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VOLETE INCONTRARE TRUMP? BASTA PAGARE. “THE DONALD” ORGANIZZA CENE A LUME DI CANDELA PER LE QUALI CHIEDE UN MILIONE DI EURO PER UN POSTO A SEDERE

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

L’ULTIMA È STATA ORGANIZZATA LO SCORSO SABATO E IL TYCOON SI È PRESENTATO CON ELON MUSK. CHI VUOLE ASSICURARSI UN INCONTRO PRIVATO CON IL PRESIDENTE DEVE, PERÒ, SGANCIARE CINQUE MILIONI DI DOLLARI … RICCONI E IMPRENDITORI POSSONO SFRUTTARE L’OCCASIONE PER I LORO INTERESSI

Un invito a una cena “a lume di candela”, tenutasi sabato scorso al club Mar-a-Lago del presidente Donald Trump, è costato un milione di dollari a posto agli ospiti. Trump ha partecipato alla cena insieme a Elon Musk che si è seduto al suo fianco.
Musk, che indossava la sua uniforme standard, una giacca sportiva nera sopra una maglietta nera, è stato visto stringere mani e salutare gli altri partecipanti. Era con una donna che indossava un abito lungo fino ai piedi che sembrava essere Shivon Zilis: lei è una dirigente di Neuralink che in precedenza faceva parte del consiglio di amministrazione di OpenAI ed è la madre di quattro dei 14 figli di Musk.
§“Wired” ha precedentemente riferito di un’altra cena a lume di candela tenutasi il 1° marzo in cui gli ospiti sono stati invitati a spendere 1 milione di dollari a persona. L’evento è apparso sul programma pubblico del presidente con una nota che recitava “il presidente partecipa alla cena a lume di candela MAGA INC. Candlelight Finance”. La cena a lume di candela del 15 marzo non è apparsa sul programma ufficiale.
«Siete invitati a una cena a lume di candela con ospite speciale, il presidente Donald J. Trump – si legge nell’invito – 1.000.000 di dollari a persona». L’invito aveva un’intestazione “MAGA INC.” e una nota in fondo all’invito recitava «Donald J. Trump si presenterà a questo evento solo come ospite speciale e non chiederà fondi o donazioni». MAGA Inc., o Make America Great Again Inc., è un super PAC che ha supportato la campagna presidenziale di Trump del 2024. Secondo Wired, i leader aziendali potrebbero assicurarsi un incontro individuale con Trump per 5 milioni di dollari a Mar-a-Lago.
«Non ricordo un presidente in carica nelle prime settimane della sua amministrazione che chiedesse milioni di dollari per raccogliere fondi – ha detto in precedenza a WIRED Don Moynihan, professore di politiche pubbliche presso l’Università del Michigan – La preoccupazione riguarda meno la raccolta fondi e più l’accesso e l’influenza. Le persone che sperano di ottenere un trattamento di favore ritengono sia nel loro interesse donare denaro a Trump».

(da agenzie)

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I RUSSI SI FREGANO LE MANI E FREGANO L’EUROPA: AL CREMLINO BRINDANO CON LA VODKA DOPO LA TELEFONATA PUTIN-TRUMP

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

IL FALCO MARKOV: “L’EUROPA VIENE DEFINITIVAMENTE MESSA IN DISPARTE. SI PARLA DI ‘SOLUZIONE BILATERALE’, QUINDI SPETTA A PUTIN E TRUMP DECIDERE COSA SARÀ DELL’UCRAINA” … IL RIFIUTO DI UN CESSATE IL FUOCO TOTALE VIENE SOTTOLINEATO DA QUASI TUTTI I MEDIA, E PRESENTATO COME UNA IMPOSIZIONE DI PUTIN AL NUOVO ALLEATO AMERICANO

