di Facile.it si parte dai 312 euro annui nell’hinterland milanese, ai 624 a Bari e 636 a Modena. Mentre a Belluno, per esempio, il prezzo della polizza può quasi raddoppiare a seconda della posizione della casa rispetto alla montagna.
In pochi, però, scelgono di stipularla. Dalla ricerca di Swiss Re emerge che in Europa abbiamo il più ampio gap di protezione del valore dopo la Grecia. Su 35,3 milioni di unità abitative esistenti, appena il 5,3% è coperta contro le calamità. Oggi sul mercato italiano le polizze con «estensione alle catastrofi naturali» sono 1,7 milioni (erano 400 mila nel 2016). Se però andiamo a vedere, solo la metà copre tutti i rischi, mentre 579 mila fanno riferimento alla sola eventualità di un terremoto, e 291 mila sono specifiche per le alluvioni.
L’illusione del risarcimento
Negli ultimi anni il governo ha adottato qualche iniziativa per incentivare la popolazione ad assicurarsi contro le calamità. La più rilevante riguarda la norma che a partire dal 2018 elimina l’imposta fiscale sulle polizze e introduce la detrazione del costo del 19% ai fini Irpef. Ma allora perché le famiglie che possiedono una casa si espongono a un simile rischio? Pesa la convinzione, ampiamente diffusa, di avere diritto a un risarcimento totale a carico delle istituzioni. In realtà non esiste alcuna legge che obbliga lo Stato a finanziare la ricostruzione delle proprietà danneggiate: gli stanziamenti non sono prestabiliti, ma decisi di volta in volta a calamità avvenuta e a distanza di anni. E comunque sempre minimi rispetto ai danni. Da un rapporto di Greenpeace stilato sui dati della protezione civile, emerge che «tra il 2013 al 2019 le Regioni hanno segnalato 20,3 miliardi di euro di danni causati da alluvioni e frane». Nello stesso periodo i fondi utili a tamponare l’emergenza stanziati dal Governo in favore delle Regioni «ammontano a 1,8 miliardi, ai quali si devono aggiungere 561 milioni chiesti al Fondo di solidarietà europeo». In tutto, circa 2,4 miliardi. Un decimo dei danni totali.
Come funziona all’estero
In Italia l’unica assicurazione effettivamente obbligatoria è per chi accende un mutuo, e garantisce solo incendio e scoppio. Nel resto d’Europa le esperienze sono diverse e spesso coinvolgono lo Stato che, a seconda dei casi, assume iniziative che consentono di calmierare i prezzi. In Francia se si sottoscrive una copertura per incendio, la polizza tutela anche dalle catastrophes naturelle, comprese inondazioni, frane, terremoti, valanghe, ma le compagnie pagano solo dopo che il governo ha dichiarato lo stato di calamità. In ultima istanza, però, a difendere la sostenibilità del sistema sono gli stessi francesi: le compagnie hanno infatti il diritto di riassicurare il proprio portafoglio con la Caisse Centrale de Réassurance, garantita dallo Stato. In Spagna le assicurazioni finanziano il Consorcio, organizzazione statale che paga risarcimenti in caso di calamità naturali come inondazioni e incendi boschivi non coperti. In Svizzera, dove tutelarsi contro i danni da eventi naturali – escluso il terremoto – è obbligatorio in quasi tutti i Cantoni, le società sono riunite in un pool che applica tariffe uniformi, almeno per i principali danni di sua competenza.
Le soluzioni
Difficile prendere uno di questi modelli e applicarlo da noi. La Francia, ad esempio, non deve misurarsi con la frequenza di eventi sismici dell’Italia. E poi c’è il fattore «italianità» che incide. In un intervento di qualche anno fa, l’allora condirettore generale di Swiss Re, Gianfranco De Giusti, disse: «La Francia è un paese più ordinato e centralizzato del nostro, dove le cose si fanno perché si obbedisce alle direttive. In Italia non obbedisce nessuno e pertanto è molto più adatta una soluzione a strati come quella della California, dove le compagnie si sono consorziate». Un paio di settimane fa il ministro Giancarlo Giorgetti ha lanciato l’idea di polizze che ricomprendano i rischi naturali insieme a quello di incendi, e di coinvolgere come garante Sace, la società controllata dal Mef. Non c’è dubbio che una regolamentazione vada trovata anche perché se più persone si tutelassero, meno costerebbe assicurarsi. Bisognerà tuttavia fare i conti con due ulteriori complessità. La prima: «I metodi tradizionali di valutazione del rischio idrogeologico – dice Roberto Passino, fondatore dell’Istituto Ricerca sulle Acque del Cnr, tra i massimi esperti del settore – non possono dare le stesse “semicertezze” del passato se applicati ai nuovi fenomeni causati dal cambiamento climatico. Infatti la variabilità delle aree interessate e della loro estensione, dell’intensità e durata dei fenomeni meteo, e l’insufficienza di significativi dati statistici finora raccolti, aggiungono ulteriore incertezza. Per superarla occorrono coraggiose scelte di cambiamenti metodologici e organizzativi, che privilegino la multidisciplinarietà e la multisettorialità, aiutando così gli italiani a ottenere una adeguata copertura assicurativa».
Il secondo problema: in Italia il 15% delle costruzioni sono abusive, con picchi al Sud, dove fino a due anni fa la maglia nera spettava alla Campania (49 nuove case abusive ogni cento autorizzate), ma dall’ultimo rilevamento Istat ora in testa ci sono Calabria e Basilicata addirittura col 54%, mentre la Campania è salita al 50. È evidente che per arrivare ad un accordo con le compagnie di assicurazione, dove lo Stato è il garante di ultima istanza, ci vorrà il coraggio politico di escludere dagli indennizzi gli immobili abusivi.
Milena Gabanelli e Andrea Priante
(da il corriere.it)

