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TUTTI I RISCHI DEL REDDITO DI CITTADINANZA TARGATO M5S

LA POVERTA’ NON E’ SEMPRE LEGATA AL LAVORO, STATISTICAMENTE SOLO IL 25% TROVA UN’OCCUPAZIONE,   E’ UN DISINCENTIVO AL LAVORO.,NON ESISTE UN UNICO COSTO DELLA VITA IN ITALIA

Il reddito di cittadinanza sarà  la misura di politica economica più costosa della manovra di bilancio, costa circa 6,7 miliardi all’anno, a pari merito con quota 100.
Si tratta di un nuovo strumento contro la povertà  che andrà  a sostituire il reddito di inclusione (Rei), introdotto solo da gennaio di quest’anno e che rappresenta ad oggi il primo sussidio universale contro la povertà  in Italia.
L’obiettivo del governo e in particolare del Movimento 5 Stelle di “abolire la povertà ” tramite il reddito di cittadinanza è complesso e ambizioso, ma giustificato: dall’inizio della crisi il tasso di povertà , sia assoluta che relativa, misurato dall’Istat è aumentato considerevolmente raddoppiando in 10 anni fino a raggiungere rispettivamente il 7 e il 12,3 per cento nel 2017.
La scelta del governo di investire fino a quasi 7 nuovi miliardi di euro (seppur in deficit, e questo pone seri problemi di finanziamento futuro) appare dunque positiva e rappresenta un record per il nostro Paese.
Una scelta che tuttavia presenta anche forti rischi, dovuti alla costruzione del sussidio e all’altissimo capitale politico che è stato speso sul tema.
In particolare, si possono individuare i tre problemi principali nei centri per l’impiego, nel possibile disincentivo al lavoro e nella mancata differenziazione geografica dell’importo.
C’è da sottolineare però che il sussidio non è ancora stato definito nei dettagli: Il Sole 24 Ore ha riportato che l’importo medio del reddito potrebbe essere attorno ai 500 euro (il Rei supera di poco i 300), ci potrebbero essere nuovi requisiti patrimoniali e che si sta pensando a sgravi alle imprese che assumono i partecipanti al progetto.
La nostra analisi non potrà  dunque che basarsi sugli elementi certi fino ad ora, tenendo conto in particolare del disegno di legge presentato dal Movimento 5 Stelle nella scorsa legislatura e del contratto di governo.
Uno strumento fatto male e in fretta?
Il reddito di cittadinanza, nella versione 5 Stelle, ha come obiettivo il reinserimento nel mercato del lavoro, e per questo affida ai centri per l’impiego la gestione del sussidio.
Tuttavia, come ha sottolineato Maria Cecilia Guerra, la povertà  non è sempre e solo legata alla mancanza di lavoro.
Alcuni potenziali beneficiari – attorno al 15 per cento – hanno una o più occupazioni, benchè a basso reddito, e dunque non si comprende come dovrebbero rapportarsi ed essere supportati da un organo il cui principale obiettivo è aiutarli a trovare un lavoro: i centri per l’impiego.
Ovviamente per questi lavoratori non varrebbe il requisito dei tre contratti rifiutati, perchè — appunto — già  lavorano.
Inoltre le esperienze internazionali ci mostrano che appena il 25 per cento dei beneficiari di misure simili trovano un’occupazione stabile.
Dopo aver puntato tutto il capitale politico sull’ingresso dei poveri nel mercato del lavoro, se il risultato sarà  invece sotto le aspettative — come ci si attende — il rischio è che si getti via il bambino con l’acqua sporca e che ogni strumento anti-povertà  venga smantellato.
Va sottolineato inoltre che la deprivazione è un fenomeno multidimensionale: è povertà  educativa, povertà  abitativa, emarginazione sociale, disabilità .
Sarebbe perciò interessante costruire un sussidio che non si ponga il solo obiettivo del reinserimento lavorativo, e che non si limiti ad essere un semplice trasferimento monetario: sarebbe più efficace fornire una serie di servizi integrati (come tra l’altro fa il Rei). Un compito impossibile per i soli centri per l’impiego.
