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IL BOSS AMICO HA AIUTATO FIDANZA IN CAMPAGNA ELETTORALE”

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

ECCO QUELLO CHE HA RIVELATO L’INCHIESTA DI REPORT

Il 2 febbraio del 2019 quando all’hotel Marriott di Milano si svolgeva una delle più importanti manifestazioni di Fratelli d’Italia al Nord in vista delle europee: insieme a Paola Frassinetti, Carlo Fidanza, Ignazio La Russa, Daniela Santanchè, Adolfo Urso e Giorgia Meloni c’era anche il camorrista Gioacchino Amico. Ecco quello che ha svelato l’inchiesta di Report.
Che politica e criminalità organizzata vadano a braccetto, ormai lo si sa da decenni. C’è il politico che ha pagato la mafia per ottenere protezione e chi le ha chiesto voti per assicurarsi poltrone e seggi. In cambio la criminalità organizzata presenta il suo elenco di favori.
Quindi quando ancora una volta si svelano esponenti di clan in partiti, nessuno purtroppo si sorprende più. Se la politica non si schiera al 100 per cento a fianco di magistrati e forze dell’ordine, l’Italia si dovrà tenere il suo “cancro”.
Ora però bisogna capire quanto è stretto questo legame. Anche nell’inchiesta Hydra della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano che ha fatto tremare un intero Paese. Perché la sensazione (spetterà ai magistrati e a eventuali processi confermare tutto) è che il rapporto tra l’ex camorrista del clan Senese in Lombardia Gioacchino Amico e Fratelli d’Italia non sia solo una questione di selfie e scatti fotografici. Lo ha spiegato l’inchiesta di Report nella puntata di ieri 12 aprile, che ricapitoliamo punto per punto.
Fin da subito è bene precisare chi è Gioacchino Amico: è un siciliano con una condanna definitiva per truffa e ricettazione, ma soprattutto è un esponente del clan Senese attivo a Roma e vicino alla camorra napoletana. E ancora: Amico è anche tra gli esponenti del “Sistema mafioso lombardo”, ovvero “l’unione” (come lo chiamano i suoi membri criminali) tra cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta che si sono messe in affari nel Milanese e nel Varesotto. A svelare tutto è stata l’inchiesta Hydra della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano e il Nucleo investigativo dei carabinieri di Milan
Amico ora è anche tra gli imputati del processo Hydra che si sta svolgendo nell’aula bunker del carcere di San Vittore. In Lombardia poteva contare anche su diversi criminali, tra cui Paolo Errante Parrino (in carcere) nonché mafioso e parente del boss di Castrelvetrano Matteo Messina Denaro (arrestato il 16 gennaio del 2023 e morto il 25 settembre successivo). Oltre a Parrino, Amico si era affidato a Giuseppe Fidanzati. Altro mafioso la cui famiglia non è sconosciuta in Lombardia: “I Fidanzati hanno fatto Milano!”, lo dice Amico durante una conversazione intercettata dai carabinieri. A conquistare il capoluogo lombardo era Gaetano Fidanzati, ora il figlio Giuseppe Fidanzati è tra gli imputati di Hydra. Ma che legami ha svelato Report – nell’inchiesta di Giorgio Mottola – tra Gioacchino Amico e Fratelli d’Italia?
I legami dell’ex camorrista Gioacchino Amico con la politica
Tutto inizierebbe il 2 febbraio del 2019 quando all’hotel Marriott di Milano si svolge una delle più importanti manifestazioni politiche del partito di Fratelli d’Italia al Nord in vista delle europee dello stesso anno. L’evento ha come titolo “Sistema Italia” e presenzia il gotha di Fratelli d’Italia: ci sono Paola Frassinetti, Carlo Fidanza, Ignazio La Russa, Daniela Santanchè, Adolfo Urso e Giorgia Meloni.
Nelle immagini trasmesse dal programma tv si vede Amico che dà il buongiorno all’attuale premier Giorgia Meloni appena entra in sala accolta dagli applausi. Qui viene scattato il selfie tra Amico e Meloni e qualche ora dopo il referente del clan Senese gira la foto tramite whatsapp alla rete dei suoi contatti.
A fare a Gioacchino Amico la tessera del partito di Fratelli d’Italia è Alice Murgia, assistente parlamentare dell’attuale sottosegretaria Paola Frassinetti: in una intercettazione pubblicata da Report si sente Murgia informare Amico di avergli fatto la tessera. Insomma, tutto era andato a buon fine. Non solo, Murgia dice ad Amico: “Ho firmato io per te, come se avessi firmato te ok? Non mi denunciare”. E una lunga risata.
Il giornalista Mottola ha intercettato Murgia e le ha chiesto come aveva conosciuto Amico, lei risponde così: “Ci ha chiamato per visitare la camera dei deputati e una
mia amica era il suo avvocato”. Ma soprattutto nega di aver fatto lei la tessera di partito per Amico
Ma c’è di più. Report ha intervistato un ex parlamentare della Lega che nell’ottobre del 2018 ha incontrato Gioacchino Amico a Roma. Quest’ultimo lo aveva invitato ad andare insieme a Montecitorio negli uffici di Fratelli d’Italia dove Amico è entrato senza che gli venissero chiesti i documenti, come invece dovrebbe accadere: “Lì ci accoglie Donzelli, in maniera abbastanza gentile, e ci siamo fermati a parlare. Poi però sono entrati anche Delmastro e Lollobrigida”, spiega l’ex parlamentare.
Ecco ancora il nome di Andrea Delmastro, l’ex sottosegretario alla Giustizia al centro delle indagini sugli affari a Roma tra la famiglia Caroccia e il clan Senese. Di cosa hanno parlato in quell’incontro negli uffici di Fratelli d’Italia? “In generale della situazione politica”. Donzelli – fermato da Report – però non ricorda mai di aver incontrato Gioacchino Amico.
Eppure Gioacchino Amico aveva provato eccome la scalata con Fratelli d’Italia. Prima era coordinatore in provincia di Agrigento del partito dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi, ma sperava di un salto di qualità nel partito di Giorgia Meloni. Nel suo interrogatorio davanti ai pm di Milano Amico aveva svelato i suoi contatti con il mondo della politica raccontando un suo incarico ricoperto in passato: “Coordinatore di un partito politico, Movimento Fare di Flavio Tosi (non indagato), coordinatore cittadino di Canicattì (provincia di Agrigento) dell’ex sindaco di Verona, che conosco bene”. Precisando che si tratta del “movimento creato dall’ex sindaco di Verona Tosi, quando è subito uscito dalla Lega”. Successivamente il tesseramento con Fratelli d’Italia.
La risposta di Giorgia Meloni al selfie con Gioacchino Amico
La premier Giorgia Meloni, dopo la diffusione del selfie con Amico, aveva scritto un post su Facebook: “Oggi la ‘redazione unica’, composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report, mostra una mia foto con un esponente della criminalità organizzata per sostenere la bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi. Inoltre, questi signori fanno un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata. Ma questi imparziali e onesti giornalisti sanno benissimo che con mio
padre ho interrotto ogni rapporto all’età di 11 anni. Così come sanno benissimo che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente. E sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze”. Ma come spiega bene l’inchiesta di Report Amico non era uno sconosciuto nel partito?
Il congresso di “Grande Nord” con Fidanza e Amic