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Ottobre 16th, 2023 Riccardo Fucile

L’ASPETTO STORICO DELL’ANNOSA VICENDA ISRAELE- PALESTINESI

Al netto di tutto il più sincero sgomento che in questo preciso istante si può provare di fronte alla morte di innocenti civili da ambo le parti, per provare a capire davvero cosa stia accadendo a Gaza ed in Israele sarebbe necessario andare a ritroso e contestualizzare l’aspetto storico di questa annosa violenza. Un dato oggettivo colpisce subito: il doppio standard mediatico occidentale in azione. Cerchiamo di spiegarne le radici e le cause.
Sionismo e nascita di Israele
La formazione storica dello Stato di Israele non si può comprendere senza previamente analizzare un’ideologia sorta nella seconda metà del XIX secolo nell’Europa centro-orientale: il sionismo.
Fin dalle origini il sionismo è stato un movimento culturale ebraico di stampo nazionalista (poi gradualmente sviluppatosi secondo varie sfumature politiche, passando da un approccio socialista fino ad arrivare ad uno sciovinismo molto accentuato ed in parte ispirato perfino da ideali fascisteggianti) con l’obiettivo di creare un focolare nazionale giudaico in Palestina. Il nome deriva dalla denominazione di uno dei monti di Gerusalemme tradizionalmente più importanti : il Monte Sion.
Una svolta prettamente più politica al sionismo fu data da Theodor Herzl (1860 – 1904), un giornalista austro-ungarico di lingua tedesca che – persuaso dai frequenti casi di antisemitismo dell’epoca- ormai riteneva l’assimilazione ebraica in Europa un’utopia da realizzare. Autore de Lo Stato ebraico (Der Judenstaat, 1896), viene considerato il padre del sionismo moderno perché teorizzò le basi politiche per la creazione di uno Stato ebraico attraverso una programmata emigrazione di massa degli ebrei nella cosiddetta Terrasanta. Le soluzioni prospettate da Herzl erano idealmente indirizzate verso la Palestina, anche se – nel suo caso ad esempio- egli arrivò a non disdegnare posti alternativi quali l’Argentina o perfino l’Uganda.
Anteriormente alla prima guerra mondiale, il sionismo rappresentava solo una minoranza attiva di ebrei e nel 1914 in Palestina si contavano circa 90.000 persone. Allo scoppio delle ostilità, però, le azioni di due noti sionisti – Chaim Weizmann (futuro primo Presidente d’Israele) e Nahum Sokolow (futuro Presidente del Congresso Sionista Mondiale durante gli anni ‘30)- furono determinanti per ottenere dalla Gran Bretagna, attraverso la Dichiarazione Balfour (1917), la promessa per il sostegno inglese alla creazione di un focolare nazionale ebraico (national home for the Jewish people) in Medio-Oriente.
In quanto l’Impero Ottomano fu una delle potenze sconfitte, al termine del conflitto la Società delle Nazioni (antesignana dell’ONU) attraverso il Trattato di Sèvres del 1920 trasferì, in funzione anti-ottomana, la Palestina all’Impero di Re Giorgio V, creando il Mandato Britannico della Palestina. Questo perché -in precedenza- già nel 1916 era stato segretamente abbozzato tra Parigi e Londra un accordo, il Trattato Sykes-Picot, mirante a suddividere le rispettive sfere d’influenza medio-orientali una volta che Istanbul (allora capitale ottomana) sarebbe stata sconfitta.Fu così che i britannici, nel primo dopoguerrra, iniziarono a farsi attivi promotori della causa migratoria ebraica andando in tal modo a ledere tangibilmente gli interessi delle popolazioni arabe locali; nonostante -in precedenza- la Gran Bretagna avesse sollecitato e strumentalizzato le loro aspirazioni indipendentiste in chiave anti-ottomana a fini militari e strategici per tutta la durata del conflitto. Tutto ciò ebbe come conseguenza la formazione di un forte risentimento all’interno della società palestinese.
Sotto il governo britannico, dunque, l’immigrazione ebraica aumentò esponenzialmente e nel marzo 1925 la popolazione giudaica in Palestina era ufficialmente stimata a 108.000, fino a salire a circa 238.000 (il 20% della popolazione) nel 1933
Si può già ben delineare ed intravedere quale portata ebbe una scelta politica del genere -forzatamente dettata dall’esterno da potenze estranee- sulle popolazioni autoctone. Le conseguenze, infatti, non si fecero attendere.
La compenente araba della popolazione -intimorita dal progressivo afflusso in massa di nuove persone- iniziò ad opporsi in maniera più energica al sionismo e alla politica britannica che lo avallava. Le forze dell’ordine di Londra -sempre più alle strette- faticavano a mantenere l’ordine ed infine esplose una serie di rivolte, con atti di estrema ferocia da entrambe le parti. I moti del 1929 (durante i quali vide la luce il massacro di Hebron, con l’assassinio di quasi una settantina di ebrei), ma soprattutto La grande rivolta araba del 1936 palesarono una situazione drammatica e di latente violenza che il Regno Unito non poteva più ignorare.
Lo sforzo di reprimere la rivolta araba del 1936-1939, che fu molto più estesa e violenta rispetto alle crisi precedenti, portò infine la Gran Bretagna a rivalutare le proprie decisioni politiche. Nella speranza di mantenere una pace duratura tra gli ebrei ed i palestinesi e di riottenere il sostegno degli arabi per fini militari (così come durante il primo conflitto mondiale) per contrastare i nuovi nemici – cioè la Germania e l’Italia, alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale (1939) Londra pose restrizioni all’immigrazione ebraica, che portò alla pubblicazione del cosiddetto Terzo Libro Bianco inglese sulla politica mandataria da seguire in Palestina.
