Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile
L’IDEA CHE IL CANADA POSSA ENTRARE NELL’UNIONE EUROPEA NON E’ STRAVAGANTE
L’idea che il Canada possa entrare nell’Unione Europea poteva essere definita, fino a
poco tempo fa, molto stravagante. Oggi, dopo avere letto l’articolo di Daniele Castellani Perelli su Repubblica capisco che può essere entusiasmante. Per una ragione, lo ammetto, puerile: se Trump vuole prendersi la Groenlandia, noi ci prendiamo il Canada (vuoi mettere?).
Ma anche per una ragione molto più seria. L’alleanza tra paesi democratici minacciati dal dispotismo e dal militarismo di Russia e Stati Uniti, o semplicemente contrari — anche quando non direttamente minacciati — alla prepotenza dei più forti, al disprezzo per la democrazia, i diritti umani e l’integrità territoriale che Putin e Trump hanno messo in campo, potrebbe essere già adesso un’esigenza concreta e una carta da giocare.
Molti di noi hanno accolto con sollievo e ammirazione più di un discorso del premier canadese Carney (ieri in Armenia ospite di un vertice della Comunità europea). Se possiamo permetterci di definirli discorsi “europei” come scala di valori, è anche per demerito di Trump, che ha trascinato gli Stati Uniti in territori ideologici e culturali infradiciati dal suprematismo bianco, dal fanatismo religioso, dall’idolatria del denaro.
Se in questo momento qualche canadese sta pensando (e i sondaggi lo confermano) “L’Europa, perché no?”, è per le stesse ragioni per le quali un europeo sta pensando “il Canada, perché no?”. Il defunto Occidente potrebbe riorganizzarsi su basi nuove. Meno geografiche e belliche, più ideali ed etiche. E soprattutto, nel
momento in cui Dio viene usato, a Mosca e Washington, come una clava: più laiche.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL RETTORE: ”MERITO, MOBILITA’ SOCIALE E INNOVAZIONE I NOSTRI CAPISALDI”
Settima al mondo, seconda in Europa e prima in Italia. La classifica dello ShanghaiRanking posiziona la Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa ai vertici della robotica nazionale e internazionale. Un risultato che riflette non solo la qualità della ricerca di frontiera, ma anche un’idea chiara di cosa può essere una università: un luogo in cui formare talenti, garantire eque opportunità e interpretare e anticipare il cambiamento sociale e politico. Dalla capacità di attrarre, formare e trattenere giovani talenti alle sfide delle discipline STEM, da un nuovo “umanesimo tecnologico” in cui l’innovazione si fonde con la dimensione etica fino ai nodi dell’accesso e della mobilità sociale: è su questi temi che si misura oggi il ruolo dell’università. Ne abbiamo parlato con il rettore della Scuola Superiore Sant’Anna, Nicola Vitiello.
Rettore, i ranking internazionali vi posizionano ai vertici nella robotica, prima università in Italia. Cosa dicono questi risultati sulla qualità del vostro modello formativo?
«I ranking certificano la qualità del nostro modello. Siamo tra le prime 250 università al mondo secondo il Times Higher Education e tra le prime a livello globale nella robotica secondo lo Shanghai Ranking. Nonostante le dimensioni contenute, siamo altamente competitivi. Questo significa che i nostri studenti possono accedere a un’esperienza formativa di altissimo livello, lavorando a stretto contatto con ricercatori e scienziati di primo piano su temi all’avanguardia e soprattutto con metodiche avanzate. La nostra forza credo sia la doppia anima di formare talenti e fare ricerca di frontiera. In questo modo, la ricerca non solo produce conoscenza, ma diventa anche uno strumento per formare al meglio i giovani che scelgono di intraprendere un percorso da noi».
Oltre all’eccellenza tecnica, quali sono oggi le vere sfide delle discipline scientifiche STEM nel periodo storico attuale, che sta attraversando importanti transizioni a livello tecnologico. E quale ruolo avranno nel futuro dell’università e della società?
