LO STRANO AFFARE DI CALDEROLI E I 300.000 EURO DEL PARTITO “PRESTATI” A UN CEMENTIFICIO
DA UNA INTERCETTAZIONE E’ EMERSA UNA ANOMALA INTERMEDIAZIONE CON SOLDI USCITI DALLE CASSE DELLA LEGA E POI RESTITUITI
Un’intermediazione per un finanziamento da 300 mila euro a un cementificio della Bergamasca con i soldi del rimborso elettorale della Lega.
Denaro che poi sarebbe stato restituito.
È lo strano «affare» in cui sarebbe coinvolto il senatore e «triumviro» Roberto Calderoli così come emerge dalle relazioni dei carabinieri del Noe e su cui gli inquirenti stanno indagando per capire meglio di cosa si tratti.
Si chiede a un certo punto il pirotecnico tesoriere della Lega: «…E invece quelli di Cald, (ndv Calderoli) come faccio? …come li giustifico quelli?!».
La segretaria Nadia Dagrada, con il solito linguaggio spiccio, prova a tranquillizzarlo: «Ma quello è un…nella cosa che c’hai, quello non è un grosso problema!…Nell’arco dell’anno non è un problema quello, è un problema tutto il resto!».
Già , tutto il resto.
Come ad esempio i 6 milioni di euro finiti in un fondo della Tanzania e prontamente tornati in Italia. Perchè?
Perchè sembra che la banca del Paese africano, la Fbme Bank, che si presenta come un vero e proprio istituto off-shore nata come succursale della banca federale libanese, con sedi alle Cayman, Cipro e rappresentanza a Mosca, sentendo puzza di bruciato intorno a quella massa di denaro arrivata tramite un conto personale dell’imprenditore-faccendiere Stefano Bonet, avrebbe deciso di rimandare al mittente i quattrini.
Piccola lezione di moralità dalla Tanzania all’Italia?
La verità è che quando l’investimento venne effettuato, qualcuno spifferò subito la storia ai giornali e per una banca del genere la sovraesposizione mediatica è sempre un pessimo affare, così i funzionari preferirono rifiutare l’investimento e restituire il malloppo.
Soldi rientrati, dunque.
Anche se non tutti: 350 mila euro, ufficialmente della Lega, sarebbero rimasti impigliati nel fondo cipriota gestito dall’avvocato Paolo Scala.
Per quale motivo?
È quanto stanno tentando di capire i pm.
Così come la storia di altri 50 mila euro che Piergiorgio Stiffoni avrebbe chiesto al «nano» (in realtà 40mila) su pressione, ha raccontato, dell’allora segretario trevigiano Gianantonio Da Re alle prese con affitti arretrati delle sede provinciale.
Il quale però lo ha smentito: «A Stiffoni non ho mai chiesto niente. Quando avevo bisogno di soldi per il partito convocavo il consiglio. Di quei 40mila euro non so niente, queste cose le seguiva il nostro tesoriere».
Insomma, ogni volta che si mette il naso nei bilanci del Carroccio, saltano fuori sorprese e pasticci.
Gli inquirenti stanno verificando l’esistenza di ulteriori fondi neri e di conti magari non direttamente intestati al partito ma gestiti da Belsito in nome e per conto della Lega.
E non è escluso che quando l’inchiesta sarà finita, Parlamento e Senato possano costituirsi parte civile per ottenere la restituzione dei rimborsi elettorali non dovuti. Per ora, si è saputo, non ci sono nuovi iscritti sul registro degli indagati anche se è chiaro che si tratta soltanto di tempo: è ovvio che nel momento in cui verrà provata la «consapevolezza» dei vari personaggi tirati in ballo nell’allegra gestione dei soldi pubblici destinati al Carroccio, l’iscrizione per concorso in appropriazione indebita (nel migliore dei casi) sarà inevitabile.
È il caso ad esempio del “Trota”, ovvero di Renzo Bossi, il figlio del Senatur che ieri si è dimesso ufficialmente dal Consiglio regionale lombardo.
Il filmato in cui lo si vede arraffare senza troppi problemi i soldi destinati all’autista o in generale alle spese di partito per rifornire il proprio portafoglio, non lascia spazio a molte interpretazioni.
Per giunta ieri, l’autista Alessandro Marmello, autore del filmato, è stato interrogato come testimone per circa un’ora in Procura.
I magistrati hanno voluto sapere il motivo di un’iniziativa così singolare e in un certo senso «puntuale», visto che la registrazione, realizzata cinque mesi fa, dunque nel pieno delle indagine svolte in gran segreto dai carabinieri, sembra fosse pronta da un paio di settimane.
Ma Marmello, si è giustificato raccontando che, visto l’andazzo nella Lega e la disinvoltura del «Trota» nel trattare denaro altrui, aveva pensato bene di premunirsi «a futura memoria».
Marmello ha spiegato che bastava portare in via Bellerio delle ricevute e poteva incassare in contanti: mille euro per volta e quasi tutte le settimane.
La questione adesso è: ma quanti altri autisti avevano il compito di rifornire in contanti i loro illustri passeggeri?
Paolo Colonnello
(da “La Stampa”)
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