Al giornalista Giorgio Mottola Monica Rizzi, nonché esponente della Lega vicina a Umberto Bossi per poi fondare nel 2019 “Grande Nord”, spiega come ha conosciuto Amico: “Un nostro iscritto di Milano ce lo presentò come un nostro referente di Fratelli d’Italia in grado di raggiungere i vertici e portarci qualcuno di significativo al congresso nel 2019. Ci promise di portare Carlo Fidanza e così fu. In questo modo si accreditò da noi come persona in grado di arrivare ai vertici di Fratelli d’Italia e con una certa importanza”.
A questo congresso di “Grande Nord” aveva parlato anche Amico, come imprenditore in Lombardia. E Fidanza, appena prende parola, lo ha ringraziato pubblicamente per l’invito. Il rappresentante del clan Senese durante il suo intervento dice una delle classiche frasi in bocca ai mafiosi: “La criminalità esiste perché la gente ha fame”.
Monica Rizzi continua a spiegare: “A un certo punto però Amico inizia a fare una certa insistenza per avere contatti con i vertici di Regione Lombardia. Per incontrare Giulia Martinelli, segretaria del presidente Attilio Fontana e a me la cosa ha iniziato a essere strana perché tutti sanno che dopo l’uscita dalla Lega non ho più avuto contatti”. Amico cercava di entrare negli appalti pubblici lombardi? E aggiunge: “Diventava talmente insistente che ha iniziato a inquietarmi. Non ho mai fatto neanche mezza chiamata per organizzare incontri e ho subito chiuso i rapporti”.
Secondo quanto spiegato dall’inchiesta di Report, Fidanza non chiude invece i rapporti tanto da coinvolgere Amico nella sua campagna del 2019 per un posto da europarlamentare con Fratelli d’Italia. Rizzi conferma: “Amico ci invitava spesso agli eventi della campagna elettorale di Fidanza quindi presumo che in qualche
maniera ne era partecipe”. Alla fine Fidanza è stato il primo tra gli eletti di Fratelli d’Italia nella lista del Nord-Ovest con oltre 10mila voti ottenendo più preferenze persino di Daniela Santanché.
Il giornalista Mottola chiede direttamente a Fidanza dei suoi rapporti con Amico: “Nella mia ultima campagna elettorale si è offerto di darmi una mano ed era un ex militante di Grande Nord”. Ma Rizzi smentisce che Amico sia mai stato scritto al suo movimento e ribadisce di aver avuto una interlocuzione con lui solo dopo che Fidanza lo aveva accreditato.
Fidanza a Report si difende: “Non era indagato, non sapevo sapere quali fossero le sue frequentazioni extra politiche”. Eppure nel 2019 Gioacchino Amico era già stato condannato in via definitiva per ricettazione e qualche anno prima finì in Questura con l’accusa di associazione a delinquere e truffa.
Il ruolo di Paola Frassinetti, attuale sottosegretaria all’istruzione
Nelle lista di Fratelli d’Italia per le elezioni europee del 2019 spunta anche il nome di Mafalda Poli, ovvero oggi tra gli imputati insieme ai boss del “Sistema mafioso lombardo” nel processo Hydra. L’accusa è di aver tenuto parte della contabilità del consorzio mafioso lombardo, quello svelato dalla DDA di Milano. O meglio aveva gestito i conti dei fratelli Abilone, originari di Castelvetrano e anche loro imputati di Hydra. Fratelli che Gioacchino Amico incontrava regolarmente nella sede dell’azienda di Errante Parrino, il cugino di Messina Denaro. Intervistata da Report Poli precisa: “Condivido le idee di Fratelli d’Italia, soprattutto Giorgia Meloni”.
Ma non solo Poli e Fidanza, Amico riesce ad avvicinarsi anche a Paola Frassinetti, attuale sottosegretaria all’istruzione. Il 20 maggio 2020 a Roma Amico incontra in un ristorante Frassinetti e la sua collega Carmela Bucalo. Non a caso qualche giorno prima in una intercettazione tra Amico e Giancarlo Vestiti, altro rappresentante del “Sistema mafioso lombardo” aveva detto che sarebbe andato a Roma per incontrare due parlamentari per prendere contratti per la sanificazione. Frassinetti a Report spiega: “Voleva visitare la Camera, quella sera noi stavamo mangiando per i fatti nostri in un ristorante, è passato. Diceva di essere della mia regione e che voleva vedere la Camera. Non ha parlato di niente, non sapevo chi fosse”. Alla fine però la collega Bucalo mette in contatto Amico con un
imprenditore siciliano che era alla ricerca di un istituto di credito che gli facesse un prestito di 500mila euro.
E non è finita qui. L’assistente di Paola Frassinetti, Alice Murgia, qualche giorno dopo chiama Amico per chiedergli un favore: “Tra i commessi che lavorano a Montecitorio c’è qualcuno vuole andare in vacanza a San Vito lo Capo (Sicilia), gli ho detto che hai possibilità di affittargli qualcosa”. E Amico: “Certo, digli che allora quando sono lì mi apre le porte di Montecitorio”. E Murgia: “Quelle te le apro io, stai sereno”.
Il camorrista Giancarlo Vestiti prova a entrare in Fratelli d’Italia
Giancarlo Vestiti è un altro esponente di spicco del clan Senese in Lombardia. Voglio far inserire un loro candidato nella politica lombarda, la scelta cade sul medico Ignazio Ceraulo, direttore generale fondazione ricovero Martinelli. Al giornalista di Report il medico nega ogni cosa con diversi “non so di cosa stia parlando”.
Il collaboratore di giustizia William Alfonso Cerbo, boss del clan Mazzei del “Sistema mafioso lombardo”, ha spiegato che Giancarlo Vestiti (camorra) e Santo Crea (‘ndrangheta) erano in procinto di inaugurare un ufficio che avrebbe curato la campagna elettorale in favore di Ceraulo. Tutto era pronto ma poi saltò quando Ignazio Ceraulo si è accorto, o meglio la sua segretaria, dei precedenti penali dell’attuale collaboratore di giustizia. E tutto si è fermato.
Vestiti avrebbe portato Ceraulo dall’avvocato Mario Claudio Marino, fondatore a Milano di “Noi Repubblicani” ovvero la corrente di Daniela Santanché all’interno del partito di Giorgia Meloni. L’avvocato al giornalista Mottola spiega: “Vestiti mi ha chiesto se potevo introdurre Ceraulo nella politica milanese, nella corrente fondata da Santanché e Mantovani ‘Noi Repubblicani'”. Come spiega Mottola durante uno degli incontri l’avvocato avrebbe chiamato davanti a loro Daniela Santanché per sponsorizzare l’affiliazione a Fratelli d’Italia dell’associazione “Italia Doc” che avrebbero dovuto fondare Vestiti e Ceraulo.
L’avvocato: “Era una bella opportunità perché Ceraulo era un professionista”. Daniela Santanché però sostiene di non conoscere l’avvocato Mario Claudio Marino, ovvero anche l’avvocato di Vestiti. Il legale: “Vestiti è amico fin da piccolo
con Michele Senese”, ovvero del clan camorristico a Roma. Insomma, Giancarlo Vestiti e Michele Senese sono cresciuti insieme e fanno parte dello stesso clan di camorra.
Gli affari del boss Michele Senese si sarebbero intrecciati con quelli di Franco Meloni, padre della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. A confermare tutto a Report è anche Nunzio Perrella, ex camorrista che si riforniva di droga dal clan Senese: spiega che Franco Meloni (arrestato nel 1995 per narcotraffico) trasportava droga con la barca a vela dalla Spagna. Arianna e Giorgia Meloni hanno spiegato che fin da piccole avevano chiuso i rapporti con il padre, che nel frattempo è morto.