«Il futuro delle discipline Stem è abbastanza chiaro. Stiamo attraversando grandi transizioni, quella digitale, quella ecologica, ma anche le rivoluzioni legate alle scienze omiche, genomica, proteomica, metabolomica, trascrittomica, che studiano la vita a livello cellulare e subcellulare e tutto ciò che riguarda le interazioni digitali. Siamo in un’epoca in cui i progressi della scienza e della tecnologia migliorano rapidamente la qualità della vita. Per questo, avere persone preparate in questi ambiti è sempre più fondamentale. Oggi uno dei limiti allo sviluppo di un Paese non è solo economico, ma riguarda anche la disponibilità di menti capaci di portare avanti ricerca, innovazione e sviluppo. Detto questo, sarebbe un errore pensare che basti formare competenze tecniche. Scienza e tecnologia, da sole, non sono sufficienti, è necessario formare anche la società affinché sia pronta ad adottarle in modo consapevole ed etico. Per questo, accanto allo sviluppo tecnologico, è essenziale considerare anche la dimensione umana e sociale, il diritto e l’etica, che sono fondamentali per rendere l’innovazione realmente efficace nella vita quotidiana. C’è una lunga lista di tecnologie brillanti, ma poi spesso non riescono a entrare nel vivere quotidiano».
Essere un’istituzione pubblica d’eccellenza implica una responsabilità sociale. Come riuscite a garantire che il merito prevalga sulla provenienza economica?
«Siamo un’istituzione pubblica e il nostro modello si basa su merito e mobilità sociale. Gli studenti ammessi non sostengono costi perché ricevono alloggio, formazione integrativa e alcuni supporti economici. Investiamo anche in attività di orientamento, per incoraggiare studenti talentuosi, anche da contesti meno favorevoli, a intraprendere il percorso universitario. Il merito per noi è centrale. Abbiamo inoltre aumentato le borse di dottorato, oggi intorno ai 1.600 euro mensili, per garantire condizioni dignitose in una città come Pisa».
Per formare gli studenti in modo adeguato, l’attuale struttura universitaria italiana è sufficiente o servirebbe una maggiore integrazione nei percorsi di studio avanzati?
«Il sistema universitario attuale è strutturato sul modello 3+2, in linea con il contesto internazionale. Tuttavia, un tema interessante è quello dei graduate program, che integrano laurea magistrale e dottorato in un unico percorso. All’estero, in Paesi come Stati Uniti e Cina, è una pratica diffusa. In Italia questo non è ancora possibile per vincoli normativi, ma è un tema su cui sarebbe utile aprire un dibattito».
Nonostante gli sforzi del mondo accademico, ci sono ancora molti ostacoli culturali e strutturali, che, ad esempio, frenano le donne dal percorrere una carriera scientifica. Come si pone di fronte a questo tema che continua a interrogare la società e cosa fate per intervenire?
«Credo che uno dei nodi principali sia la mancanza di role model. La bassa presenza femminile nelle STEM riduce gli esempi positivi a cui fare riferimento, ma il problema non riguarda solo i numeri: riguarda anche la loro visibilità e, di conseguenza, l’esposizione a questi modelli. Bisognerebbe dare più spazio alle donne per raccontare in prima persona che è possibile intraprendere una carriera scientifica. C’è poi il tema della conciliazione tra vita lavorativa e privata, in particolare legato alla maternità. Servono politiche che supportino questo equilibrio. Alla Scuola Sant’Anna lavoriamo su entrambi i fronti, valorizziamo le nostre figure femminili e sviluppiamo politiche per favorire una migliore conciliazione tra vita professionale e personale, che è un tema che riguarda tutti, non solo le donne
In quest’ottica, un ruolo centrale lo occupa il progetto PNRR Merita, una rete per il talento che coinvolge cinque prestigiose istituzioni accademiche italiane: Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Scuola Normale Superiore di Pisa, Collegio Superiore dell’Università di Bologna, Scuola Galileiana di Studi Superiori dell’Università di Padova e Scuola Superiore di Studi Avanzati della Sapienza Università di Roma. All’interno del progetto Merita, abbiamo diverse iniziative di orientamento tra cui “STEM: le ragazze si mettono in gioco”, un corso di orientamento residenziale, completamente gratuito, dedicato a promettenti studentesse di quarta superiore, provenienti da tutta Italia, e MEMO (Mobilità e Merito), un programma di orientamento che si propone di sostenere studentesse e studenti di merito provenienti da contesti socio-economici fragili (first generation student) verso una scelta universitaria più consapevole».
