Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
DA MEDIOCRE AMMINISTRATORE DI UNA IDEA FALLIMENTARE A GUIDA DI UN POPOLO DI POVERI DIAVOLI
La vera vittoria di Putin dopo tre anni di guerra? È lì, nel momento in cui alza il
telefono e dall’altra parte l’uomo più potente del mondo, Trump, gli parla. È questo che cercava, bigotto, cocciuto, da venticinque anni con sanguigna devozione; prima accettando di essere considerato un invitato per cortesia, perché innocuo e profittevole, nel salotto a otto posti di quelli che contano, poi rampando, ammonendo e minacciando sempre più ad alta voce, infine, storpiando il disprezzato continente della pace, quando straripa con l’annessione della Crimea e l’invasione dell’Ucraina. Adesso lo ha tagliato l’aculeo che lo tormentava, essere soltanto il mediocre amministratore di una idea che ha fallito e la guida suprema di un popolo di poveri diavoli seppure con cinquemila (inutili) bombe atomiche.
Grazie a Trump, che fabula miracoli e lo vuole arruolare chissà, a nuovi cimenti in comune, ha la patente, il certificato di Grande. Tutto il resto son chiacchiere. Il Grande Gioco a due sospeso nell’ottantanove riparte da qui. Scommettiamo che i realpolitiker che ora storcono il naso non se lo faranno dire due volte?
L’aveva promesso ai russi che solo per questo lo hanno accettato per un quarto di secolo con le sue polizie segrete, gli illegalismi, il poco burro e i molti cannoni: vi farò tornare rispettati e temuti come al tempo della Unione Sovietica.
Una condizione incapace di alternative ma solo di esistere o finire. Ebbene: ieri ha ottenuto il suo scopo. L’unico Paese, l’America, che nella sua biografia di sovietico passato attraverso la catastrofe gorbacioviana considera una vera potenza, rinnegando maledizioni e definizioni di soperchiatore fraudolento, ha accettato di discutere con lui non solo i “dettagli” nel centro Europa ma analisi prognostiche e benevole sul mondo. La pace con Zelensky beh! quella è ancora tutta da definire. E in fondo a questo punto diventa perfino un dettaglio. È arrivato. Chi lo sloggia più? La passione egomaniaca è soddisfatta. Questo era il passo che bisognava compiere già nel 2022, o
ancor prima, a meno di non esser decisi a diventare asceti della guerra in prima persona: una telefonata, un summit come si diceva nel Novecento, una consacrazione spettacolare di reciproca grandezza. La Storia non è finita, anzi riparte da qui. Verrebbe da dire: ci voleva tanto a capirlo?
C’è del simile tra i due interlocutori di ieri quando elaborano messinscene recitando sé stessi, mossi dall’io gonfio, abili comunicatori, maestri del plagio. La similitudine si ferma qui. Il miliardario del crudo business la potenza la indossa nel momento in cui è diventato presidente. Accumula soldi, istupidisce a decreti l’audience stupefatta, affattura le norme con l’automatismo delle ruote dentate. Essere un Grande a prescindere: che risorsa!
Putin ha imparato di persona che ridiventare potente come pretende ha i suoi onerosi sfinimenti, richiede applicazione, un metodo da formica. È paziente. Contrariamente a quanto assicurano alcuni leader europei che devono giustificare il riarmo sono certo che in questi venticinque anni ha desiderato la guerra mondiale allo stesso modo in cui Sant’Agostino aveva desiderato la castità, vale a dire riservandosela sempre per il futuro. La sua ossessione è qualcosa che ha mosso le nazioni del novecento: lo status, la considerazione internazionale, il posto a tavola quando si riuniscono congressi e aeropagi di quelli che contano. Anche l’Italia liberale ha vissuto di questa angoscia identitaria prima che il fascismo la facesse scivolare nel disastro.
