Destra di Popolo.net

PAPA LEONE XIV: “DIO E’ STRAZIATO DALLE GUERRE, NON STA CON I PREPOTENTI”

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL NUOVO POTENTE MESSAGGIO : “LA DEMOCRAZIA SENZA LEGGE MORALE E’ TIRANNIA”

Papa Leone torna sui conflitti che affliggono il mondo, in particolare il Golfo. «Il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne. Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli e gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno», ha detto lodando quanto si fa invece nella Casa di accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei Poveri ad Annaba, in Algeria, che accoglie cristiani e musulmani. «Vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità» Dio può «pensare: allora c’è speranza», ha dichiarato.
Il Papa contro la «tirannia delle élite economiche e tecnologiche»
Poco fa il Pontefice ha inoltrato un messaggio alla plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, dal profondo significato politico. «La concezione del potere legittimo trova una delle sue massime espressioni nell’autentica democrazia – recita la lettera – lungi dall’essere una mera procedura, la democrazia riconosce la dignità di ogni persona». «Tuttavia, rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. In mancanza di questo fondamento, rischia di trasformarsi in una tirannia maggioritaria o in una maschera per il dominio delle élite economiche e tecnologiche», ha dichiarato il Pontefice.
(da agenzie)

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MA CI VOLEVA DAVVERO L’INSULTO AL PAPA PERCHE’ MELONI DEFINISSE INACCETTABILI LE STRONZATE CHE DICE TRUMP?

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

HA INSULTATO GIORNALISTE, OMOSESSUALI, MIGRANTI, EX PRESIDENTI, CITTADINI AMERICANI UCCISI DALL’ICE, MINACCIATO MEDIA E AVVERSARI MA GIORGIA SI SVEGLIA ADESSO

Andiamo a memoria, scusandoci se ce ne siamo dimenticata qualcuna.
Donald Trump, nell’ultimo anno e mezzo ha detto che gli incendi in California e il disastro aereo di Washington erano colpa delle politiche di inclusione di donne e omosessuali.
Ha più volte e ripetutamente negato l’origine antropica del cambiamento climatico e il cambiamento climatico stesso.
Ha ripetutamente insultato giornaliste donne e nere chiamandole più volte “stupide”, “brutte persone dentro fuori”, e ha apostrofato con un “zitta, maiala”, la giornalista di Bloomberg Catherine Lucey, durante una conferenza stampa.
Ha accusato i media di “comportamenti illegali” contro di lui incoraggiando il Dipartimento di Giustizia a occuparsi di giornali e network a lui ostili.
Ha detto che il giornalista Jamal Khashoggi ucciso nel 2018 in Turchia su mandato del sovrano saudita Mohamed bin Salman, era un “personaggio controverso” e “non era un giornalista”.
Ha sostituito il ritratto del suo predecessore Joe Biden con quello di un’autopenna nella “presidential walk of fame” alla Casa Bianca.
Ha definito una “terrorista interna” Renee Nicole Good, l’attivista di Minneapolis uccisa a sangue freddo dagli agenti dell’Ice.
Ha detto che Alex Pretti, anche lui ucciso dall’Ice a sangue freddo, “non era un angelo”.
Ha detto che le deputata americana di origine somala Ilhan Omar viene dal “peggior Paese del mondo”, che “se ne deve andare all’inferno” e che “ci occuperemo di lei”.
Ha detto che i migranti somali sono “luridi e disgustosi”, chiedendosi perché in America non possano arrivare migranti svedesi o danesi.
Ha detto più volte che potrebbe correre per un terzo mandato e che non sa se dopo di lui ci saranno ancora elezioni negli Stati Uniti.
Ma per sentire Giorgia Meloni, definire “inaccettabile” una dichiarazione di Donald Trump, in questo anno e mezzo, abbiamo dovuto aspettare che definisse Papa Leone XVI “debole e pessimo in politica estera”.
Fino a ieri, invece, tutto ok.
(da Fanpage)

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NOVE ORE PRIMA CHE GIORGIA MELONI AVESSE IL CORAGGIO DI SCHIERARSI CON IL PAPA

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

I TIMORI DI UNO STRAPPO CON TRUMP POI PREVALE LA PAURA DELLA PERDITA DI CONSENSO E ARRIVA LA TARDIVA SOLIDARIETA’ AL PONTEFICE