Quando a Mosca erano le 16, l’ora in cui sarebbe dovuta cominciare la telefonata con Donald Trump, Vladimir Putin si trovava all’annuale congresso della Confindustria Russa, davanti a un pubblico composto per lo più da oligarchi, compresi quelli che tre anni fa si erano detti contrari all’«operazione militare speciale», come passa in fretta il tempo. Stava parlando, e aveva già suscitato ilarità in platea fingendo di chiedersi perché i Paesi del G7 vengano chiamati i Sette grandi.
«Ovunque si guardi, non si vedono sulla mappa», ha detto mimando il gesto del binocolo. È stato il presidente dell’associazione, Aleksandr Shokhin, a interrompere il suo discorso ricordandogli premurosamente che secondo il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov era giunto il momento del colloquio tanto atteso. Il presidente russo ha risposto con una battuta che denotava la sua sicurezza.
«Non ascoltate Peskov. Il suo lavoro è questo».
Nulla accade per caso Figurarsi lo stato d’animo degli altri. Nulla accade per caso, nella liturgia che da sempre accompagna Putin. Quel breve siparietto, unito al mancato annullamento di un intervento previsto da mesi, era già una sorta di viatico: tanto siamo noi quelli forti, business as usual , perché tutta questa agitazione mondiale?
«Nelle settimane appena trascorse, sia Trump che Putin avevano già dimostrato di essere sulla stessa lunghezza d’onda e soprattutto di considerarsi entrambi sullo stesso piano» ragiona l’ineffabile Sergei Markov, ex consigliere del Cremlino per la politica estera.
«Infatti, parlano di soluzione bilaterale, come a dire che spetta a loro e solo a loro decidere cosa sarà dell’Ucraina. L’Europa viene definitivamente messa in disparte. Una prima vendetta comune».
Come capita molto spesso, la parte più moderata del coro è stata intonata da un appartenente al primo anello del Cremlino. «Oggi il mondo è diventato più sicuro» ha scritto sui social Kirill Dmitriev, responsabile per la cooperazione nel campo economico e investimenti con i Paesi stranieri, e in questa fase negoziatore con gli Usa. Ma scorrendo le reazioni, di ogni ordine e grado, la sensazione è quella di un verdetto interlocutorio, nel quale ognuno può leggere quel che più gli piace.
Sul versante istituzionale, il vicecapo della Commissione Esteri Aleksei Chepa annuncia l’inizio dell’era della distensione: «Più numerosi i punti di accordo, dai prigionieri di guerra fino a una futura partita di hockey tra i due Paesi, maggiore sarà la fiducia reciproca e migliori per noi le decisioni future che ci attendono». Sul Canale Rybar di Telegram, unico account comune dei corrispondenti di guerra, categoria diventata avamposto dell’ultranazionalismo, si ragiona in modi e termini leggermente diversi.
«Attitudine alla pace» L’apparente rifiuto di un cessate il fuoco totale viene sottolineato da quasi tutti i media, e presentato come una imposizione di Putin al nuovo alleato americano. Con un certo pragmatismo, il vice speaker della Camera Alta, Konstantin Kosachev, personaggio politico in ascesa, lascia intendere che l’obiettivo era quello di superare l’accordo di Gedda tra Usa e Ucraina, ed è stato raggiunto. «Abbiamo confermato la nostra attitudine alla pace con una serie di passi unilaterali, a differenza di Kiev che aveva solo dichiarato la disponibilità a un armistizio male controllato e mirato solo a presentare la Russia nella luce peggiore. Senza peraltro capire che il caso ucraino è solo uno dei tanti che affronteremo insieme agli Usa». Appena sette giorni fa, Kosachev aveva dichiarato che l’unico vero accordo era quello che ci sarebbe stato «sul campo di battaglia».

(da agenzie)

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IL CASO PARAGON SI INGROSSA: I DISPOSITIVI INFETTATI CON IL SOFTWARE DI SPIONAGGIO GRAPHITE SAREBBERO MOLTI DI PIÙ DI QUANTO EMERSO FINORA

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

UNO DEI RICERCATORI DEL “CITIZEN LAB” RIVELA: “QUELLO INDIVIDUATO DA WHATSAPP È SOLO UNO DEI MODI IN CUI LO SPYWARE VIENE INSERITO NEI DISPOSITIVI. C’È QUASI SICURAMENTE UN NUMERO MAGGIORE DI CASI, CHE NON HANNO RICEVUTO UNA NOTIFICA” … IL PROGRAMMA PUÒ ESSERE USATO SOLO DA ENTI GOVERNATIVI: TRA LE VITTIME ACCLARATE C’ERANO ATTIVISTI DI MEDITERRANEA SAVING HUMANS E IL DIRETTORE DI FANPAGE, FRANCESCO CANCELLATO

Lunga audizione al Copasir per due rappresentanti di Meta in Italia, chiamati a riferire sul caso Paragon, oggetto di approfondimento da parte del Comitato. I due sono stati ascoltati per circa tre ore ed hanno risposto alle domande dei membri dell’organismo parlamentare.
Era stata proprio Meta, nel gennaio scorso, ad informare alcuni utenti di Whatsapp (una novantina in circa 20 Paesi, di cui 7 in Italia, a quanto emerso) che i loro telefonini erano stati infettati con lo spyware Graphite dell’azienda Paragon
Solutions, creata in Israele ed acquisita nel dicemebre scorso da un fondo americano.
Sarebbero di più delle 90 emerse finora, di cui sette in Italia, le persone messe sotto controllo dallo spyware Paragon.
A dirlo, qualche giorno fa, John Scott-Railton, uno dei ricercatori di The Citizen Lab in un incontro al Parlamento europeo di Strasburgo: “Riteniamo che quello individuato da WhatsApp rappresenti solo uno dei modi in cui lo spyware di Paragon viene inserito nei dispositivi – ha detto – e c’è quasi certamente un numero maggiore di casi in Italia e altrove che non hanno ricevuto una notifica perché il metodo attraverso il quale quello spyware è stato inserito nel dispositivo è diverso e quindi potrebbe non essere stato visto da WhatsApp”.
Ieri, si è anche tenuta una lunga audizione al Copasir per due rappresentanti di Meta in Italia, chiamati a riferire proprio sul caso Paragon. I due sono stati ascoltati per circa tre ore. Sul tema c’è massimo riserbo, è delicato per la sicurezza nazionale.
L’intelligence italiana si avvaleva infatti dello spyware Graphite prodotto da Paragon Solutions e quando si è saputo che tra le vittime italiane del virus installato tramite Whatsapp c’erano attivisti di Mediterranea Saving Humans e il direttore di Fanpage, Francesco Cancellato, l’uso di Graphite è stato sospeso.
I responsabili dei servizi hanno assicurato che l’utilizzo di Graphite è avvenuto entro i confini previsti dalla legge. Ieri, intanto, i rappresentanti di Meta hanno ricostruito davanti al Comitato i passi fatti dell’azienda che ha scoperto la campagna hacker svolta col software di Paragon tramite i controlli e gli alert che segnalano le intrusioni.
È stata proprio Whatsapp ad avvisare le vittime che i loro telefonini erano stati infettati dal virus zero click, che l’azienda vende esclusivamente a entità governative, e a notificare a Paragon un cease and desist, una diffida a interrompere l’attività ritenuta illegale.