(da Fanpage)

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AZZOPPATO AL SENATO (GASPARRI) E SBARELLATO ALLA CAMERA (BARELLI), PER NON PERDERE DEL TUTTO LA FACCIA, TAJANI RIESCE A SPUNTARLA SULLA NOMINA A CAPOGRUPPO DI DEBORAH BERGAMINI, CARA A MARINA BERLUSCONI, MA DOVRÀ SUBIRE L’INVESTITURA DI ENRICO COSTA, CHE DI SICURO NON È UN TAJANEO

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

E’ RINVIATO IL CONGRESSO NAZIONALE PER EVITARE CHE TAJANI SI BLINDI NEL PARTITO. IL “COMMISSARIAMENTO” DI FATTO DEL SUO “AIUTO-CAMERIERE” CIOCIARO PEGGIORA LO STATO DEGLI OTOLITI DELLA MELONI CHE VEDE I “PADRONI” DI FORZA ITALIA COME NEMICI E NON VUOLE ULTERIORI SCOSSE ALLA MALCONCIA STABILITÀ DEL GOVERNO

Lo sbarellamento di Antonio Tajani è totale. Il segretario di Forza Italia è ormai in una condizione di un dead-man-walking: uno zombie che dopo aver dovuto subire la cacciata di Maurizio Gasparri da capogruppo forzista al Senato, dovrà assistere anche alla caduta di Paolo Barelli dal gruppo alla Camera
Privato dei suoi “dioscuri laziali”, commissariato dai fratelli Berlusconi, dove andrà a sbattere il capoccione del vice-premier e ministro degli Esteri, distintosi unicamente come primo “aiuto-cameriere” di Casa Meloni?
Il primo banco di prova per l’ex monarchico ciociaro di Ferentino sarà la riforma della legge elettorale, che così com’è non può che essere indigesta sia per la Lega sia per Forza Italia: già depositata come bozza con l’infelice nome di “Stabilicum”, prevede un sistema proporzionale con ballottaggio ed un anti-costituzionale premio di maggioranza per la coalizione/lista che supera il 40%.
E poi i punti più dolenti per Lega e Forza Italia: addio ai collegi uninominali, avanti con le liste bloccate, senza preferenze, con soglia di sbarramento al 3%.
Il nome del candidato premier, secondo l’ultima versione, sarà sul programma e non sulla scheda per venire incontro a Marina e Pier Silvio Berlusconi (il loro cognome, da solo, vale ancora almeno il 4% dei voti).
Quel che Tajani deve decidere, per la sua sopravvivenza al vertice del partito, è se rispetterà il desiderio dei figli del Cav. di avere un partito non supino a Giorgia Meloni, e più attento in alcune battaglie che gli eredi di Arcore giudicano cruciali, a partire da una maggiore attenzione ai diritti civili e da un posizionamento internazionale del tutto contrario alle degenerazioni mentali del Trumpone
Da Arcore, anzi, da Cologno Monzese (con grossa incazzatura di molti, anche nel partito, Tajani è stato ricevuto nella sede di Mediaset, alla presenza, oltre che di Marina e Pier Silvio e dell’eterno Gianni Letta, di Danilo Pellegrino, ad di Fininvest), pretendono non solo un cambio di passo ma una Forza Italia dal volto nuovo, liberale e conservatore secondo i principi liberali del defunto CavalierePer ora non c’è l’intenzione di staccare la spina all’attuale presidente del Consiglio: fino al 2027 l’appoggio non è in discussione. L’attuale governo è nato quando Silvio Berlusconi era ancora vivo e, per rispetto agli impegni presi dal Cav, Marina e Pier Silvio terranno Forza Italia dov’è ora.
Ma le cose potrebbero cambiare a ridosso delle prossime elezioni politiche.
Quando bisognerà sedersi intorno a un tavolo e stilare il programma per la legislatura 2027-2032, i figli del Cav vorranno avere voce in capitolo e pretenderanno più spazio e maggiori attenzioni alle battaglie che stanno loro a cuore, a partire dai diritti civili (tema su cui Marina ha sostenuto di sentirsi “più in sintonia con la sinistra di buon senso”).
E poi ci sarà da discutere sui temi più “liberal” (riduzione delle tasse, no ai prelievi dalle banche), posizionamento europeo (ancoraggio al Ppe e no al dialogo con l’estrema destra), atlantismo ragionato senza prostrarsi al detestato Trump (Marina ha più volte criticato “l’affarista e prevaricatore” Caligola di Mar-a-Lago che “vuole cancellare le regole e la chiama libertà”)
Anche perché in Europa il Ppe, di cui fa parte stabilmente Forza Italia, governa stabilmente con i socialisti. Idem in Germania. Ma se questo “matrimonio” anni fa non era concepibile per gli azzurri, ora che nel mondo le cose stanno cambiando rapidamente, le scelte politiche vanno calibrate.
Come ben scriveva Francesco Bei su “Repubblica”, “è quello che in Forza Italia i fedelissimi della famiglia chiamano il ‘modulo tedesco’, prefigurando la possibilità di una coalizione europeista nella prossima legislatura, come quella che sorregge il governo del cancelliere Friedrich Merz, con dentro i socialdemocratici. […]
Questa pista tedesca naturalmente si intreccia con l’interesse dei Berlusconi e delle loro aziende, che sarebbero meglio tutelate nel caso di una futura maggioranza con dentro Forza Italia”, continua Bei, che conclude: “È la stessa logica che ha portat
qualche settimana fa Pier Silvio Berlusconi a volare a Berlino per un faccia a faccia con il ministro della cultura Wolfram Weimar, dal quale ha ricevuto il benestare per il controllo totalitario di ProSiebenSat.
Per una famiglia che aspira alla creazione di un grande polo europeo dei media, la situazione migliore è non schiacciarsi sui sovranisti, soprattutto in un momento in cui il pendolo della politica potrebbe oscillare dalla parte opposta”.
Insomma, il ragionamento dei Berlusconi brothers è questo: abbiamo ballato un giro con Giorgia Meloni, che spesso è andata in una direzione lontana da ciò che noi consideriamo importante (valori liberali, diritti civili, anti-trumpismo ed europeismo), fatta questa esperienza, ora che babbo Silvio non c’è più, è ora di svecchiare il partito, metterci al tavolo e discutere.
La vera discriminante, per una futura alleanza di Forza Italia con il centrodestra, sarà quindi il programma: Marina e Pier Silvio chiederanno, prima del voto nel 2027, un impegno chiaro in senso liberale, un posizionamento più lontano dal trumpismo di Meloni e dal putinismo di Salvini.
A chi le potrebbe rimprovera che Papi Sivlio era un grande amico di Putin, Marina avrebbe gioco facile a rispondere che il Cav ha speso la sua vita politica a tentare di avvicinare la Russia all’Occidente, non l’Occidente alla Russia (do you remember Pratica di Mare?). Ora che Mosca ha preso un’altra direzione, non si può più tentennare e mantenere il piede in due scarpe.
La prospettiva di riequilibrare Forza Italia verso il centro, da qui al 2027, è chiara. Come farlo, è ancora materia da aruspici.
Da mesi si invocano “facce nuove”, salvo poi rinculare (al Senato al posto dell’ubiquo Gasparri è stata nominata la 65enne Stefania Craxi, non proprio una nuova leva), e il partito ribolle: sarebbero stati almeno 40 (su 50) i deputati pronti a votare per Deborah Bergamini come nuova capogruppo.
Come ha ricostruito Giacomo Salvini sul “Fatto quotidiano”, Tajani, in caso di nomina di Bergamini o Mulè, Tajani è arrivato a ipotizzare le dimissioni: “Scenario che la famiglia Berlusconi non può accettare.
Sarebbe uno smacco troppo grande farsi imporre la sostituzione del consuocero per
mettere il leader della minoranza interna nonché possibile candidato alla segreteria dopo le performance referendarie, è la tesi di Tajani”. §
Così si è arrivati alla scelta di Enrico Costa, come nome di un compromesso. Tajani non ha accettato la Bergamini, braccio politico di Marina B., perché l’avrebbe percepita come un commissariamento. E con il poro Barelli, che ci facciamo?
Il presidente della Federnuoto, che crede di essere una specie di “Roosevelt della pajata”, pretende nientemeno che un ruolo da viceministro.
Può farlo, perché in questi anni, in virtù del suo rapporto con Tajani, ha acquisito molto potere (c’era anche lui a trattare sul dossier delle nomine, tanto che ci sarebbe la sua manina dietro la scelta di Stefano Cuzzilla come presidente di Terna).
La soluzione, come scrive Tommaso Ciriaco su “Repubblica”, è stata presto trovata: “L’opzione più probabile resta dunque quella di diventare viceministro del Made in Italy e imprese, al posto dell’azzurro Valentino Valentini, che traslocherebbe alla Cultura. Le dimissioni di Barelli da capogruppo sono attese a ore”.
E la Lega cosa ci guadagna? Semplice, come spiega ancora Ciriaco: il via libera alla nomina di Federico Freni alla Consob, bloccato da mesi per il veto di Forza Italia
Ps/1: Per quanto minoritaria, c’è una correntina che non ne può più del guinzaglio a distanza messo dai fratelli Berlusconi, e che spinge anche su Tajani per liberarsi di questo giogo. Peccato che ci siano 90 milioni di motivi per cui invece il “giogo” resti tale: sono le fideiussioni garantite da Arcore. Non solo: i figli del Cav sono proprietari del nome e del simbolo del partito…
Ps/2: C’è un’altra corrente parallela, quella dei melonian-trumpiani, che soffre molto la nuova direzione che Forza Italia potrebbe prendere, e coincide con lo zoccolo duro dei conduttori Mediaset. I vari Nicola Porro e Paolo Del Debbio, che ieri ha scritto una lettera al bromuro alla “Verità”, un j’accuse inedito alla famiglia che paga loro lo stipendio da anni…
(da Dagoreport)

