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L’UCRAINA HA PRESENTATO LE SUE TRE CONDIZIONI PER LA PACE CON LA RUSSIA: ECCO QUALI

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

INTEGRITA’ TERRITORIALE, ALLEANZE INTERNAZIONALI, CAPACITA’ DI DIFESA NON LIMITATA

Alla vigilia dell’attesissima telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin sul un eventuale cessate il fuoco in Ucraina il ministro degli Esteri di Kiev, Andrii Sybiha, ha illustrato le tre condizioni fondamentali per eventuali negoziati con la Russia volti a porre fine alla guerra.
In un’intervista rilasciata oggi a RBC-Ucraina, Sybiha ha confermato che alcuni principi restano non negoziabili per Kiev, rifiutando tuttavia il concetto di “linee rosse”. “Ci sono elementi fondamentali che non possono essere messi in discussione”, ha affermato. Tra questi, il primo e più importante è il rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità dell’Ucraina. Il ministro ha ribadito che Kiev non riconoscerà mai i territori annessi dalla Russia, posizione già espressa dal presidente Volodymyr Zelensky il 12 marzo.
Il secondo punto chiave, ha spiegato Sybiha, è il diritto dell’Ucraina di scegliere le proprie alleanze internazionali. Il ministro ha sottolineato che nessun Paese deve avere potere di veto sulle aspirazioni di Kiev di entrare nella NATO e nell’Unione Europea. L’Ucraina ha ufficialmente presentato la richiesta di adesione all’Alleanza Atlantica nel settembre 2022 e, nel 2024, la NATO ha definito il percorso verso tale adesione “irreversibile”, pur senza concedere ancora un invito formale.
Infine, Sybiha ha ribadito che la capacità di difesa dell’Ucraina non deve essere limitata, escludendo qualsiasi restrizione sulle forze armate di Kiev. “La Russia deve essere ritenuta responsabile. Questi sono tutti elementi di una pace duratura”, ha dichiarato.
Oltre che con le pretese di Putin, tuttavia, le richieste di Sybiha devono tenere conto anche di quelle di Donald Trump: la Casa Bianca ha recentemente suggerito la necessità di un compromesso tra Ucraina e Russia, definendo “irrealistico” l’obiettivo di Kiev di ripristinare i confini precedenti al 2014. Attualmente, Mosca controlla circa il 20% del territorio ucraino, dove continuano a emergere denunce di repressioni, torture e deportazioni forzate.
Intanto, il 13 marzo, il presidente russo Vladimir Putin ha espresso la disponibilità ad accettare una tregua di 30 giorni proposta dagli Stati Uniti, ma solo a condizione che Kiev interrompa la mobilitazione, l’addestramento militare e la ricezione di aiuti stranieri. Richieste che, secondo gli analisti, potrebbero lasciare l’Ucraina esposta a nuove aggressioni.

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CI VOLEVA DRAGHI PER CERTIFICARE CHE TRUMP VUOLE UCCIDERE L’EUROPA: “LA NOSTRA SICUREZZA È OGGI MESSA IN DUBBIO DAL CAMBIAMENTO NELLA POLITICA ESTERA DEL NOSTRO MAGGIOR ALLEATO RISPETTO ALLA RUSSIA. L’EUROPA È OGGI PIÙ SOLA E SI CHIEDE CHI DIFENDERÀ I SUOI CONFINI”

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

“NELL’UE CI SONO TROPPE REGOLE E TROPPO FRAMMENTATE” … “I RITARDI ACCUMULATI DALL’UNIONE SONO PREOCCUPANTI. QUELLO SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE FORSE È INCOLMABILE” -… “L’EFFETTO DEL FRAZIONAMENTO È DELETERIO. LA DIFESA COMUNE È UN PASSAGGIO OBBLIGATO”