Sì, ciarpame retorico, questioni di etichetta e di precedenze. Non c’è nulla in Putin che lo faccia assomigliare a uno di quei tiranni che sarebbero capaci di distruggere nove decimi della umanità per la supposta (da loro) felicità dell’ultimo decimo. Non assomiglia per la mediocrità delle sue possibilità concrete a Pietro il Grande o a Stalin. Nessuna adesione a ideali astratti o assoluti come la rivoluzione mondiale o la conquista dell’Europa. L’unico criterio di valore che connota le sue fobie è un istrionico successo. Ai suoi sudditi, rassegnati alla lesina e al duro compito quotidiano di sopravvivere a un potere da secoli autocratico, implacabile e cattivo, ha promesso non il paradiso sulla terra ma una modesta scenografica revanche: Ecco vedete, dopo trentacinque anni parlano di nuovo con noi alla pari e non come comunisti spretati. Missione compiuta. Il resto si vedrà. Forse.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
TUTTI PATRIOTI AL SERVIZIO DELLO STRANIERO
Per mantenere la pace in maggioranza la premier Giorgia Meloni ha deciso di lavorare di sottrazioni. Era da qualche mese che la presidente del Consiglio non si presentava in parlamento. E martedì, parlando ai senatori in vista del Consiglio europeo di giovedì e venerdì (mercoledì mattina si replica alla Camera), ha tirato le somme del suo posizionamento internazionale, ben attenta a rimanere in equilibrio sui precari puntelli a cui non intende rinunciare e senza infastidire troppo l’alleato leghista.
L’intervento di Meloni è apparso diviso in due parti: da un lato la questione della competitività europea, che sarà al centro del Consiglio e su cui la linea è quella di «non condannarci al ruolo di gregari», con l’Italia che chiede un «cambio di paradigma» a cui la Commissione «sta lavorando» ma che «va trasformato in atti concreti».
Dalla decarbonizzazione sostenibile per ridurre le dipendenze strategiche «coniugando obiettivi ambientali e competitività, ma rinunciando a derive ideologiche», al piano industriale per l’automotive; fino alla semplificazione degli adempimenti amministrativi perché «la politica deve tracciare la rotta, non la burocrazia» e al piano con misure urgenti per ridurre i prezzi dell’energia con citazione del Piano Mattei.
In queste riflessioni, nelle parole di Meloni hanno rieccheggiato almeno due dei punti elencati da Mario Draghi qualche ora prima, sempre a palazzo Madama, durante l’audizione informale sul Rapporto sul futuro della competitività europea: meno regolamentazione e riduzione dei costi delle bollette.
Il rapporto con gli Usa
Se la ricetta economica appare in linea con quella di Ursula von der Leyen, a mettere in crisi la maggioranza sono invece il piano di ReArmEu – contro cui la Lega si è espressa in modo netto e che Fratelli d’Italia invece ha votato – e i rapporti con l’America di Donald Trump.
«Il quadro è complesso», ha ripetuto più volte Meloni, come a mettere le mani avanti. Tuttavia la premier non ha cambiato di un millimetro la sua posizione internazionale, rimanendo convinta che sia possibile tenersi in equilibrio tra l’Unione europea (che Draghi ha descritto come «sempre più sola») e gli Stati Uniti. «Sono convinta che si debba lavorare con pragmatismo per un’intesa» e «scongiurare guerre commerciali che non avvantaggiano nessuno» ha detto.
«Non è saggio cadere nel circolo vizioso delle rappresaglie. Non rispondiamo ai dazi con altri dazi, no a reazioni di istinto ma usiamo la logica» è stato l’appello.
Insomma, Meloni è ancora convinta che i dazi annunciati da Trump contro l’Ue, che penalizzerebbero in modo significativo l’Italia, possano ancora essere evitati e continua a muoversi per spegnere gli incendi accesi dal presidente americano con le sue dichiarazioni.
