Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
L’ANCHORMAN AGITATORE PUTINIANO TUCKER CARLSON NON SA PIÙ COME DOMARE IL MOSTRO CHE HA CREATO, CHE LO ACCUSA VELATAMENTE DI ESSERE “UN AGENTE DELLA CIA”
Cosa ci fanno nella stessa stanza un 26enne democratico pacifista candidato alla Camera a New York, un’attivista musulmana conservatrice, un candidato repubblicano per il governo dell’Ohio, un pastore evangelico nazionalista, un podcaster mascherato, un influencer pregiudicato e un gruppo di ventenni politicizzati e iperconnessi?
Semplice: mostrano le conseguenze visibili della frammentazione dell’universo Maga.
L’evento, tenuto sabato scorso nella periferia di Columbus, in Ohio, ha lanciato America First United, un periferico incubatore di attivisti e intellettuali traditi dalle guerre di Donald Trump – ordinate, a quanto dicono, da Israele – che vorrebbe restaurare le promesse nazionaliste e isolazioniste, e intende portare a bordo anche pezzi convergenti della sinistra pacifista.
L’iniziativa è stata organizzata da due giovani attivisti pressoché sconosciuti, Amy Dangerfield e il marito Daniel DeBrincat, e hanno partecipato una serie di personaggi fra cui il muscoloso influencer antisemita Dan Bilzerian (in collegamento) e l’attivista musulmana Sameerah Munshi.
Il denominatore comune fra queste figure è l’animosità verso Israele, le politiche del suo governo e l’influenza, vera o presunta, che ha sulle decisioni della Casa Bianca, persuasioni che non di rado debordano in manifestazioni antisemite.
America First United segnala qualcosa di importante sulla nuova fase di frammentazione della coalizione Maga in corso. E la figura che sta guadagnando più spazi e consensi in questa lotta che avviene tendenzialmente online era assente e ha formalmente preso le distanze dall’evento, pur essendone l’ovvio ispiratore: Nick Fuentes.
Nick Fuentes ha 27 anni ed è probabilmente la figura più influente della destra radicale americana di quella generazione. È lui il propulsore online del motto America First, che Trump ha lanciato e poi abbandonato, e dietro a quella bandiera mette parole d’ordine nazionaliste e pregiudizi antisemiti.
Figlio di un imprenditore di origini messicane e irlandesi e di madre di origini italiane, si è avvicinato alla politica durante la prima campagna di Trump nel 2016, quando aveva 17 anni. Ha abbandonato l’università dopo il primo anno per dedicarsi al suo show, America First, che era trasmesso quotidianamente su tutte le piattaforme, prima di essere bannato. Ora che il clima è cambiato è su canali alternativi per scelta.
Intorno a lui si è coagulato il movimento dei Groyper, una galassia informale di giovani attivisti che condividono le sue posizioni: nazionalismo bianco, isolazionismo totale, ostilità viscerale verso Israele, cattolicesimo tradizionalista e la critica radicale al conservatorismo mainstream, venduto agli interessi stranieri.
Il popolo di Fuentes non è un partito né un’organizzazione, ma un umore propagato da una rete capillare di account, canali, podcast e presenze fisiche. Fuentes ha avuto i suoi momenti di visibilità mainstream nel 2022, quando ha cenato con Trump a Mar-a-Lago insieme a Kanye West, nella sua fase più apertamente antisemita.
Trump ha dichiarato di non sapere chi fosse. La realtà è che Fuentes non aveva bisogno della sua legittimazione, che ha già attraverso l’attenzione di milioni di giovani americani.
Il rapporto fra Fuentes e Tucker Carlson, anchorman e agitatore della destra finito in rotta di collisione con Trump, è un aspetto rivelatore della crisi interna al mondo Maga. Per anni i due hanno occupato spazi adiacenti, Carlson come volto presentabile del nazionalismo americano, Fuentes come il suo equivalente non addomesticato.
Poi è arrivata la rottura. In una recente intervista al New York Times, Carlson è stato incalzato proprio su Fuentes, e ha preso le distanze con una chiarezza insolita, peraltro minimizzando l’influenza di un personaggio che tuttavia ha contribuito a far conoscere a un pubblico più vasto.
Fuentes ha risposto complottando e contrattaccando. Il giovane ha insinuato, con la sua tipica abilità nel dire cose gravi in forma di scherzo, che Carlson potrebbe essere un agente della Cia o di un altro governo straniero, qualcuno che risponde agli interessi nascosti di forze che sono altrove.
Non c’è accusa più grande nell’ecosistema della destra radicale.
In realtà, Carlson ha preso le distanze perché Fuentes è diventato un concorrente reale nella corsa per prendere i pezzi migliori della coalizione che Trump ha creato e che lui stesso sta mandando in frantumi.