Tuttavia, le nuove limitazioni furono brutalmente contrastate dalla nascita di gruppi sionisti clandestini, come la Banda Stern e l’Irgun Zvai Leumi, che commisero atti di terrorismo ed omicidi contro gli inglesi e contro i palestinesi e pianificarono illegalmente l’immigrazione ebraica. Entrambe le organizzazioni furono realtà paramilitari estremiste, di matrice iper-nazionalista (per non dire propriamente fascista) e considerate terroriste, in un modo o nell’altro riconducibili al pensiero del sionismo revisionista di Vladimir Žabotinskij.
La Banda Stern (o Lehi, formalmente Lohamei Herut Yisraʾel, cioè “Combattenti per la libertà di Israele”), fu fondata nel 1940 da Avraham Stern (1907–42) dopo una scissione dal movimento Irgun Zvai Leumi. Visceralmente anti-britannico, Stern fondò la Lehi per staccarsi dall’Irgun, quando questo gruppo aveva deciso di unirsi all’Haganah (un’altra organizzazione sionista paramilitare, più per autodifesa che per offesa e successivamente inglobata nelle forze armate israeliane) con l’intento di affiancare i britannici nella lotta contro i nazisti. Il gruppo attaccò ripetutamente il personale britannico in Palestina e chiese persino aiuto alle potenze dell’Asse Stern venne infine eliminato dalle forze dell’ordine inglesi.
Anche l’Irgun Zvai Leumi (“Organizzazione Militare Nazionale” fondata nel 1931) fu un movimento paramilitare clandestino di estrema destra e razzista. Inizialmente sostenuto da molti partiti sionisti non socialisti -in opposizione all’Haganah- divenne nel 1936 uno strumento del sionismo revisionista. L’Irgun commise atti di terrorismo contro gli inglesi, che considerava occupanti illegali, e contro i palestinesi ed era ferocemente anti-arabo. Tra le più brutali azioni che i membri di queste organizzazioni paramilitari portarono avanti contro la comunità araba dell’epoca certamente va ricordato il massacro perpetrato dalla Banda Stern e dall’Irgun a Deir Yassin (1948), durante il quale più di 100 civili arabi vennero uccisi.
E proprio il Partito Likud, di cui fa parte l’attuale premier israeliano Netanyahu, affonda le sue radici storiche (attraverso la figura di Menachem Begin, sesto premier israeliano) nel movimento sionista revisionista di Žabotinskij e nell’Irgun, una delle ali militari più radicali di questa corrente sciovinistica. Dopo la nascita di Israele, una serie di convergenze portò alla fondazione del Likud nel 1973 da parte di Begin, un ex-soldato con cittadinanza polacca ed appartenente al Secondo Corpo d’Armata Polacco al comando del generale Władysław Anders. Attraverso il corridoio persiano, il Corpo d’Armata Polacco arrivò in Palestina nel maggio 1942 sotto il comando alleato per essere equipaggiato e successivamente impiegato nel teatro bellico italiano.
Una volta giunto in Palestina, Begin -come molti altri suoi commilitoni ebrei polacchi- ottenne dal comando militare polacco un “congedo sine die” e decise di rimanere in Medio-Oriente per contribuire con la lotta armata all’instaurazione di un governo ebraico in Terrasanta, piuttosto che continuare a combattere i nazisti in Europa. Pertanto, si unì infine all’Irgun. L’esperienza bellica di questi soldati ebrei (compresa la nota Brigata ebraica/ Jewish Infantry Brigade Group in seno all’esercito britannico e reclutata tra gli ebrei già lì immigrati all’inizio del sec. XX) fu fondamentale per l’ulteriore sviluppo dell’incipiente expertise militare e strategica delle forze di combattimento ebraiche degli anni’40, che acquisirono sempre più sicurezza ed audacia di sé.
Nonostante la situazione in Palestina fosse ormai diventata endemicamente esplosiva, dall’altra parte -però- lo sterminio su larga scala degli ebrei europei da parte dei nazisti riportò la questione giudaica al centro dell’attenzione pubblica mondiale e molti dei sopravvissuti all’Olocausto si rassegnarono all’idea di cercare rifugio in Terrasanta, a detrimento del già fragile tessuto sociale palestinese e a vantaggio di un rinnovato interesse ebraico per l’ideologia sionista.
Il secondo conflitto mondiale rappresentò, pertanto, uno sciaguroso spartiacque in seno alla comunità semitica (e non), e ciò è particolarmente evidente se si analizza l’area del Medio-Oriente. I pogrom prebellici, lo nascita e lo sviluppo del sionismo, la Shoah, le successive ondate migratorie ebraiche sempre più massicce nel Mandato Britannico della Palestina a grave scapito delle popolazioni arabe locali e la conseguente nascita dello Stato di Israele (1948) sono tutti dei fattori inestricabili alla base di questa polveriera.
Fino al 1948, gli scontri avevano preso la forma di una progressiva guerriglia civile in seno alla comunità semitica -più o meno forzatamente- lì coesistente; ma la palese incapacità e la mancanza di volontà di una vera forma di mediazione tra le parti in causa da parte del governo britannico ed il il caotico ritiro delle sue unità militari fecero bruscamente precipitare gli eventi; tutto ciò nonostante si fosse già allora cercato di trovare una via d’uscita attraverso un previo Piano di partizione della Palestina (Risoluzione 181) elaborato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il quale -infine- non venne però accettato soprattutto (ma non esclusivamente) da parte araba.
Gaza post-1948