Di più, Meloni ha sintetizzato la sua linea: chiederle di «scegliere tra Ue e Usa» è solo «strumentale a livello di politica interna» e «chi alimenta questa narrazione indebolisce l’occidente a beneficio di altri attori», ha detto rivolta alle opposizioni. «Non seguiamo acriticamente né i partner europei né quelli americani, anche dimostrando il dissenso perché la posta in gioco è troppo alta» è stata la conclusione.
Sempre in bilico tra i vari “non solo” e “ma anche”, anche sull’Ucraina Meloni ha ribadito il suo «totale sostegno» a Kiev e condanna dell’aggressione, anche se «l’invio di truppe italiane non è all’ordine del giorno e quello di truppe europee è una opzione rischiosa e poco efficace». Che fare allora? La proposta italiana è quella di dare garanzie di sicurezza all’Ucraina sul modello del trattato Nato, ma senza farla formalmente aderire. Diplomazia, insomma, che però per ora vede solo Russia e Stati Uniti seduti al tavolo.
Il nodo ReArm
Il nodo veramente difficile da sciogliere, però, è quello della difesa. Su questo gli interventi d’aula dei senatori leghisti sono stati più minacciosi che concilianti, nonostante Meloni abbia lavorato per sottrazione, ribadendo che parlare di riarmo «è fuorviante» perché «non si tratta di acquistare armamenti ma, nel caso, di produrli, e occuparsi di molte più cose rispetto al solo potenziamento degli arsenali». Inoltre, «aumentare la sicurezza non vuol dire toccare il welfare».
A picchiare più duro è stato Gian Marco Centinaio, che ha chiesto a Meloni di impedire a von der Leyen di «giocare ai soldatini, solo per avere un esercito che le dia quell’autorevolezza internazionale che finora non ha mai avuto», perché «se facciamo 800 miliardi di debito, saranno i nostri figli a pagarli».
Poi ha affondato il colpo contro gli equilibrismi della premier, che «ha spiegato quanto sia autorevole il governo italiano in Europa. Ma finora l’Unione europea ha danneggiato le imprese italiane». A rincarare la dose è intervenuto Claudio Borghi, che ha definito «follia» l’esercito comune europeo e «mi auguro che lei dirà dei no».
Remissiva la risposta della premier in corso di replica: «I soldi non ci sono, parliamo di una ipotetica possibilità che gli stati possano fare maggiore deficit. È un annuncio molto roboante rispetto alla realtà». Unica diplomatica puntualizzazione è stata che «l’esercito unico europeo non è all’ordine del giorno» ma «nel centrodestra c’è accordo sul fatto di rafforzare la sicurezza, perché è scritto nel programma». Un auspicio più che una certezza, visti i toni d’aula e il fatto che nella risoluzione comune del centrodestra non ci sia alcun accenno a una «difesa comune» ma contenga solo i 12 punti del vertice europeo.
La strategia, per Meloni, è quella di continuare a lavorare su più fronti. A livello interno, la necessità è quella di guadagnare tempo sulla questione del riarmo, gestendo il rapporto con la Lega ma senza rimangiarsi il sì al Libro bianco sulla difesa Ue di von der Leyen, con cui sono in corso trattative in materia migratoria. Sul fronte internazionale, invece, la scommessa rimane quella di uno scenario globale che veda un Donald Trump progressivamente meno ostile all’Ue, che riveda il suo piano di dazi in funzione di un nuovo equilibrio diplomatico. Due vie, però, sempre più strette.
(da Editoriale Domani)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
TUTTI ATTACCATI ALLA POLTRONA SULLA PELLE DEL POPOLO UCRAINO
Deve tenere tutti insieme. Soprattutto l’alleato Matteo Salvini, riottoso e che minaccia
di sostenere le risoluzioni dell’opposizione. Anche se non è presente – è a Varsavia per un consiglio informale dei ministri dei Trasporti – è il leghista il convitato di pietra delle comunicazioni di Giorgia Meloni alla vigilia del Consiglio europeo.