Nove ore. Di silenzio e imbarazzo. Tentennamenti e ripensamenti. Nel mezzo, alcuni messaggi tra le diplomazie di palazzo Chigi e Santa Sede, a registrare umori tendenti al grigio. Perché per buona parte della giornata neanche il Vaticano — al pari di molti altri — ha considerato il comunicato firmato al mattino da Giorgia Meloni come un tentativo di criticare Donald Trump (senza mai citarlo). E così, a sera, la premier è costretta a esporsi. Va dritta contro il tycoon, evento raro e diplomaticamente doloroso. Lo fa con una nota secca e stizzita verso chi non aveva compreso il senso delle sue parole. Per arrivarci, un percorso tortuoso che vale la pena raccontare.
Gli orari sono importanti. Il primo: segna le 9.41. Palazzo Chigi diffonde una nota con cui augura buon viaggio apostolico in Africa a Leone XIV, lodandone la volontà di perseguire la pace. Non è usuale che un presidente del Consiglio metta nero su bianco questo tipo di saluto, prima di una missione del Pontefice: di norma, come d’altra parte accade anche in questo caso, è un gesto affidato al Capo dello Stato. Nella notte, però, Trump ha esondato contro il Papa. E Meloni, dopo rapido consulto con i sottosegretari alla Presidenza, decide di scrivere quel testo. Per smarcarsi, ma in modo soft. Talmente soft da evitare di nominare il protagonista dello schiaffo a Leone.
Bastano un paio d’ore perché quel testo, che mai cita il presidente Usa, diventi oggetto di esegesi. Ovunque, dunque pure in Vaticano. Il dubbio è sostanzialmente questo: si tratta di un saluto scritto da tempo, senza tenere conto degli affondi di Trump, oppure — l’alternativa peggiore — è un comunicato che cerca di criticare il leader, senza neanche avere la forza di chiamarlo in causa?
Ed è qui che il quadro si complica. E che partono i messaggi della diplomazia. Non è chiaro, però, il livello dei contatti. Di norma i canali sono sostanzialmente due. Il primo serve a far comunicare Alfredo Mantovano e il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, il secondo coinvolge la premier e il “ministro degli Esteri” della Santa Sede, Paul Richard Gallagher. Stavolta, però, si trovano entrambi impegnati in Algeria con il Pontefice. Si muove un ufficiale di collegamento che spesso favorisce i colloqui tra le due sponde del Tevere. Da palazzo Chigi spiegano che quel comunicato intendeva sconfessare Trump.
La polemica, intanto, monta. È il fattore chiave, perché l’opinione pubblica preme e sui social dilaga lo sdegno verso il tycoon. La premier non può sopportare un altro potenziale colpo nel consenso interno. Il melonismo deve reagire. Parla prima il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami. Poi il suo omologo all’Europarlamento, Nicola Procaccini. Ma ancora: non basta. Pedro Sanchez, dalla Spagna, si scaglia contro Trump. E l’Italia non è una cancelleria qualunque, per storia e geografia: il suo territorio ingloba Città del Vaticano. Attorno alle 15, il comunicato di Meloni è pronto. Resta però in stand by. Si prova ancora a evitare il frontale con la Casa Bianca, ma non esistono molte alternative: le parole devono essere nette, per coprire la lunga prudenza. E così, alle 18.03, le redazioni ricevono la nota contro Trump. Da quella delle 9 sono trascorse nove ore. «Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse stato chiaro…», premette Meloni. Non lo era.
(da Repubblica)