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LA SCONFITTA DI ORBAN E’ L’EFFETTO TRUMP AL CONTRARIO

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

E’ IL PRIMO CASO CHE UN CANDIDATO VINCA CONTRO UN PREMIER USCENTE APPOGGIATO DA TRUMP, PUTIN E LEADER SOVRANISTI EUROPEI… POI CI SONO I PORTASFIGA

Da domenica notte Budapest è in festa. Le elezioni, che hanno registrato un’affluenza record dell’80% secondo i dati preliminari, hanno posto fine ai 16 anni di governo del primo ministro di destra Viktor Orbán. Per gli ungheresi che brindavano e sventolavano bandiere nella capitale, questo significava votare per l’orientamento europeo del paese. Il famoso Ponte delle Catene di Budapest è stato illuminato con i colori nazionali ungheresi. Lungo la riva del Danubio decine di migliaia di persone hanno festeggiato, sventolando la bandiera nazionale e quella dell’Unione Europea, e alcuni brindando con champagne in bicchieri di carta
La sconfitta di Orbán
Il traffico si è bloccato lungo alcuni dei principali viali, con folle davanti ai pub che si accalcavano e persone che sventolavano bandiere nazionali, fermando le auto. Centinaia di persone hanno passeggiato sui ponti che attraversano il Danubio ben oltre la mezzanotte.
La sconfitta del premier filorusso è un effetto Trump: da quando il presidente degli Stati Uniti è tornato alla Casa Bianca i leader che ha sponsorizzato hanno perso male le elezioni. E poi, spiega oggi Il Foglio, l’Ungheria è il laboratorio di molti esperimenti – dell’appartenenza all’Ue come bancomat; delle amicizie speciali con Mosca e Pechino; dell’atlantismo anti Nato. Negli ultimi tre anni il modello si è logorato, Orbán è invecchiato con il suo messaggio e le sue promesse e tutto quello che è accaduto in Ungheria ha preso la forma di una battaglia fra il vecchio e il nuovo. Che non coinvolge soltanto Budapest, ma tutta l’Europa.
…e quella del populismo
Marc Lazar, professore di Sciences Po a Parigi e della Luiss a Roma e grande esperto dei populismi europei, in un’intervista a Repubblica dice che si tratta dell’effetto Maga al contrario: «A gennaio la campagna di Orbán ha pubblicato un video con gli endorsement di Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Marine Le Pen, Santiago Abascal, Benjamin Netanyahu, Javier Milei e Alice Weidel. Oggi possiamo dire che questa è anche la loro sconfitta. Almeno Meloni, intelligentemente, ha poi taciuto, mentre Le Pen e Salvini sono andati persino a Budapest. Ma soprattutto è una sconfitta di JD Vance e Donald Trump. Nonché di Vladimir Putin, anche se l’Ungheria rimane dipendente dall’energia russa. Mi ha colpito che nei comizi di Péter Magyar gli elettori urlassero “Russi fuori!”, che nel 1988 era lo slogan del giovane Orbán e che porta alla memoria anche la rivoluzione del 1956. Nella Ue lo slovacco Robert Fico ora sarà isolato tra i filorussi. Per l’Europa è una bella notizia, vedremo cosa saprà farne».
Dio, patria e famiglia
Secondo Lazar a parte la retorica Dio, patria e famiglia «i sovranisti tra loro hanno forti divergenze: Le Pen più laica, Meloni più filoucraina. E quando vanno al potere spesso diventano più pragmatici, come ho mostrato in uno studio per l’Institut
Montaigne. Orbán ha invece potuto governare in modo più radicale, contro la magistratura e i media, perché la tradizione democratica ungherese è molto più debole».
Anche se il sovranismo non è ancora sconfitto: «Sono comunque piuttosto in forma e dimostrano di essere dei fenomeni profondi e radicati che non abbandonano facilmente la scena dopo una sconfitta, anche perché sono abili a occupare posti di potere strategici. Guardiamo alla Polonia, dove dopo la vittoria dell’europeista Donald Tusk alle legislative sono riusciti comunque a trionfare alle presidenziali. La dinamica è favorevole anche per gli spagnoli di Vox e favorevolissima in Francia per il Rassemblement National. Mentre in Italia Meloni è in difficolta per la dura sconfitta al referendum e il sostegno a Trump».
E Trump?
Per questo «in molti Paesi c’è stato un effetto Trump al contrario. Tutte le indagini che abbiamo dimostrano che gli europei lo rigettano, per i dazi, il caso Groenlandia e le guerre in Medio Oriente. Tra i suoi alleati Jordan Bardella e Meloni lo sostengono ora con discrezione. Orbán invece era totalmente allineato, la sua Ungheria è il laboratorio politico dei Maga e della Heritage Foundation, con l’unica differenza che Trump vuole distruggere la Ue mentre i sovranisti vogliono cambiarla dall’interno e un po’ ci stanno riuscendo, come sull’immigrazione e l’ecologia. Vance è andato a Budapest martedì, con Trump che si è collegato durante il comizio. In Ungheria abbiamo assistito dunque a un grande scontro interno all’Occidente, degno della grande battaglia di secoli fa tra cattolici e protestanti: da una parte la democrazia illiberale di Orbán e Trump, dall’altra quella liberale europea. E ha vinto quest’ultima».
(da agenzie)