“E’ la prima volta che torno in Parlamento dopo la fine del mio mandato da Presidente del Consiglio. E vedo dei ministri che erano nel governo che ho avuto l’onore di presiedere”.
E devo dire che rientro “con un po’ di emozione e con tanta gratitudine per quello che questa istituzione ha saputo fare in anni molto complicati per il Paese, e per quanto sta ancora facendo”. Così l’ex premier Mario Draghi in apertura dell’audizione davanti alle commissioni riunite Bilancio, Attività produttive e Politiche Ue della Camera e del Senato sul Rapporto sul futuro della competitività europea, nel ringraziare tutti i presenti.
“La nostra sicurezza è oggi messa in dubbio dal cambiamento nella politica estera del nostro maggior alleato rispetto alla Russia che , con l’invasione dell’Ucraina, ha dimostrato di essere una minaccia concreta per l’Unione Europea. L’Europa è oggi più sola nei fori internazionali, come è accaduto di recente alle Nazioni Unite , e si chiede chi difenderà i suoi confini in caso di aggressione esterna e con quali mezzi”. Così Mario Draghi al Senato in audizione davanti alle commissioni congiunta Industria, Bilancio e Politiche Ue.
“La nostra sicurezza è oggi messa in dubbio dal cambiamento nella politica estera del nostro maggior alleato rispetto alla Russia che, con l’invasione dell’Ucraina, ha dimostrato di essere una minaccia concreta per l’Unione Europea”.
“Gli indirizzi della nuova amministrazione hanno drammaticamente ridotto il tempo disponibile” – ha detto Draghi – “l’Europa è oggi più sola nei fori internazionali”
L’Unione Europea ha garantito per decenni ai suoi cittadini pace, prosperità, solidarietà e, insieme all’alleato americano, sicurezza, sovranità e indipendenza. Questi sono i valori costituenti della nostra società europea. Questi valori sono oggi posti in discussione”
“La nostra prosperità, già minacciata dalla bassa crescita per molti anni, si basava su un ordine delle relazioni internazionali e commerciali oggi sconvolto dalle politiche protezionistiche del nostro maggiore partner. I dazi, le tariffe e le altre politiche commerciali che sono state annunciate – ha detto Draghi – avranno un forte impatto sulle imprese italiane ed europee”
“Costi dell’energia così alti pongono le aziende – europee e italiane in particolare – in perenne svantaggio nei confronti dei concorrenti stranieri” mettono a rischio “la sopravvivenza di alcuni settori tradizionali dell’economia, ma anche lo sviluppo di nuove tecnologie ad elevata crescita”.
Lo ha detto Mario Draghi, consulente speciale della presidente della Commissione Ue ed ex premier e presidente Bce, spiegando che “una seria politica di rilancio della competitività europea deve porsi come primo obiettivo la riduzione delle bollette – per imprese e famiglie”.
Per la difesa europea “occorre definire una catena di comando di livello superiore che coordini eserciti eterogenei” e che “sia in grado di distaccarsi dalle priorità nazionali operando come sistema della difesa continentale”.
Lo ha detto Mario Draghi, consulente speciale della presidente della Commissione Ue, secondo cui “occorrerebbe che l’attuale procurement europeo per la difesa – pari a circa 110 miliardi di euro nel 2023 – fosse concentrato su poche piattaforme evolute invece che su numerose piattaforme nazionali”. Un frazionamento “deleterio”: a fronte di investimenti complessivi comunque elevati, i Paesi Ue alla fine acquistano gran parte delle piattaforme militari dagli Stati Uniti.
In Italia “non possiamo unicamente aspettare le riforme a livello europeo”, sono disponibili “decine di gigawatt di impianti rinnovabili in attesa di autorizzazione o di contrattualizzazione. È indispensabile semplificare e accelerare gli iter autorizzativi, e avviare rapidamente gli strumenti di sviluppo”. Lo ha detto Mario Draghi: il problema dei prezzi all’ingrosso dell’energia, pari in Europa a due o tre volte i livelli Usa, è “ancora più marcato in Italia, dove i prezzi dell’elettricità all’ingrosso nel 2024 sono stati in media superiori dell’87% rispetto a quelli francesi, del 70% rispetto a quelli spagnoli, e del 38% rispetto a quelli tedeschi.