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LEVATEGLI IL TELEFONINO

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

EVITARE LO SMARTPHONE AGLI ADOLESCENTI? PRIMA PENSIAMO A TOGLIERLO A UN ANZIANO CRIMINALE

Molti si chiedono a quale età sia giusto mettere lo smartphone in mano agli adolescenti, ma le ultime vicende ci costringono ad affrontare un problema non meno urgente: quando toglierlo agli anziani, a uno in particolare. Vive negli Stati Uniti, si chiama Donald e, appena resta solo, afferra il telefono e digita lunghi messaggi infarciti di insulti in maiuscolo: LOSER, perdente, è il suo preferito.
Minaccia i vivi, dileggia i morti. Si tratta chiaramente di un disagio che il soggetto esprime in modo compulsivo. Ieri, per dire, ha insultato il Papa. Non quello di prima, che lo avrebbe steso con uno sganassone, ma Leone, l’incarnazione stessa della mitezza. Weak, lo ha chiamato, anzi, WEAK: debole. Gli ha rinfacciato l’accoglienza e la non violenza, cioè di seguire il Vangelo. Gli ha ricordato che è diventato Papa per merito suo. E, come un bimbo dispettoso quando esaurisce le parolacce, gli ha detto che suo fratello Louis è molto più bravo di lui, tiè. Poi, per
fargli capire con chi avesse a che fare, ha postato un’immagine ritoccata di sé stesso mentre guarisce un malato con l’imposizione delle mani, dalle quali fuoriesce una luce cristica (considerato il tipo, si direbbe più l’effetto di un petardo).
Vorrei rivolgere un appello a parenti e badanti: qualcuno gli faccia sparire quel maledetto telefono dalla vista. Oppure gliene allunghi uno finto, con cui possa baloccarsi dando del loser, anzi, del LOSER alla Luna, alle stelle e a Dio che si ostina a non volergli fare da vice.
(da corriere.it)

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TRUMP IN ODORE DI SANTITA’. LA SUA MITOMANIA E’ NO LIMITS

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

FA IMPALLIDIRE UN MAESTRO DEL GENERE COME FU SILVIO BERLUSCONI

«Vuole sentire? Senta, senta col naso: è odore di santità» diceva Silvio Berlusconi immerso nell’azzurro celestiale di Porta a Porta, mano tesa al conduttore in posa da noli me tangere.
Deve essere successo qualcosa nel frattempo al senso dell’umorismo di Bruno Vespa, che all’epoca sembrava ben più permissivo e rilassato di quello attuale. Nessun dito puntato, nessuna reazione iraconda alla battuta insolente del presidente, che peraltro aveva anche riciclato da un altro salotto televisivo, cioè quello di Maurizio Costanzo.
Ma le mire messianiche del Cavaliere sono sempre state note, d’altronde era stato il suo medico personale a descrivere l’amico Silvio come «tecnicamente quasi immortale», lo stesso Umberto Scapagnini che lo aveva soccorso durante un comizio interrotto da un mancamento, occasione che diede vita a un’immagine cristica niente male, una sorta di Pietà di Michelangelo in chiave forzista.
Sacrilegio, pia devozione o «un santo in paradiso», come lo ha descritto Sallusti durante l’ultima campagna referendaria, dipende dai punti di vista. Sta di fatto che
per chi, come gli italiani, è già avvezzo a questa mescolanza di sacro e profano ai fini di marketing elettorale – ormai chiamarlo “propaganda” sembra quasi un complimento –, l’iconografia mistica e trumpiana recente sembra roba da dilettanti maldestri.
Il santino postato su Truth durante gli scontri verbali con Leone XIV lo ritrae negli umili panni di un Gesù intento a curare malati tra le aquile e i drappi a stelle e strisce, ennesima allucinazione kitsch offerta dai server dell’intelligenza artificiale, dove si puote ciò che si vuole, più o meno.
«Io non voglio entrare in un dibattito con lui» è la risposta fin troppo gentile del Papa a cotanto delirio. Anche la mitomania richiede una certa dose di temperanza, virtù cristiana fin troppo sottovalutata.

(da editorialedomani.it)

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NATO: DIFENDIAMOCI DAI VECCHI AMICI

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

ERA NATO COME STRUMENTO DIFENSIVO, MA OGGI E’ DA USA E ISRAELE CHE DOVREMMO DIFENDERCI: PER QUESTO L’EUROPA DEVE DIVENTARE AUTARCHICA, ARMATA E NUCLEARE