Fuentes sta crescendo esattamente nel pubblico che Carlson considerava il suo e che oggi, invece, si rende conto che fatica a raggiungere, quello dei giovani maschi iperconnessi e delusi dal sistema. È normale di questi tempi vederlo battibeccare sui social con il fratello di Tucker, Buckley Carlson.
La fase attuale di Trump sta creando le condizioni migliori per l’ascesa di Fuentes. La coalizione Maga è sempre stata tenuta insieme dalla figura del presidente e da nemici comuni più che da una visione coerente del mondo.
Quando Trump ha cominciato a fare scelte che contraddicevano le promesse originarie, le fratture si sono allargate. La guerra in Iran, al fianco di Israele, è stata la causa dell’allontanamento definitivo di un mondo.
A questa si è aggiunta la percezione, amplificata da Fuentes, che le scelte di politica estera della Casa Bianca siano dettate esclusivamente dagli interessi degli israeliani (lui dice direttamente degli ebrei), una narrazione che trasforma il presidente che mette al primo posto la nazione nel burattino delle élite globali che diceva di combattere.
È in questo spazio aperto dal tradimento percepito che si muove Fuentes. Il suo messaggio è che Trump è caduto vittima dei poteri dell’establishment ebraico, è stato corrotto da forze oscure, e dunque l’ideologia originaria America First è di nuovo orfana di un leader che abbia il coraggio di portarla fino in fondo.
La frammentazione dell’universo Maga non produrrà necessariamente un successore, ma una galassia di movimenti che si contenderanno lo stesso elettorato. Non si tratta di conquistare la Casa Bianca nell’immediato futuro, ma di formare le opinioni di una generazione, costruendo le categorie attraverso cui i giovani americani leggono la politica.
In quella competizione Fuentes ha un vantaggio anagrafico strutturale che non può essere colmato da Carlson, uomo della generazione X
(da agenzie)
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
LO SCORSO 10 APRILE, DAGOSPIA SCRIVEVA: “TRA I CORRIDOI GOVERNATIVI È ALLARME ROSSO PER UN’ALTRA MINA VAGANTE IN GIRO. LA BOMBASTICA E PROSPEROSA ‘ESPERTA DI COMUNICAZIONE’ VIENE DEFINITA ‘BELLISSIMA E VISTOSISSIMA'”
Sono settimane che in tutta Roma non si parla d’altro che della prossima “bomba”, un
altro ministro, non Piantedosi (Sangiuliano è storia trapassata, gli scandali si consumano rapidi), un altro ancora, un’altra ragazza, eccetera. Mogli al corrente, naturalmente. Non è mai vero che non lo sanno, talvolta anzi facilitano.
Consigliatissimo in proposito il libro di Guia Soncini, “Qualunque cosa significhi amore” che, spacciato come romanzo, è un reportage giornalistico accuratissimo delle dinamiche di potere e di sesso fra Roma e Milano, fra giornali e tv, fra politica e soldi, miliardari e parvenu.
Concita De Gregorio
per “la Repubblica”
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL 12 APRILE IL COMANDANTE MINIMIZZAVA: “IL DOTTORE HA DETTO CHE NON È CONTAGIOSO” – LA CROCIERA È PRESEGUITA CON CENE GOURMET E FESTE, MENTRE IL CADAVERE ERA CONGELATO IN STIVA… LA SITUAZIONE È PRECIPITATA IL 24 APRILE, QUANDO A SANT’ELENA SBARCANO LA SALMA E LA VEDOVA DI SCHILPEROORD, DECEDUTA DUE GIORNI DOPO
A rivederla adesso, l’intera rotta della Hondius appare costellata di negligenze, ritardi e improvvide rassicurazioni. Non foss’altro perché dal 6 aprile, quando il 70enne olandese Leo Schilperoord manifesta sintomi significativi (febbre, diarrea, mal di testa: morirà cinque giorni dopo) al 27 aprile, quando vengono attivati a bordo i protocolli per contenere il contagio, passano tre settimane. Ventuno giorni.
Quando Schilperoord comincia a sentirsi male, tra il 4 e il 6 aprile, è insieme alla moglie 69enne Mirjam. Sono entrambi di Haulerwijk, nella Frisia. Condividono una delle 80 cabine del vascello di lusso, il primo al mondo ad essere registrato Polar Class 6. L’olandese viene visitato dal medico di bordo e dal suo assistente.
Quale sia questa prima diagnosi non è stato riferito dalla Oceanwide Expeditions, la compagnia di navigazione proprietaria dell’Hondius che organizza escursioni nell’Artico e nell’Antartico. Quel che è certo, perché documentato dal filmato del travel blogger turco Ruhi Çenet, è che il 12 aprile, la mattina dopo il decesso di Schilperoord, il comandante Jan Dobrogowski raduna i passeggeri e l’equipaggio nella sala briefing.