“La difesa comune dell’Europa diventa un passaggio obbligato per utilizzare al meglio le tecnologie che dovranno garantire la nostra sicurezza. Persino la nostra valutazione dell’investimento in difesa, oggi basata sul computo delle sole spese militari, andrà modificata per includere gli investimenti su digitale, spazio e cybersicurezza che diventano necessari alla difesa del futuro. Per tutto ciò occorre iniziare un percorso che ci porterà a superare i modelli nazionali e a pensare a livello continentale”. Così l’ex premier Mario Draghi in apertura dell’audizione davanti alle commissioni riunite Bilancio, Attività produttive e Politiche Ue della Camera e del Senato sul Rapporto sul futuro della competitività europea.
“Secondo recenti sviluppi, i modelli di Intelligenza Artificiale si stanno avvicinando sempre di più – o stanno addirittura superando – le capacità di ricercatori in possesso di dottorato. Agenti autonomi si avviano ad essere in grado di prendere decisioni operando in completa autonomia. In Europa continuiamo a perdere terreno su questo fronte: otto dei dieci maggiori large language models sono sviluppati in Usa e i rimanenti due in Cina. In quest’area il Rapporto prende atto che il ritardo europeo è probabilmente incolmabile ma suggerisce che l’industria, i servizi e le infrastrutture sviluppino l’impiego dell’AI nei loro rispettivi settori.
L’urgenza è essenziale perché i ‘llm’ si stanno espandendo anche verticalmente”. “L’effetto del frazionamento è deleterio: a fronte di investimenti complessivi comunque elevati, i Paesi europei alla fine acquistano gran parte delle piattaforme militari dagli Stati Uniti”.”Se l’Europa decidesse di creare la sua difesa e di aumentare i propri investimenti – ha aggiunto Draghi – superando l’attuale frazionamento, invece di ricorrere in maniera così massiccia alle importazioni, essa ne avrebbe certamente un maggior ritorno industriale, nonché un rapporto più equilibrato con l’alleato atlantico anche sul fronte economico”.
“Quando la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, mi ha chiesto di redigere un Rapporto sulla Competitività, i ritardi accumulati dall’Unione apparivano già preoccupanti. L’Unione Europea ha garantito per decenni ai suoi cittadini pace, prosperità, solidarietà e, insieme all’alleato americano, sicurezza, sovranità e indipendenza. Questi sono i valori costituenti dell’Unione europea, la nostra Unione europea”.
“Questi valori sono oggi posti in discussione. La nostra prosperità, già minacciata dalla bassa crescita per molti anni, si basava su un ordine delle relazioni internazionali e commerciali oggi sconvolto dalle politiche protezionistiche del nostro maggiore partner. I dazi, le tariffe e le altre politiche commerciali che sono state annunciate avranno un forte impatto sulle imprese italiane ed europee”, aggiunge.
“Occorre certamente accelerare lo sviluppo di generazione pulita e investire stesamente nella flessibilità e nelle reti, ma occorre anche disaccoppiare il prezzo dell’energia prodotta dalle rinnovabili e dal nucleare da quello dell’energia di fonte fossile. Non possiamo però aspettare unicamente le riforme a livello europeo. In Italia sono disponibili decine di gigawatt di impianti rinnovabili in attesa di autorizzazione o di contrattualizzazione”.
“È indispensabile accelerare e semplificare gli iter autorizzativi. Questo- ha proseguito Draghi- abiliterebbe nuova produzione a costi più bassi di quella a gas, che rappresenta in Italia ancora il 50% del mix elettrico, a fronte del 15% in Spagna e di meno del 10% in Francia. Inoltre, senza aspettare una riforma europea, possiamo slegare la remunerazione rinnovabile da quella a gas, sia sui nuovi impianti sia su quelli esistenti, adottando più diffusamente certe tipologie contrattuali già vastamente impiegate in altri Paesi dell’Unione europea, si pensi soprattutto alla Svezia”
(da Agenzie)