Guardando avanti, qual è l’obiettivo sul lungo periodo che intende portare avanti?
«La sfida principale è ampliare l’accesso senza perdere la nostra identità. Oggi accogliamo ogni anno circa ottanta nuovi allievi e cento nuovi dottorandi, ma sappiamo che molti talenti restano fuori. Il nostro obiettivo è permettere a un
numero sempre maggiore di persone meritevoli di accedere a questa esperienza formativa».
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DI PADRE MELONI
Risale al 30 aprile l’ultimo attacco che ha visto agire la nota cellula jihadista Ahlu al-
Sunna wa al-Jama’a, attiva dal 2017 soprattutto nel nord del Mozambico. Ad essere colpito questa volta è stato il villaggio di Meza, dove è stata devastata e data alle fiamme anche la chiesa della Parrocchia San Luigi Maria Grignion de Monfort, sede della missione dei Padri Scolapi. Dall’inizio degli attacchi, più di 300 cattolici sono stati uccisi, la maggior parte per decapitazione. Tra loro, molti catechisti, animatori parrocchiali e fedeli, mentre sono state distrutte 117 chiese e cappelle, di cui 23 solo nel corso del 2025. Il 23 aprile scorso i miliziani avevano preso d’assalto il villaggio di Mitope, nel distretto di Mocìmboa da Praia, uccidendo sette soldati mozambicani e dando alle fiamme la caserma. Padre Giuseppe Meloni, conosciuto da tutti come padre Beppe, padre dehoniano di origine bergamasca presente nel Paese dal 2005, ha raccontato a Open la difficile situazione di cui è vittima la popolazione del Mozambico e che rende sempre più difficile l’operato delle congregazioni missionarie nel Paese.
Padre Beppe, cosa ci sa dire dell’attacco del 30 aprile al villaggio di Meza e alla sua chiesa?
«Si tratta della Parrocchia San Luigi Maria Grignion de Monfort, costruita nel 1946, e sede della missione dei Padri Scolapi. È situata nel villaggio di Meza, nel distretto di Ancuabe, nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico. I Padri missionari di origine camerunense che normalmente sono sul posto, quel giorno erano in viaggio a Nampula da 2 giorni e non si trovavano nel distretto. Erano quindi presenti solo i collaboratori della missione, come il guardiano e il cuoco. Come spesso accade nel caso di queste vere e proprie scorribande, la gente aveva avuto notizia che i terroristi di al-Shabaab (altro nome con cui sono localmente noti i miliziani di Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, ndr) stessero circolando in quella zona, ma non erano certi di essere nelle loro mire.
Quando i miliziani sono arrivati, hanno distrutto la chiesa, la casa che era delle suore – ma ora usata dai padri – gli uffici parrocchiali e l’asilo. Hanno poi ucciso molti maiali, capre, galline, che erano fonte di entrata per la parrocchia. Hanno dato fuoco alla chiesa e per questo motivo il tetto è completamente crollato. Chi era sul posto è stato poi costretto a sentire i discorsi di odio con cui spesso vengono accompagnati questi episodi di violenza inaudita».
Si tratta di una zona spesso colpita da questi eventi ed incursioni violente?
«Assolutamente sì. Nella zona la presenza stanziale di congregazioni missionarie come la nostra è infatti molto limitata, soprattutto dopo il rapimento di due suore della congregazione di San Giuseppe di Chambery nell’agosto del 2020 a Mocímboa da Praia, poi fortunatamente rilasciate. Diverso invece il destino di Suor Maria De Coppi, 84 enne di origini venete, che era finita vittima di un fuoco incrociato nel settembre del 2022 nella comunità comboniana di Chipene, nel nord del Paese. La situazione è quindi estremamente instabile e pericolosa nella regione»
Come avete reagito voi missionari a questo ennesimo caso di violenza?