/da agenzie)

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L’EURODEPUTATO FRANCESE CONTRO TRUMP: “ADULATE I TIRANNI, SE LA LIBERTA’ NON VI INTERESSA PIU’ LA PORTEREMO AVANTI NOI”!

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

LA PROVOCATORIA RICHIESTA SULLA RESTITUZIONE DELLA STATUA DELLA LIBERTA’

Durante una conferenza stampa, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt aveva risposto con una battuta alla proposta provocatoria del parlamentare europeo francese Raphaël Glucksmann, il quale aveva suggerito la restituzione della Statua della Libertà in quanto gli Stati Uniti non rappresenterebbero più i valori di libertà e democrazia che portarono la Francia a donare il celebre monumento. «Se non ci fossero stati gli Stati Uniti, oggi i francesi parlerebbero tedesco», ha dichiarato Leavitt, facendo riferimento al ruolo degli Stati Uniti nella liberazione della Francia dall’occupazione nazista. La risposta di Glucksmann non si è fatta attendere.
In un thread su X, l’eurodeputato Glucksmann ha ricordato l’eroismo degli americani che hanno combattuto per la liberazione dell’Europa dal nazismo, ribadendo l’eterno debito e gratitudine che la Francia nutre nei confronti degli Stati Uniti. Tuttavia, secondo il politico francese, l’attuale amministrazione starebbe tradendo proprio quei ideali per i quali i loro stessi soldati hanno combattuto. La risposta critica non si ferma soltanto sul tema del conflitto in Ucraina: «L’America di quegli eroi combatteva contro i tiranni, non li adulava. Era nemica del fascismo, non amica di Putin. Aiutava la resistenza, non attaccava Zelensky. Celebrava la scienza, non licenziava i ricercatori per aver usato parole vietate. Accoglieva i perseguitati, non li prendeva di mira».
Glucksmann ritorna sul tema del mancato sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina: «Se il mondo libero non interessa più al vostro governo, allora raccoglieremo noi la fiaccola, qui in Europa. Fino a quando ci ritroveremo nella lotta per la libertà e la dignità, saremo noi i continuatori della nostra storia comune e i custodi del nostro tesoro: più di una statua di rame e acciaio, la libertà che essa simboleggia».
Il ruolo storico della Francia negli Stati Uniti
La Francia ebbe un ruolo altrettanto fondamentale nella storia degli Stati Uniti, fin dalla guerra d’indipendenza. Infatti, il Regno di Francia fu un alleato nella vittoria degli americani contro la Gran Bretagna. Nel 1778, venne firmato il “Trattato di alleanza franco-americano“, con cui la Francia divenne la prima nazione al mondo a riconoscere formalmente gli Stati Uniti d’America come Stato sovrano. Il trattato, inoltre, garantiva sostegno militare francese agli americani. Tra il 1778 e il 1782 i francesi fornirono rifornimenti, armi e munizioni, uniformi e, cosa più importante, truppe e supporto navale. Come riportato nel sito del governo americano History.state.gov, «la marina francese trasportò rinforzi, combatté una flotta britannica e protesse le forze di Washington in Virginia», così come «l’assistenza francese fu fondamentale per garantire la resa britannica a Yorktown nel 1781».

(da agenzie)

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LA MOGLIE DEL GOVERNATORE ASSUNTA A SUA INSAPUTA; “MA IO CHE FACCIO IN QUESTA SOCIETA’?”

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

INDAGINE DELL’ANTIMAFIA PER CORRUZIONE SUL GOVERNATORE DEL MOLISE ROBERTI (FORZA ITALIA)… LA MAZZETTA E LE MINACCE

Francesco Roberti, governatore del Molise di Forza Italia, è indagato per corruzione nell’ambito di un’indagine della Dda di Campobasso. Con lui c’è la moglie Elvira Gasbarro.
Al centro dell’inchiesta un traffico di rifiuti tra la Puglia e la regione. E in un’intercettazione pubblicata oggi da Repubblica proprio Gasbarro dice: «Ma io di cosa mi occupo all’interno della società? Cosa faccio?». Gasbarro era ufficialmente assunta da una società di rifiuti. Che così voleva ottenere favori dal marito secondo l’accusa. Evidentemente a sua insaputa. Visto che nemmeno lei è stata in grado di definire il suo ruolo davanti ai carabinieri.
«Una mazzetta smaterializzata»
La procura antimafia di Campobasso ha depositato la chiusura delle indagini. Insieme alle migliaia di pagine di indagini della Guardia di Finanza. Si parla di imprenditori vicini alla mafia. E di un ricorso sistematico alla corruzione. Per creare una corsia preferenziale per i provvedimenti. Si tratta di un accordo corruttivo tra un sodalizio criminale e l’allora presidente della provincia Roberti (in quota Forza Italia). Il quale, è l’accusa, «aveva come obiettivo realizzare l’interesse dell’associazione per interessi diversi da quelli istituzionali». «Era Roberti — scrive la Gdf — a seguire costantemente le pratiche presentate dalla società presso i vari enti». Spingendo il direttore di una discarica a Giuglionesi a prendere più rifiuti da Energia Pulita. Su input della moglie, il presidente si muove: «Devo provare con il sindaco» dice l’attuale governatore. «Gli devo dire: che dobbiamo fare? Dobbiamo cominciare a mandare i controlli?».
Il prezzo della corruzione
Tra i prezzi della corruzione c’erano «mazzette smaterializzate sotto forma di prestazioni professionali, assunzioni. O regalie varie». Ma anche la storia dell’assunzione di Gasbarro. Prima diventa impiegata in consulenze. Poi finisce assunta in Energia Pulita. «La riprova del fatto di trovarsi di fronte a un rapporto di
lavoro sui generis — scrive la Finanza — si ricava da un dialogo del marzo del 2021». «Poi ci stabiliamo il quantum… me lo dici tu!» diceva Di Geronimo alla Gasbarro. «Di solito tra il datore e il dipendente avviene al contrario… » annotano le fiamme gialle. E lei stessa ne era consapevole: «Io sono Elvira, ma guarda chi c’è dietro di me», dice a un socio