Né il Regno Unito né l’ONU riuscirono -quindi- a risolvere alle radici la controversia e questo ulteriore fiasco politico a livello interstatale infine portò nel 1948 all’unilaterale dichiarazione di indipendenza israeliana a Tel Aviv per opera di David Ben Gurion, un ardente sionista ed ex-soldato della Legione ebraica -da non confondere con la Brigata ebraica degli anni ‘40- che aveva combattuto contro l’Impero Ottomano e al fianco dei brittannici durante la prima guerra mondiale. Terminate le ostilità, Ben Gurion era rimasto in Palestina. Il riconoscimento diplomatico quasi istantaneo -e probabilmente anche emotivo per via della guerra mondiale da poco conclusasi- sia degli Stati Uniti sia dell’Unione Sovietica non tardò ad arrivare. Come risposta a quell’evento, gli Stati arabi circostanti –Egitto, (Trans)giordania, Siria, Libano e Iraq, compartecipi alla causa della componente araba della Palestina- dichiararono guerra affinché la neonata amministrazione governativa venisse schiacciata sul nascere. Tuttavia, a causa della mancanza di un reale coordinamento sul terreno e della susseguente disastrosa conduzione delle operazioni militari nel fronte arabo, la guerra venne inaspettatamente vinta da Tel Aviv. Le due denominazioni di questo primo aperto conflitto israelo-palestinese (1948) rispecchiano in pieno i punti di vista opposti sulla questione: Guerra d’indipendenza per gli israeliani, Al-Nakba/ La catastrofe per i palestinesi. Di conseguenza, in Siria, in Libano, in Giordania e su Gaza – la quale era andata sotto il controllo militare egiziano dopo la dipartita delle forze britanniche- si riversarono a centinaia di migliaia i primi profughi palestinesi scappati dalla guerra e cacciati dalle loro terre: si calcola all’incirca 700.000 rifugiati, che si videro per sempre negare il diritto al ritorno e ad ogni forma di riparazione per i torti subiti.
Nondimeno, nel 1967 ci fu un’altra guerra di impatto cruciale per gli equilibri nella regione: la Guerra dei sei giorni, durante la quale Israele riuscì a conquistare 1) la Striscia di Gaza e la Penisola del Sinai all’Egitto, 2) la Cisgiordania (inclusa la parte araba di Gerusalemme, cioè quella orientale) alla Giordania e 3) le Alture del Golan alla Siria.
Nel 1973 si ebbe una nuova crisi, sfociata nella cosiddetta Guerra del Kippur(dal nome della festività religiosa ebraica celebrata nel giorno in cui ebbero inizio le ostilità). Nel tentativo di riprendersi i territori precedentemente persi, l’Egitto e la Siria decisero di attaccare a sorpresa Israele, che sostanzialmente perse il controllo del Canale di Suez a favore del Cairo. Tuttavia, nonostante il Sinai fosse ritornato all’Egitto, le Alture del Golan rimasero (rimangono tuttora) in mano israeliana, ma soprattutto il nodo Gaza continuò a rimanere irrisolto, con tutte le problematiche relative ai profughi e alle loro miserevoli condizioni di vita.
Da lì in avanti, l’impegno degli Stati arabi circostanti nella loro lotta contro Israele venne arginato da una loro graduale volontà di normalizzazione nei rapporti con Tel Aviv (Egitto e Giordania in primis) ed un peso sempre più determinante nella lotta per la propria liberazione nazionale iniziò ad averlo l‘Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).
In base ai successivi accordi di Oslo del 1993 tra l’OLP di Yasser Arafat ed il governo di Yitzhak Rabin (con la mediazione degli Stati Uniti di Clinton), Israele venne ufficialmente accettata come entità politica dallo stesso Arafat, mentre il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte israeliana (e non solo) non arrivò mai. In base a quegli accordi, Gaza sarebbe dovuta essere governata dall’Autorità nazionale palestinese (ANP, una filiale dell’OLP istituita grazie ai negoziati in Norvegia per l’appunto), con la quale Tel Aviv aveva stretto un accordo.
La presenza militare israeliana nella Striscia di Gaza si è però protratta fino al 2005 quando – finalmente- sotto la crescente pressione della comunità internazionale il premier israeliano Ariel Sharon ha deciso di ritirare le forze armate d’occupazione dopo quasi quarant’anni.
Con il passare degli anni, dunque, a Gaza si è sviluppato un sentimento di disillusione e di tradimento sempre più consistente nei confronti dell’ANP, dato che il tanto agognato riconoscimento internazionale non hai mai visto la luce; in seguito, la progressiva estremizzazione degli animi dei gazesi di fronte ai sistematici crimini israeliani portati avanti nella più ipocrita e silenziosa connivenza dei Paesi occidentali ha condotto (non sorprendentemente) alla vittoria il Partito islamista Hamas durante le elezioni del 2006 a Gaza.
Di tutta risposta, nell’anno successivo (2007)in maniera del tutto unilaterale Israele ha deciso di imporre –in spregio ad ogni principio di diritto internazionale- un embargo verso la Striscia, andando in tal modo a radicalizzare ulteriormente gli animi di persone già esasperate e ridotte allo stremo sia fisicamente sia psicologicamente.
La Croce Rossa Internazionale e gruppi di esperti di diritti umani in seno alle Nazioni Unite hanno più volte dichiarato illegale l’embargo; organi di stampa indipendenti ed organizzazioni non governative comeHuman Rights Watch ed Amnesty International hanno definito Gaza una prigione a cielo aperto e descritto lo Stato israeliano come un Paese esplicitamente fondato sull’apartheid
Attualmente, la Palestina è riconosciuta da 138 dei 193 Stati membri dell’ ONU, con la clamorosa eccezione dei più importanti Paesi europei (Francia, Germania, Italia, Regno Unito), degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia e del Giappone. I palestinesi rivendicano la loro sovranità su un’area divisa in tre principali territori, peraltro discontinui tra di loro: 1) Gerusalemme est come capitale designata de iure, 2) la Cisgiordania (con Ramallah divenuta de facto capitale), e 3) Gaza. Allo stato presente, tuttavia, a seguito della Guerra dei sei giorni del 1967 la Palestina è per gran parte occupata da Israele.
• Gerusalemme est è de facto sotto il controllo israeliano;