«Ogni volta fa molto male. Questi episodi sono il classico esempio di come ci vogliano anni per far crescere una foresta e in dieci minuti la si possa bruciare tutta. Non si può non vedere la cattiveria, la violenza, il male, il dare la morte che questi gruppi portano con sé».
Che cos’è la Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a?
«Si tratta di un gruppo paramilitare di ispirazione salafita-jihadista che ha legami, influenze e reclutamento transfrontaliero dal Kenya e dalla Tanzania, presente nel Paese dal 2007 ma attivo con attacchi dal 2017. Parliamo di un gruppo di terroristi islamisti, che nulla ha a che vedere con la presenza islamica nel Paese, e che ha la sua sede nevralgica in Mocímboa da Praia. Sono localmente conosciuti anche come al-Shabaab, sebbene si tratti di un’organizzazione separata dal movimento di provenienza somala. Gli episodi di violenza e devastazione hanno uno specifico disegno: la creazione e l’espansione di uno Stato Islamico, che non coinvolga solo il Mozambico, ma tutta l’Africa. Si nascondono nelle zone boschive per uscire allo scoperto con attacchi lampo, anche molto violenti, quando vogliono riprendere il controllo della situazione nell’area. Spesso, purtroppo, ricorrono a violenza e
decapitazioni, oltre a distruggere tutto ciò che trovano e a fare razzia dei beni, per potersi sostentare. Ci tengo però a specificare che, per quanto le parti coinvolte siano caratterizzate da appartenenze religiose diverse, non si tratti di una “guerra di religione”, bensì di un problema essenzialmente politico e ideologico. È anche sintomatico notare come si siano stabiliti in una zona molto strategica, ricca di gas naturale che negli anni ha attratto diversi investitori stranieri, tra cui ENI e Total».
Come opera e come si muove sul territorio la Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a?
«La cellula jihadista è entrata nel Paese dal confine nord, che è una sorta di colabrodo, impossibile da controllare, caratterizzato dalla fortissima presenza di grandi foreste. La lingua parlata nel nord è lo Swahili, la stessa parlata dai jihadisti, quindi non il portoghese, lingua ufficiale nel resto del Mozambico. L’organizzazione opera promettendo un lavoro nell’agricoltura o nella pesca, e un futuro migliore: tanti giovani reclutati sono rimasti invischiati in questo vortice con la promessa di poter cambiare la loro vita in meglio. Esiste poi un fenomeno poco raccontato: i ragazzi vengono rapiti, indottrinati e drogati, con una sorta di lavaggio del cervello. Le ragazze vengono spesso prese, portate via e violentate. Il messaggio di fondo è: “Comandiamo noi e abbiamo nelle nostre mani la vostra vita e il vostro futuro”».
Come reagisce la popolazione locale alla loro presenza?
«C’è un fortissimo malcontento, anche perché è importante sottolineare come, per quanto abbiano avuto molta risonanza mediatica le violenze mosse nei confronti della comunità cristiana, nessuno è mai immune dai loro attacchi, sia esso musulmano o legato ai culti ancestrali. Il malcontento però è generalizzato e accompagnato da una forte disillusione: alcuni megaprogetti legati all’estrazione del gas, nel grandissimo giacimento chiamato Rovuma, con la loro promessa di portare lavoro, maggiore benessere, scuole, ospedali, infrastrutture, hanno fallito nel loro intento. Non c’è stato un concerto organizzato a livello politico che tenesse presente la necessità di una effettiva e strutturale responsabilità sociale di queste grandi multinazionali. Non è stato così per tutte le realtà approdate qui: la nostra Eni, che è presente con una piattaforma fluttuante offshore, la Coral South, e tra un annetto aprirà un’altra piattaforma più a Nord, Coral North, ha fatto tantissime
azioni di promozione, interventi a livello sociale, educativo, professionale. Ciò che manca davvero per migliorare la situazione è, però, un coordinamento vero tra le diverse iniziative, anche a livello locale e governativo».
Chi si occupa di contrastare queste cellule?