«Per quanto tragico possa essere, crediamo che la morte sia dovuta a cause naturali», afferma, mentre la nave sta puntando verso Tristan da Cunha, l’arcipelago più remoto del pianeta. «Qualunque sia il problema di salute di cui soffriva, il dottore mi ha detto che non è contagioso, quindi la nave è sicura. Faremo il possibile per continuare il viaggio in modo sicuro e dignitoso». Parole che, alla luce di ciò che succederà di lì a non molto, suonano infelici e aprono a un primo interrogativo.
Perché il dottore, che sulla Hondius può usufruire di una piccola struttura-ospedale, esclude fin da subito la malattia infettiva? Quali analisi ha potuto fare? Oltretutto sono salpati dalla Patagonia, dove tra il 2018 e 2019 si era sviluppato un focolaio da hantavirus che fece una decina di morti.
La crociera va avanti. Il 13 aprile la nave attracca a Tristan da Cunha: per due giorni i passeggeri sono liberi di scorrazzare sull’isola, tra i suoi 250 abitanti, e seguono una conferenza nella scuola locale. Nessuno sospetta niente. A bordo, la convivenza prosegue senza alcuna precauzione. Lo chef prepara una cena speciale per chi si siede al suo tavolo: zuppa di zucca e zenzero, aragosta o filetto di manzo, panna cotta di carote. Il cadavere di Leo Schilperoord è nella stiva congelata.
Il 24 aprile l’arrivo a Sant’Elena, l’isola dell’esilio di Napoleone e prima tappa con aeroporto. Scendono 32 passeggeri, tra cui Mirjam e la salma del marito. Il volo dell’Airlink per il Sudafrica dura 4 ore e 45 minuti.
Sempre secondo Çenet, che è su quell’aereo, la donna non sta bene. «A Johannesburg era su una sedia a rotelle, aveva la testa reclinata di lato, la malattia la stava già aggredendo, era evidente».
Il 26 aprile, Mirjam Schilperoord muore in ospedale. Non può essere un caso, ormai l’allarme dovrebbe scattare in automatico. Eppure, un’informazione così importante
giunge nella plancia di comando dell’Hondius 24 ore dopo. «Il 27 veniamo informati del secondo decesso», dichiara la Oceanwide Expeditions. Quel giorno succedono due cose: oltre alla morte a terra della donna olandese, un passeggero inglese sta molto male.
Il comandante stavolta organizza l’evacuazione medica aerea, mentre l’imbarcazione incrocia a largo di Ascensione. È da questo momento che la Oceanwide afferma di aver avviato l’indagine epidemiologica a bordo e attivato il piano di risposta “Shield” che prevede isolamento, protocolli di igiene e monitoraggio medico. Troppo tardi.
La compagnia di navigazione respinge le accuse di negligenza. «Solo il 4 maggio si è avuta la certezza della presenza dell’hantavirus nel passeggero evacuato il 27 aprile, primo caso confermato». Sui giornali internazionali, però, la notizia si leggeva già il 3 maggio.
(da la Repubblica)
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
CACCIA IL CAPO DELLA SEGRETERIA TECNICA E QUELLA DELLA SEGRETERIA PERSONALE, CAMERATI DI PROVATA FEDE E, SI DICE, CONTROLLORI DEL MINISTRO PER CONTO DI PALAZZO CHIGI. GIULI SEMBRA PROPRIO UN SANSONE DISPOSTO A MORIRE PUR DI LIBERARSI DI TUTTI I FILISTEI. MA IL SUO GESTO AVRA’ DELLE CONSEGUENZE, MELONI PARE ALQUANTO IRRITATA”
Ci mancava solo la purga staliniana. Nell’evo meloniano, il ministero della Cultura
sembra una soap opera: ogni giouna nuova puntata con colpo di scena incorporato. Certo, fra le sue competenze c’è anche lo spettacolo; diventarne uno quotidiano, magari, no.
Eppure, non si sono risparmiati nulla e nulla ci è stato risparmiato. Prima gli spropositi e la pochade di Gennaro Sangiuliano, in arte Genny-la-gaffe.
Poi la gestione di Alessandro Giuli, che dopo un anno di ortodossia sembra intenzionato a riprendersi una libertà d’azione cui aveva dovuto rinunciare da subito, forse ricorderete, quando dovette controvoglia rinunciare al suo capo di gabinetto impallinato dal fuoco amico (era stato fatto fuori anche quello di Genny: il capo di gabinetto del ministro della Cultura verrà presto classificato come mestiere usurante).