Trump ha minacciato di punire i Paesi europei che in questi anni non sono stati collaborativi con gli States e con la Nato. La Nato era nata come strumento difensivo (art. 5) nel senso che se uno dei suoi membri veniva aggredito gli altri sarebbero corsi a difenderlo. Ma negli anni questa alleanza si è trasformata da difensiva in offensiva. Quante volte nell’ultimo trentennio la Nato, violando ogni norma internazionale, ha aggredito Paesi che non rappresentavano alcun pericolo per l’Europa?
Si è cominciato dalla Serbia di Slobodan Miloševic (1999) colpevole di esser rimasta socialista. E mentre una volta in Europa, parlo soprattutto delle politiche interne ai vari paesi, bastava esser socialisti per avere ragione, poi divenne che bastava esser socialisti per avere torto. Del resto il socialismo è visto dai capitalisti, è ovvio, come il loro vero nemico, così si spiegano anche, nella storia più recente, le aggressioni al Venezuela di Nicolas Maduro e, più in generale, al ‘socialismo
bolivariano’ presente in Sudamerica, dove prevale la politica del presidente dell’Argentina Javier Milei, che ha definito il socialismo “il vero cancro della Terra”. Sotto pressione ci sono quindi molti Paesi sudamericani che non stanno agli ordini, come il Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva. Del resto, tornando a parecchi anni fa, il socialista Salvador Allende fu messo in ginocchio da un ben organizzato sciopero degli autotrasportatori che aveva alle spalle Margaret Thatcher ed Henry Kissinger che è ritenuto a tutt’oggi uno dei geni della geopolitica, ma è forse uno dei più abbietti protagonisti della più o meno recente storia mondiale. Allende, assediato per giorni nel Palácio de la Moneda, fu poi costretto a uccidersi. Qualcuno ricorderà, forse, lo spero, l’immagine di quel pianista a cui erano state mozzate le mani. Si è proseguito con Saddam Hussein, ritenuto colpevole di possedere armi chimiche che in realtà non aveva e si è andati avanti con la Libia del colonnello Muammar Gheddafi e infine, almeno per ora, col Venezuela, mentre in prospettiva si vuol togliere di mezzo, come The Donald ha preannunciato più volte, la Cuba degli eredi di Castro e Guevara. Cuba, è vero, è comunista e il comunismo si differenzia dal socialismo in questo: il socialismo cerca di raggiungere una ragionevole uguaglianza sociale che non è riuscito mai a raggiungere nemmeno in Unione Sovietica, ma mantenendo i diritti civili. Comunque avrà pur diritto Cuba di essere quello che è. Il Trattato di Helsinki del 1975 sancisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli, cioè che un popolo può evoluire o anche non evoluire seguendo la sua storia, le sue tradizioni, i suoi costumi. Una rappresentazione plastica della violazione di questo diritto fu l’aggressione all’Afghanistan talebano. Non ci piacevano i loro costumi e poiché non ci piacevano i loro costumi nel 2001 abbiamo invaso e occupato l’Afghanistan, rimediando però una vergognosa sconfitta, quando nell’agosto del 2001 i Talebani sono tornati al potere a Kabul (il primo a scappare fu il nostro ambasciatore, perché c’era anche l’Italia in quella stolta e sciagurata operazione). Faccio notare che i Talebani sono stati gli unici a sconfiggere veramente gli americani, c’è il precedente, è vero, dei vietnamiti, ma dietro il Vietnam c’era la Russia, alle spalle dei Talebani, “brutti, sporchi e cattivi” per definizione, non c’era assolutamente nessuno.
Trump, come abbiamo detto, ha affermato di togliere la protezione della Nato ai paesi europei che non sono stati collaborativi, soprattutto nell’infame guerra contro l’Iran. Si tratterebbe insomma di smobilitare la presenza americana in Europa, con tutte le sue basi, anche nucleari. In Italia ce ne sono 120 circa, anche se non tutte nucleari (gli aerei Nato che andavano ad aggredire la Serbia partivano da Aviano). In Germania ce ne sono sette.
Gli americani vogliono togliersi dai coglioni in Europa? Un regalo veramente inaspettato. Da chi dovrebbero proteggerci gli yankee? Dalla Russia? Questo aveva senso nel 1949 quando fu costituita la Nato, ma allora si era nel pieno della Guerra fredda, il mondo era diviso in due blocchi, quello sovietico e quello occidentale. Ma la Russia del pragmatico Putin, oggi, non costituisce più un pericolo. Con la sua “Operazione militare speciale” la Russia ha certamente violato il diritto internazionale, ma quante volte gli occidentali hanno fatto lo stesso definendo le proprie guerre con nomi diversi, esattamente come ha fatto Putin, chiamandole ipocritamente “operazioni di pulizia internazionale” o “difesa contro il terrorismo internazionale”. Per gli americani tutti i popoli o i raggruppamenti che non gli garbano sono “terroristi”. Loro no, insieme agli israeliani. Gli americani e gli israeliani, come gli ucraini, non aderiscono al Tribunale dell’Aia che è deputato a giudicare i “crimini di guerra”. Loro, si sa, non commettono crimini né di guerra né di altro tipo. Ne escono sempre impuniti (il Cermis, gli stupri ai danni delle ragazze italiane, soprattutto nel Napoletano, nei pressi di una delle loro numerosissime basi).
Ma i veri terroristi, insieme agli israeliani, sono loro. È da loro che dovremmo difenderci. Come aveva ben capito Angela Merkel (quanto ci manca) quando affermò, durante un comizio in Baviera nel 2017: “Gli americani non sono più i nostri amici di un tempo, dobbiamo imparare a difenderci da soli”. È inammissibile che la Bomba ce l’abbiano, oltre alle grandi potenze Usa, Russia, Cina, paesi come Israele che, a differenza dell’Iran, non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, il Pakistan e la Corea del Nord. Nel 1955 la Germania Ovest rinunciò formalmente a produrre armi nucleari, chimiche e biologiche a ragione degli accordi per entrare nella Nato. Successivamente, nel 1969, la Germania firma i
Trattato di non proliferazione nucleare. Ma i Trattati, secondo la classica definizione di Kelsen (studiate Giurisprudenza, somari) valgono rebus sic stantibus. Ma siccome le cose non restano mai ferme tutti i Trattati, anche i privati, durano il tempo che trovano.
Ritornando all’affermazione di Merkel, essa significa in sostanza che l’Europa deve diventare autarchica economicamente, politicamente e soprattutto militarmente, armata e nucleare.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)