La risoluzione approvata a fine giornata con 109 sì, 64 contrari e 4 astenuti è annacquata e vaga su tutto. Il discorso della premier è equilibrista, ma serve per non scontentare l’alleato leghista: dice no al piano di Ursula von der Leyen, elogia il lavoro diplomatico di Donald Trump sull’Ucraina e spiega che sui dazi “non servono vendette o rappresaglie”. Comunicazioni che la avvicinano sempre di più alle posizioni della Casa Bianca.
Alle 14.30 a Palazzo Madama i banchi sono pieni. Si temeva qualche assenza così il ministro dei Rapporti col Parlamento Luca Ciriani ha scritto a tutti i componenti del governo un messaggio chiaro: “È necessaria la presenza”. Il risultato è straniante. Vogliono esserci tutti, anche solo per farsi la foto mentre Meloni parla. Ci sono ministri e sottosegretari, tant’è vero che alla fine alcuni ministri importanti restano in piedi e devono sedersi insieme ai colleghi senatori, come il titolare degli Affari europei, Tommaso Foti. Ciriani riscrive un altro messaggio ai colleghi sottosegretari: “Fate spazio ai ministri”. Il discorso di Meloni fila via liscio senza particolari sussulti. La premier sostiene gli “sforzi” di Trump sulla pace in Ucraina, anche se il sostegno al “popolo ucraino non è mai stato in discussione”.
In serata, dopo la telefonata tra Trump e Putin in cui il presidente russo ha chiesto di smettere di inviare aiuti, il ministro della Difesa Guido Crosetto conferma che l’Italia continuerà a fare la sua parte per sostenere militarmente Kiev: “Ad oggi nulla mi risulta cambiato sulla necessità di continuare ad aiutare l’Ucraina a difendersi”, dice il ministro della Difesa al Fatto. Stessa posizione del cancelliere tedesco Olaf Scholz e del presidente francese Emmanuel Macron. Fonti qualificate fanno sapere che la linea del governo non la detta Putin, ma il Parlamento.
La premier poi fa alcune concessioni all’alleato leghista: ribadisce il “no” all’invio di truppe a Kiev e critica il piano di Ursula von der Leyen per riarmare l’Europa per 800 miliardi. Meloni lo definisce “roboante rispetto alla realtà”, dice rispondendo in replica al senatore leghista Claudio Borghi.
Sicuramente spiega che l’Italia non utilizzerà i fondi di coesione e sicuramente non taglierà le spese “sociali, servizi, scuola, Sanità e del welfare”. Ricordando la proposta del ministro Giorgetti di un piano con garanzie per 200 miliardi di fondi privati. Nonostante i dubbi, Von der Leyen propone una sorta di centrale di acquisti per far convergere domanda e acquisti.
Il rapporto con la Lega però non è facile. La premier quando arriva al Senato incrocia il capogruppo del Carroccio Massimiliano Romeo. Di prima mattina Meloni e Salvini si sentono al telefono ed entrambi gli staff parlano di telefonata cordiale provando a smentire le tensioni degli ultimi giorni. In realtà le tensioni restano. Durante il suo discorso Meloni dedica una stoccata a Salvini, oltre che al M5S di Conte: “Lascio volentieri ad altri, in quest’aula e fuori, quella grossolana semplificazione secondo cui aumentare la spesa in sicurezza equivale a tagliare” sul welfare. “Non è, ovviamente, così – continua la premier – e chi lo sostiene è perfettamente consapevole che sta ingannando i cittadini, perché maggiori risorse per la sanità, la scuola o il welfare non ci sono, attualmente, non perché spendiamo i soldi sulla difesa, ma perché centinaia di miliardi sono stati bruciati in provvedimenti che servivano solo a creare consenso facile. La demagogia non mi interessa”, conclude. Un riferimento sia a Conte (attaccato anche per aver preso l’impegno del 2% per le spese militari) sia a Salvini, tant’è che i leghisti sono gli unici che non applaudono durante il suo discorso. Quando solidarizza con il presidente Mattarella per gli attacchi russi, Claudio Borghi è l’unico che non si alza per applaudire nonostante il richiamo dei colleghi. Alla fine la Lega vota la risoluzione della maggioranza, ma Meloni sa che Salvini continuerà a creare tensioni almeno fino a inizio aprile, giorno del Congresso.