Sarà il nervoso crepuscolo del melonismo, sarà il clima da liberi tutti o da tutti contro tutti che serpeggia nella maggioranza, fatto sta che Giuli non si trattiene più. Accusa pubblicamente il poco amico Salvini di assenteismo. Litiga con l’ex amico Buttafuoco sui manutengoli di Putin alla biennale.
Scarica la già sponsorizzatissima “principessa” Venezi. E adesso caccia il capo della segreteria tecnica e quella della segreteria personale, camerati di provata fede e, si dice, controllori del ministro per conto di palazzo Chigi. Quis custodiet ipsos custodes?, si chiede però Giovenale. Forse il gesto del ministro avrà delle conseguenze. Meloni, pare, era già alquanto irritata.
Ma adesso Giuli sembra proprio un Sansone disposto a morire pur di liberarsi di tutti i filistei. Del resto, ha sempre negato di voler fare carriera politica, e magari si è pure stufato di essere impallinato da sinistra perché troppo di destra e da destra perché non abbastanza di destra.
Purtroppo i nodi vengono al pettine meloniano. Il soprascritto aveva già fatto notare in tempi non sospetti, Sangiuliano non era ancora stato ferito, come in campo culturale questa destra risultasse maldestra perché non aveva fatto chiarezza sulla sua identità e non disponeva nemmeno una classe dirigente in grado di farlo. Insomma, non sa dove andare e non sa nemmeno andarci. Adesso i più impietosi sono proprio gli intellettuali d’area, che un giorno sì e l’altro pure maramaldeggiano sui suoi fallimenti.
Dall’altro canto, nei talk più sintatticamente svantaggiati si chiede la linea dura, da MinCulPop, senza però considerare che tutte le poltrone occupabili sono già state occupate e si è visto che è abbastanza inutile, se poi ogni volta che ci si è installato qualche amichetto, quello come fa, sbaglia. E così si pensa con nostalgia ai Beni Culturali di una volta, di cui si parlava nei rari casi che a occuparsene fosse un intellettuale vero, tipo Giovanni Spadolini o Alberto Ronchey.
(da agenzie)
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
GRACIELA MABEL DE LOS SANTOS TORRES, MASSAGIATRICE DI 46 ANNI, SOSTIENE DI AVER VISTO PROSTITUZIONE E DROGHE A PUNTA DEL ESTE IN CASA CIPRIANI
Graciela Mabel De Los Santos Torres, massaggiatrice uruguaiana di 46 anni, ha lavorato nella tenuta di Giuseppe Cipriani a Punta del Este per quasi 20 anni. E oggi in un’intervista al Fatto Quotidiano dice di aver visto passare nella finca “Gin Tonic” modelle, imprenditori, politici e ragazze arrivate da Brasile, Argentina, Italia e Uruguay. Sostiene quindi che «Nicole Minetti non ha mai cambiato vita, ha continuato a fare quello per cui era stata condannata in Italia, il favoreggiamento della prostituzione». E dice di essere pronta a parlare con i magistrati di Milano per gli accertamenti sulla grazia chiesti dal Quirinale.
Graciela Mabel De Los Santos Torres
«Mi sono decisa dopo il suo articolo di venerdì scorso, quello sull’accusa di molestie sessuali rivolta a Cipriani negli Stati Uniti da una sua dipendente che per questo fu subito licenziata, e si chiuse con accordi transattivi riservati. Mi sono riconosciuta perché è successo anche a me. Quella ragazza poteva essere figlia mia e ritrovarsi nella stessa situazione. Mi si stringeva il cuore anche per le ragazze che arrivavano qui a Punta del Este nel vederle finire tra le braccia di quegli uomini, anche molto anziani, ma tutti forti del loro potere e della loro ricchezza», dice la massaggiatrice a Thomas Mackinson. Il Fatto ha visionato chat, screenshot, fotografie, audio, mappe della tenuta e documenti forniti dalla donna. In diversi punti il suo racconto coincide con quanto riferito da altre fonti ascoltate dal giornale.
La massaggiatrice e Giuseppe Cipriani
«Sono rientrata in Uruguay da New York nel 2003, quando avevo 23 anni. In quel periodo ho iniziato a lavorare per lui, ancora prima dell’apertura ufficiale del primo hotel a Punta del Este. Facevo massaggi anche a casa sua. All’inizio era un ambiente diverso: feste, modelle, gente ricca. Poi, col tempo, tutto è diventato altro. Non era più solo jet set internazionale», racconta. Era diventato «un sistema. Un posto dove arrivavano continuamente ragazze da Brasile, Argentina, Italia per ricchi imprenditori, politici e ospiti importanti. Alcune con voli privati. C’era una rotazione continua. Le uruguaiane e le argentine, poi le brasiliane considerate ‘top model’, poi le italiane. Tutto molto organizzato».