• la Cisgiordania è divisa tra alcune zone sotto l’amminisrazione di Tel Aviv ed altre facenti capo all’ANP (l’attuale Presidente è Maḥmūd Abbās): l’area A è sotto effettivo controllo del governo palestinese; l’area B sotto il congiunto controllo israelo-palestinese; l’area C (la porzione più grande) è sotto il totale controllo governativo israeliano ed è un territorio sotto legge marziale, nel quale i pochi palestinesi presenti vengono giudicati dai tribunali militari, mentre gli ebrei da quelli civili.
In ebraico la Cisgiordania è vista come il settimo distretto nazionale (non riconosciuto però come territorio israeliano da nessuna nazione al mondo) ed è conosciuta con il nome di Giudea e Samaria; una denominazione fortemente contestata dai palestinesi, in quanto è considerata dall’ONU e dalla Corte Internazionale di Giustizia come territorio palestinese occupato. In Cisgiordania ci sono decine di colonie illegali che Israele mantiene in vita e che sono ritenute il principale ostacolo a una pace duratura fra gli israeliani ed i palestinesi e che sono spesso al centro delle violenze e delle tensioni che coinvolgono ciclicamente questo pezzo di mondo
È facile intuire come il presente governo di destra di Netanyahu (spostato su posizioni esplicitamente razziste) sia un esecutivo che finora non si è mai fatto nessun problema a promuovere attivamente questo tipo di colonie, illegali dal punto di vista del diritto internazionale; in tal modo alimentando ulteriormente angoscia ed un crescente malcontento tra i palestinesi. A guardare i membri dell’attuale gabinetto di Netanyahu, infatti, il timore è più che fondato: di recente, il caso più eclatante è rappresentato dalle parole del ministro delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich (leader del Partito Sionista Religioso), il quale di recente ha apertamente ammesso di essere “un fascista omofobo” ma di “non lapidare i gay“.
• Gaza, solo dopo il ritiro dei soldati israeliani nel 2005, è passata finalmente sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese. Tuttavia, come precdentemente analizzato, in seguito alle elezioni legislative del 2006 Gaza è controllata da Hamas (che in ultima analisi attua in grande autonomia da Ramallah). Le Nazioni Unite, le organizzazioni internazionali per i diritti umani, e la maggioranza dei governi e dei giuristi considerano il territorio ancora occupato da Israele, che mantiene sulla Striscia un blocco. Israele controlla lo spazio aereo e marittimo della striscia, sei dei sette attraversamenti della frontiera terrestre e il movimento di merci e persone dentro e fuori dalla striscia
Pertanto, riassumendo e cercando di fare uno speculare salto logico per mettersi nei panni dei palestinesi ed avere una visione più imparziale e più veritiera della situazione, si può a ragione affermare che non è un caso che proprio gli abitanti di Gaza si siano gradualmente avvicinati ad un Partito radicale e fondamentalista come Hamas, che fa della religione una sua componente culturale ed identitaria irrinunciabile ed in aperta contrapposizione a Tel Aviv e al sionismo.
Dato il contesto di partenza e sebbene l’esistenza quotidiana a Gaza sia diventata sinonimo di sopravvivenza e non di vita in una striscia di terra così artificialmente sovrappopolata (2.1 milioni di persone – inclusi 1.7 milioni di rifugiati- su un’area di 365 km² nondimeno la faziosità della sfera politica occidentale è diventata sempre più lampante; e la nostra propaganda, a suo modo, ci tempesta di subdole notizie con latenti griglie interpretative già preconfezionate. A mio avviso, uno dei recentissimi capolavori propagandistici più spudorati ed incentrati sulla strumentalizzazione dei diritti umani in base alle convenienze geopolitiche è stato quello di vedere la sagoma della bandiera israeliana colorare alcuni degli edifici europei più emblematici. Infatti, solo così si può legittimare agli occhi dell’opinione pubblica la comoda, ma mistificatoria, narrazione – con il strategico ausilio dei media- dell’esistenza di una parte del mondo civile occidentale e “democratico” che è posta di fronte alle vitali sfide incarnate dall’altra parte del globo intrinsecamente antidemocratico e dedito alla violenza. Una visione delle cose che si materializza, così, in maniera spontanea nell’analisi ideologica e concettuale della stragrande maggioranza delle persone in Occidente.
Eppure , simmetricamente, Israele non ha nulla da invidiare al Sudafrica dell’ apartheid o agli Stati Uniti di pochi decenni fa e nei quali vigeva la segregazione razziale; solo per fare alcuni noti esempi. Ciononostante, non si sono mai viste bandiere palestinesi in giro per l’Europa sugli edifici pubblici quando a soffrire e a morire ingiustamente per mano dell’esercito israeliano erano donne, vecchi e bambini palestinesi. Come se le loro vite contassero di meno, in base al processo mediatico di disumanizzazione del nemico.
Di conseguenza -alla luce di quanto finora approfondito- la domanda da porsi dovrebbe essere: ci si poteva seriamente aspettare quiete e passività da una fetta di popolazione da tempo messa con le spalle al muro e con gli animi lacerati fino all’estremo, soprattutto per quanto riguarda i civili che vivono a Gaza? Ma i video dei palestinesi umiliati, delle loro case distrutte, dei loro diritti quotidianamente profanati, dei sistematici soprusi da parte dei coloni provenienti dagli insediamenti illegali oppure da parte delle forze di occupazione israeliana fanno meno scalpore, perché far passare l’idea che i palestinesi siano tutti terroristi è più conveniente.
Benvenuti nel mondo del doppio standard : carnefici di serie A e di serie B e, specularmente, vittime di serie A e di serie B.
(da lafionda.org)