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I NOSTRI POLITICI NON SONO LEADER, SONO FOLLOWER (DEI SONDAGGI): INVECE DI SPIEGARE LE RAGIONI DELLA DIFESA EUROPEA E DEL RIARMO, TEMONO DI PERDERE VOTI E INSEGUONO GLI ELETTORI (CHE RAGIONANO IN TERMINI DI CONVENIENZE PERSONALI E NON COLLETTIVE)

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

RISULTATO? EQUILIBRISMI, SUPERCAZZOLE, IPOCRISIE. LA MELONI BANDISCE LA PAROLA “RIARMO” PER NON PRESTARE IL FIANCO A SALVINI… ELLY SCHLEIN, STRATTONATA DA CONTE, VUOLE METTERE NERO SU BIANCO IL NO ALLE ARMI … LA STAMPA: “SE BERLINGUER, UNO CHE GUIDAVA, SI FOSSE AFFIDATO A UN SONDAGGIO PER DECIDERE SE DIRE CHE SI STA PIÙ SICURI ‘SOTTO L’OMBRELLO DELLA NATO’, QUELLE PAROLE NON LE AVREBBE MAI PRONUNCIATE”

Due giorni fa questo giornale ha pubblicato un sondaggio di Alessandra Ghisleri, che registra una forte inquietudine dell’opinione pubblica: la metà degli intervistati è contraria all’invio delle armi in Ucraina, solo uno su tre è favorevole all’aumento delle spese militari. Risultati analoghi vengono registrati anche da Nando Pagnoncelli, secondo cui due italiani su tre chiedono di diminuire il sostegno a Kiev, e solo il 48 per cento è favorevole a un sistema di difesa europeo.
Le ragioni di questi orientamenti attengono al portafoglio, più che alle convinzioni ideologiche e, in questo clima da “burro o cannoni”, c’è un effetto di ringalluzzimento tra gli elettori dei Cinque stelle e della Lega. Bene, questi umori sono la chiave per comprendere le acrobazie che, in questa due giorni parlamentare alla vigilia del Consiglio europeo, andranno in scena in Parlamento.
In fondo, è quanto visto finora in altra sede. Da un lato Giorgia Meloni, che si sente strattonata da Trump e dall’Europa, da Salvini appunto ringalluzzito e da Marina Berlusconi. Sa che non può sottrarsi, e rinnegare se stessa su quanto fatto finora, ma la sua postura è tutto un equilibrismo
E la mozione della maggioranza ribadirà l’impegno su Kiev, ma in una cornice di collaborazione con Trump ed è bandita la parola “riarmo”, in un gioco in cui si fa ma non si dice.
Equilibrismo tra gli equilibrismi, perché neanche i suoi strattonatori vanno fino in fondo, chi (la Lega) chiedendo un chiarimento franco e schietto per smettere di sostenere l’Ucraina, chi (Forza Italia) in nome di una collocazione più netta sul piano di riarmo europeo. Un conto è lisciare il pelo all’opinione pubblica, altro è aprire una crisi di governo che comporterebbe un prezzo da pagare.
Dall’altro Elly Schlein, strattonata invece da Conte e dalle ragioni del suo cuore.

Non essendo al governo ha maggiore libertà di assecondare quel sentiment pacifista, da convinzione o da portafoglio. E vorrebbe tanto forzare mettendo nero su bianco il rifiuto del piano Ursula.
Vede in questo un terreno molto popolare – il “no alle armi” – su cui rafforzare la sua leadership, magari puntando a un congresso per una “rottamazione” della vecchia guardia. Però, anche qui, le compatibilità (il Quirinale, il rischio scissione) le impongono l’equilibrismo di spingere sì, ma senza andare fino in fondo.
Da una parte e dall’altra è il racconto di una classe dirigente ossessionata dagli umori del paese, convinta che l’assunzione chiara di una responsabilità faccia, banalmente, perdere voti. È il classico meccanismo che si autoalimenta: se le opinioni pubbliche la pensano così è anche perché qualcuno glielo ha fatto pensare visto che sono le classi dirigenti a plasmare il dibattito pubblico.
Se Enrico Berlinguer, uno che guidava, si fosse invece affidato a un sondaggio per decidere se dire o meno che si sta più sicuri “sotto l’ombrello della Nato”, quelle parole forse non le avrebbe mai pronunciate.
La rilevazione avrebbe registrato un sonoro “yankee go home”. E chissà cosa sarebbe successo sul sequestro Moro – trattare o non trattare con le Br – e l’elenco potrebbe essere infinito.
Alessandro De Angelis
per “la Stampa

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NEL PATTO MELONI-SALVINI I RUOLI DI NATO E TRUMP E NO ALLA PAROLA “RIARMO”

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

I SOVRANISTI CACASOTTO NON DIFENDONO PIU’ I CONFINI, SOLO QUELLI DEL PIANEROTTOLO

Non è stato così difficile, in realtà. Perché in nome di Donald Trump le posizioni tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini sul riarmo, sul sostegno all’Ucraina, sul percorso di pace, sono più vicine di quello che sono sembrate nella quotidiana e voluta drammatizzazione politica dell’ultima settimana.
E così le bozze della risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni della premier alla vigilia del Consiglio europeo, spuntate ieri sera sull’AdnKronos, raccontano di un compromesso tra i partiti di maggioranza, e soprattutto tra Lega e Fratelli d’Italia attorno a quattro pilastri: l’asse con gli Stati Uniti, l’ombrello della Nato, il rifiuto del concetto di riarmo puro e semplice, e le garanzie finanziarie per l’aumento della spesa da destinare alla difesa.
Matteo Salvini potrà continuare ad attaccare la leader tedesca – potrà farlo personalmente o attraverso i mezzi di propaganda della Lega – ma finché continuerà a votare con la maggioranza in Parlamento, confida Giorgia Meloni, «non ci sarà alcun problema».
Se una minima preoccupazione si è registrata ieri, è stato semmai quando il capogruppo in Senato Massimiliano Romeo, il più favorevole a riaprire un dialogo con la Russia, non ha escluso l’appoggio alla risoluzione proposta dal Movimento Cinque Stelle, radicalmente contro il piano di riarmo europeo.
Il brivido è durato poco, perché qualche ora dopo Romeo si è riallineato
Il riferimento alla Nato e la totale assenza della parola riarmo sono altre due rivendicazioni sulle quali convergono facilmente Lega e FdI. L’unico a non aver avuto nulla da ridire sul piano von der Leyen è stato il leader di Forza Italia Antonio Tajani.
Salvini ne ha bocciato spirito e fondamente, mentre Meloni ha criticato il titolo ReArm Europe: «Meglio chiamarlo Defend Europe». E così il termine è stato depennato dalla risoluzioneIl testo si allarga anche a toccare temi come Medio Oriente, migrazioni, energia, industria, competitività europea ma fissa già ai punti uno, due e tre le indicazioni che rivelano le predilezioni della destra-destra italiana sulla riorganizzazione della difesa e del rapporto con gli alleati atlantici nel sostegno a Kiev.
La risoluzione invita a continuare a «sostenere l’Ucraina per tutto il tempo necessario, fermo restando l’auspicio di una rapida conclusione dei negoziati di pace».
(da La Stampa)