Secondo la testimone «prima c’erano le presentazioni, gli imprenditori, il jet set argentino, brasiliano ed europeo. Poi restavano gli ‘amici di casa’. E lì iniziavano alcool, droga e sesso. Io spesso venivo mandata a sistemare o pulire dopo. Mi dicevano sempre: ‘Non guardare’». Secondo Graziela nella tenuta si svolgevano «anche cene con figure ai massimi livelli istituzionali uruguaiani. Per noi dipendenti era chiaro che quello fosse un ambiente protetto e intoccabile». A organizzare tutto «erano intermediari argentini e brasiliani che chiamavano direttamente chiedendo tre, quattro, cinque ragazze. Alcune venivano mandate in giro per il mondo: Dubai, New York, Europa».
Le molestie
La testimone dice anche di aver subito molestie: «Giuseppe pretendeva massaggi sempre più intimi. A un certo punto mi chiese apertamente massaggi erotici. Quando mi rifiutai iniziarono i problemi. E Nicole Minetti era lì, presente e indifferente. Una sera Nicole mi accompagnò nella camera di Giuseppe per fargli un massaggio. Lei entrò in bagno a fare la doccia e lui, appena rimasti soli, iniziò a chiedermi cose che io non avrei mai fatto: voleva sesso orale e che andassi a letto con lui. Mi rifiutai e da quel momento cambiarono atteggiamento nei miei confronti. Fu lì che iniziarono i problemi. Semplicemente smisero di chiamarmi. Da un giorno all’altro mi sostituirono con un’altra massaggiatrice disposta a fare quello che io non volevo fare».
L’avvocato
A quel punto, spiega, «andai da un avvocato, volevo denunciare. Fu lui a placare la mia rabbia. Mi spiegò che sarebbe stata una battaglia lunga anni, contro persone molto potenti, con altri avvocati da pagare e nessuna certezza di vincere. Mi disse che sarebbe stata la mia parola contro la loro». E alla fine «l’unica cosa che potevo contestare facilmente erano stipendi e contributi non pagati, perché formalmente risultavo assunta come collaboratrice domestica, mentre lavoravo come massaggiatrice professionale della spa. Alla fine mi offrirono poche migliaia di dollari con un accordo di riservatezza. Accettai quei soldi perché volevo solo andarmene il prima possibile da quell’ambiente tossico. Non fui coraggiosa. E rimasi in casa per un anno per paura di ritorsioni».
Le chat e i messaggi
Dice di aver conservato tutto: «Le chat, la busta paga, i messaggi. Ho imparato a conservare tutto nella vita. In passato ho avuto problemi di violenza domestica con il mio ex marito, anche se oggi ci parliamo ancora. So quanto sia importante tenere prove e documenti, perché quando una donna parla la prima cosa che fanno è cercare di screditarla. Io però non bevo, non mi drogo, cerco di vivere con equilibrio. Nicole non era una presenza occasionale. Viveva lì per lunghi periodi. Tutti la conoscevano. Era lei a scegliere le ragazze: “esta chica me gusta, esta no”. Pensava al loro aspetto, dall’abbigliamento da indossare al parrucchiere. Loro la chiamavano ‘la deputata’, oppure ‘la Madama’. Tutti la temevano. Era molto fredda, calcolatrice. Quando arrivava lei cambiava il clima anche tra le ragazze era di paura».
Il bambino
La massaggiatrice dice di aver visto anche il figlio di Minetti e Cipriani: «È un bambino bellissimo. Giocava sempre con il suo grande cane nero, Rio. Ho persino un video in cui giocano insieme a pallone. La persona che lo seguiva davvero era Fátima, la tata uruguaiana. Viveva praticamente ventiquattr’ore su ventiquattro con lui. Nicole spesso era altrove per lavoro». E sulle escort: «Una ragazza mi raccontò piangendo di essere arrivata lì quando aveva solo quindici anni, portata dalla madre. Mi parlò di droga, depressione, anni molto difficili. Ho ancora chat e screenshot. Una modella brasiliana mi scriveva messaggi molto affettuosi ringraziandomi perché cercavo di prendermi cura di lei. Io vedevo quelle ragazze come figlie».
Infine, dice di essere pronta a parlare con i magistrati «ma con protezione. Io non sono una giornalista o un’investigatrice. Sono solo una donna come tante, che ha lavorato lì per vent’anni e che a un certo punto non è più riuscita a sopportate quello che vedeva e a tacere. Non so adesso cosa succederà di me, è chiaro che ho paura. Ma penso che se parlo io per prima, altre donne troveranno il coraggio di farlo. E tutto questo finirà».
(da Repubblica)
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
LE VOCI DENTRO FDI: ORMAI HA TROPPI NEMICI
«Ma davvero lo ha fatto? Si vuole far cacciare? Ormai ha troppi nemici». Il ministro
Alessandro Giuli ha appena cacciato Emanuele Merlino ed Elena Proietti dal suo staff alla Cultura quando la rabbia dei vertici di Fratelli d’Italia finisce nelle chat. La scelta del ministro di «andare dritto», avvisando solo Arianna Meloni a decreti di licenziamento già sul tavolo, ha lasciato perplesso il partito di Giorgia Meloni. Il ministro però tira dritto: «Ma se Meloni ha potuto far dimettere Santanchè e Delmastro, perché io non posso mandare via due membri del mio staff?». E c’è chi vede l’ombra del Quirinale dietro le epurazioni.
Il ministro e il partito
«Alessandro paga lo scotto di non essere un politico e queste sono le conseguenze: sì, pure questa ce la potevamo risparmiare», dicono da via della Scrofa secondo un retroscena di Repubblica. Merlino era molto stimato dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, ma anche dalla premier. «Alessandro paga lo scotto di non essere un politico e queste sono le conseguenze: sì, pure questa ce la potevamo risparmiare», si dice dentro FdI. Mentre Francesco Lollobrigida fa sapere che Merlino e Proietti continueranno a lavorare per il governo. Mentre a rischio ci sarebbe anche la poltrona di Valentina Gemignani, a capo del gabinetto del ministero e moglie di Basilio Catanoso, ex parlamentare di An e presidente di Azione Giovani prima della scalata di Meloni.
Le trattative
Nel partito si riferisce anche di trattative per salvare almeno Merlino. Ma il ministro non vuole: «O lui o me», «Non mi fido più». Dentro FdI si pensa al complotto: «Non è che Giuli vuole compiacere certi ambienti di sinistra?». Intanto Gianluigi Paragone su La Verità collega Giuli al Quirinale in modo piuttosto acrobatico: «La sorella di Alessandro Giuli non solo è amica di Arianna Meloni, ma è anche una dipendente della Camera in forza al gruppo di Fratelli d’Italia (e per questo «stalkerizzata» dalla trasmissione Report)». Mentre le recenti uscite di Giuli «lambiscono il Quirinale». Il ministro per esempio era con il presidente Mattarella quando ha difeso l’importanza testimoniale del documentario su Regeni addossandosi le responsabilità del ministero per il mancato finanziamento.
I sospetti
Dunque – sospettano in Fratelli d’Italia – «o Giuli si sta lanciando col paracadute del Colle o è un pazzo». Ma quale sarebbe l’atterraggio di un eventuale lancio? «Beh, il nuovo pratone centrista nel caso di pareggio, il pratone dei nuovi diritti civili…». Il nuovo terremoto a via del Collegio Romano arriva dopo le polemiche, tutte interne alla destra, tra i rappresentanti governativi di Fratelli d’Italia e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco per la presenza della Russia all’esposizione. «È il segno di una maggioranza attraversata da guerre interne, regolamenti di conti, scontri tra correnti e leadership in competizione», sostiene Sandro Ruotolo del Pd. «Tutto questo dentro Fratelli d’Italia, ma anche negli altri partiti della coalizione: nella Lega con l’uscita del generale Roberto Vannacci e dentro Forza Italia con tensioni e fronde contro Antonio Tajani».
(da agenzie)
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
COINVOLTO ANCHE IL MINISTERO DEGLI ESTERI, RESPONSABILE DEI VISTI: SI TRATTEREBBE DI PERMESSI BUSINESS, GESTITI DA UN IMPRENDITORE ITALIANO
L’Albero radicato nel cielo ha già perso fiori e foglie: resta un groviglio di rami secchi. Smantellato anche il bar che per quattro giorni ha offerto champagne “alla salute di Putin”.
La Biennale apre al pubblico e il padiglione della Russia, pressato dalle sanzioni Ue aggirate dal presidente Pietrangelo Buttafuoco, chiude. Aperte solo tre portefinestre, sorvegliate dai carabinieri: i visitatori fotografano dall’esterno i monitor su cui scorrono le performance filmate nei giorni scorsi, ammirate dal vicepremier Matteo Salvini.
Il leghista è stato l’unico esponente di un governo, tra i cento Paesi presenti all’Esposizione, ad essere entrato nel padiglione russo: ignorati gli appelli Ue e quelli del governo Meloni, che lui ha rappresentato a Venezia.
Per la prima volta il ministro della Cultura ha disertato l’apertura. Rinviato al 20 maggio l’arrivo perché le sorprese non sembrano finite. Domani scade l’ultimatum di Bruxelles, che da Buttafuoco pretende chiarimenti su possibili violazioni delle sanzioni contro Mosca.
I fari su quella che Salvini ha definito «ingerenza volgare per questioni burocratiche», sono ora accesi sulla presenza della delegazione russa in Italia. Le cancellerie di una ventina di Paesi chiedono di chiarire quando e chi ne ha invitato a Venezia i componenti, spesso apparsi mascherati, a quale titolo e per quanto tempo.
Coinvolto anche il ministero degli Esteri, responsabile dei visti: dai primi accertamenti si tratterebbe di permessi business, gestiti da un imprenditore italiano. Buttafuoco ha anticipato che «le autorità di governo sono state preventivamente informate».
Per la Commissione Ue il punto è capire perché non si siano percorsi «i canali normali». Un pasticcio che imbarazza sempre di più la premier.
«Le uniche vittorie di Putin – l’attacco a Salvini di Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio – sono quelle della sua macchina della propaganda: che purtroppo trova terreno fertile anche in Italia».
Dati per persi i 2 milioni di finanziamenti alla Biennale, per Roma resta la necessità di scongiurare l’isolamento dalla Ue. Mission impossible: chiudere l’incidente di un vicepremier che elogia il padiglione putiniano alla tivù russa, evitando anche solo di passare vicino all’opera-simbolo dell’Ucraina.
Nel giorno dell’apertura, anche il corteo anti-Russia della Biennale del dissenso, promosso da varie sigle radicali, e il flash mob di +Europa davanti al padiglione russo.
Un centinaio di artisti ucraini, o perseguitati da Mosca, hanno “portato in processione come reliquie” oggetti salvati dall’aggressione contro Kiev. Riccardo Magi e l’ex ministra Cécile Kyenge, davanti al padiglione, hanno trasmesso il suono delle sirene che da quattro anni lanciano l’allarme-bombe in Ucraina.
(da Repubblica)
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
LE PARTECIPATE DI STATO: “HA TRATTATO BARELLI ED È RIUSCITO A NOMINARE CUZZILLA A TERNA”. E’ PRESIDENTE DELLA FEDERNUOTO, CONSUOCERO DI TAJANI, MA HA LE PINNE NELLA SANITÀ TANTO DA LITIGARE CON LA FAMIGLIA BERLUSCONI (CON LA NUORA DI PAOLO). SONO I CENTO BARELLI STILE LIBERO…”
Rubio è solo un Barelli vestito peggio. Gli uomini più potenti d’Italia? Il presidente
dell’Eni e Barelli: il Gianni Letta alla scottadito. Non schioda, si abbuffa di nomine, promette vendetta ai Berlusconi.
E’ sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, ma non lascia l’ufficio da ex capogruppo di Forza Italia perché il nuovo, a Largo Chigi, “è troppo piccolo”, troppo piccolino. Lo stallo Consob? Vi rispondono: “Barelli vuole Cornelli e ostacola Freni”. Le partecipate di Stato: “Ha trattato Barelli ed è riuscito a nominare Cuzzilla a Terna”. E’ presidente della Federnuoto, consuocero di Tajani, ma ha le pinne nella sanità tanto da litigare con la famiglia Berlusconi (con la nuora di Paolo). Sono i cento Barelli stile libero.
Tomasi di Lampedusa e il professore Giavazzi esordirebbero così: “Noi fummo i (Mario) Draghi e quelli che ci hanno sostituito sono i (Paolo) Barelli”. Quando è finita, è cominciata.
Il 22 aprile, per mettere pace in Forza Italia, […] Barelli è stato nominato sottosegretario per i Rapporti con il Parlamento. Voleva una carica da viceministro con portafoglio, ma gli hanno spiegato che si sarebbe dovuto dimettere da presidente della Federnuoto e Barelli ha scelto la taschina di Palazzo Chigi.
Ha giurato di fronte a Meloni ma ha giurato anche, a Tajani, che l’avrebbe fatta pagare a chi ha chiesto la sua testa.
Da allora replica stizzito al consuocero e fa il Barelli fisso. Matilde Siracusano, che è la compagna di Roberto Occhiuto, il presidente della Regione Calabria, sottosegretaria per i Rapporti con il Parlamento, in quota FI, gli ha offerto la stanza vicino alla sua, a Largo Chigi, con la vista più bella al centro di Roma, ma Barelli l’ha definita piccola, troppo piccola per il suo staff (che ha mantenuto).
Da capogruppo ha gestito un bilancio da quasi dodici milioni di euro e assemblato una colonna da imperatore. Tajani lo chiama “il mio generale” e il generale non lascia il suo quartiere.
L’illuminista Costa ha aggirato il problema: ha preso la stanza che era di Elio Vito e Renato Brunetta, quando erano capigruppo di Forza Italia, in modo da poter dire che non è Barelli che ha sequestrato la stanza, ma lui che ha deciso di prendersi la vecchia.
E’ Barelli la cifra di questo tempo finale di Meloni, la cifra del sorpasso di Milano su Roma. […] Si parla di riordino del comparto sanitario e chi spunta? Barelli. La famiglia Berlusconi viene a sapere che l’alleato Barelli è il rivale della famiglia (più del Pd). Ora è chiaro perché Barelli ha lo stetoscopio?
Il giorno del matrimonio di Silvio Berlusconi e Marta Fascina venne fermato perché era positivo al Covid e tornò a Roma, ma ha recuperato. La festa l’ha fatta con le partecipate, la sagra che è sempre stata di Gianni Letta. Il presidente di Terna, Stefano Cuzzilla? I Berlusconi neppure lo conoscono in volto (ha iniziato a fare politica con il Pd) ma è stato Barelli a farlo scalare: prima presidente di Trenitalia e adesso di Terna.
L’ostacolo a Consob? Barelli. Sono in corsa Federico Freni per la Lega e Federico Cornelli che è già commissario Consob, solo che Cornelli ha un Barelli in più, come l’uomo del film di Sorrentino. Il tesoriere del partito, del gruppo di FI, è rimasto Stefano Benigni, che è leale con Barelli. Enrico Costa, il nuovo
capogruppo, ha proposto di mettere un busto alla Camera in onore di Marco Pannella, ma presto dovranno pensare al suo, per la pazienza.
Barelli è la romanità che dopo il risiko bancario, il ribaltone di Mps, sogna la rivincita. Nella sua rete di relazioni c’è già l’embrione dell’Alternativa Popolare di Alfano, dieci anni dopo. Ci sono già due Forza Italia e una è rimasta nelle mani del Gianni Letta alla scottadito, il consuocero che fa giannilettismo con la borgata. I Rubio passano ma i Barelli restano, come Roma e la trippa.
(da La Stampa)
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
SORGI: “C’È POI LA QUESTIONE DELLA SOGLIA, IL BIGLIETTO D’INGRESSO PER I PARTITI IN PARLAMENTO. IN QUESTO CAMPO SI COMINCIA TENENDOLA ALTA, PER COSTRINGERE I DISSIDENTI (CALENDA E VANNACCI) A LIMITARE LE LORO PRETESE. MA STAVOLTA, SOPRATTUTTO A DESTRA, C’È IL RISCHIO CHE IL GENERALE LE ALZI, METTENDO A RISCHIO LA CORSA DI MELONI PER LA RICONFERMA”
A che punto è il percorso della nuova legge elettorale, fortemente voluta da Meloni e, sotto sotto, anche da Schlein e da buona parte delle opposizioni? All’inizio: il testo è depositato alla Camera, il numero delle audizioni convocate non rivela una grande fretta, il centrodestra vuole insomma verificare se esista davvero la possibilità di un’apertura da parte del centrosinistra.
Apertura che potrebbe manifestarsi in un atteggiamento non ostruzionistico più che in un voto a favore, che spaccherebbe la coalizione in via di consolidamento, all’interno della quale c’è anche una componente centrista che non accetta una legge destinata a favorire l’affermazione di chi vince e, dentro lo schieramento, del partito più forte.
Se Meloni punta a rafforzarlo, invece, sa cosa deve fare. Primo, non rendere esplicita e ultimativa la scelta del capo della coalizione, cosa che sarebbe gradita anche ai suoi alleati, che le riconoscono la leadership ma non sarebbero così felici di dover mettere il suo nome sulla scheda al posto di quelli di Berlusconi e di Salvini.
Secondo, far sì che le dimensioni del premio di maggioranza non siano eccessive. Non dire, insomma, nella legislatura attuale abbiamo una maggioranza di più del sessanta per cento, non si vede perché, se vinciamo, non dovremmo averla anche nella prossima.
La distribuzione attuale dei pesi nelle Camere è infatti frutto di una condizione particolare, come quella del 2022, in cui il centrodestra correva senza avere un vero avversario, dato che il centrosinistra non era riuscito a trovare un accordo.
Nel 2027, diversamente, a fronteggiarsi saranno due coalizioni. La legge dovrà mettere chi vince in condizioni di governare, cancellando il temuto “pareggio” o maggioranze diverse alla Camera e al Senato (come accadde nel 2013, la “non vittoria” di Bersani). Ma non potrà comprimere più di tanto la rappresentanza degli sconfitti.
Infine c’è la questione della soglia, il biglietto d’ingresso per i partiti in Parlamento. Si sa che in questo campo si comincia tenendola alta, per costringere i dissidenti (Calenda e Vannacci, per esempio) a limitare le loro pretese. Ma stavolta, soprattutto a destra, c’è il rischio che il generale le alzi, mettendo a rischio la corsa di Meloni per la riconferma.
(da agenzie)
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