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C’E’ UN PERICOLO DA 480 MILIARDI CHE ALEGGIA SUI CONTI PUBBLICI: SONO GLI AIUTI ALLE AZIENDE NEGLI ANNI DEL COVID

Ottobre 16th, 2023 Riccardo Fucile

COME AVEVAMO DENUNCIATO (DA SOLI) A SUO TEMPO: LO STATO HA FATTO DA GARANTE PER 300 MILIARDI AI “PRENDITORI” DI PRESTITI BANCARI CON LA SCUSA DEL COVID… ORA QUALCUNO HA CAPITO CHE CI SARA’ UN BUCO MILIONARIO GRAZIE A CHI NON LI RESTITUIRA’ MAI

«Non si potrà fare tutto», «Sarà complicata», serve un «controllo ferreo» della spesa pubblica. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha reso chiaro già in più occasioni che i soldi a disposizione del governo per la Legge in Bilancio sono pochi. S
econdo il titolare del Mef, una buona parte della colpa è da attribuirsi agli effetti del Superbonus sulle finanze dello Stato.
Ma c’è un’altra voce di spesa risalente agli anni del Covid che rischia di trasformarsi – se non ora, nel prossimo futuro – in una mina sui conti pubblici. Si tratta delle presunte perdite accumulate dalle aziende italiane negli anni della pandemia,
Per aiutare il tessuto economico del Paese a non cedere sotto il peso delle restrizioni anti-Covid, lo Stato è andato incontro agli imprenditori in due modi. Il primo: istituendo un Fondo ad hoc per garantire – totalmente o parzialmente – il finanziamento delle imprese in difficoltà. Il secondo: dando la possibilità alle aziende di “congelare” i debiti contratti nel 2020, 2021 e 2022 e differire il ripianamento dei conti nei cinque anni successivi.
C’è solo un problema: non tutte le aziende ora si trovano nelle condizioni di recuperare le perdite accumulate in quel periodo. Una situazione che rischia di trasformarsi in una spada di Damocle sui conti pubblici e, più in generale, sulla tenuta del mondo delle imprese. Ma quali sono le dimensioni di questo potenziale shock per le casse dello Stato? Complessivamente, la cifra potrebbe arrivare fino a 480 miliardi. Vediamo perché.
Il rischio per i conti pubblici
Per quanto riguarda il Fondo nazionale di garanzia, istituito nel 2020 con il decreto “Liquidità” dal secondo governo di Giuseppe Conte, le passività di cui si è fatto carico lo Stato ammontano a circa 300 miliardi di euro. O almeno questa è la stima fatta dall’ex ministro Giulio Tremonti in una recente intervista al Corriere della Sera. Con lo strumento messo in campo dal governo giallorosso, lo Stato si è offerto di fare da garante per tutte le aziende in difficoltà economica o in bisogno di liquidità.
Il meccanismo era il seguente: le banche prestano alle imprese il denaro di cui hanno bisogno a un tasso fisso e molto conveniente (1%), sapendo che in caso di criticità avrebbero potuto rivalersi sullo Stato.
Il problema è che non tutte le aziende che hanno aderito al Fondo nazionale di garanzia sono riuscite – o riusciranno – a ripagare i soldi presi in prestito. E questo rischia di trasformare lo scudo del governo per le imprese indebitate in un boomerang per le finanze pubbliche.
A questi 300 miliardi di garanzie si sommano poi le conseguenze del congelamento dei debiti. Stando ai dati elaborati da InfoCamere per Open, ammontano a 180 miliardi le perdite complessive accumulate dalle aziende italiane – o perlomeno da quelle che hanno l’obbligo di depositare il bilancio – nel 2020, 2021 e 2022.
In una situazione di normalità, un’azienda che ha perdite superiori a un terzo rispetto al proprio capitale sarebbe costretta a un intervento finanziario o ad avviarsi verso il fallimento. Gli anni del Covid però sono stati tutto fuorché normali. Ed è per questo che una serie di decreti firmati negli ultimi anni – l’ultimo approvato dal governo Meloni a gennaio – ha concesso alle imprese la possibilità di non ripianare quei debiti nei termini previsti dal Codice civile, ma di spalmarli nei cinque anni successivi.
Questo significa che le perdite registrate nel 2020 possono essere ripianate entro la fine del 2025, quelle del 2021 entro la fine del 2026 e quelle del 2022 entro la fine del 2027. Resta il fatto che quei 180 miliardi non sono svaniti nel nulla. Sono stati semplicemente “congelati”. E quando arriverà il momento di ripagare le perdite accumulate negli anni del Covid, non tutte le aziende saranno in grado di farlo.
Quei 180 miliardi di debiti ancora da ripianare
È ancora presto per avere una stima esatta delle dimensioni che assumerà questo fenomeno. Il rischio però è più che concreto e a indicarlo sono gli stessi dati di InfoCamere. Nel 2019, l’ultimo anno del pre-Covid, le perdite complessive registrate dalle aziende italiane ammontavano a 59 miliardi, per una media di circa 161mila euro per azienda.
Nel biennio successivo, quello del Covid, le perdite sono schizzate rispettivamente a 81 miliardi nel 2020 e 66 miliardi nel 2021, ben al di sopra dei livelli pre-pandemia. Solo nel 2022 iniziano a vedersi i primi segnali di ripresa, con le perdite di bilancio ridotte a circa 32 miliardi di euro e una media di 129mila euro per impresa. «Il momento che le aziende italiane stanno attraversando è senza dubbio caratterizzato da una complessità straordinaria – conferma Lorenzo Tagliavanti, presidente di InfoCamere – e richiede una particolare attenzione sia da parte delle istituzioni che delle associazioni imprenditoriali».
A rendere meno drammatica la situazione è il consolidamento finanziario delle aziende. «La percentuale delle imprese che registrano una perdita rispetto al totale delle imprese che depositano il bilancio – aggiunge Tagliavanti – si è attestata attorno al 33,9% nel triennio 2019-2021, rispetto a un valore prossimo al 44,1% nel triennio 2009-2011». Insomma, le imprese in perdita sono sempre meno. È altrettanto vero, però, che i numeri restano alti, con circa un’impresa su tre che ha i bilanci in rosso.
Nel 2019 le aziende che hanno fatto registrare perdite di esercizio erano circa 367mila. Dopo un brusco aumento nei due anni del Covid, nel 2022 la cifra è scesa a 250mila. Un trend incoraggiante, ma che testimonia anche la presenza di molte imprese in stato di difficoltà.
I dati settore per settore
I dati elaborati da InfoCamere per Open mostrano che questa situazione riguarda tutti i principali settori dell’economia italiana. Le aziende attive nel manifatturiero, per esempio, hanno accumulato tra il 2020 e il 2022 perdite complessive per 38 miliardi di euro. Un discorso simile vale anche per il trasporto e il magazzinaggio. Qui le aziende che hanno chiuso con i bilanci in rosso sono passate dalle 9.300 del 2019 alle 5.700 del 2022, ma le perdite complessive del settore negli anni del Covid superano i 10 miliardi. Per il commercio all’ingrosso e al dettaglio le imprese in difficoltà sono pure aumentate. Dal 2019 al 2022 sono circa 3mila in più quelle che hanno chiuso l’ultimo esercizio commerciale con il segno meno. E anche in questo caso le perdite complessive sono piuttosto rilevanti: 4,4 miliardi nel 2020, 2,3 miliardi nel 2021 e 1,4 miliardi nel 2022. Non va meglio alla categoria «Attività dei servizi di alloggio e ristorazione»: le aziende che hanno chiuso il 2022 in rosso sono circa 75mila – 11mila in più del 2019 – e le perdite complessive del settore per gli ultimi tre anni sono di 9 miliardi. Tutti questi dati non sono certo sufficienti a preannunciare una catastrofe economica.
Eppure, ciò che balza all’occhio è che ci sono ancora molte aziende che non sono riuscite a recuperare del tutto i debiti contratti negli anni della pandemia. Di conseguenza, il rischio di ritrovarsi con un buco nelle casse dello Stato c’è eccome. Resta solo da capire se e quando quel rischio si concretizzerà
(da Il Corriere della Sera)