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MELONI PATETICA SU TRUMP, ALLA FINE DOPO ORE DEVE CEDERE E CONDANNARE LE PAROLE CONTRO IL PONTEFICE

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

SUI SOCIAL DI FDI SI ERA SCATENATA LA RIVOLTA CONTRO LA LINEA SERVILE VERSO TRUMP

La nota di Palazzo Chigi arriva al termine di una giornata segnata da polemiche per il comunicato diffuso in mattinata dalla premier dopo il durissimo attacco del presidente statunitense contro il Pontefice
«Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse chiaro, ma lo ribadisco con maggiore chiarezza. Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa cattolica, ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra». La nota di Palazzo Chigi arriva al termine di una giornata segnata da polemiche per il comunicato diffuso in mattinata dalla premier Giorgia Meloni dopo il durissimo attacco del presidente statunitense contro Papa Leone, che secondo Trump sarebbe stato eletto proprio grazie a lui e giudicato «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera». Nel primo intervento, pubblicato intorno alle 9 e rilanciato anche sui social, la presidente del Consiglio aveva ringraziato il Pontefice per il suo impegno «a favore della pace», senza però citare direttamente Trump. Un’assenza che molti, tra opposizione e utenti sui social, hanno interpretato come una presa di distanza solo implicita dalle parole del leader Usa.§
La nota della premier sui social e la valanga di commenti negativi
«A nome mio personale e del governo italiano, desidero rivolgere a Papa Leone XIV il ringraziamento e l’augurio più sincero per il buon esito del viaggio apostolico che lo condurrà per la prima volta in Africa e che lo porterà a toccare quattro Nazioni: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale», aveva scritto la premier nella nota ufficiale. E poi ancora: «Possa il Ministero del Santo Padre favorire la composizione dei conflitti e il ritorno della pace, interna e tra le Nazioni, nel solco del percorso tracciato dai suoi Predecessori, e dare sostegno e conforto alle comunità cristiane che avrà modo di incontrare durante il viaggio». Proprio sotto quel post si è scatenata la reazione degli utenti, con numerosi commenti che chiedevano una condanna esplicita delle parole di Trump. «Pensavo avessi condannato le parole che ha usato Trump contro il papa», scrive un utente. «Mezza parola su quanto dichiarato da Trump? Una sorta di solidarietà? No?», si legge ancora. E c’è chi aggiunge: «Per un attimo avevo sperato in una presa di distanza dalle dichiarazioni del presidente Usa sul Papa… peccato».
La condanna delle opposizioni
Sulla stessa linea anche le opposizioni, che hanno criticato la mancata citazione diretta del presidente statunitense accusando la premier di ambiguità. «La premier Meloni, “madre, cristiana”, ancora non si è schierata. Forse anche qui “non condanna e non condivide”, come sugli attacchi in Iran che stanno provocando morte, distruzione e danni economici enormi per tutti noi?», ha commentato il leader del M5s Giuseppe Conte. Anche Angelo Bonelli (Avs) è intervenuto duramente: «Mentre augura buon viaggio a Papa Leone XIV, tace vergognosamente sull’attacco e sulla blasfemia di Donald Trump». Più cauta invece la posizione della segretaria del Pd Elly Schlein, che ha evitato un attacco diretto alla premier, limitandosi a ribadire la condanna alle parole di Trump. Il chiarimento serale di
Meloni arriva dunque come risposta alle polemiche, esplicitando una posizione che, secondo la presidente del Consiglio, era già contenuta nel messaggio del mattino ma che non era stata percepita come tale.
L’attacco di Trump a Papa Leone
Le polemiche nascono dalle dichiarazioni con cui Donald Trump ha duramente criticato Papa Leone XIV. In un lungo post, il presidente americano lo ha definito «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera», accusandolo di non riconoscere i risultati della sua amministrazione. Trump ha inoltre affermato di preferire «suo fratello Louis perché è totalmente Maga», sostenendo che il Pontefice avrebbe posizioni troppo critiche verso la politica estera statunitense. Nel messaggio, il tycoon ha rivendicato anche le proprie politiche su sicurezza, economia e immigrazione, accusando il Papa di non comprenderne la portata e difendendo le operazioni militari statunitensi.
(da agenzie)

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TRUMP COME GESU’ POI CI RIPENSA. L’IMMAGINE BLASFEMA CON L’AI SCANDALIZZA PURE L’IRAN E FA INCAZZARE I CATTOLICI USA

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

CHI HA CREATO LA FOTO E COSA E’ CAMBIATO PER ATTACCARE IL PAPA

Dal mondo cattolico erano arrivate reazioni durissime contro il presidente americanoper quell’immagine considerata “blasferma” anche dagli sciiti del regime iraniano. Ma sono stati i commenti dei suoi sostenitori Maga a travolgerlo sul suo social: cosa gli avevano scritto
Ha ceduto sotto la valanga di commenti critici dei suoi sostenitori Maga Donald Trump, che ha fatto sparire dal suo profilo Truth l’immagine pubblicata dopo gli attacchi durissimi contro papa Leone XIV. Si tratta di un’immagine generata con l’intelligenza artificiale in cui appare nei panni di una sorta di Gesù guaritore, con una mano sulla fronte di un uomo nell’atto di aiutarlo. Il post è comparso il 13 aprile, a pochi giorni dalle dichiarazioni durissime rivolte al pontefice, il primo papa statunitense della storia della Chiesa cattolica. La tensione era già alta dopo le§critiche di Leone XIV alle politiche migratorie dell’amministrazione e al conflitto contro l’Iran, con il papa che aveva parlato esplicitamente di «follia della guerra».
L’immagine di Trump nei panni di Gesù e l’attacco al Papa
Sullo sfondo del ritratto digitale campeggia una grande bandiera americana, l’aquila testabianca, alcuni soldati, i caccia militari, la Statua della Libertà e un edificio che richiama il Campidoglio. Accanto a Trump compaiono un’infermiera, un soldato, un uomo con cappellino e una donna in preghiera, tutti bianchi, tutti appartenenti alla base elettorale trumpiana, tradizionalmente molto religiosa. Nella mano sinistra del presidente risplende una luce intensa, a evocare una figura messianica. Il contesto in questo caso è quello di un attacco diretto al papa, al quale Trump domenica aveva detto: «Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa incredibile. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano». Aggiungendo che «Leone dovrebbe darsi una regolata come papa». Il pontefice ha risposto senza giri di parole: «No, non ho paura dell’amministrazione Trump».
La reazione dell’Iran: «Profanare Gesù non è accettabile»
L’immagine ha provocato reazioni anche fuori dagli Stati Uniti. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian è intervenuto su X condannando «l’insulto» rivolto a Leone XIV «a nome della grande nazione dell’Iran». «Dichiaro che la profanazione di Gesù, il profeta di pace e fratellanza, non è accettabile per nessuna persona libera. Vi auguro gloria da parte di Allah», ha scritto Pezeshkian, trasformando l’attacco di Trump in un terreno inatteso di solidarietà tra il regime teocratico di Teheran e il Vaticano§
Da dove arriva l’immagine originale
Il ritratto non è una creazione nuova. La versione originale, anch’essa prodotta con l’AI, era stata pubblicata il 6 febbraio scorso da Nick Adams, acceso sostenitore Maga, con figure angeliche alle spalle di Trump. Nella nuova versione rilanciata dall’account presidenziale, qualcuno nello staff ha pensato che fosse una buona idea modificare uno degli angeli trasformandolo in una figura più oscura, quasi demoniaca, forse per dare all’immagine un tono più minaccioso nei confronti di
Leone XIV. Alcuni utenti sui social hanno sostenuto che si trattasse della Statua della Libertà, ma il tentativo di reinterpretazione non sembra aver convinto nessuno.
La reazione durissima della base Maga
Il post non aveva convinto nemmeno una parte della base trumpiana. Su Truth i commenti critici si sono moltiplicati rapidamente, con diversi sostenitori del presidente che hanno preso le distanze. «Io sono al 100% per il presidente Trump, ma questa mi dà fastidio», ha scritto un utente. Un altro ha chiesto esplicitamente la rimozione del contenuto: «Signor presidente, con tutto il rispetto, lei non è Gesù. Di certo non fa una bella figura». C’è chi ha parlato di blasfemia e chi ha letto nell’immagine un «segnale» inquietante, arrivando a evocare la figura dell’anticristo. Una reazione che sembra allargare una crepa già esistente nel movimento Maga, già diviso sulla guerra in Iran.
(da agenzie)