Un disincentivo al lavoro
Come tutti i sussidi anche il futuro reddito di cittadinanza presenterà  un problema di disincentivo al lavoro.
Un disincentivo — gli economisti lo chiamano “trappola della povertà ” — che esiste in quanto ogni avente diritto al Reddito di Cittadinanza percepirà  sempre lo stesso ammontare di reddito (il 60% del reddito mediano), a prescindere dalle ore lavorate. Per evitare che una politica volta a contrastare la povertà  si trasformi in un incentivo all’ozio (o al lavoro in nero), i proponenti hanno deciso di fissare una soglia oltre cui non sarà  più possibile rifiutare offerte di lavoro appropriate, così come accade in Francia.
A differenza di questa, però, la soglia è molto più alta e criteri di identificazione dell’adeguatezza non sono ancora noti: se in Francia è possibile rifiutare solo una (qualsiasi) offerta di lavoro, in Italia sarà  possibile rifiutarne fino a tre (appropriate). In buona parte dei paesi europei, invece, bisogna accettare la prima proposta appropriata pena l’esclusione dal beneficio.
Il sistema, inoltre, risulta essere molto meno stringente di quelli presenti per via dell’assenza di controlli sul lavoro svolto in nero parallelamente alla riscossione del sussidio, controlli che aumenterebbero ulteriormente i costi già  enormi della misura, ma resi necessari dall’incidenza del lavoro nero sulla nostra economia (il sommerso valeva il 11,35% del nostro Pil nel 2016).
Non esiste un unico costo della vita in Italia
È equo o utile che l’importo del reddito di cittadinanza sia lo stesso in tutta la penisola, come sembra essere previsto nel disegno del Governo?
Probabilmente no, se consideriamo che il costo della vita varia drasticamente fra regioni e anche all’interno delle stesse regioni, in base alla dimensione dei centri abitati.
La famiglia mediana (cioè quella nel mezzo esatto della distribuzione delle famiglie, se immaginiamo di metterle in fila in base alla spesa mensile) in Lombardia spende quasi 1000 euro in più rispetto alla famiglia mediana in Calabria, per prendere i due estremi.
Ma le differenze non finiscono qui. Anche le differenze della tipologia del comune di residenza sono significative.
La famiglia mediana che vive in un comune fino a 50mila abitanti (esclusi quelli appartenenti ad aree metropolitane) infatti spende nel 2017 più o meno 250 euro in meno rispetto alla famiglia mediana del centro di una città  metropolitana.
Sembra quindi ragionevole che una misura di supporto al reddito tenga conto del costo della vita locale del ricevente.
L’obiettivo dei 5 Stelle di introdurre il reddito a partire da marzo del prossimo anno rischia di mettere a repentaglio l’intera operazione.
Non ci sarebbero i tempi tecnici per attuare quella riforma dei centri per l’impiego, oggi pochi e sottofinanziati, che Di Maio aveva promesso per formare e seguire i beneficiari.
Se una legge di bilancio che stanzia più di 6 miliardi per la povertà  è un’opportunità  importante per rafforzare il welfare, sarebbe preferibile spendere quei fondi per incrementare la dotazione del Reddito di Inclusione.
O perlomeno dare il tempo al reddito di cittadinanza di essere costruito dal basso, coordinando le varie istituzione coinvolte e riformando per davvero i centri per l’impiego.
Al governo diciamo: fate con calma e nel frattempo investite i soldi nel Rei. Una misura di contrasto alla povertà  è una policy delicata e che può cambiare la vita di persone fragili e in difficoltà .
Proposte raffazzonate provocano solo danni.

(da “Huffingtonpost”)

This entry was posted on lunedì, Dicembre 10th, 2018 at 12:47 and is filed under povertà. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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