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DEBUTTO BOOM DI FAZIO: 10.5% DI SHARE: LA PRIMA PUNTATA DI “CHE TEMPO CHE FA” HA INCOLLATO ALLO SCHERMO, SOLO SUL “NOVE”, 2.100.000 SPETTATORI

Ottobre 16th, 2023 Riccardo Fucile

SE CONSIDERATO IL DATO IN SIMULCAST (CIOÈ IN DIRETTA SU TUTTI I CANALI “WARNER BROS DISCOVERY”) IL DATO SALE AL 13%… QUALCUNO CI SPIEGHERÀ UN GIORNO PERCHÉ QUESTO PROGRAMMA NON PUÒ ANDARE IN ONDA SUL SERVIZIO PUBBLICO

C’era grande attesa per il debutto di Fabio Fazio e del suo Che tempo che fa sul Nove, dopo l’abbandono di Rai3 fra mille polemiche.
Andato in onda fin dalle 19.30 in simulcast su tutti i canali del gruppo Discovery, Fazio-Littizzetto-Lagerback e tutta la consueta compagnia di ospiti fissi e ricorrenti hanno ottenuto ieri in prima serata, sul solo Nove, la cifra boom del 10.5% con 2.100.000 spettatori,
Report con Sigfrido Ranucci, dal canto suo, ha conquistato su Rai3 il 7.6% con 1.478.000 affezionati; Paolo Del Debbio con Dritto e Rovescio su Rete4 il 6.2% con 837.000; Marianna Aprile e Luca Telese con In Onda su La7 il 3.2% 568.000.
§Fra le 19.33 e le 20.32, la presentazione di CTCF e Che tempo che farà hanno totalizzato il 5.7% e l’8.8% di share, superando nettamente Serena Bortone con Che sarà su Rai3 (3.3%) e In altre parole Domenica con Massimo Gramellini, che ha segnato il 3.7% su La7.
L’operazione Fazio, per Discovery, almeno al debutto è stata un grande successo.
Tra gli ospiti di Fabio Fazio ci sono stati Liliana Segre e David Grossman, che ha parlato di Hamas e Israele. Fazio aveva parlato di successo se il programma avesse raddoppiato lo share della rete, che in quell’orario era del 2%.
(da agenzie)

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CASO SCOMMESSE: QUANTO CI HANNO PERSO FAGIOLI E ZANIOLO E QUANTO CI GUADAGNERA’ (LECITAMENTE) CORONA

