LE PIAZZE PIENE E LE URNE VUOTE
MANCA UNA OFFERTA DECENTE A UN PAESE CHE NON VOTA PIU’
L’entità della sconfitta in Calabria è francamente impietosa nei numeri. Ma è altrettanto impietoso il bilancio politico, che chiama in causa racconto e impianto messi fin qui in campo dal centrosinistra, almeno su tre punti.
Primo: vince, anzi stravince un governatore indagato per corruzione, che ha trascinato la regione al voto anticipato sulla base di un calcolo politico (e personale) e condotto una campagna elettorale tutta contro la magistratura. Le inchieste non spostano più consenso, e cavalcarle non paga.
C’entra un sentimento di assuefazione del Paese ma anche, rispetto al passato, un disincanto verso la magistratura. Elementi che suggeriscono prudenza, a sinistra, nel trasformare il referendum sulla giustizia nella madre di tutte le battaglie.
Secondo: la sconfitta arriva dopo la settimana delle mobilitazioni per Gaza. C’è chi cita il buon vecchio Pietro Nenni, «piazze piene urne vuote». Ma le piazze di Nenni erano piazze di quei partiti che poi non riempivano le urne contro la Dc.
Qui le piazze sono “degli altri”. Sono piazze di un sentimento di “indignazione”, ma vivono di vita autonoma rispetto a partiti e sindacati. E infatti partiti e sindacati non le hanno promosse, ma seguite, ognuno con la sua vocazione minoritaria, alla ricerca di un corpo sociale per supplire alle proprie autonome capacità di mobilitazione. E ci sono stati dentro da megafoni della piazza, rinunciando a uno sguardo d’assieme. Morale: né hanno rivitalizzato l’identità né tantomeno allargato.
Terzo: perde l’uomo simbolo del reddito di cittadinanza. Il dato smentisce il teorema “Todde”, secondo cui quando il candidato è dei Cinque stelle, e non del Pd, l’alleanza funziona.
Come la metti la metti, si perde. E smentisce l’idea che la
sommatoria di singole proposte – chi il reddito, chi il salario minimo – sia la scorciatoia rispetto alla fatica di un disegno complessivo sfidante, proprio sul terreno economico-sociale.
Dalle politiche in poi, siamo 12 a 3 per Giorgia Meloni. Ha perso solo in Sardegna dove ha fatto harakiri, in Emilia Romagna e in Umbria, anch’essa con una tradizione progressista.
Ogni volta una spallata annunciata e mancata, compreso questo “midterm” a tappe che doveva finire 5 a 1 per il centrosinistra ed è iniziato con un 2 a 0 per la destra. Ogni volta una coalizione, che tale non è, perde perché non è tale. È la rappresentazione icastica di una totale assenza di contesa, aggravata dal racconto emergenziale portato avanti, che certifica una drammatica lontananza dal “sentiment” del Paese.
E ogni volta lo stesso dopopartita, in cui tutto viene metabolizzato senza mai aprire un minimo di discussione critica o autocritica.
Ce ne fosse uno che si pone il problema di proporre un’offerta decente a quel mezzo Paese che non vota più. Non sia mai: per farlo, servirebbe bombardare il quartier generale
(da La Stampa)
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