(da agenzie)

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LIBIA ARMATA (DA RUSSIA E TURCHIA), ITALIA DISARMATA: I DOCUMENTI ESCLUSIVI

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

LE NAVI-FANTASMA DI MOSCA CON L’ARSENALE PER I MERCENATI DI HAFTAR… I CARGO DI ANKARA PER IL GOVERNO DI TRIPOLI. E I MILITARI EUROPEI CHE NON POSSONO INTERVENIRE

In Libia le milizie continuano ad armarsi. Dopo più di un decennio di guerra civile, tutte le fazioni ricevono ancora forniture belliche, segretamente, dagli alleati strategici: la Russia per il regime di Haftar, la Turchia per il governo di Tripoli. Mentre le missioni di controllo varate dall’Unione europea assistono impotenti ai traffici di armi, limitandosi a segnalarli in via riservata, senza riuscire a intervenire.
Un’inchiesta giornalistica internazionale, a cui partecipa L’Espresso in esclusiva per l’Italia, ha portato alla luce 48.100 documenti sulla Libia trasmessi negli ultimi anni, fino al 2024, al servizio affari esteri dell’Unione europea (Eeas). Tra le carte che il consorzio Icij ha condiviso con il nostro settimanale ci sono atti interni delle autorità
militari, ma anche rapporti provenienti da agenzie doganali e di polizia come Frontex, Eubam, Europol e Interpol. Molti documenti riguardano l’operazione Irini, il programma di pattugliamento delle coste libiche affidato alle forze navali dell’Unione Europea (in sigla, Eunavfor): la missione, attiva dal 2020 e rifinanziata dal governo Meloni, ha il quartier generale a Roma ed è guidata da un comandante italiano. L’obiettivo di Irini (che in greco significa pace), indicato negli atti istitutivi, è bloccare i traffici d’armi per fermare la guerra civile, oltre a ridurre i flussi di migranti che partono a decine di migliaia dalle coste libiche. Nell’insieme, come riassumono i giornalisti del consorzio, i documenti evidenziano «l’impotenza e il sostanziale fallimento delle missioni europee».
Diversi rapporti militari riguardano navi da carico russe che nel corso del 2024 sono approdate a Tobruk, Bengasi o in altri porti della Cirenaica, la Libia orientale, controllata dal regime del generale Khalifa Haftar. Numerosi documenti, intitolati «Ais Anomaly Reports», segnalano anomalie nella gestione del sistema di geo-localizzazione dei natanti (Automatic identification system). Ne risulta che nel 2024, quando la Siria era ancora sotto il controllo del dittatore Bashar Al Assad (poi deposto e costretto alla fuga a Mosca), almeno dieci navi russe hanno spento o manipolato l’Ais mentre si avvicinavano al porto siriano di Tartus. E lo hanno riacceso dopo essere tornate in alto mare. Oltre a disattivarlo, alcune ne hanno manipolato i dati, facendo così figurare di essere altrove. A provarlo sono le foto satellitari, allegate in particolare ai rapporti della marina tedesca (che partecipa a Irini), che identificano le navi cargo di Mosca mentre sono ormeggiate nella base militare di Tartus. Si vedono anche tre bastimenti, chiamati Sparta, Sparta II e Ivan Skobelev, segnalati dai servizi di sicurezza ucraini proprio per traffici clandestini di armi russe.
Solo in uno dei dieci casi, che riguarda il cargo libanese Majid B, non è chiaro quale fazione libica abbia ricevuto i container. Di certo nel giugno 2024 anche quella nave ha spento l’Ais, è entrata a Tartus e ha imbarcato un carico segreto. Dopo una tappa in Turchia, ma con l’Ais riacceso, il suo viaggio si è concluso a Misurata, la città libica controllata da milizie alleate del governo di Tripoli, che è nemico di Haftar. Tutte le altre navi fotografate a Tartus sono russe e hanno scaricato i loro carichi-ombra nei porti di Tobruk e Bengasi.
Nel corso del 2024, secondo le carte disponibili, le forze militari europee hanno effettuato almeno un tentativo di bloccare questi sospetti traffici marittimi di armi russe, ma senza riuscire a sequestrare nulla. Il caso riguarda la nave Barbaros, che un anno fa ha spento l’Ais (e ne ha poi truccato i dati) mentre era in viaggio verso Tobruk con un grosso carico imbarcato in un porto russo, come risulta da un rapporto dell’Interpol. I militari europei hanno fermato e abbordato il Barbaros, scoprendo che trasportava 115 veicoli militari con colori mimetici: non si trattava però di carri
armati o altri mezzi adatti solo a scopi bellici, ma di camion blindati, jeep e fuoristrada in teoria adattabili anche per funzioni civili. La nave è quindi potuta ripartire per Tobruk. La polizia europea ha allegato al rapporto le foto dei blindati e ha comunque avvertito gli ufficiali di Irini che l’arrivo in Libia di quel carico russo «è una conferma del trend di militarizzazione».
A circostanziare l’allarme sull’avanzata russa in Libia e in tutta l’Africa sub-sahariana sono le relazioni trasmesse ai comandi militari per preparare gli incontri con rappresentanti dei governi europei. Nelle bozze preparatorie di un vertice con il ministro lituano della Difesa, ad esempio, il comandante di Eunavfor viene avvisato che «la presenza militare russa in Libia è in continua espansione», che «i mercenari dell’ex Gruppo Wagner vengono riassunti o rimpiazzati da un altro esercito privato chiamato Africa Corps», che «negli ultimi sei mesi i voli russi in Libia sono raddoppiati ed è in aumento anche il traffico marittimo».
I rapporti avvertono che la Cirenaica di Haftar è una testa di ponte per conquistare l’Africa centrale: «La maggior parte delle dotazioni militari russe che arrivano in Libia, in realtà sono in transito verso i Paesi del Sahel», si legge nel documento. «La presenza navale russa nel Mediterraneo è un dato di fatto», concludono i militari: «Noi vediamo regolarmente le loro navi approdare in Libia».
In questa situazione, l’ambasciatore della Ue in Libia, che è il diplomatico italiano Nicola Orlando, invita le autorità politiche, con una nota scritta, a valutare l’opportunità di rafforzare la presenza europea in Cirenaica, per compensare l’appoggio russo al governo di Haftar: «Quello che non facciamo noi nell’Est della Libia, lo farà la Russia», è la sintesi del suo messaggio. Di fianco, nel documento ricevuto dai militari, c’è la parola «yes», sì, scritta con la penna rossa da uno dei destinatari, che è sicuramente un graduato di alto rango.
Le attività di Mosca nella Libia Orientale vengono monitorate con dettagliate relazioni militari che ogni settimana, per tutto il 2024, segnalano e documentano l’arrivo di navi russe, i movimenti dei convogli bellici, la partecipazione di istruttori e il supporto di Mosca alle esercitazioni delle forze armate di Haftar. Un controllo continuo, ma finora risultato inutile. Un caso eclatante riguarda la nave cargo Med Sea Eagle, che tra aprile e luglio 2024 compie un misterioso viaggio dagli Emirati arabi fino a Bengasi, in Cirenaica. Il 12 luglio il suo armatore, un uomo d’affari turco, denuncia alla missione europea Eunavfor di aver fatto ispezionare la propria nave, scoprendo che trasportava carri armati, in violazione dell’embargo deciso dall’Onu che dal 2011 vieta di armare la Libia. L’armatore precisa di aver dato in noleggio la barca a una compagnia anonima degli Emirati e di aver ordinato al suo comandante di fermarsi, dopo l’ispezione, mentre era ormeggiata nel porto di Safaga, prima del canale di Suez. La compagnia invece ha pagato un bonus all’equipaggio, che nella denuncia viene definito tangente, per continuare il viaggio. Quindi l’armatore turco
ha chiesto alle autorità egiziane di controllare la nave, che ha potuto invece proseguire indisturbata la sua rotta. Il regime militare del Cairo è uno dei maggiori alleati di Haftar, con la Russia e gli Emirati.
Per poter abbordare una nave, le forze europee devono chiedere l’autorizzazione allo Stato dove è immatricolata, anche se operano in zone di guerra. Dunque, il 15 luglio, tre giorni dopo aver ricevuto la denuncia, i militari dell’Eunavfor chiedono il permesso a Panama, dove è registrata la Med Sea Eagle. La risposta arriva in quattro ore. Ma nel frattempo la nave dei misteri è entrata nelle acque territoriali libiche. E la missione europea deve fermarsi: può operare solo in acque internazionali. Nell’unico caso in cui avrebbe avuto serie probabilità di sequestrare una grossa fornitura bellica all’esercito di Haftar, insomma, la forza navale della Ue è entrata in azione troppo tardi. Missione fallita.
Nei documenti si parla anche di forniture segrete al governo di Tripoli. Dai rapporti militari si ricava che uno dei maggiori oppositori ai controlli internazionali sulla Libia è la Turchia, che fa parte della Nato ed è una nazione alleata della Ue. Gli atti però mostrano che, in pratica, la Russia fa tutto di nascosto, armando l’esercito di Haftar con una flotta di navi-fantasma, mentre la presidenza turca si oppone apertamente a qualsiasi verifica sulle proprie forniture al governo di Tripoli. Nel settembre 2024 un consulente legale del governo francese elenca undici casi accertati di «rifiuto di ispezioni» nei due anni precedenti, dove è sempre la Turchia a dire no ai controlli chiesti dai militari europei. Alla fine del mese, con la richiesta di Eunavfor di ispezionare la nave Matilde A, arriva il dodicesimo rifiuto opposto dall’ambasciatore di Ankara.
I successivi incontri tra i militari e i diplomatici della Ue e dell’Onu si chiudono con la constatazione che «la Turchia sta continuando a inviare veicoli aerei e sistemi di difesa al governo di Tripoli». In un memorandum di Eunafvor resta annotato che i militari europei hanno tentato di coinvolgere la Nato, ma «il comandante della marina alleata ha disdetto l’incontro» per evitare problemi con la Turchia.
Lo stesso governo di Tripoli, come si legge nei documenti dell’Eeas, ha opposto «un rifiuto ufficiale, esplicito» ai controlli di Eunavfor. Una linea che i militari europei collegano al «recente accordo con la Turchia per nuove forniture militari». Per tutto il 2024 si moltiplicano gli sforzi diplomatici per convincere Tripoli a non boicottare la missione navale europea. In ottobre l’ambasciatore Orlando prepara una lettera indirizzata al ministro degli esteri libico con la richiesta di «aprire la porta al dialogo» con Eunavfor. Il testo è in inglese, come di regola, tranne un’espressione scritta in italiano: «A parte», rivela una nota accompagnatoria intestata a Eunavfor, «stiamo mandando una lista di quello che Irini può offrire in addestramento e materiale, come le uniformi, ma questo non deve essere materia della lettera ufficiale».
Nonostante il doppio sforzo di rilanciare i rapporti con Tripoli e aprire una trattativa con Haftar, almeno fino a quattro mesi fa, come riassumono gli ultimi documenti consultabili dai giornalisti, «l’Unione europea sembra non avere nessun vero alleato in Libia».