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GIORGIA DÀ UN COLPO AL CERCHIO E UNO A URSULA: OGGI AL SENATO PRENDERÀ LE DISTANZE DAL PIANO “REARM EUROPE”, CHE GIOVEDÌ SOSTERRÀ AL CONSIGLIO EUROPEO

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

MELONI SI BARCAMENA CON UNA SUPERCAZZOLA: VUOLE SBIANCHETTARE LA PAROLA “RIARMO” DALLA RISOLUZIONE DI MAGGIORANZA E RIBADISCE LA CONTRARIETÀ A UN ESERCITO EUROPEO, POTENZIANDO QUELLI NAZIONALI NELLA CORNICE DELLA NATO … MA POTENZIARE L’ESERCITO NAZIONALE E’ UN “RIARMO”… IL PUNTO E’ CHE LA SORA GIORGIA HA PAURA DI PERDERE CONSENSI SULLA GUERRA E GIOCA A FARE LA CAMALEONTE

Una cosa Giorgia Meloni non può e non vuole tollerare: che Matteo Salvini si smarchi platealmente dal governo, lasciando che i leghisti votino in Parlamento parte della risoluzione del Movimento che boccia il piano Rearm Europe. Sarebbe uno strappo clamoroso, che infatti difficilmente ci sarà.
La presidente del Consiglio avverte l’alleato. Gli ricorda che uno scenario del genere indebolirebbe in modo inaccettabile l’esecutivo
Ottiene una generica promessa a evitare gesti inconsulti nell’urna. In cambio, accetta
che nel documento condiviso non si faccia menzione della parola «riarmo». E che si depotenzi al massimo il concetto di difesa comune europea.
È un compromesso, appunto. Anche un po’ imbarazzante per entrambi i contraenti. Se Meloni muove infatti critiche aspre a un piano che giovedì comunque sosterrà al Consiglio europeo di Bruxelles, il vicepremier leghista si piega ad accettare un testo che garantisce appunto il via libera al progetto dell’“odiata” von der Leyen. Anche per questo, difficilmente Salvini si presenterà in Parlamento: oggi alle 10 è atteso a Varsavia, per una riunione con i ministri dei Trasporti dell’Unione. E domattina volerà a Bruxelles, per un evento sulle Alpi.
Lo snodo sulla risoluzione del Movimento è forse il punto più delicato della trattativa, di certo quello che più indispettisce Palazzo Chigi. Per il resto, Meloni sigla una tregua a destra che si nutre di acrobazie lessicali. Di limature, cavilli, dettagli.
Il duello più acceso si gioca attorno alla parola «riarmo». Salvini preme per cancellarla. Per la premier, non è un grosso sacrificio: era stata lei a chiedere a Carlo Fidanza di presentare una mozione all’Europarlamento in cui si proponeva di cambiare titolo alla riforma “ReArm Europe”.
Ma Meloni si spinge addirittura oltre, per compiacere l’alleato. Mettendo nero su bianco che l’orizzonte strategico italiano non prevede un esercito europeo, semmai il potenziamento degli eserciti nazionali. Non solo: promette di volerlo fare soprattutto nella cornice della Nato.
È l’altro snodo fondamentale. Un posizionamento che piace alla presidente del Consiglio e non dispiace a Salvini. Entrambi condividono l’obiettivo di premere su Washington per lasciare aperto l’ombrello americano sull’Europa.
È un modo per stroncare gli sforzi anglofrancesi di costruire un’autonomia strategica del continente, che in prospettiva possa fare a meno degli Stati Uniti. Significa soprattutto gelare gli sforzi di Macron e Starmer, depositari della deterrenza nucleare alternativa a quella degli Stati Uniti.
Meloni non fa inserire nella bozza una citazione esplicita di Trump e dei suoi sforzi per far cessare le ostilità, limitandosi solo ad auspicare un’intesa tra Europa e Stati Uniti.
Ma nominerà esplicitamente il presidente Usa durante l’intervento in Aula. Davanti ai senatori, a dire il vero, si spingerà anche oltre, criticando apertamente il progetto di Ursula.
Dirà che l’Italia non intendere aumentare il deficit spendendo massicciamente in armi, anche se questa possibilità è sancita dal piano di von der Leyen che consente di eludere le regole del patto di stabilità.
La leader teme infatti che aumentare il debito pubblico generi tensioni sul mercato dei titoli di Stato, perché gli investitori conoscono le debolezze strutturali delle casse
italiane, a prescindere dai vincoli di bilancio. Per far felice Salvini, prometterà anche che non saranno le spese militari a far trascurare le “spese sociali”: istruzione e sanità, soprattutto.
(da agenzie)