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SONO CAZZI PER PUTIN: HA PERSO IL SUO CAVALLO DI TROIA IN EUROPA . IL PRIMO EFFETTO DELLA SCONFITTA ELETTORALE DI ORBAN SARÀ IL VIA LIBERA DELL’UE AI 90 MILIARDI DI EURO DI PRESTITI PROMESSI ALL’UCRAINA E BLOCCATI PER MESI DALL’ORMAI EX PREMIER UNGHERESE

Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile

LA PROFEZIA DI SVENTURA DI KIRILL DMITRIEV, INVIATO DI PUTIN A WASHINGTON: “QUESTO NON FARÀ ALTRO CHE ACCELERARE IL COLLASSO DELL’UE, VERIFICATE SE HO RAGIONE TRA QUATTRO MESI. L’EUROPA DOVRÀ TROVARE 90 MILIARDI DI EURO PER KIEV, SOLDI CHE NON CI SONO NÉ A BRUXELLES NÉ NELLE CAPITALI EUROPEE”

È un risveglio doloroso quello di questo lunedì per Vladimir Putin. Domenica il Cremlino ha perso di fatto il suo alleato-chiave in Europa, Viktor Orbàn, cacciato dalla guida dell’Ungheria a furor di popolo.
Il neo-eletto premier Péter Magyar (entrerà in carica in realtà non prima di un mese) ha già tracciato nel discorso della vittoria i riferimenti della sua politica estera: ha detto che riporterà l’Ungheria al cuore dell’Europa e della Nato, e che i suoi primi viaggi lo porteranno nell’ordine a Varsavia, Vienna e Bruxelles
Gli altri governi Ue contano che la sua prima mossa concreta sarà quella di sbloccare i 90 miliardi di euro di prestiti promessi dall’Ue all’Ucraina e bloccati per tutto l’inverno dal veto di Orbàn. Magyar non ha ancora sciolto la riserva sul tema, ma ieri sera ha detto che intende «riportare a casa i fondi Ue» congelati all’Ungheria ed è probabile che le due partite saranno collegate.
Tra i primi a congratularsi col leader di Tisza è stato Volodymyr Zelensky, che si è
detto pronto a incontrare il nuovo leader di Budapest e a «per il bene di entrambi i Paesi, della pace, della sicurezza e della stabilità d’Europa».
Putin per ora tace, ma dai primi commenti che emergono dai suoi uomini emerge tutta la rabbia e l’amarezza per il risultato del voto a Budapest. «Questo non farà altro che accelerare il collasso dell’Ue, verificate se ho ragione tra 4 mesi», vaticina Kirill Dmitriev, l’Ad del Fondo russo per gli investimenti diretti e inviato di Putin a Washington, rispondendo su X alla notizia della vittoria di Magyar postata dall’attivista di estrema destra britannico Tommy Robinson.
Tesi che sviluppa in modo più elaborato un altro dirigente di Mosca, il vicecapo del Consiglio della Federazione Konstantin Kosachev. Quella che sta per abbattersi sull’Ue dopo la vittoria di Magyar secondo Kosachev è una «tempesta perfetta», come riporta con grande risalto la Tass.
«Primo, dovrà trovare 90 miliardi di euro per l’Ucraina, soldi che non ci sono né a Bruxelles né tanto meno nelle capitali europee» (il meccanismo prevede la raccolta dei fondi sul mercato tramite la garanzia del bilancio Ue, ndr). «Secondo, i prezzi ai distributori di benzina e il costo delle bollette non faranno che aumentare a causa di quello che sta accadendo in Medio Oriente».
Senza contare, prosegue Kosachev, che a causa delle «politiche anti-russe» l’Europa sarà costretta ad aumentare le spese militari e finirà per dover tornare col cappello in mano da Trump. Insomma, è la tesi di Mosca, «Orbàn lascia ma i problemi per l’Ue rimarranno, anzi diventeranno una valanga».
(da Open)

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SIGILLI AL PADIGLIONE RUSSO ALLA BIENNALE? IL PATTO TAJANI-GIULI PER EVITARE L’ARRIVO DEGLI ARTISTI PUTINIANI ALLA ESPOSIZIONE GUIDATA DA BUTTAFUOCO

Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile

SI RAGIONA SULLA “COMPATIBILITÀ” TRA LA PRESENZA DEI RUSSI A VENEZIA E IL REGIME SANZIONATORIO IN VIGORE CONTRO MOSCA. SE CI FOSSERO IRREGOLARITA’ POTREBBE ATTIVARSI LA PROCURA DI VENEZIA PER INDAGARE SU EVENTUALI RILIEVI PENALI …SE L’ESECUTIVO FORZASSE LA MANO, BUTTAFUOCO SI DIMETTEREBBE?