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UNGHERIA, L’INIZIO DEL CROLLO DEL SOVRANISMO LASCIA LE DESTRE DAVANTI A UN BIVIO

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

ANCHE L’ITALIA SARA’ COSTRETTA A SCEGLIERE TRA CORREGGERE LA ROTTA O FARSI TRAVOLGERE DALLA TEMPESTA

La coincidenza tra la plateale sconfitta di Viktor Orbán e l’aggressione senza precedenti di Donald Trump al Papa forse è casuale ma risulta altamente simbolica. Il sovranismo populista, che per vent’anni è apparso una forza inarrestabile nelle terre d’Occidente, crolla nella sua più iconica roccaforte per mano del popolo. Nello stesso momento, la cultura Maga che lo ha ispirato, teorizzato, diffuso, perde l’ennesima partita elettorale e scopre il suo vero volto bullizzando milioni di cattolici che hanno creduto al “Dio, Patria e Famiglia” come ricetta politica per il benessere e la stabilità. È il punto di caduta istituzionale e morale di un lungo ciclo storico, aperto nel 2008 dalla crisi finanziaria e dalle prime affermazioni dei partiti euroscettici. Dieci anni fa, nel 2016, quel movimento mise in scacco l’Europa con la Brexit e poi con la nascita di analoghe spinte centrifughe in tutta l’Unione. Ora lo vediamo precipitare a Budapest, sommerso dalla festa di massa sulle rive del Danubio e dalle grida: «Torniamo europei».
La piccolissima Ungheria e la gigantesca, sovrabbondante America hanno a lungo attinto allo stesso racconto, risultato affascinante per milioni di cittadini: l’idea che il ritorno agli Stati nazionali fosse la chiave per proteggersi dai contraccolpi della globalizzazione, unita alla convinzione che una leadership con pieni poteri fosse il modo più efficace di realizzare il mandato popolare. Finché questa narrazione è rimasta teorica ha conquistato consenso e seguaci. Quando si è trasformata in realtà, ha mostrato il suo lato oscuro e terrorizzante. Guerre, crisi energetica ed economica, un’Europa aggredita e paralizzata dai veti senza alcun beneficio per chi li impone, un’America irriconoscibile e da ultimo il blasfemo delirio di onnipotenza di un
Presidente che si raffigura come Cristo al capezzale di Lazzaro sullo sfondo apocalittico degli angeli della morte in forma di aerei da bombardamento. Non c’è più Dio al di sopra del capo. Non c’è più patria sicura al di fuori della patria del capo. E la famiglia è in balia di tutto questo, una navicella nella tempesta.
Il voto ungherese ci dice che le opinioni pubbliche mondiali, anche dove sembravano più assuefatte e manipolate, hanno riconosciuto i rischi di questa deriva. Nei diciotto mesi trascorsi dall’insediamento di Donald Trump è successa la stessa cosa a ogni latitudine del mondo. In Canada con l’imprevedibile vittoria del liberale Mark Carney, in Groenlandia col successo dei social-liberali, in Messico con le percentuali stellari riconosciute a Claudia Sheinbaum, in Australia con la riconferma inaspettata dei laburisti di Anthony Albanese, in Romania col successo di Nicusor Dan, l’outsider che si contrapponeva al campione sovranista George Simion. Ovunque leader e partiti amici del presidentissimo americano sono risultati sconfitti, ovunque i cappellini rossi dell’orgoglio Maga sono lentamente scomparsi dalle esibizioni sovraniste man mano che i sondaggi calavano. E ciò accadeva prima del Golfo, prima del blocco di Hormuz, prima del caro benzina e delle minacce di una crisi economica globale: figuriamoci adesso.