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DIFESA UE, TENSIONE PD

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

TRATTATIVA A OLTRANZA PER NON DIVIDERSI ANCORA

L’intensità della critica al piano di riarmo europeo tiene in bilico il Pd. Da una parte i più vicini a Elly Schlein, a cominciare dai capigruppo Chiara Braga e Francesco Boccia, decisi a scrivere una risoluzione in cui il giudizio negativo sulla proposta di Ursula von der Leyen sia netto, in modo da ricalcare la linea espressa dalla segretaria. Dall’altra gli esponenti dell’area riformista, da Alessandro Alfieri (coordinatore di Energia popolare, la minoranza Pd) a Piero De Luca, preoccupati di non mettere nero su bianco una stroncatura del piano, anche per non sconfessare il voto favorevole di metà della delegazione dem a Strasburgo.
Tra cui quello del presidente del partito, Stefano Bonaccini, o del recordman di preferenze Antonio Decaro, che però smentisce di puntare a sfidare Schlein per la leadership: «Non abbiamo bisogno di un congresso del Pd – dice l’ex sindaco di Bari –. C’è una segretaria autorevole, che è titolata a terminare il suo mandato».
In mezzo alla contesa di una lunga riunione, ieri pomeriggio, cui hanno partecipato anche Stefano Graziano ed Enzo Amendola, si è trovato il responsabile Esteri della segreteria dem, Peppe Provenzano, che ha cercato una mediazione per tenere tutti insieme oggi quando la risoluzione arriverà in Aula al Senato (domani la replica alla Camera) dopo le comunicazioni della premier, Giorgia Meloni, sul Consiglio europeo di giovedì e venerdì. Non un’impresa semplice, perché dal Nazareno non arrivano segnali di distensione, piuttosto di determinazione a tenere il punto, per di più su una risoluzione che, a differenza di quella votata al Parlamento europeo, rappresenta solo la posizione del Pd e non va negoziata con altri.
E serve per avvisare il governo che ci sarà ferma opposizione all’attuazione del piano. In serata, ancora non c’era un accordo, né molto ottimismo. Ci si è fermati a discutere di aggettivi e avverbi. Ad esempio, nella versione schleiniana (al momento quella ufficiale) si chiede che il piano venga «radicalmente modificato», mentre la minoranza dem vorrebbe scrivere solo che «va cambiato».
Sembrano dettagli, ma raccontano il braccio di ferro politico in corso dentro al partito.
Il punto definitivo alla questione verrà messo questa mattina alla riunione congiunta dei gruppi parlamentari Pd, convocata alla Camera alle 11.30. Un orario che ha suscitato qualche malumore, perché probabilmente costringerà deputati e senatori delle commissioni Bilancio, Attività produttive e Politiche Ue a lasciare in anticipo l’audizione di Mario Draghi, che segna il ritorno in Parlamento dell’ex premier. Illustrerà il suo rapporto sulla competitività, già presentato a Bruxelles, in cui si descrivono le tre sfide che attendono l’Europa per rilanciarsi: innovazione, decarbonizzazione e, guarda un po’, difesa. Un rilancio per il quale Draghi ha preventivato un investimento di 800 miliardi: la stessa cifra che ora Von der Leyen vorrebbe venisse destinata al riarmo dei singoli Stati.
Coincidenze, o forse no. L’ex presidente della Bce non potrà che sostenere l’iniziativa della Commissione europea, ridando fiato all’ala riformista Pd, che segue la logica del «primo passo nella giusta direzione», enunciato anche da Paolo Gentiloni e Romano Prodi. Da capire, poi, come si regoleranno i vari Alfieri, Sensi, Guerini o Quartapelle (e non solo loro) quando verrà messa in votazione la risoluzione di Azione, che Carlo Calenda ha voluto copiare da quelle sul sostegno all’Ucraina e sulla difesa comune approvate a Strasburgo: «È il momento della chiarezza, non delle mediazioni inconsistenti e delle parole equivoche», spiega.
(da agenzie)

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RIARMO UE, SULLA RISOLUZIONE DA DEPOSITARE OGGI IN PARLAMENTO, SCHLEIN PROVA A MEDIARE CON L’ALA RIFORMISTA PER EVITARE IL REMAKE DELLA SPACCATURA A STRASBURGO

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

ELLY E’ SCHIERATA SUL PILATESCO SÌ ALLA DIFESA COMUNE E IL NO AL RIARMO DEI SINGOLI STATI. E NON INTENDE INDIETREGGIARE. SI TRATTA AD OLTRANZA, L’ALA RIFORMISTA HA ESORTATO AD “AMMORBIDIRE” ALCUNI PASSAGGI

Dopo lo psicodramma a Strasburgo, le divisioni del Pd sono approdate nel parlamento italiano.
Elly è schierata sul sì alla difesa comune e il no al riarmo dei singoli Stati. Una posizione pilatesca, a dire la verità, visto che la difesa comune è un obiettivo di lungo periodo, prevede molti passaggi intermedi e richiede diversi anni prima di essere messa attuata. In pratica la segretaria acquista tempo e butta la palla avanti.
Dall’altra parte l’ala riformista ha esortato ad “ammorbidire” alcuni passaggi troppo simili a una bocciatura netta del RearmEu. Anche per evitare di mettere in difficoltà la minoranza dem, che all’Europarlamento si era espressa a favore.
Gli sherpa del partito sono al lavoro per approdare a una sintesi ed evitare lo strappo bis. Per Elly trattano i capigruppo di Montecitorio e Palazzo Madama, Chiara Braga e Francesco Boccia, mentre per i riformisti sono in campo Enzo Amendola, Alessandro Alfieri e Piero De Luca che brigano per arrivare a un testo condiviso.
L’obiettivo per il Pd è non arrivare ad un’altra spaccatura visto chenla resa dei conti tra i Sinistr-Elly e i riformisti è rinviata a dopo le Regionali

(da Dagoreport)

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DALLA CENTRALE DI ZAPORIZHZHIA AI TERRITORI, I PUNTI IN DISCUSSIONE TRA I DUE PRESIDENTI

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

KIEV CHIEDE LA RESTITUZIONE DELLA CENTRALE DI ZAPORIZHZHIA MA IL CREMLINO PRETENDE DI ANNETTERE L’INTERA AREA E ALTRE TRE REGIONI UCRAINE OCCUPATE DAI SUOI SOLDATI (DONETSK, LUGANSK E KHERSON) SOSTENENDO, SULLA BASE DI UN REFERENDUM FARSA, CHE SIANO “TERRITORI RUSSI”

«Parleremo di terre. Parleremo di centrali energetiche». È questo che ha detto Trump sull’Air Force One quando ha annunciato la telefonata con Putin […] non è possibile sapere in anticipo cosa si diranno Putin e Trump, ma in base alle parole del presidente americano, che ha anche accennato a colloqui sulla «spartizione di asset», diversi osservatori ipotizzano che la centrale nucleare di Zaporizhzhia possa essere uno dei temi all’ordine del giorno.
Quella di Zaporizhzhia è la centrale nucleare più grande d’Europa, e la sua vicinanza ai campi di battaglia ha destato in questi anni enorme preoccupazione, soprattutto per i pericolosissimi bombardamenti sulla zona di cui Mosca e Kiev si accusano a vicenda.
La centrale si trova in Ucraina meridionale, ma è di fatto controllata dalle truppe russe dalle prime settimane dell’aggressione militare ordinata dal Cremlino tre anni fa, e dal settembre del 2022 non fornisce energia elettrica. Kiev chiede che le sia restituita, ma il regime di Putin pretende l’intera oblast di Zaporizhzhia e altre tre regioni ucraine solo in parte occupate dai suoi soldati – quelle di Donetsk, Lugansk e Kherson – sostenendo, sulla base di un referendum farsa, che siano «territori russi».
E proprio il destino dei territori ucraini occupati dalle truppe russe potrebbe quindi essere in teoria uno degli elementi di discussione tra Putin e Trump: una discussione sui territori che potrebbe essere volta a un possibile futuro accordo di pace oppure a tracciare le linee di una linea del fronte da congelare per un’eventuale tregua. […] Putin inoltre è fermamente contrario all’ingresso dell’Ucraina nella Nato, e Kiev non pare avere il sostegno di Trump nel raggiungere questo obiettivo.
L’Ucraina dice di cercare garanzie di sicurezza, e Francia e Gran Bretagna premono per un eventuale dispiegamento di truppe sostenendo di voler far rispettare il cessate il fuoco. Un’idea che però non piace a Mosca, che si dice contro una presenza militare Nato in Ucraina e sostiene che si potrebbe discutere solo di «osservatori disarmati». Putin inoltre non vuole forniture di armi americane a Kiev durante un’eventuale tregua. Un’altra questione centrale è quella della regione russa di Kursk, dove i soldati ucraini appaiono in grave difficoltà […] Putin vuole impedire a Kiev di usare territori russi come potenziale “pedina di scambio”, ha detto che i militari ucraini devono arrendersi
(da La Stampa)

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CHE FINE FARÀ L’UCRAINA? TRUMP E’ ORIENTATO A CEDERE LA CRIMEA ALLA RUSSIA E AD ATTIVARSI PER FAR RICONOSCERE L’ANNESSIONE IN SEDE ONU

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

LE “GARANZIE DI SICUREZZA” CHIESTE DA ZELENSKY RESTANO ARIA FRITTA: MOSCA SI OPPONE A TRUPPE EUROPEE PER MONITORARE GLI ACCORDI E SI DICE DISPONIBILE SOLO AD OSSERVATORI DISARMATI… L’INGRESSO DELL’UCRAINA NELLA NATO RESTERA’ CARTA MORTA: PUTIN È CONTRARIO E TRUMP D’ACCORDO… UNA SCONFITTA SU TUTTA LA LINEA PER KIEV, PERMESSA DAL TRADIMENTO DI TRUMP

Questa mattina Donald Trump e Vladimir Putin si parleranno al telefono. È la seconda volta dopo il colloquio del 12 febbraio. Ma se allora la telefonata di 90 minuti servì per rompere il ghiaccio e dare il via alla diplomazia, quella di oggi entrerà maggiormente nei dettagli di un processo negoziale, formalmente non ancora iniziato, ma di fatto avviato.
Sul tavolo c’è l’offerta di una tregua di 30 giorni, accettata da Volodymir Zelensky, ma sulla quale Putin mette delle condizioni. Vuole ad esempio già vedere un accordo quadro delineato sul futuro di Kiev, niente Nato e smilitarizzazione.
Trump ha anche delineato alcuni temi, come il controllo dei centri per la produzione di energia e le concessioni territoriali. Sul primo punto il riferimento è alla centrale nucleare di Zaporizzhia, dalla primavera 2022 sotto il controllo russo. Sulle concessioni territoriali non ci sono anticipazioni, ma il tabù del mantenimento dell’integrità territoriale dell’Ucraina vacilla ogni giorno di più benché il recente documento del G7 dei ministri degli Esteri la riconfermi.
Negli ultimi giorni due alti rappresentanti dell’Amministrazione Usa come il segretario di Stato Marco Rubio e il Consigliere per la Sicurezza nazionale Mike Waltz hanno esplicitamente parlato di concessioni territoriali da fare. Venerdì Rubio ha detto che gli «ucraini hanno sofferto gravemente ed è difficile dopo qualcosa del genere anche solo parlare di concessioni. Ma è l’unico modo in cui questo finirà per prevenire ulteriori sofferenze».
Dal cilindro di Trump esce l’idea di concedere a Mosca il riconoscimento della Crimea, invasa nel 2014. […] Zelensky ha sempre resistito all’idea di concessioni territoriali ribadendo che anche la Crimea sarebbe tornata sotto la bandiera ucraina.
Posizione questa che ufficialmente era condivisa anche dal team di Biden […] Trump d’altra parte più volte in passato è stato aperto a una Crimea “possedimento” russo. Lo disse nel 2016 nella corsa alla presidenza ipotizzando anche un riconoscimento Usa. L’idea attuale sarebbe quella di riconoscere la Penisola alla Russia e lavorare perché questo avvenga anche in sede Onu.
Mosca è convinta che si sia sulla buona strada per rilanciare le relazioni bilaterali e rispristinare il dialogo a più alti livelli. Sull’ipotesi di un incontro di persona fra i due leader invece nessuno si sbilancia, Peskov lascia la palla ai presidenti, «decideranno loro»
Probabile che il tema della sicurezza sarà discusso. Ieri il Cremlino ha lanciato un primo seppur timido segnale non chiudendo all’invio di un contingente di osservatori disarmati lungo il confine per monitorare gli accordi. Resta invece il no categorico a soldati europei e della coalizione di volenterosi cui lavorano Macron e Starmer. Peskov su questo è stato chiaro: «Discutere di truppe in Ucraina è tendenza pericolosa» e l’Ue sta creando «un nemico esterno» per «giustificare la sua militarizzazione».
(da agenzie)

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