Giovedì scorso il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiamato il titolare della Cultura Alessandro Giuli. La riapertura del padiglione russo alla prossima Biennale – con le sue ricadute politiche e geopolitiche – è diventata a tutti gli effetti un problema di entrambi i dicasteri. E pure di difficile soluzione.
I prossimi passi, si sono detti, andranno inevitabilmente coordinati. Come anticipato da Repubblica, la Commissione europea, il 26 marzo, ha chiesto al rappresentante italiano a Bruxelles Vincenzo Celeste che le autorità italiane si
esprimessero, entro una settimana, sulla «compatibilità» tra la presenza dei russi a Venezia e il regime sanzionatorio in vigore contro Mosca.
Sono trascorsi diciassette giorni ma la Farnesina non ha ancora fornito una risposta. Poi venerdì scorso, il 10 aprile, l’esecutivo Ue ha alzato la posta in gioco, annunciando alla Biennale la sospensione o la cancellazione dei fondi comunitari con l’accusa di aver violato le sanzioni (a meno che l’istituzione lagunare non si “discolpi” o faccia retromarcia entro l’11 maggio).
La conversazione tra Giuli e Tajani, non a caso, risale al giorno precedente alla lettera di ultimatum dell’Ue alla fondazione guidata da Pietrangelo Buttafuoco. Questa settimana il ministero della Cultura invierà alla Farnesina tutti i documenti ricevuti dalla Biennale circa un mese fa. A quel punto, la partita verrà giocata contemporaneamente su due tavoli.
Gli Esteri, con in mano tutti gli elementi, lavoreranno a fornire il proprio parere alla Commissione Ue.
Il ministero della Cultura, intanto, continuerà il vaglio sulle carte della fondazione, sempre mirato a individuare ipotetiche violazioni.
Se ci fossero, ragiona chi lavora al dossier, potrebbe attivarsi la procura di Venezia per indagare su eventuali rilievi penali. Un’altra ipotesi è che, in quel caso, la prefettura possa intervenire per mettere i sigilli al padiglione
Che rischierebbe così di rimanere chiuso, quale che sia l’esito dell’inchiesta, almeno all’inizio della rassegna che verrà inaugurata il 9 maggio. E tuttavia, trascorso un mese, il Collegio romano non ha ancora reso pubblica nessuna irregolarità. Tanto che all’opposizione, maliziosamente, c’è chi comincia a sospettare che il governo «si sia incartato e non sappia come uscirne».
Ogni passo porta con sé il rischio di mettere un piede su una mina. Se davvero l’esecutivo – tramite il Mic – forzasse la mano per impedire la presenza dei russi, il presidente Buttafuoco rimarrebbe al suo posto? È la preoccupazione che circola in ambienti di FdI, dove in tanti conoscono il carattere fiero del giornalista. Ed è tra le ragioni per cui Palazzo Chigi – pur monitorando la situazione in tempo reale – per ora ha evitato interventi espliciti. Ora però il tempo scorre: mancano ventisei giorni all’inaugurazione della mostra.
(da agenzie)

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GIORGIA MESSA ALLO STRETTO. LA MELONI DEVE DECIDERE SE CEDERE AL PRESSING DI TRUMP E INVIARE LE NAVI DRAGAMINE ITALIANE NELLO STRETTO DI HORMUZ

Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile

ROMA, REGNO UNITO, GERMANIA E OLANDA SONO GLI UNICI A DISPORRE DEI MEZZI ADEGUATI PER LA MISSIONE… LA PREMIER AVEVA ASSICURATO LA PRESENZA DI NAVI ITALIANE SOLO CON UNA TREGUA, MA ORA GLI USA LE PRETENDONO ANCHE DURANTE IL BLOCCO NAVALE DELLO STRETTO, CON IL RISCHIO CHE I MILITARI ITALIANI VENGANO COLPITI DAI MISSILI IRANIANI – LA “TRUMPETTA” RISCHIA GROSSO: GLI ITALIANI DETESTANO TRUMP E L’81,7% DEI CITTADINI È PREOCCUPATO PER LA GUERRA DEL TYCOON IN IRAN…

Il bivio è delicato. Per certi versi, drammatico. Nei prossimi giorni, Giorgia Meloni dovrà decidere se cedere al pesante pressing americano per ottenere un impegno italiano nello sminamento dello Stretto di Hormuz. Nelle ultime ore, infatti, l’amministrazione di Donald Trump ha intensificato l’azione diplomatica sugli alleati per ottenere al più presto le imbarcazioni necessarie a bonificare quelle acque.
L’appello è sostanzialmente rivolto a quattro paesi europei, gli unici a disporre dei mezzi adeguati: Regno Unito, Italia, Germania e Olanda (il paese del segretario generale Nato Mark Rutte). Il tycoon pretende che queste capitali continentali garantiscano i cacciamine, anche se il contesto in cui andrebbero ad agire è improvvisamente mutato: non più la tregua e la trattativa di pace in Pakistan, ma l’opzione di un blocco navale americano e di una contestuale – e rischiosissima – opera di sminamento portata avanti dai partner in un’area sottoposta alla potenziale minaccia iraniana. Di fatto, uno scenario da incubo, perché l’eventuale navigazione sarebbe comunque sottoposta a possibili attacchi del regime di Teheran.
È il dilemma di Palazzo Chigi, uno dei nodi diplomatici e militari da gestire nell’immediato futuro. Negli scorsi giorni, come detto, Meloni – ma anche il ministero della Difesa – avevano offerto agli Usa la disponibilità a partecipare alla missione attraverso imbarcazioni della Marina, all’avanguardia per materiali e capacità.
L’ipotesi minima era quella di garantire due cacciamine, una fregata e una nave logistica. Quella più impegnativa, quattro cacciamine, una portaelicotteri e una fregata. L’unico paletto posto da Roma, e condiviso con gli altri possibili alleati Ue, era stato quello di operare in un contesto almeno formalmente pacifico: al cessare delle ostilità, l’Italia avrebbe dunque aderito all’operazione.
Il primo round di trattative in Pakistan prometteva questo scenario. Nelle ultime ore, però, la storia sembra aver preso un altro corso, aumentando le probabilità che
l’operazione alleata diventi ad alto rischio: il blocco navale americano minacciato da Trump per fermare tutte le imbarcazioni in transito, sfidando la marina iraniana, renderebbe lo sminamento assai più delicato.
E Roma? Fonti non ufficiali riferiscono di nuovi e recentissimi contatti tra l’esecutivo e la Casa Bianca, ipotizzando addirittura una comunicazione diretta tra Meloni e Trump. Di certo c’è comunque l’enorme pressione di Washington.
Obbligata, perché gli Stati Uniti non hanno più a disposizione cacciamine da schierare nello Stretto: hanno progressivamente rottamato quelli in vetroresina italiani (e gli ultimi in loro possesso, soltanto cinque, si trovano in Corea del Sud). Ciononostante, la linea della presidente del Consiglio resta quella di attestarsi su una vigile cautela: si muoverà come gli altri partner, cercando di capirne nelle prossime l’orientamento.
È chiaro che l’emergenza energetica spingerebbe la premier a restare nella partita, se possibile, perché dagli Usa dipende anche l’eventuale approvvigionamento alternativo alle risorse estratte o che transitano dal Golfo. È però altrettanto evidente che Palazzo Chigi farà di tutto per allontanare lo spettro di incidenti sul terreno, soprattutto perché la missione è figlia di una richiesta del tycoon: il punto critico, ormai, della politica estera di Meloni. Il buco nero nel consenso della destra italiana.
(da agenzie)

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PNRR, I NUMERI DI UN FLOP ANNUNCIATO. IL PROSSIMO 31 AGOSTO SI METTERÀ LA PAROLA FINE AL RECOVERY MA, STANDO AI DATI DI FINE FEBBRAIO, A FRONTE DI 191 MILIARDI DI EURO STANZIATI, SONO STATI ATTIVATI PROGETTI SOLO PER 167,5 MILIARDI. E LA SPESA EFFETTUATA È DI 93 MILIARDI, APPENA IL 55,6% DEL TOTALE. E A 180 GIORNI DAL TERMINE IL 4,5% DEI PROGETTI NON È MAI PARTITO

Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile

TRA CANCELLAZIONI, RIFINANZIAMENTI E NUOVI INVESTIMENTI, LE ULTIME MODIFICHE AL PIANO APPROVATE A NOVEMBRE DA BRUXELLES HANNO RIGUARDATO OLTRE UN QUARTO DELL’AMMONTARE COMPLESSIVO DEL PNRR – I MINISTERI CHE HANNO ACCUMULATO I RITARDI PIU’ PESANTI

Sul sito Italia Domani è stato pubblicato a fine marzo il database Regis sullo stato di avanzamento del Pnrr al 26 febbraio 2026. Come noto, gli stanziamenti concessi all’Italia per il Piano ammontano a 194,4 miliardi (71,8 di sussidi e 122,6 di prestiti) e i lavori dovranno essere conclusi entro il 31 agosto 2026, in modo da poter effettuare tutte le verifiche entro la fine del 2026.
Tra cancellazioni, definanziamenti, rifinanziamenti e nuovi investimenti, le ultime modifiche nell’allocazione delle risorse, richieste alla Commissione europea e approvate a novembre 2025, hanno riguardato più di un quarto dell’ammontare complessivo del Pnrr.
Sono stati introdotti anche strumenti finanziari che consentiranno di prorogare la realizzazione di alcuni interventi dopo il 2026, per non perdere i fondi.
I vari aggiustamenti al piano originario, resisi necessari dalla constatazione che non era possibile rispettare le scadenze e dalla irrealizzabilità di alcune misure, denotano una scarsa capacità di visione e di progettazione della governance italiana. Come si vede dal “prospetto riassuntivo” in pagina, a fronte di 191 miliardi di interventi (di cui 174 impegnati) i progetti attivi ammontano a 167,5 miliardi.
La spesa effettuata a fine febbraio è di 93 miliardi, il 55,6% del totale. Il ritmo di pagamento negli ultimi mesi ha raggiunto i 3,5 miliardi mensili. Pur essendo fortemente cresciuto negli ultimi due anni, non appare sufficiente per completare i pagamenti nei prossimi sei mesi.
L’ammontare complessivo dei progetti avviati e in corso di realizzazione è di 167,5 miliardi, quasi 30 in meno della dotazione finanziaria complessiva. Tra le misure ancora al palo o in ritardo la misura rafforzata 4.0 vale 4,7 miliardi di euro; alla competitività e resilienza delle catene di approvvigionamento strategiche mancano 3,2 miliardi di progetti; nello sviluppo del bio-metano secondo criteri per la promozione dell’economia circolare il vuoto da colmare è di 2,2 miliardi; il Fondo Rotativo Contratti di Filiera (Fcf) per il sostegno nei settori agroalimentare e affini attende 1,7 miliardi; lo strumento finanziario per l’efficientamento energetico
dell’edilizia residenziale pubblica (Erp) 1,4 miliardi; lo sviluppo dell’agrivoltaico 1,1 miliardi; 1,1 miliardi il credito d’imposta di Transizione 5.0; il rafforzamento dell’efficienza dell’infrastruttura ferroviaria in Italia oltre un miliardo; il regime di sovvenzioni per gli investimenti in infrastrutture idriche (Fnissi) 1 miliardo.
Tra le 7 missioni in cui si articola il Pnrr, quella con il maggior stanziamento è “M2 – Rivoluzione verde e transizione ecologica” con 56,8 miliardi, di cui 11 non si traducono ancora in progetti. Anche “M1 – Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura”, con 43,3 miliardi stanziati e 35,7 attivati, presenta un deficit di progetti per quasi 8 miliardi, ma è l’unica con oltre il 70% di pagamenti effettuati.
Tra i soggetti titolari il ministero delle Infrastrutture e Trasporti ha una maggiore dotazioni di fondi su progetti attivati (38,2 miliardi), di cui la metà pagati. Va meglio al ministero dell’Ambiente e Sicurezza energetica con due terzi dei 25,5 miliardi progetti in essere e al ministero delle Imprese e del Made in Italy dove è già stato pagato l’80% dei 20,8 miliardi complessivi.
Il 4,5% dei progetti (7,5 miliardi di euro) è ancora in una fase preliminare che precede l’esecuzione, il 32,3% è stato completato (54 miliardi), il 56,4% è in corso di esecuzione (94 miliardi), mentre il 6,9% (11,5 miliardi) doveva già essere terminato ma è in ritardo
Le missioni con i maggiori ritardi nel completamento dell’esecuzione sono “M5 – Inclusione e coesione” (16,8%); “M6 – Salute” (16%); “M3 – Infrastrutture per una mobilità sostenibile” (8,5%) e “M4 – Istruzione e Ricerca” (6,7%).
Tra le misure, ritardi nel completamento dell’esecuzione si riscontrano nel “Potenziamento dei nodi ferroviari metropolitani e delle linee ferroviarie interregionali e regionali” (1,9 miliardi di euro su 6,5 totali); la “Casa come primo luogo di cura” (1,4 miliardi su 2,8); le politiche attive sul lavoro e formazione professionale (1,4 miliardi su 3,6); il “Piano asili nido e scuole dell’infanzia e servizi di educazione e cura per la prima infanzia” (809 milioni su 4,4 miliardi); il “Piano di messa in sicurezza e riqualificazione dell’edilizia scolastica” (809 milioni su 5 miliardi);la digitalizzazione degli ospedali (356 milioni su 2,8 miliardi) e molti altri. Il ministero delle Infrastrutture e Trasporti è il soggetto titolare che registrerebbe in assoluto il maggior ritardo nella fase di esecuzione con 2,7 miliardi di euro su 38,2 complessivi e, a seguire, il ministero della Salute (2,4 miliardi su quasi 15) e quello dell’Istruzione e del merito (2 miliardi su 17,4).
Tra i soggetti attuatori Rete ferroviaria italiana (Rfi) ha accumulato ritardi per quasi 2 miliardi di euro su 22 complessivi, mentre le Regioni – Lombardia e Campania su tutte – sono in grave difficoltà nel completamento dei progetti relativi alla Sanità.
Osservando i progetti del Pnrr per ambito territoriale regionale, ritardi a doppia cifra si registrano in Trentino Alto Adige (15,7%), Lombardia (12,7%), Campania (12,1%), Abruzzo (11,6%) e Calabria (10,7%), a fronte di una media regionale del 8,9%, con il Nord in maggiore ritardo. Tra i Comuni, il territorio di Roma Capitale usufruisce dei maggiori finanziamenti (oltre 7 miliardi) con progetti in ritardo di esecuzione per 414 milioni.
Risulta collaudato il 25,6% dei progetti (era il 22,2% al 14 ottobre 2025) per quasi 43 miliardi di euro, mentre il 2,6% (4,3 miliardi) doveva già essere terminato ma è in ritardo.
Se si considera il sottoinsieme di progetti la cui esecuzione è conclusa (54 miliardi), per il 10% di essi il collaudo deve ancora iniziare, per il 79% è terminato, per il 10% è in corso di effettuazione e nel restante 1,4% è in ritardo.
L’ammontare dei pagamenti risente dello stato di esecuzione e completamento dei progetti. Come detto la percentuale dei pagamenti al 26 febbraio 2026 ha raggiunto il 56% dell’ammontare dei progetti avviati, ma sfiora il 90% quando il collaudo è completato, mentre è solo il 37% se ancora deve iniziare.
(da Il Fatto Quotidiano)

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