Le cifre dell’affluenza elettorale degli ungheresi, quell’incredibile 77 per cento alle urne, insieme con la conquista di due terzi dei seggi da parte di Péter Magyar, raccontano bene con quale forza è stato espresso il rifiuto del trumpismo e l’adesione a una diversa prospettiva.
Il tramonto del sovranismo populista propone un gigantesco “che fare?” a tutte le destre europee, a cominciare da quella italiana che deve coltivare le relazioni con l’America per dovere di governo ma si avvia anche verso elezioni politiche dove il fattore Trump avrà un peso. La sua fortuna, rispetto ad altri movimenti che hanno avuto come faro l’esperienza Maga fin dalla nascita, sono radici diverse e più antiche delle semplificazioni nazionaliste: una lontana storia in cui gridò nei cortei lo slogan “Europa Nazione”. Potrebbe essere riscoperta? Potrebbe alimentare un nuovo tipo di sovranismo, un sovranismo europeo che restituisca senso anche al termine Occidente?
Finora la riflessione è stata evitata. I conservatori italiani faticano a prendere atto di ciò che sta accadendo nella “pancia” dei popoli dell’Unione: ancora a gennaio la premier accettava di partecipare al famoso video propagandistico pro-Orbán. Ancora una settimana fa Matteo Salvini indicava Orbán come l’ospite d’onore del raduno milanese per la remigrazione in programma sabato prossimo. E anche ieri, dopo il voto di Budapest, la maggioranza ha scelto la via della minimizzazione: per i risultati ungheresi («una sconfitta fisiologica») e per l’offensiva di Trump contro il Papa, commentata da Meloni solo a sera, dopo molte ore di interrogativi sulla posizione di Palazzo Chigi.
Aspettare che la burrasca passi, tuttavia, non sembra una buona ricetta. Anche perché la burrasca non passa, anzi ogni giorno peggiora, e prima o poi bisognerà scegliere se cambiare rotta o rischiare di esserne travolti.
(da La Stampa)

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IL VANGELO E LE BOMBE

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

FARE LA GUERRA IN NOME DI DIO E’ UNA BESTEMMIA

Si aspettava da tempo che accadesse, finalmente è accaduto: l’esponente più importante del cristianesimo mondiale, l’americano Prevost, vescovo di Roma e capo della Chiesa cattolica, eletto papa quasi un anno fa con il nome di Leone XIV, ha fatto presente a Trump che fare la guerra nel nome di Dio è blasfemo. Una bestemmia.
La risposta di Trump è stata violenta e puerile, e soprattutto, come tutte le parole di Trump, non nel merito della questione. Non la capisce, non la conosce, non ha i mezzi intellettuali per cogliere il senso delle parole del Papa — come delle parole di chiunque non sia lui stesso, o un suo servo. Scontato che il Papa abbia aggiunto, subito dopo, che non intende «aprire una discussione con Trump»: discutere con Trump della sostanza del cristianesimo sarebbe come discutere di etica con Fabrizio Corona. O di democrazia con Vannacci. Missione impossibile. Ciò che interessa (anche i non credenti) è piuttosto capire se e quanto l’ostilità quasi ovvia del Papa all’uso tribale della religione possa ripercuotersi nell’opinione pubblica americana. Impossibile fare affidamento sui pastori evangelici invasati che vedono in Trump una specie di nuovo Cristo. Ma non solo i cattolici americani, anche i tanti
protestanti di multiforme confessione, non possono non essere turbati dallo scontro inconciliabile tra la voce del Vangelo e la voce delle bombe.
(da Repubblica)