«Il governo centrale si occupa di contrastare i jihadisti, con le Forze Armate di Difesa del Mozambico (FADM), ma non è solo. Le truppe speciali ruandesi sono venute in suo soccorso dopo gli episodi di violenza del 2021 a Moshimboa da Praia. Il loro aiuto era stato imposto dalla Francia, dopo che il presidente del Mozambico era stato in visita a Parigi. Era poi arrivato il contingente internazionale delle truppe del SADC (Comunità di sviluppo dell’Africa australe), tutt’ora presente con 4.000 uomini, che nell’aeroporto di Pemba aveva creato una zona militare con tendopoli, elicotteri, mezzi blindati, con ragazzi del Botswana e del Sudafrica. Inizialmente gli aggiornamenti sugli esiti dei loro interventi erano giornalieri: ogni sera, per la prima settimana, veniva condiviso una sorta di bollettino in televisione. Ma è durato pochissimo, solo qualche giorno. Poi, il silenzio: non sappiamo come l’esercito stia operando né dove. A metà marzo di quest’anno, però, il governo ruandese ha reso noto di essere pronto a ritirare i suoi soldati se la missione di contenimento non riceverà risorse finanziarie sufficienti. Il contributo dell’Unione Europea è stato fino a oggi di 23 milioni di dollari, ma è stato stimato che costituisca solo un decimo del necessario. Sappiamo che la guerra finora ha causato più di 6.000 morti e almeno un milione di sfollati».
Da quanto tempo lei si trova in Mozambico e di cosa si occupa?
«Sono arrivato nel 2005 come padre missionario. Inizialmente ero arrivato per insegnare teologia, ma nel tempo sono diventato il direttore generale dell’Istituto Superiore Don Bosco, un’università dei salesiani, l’unica istituzione in tutto il paese che forma i docenti delle scuole professionali. Questo Istituto è particolarmente importante se si pensa che attualmente la popolazione del Mozambico è di 35 milioni e il 60 per cento di loro ha meno di 18 anni. Si tratta di una società giovanissima e la prospettiva è che raddoppi nei prossimi 25 anni, fino a toccare i 68-70 milioni di abitanti nel 2050. La grande sfida che questo Paese sta affrontando in questo momento è quella di dare una risposta a queste nuove generazioni i
termini di formazione, creazione del lavoro e minore esposizione ai fenomeni che devastano la gioventù, dalla droga, alla microcriminalità. Mi sposto comunque molto per il Mozambico e vado diverse volte all’anno nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, interessata dal recente attacco, per portare avanti i nostri progetti di formazione e di sviluppo»
Quali religioni sono presenti in Mozambico e come convivono tra loro?
«C’è una presenza cristiana, sparsa, con comunità cattoliche e protestanti che coinvolgono circa il 50 per cento della popolazione. Poi abbiamo una presenza islamica, per un 20 per cento, e infine c’è una buona fetta di popolazione che è intercettata da un mix di sette e culti ancestrali. Spesso succede che la religione importata conviva comunque con una spiritualità e religiosità ancestrali di fondo, dal culto degli spiriti alla relazione con gli antenati, gli antepassados («antenati» in portoghese), tipica di tutti i popoli Bantu, che pensano alla vita come a un grande fiume che passa dagli antenati e continua nella loro discendenza. Capiamo così come anche il fare figli, significhi avere la benedizione dei propri antenati. Lo Stato invece è un Stato laico, crede nella possibilità di una convivenza pacifica e armoniosa di tutte le varie espressioni religiose e nel riconoscimento della libertà religiosa fondamentale. C’è un ministero regolatore, il Ministero di Giustizia e degli Affari Religiosi, e una serena presenza di tutte queste espressioni religiose tra i governanti e le loro famiglie. Esistono inoltre anche delle belle iniziative di dialogo interreligioso, come quelle nella mia università. Per il momento, quindi, se tagliassimo il pezzettino di Mozambico costituito dalla provincia estrema Nord di Cabo Delgado, dove si concentrano gli attacchi come quello del 30 aprile, si dovrebbe proprio riconoscere che la convivenza pacifica di varie religioni e varie espressioni qui è una realtà».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »