Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA STRATEGIA FUNZIONA SOLO FINCHE’ LA POLITICA RESTA NELLA ZONA GRIGIA DELLE PAROLE, DOPO E’ COMPLICITA’
Non è stato per niente facile, per Giorgia Meloni, interpretare il ruolo di Grande Mediatrice tra l’Unione europea e l’America di Donald Trump, incassando puntualmente gli sperticati elogi del presidente americano e gli amichevoli sorrisi di Ursula von der Leyen. Non è stato per niente facile, ma lei c’è riuscita, almeno per un tratto di strada, costruendo l’immagine di una leader capace di parlare con tutti, di stare dentro le contraddizioni del tempo, di trasformare l’ambiguità in una risorsa politica. Il metodo è stato semplice e insieme raffinato: fare uso, con sapiente astuzia, di un celebre consiglio del cardinal Mazzarino al Re Sole: «È spesso più utile far finta di non intendere che rispondere apertamente». Una tecnica antica, che consiste nel sospendere il giudizio, rinviare il conflitto, lasciare che le parole più dure cadano nel vuoto, come se il silenzio potesse scioglierle.
Così, quando il suo amico Donald disse che «l’Unione europea è nata per fregare gli Stati Uniti», lei finse di non capire che quelle parole segnavano una rottura epocale e non disse neanche una parola. Non una replica, non una presa di distanza, non una difesa dell’Europa di cui l’Italia è parte costitutiva. Quando il presidente americano impose dazi a tutti i Paesi del Vecchio Continente – Italia compresa – lei finse di non capire che era solo l’inizio di una guerra commerciale e si oppose a ogni contromisura dell’Ue, come se la prudenza potesse sostituire una strategia, come se l’attesa potesse fermare una dinamica di potenza. Quando lui firmò il rapporto della National security strategy in cui c’era scritto nero su bianco che «le attività dell’Unione europea minano le libertà politiche e la sovranità», lei finse di non capire e non fece alcun commento. In quel silenzio non c’era solo diplomazia: c’era una scelta politica, l’idea che il rapporto privilegiato con Washington valesse più della solidarietà europea. Anche adesso, quando Trump è venuto allo scoperto, annunciando una punizione a suon di dazi contro gli europei che osano opporsi alla sua conquista della Groenlandia e del suo ricco sottosuolo, lei ha finto di non capire, derubricando questo scontro frontale a una semplice «incomprensione» e riducendo lo schiaffo doganale dell’amico americano a un semplice «errore».
Per un anno, dunque, Giorgia Meloni ha fatto credere al mondo di essere il ponte tra l’America trumpiana e la scricchiolante Europa. Un ponte costruito sull’idea che le fratture della storia potessero essere neutralizzate con l’equilibrismo, che la radicalità della nuova destra americana potesse essere addomesticata con la familiarità personale, che il conflitto tra potenze potesse essere sospeso con il galateo istituzionale.
Ma ora che il nodo più grosso è arrivato al pettine, non può più far uso del consiglio del cardinale Mazzarino. Perché fingere di non capire è una strategia che funziona solo finché la politica resta nella zona grigia delle parole. Quando entra nel territorio delle decisioni, quando tocca i confini, i commerci, la sovranità, allora il silenzio smette di essere prudenza e diventa complicità. Il punto, ormai, non è più la mediazione. È la scelta. E in un mondo che si sta dividendo in blocchi, in cui l’America di Trump non nasconde più la sua volontà di potenza e l’Europa rischia di scoprire la propria irrilevanza, il vero problema per la presidente del Consiglio non è che cosa fingere di non capire. È che cosa, finalmente, è disposta a capire davvero
(da lespresso.it)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
“MERZ E MACRON SI SONO INCONTRATI, E NOI ECONOMISTI LI ABBIAMO AIUTATI A PREPARARE UNA ROAD MAP PER ATTUARE IL RAPPORTO DRAGHI. QUANTO A MELONI, TUTTI STANNO CERCANDO DI CAPIRE QUANTO A SUA VOLTA SIA AFFIDABILE: LA QUESTIONE È IL RAPPORTO CON L’AMERICA DI TRUMP. L’ITALIA STA CON NOI O CON GLI AMERICANI? IN QUESTO MOMENTO NON È POSSIBILE TENERE IL PIEDE IN DUE STAFFE”
«Abbiamo fantastici ricercatori in Europa, grandi matematici e ingegneri, siamo
all’avanguardia nelle ricerche sull’intelligenza artificiale. Noi europei siamo forti e possiamo, dobbiamo, tracciare linee rosse da non oltrepassare, quando trattiamo con le altre potenze». Di ritorno da Davos, Philippe Aghion è ottimista, ancora più del solito. Il premio Nobel per l’Economia vede segnali incoraggianti di quella «distruzione creatrice» che ha tanto studiato
Se dovesse riassumere la sua esperienza a Davos con una sola parola?
«Carney. Mark Carney, il premier canadese».
Perché?
«Perché ha pronunciato un bellissimo discorso incoraggiando noi europei ad andare avanti sulla stessa strada. Cioè, non dobbiamo avere paura di opporci a Trump, certi “no” vanno detti. E infatti sulla Groenlandia ha funzionato. E Carney ha anche parlato di nuove collaborazioni, basate sul rispetto delle regole e non sull’intimidazione».
Da sempre lei non partecipa al coro dell’autoflagellazione. Perché l’Europa può ancora farcela?
«Perché abbiamo democrazia e libertà, che altri hanno perso, guardate che cosa è successo a Minneapolis. Abbiamo un modello sociale migliore, e la nostra ricerca è di alto livello».
Però il cliché dice che gli Usa e la Cina innovano, l’Europa regolamenta. Che cosa bisogna fare per uscirne?
«In Europa l’ottima ricerca non si traduce in grande innovazione Ma esistono esempi positivi ai quali ispirarsi, la Svezia per esempio ha un ottimo ecosistema finanziario. Dovremmo dotarci dell’equivalente della Darpa americana, che è un modo per fare politica industriale a favore della competizione. Se vogliamo
incoraggiare l’innovazione di rottura, dobbiamo creare un sistema che consenta il fallimento e la gestione del rischio».
Ma la tradizione europea che lei vanta ha sempre puntato più sulla protezione sociale che sul rischio.
«È vero, ma anche qui ci sono già esempi ai quali ispirarci, come la flexicurity della Danimarca, che combina flessibilità e sicurezza, slancio verso il rischio e l’innovazione e rete di salvataggio. È un modo per introdurre distruzione creatrice proteggendo comunque gli individui, quando il progetto imprenditoriale va male. La Danimarca è il modello, e ce l’abbiamo in casa, noi europei, un altro vantaggio rispetto alla società americana».
Il prossimo 12 febbraio gli ex premier italiani Mario Draghi e Enrico Letta parteciperanno a un vertice europeo straordinario per rilanciare la competitività europea. È venuto finalmente il momento di applicare i loro rapporti?
«Credo che un nucleo forte di Paesi siano pronti per andare avanti sul mercato unico dei capitali. Una coalizione dei volenterosi aperta a chi ci sta: i grandi Paesi fondatori Francia, Italia, Germania, più il Regno Unito. Su questo e altri progetti, l’Europa e le altre democrazie sono pronte per collaborare».
Il Canada di Mark Carney che lei citava, per esempio?
«Certamente, credo che Carney voglia lavorare con noi e che dovrebbe essere incluso nelle nostre iniziative, nelle catene di valore. Il Canada è e rimarrà una democrazia, e la cosa interessante è che vuole fare affari con la Cina. Non ci vedo niente di male, finché la Cina gioca secondo le regole».
Intanto, però, all’interno dell’Unione europea gli equilibri stanno cambiando. ll motore franco-tedesco sembra fermo, e Berlino sembra avvicinarsi semmai a Roma. Che ruolo può avere la premier italiana Giorgia Meloni nei nuovi assetti?
«Nel settembre scorso il cancelliere Merz e il presidente Macron si sono incontrati, e noi economisti li abbiamo aiutati a preparare una road map per attuare il rapporto Draghi. Per la Germania il punto è capire quanto la Francia sia un partner affidabile, nel momento in cui il governo francese non riesce ad approvare il budget dello Stato.
Quanto a Meloni, l’Italia è un Paese fondamentale per l’Europa, e tutti stanno cercando di capire quanto a sua volta sia affidabile: qui la questione è il rapporto con l’America di Trump. L’Italia sta con noi o con gli americani? In questo momento non è possibile tenere il piede in due staffe».
Emmanuel Macron è a sua volta un grande sostenitore dell’Europa, ma arriva alla fine del secondo mandato in condizioni di debolezza. Lei è stato consigliere del presidente Macron, poi vi siete allontanati. Che cosa non ha funzionato?
«Macron è davvero in gamba. E certe volte, quando sei davvero o troppo in gamba, finisci per pensare di non avere bisogno di alcun consiglio. Non vuoi perdere tempo con i sindacalisti, non chiedi consiglio sulla politica estera o sociale, e magari pensi di indire elezioni anticipate all’improvviso convinto pure di vincerle. Macron è andato molto bene nel primo mandato, dal 2017 al 2022. Ha fallito il secondo per eccesso di fiducia in se stesso.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
ALTRO CHE ONORE, E’ UN DISONORE PER IL GOVERNO VISTO CHE IL RICERCATORE ITALIANO E’ STATO SEQUESTRATO, TORTURATO E UCCISO DA AGENTI DEI SERVIZI EGIZIANI CHE HANNO PROVATO A DEPISTARE E INSABBIARE LE INDAGINI – E IL GOVERNO DI AL SISI HA FATTO DI TUTTO PER NON COLLABORARE AL PROCESSO
Dieci anni fa, in una palazzina del ministero dell’Interno egiziano, Giulio Regeni veniva sequestrato, torturato e ucciso da agenti della National Security, il servizio segreto civile del Cairo. Questo, almeno, sostiene la procura di Roma, in un processo che si è riusciti a celebrare nonostante il governo di Al Sisi abbia fatto di tutto per non collaborare alle indagini.
Esattamente dieci anni dopo, nelle sale del Viminale, il ministro dell’Interno egiziano Mahmoud Tawfik è stato accolto con tutti gli onori da Matteo Piantedosi, che ha parlato di un «dialogo strategico tra i due Paesi in una visione condivisa di stabilità, sicurezza e responsabilità»
«Una vergogna», tuonano le opposizioni. «Mi vergogno per il ministro dell’Interno e per la sua immoralità», dice Gianni Cuperlo, parlamentare del Pd. «Domenica ho visto il docufilm su Giulio. La descrizione delle torture che ha subito. I depistaggi e le volgarità delle autorità egiziane, proseguite negli anni. E il ministro dell’Interno italiano parla di “collaborazione molto proficua”».
Angelo Bonelli di Avs annuncia un’interrogazione parlamentare. «Piantedosi oggi ha riempito di vergogna l’Italia e offeso la memoria di Giulio Regeni, che proprio dieci anni fa veniva rapito, torturato e poi assassinato negli uffici del ministro che oggi Piantedosi ha incontrato. Piantedosi ci deve dire se ha chiesto al suo omologo egiziano di consegnare alla giustizia gli assassini di Giulio. Vergogna».
Sono gli stessi poliziotti egiziani che, per depistare le indagini sull’omicidio Regeni e allontanare da sé i sospetti, uccisero cinque innocenti accusandoli di essere gli autori dell’assassinio, piazzando a casa di uno di loro il passaporto di Giulio. Una messinscena, come hanno accertato le indagini.
Sull’Egitto, appena tre giorni fa, in occasione delle commemorazioni per il decennale dell’assassinio del ricercatore italiano, era intervenuto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale e delle relazioni internazionali», aveva detto.
«La piena collaborazione delle autorità egiziane nel dare risposte adeguate alle richieste della magistratura italiana, per accertare i fatti e assicurare alla giustizia i responsabili, continua a rappresentare un banco di prova».
(da agenzie)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
“VANNACCI? DENTRO LA LEGA MUORE. SE RESTA DENTRO LA COALIZIONE, LA SPOSTEREBBE A DESTRA, FACENDO SCAPPARE L’ELETTORATO MODERATO; SE INVECE ESCE PER CORRERE DA SOLO, PUR CON IL 3%, FAREBBE PERDERE IL CENTRODESTRA. PER NOI È UNA SITUAZIONE WIN-WIN” … LE BORDATE ALLA DUCETTA “PAVIDA” CON TRUMP, LA PROFEZIA SUL CENTROSINISTRA (“VINCERA’ LE POLITICHE DI CORTO MUSO, ALLA ALLEGRI”)- E SU CALENDA: “NON VA A DESTRA, PERCHÉ NON LO SEGUONO NEMMENO IN FAMIGLIA. RISCHIA DI FARE LA FINE DEL PINGUINO ”
Il centrosinistra può farcela, a patto di parlare «ossessivamente di sicurezza e
stipendi per i prossimi 12 mesi». Alle prossime politiche «vincerà di corto muso, come dice Max Allegri».
Matteo Renzi non è tipo da pronostici, ma spesso vede prima degli altri quello che sta arrivando. È stato lui, mesi fa, a immaginare che a destra di Meloni sarebbe nato qualcosa, e oggi il movimento di Vannacci sembra dargli ragione.
Giorgia Meloni è andata di corsa a Niscemi promettendo un intervento di emergenza da cento milioni, nel frattempo il centrodestra siciliano vota per definanziare il ponte sullo Stretto. Che sta succedendo?
«Non governano, rincorrono gli eventi. E il problema è che la premier usa due pesi e due misure. Con l’Emilia-Romagna interrompe il G7, una cosa clamorosa, per attaccare Stefano Bonaccini e Elly Schlein sull’alluvione, e qui invece se ne frega per giorni della Sicilia: se non ci fossero state le proteste siciliane sui social, questa vicenda sarebbe passata in cavalleria perché si doveva parlare della Groenlandia, del Venezuela e del Minnesota. Di tutto purché non si parlasse di Niscemi».
Per una volta il centrosinistra si è mosso prima, con rapidità. Schlein è volata a Niscemi
«Elly è stata molto brava ad andare, tenendo un tono istituzionale. Noi invece abbiamo menato duro da subito. Il ministro Musumeci non vuole mandare avanti il
piano Italia Sicura, dopo averlo promesso e dopo che gliel’ha chiesto il Parlamento con un voto bipartisan del novembre 2022. Nello, inteso come ministro, ha fatto più danni di Henry inteso come ciclone: hanno sprecato i sei miliardi del Patto per la Sicilia che noi avevamo stanziato e non hanno riaperto Italia Sicura. E l’Assemblea regionale siciliana fischietta regalando mancette a fine anno».
Dopo la vicenda di Rogoredo, il sindaco Sala ha detto che serve maggiore “severità” contro chi spaccia. È la nuova linea sulla sicurezza?
«Beppe Sala ha fatto bene Siamo tutti giustamente indignati per le esecuzioni dell’Ice a Minneapolis, ma ci siamo già dimenticati che a Bologna è stato accoltellato un ferroviere di 34 anni o che a La Spezia un ragazzino che andava a scuola è stato pugnalato a morte? La destra ha fallito proprio sui suoi temi, l’opposizione deve andare all’attacco».
A destra scalda i motori l’ex generale Vannacci. Alla fine farà il suo partito?
«Lo dissi qualche mese fa proprio parlando con Repubblica e mi presero per matto. Ma la politica è semplice: la Meloni sta fallendo nel governare soprattutto su tasse e criminalità. Gli elettori di destra se ne stanno accorgendo e lo soffrono. Vannacci dentro la Lega muore». «Ora le cose sono due: se restasse dentro la coalizione, la sposterebbe troppo a destra, facendo scappare l’elettorato moderato; se invece uscisse per correre da solo, pur con il tre per cento, farebbe perdere il centrodestra. Per noi è una situazione win-win».
Intanto qualcosa si muove tra i moderati del centrodestra: Forza Italia sta provando ad attrarre Azione. Un giudizio su Calenda al Teatro Manzoni?
«Calenda non va a destra, perché non lo seguono nemmeno in famiglia. Persino Richetti ha minacciato di andarsene. Calenda aveva un gruppo di dieci al Senato, adesso è solo al misto. Per il momento sta in mezzo, ma arriverà l’ora in cui gli verrà detto: hic Rhodus, hic salta. O stai di qua o di là. Altrimenti fa la fine del pinguino che sbaglia strada e va verso la montagna andando incontro a una fine ingloriosa».
Meloni potrebbe però garantire ad Azione una legge elettorale con una soglia di sbarramento bassa per indurre Calenda a non allearsi con il centrosinistra. È così?
«Tutti quelli che cambiano la legge elettorale prima delle elezioni perdono. Meloni non riesce a convincere nemmeno “Noi Moderati”, figuriamoci se pensa a Calenda. E si ricordi che Vannacci manda all’aria tutti i loro piani. Possiamo vincere noi».
Sicuro? Eppure restate molto divisi…
«Sicuro. Noi vinceremo alla Max Allegri, di corto muso, stando avanti di poco, ma vinceremo.
Giorgia Meloni ha iniziato a criticare Trump, sta cambiando qualcosa?
«Le Pen e Bardella sono molto più credibili di Meloni che invece ha una paura matta che Trump si arrabbi con lei. Era coraggiosa sovranista in campagna elettorale e ora è pavida a palazzo Chigi. È stata l’ultima a criticare la Casa Bianca sull’Afghanistan: è arrivata dopo il sottoscritto, Parisi, Crosetto e La Russa, cioè tutti i ministri della difesa italiani del passato e del presente».
(da Repubblica)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
MENTRE IL MONDO DIVENTA SEMPRE PIÙ DIGITALE, TUTTI I GIORNI L’UOMO, ARRIVATO IN FRANCIA DAL PAKISTAN NEL 1972, PERCORRE LE STRADE DEL “QUARTIERE LATINO” DI PARIGI PER VENDERE LE COPIE DEI QUOTIDIANI … LA FELICITA’ DI ALI AKBAR: “ECCO, SONO CAVALIERE! CI SONO RIUSCITO!”
Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha decorato stasera con le insegne di cavaliere dell’Ordine nazionale del merito, Ali Akbar, ultimo venditore ambulante di giornali di Parigi, come “magnifico esempio” di integrazione “che rende il nostro paese più forte e più fiero”. “Emozionatissimo”, l’uomo di una settantina d’anni, che ha spiegato di aver già in testa una falsa prima pagina di giornale da “strillare” nei prossimi giorni, una sua “specialità”: “Ecco, sono Cavaliere! Ci sono riuscito!”.
“Lei – ha detto Macron consegnando il riconoscimento – ha l’accento del VI arrondissement di Parigi, la voce della stampa francese”. Ali Akbar è stato per lunghi anni la voce che ha fatto vibrare con i suoi titoli “strillati” la Parigi letteraria di Saint-Germain-des-Prés. Ali Akbar, dopo aver affrontato “la povertà, il lavoro imposto, le violenze”, nel suo paese d’origine, ha avuto “la speranza di una vita migliore” una volta arrivato in Francia.
“E’ un magnifico esempio – ha detto Macron – in un momento in cui sentiamo spesso venti contrari. Eppure storie come quelle di Ali esistono, donne e uomini che sono fuggiti dalla miseria per scegliere un paese di libertà dove si sono costruiti una vita che rende il nostro paese più forte e più fiero”.
(da agenzie)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRIMO ERA STATO CHIESTO DA SALVINI LUNEDÌ E IL VARO ERA PREVISTO NEL CDM DI OGGI: LE OPPOSIZIONI MARTELLANO CHIEDENDO DI STORNARE I MILIARDI PER L’OPERA DESTINANDOLI PER LA RICOSTRUZIONE, MELONI RIMANDA IL DECRETO E FA INCAZZARE SALVINI …L’ENNESIMA SPACCATURA A DESTRA A CUI SI AGGIUNGE UN TASSELLO: IL VOTO SEGRETO ALL’ARS, IL PARLAMENTO SICILIANO, IN CUI UN PEZZO DI FDI E DI FI HA VOTATO PER DEVIARE I FONDI DAL PONTE
Non è aria di decreto Ponte, fa capire Giorgia Meloni. E nemmeno di condoni.
Mentre è in viaggio verso la Sicilia funestata dal maltempo, a una settimana dai primi danni, la premier fa recapitare a governo e maggioranza, tramite staff, quella che assomiglia a una doppia retromarcia. Il primo tratto di penna riguarda il decreto per il Ponte sullo stretto. Chiesto da Salvini, che solo quattro giorni fa, era lunedì, ne aveva annunciato addirittura il varo nel Cdm di oggi. Invece niente: il provvedimento non figura nell’ordine del giorno spedito ai ministri in queste ore.
Non è una bocciatura, ma una frenata, quella di Palazzo Chigi, dettata anche dall’opportunità politica del momento. Meloni sa che, nella regione squassata dal ciclone Harry, il Ponte è un tasto dolente: non a caso l’opposizione, a cominciare da Elly Schlein, ha chiesto di recuperare i miliardi per la ricostruzione stornandoli dalla grande opera sognata dal capo leghista e cassata dalla Corte dei conti.
La Lega considera però irricevibile l’offerta: non si mischiano le mele con le pere, è il ragionamento che trapela dal Carroccio.
Come dire: un conto sono gli investimenti, altro è la spesa corrente, che può foraggiare l’emergenza. Certo, a destra sottotraccia il dibattito è aperto. Prova ne è il voto segreto all’Ars, il parlamento siciliano, in cui un pezzo di FdI e di FI ha votato per deviare i fondi dal collegamento sullo Stretto. Mossa su cui il governatore azzurro Renato Schifani, solitamente fumantino, non ha obiettato.
Si vedrà. Intanto da Palazzo Chigi arriva un altro input: riguarda i tre emendamenti al Milleproroghe presentati da FdI, Lega e FI per riaprire il condono edilizio. Dichiarati inammissibili nelle commissioni di Montecitorio, i tre partiti del centrodestra ieri mattina hanno provato a resuscitarli. Ma lo stop, gradito alla premier, è stato confermato nottetempo. Se ne discuterà più in là. Non è aria, non ora, è sempre il leitmotiv del quartier generale della premier.
La vicenda Harry, si sono convinti nell’entourage di Meloni, va maneggiata con cura. La stessa Meloni ha scelto di recarsi nell’isola solo martedì sera, dopo l’arrivo di Schlein e le critiche anche da ambienti nazional popolari, vedi Fiorello.
La Sicilia, come la Calabria, è un granaio di voti per il centrodestra.
Decisiva per le Politiche del ‘27. Per rispondere alle attese di sfollati e danneggiati dal maltempo, il governo sa che dovrà stanziare molto di più dei 100 milioni iniziali: almeno 1 miliardo. Si lavora a un nuovo decreto, da qui a due settimane.
(da Repubblica)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
DEI VENTI MILIONI STANZIATI IN QUESTI ANNI NE È STATO SPESO SOLO UNO PER LA MESSA IN SICUREZZA DI UNA PROVINCIALE E ORA LA PROCURA INDAGATA PER DISASTRO COLPOSO ED EVENTUALI INADEMPIENZE PUBBLICHE
In Sicilia i soldi contro il dissesto idrogeologico sono arrivati, ma non per Niscemi. Sono nero su bianco nei decreti e nelle tabelle del Pnrr: quasi cento milioni di euro per 46 interventi. Una parte consistente è già stata spesa. Ma non a Niscemi. Qui, dove la frana era prevista, studiata e annunciata da trent’anni, nessuno ha presentato un progetto per questa fetta di terra che continua a franare.
Né il Comune né la Regione hanno chiesto finanziamenti per il consolidamento del territorio. L’emergenza c’era, i dati pure. È mancata non solo la volontà amministrativa, ma anche quella progettuale e di prevenzione di una intera comunità che era e resta in pericolo
Dal 1997 il comune vive in una condizione di emergenza permanente. In trent’anni si sono succeduti governi, presidenti del Consiglio, giunte regionali. Tutti hanno firmato qualcosa. Nessuno ha risolto. La frana che in questi giorni ha costretto oltre millecinquecento persone a lasciare le proprie case non è un evento imprevedibile: è il risultato di una lunga catena di omissioni.
Il 12 ottobre 1997 una frana colpisce i quartieri Pirillo, Sante Croci e Canalicchio. Vengono sgomberate 111 famiglie, 392 fra bambini, donne e uomini restano senza casa, 48 abitazioni vengono demolite, insieme a una chiesa del Settecento. Il giorno dopo arriva in paese una sfilata di autorità: l’assessore regionale Giuseppe Galletti, il sottosegretario Franco Barberi, e una serie di ministri. Tutti promettono, tutti annunciano.
Il 14 ottobre 1997 il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza. Si nomina Galletti commissario delegato. Viene stanziato un primo fondo di 8,5 miliardi di lire, con promesse di risanamento e ricostruzione. Ai senzatetto vanno 600 mila lire al mese per un anno. Ma già pochi mesi dopo, nel gennaio del 1998, i cittadini scendono in strada con una fiaccolata silenziosa: «Non ci ascolta più nessuno».
L’emergenza viene prorogata per quasi dieci anni. Niscemi è classificata a rischio R4, il massimo. Ma i cantieri non partono. Nel 2001 settanta famiglie occupano l’aula consiliare: non sanno se le loro case saranno recuperate o abbattute. Arriva un nuovo commissario, il prefetto Giuliano Lalli, che si scontra con una macchina amministrativa bloccata. Nel 2004 il Comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose e così si sommano altri commissari, che però gestiscono l’ordinario.
Nel 2006, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi firma una nuova ordinanza: lo stato di emergenza viene prorogato. Vengono stanziati 1,2 milioni di euro per la messa in sicurezza del torrente Benefizio. Il nuovo commissario delegato è ancora una volta l’assessore alla presidenza della Regione Siciliana con delega alla Protezione civile.
Il nome non compare nei comunicati stampa di allora, ma all’epoca la delega era in capo a Francesco Cascio. I fondi ci sono, i progetti anche. Ma i cantieri non partono. E nel 2007, l’emergenza viene dichiarata conclusa. Un appalto da nove milioni assegnato nello stesso anno si arena per un contenzioso. Nel 2014 una nuova frana produce un altro piano da nove milioni: finanziamento revocato, zero euro spesi
L’unico intervento strutturale arriva nel 2019: 1,2 milioni per un tratto del versante ovest e per la strada provinciale 12. Un progetto da 8 milioni, pronto dal 2016, non viene mai finanziato né inserito nella piattaforma Rendis.
Tra il 2019 fino ad oggi nessuna richiesta viene inoltrata dal comune di Niscemi alla Struttura commissariale contro il dissesto, «nessun input da Niscemi negli ultimi otto anni», dice all’Ansa il soggetto attuatore della regione siciliana Sergio Tumminello. Dal 2014, dei circa venti milioni di euro programmati ne è stato speso appena 1,2: il resto è rimasto sulla carta.
(da Repubblica)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
“LA FRANA CI STA CIRCONDANDO. DOVEVANO PIANTARE MILLE ALBERI, LI HAI VISTI? È DAL 1997, QUANDO C’È STATA LA GRANDE FRANA, CHE DICONO E NON FANNO”
C’è chi piange, chi tace e chi prega la patrona Madonna Santissima del Bosco. Si
affidano al Cielo perché sulla terra oggi si può fare ben poco per salvare la collina di Niscemi.
«Basta dare un’occhiata al costone per capire che prima poi verranno giù molte case e la mia sarà la prima», sospira con gli occhi gonfi Roberto Disca, che sta scaricando da un camioncino tutto quello che è riuscito a salvare in fretta e furia. «Questo è quel che rimane delle nostre vite». Lui, la moglie e i loro tre figli. «Non è ancora caduta ma è lì sul burrone e sicuramente non potremmo più tornarci». Ci fa vedere la palazzina pericolante in una delle foto panoramiche che girano: «Questa è la nostra e quella bianca che sporge era quella della cugina di mia moglie: è venuta giù stanotte, siamo disperati».
Disca ha 44 anni, fa l’autista per un’impresa di movimento terra e su quella casa destinata a cadere ha investito molti dei suoi risparmi. «E ho ancora un bel mutuo». Porta tutto in una specie di magazzino che si trova al pian terreno della vecchia abitazione di famiglia, non distante dalla sua, e sempre in piena zona rossa, cioè quell’area entro i 150 metri dalla frana considerata off limits dalle autorità che hanno disposto l’evacuazione di circa 1600 persone.
«Ma la mia ormai è andata, questa ancora no». Disca dice di essere stato il primo ad avvisare il sindaco di Niscemi delle stranezze che stavano succedendo: «Dieci giorni fa avevo notato che il terreno si muoveva sotto i piedi e avevo sentito anche un boato. Per me i problemi nascono anche dalla diga laggiù che lasciano aperta e fa passare l’acqua». Scricchiolii, rumori sinistri, la terra che si muove. Un deja vu di altri disastri, primo fra tutti il Vajont.
Arriva sua madre, in lacrime. «Dovevano piantare mille alberi, li hai visti? – prosegue lui accarezzandola – È dal 1997, quando c’è stata la grande frana, che dicono e non fanno».
Siamo nel quartiere Sante Croci, un reticolo di stradine squadrate e vecchie palazzine dove tutto si è fermato di colpo domenica scorsa. Ora è un deserto. Si vedono solo vigili del fuoco, uomini della protezione civile e carabinieri che accompagnano qualche residente.
Da una porta spunta un signore anziano. «Sono qui con mia moglie, siamo tornati a dare da mangiare ai gatti perché mica potevamo portarli da chi ci ospita, siamo animalisti». Si chiama Fabrizio Cirrone. Gli è rimasta impressa la notte in cui è stato costretto ad andarsene: «Noi non volevamo, ce l’hanno imposto. Sono venuti all’una e mezza, “dovete abbandonare la casa subito”, hanno detto, e ce ne siamo andati, durissima».
Nicola Casagli, professore di Geologia applicata all’Università di Firenze. Esperto di frane, tecnico della Protezione civile, Casagli sta studiando quella di Niscemi. Arriva dalla riunione operativa dove era presente anche Giorgia Meloni.
Quando sente parlare di abusivismo invita alla prudenza: «Premesso che io non ho mai visto una frana così enorme, con questo fronte di 4 chilometri e 700 metri, e detto anche che è destinata ad avanzare un po’, ci aspettiamo una trentina di metri, bisogna riconoscere che il centro storico di Niscemi è stato costruito in una zona assolutamente sicura. L’espansione verso i margini è avvenuta nei secoli e non riguarda edificazioni recenti. Tranne poche costruzioni che erano in una zona instabile e sono state demolite dallo smottamento».
Rimarca l’eccezionaltà del fenomeno: «Lo metterei dopo il Vajont e al livello della frana di Ancona. È molto simile a quella che sconvolse l’isola di White, in Inghilterra». La gente lo ascolta. Arriva una famigliola piena di borse. «Speriamo davvero che sia sicuro il centro, abbiamo duecento metri di casa, vede, è quella
laggiù in fondo». Lui è Gianfranco Buscemi, professore del liceo. «Anche perché al momento mia moglie ed io siamo tornati alle origini, lei dai suoi, io dai miei».