(da L’Espresso)

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MENTRE ERAVAMO DISTRATTI E’ INIZIATA L’ERA DEL TECNONAZISMO

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

LO SPOSTAMENTO SOVRANISTA DELLE BIG TECH DELLA SILICON VALLEY NON E’ STATO UN COLPO DI SCENA MA L’EVOLUZIONE IDEOLOGICA CALIFORNIANA CHE MISCHIA ULTRA LIBERISMO, CONTROCULTURA E DETERMINISMO TECNOLOGICO

Dopo la vittoria di Donald Trump i miliardari della Silicon Valley si sono messi in fila davanti a Mar a Lago. Quella che potrebbe sembrare una corte opportunista basata sugli interessi aziendali per ingraziarsi il neo presidente, nasconde in realtà un’unione ben più inquietante.
Il flirt con il potere dura da secoli, gli stessi Ceo della Valley avevano marciato come pecorelle verso la Trump Tower nel 2016. Eppure otto anni dopo succede qualcosa di molto diverso. Perché il mondo digitale non basta più. I Titan vogliono governare anche quello reale, il prezzo da pagare è riportare Trump al potere ma non è un sacrificio troppo amaro per la Silicon Valley, anzi.
Sotto la sua patina progressista fermentano infatti da decenni atteggiamenti misogini, razzisti e reazionari. Il marcio è alla radice. E proprio su questo terreno fertile che si incontra la visione politica di Trump (e di tutta la frangia estremista) con le aspirazioni dei pionieri tech. Perché la Silicon Valley ha una sua ideologia politica in ascesa ed è il momento di chiamarla con il suo nome: tecnofascismo.
Le origini del tecnofascismo
La reputazione progressista della Silicon Valley è immeritata. D’altronde la Valle di Santa Clara è stata l’ultima frontiera della vecchia corsa all’oro. Lì uomini bianchi nel XX secolo si sono arricchiti scavando nella terra, lì sempre uomini bianchi, hanno costruito la culla dell’impero tech occidentale. I primi avvertimenti sul tecnofascismo sono stati lanciati già negli anni ‘90, come ha sottolineato la ricercatrice Becca Lewis. Lo scrittore Michael S. Malone infatti descriveva la Silicon Valley come una “una rivoluzione digitale che butta fuori i deboli e i feriti” in un articolo intitolato “Dimentica l’utopia digitale…potremmo dirigerci verso il tecnofascismo”.
E a ragione. Sempre negli anni ‘90 infatti George Gilder, conservatore e provocatore anti-femminsita pubblicava un articolo intitolato: “La femminuccia della Silicon Valley”. Con un testo infuocato accusava l’industria hi-tech di essere caduta vittima della femminilizzazione e del politicamente corretto. La soluzione al problema, si legge, è la riaffermazione di un vecchio e glorificato approccio “anti-pussy” al business.
Le filosofie pericolose della Silicon Valley
Gilder non è stato il primo né a celebrare la figura culturale dell’imprenditore, né a collegarla al culto della mascolinità. Come dimostrato dal sociologo Michael Kimmel, il mito del “self-made man” è legato saldamente alla virilità da quasi 200 anni. Come il concetto di superuomo e la tesi del dominio delle élite.
La Silicon Valley non fa altro che scavare e recuperare. I Titan sono affascinati dalle tesi dei pensatori reazionari del passato. Marc Andreessen (l’uomo che guadagnò 58 milioni di dollari in una notte) è un fan dichiarato del futurismo più estremo. Peter
Thiel, presidente di Palantir Technologies, ha consumato i testi di Julius Evola, filosofo italiano ultrareazionario, vicino al nazismo e al fascismo.
Tra le principali tesi di Evola c’è la creazione di una società guidata da uomini superiori. Il suo libro, Cavalcare la tigre, secondo Thiel, è “una cartina tornasole per un mondo senza compromessi con i valori democratici”. Anche Steve Bannon, ex stratega di Trump, ha ammesso di aver fatto leggere Evola a tutto il suo team.
Geni, parassiti e democrazia
Evola non è un caso isolato. La maggior parte dei testi sacri della Valley insistono sulla dicotomia geni-parassiti, tra questi The Sovereign Individual di James Dale Davidson e William Rees-Mogg e La Rivolta di Atlante di Ayn Rand (citato più volte da Musk, Thiel e Travis Kalanick). Gli autori immaginano una società divisa tra “creatori” – uomini straordinari che trainano il progresso – e “parassiti” – la massa che vive sfruttando il loro genio. I miliardari vengono paragonati persino agli dei dell’antica Grecia. Una filosofia che giustifica la disuguaglianza come conseguenza naturale e inevitabile.
E se da un lato si esalta la tecnocrazia, dall’altro si demolisce la democrazia. Per farlo si legge Oswald Spengler, Carl Schmitt, ovviamente Nick Land. È considerato il padre dell’accelerazionismo di destra e profetizza il collasso della società moderna a favore di un nuovo ordine. Viene letto e riletto nei circoli neo reazionari della Silicon Valley, per esempio quelli vicini al movimento NRX, Neoreactionary Movement, di Curtis Yarvin (movimento finanziato da Thiel). L’ultima versione dell’accelerazionismo di Land promuove tesi razziste, che a partire dal 2016 sono state rivendicate dai movimenti alt-right e dai suprematisti bianchi.
Merita infine di essere citato anche Imperium di Francis Parker Yockey (testo del 1948, semi-sconosciuto al grande pubblico) è considerato uno dei manifesti del neofascismo intellettuale. Yockey propone infatti un’élite tecnocratica al potere, lontana dal liberalismo e dalla democrazia. La lista è lunga, ma ci fermiamo qui.
Un copione già scritto
I titani tech sono cresciuti in questo calderone ideologico. Non c’è da stupirsi quindi se Zuckerberg sponsorizza nel podcast di Joe Rogan l’“energia mascolina” nella cultura aziendale della Silicon Valley, o se Google taglia i programmi di inclusione e diversità. Questo slittamento reazionario della Silicon Valley non è un’anomalia, piuttosto l’evoluzione naturale di quella ideologia californiana (come l’hanno battezzata i teorici dei media britannici Richard Barbrook e Andy Cameron) che mischia neo-liberalismo di destra, contro-cultura radicale e determinismo tecnologico.
L’appoggio della Silicon Valley a Trump è mosso da un lato dalla convenienza (sono uomini che vogliono essere liberi di arricchirsi il più possibile, i principi democratici sono di intralcio) dall’altro da un’ideologia condivisa.
Verso il tecnonazismo
“Muoviti velocemente e rompi le cose”, è uno dei mantra della Silicon Valley. Un aforisma sinistro che applicato all’interno del nostro sistema democratico diventa terrificante. L’influenza di Silicon Valley sta riprogettando la società in profondità, più di qualsiasi altro centro di potere in qualsiasi altra epoca. Eppure è un cambiamento che passa in sordina, silenziato dalla convinzione che la tecnologia sia neutra. È l’assunto base dei tecnocrati, quello che ha permesso di considerare il progresso la chiave per migliorare il mondo.
La tecnologia però non è mai neutra. È plasmata a immagine e somiglianza dei suoi creatori, dei contemporanei che hanno occupato la Silicon Valley. Quelli che parlano di costruire città stato indipendenti con governance a prova di legge. Ed è qui che il tecnonazismo prende forma.

(da Fanpage)

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PUTIN ROMPE GIA’ LA TREGUA: DRONI SULLA RETE ELETTRICA DI KIEV, LA SUA PAROLA E’ CARTA DA CESSO

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

LA GERMANIA: “TELEFONATA CON TRUMP? PUTIN SI PRENDE GIOCO DI TUTTI”

Ci sono volute poche ore dalla telefonata tra il presidente americano Donald Trump e quello russo Vladimir Putin, perché i droni del Cremlino ricominciassero a cadere su Kiev e sull’intera Ucraina. Nel mirino il sistema elettrico che alimenta le ferrovie della regione Dnipropetrovsk, nell’est del Paese. Cioè proprio una di quelle infrastrutture energetiche che Mosca aveva rinunciato ad attaccare per 30 giorni, accettando solo parzialmente la proposta di cessate il fuoco totale avanzata dal leader ucraino Volodymyr Zelensky. Alcune parti della rete ferroviaria sono state completamente tagliate fuori dall’approvvigionamento elettrico e il traffico è stato interrotto.
Lo scambio di droni
Non appena è stata diramata la notizia, il ministero della Difesa russo si è affrettato a parlare di cinque offensive «tentate da Kiev» nella regione di Belgorod, in cui sono presenti depositi di carburanti. La posizione del Cremlino è dunque chiara. Si tratta di attacchi di rappresaglia che, almeno formalmente, non costituirebbero una violazione dell’accordo stretto con la Casa Bianca. Prima i droni sulla ferrovia, poi – all’arrivo dei soccorsi – una seconda ondata che non avrebbe fatto vittime. Nel frattempo, secondo quanto riferisce Mosca, una pioggia di droni ucraini si sarebbe abbattuta sulla regione di Belgorod proprio mentre Putin e Trump stavano discutendo al telefono. Un attacco che per il Cremlino aveva lo scopo di creare «uno sfondo negativo attorno ai colloqui» tra Washington e Mosca. Al contempo avrebbe preso di mira «un impianto di trasbordo di petrolio nella regione di Krasnodar», nel villaggio di Kavkazskaya. Il sistema permetterebbe il trasbordo del petrolio dai serbatoi ferroviari al sistema di condotte della compagnia internazionale di trasporto petrolifero Caspian Pipeline Consortium.
La condanna di Berlino: «Putin sta giocando, vuole solo indebolire Kiev»
Da Berlino il ministro della difesa, Bori Pistorius, ha condannato duramente il presunto tradimento dei patti da parte dei russi. Senza rinunciare a dare una spallata a Washington: «Abbiamo visto che gli attacchi alle infrastrutture civili non sono affatto diminuiti durante la prima notte successiva a questa presunta rivoluzionaria e formidabile telefonata», ha detto durante una intervista tv. «Putin sta giocando, il suo impegno per porre fine a quel tipo di attacchi è fondamentalmente nullo», ha ribadito. La stessa posizione su cui ha insistito anche il presidente ucraino Zelensky: «Mosca non è pronta alla pace». Non è tutto. Secondo Pistorius, farebbe tutto parte di un ampio piano tramite cui Putin vorrebbe privare Kiev del sostegno militare dei suoi alleati. Impedendo così che sia «in grado di difendersi in caso di un altro attacco». La Germania, con il suo maxi piano da 500 miliardi, sembra andare nella direzione opposta.

(da agenzie)

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SE MELONI SI RIFUGIA NELLA PALUDE TATTICA

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

MA IL DIVARIO EUROPA-USA E’ SEMPRE PIU’ AMPIO

«Anche stavolta è andata», sorridono i senatori in sciame verso il bar dopo l’intervento della premier. Sì, è andata. Anche stavolta Matteo Salvini consentirà, sottoscriverà, voterà. Elogerà, persino, dettando alle agenzie una dichiarazione in cui la Lega si attribuisce il merito della presunta conversione meloniana verso il no a alle armi, ai piani Von der Leyen, a una forza comune europea, insomma a ogni proposta collegata al Libro Bianco sulla Difesa prodotto dall’Unione. Ma, soprattutto, anche stavolta gli osservatori americani potranno leggere lo stenografico della premier e dirsi: resta un’amica, va chiamata.
Ricucire con il Capitano e tenersi le mani libere in vista dell’assai desiderato incontro alla Casa Bianca erano i due obbiettivi di Palazzo Chigi per la giornata di ieri. Sono stati entrambi raggiunti con un certo sforzo, tanto che nella replica finale – quella che solitamente riserva scintille –. Giorgia Meloni ha scelto la strada di risposte rapide, a basso tasso polemico e senza fuochi artificiali. Pure lei, probabilmente, non vedeva l’ora di chiudere la partita.
«Anche stavolta è andata», sospirano i senatori persi nel bicchier d’acqua del nostro contorto dibattito nazionale mentre nella telefonata fra Donald Trump e Vladimir Putin frana l’idea di una tregua immediata, si concorda appena la fine dei bombardamenti sulle infrastrutture energetiche e Mosca fissa un prezzo altissimo a un più ampio cessate il fuoco: la fine delle forniture di armi all’Ucraina e il congelamento sine die dell’assetto dei territori contesi. L’appeasement tra Mosca e Washington, peraltro, è già oltre la crisi, oltre Kiev, oltre Zelensky: si parla di investimenti, di spazio, di un prossimo incontro con Elon Musk per volare insieme su Marte, e figuriamoci se possono avere un rilievo le considerazioni etiche su pace giusta o ingiusta, o i timori europei su una nuova Yalta che riconsegni al Cremlino le antiche zone di influenza ad est dell’Unione.
Anche stavolta è andata, e non è stato facile. Si sono dovuti cancellare, riga per riga, nomi e parole che ieri erano il mantra dell’Occidente e oggi risulterebbero altamente divisivi o pericolosi per le relazioni con l’altra parte dell’Atlantico.
Vladimir Putin, Volodymyr Zelensky, Ursula von der Leyen, Rearm Eu, sostegno militare all’Ucraina, riarmo, sono le citazioni sparite sia dall’intervento di Meloni sia dalla risoluzione della maggioranza. Tutto il resto va di conseguenza. La fuga in avanti degli inglesi e dei francesi è «complessa, rischiosa, poco efficace». Le rappresaglie contro i dazi americani sulle merci europee «non sono un buon affare». La difesa comune dell’Unione è un’utopia da sostituire con la creazione di un «pilastro europeo della Nato».
Meloni ha rivendicato la scelta di tre anni fa, quando da posizioni di opposizione, a poche ore dall’invasione dell’Ucraina, telefonò a Mario Draghi per garantire il suo sostegno. Ma è un fatto che, dopo nove o dieci voti parlamentari su documenti che citavano esplicitamente l’aiuto militare a Kiev, ora si manda all’approvazione una formula assai più generica: «Continuare a sostenere l’Ucraina per tutto il tempo necessario, fermo restando l’auspicio di una rapida conclusione dei negoziati di pace».
Leggere questa nuova fase solamente col filtro della rincorsa a Salvini e alle posizioni sovraniste della Lega sarebbe un errore di superficialità. La destra italiana si trova davanti a un problema assai più grande. Fin dalla fondazione, il suo rapporto con l’America è stato indiscutibile: un tabù che ha orientato tutta la sua storia politica, dall’inossidabile anticomunismo alle simpatie per ogni capopopolo civile o militare sostenuto dagli americani, ovunque nel mondo. Sono state anche le scelte della precedente amministrazione Usa a spingere Meloni dalla parte dell’Ucraina, senza se e senza ma, a costo di imboccare la via dell’unità nazionale con un «governo mai eletto da nessuno» che non aveva votato.
Ma ora? La nuova America che preferisce i russi agli europei, bullizza Zelensky, dichiara una guerra commerciale contro i suoi storici alleati è qualcosa di inimmaginabile, uno choc. E stavolta il bivio davanti al quale si trova la premier è assai più divergente di ogni altro affrontato in precedenza nelle grandi partite internazionali: da una parte c’è l’intera vicenda della forza politica che guida, dall’altra il salto nel buio della scommessa europeista. Sarà difficile tenersi a lungo in equilibrio tra queste due sponde, ma intanto: anche stavolta è andata, un po’ di tempo è stato conquistato, poi si vedrà.

(da La Stampa)

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