Ottobre 16th, 2023 Riccardo Fucile

FAGIOLI E TONALI VERSO IL PATTEGGIAMENTO… LE OSPITATE DI CORONA IN TV

Nicolò Fagioli soffre di ludopatia e ha i conti correnti sotto controllo. Sandro Tonali è pronto a collaborare con la polizia e a farsi curare. Forse andrà al patteggiamento per le scommesse illegali anche se bisogna ancora capire su quali eventi sportivi abbia puntato nelle chat. Nicolò Zaniolo invece dice di non aver mai scommesso su eventi legati al calcio ma di essersi dedicato soltanto a poker e blackjack. Se fosse vero, lui non rischierebbe nulla. Ma in attesa della lista completa dei tesserati invischiati nell’inchiesta sulle scommesse della procura di Torino (si parla di 30 coinvolti in cinque società) oggi i riflettori della vicenda se li è presi Fabrizio Corona. Che ha annunciato per l’ospitata di domani in Rai ad Avanti Popolo «le prove dell’inchiesta» e altri nomi di tesserati che puntavano. Mentre si cerca anche il “banco” delle giocate a Roma.
I soldi per le ospitate
Corona infatti è stato finora ospite in Rai di Mara Venier a Domenica In e di Francesca Fagnani a Belve. In entrambe le ospitate, fa sapere oggi la Repubblica, il suo compenso è stato di 12 mila euro ciascuna. Per la comparsata da Nunzia De Girolamo, invece, si accontenterà di una cifra tra gli 8 e i 10 mila euro. Per dare delle notizie in esclusiva, spiegano da viale Mazzini. «Dirò tutto al programma di Nunzia De Girolamo. Ho fatto una grande inchiesta e lo vedrete. Presenterò le prove dopo la partita dell’Italia. Farò arrivare Avanti popolo al 15%», ha fatto sapere lui nei giorni scorsi. Intanto in Commissione Vigilanza arriveranno le proteste dei deputati: dove ci si chiede se sia opportuno fornire una ribalta a una persona condannata in Cassazione e prevedere un compenso per la sua presenza. Anche perché c’è il sospetto che la “talpa” di Corona possa ostacolare le indagini.
Nicolò Fagioli
Il caso Fagioli sembra quello più complesso. I poliziotti lo hanno incontrato mentre seguivano un personaggio sospettato di tenere le fila delle scommesse illegali e di avere contatti con la criminalità organizzata. Agli atti, spiega oggi il Corriere della Sera, ci sarebbe anche un incontro in un bar a Torino. Mentre tra le intercettazioni si parla di un «brutto giro di Piacenza», ovvero proprio la città natale del giocatore juventino. Secondo gli atti Fagioli ha scommesso su calcio e non solo. Ma mai sulla Juventus, a quanto pare. Si è indebitato: è arrivato ad avere un’esposizione pari a un milione di euro. Adesso è in terapia da uno psicologo che cura le dipendenze. Il dottore, fa sapere la Gazzetta dello Sport, si chiama Paolo Jarre. Ha accettato di farsi monitorare il conto corrente attraverso un tutor, come prevede la terapia.
Sandro Tonali
Tonali ha deciso di collaborare con la procura di Torino e con quella sportiva. La strada è quella di Fagioli, che punta al patteggiamento. Che dimezzerebbe la portata dell’eventuale squalifica. Così avrebbe una pena tagliata del 50% rispetto al massimo (che è tre anni, quindi 18 mesi) e un’ulteriore riduzione grazie alle informazioni fornite. Per arrivare quindi a circa 10 mesi di stop. La Gazzetta spiega che i tempi sono comunque lunghi: sull’ex Milan la Procura federale ha da poco avviato l’indagine. Se pensiamo che Fagioli è stato sentito a fine agosto e non siamo ancora arrivati al deferimento, appare chiaro che qualche mese per capire bene come stiano le cose – anche in caso di confessione – sarà necessario. È possibile che a Tonali venga chiesto di entrare nelle comunità che ospitano chi è dipendente dal gioco.
Nicolò Zaniolo
L’avvocato di Zaniolo Gianluca Tognozzi ha invece spiegato che per lui le indagini sono ancora all’inizio. «A oggi sappiamo che ha ricevuto un avviso di garanzia il 12 ottobre su ordine della procura di Repubblica di Torino e contestualmente gli hanno sequestrato il telefono, atto investigativo comune nell’ambito di un procedimento che lo vede indagato per violazione dell’articolo 4, legge 401 del 1989, perché parliamo di un reato minore che prevede una sanzione con l’ammenda, anche oblabile», ha detto ieri. «Adesso gli investigatori studieranno il contenuto del telefono e vedremo, ma oltre a questo Zaniolo non ha ricevuto nulla e non è stato organizzato alcun interrogatorio dalla procura di Torino». A livello di giustizia sportiva «non gli è stato notificato nulla, non è intervenuta in alcun modo la procura federale. Questa può intervenire solo se dovessero emergere scommesse su partite che ad oggi non sono contestate in nessun modo. Lo stesso Zaniolo lo ha escluso categoricamente».
Il fascicolo d’indagine
La squadra mobile della polizia si occupa di un fascicolo che s’innesta su un’indagine della Direzione distrettuale antimafia su scommesse illecite con obiettivi di riciclaggio di denaro o di illeciti guadagni di ingenti somme. Una parte che non riguarda i calciatori indagati. Non c’è tra gli indagati Nicola Zalewski, terzino polacco della Roma. E neppure è scontato che finisca indagata dalla magistratura l’intera decina di nomi che il fotografo ha annunciato di fare via via: Le prossime rivelazioni martedì dopo la partita della nazionale. Il rischio per le carriere sportive invece è tangibile. Le copie forensi dei loro cellulari verranno acquisite presumibilmente questa settimana, con le convocazioni apposite dei legali, e soltanto dopo servirà eventualmente procedere con quelle per sentirli di persona.
(da Open)

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