Non ci sono solo le abitazioni. Vicino al ciglio esistono anche negozi e trattorie. Come quelli di Massimo Blanco e di suo figlio Giuseppe che hanno un ristorante e una salumeria. «Abbiamo tolto tutto, smontato banconi, cucine, frigo, abbattitore, forni. La frana ci sta circondando, ce l’abbiamo da quella parte e anche dall’altra, a 70 metri», dice Giuseppe con gli occhi di chi non dorme da giorni. Così, la zona rossa. Milleseicento persone che per massima parte si sono sistemate a casa di parenti e amici, in una straordinaria gara di solidarietà.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
AL PRESSING DI ZAIA PER L’ESPULSIONE SI AGGIUNGE QUELLO DI ATTILIO FONTANA: “VANNACCI È UN’ANOMALIA NEL NOSTRO MOVIMENTO” … INTANTO LUI IN SVIZZERA PARLA A UN EVENTO DEL PARTITO SOVRANISTA UNIONE DI CENTRO, VICINISSIMO, COME LUI, ALLA RUSSIA DI PUTIN
“Vannacci? Il mio primo pensiero è che è una anomalia. É un anomalo all’interno del nostro movimento”. Lo ha detto il governatore lombardo Attilio Fontana a margine della presentazione del Salone del mobile
“Nel senso che io sono dell’opinione che, come ha detto anche Durigon, all’interno di un partito se ci sono delle impostazioni diverse, possono essere motivo di arricchimento – ha aggiunto -. Ma creare circoli, fare le manifestazioni al di fuori del partito, presentare e depositare un nuovo logo, fare un nuovo sito è un’anomalia”.
“È una anomalia, poi queste sono valutazioni che farà il segretario”, ha concluso.
«Italia, stiamo arrivando. Futuro nazionale, con Vannacci segretario». Altro che ricucitura con la Lega e con Matteo Salvini. Il partito del generale Roberto Vannacci è già bello che pronto.
Dopo aver registrato il simbolo del nuovo partito di ultradestra, ieri quello che, teoricamente sarebbe uno dei vicesegretari del Carroccio, ha reso operativo anche il profilo social su Instagram della sua Afd in versione italiana.
Il recinto della Lega, con le regole di un partito da rispettare (e mai rispettate) gli stava troppo stretto. Il successo con centinaia di persone a ogni iniziativa in giro per l’Italia e all’estero, nel corso dei mesi ha galvanizzato sempre di più Vannacci.
E ora l’eurodeputato ipersovranista ha deciso di mettersi davvero in proprio.
Il suo orizzonte sono le elezioni politiche del prossimo anno, quando farà durissima concorrenza sia a Fratelli d’Italia, sia al suo ormai ex partito: la Lega, di cui aveva preso la tessera nell’aprile 2009 venendo contestualmente nominato vicesegretario sul palco da Salvini, davanti a centinaia di sostenitori al congresso di Firenze
Nel Carroccio, intanto, la tensione è alle stelle. «Ma il segretario come può permettere che uno dei suoi vice faccia una cosa del genere senza espellerlo?», è l’interrogativo che si pongono diversi parlamentari leghisti contattati dal Corriere .
Nessuno di questi accetta però di rilasciare dichiarazioni ufficiali. L’unico che si spinge a parlare in Rai della spinosa questione è il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo: «Una frattura con Vannacci? Il generale ha detto che non ha nessuna intenzione di fondare adesso un nuovo partito, poi ha presentato un simbolo che chiaramente può destare polemiche — afferma il capo dei leghisti a Palazzo Madama —. Dall’altra parte il nostro segretario Salvini ha dichiarato con molta chiarezza che interverrà per cercare assolutamente di parlare con Vannacci. Si spera appunto di chiarire una volta per tutte».
Chi, invece, dietro le quinte si muove forte del suo peso politico nel Nord-Est è l’ex governatore veneto Luca Zaia, che continua a rilanciare a Salvini la richiesta di espellere Vannacci dopo le ripetute violazioni dei regolamenti della Lega. Zaia, inoltre, nelle ultime settimane avrebbe riaffrontato la questione con Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga, rispettivamente presidenti di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, da tempo insofferenti rispetto alle esternazioni estremiste di Vannacci, così come Maurizio Fugatti, numero uno della Provincia autonoma di Trento
Il «quartetto» nordista, sostenitore di una Lega dei territori e non sovranista, aveva già fatto rete a fine 2025, durante un incontro a Mestre, suggellato con tanto di foto.
Sempre dal Veneto sono esplicite le parole di Roberto Marcato: «L’espulsione dalla Lega è una soluzione inevitabile e ovvia».Salvini, però, continua a prendere tempo, che però sembra essere ampiamente scaduto: improbabile che i due litiganti si vedano nel weekend come annunciato. «Non ci vogliono? che ci caccino», ribattono galvanizzati i fedelissimi di Vannacci.
(da agenzue)
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