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SCONTRO CASA BIANCA-VATICANO, LO STORICO CARDINI: “TRUMP ISTERICO PAROLAIO, MA QUALE AVIGNONE…”

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

“SONO FEROCEMENTE GHBELLINO, SE QUESTO DI WASHINGTON E’ L’IMPERATORE DEI NOSTRI TEMPI, I GHIBELLINI NON LO SOSTERREBBERO”

“Questo isterico parolaio… trattiamo gli imperatori del passato con un certo rispetto, non facciamo paragoni”. Franco Cardini, storico medievista, 85 anni, ne ha studiati e visti di capi di Stato, di sovrani assoluti e di pontefici della Chiesa di Roma. Ma su Trump non si capacita: “Che poi è un parolaio, ma le parole non le sa usare”.
Insomma, professore, a quale imperatore del periodo della cattività avignonese – quando tra il 1309 e il 1377 la sede papale fu trasferita in Francia – paragonerebbe l’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump?
A nessuno davvero. Non voglio sottrarmi, ma non riesco a ritrovare le caratteristiche di Trump in nessuno. L’attuale presidente degli Stati Uniti evoca Avignone con un intento di arroganza al di là dei suoi chiari limiti psicologici.
Mai c’era stato un attacco verbale di Washington di questo livello contro il papa, che è anche un capo di Stato, e infatti Trump fra le altre cose dice che Leone XIV “è un debole, pessimo in politica estera”…
Trump parla di forza e debolezza secondo una logica machista. Il presidente degli Usa sostiene di essere un americano libero, ma in realtà è un cristiano settario. È pienamente parte di quella costellazione di chiese settarie cristiane fondamentaliste.
Per contrastare le quali, dal punto di vista di Roma, un papa americano è utile?
Da tempo l’idea di un papa americano era nell’aria, almeno dal 1945. Santa romana Chiesa, con tutti i suoi limiti, riesce quasi sempre a innalzare al soglio pontificio una personalità in grado di dare la risposta adeguata ai problemi del momento. Il papa americano, Leone XIV, non si esaurisce in questo, come il suo noto e nobile cognome francese indica, Prevost. Non dimentichiamoci anche che si tratta di un agostiniano e pensate a quanto potente è stato ed è il pensiero di Sant’Agostino, tanto potente da rasentare l’eresia.
Pur senza nominarlo, papa Leone risponde al presidente Donald Trump per le rime: “Con lui non discuto”.
È il giustizialismo mistico del pontefice, capace di arrivare a poter dire che il principale politico laico mondiale del momento sta sbagliando tutto. Io ho 85 anni e in questo lungo secolo non abbiamo fatto altro che parlare della pace. Di punto in bianco arriva questo Trump e cambia i paradigmi, vuole imporre le sue guerre alle sue condizioni per i suoi tornaconti. E vuole imporci di farne parte. Leone gli dice chiaramente: non si può fare.
Ma papa Leone XIV dicendo che non ha paura fa intendere che ci sarebbero motivi per aver paura…
Leone sa benissimo che c’è in America questo impianto di sette che potrebbero sostituire una Chiesa cattolica in grande crisi, ha paura perché conosce la forza della decristianizzazione.
Ma, insomma, si può parlare di nuovo Medioevo per i tempi che viviamo?
Anche qui non azzarderei paragoni: siamo in un momento storico di una tale bassezza che non ha precedenti. Non trovo nella storia un personaggio simile a Trump. Prendiamo Hitler: un isterico ma sulle linee politiche, anche nel male più
atroce, ha mantenuto una sua coerenza. Il presidente Trump non ha un pensiero, giusto o sbagliato, perché la dottrina Maga non è un pensiero: è soltanto un frigorifero dove poter mettere al fresco qualsiasi tipo di alimento, carne e pesce senza distinzione.
Professore, lei oggi si sente più guelfo o più ghibellino?
Sempre ferocemente ghibellino, ma oggi i ghibellini non starebbero mai dalla parte di Trump, perché avevano un senso del potere civile come sacralità di ricerca della giustizia.
(da Il Fatto Quotidiano)

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