(da ilfattoquotidiano.it)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
ORDINE DI DETENZIONE NEI CONFRONTI DI DECINE DI POLITICI, GIORNALISTI E UOMINI D’AFFARI, VIETATE LE MANIFESTAZIONI… LE OPPOSIZIONI: “E’ UN COLPO DI STATO”
Il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, è stato arrestato. I provvedimenti di detenzione sono stati emessi nei confronti di un altro centinaio di persone, tra cui politici locali, giornalisti e uomini di affari. Le accuse spaziano dalla corruzione al terrorismo. Imamoglu rimarrà in carcere almeno 4 giorni.
L’arresto di Imamoglu
In un video pubblicato su X, Imamoglu ha raccontato che centinaia di agenti di polizia si sono presentati davanti casa sua e ha detto che non si sarebbe arreso. Ma successivamente, secondo la Cnn turca, il sindaco sarebbe stato portato via mentre la sua abitazione veniva perquisita da decine di agenti. Le immagini delle tv mostrano un grande dispiegamento di forze in tenuta antisommossa fuori dalla residenza del sindaco. Le manifestazioni sono state vietate per quattro giorni e molti social network sono stati oscurati in tutto il Paese.
“Mi dispiace dire che un pugno di menti sta cercando di usurpare la volontà della nostra nazione”, dice Imamoglu nel video postato dalla sua abitazione. “Miei amati agenti di polizia, le forze di sicurezza del Paese vi stanno usando come strumenti del male. Questa è tirannia. Ma voglio che sappiate che non mi arrenderò. Vi amo tutti molto, mi affido alla nazione. Fate sapere a tutta la mia nazione che non mi piegherò”.
Le reazioni dell’opposizione
I principali partiti di opposizione in Turchia hanno contestato l’arresto di Imamoglu. “In questo momento è in atto un’imposizione per impedire alla nazione di determinare il suo prossimo presidente”, ha affermato Ozgur Ozel, segretario del maggior partito di opposizione, il Chp, con cui Imamoglu è stato eletto per due volte come sindaco di Istanbul.
“Stiamo subendo un colpo di Stato contro il nostro prossimo presidente”, ha aggiunto Ozel, riferendosi al fatto che Imamoglu, ritenuto il principale avversario del capo di Stato Recep Tayyip Erdogan, aveva recentemente annunciato l’intenzione di volersi candidare alle prossime elezioni presidenziali, in programma nel 2028.
Germania-Turchia, la diplomazia del kebab: il presidente tedesco Steinmeier vola a Istanbul con un gigantesco “doner”
L’arresto di Imamoglu “è un chiaro attacco alla democrazia e alla volontà popolare”, ha affermato Tuncer Bakirhan, il presidente del partito filo-curdo Dem, la terza forza politica più rappresentata nel Parlamento turco, chiedendo il rilascio immediato del primo cittadino.
Le proteste
Più di centro persone si sono radunate nei pressi della stazione di polizia dove è stato portato il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, per contestare il suo arresto. Lo riporta il quotidiano Cumhuriyet, pubblicando un video dove si vede un gruppo di contestatori che gridano slogan nella strada che porta alla stazione di polizia, il cui accesso è transennato.
Il maggior partito di opposizione Chp, con cui Imamoglu è stato eletto, ha convocato manifestazioni per protestare contro l’arresto del sindaco nelle sedi di tutta la Turchia alle 14 ora locale, le 12 in Italia.
Chi è Ekrem Imamoglu
Ekrem Imamoglu, 53 anni, è sindaco di Istanbul dal 2019, quando strappò la metropoli sul Bosforo all’Akp dopo 20 anni di potere, vincendo anche dopo il riconteggio chiesto allora dagli erdoganiani. Un anno fa ha prevalso una seconda volta correndo da solo contro il candidato dell’Akp. Vittorie che lo hanno reso tra i candidati più credibili a sfidare il dominio del presidente Recep Erdogan, e uno dei suoi principali nemici.
La Prefettura di Istanbul ha vietato fino al 23 marzo le manifestazioni politiche e letture pubbliche di comunicati stampa.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
LA SVOLTA DI MERZ, CON SPD E VERDI: “PRONTI A TUTTO PER DIFENDERCI DALLA RUSSIA
La Germania volta pagina. Il Parlamento tedesco ha approvato oggi una modifica alla
Costituzione che consentirà al governo di spendere senza limiti in difesa: gli investimenti nel settore militare – compresi quelli per sostenere l’Ucraina – saranno d’ora in poi esclusi dal «freno al debito» prescritto dalla Legge fondamentale del Paese, che limita l’indebitamento annuo dello Stato ad un massimo dello 0,35% del Pil. La svolta costituisce una vittoria per il leader della Cdu Friedrich Merz e spalanca ora la strada alla formazione di un governo sotto la sua guida, in alleanza con l’Spd. Incoronato dalle elezioni dello scorso 23 febbraio, Merz aveva infatti dichiarato la sera stessa della vittoria che la sua priorità – dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e le minacce di disimpegno Usa da Ucraina ed Europa – sarebbe stata
quella di «rafforzare l’Europa il più velocemente possibile, così da raggiungere, passo a passo, l’indipendenza dagli Usa». «Di fronte alle minacce alla nostra libertà e alla pace nel nostro continente, il motto whatever it takes deve ora applicarsi alla difesa del Paese», aveva rincarato la dose il 4 marzo, annunciando un piano da 500 miliardi di euro di investimenti in difesa e infrastrutture. Progetto irrealizzabile col pedale pigiato sul «freno al debito» costituzionale, e che ora invece potrà vedere davvero la luce. A votare a favore della modifica alla Costituzione sono stati 513 deputati, 207 i contrari. Ora è atteso il sì anche del Senato federale, convocato per venerdì 21 marzo.
Trattandosi di una modifica della Costituzione, era necessario un voto con la maggioranza dei due terzi del Bundestag. Per riuscire nell’impresa, Merz e i suoi alleati hanno forzato i tempi: il piano è stato portato in Aula nell’ultima settimana di attività del Parlamento uscente, nel quale Cdu/Csu, Spd e Verdi hanno i numeri necessari.
Nel nuovo Bundestag che s’insedierà in seguito alle elezioni del 23 febbraio, gli equilibri saranno infatti ben diversi, con l’Afd e la Linke – contrari al riarmo – pronti a occupare ben 152 e 44 seggi rispettivamente, e Verdi ed Spd ridimensionati.
«La decisione che prendiamo oggi sulla prontezza alla difesa non è che un primo grande passo in direzione di una comunità europea della difesa, che includer anche Paesi che non sono membri dell’Ue», ha detto Merz in Aula, con un evidente riferimento al Regno Unito di Keir Starmer che sta guidando gli sforzi dei Paesi europei di sostenere la difesa dell’Ucraina e del Vecchio Continente a fronte del disimpegno Usa.
L’alleanza trasversale e le concessioni ai Verdi
La minaccia ha un nome e cognome, per il cancelliere in pectore, e si chiama Vladimir Putin. La guerra mossa dalla Russia non è solo contro l’Ucraina, ha detto ancora Merz rivolto in particolare verso l’Afd, ma «anche contro il nostro Paese, con attacchi quotidiani ai nostri centri di dati, la distruzione delle catene di rifornimento, gli attacchi incendiari e gli omicidi su commissione nel cuore del nostro Paese». Di fronte a questo, ha concluso, «ci difenderemo con tutto ciò che è a nostra disposizione nei prossimi anni e decenni». Proprio l’argomento della difesa della Germania dalla minaccia russa ha convinto l’Spd e i Verdi ad appoggiare la modifica costituzionale voluta da Merz. I Verdi in particolare, che non dovrebbero entrare nel prossimo governo, gli hanno dato però filo da torcere nei negoziati, e per dare il loro assenso hanno chiesto, e ottenuto, l’impegno a riservare 100 miliardi di euro di nuovi fondi alla lotta al cambiamento climatico e l’inserimento dell’obiettivo della neutralità climatica nella Costituzione tedesca.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile
EFFETTO DELL’ISOLAZIONISMO TRUMPIANO: I DAZI DEL TYCOON E LE MINACCE DI ANNESSIONE (“IL CANADÀ SARÀ IL NOSTRO 51ESIMO STATO”) STANNO PRODUCENDO L’EFFETTO CONTRARIO… “SIAMO IL PIÙ EUROPEO DEI PAESI NON EUROPEI”
«Voglio assicurarmi che l’intera Europa lavori con entusiasmo con il Canada, il più europeo dei Paesi non europei e allo stesso tempo risolutamente nordamericano, determinato, come voi, a mantenere le relazioni più positive possibili con gli Stati Uniti».
Giochi di equilibrismo politico ieri all’Eliseo di Emmanuel Macron — e poi a Downing Street con il britannico Keir Starmer — per il neopremier del Canada, il liberale Mark Carney.
Il successore di Justin Trudeau fa l’europeo, snobbando la tradizione del «debutto estero» alla Casa Bianca, e cerca invece sponde oltreoceano, «con alleati affidabili», per parare gli attacchi dell’aggressivo vicino di casa, Donald Trump. Poi, però, da Londra assicura: «Non stiamo cercando di organizzare una ritorsione coordinata contro i dazi degli Stati Uniti». Ma, aggiunge, «i commenti di Trump sul Canada dovranno fermarsi prima che possano iniziare i colloqui bilaterali».
Meno di 72 ore dopo il giuramento — «il Canada non sarà mai parte degli Stati Uniti» — Carney è volato nei Paesi storicamente più legati a Ottawa, e i cui leader guidano il tentativo di riscossa europea: Francia e Gran Bretagna. Tiepida in realtà, finora, la solidarietà di Macron e Starmer
Alleati sì, ma attenti a non infastidire troppo il tycoon americano. Il più solido complice di Carney resta Carlo III, che ieri ha ricevuto l’illustre suddito a Buckingham Palace. Il re d’Inghilterra, e capo di Stato del Canada, ha attivato da settimane la «soft diplomacy» per difendere la nazione più grande del Commonwealth dalle mire di Trump, il quale peraltro non ha mai nascosto di subire il fascino reale.
Il viaggio-lampo in Europa di Carney è un messaggio anche al popolo canadese che presto sarà chiamato alle urne, entro i primi di maggio secondo i bene informati. Era l’opposizione conservatrice a premere per le elezioni anticipate, sicura di vincere con oltre venti punti di vantaggio.
Poi il logorato Trudeau ha gettato la spugna, dopo quasi un decennio al governo, mentre Trump minacciava annessioni e imponeva dazi. Carney ha subito virato verso il centro, eliminando l’odiata carbon tax climatica, e lanciato la controffensiva.
Gli ultimi sondaggi lo danno alla pari, se non addirittura in lieve vantaggio, sul leader del Partito conservatore, Pierre Poilievre, prima osannato come il «Trump canadese» e ora considerato «troppo vicino a Trump»
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »