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IN CALO DI CONSENSI, IRRILEVANTE IN EUROPA CON LA DISFATTA DEI SUOI ALLEATI SPAGNOLI E POLACCHI, MELONI HA GETTATO NEL CESSO L’IDEA DI TRASFORMARE FDI IN UN PARTITO MODERATO DI DESTRA

Novembre 13th, 2023 Riccardo Fucile

“IO SO’ GIORGIA (E VOI NON SIETE UN CAZZO”) HA RIPRESO IL SUO POSTO DI DESTRA SOVRANISTA… FRANCIA E GERMANIA AVVERTONO MELONI DI TENERE PRESENTE L’INSOSTENIBILE DEBITO PUBBLICO E IL CONSEGUENTE NERVOSISMO DEI MERCATI CHE FREMONO PER DISFARSI DEI NOSTRI TITOLI BTP

Che cosa si prova a ritornare a Palazzo Chigi come vice-premier, nonché ministro delle Infrastrutture e dopo un anno scoprire che sei diventato una gallina lessa, una lingua in salmì, uno zampetto con mostarda, sbattuto in un “carrello di bolliti” dalla prima premier coatta della politica italiana?
E’ ciò che sta succedendo a Matteo Salvini, incalzato ossessivamente dalle entrate a gamba tesa di Giorgia Meloni. Su ogni tema e mossa del governo, predomina implacabile l’immagine-“Scream”, con gli occhioni di fuori e il ghigno da caposala che ti infila la supposta, della Ducetta.
Negli ultimi tempi, il capoccione della Lega è sparito dalla scena politica travolto da continui polveroni meloniani, a partire dal premierato e riforma costituzionale per poi finire sepolto e tumulato dall’accordicchio con l’Albania, che ha sottratto a Salvini il suo storico cavallo di battaglia: la questione migranti.
La mossa Meloni-Rama è stata presa come un pestone sui genitali dagli apparati della Lega e dal suo elettorato nordista che ancora devono metabolizzare la perdita della Regione Lombardia, che è sempre stata la gallina dalle uova d’oro del potere del Carroccio.
E si alzano alte le critiche a Salvini che si gloria ogni giorno del fantasmatico Ponte dello Stretto: ma che ci frega di un progetto che interessa unicamente Sicilia e Calabria, due regioni in mano a Occhiuto e Schifani, ambedue di Forza Italia?
Infinocchiato dalla Ducetta di Palazzo Chigi, ora l’ex Truce del Papeete si sta agitando mentalmente per capire quale reazione mettere in campo per fronteggiare il caterpillar meloniano e recuperare i consensi del Nord. Anche se sa benissimo che l’unico collante che tiene insieme i tre partiti del governo è unicamente la mangiatoia che solo il potere può apparecchiare.
Dall’altra parte, a “Io so’ Giorgia e voi non siete un cazzo” non resta altro che inventarsi continui ”mezzi di distrazione di massa”; un parlar d’altro che possa coprire il vero problema del suo governo: la questione economica. Che può distruggerla, a causa dell’enorme debito pubblico e dello stato di crisi del Pil industriale italiano.
Terrorizzata, in vista delle risolutive europee del 2024, dal calo dei consensi di Fratelli d’Italia (vedi i sondaggi di Pagnoncelli e compagnia), irrilevante in Europa con la disfatta dei suoi alleati dei Conservatori, gli spagnoli di Vox e i polacchi di Morawiecki (la vittoria di Sanchez mette in sicurezza la conferma di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea), la Meloni ha gettato nel cesso l’idea di trasformare FdI in un partito di destra moderato in modalità Fini, per calzare l’elmetto e, armata di mattarello, riprendere il suo posto di destra populista-sovranista. E voilà! La sopravvivenza del Sistema Italia è nelle mani dell’Unione Europea? Me ne frego!, è oggi la risposta della Fiammetta Nera di Palazzo Chigi.
Ed ecco che volano i vaffa al Patto di Stabilità e al Mes. Se non ti va, pazienza, rispondono sodali Francia e Germania avvertendo Meloni e la sua Foglia di Fico, il ministro Giorgetti, di tenere presente l’insostenibile debito pubblico che ha sul groppone il nostro paese e del conseguente nervosismo dei mercati che fremono per disfarsi dei nostri BTP e una volta che lo spread andrà alle stelle rischia di fare la fine di Berlusconi, gettato fuori nel 2011 da Palazzo Chigi.
Essì, ieri l’Italia era l’anello debole dell’Europa, oggi con la Ducetta affacciata al balcone è diventata l’”anello infetto”. Dopo Financial Times e Blumberg, lo scrive oggi l’altro organo dei poteri forti internazionali, “Economist”: “Meloni dovrebbe abbandonare la riforma antidemocratica e concentrarsi invece sull’inflazione, su un’economia stagnante e sull’eterno problema dell’elevato debito italiano”.
Da qui alla fine ddell’anno, ne vedremo delle belle…
(da Dagoreport)

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SE IL LAVORO NON E’ PIU’ AL CENTRO DELLE NOSTRE VITE

Novembre 13th, 2023 Riccardo Fucile

IN COREA LO STAKANOVISMO FA AUMENTARE I DECESSI, IN KUWAIT L’EMIRO PAGA GLI IMPIEGATI PER FAR NIENTE

Il lavoro manifesta tendenze contraddittorie, estreme, grottesche. C’è chi lavora tanto, troppo, da non avere tempo per sé stesso, la famiglia, le vacanze, le cure. C’è chi è pagato per non far niente. E molti rinunciano alle ferie per non perdere il posto. Altri l’occupazione la stanno perdendo e saranno sostituti non da umani, ma da macchine intelligenti. Chi controlla la tecnologia e i capitali comanda.
La politica, almeno in casa nostra, latita, priva di idee e di competenze, non incide sui cambiamenti. Il lavoro non è più il valore fondativo della nostra vita, delle nostre democrazie. Conta poco nel dibattito pubblico, richiama un marginale interesse politico e sociologico.
Si muore di sfruttamento e di violazione delle leggi, ma non cambia nulla. Nessuno fa più inchieste operaie, eppure siamo la seconda manifattura in Europa dopo la Germania.
Il cinema apre uno spiraglio doloroso. Il metalmeccanico Antonio Riva (Antonio Albanese) nel film “Cento domeniche” cura la famiglia, lavora con lealtà e, dopo 43 anni in fabbrica, perde tutti i risparmi perché tradito dalla banca di cui si fidava perché nelle piccole comunità ci si conosce tutti e basta la parola.
La sconfitta e la solitudine dell’operaio Riva sono le stesse di milioni di lavoratori. Non più classe, non più partito, niente lotte. A qualcuno resta la squadra di bocce.
«Qui uno che lavora al tornio senza la biro è un pirla!», gridava Enzo Jannacci nella sua memorabile “El me indiriss”, in cui il proletario viene vessato anche in fila all’anagrafe. Oggi Hollywood propone il lavoro nella sua dimensione problematica: le crisi industriali, i ricatti sociali, le frustrazioni umane.
Le università studiano le serie in streaming, come “The Office” e “The Bear”, perché possono aiutare a individuare le patologie che affliggono il lavoro. La domanda è: sopravviverà il lavoro all’innovazione, come è accaduto in altre epoche?
“After work” è un docufilm di Erik Gandini che si interroga su come vivremo se finisce il lavoro. Il 55% dei lavoratori americani nel 2018 non ha consumato una gran mole di ferie pagate, circa 768 milioni di giorni di vacanza pari a 65 miliardi di dollari di mancati benefici.
Nella Corea del Sud, potenza economica, il Ministero del Lavoro ha lanciato una campagna per convincere le persone a tagliare il tempo di impiego. Una giornata di lavoro di 14 ore è comune. Risultati: un’epidemia di tumori allo stomaco e un’impennata di suicidi.
Lo stakanovismo alla coreana causa la rottura delle famiglie e la proliferazione di malattie nervose. Per costringere i dipendenti a tornarsene a casa le imprese usano un sistema automatico di spegnimento dei computer alle18.
Poi si volta pagina. Il Kuwait, emirato ricchissimo che prospera sui proventi del petrolio, ha una politica di piena occupazione. Molti impiegati dei servizi non fanno niente. Scrivania e computer, ma senza mansioni, nessun “target”. Però con una vera retribuzione.
Un vitalizio per molti forse ci vorrà se l’Intelligenza Artificiale farà quello che sa fare. Negli Stati Uniti si prevede che, in un decennio, il 47% dei lavoratori sarà sostituito da tecnologie più efficienti e rapide, il cui costo andrà a scomparire. Gli addetti al telemarketing verranno rimpiazzati da chatbot. I cassieri saranno sostituiti da sistemi automatici di pagamento. A rischio gli autisti, i tassisti, se davvero la mobilità sarà automatizzata come sta provando San Francisco.
E in Italia cosa diciamo ai 2 milioni di giovani che non studiano e non lavorano, o ai 7 milioni di donne già oggi escluse dal mercato del lavoro? Tranquilli, vi diamo un vitalizio?
Dovremmo, dunque, scordarci quel sentimento di abnegazione cresciuto negli ultimi due secoli e attendere sereni la mancia a fine mese. Ma si può condividere che la vita cessi di assumere valore in relazione a ciò che produciamo?
Papa Francesco disse agli operai dell’Ilva di Genova: «Non abbiamo bisogno di un assegno a fine mese, ma di un lavoro perché solo il lavoro garantisce la dignità dell’uomo». Ma Francesco è di una vecchia scuola, non più di moda.
(da TPI)

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